Djokovic torna vero: il tennis si gode l'età dell'oro (Clerici, Piccardi, Semeraro, Azzolini, Lombardo)

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Djokovic torna vero: il tennis si gode l’età dell’oro (Clerici, Piccardi, Semeraro, Azzolini, Lombardo)

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Djokovic torna vero il tennis si gode l’età dell’oro (Gianni Clerici, Repubblica)

Ha vinto Djokovic, come avevo pensato. Non l’ho scritto perché son stato sommerso dalla scemeggiata di Serena, trovandomi d’accordo con la mia amica Emanuela Audisio, e con altri più o meno illustri commentatori che hanno ritenuto, come me, che non si trattasse di una colluttazione verbale sessista di Serena con l’arbitro Ramos. Ha vinto Djokovic, dicevo, e non poteva andare diversamente, ammenoché non fosse guarito il suo avambraccio, e non si fossero risolte le crisi psicologiche che l’avevano perseguitato durante un anno. Si è visto che tra un tennista a tutto campo, e uno che possiede tutti i colpi vincenti fuorché il rovescio, non può che vincere nove volte su dieci il primo. Che poi il match sia stato tanto emotivo da suscitare le lacrime dei due tennisti, quasi fossero reduci di guerra, è un eccesso commovente. Ha detto Delpo, in conferenza stampa: «Per essere sincero, ho pianto sino adesso. Ma Novak meritava di vincere. Io ho avuto le mie opportunità nel secondo e nel terzo set. Ma ero costretto a giocare ai miei limiti ogni volta, perché Nole era su tutte le palle». Vediamo un pochino dove, secondo Delpo, erano giunte le sue opportunità cancellate, dopo il 3-6 del primo set. Nel secondo si trova sì avanti 6-5, ma è costretto al tie-break con un 40-0. Lì sale 3 punti a 1, ma sbaglia facile un diritto, subisce il 3 pari causa smash, poi risale a 4 pari, sbaglia altri due diritti per il 4-6, e infine, con l’ultimo di 3 diritti errati, perde il set. Mia osservazione. Nole l’ha costretto a forzare troppo il diritto. Ma veniamo al terzo e ultimo set di un ottimo match di 3 ore e 16 minuti. Da 1-3 Delpo risale a 3 pari, per poi subire il 6-3 con un 40-30, un 15-40, e un 40-30 nei 3 games finali. Non vedo, onestamente, quali siano le occasioni perdute, se Juan Martin negli ultimi tre punti del match ha sbagliato 3 diritti 3, il colpo che, assieme al servizio, stimava lo portasse alla vittoria. Mi spinge all’ammirazione il suo ritorno al tennis, dopo che aveva vinto 9 anni fa, più di questa partita e delle sue lacrime. Non vorrei che le mie considerazioni venissero scambiate per cinismo o insensibilità. Una vittoria di Juan Martin Del Potro mi avrebbe fatto piacere. Ma era più forte Djokovic, che così ha raggiunto Pete Sampras a 14 titoli di Slam. Davanti ha solo Federer e Nadal.

 

Il paradosso del Djoker. Eterno terzo dietro Nadal e Federer (Gaia Piccardi, Corriere della sera)

Adesso che Novak Djokovic ha raggiunto l’idolo d’infanzia Pete Sampras a quota 14 Slam (quando Pete si congedava dal tennis con l’ultimo urrah a New York il record pareva difficilmente battibile: era il 2002, pare un’era geologica precedente), il conto alla rovescia può cominciare. Quanto impiegherà un 31enne fisicamente integro (e con pochissimo tennis giocato nel contachilometri nelle ultime due stagioni) ad agganciare un 32enne spremuto come un limone (Nadal) e l’anziano inventore del tennis (Federer), che a Wimbledon e all’Us Open ha dimostrato — improvvisamente e impietosamente — tutti i suoi 37 anni? A sentire Marian Vajda, coach del Djoker ritrovato, poco: «14 è solo un numero. Roger e Rafa non sono più così lontani. Io ho la sensazione che Novak li raggiungerà». Ma il paradosso del Djoker è in agguato: rimanere l’eterno terzo, quello che arriva dopo la musica, quando gli amici se ne sono andati. Eternizzato dallo stile e dal carisma, Federer è destinato a rimanere il più grande di ogni tempo, il tennista che ha fatto tutto prima di tutti: i 6 Australian Open, gli 8 Wimbledon, i 5 Open Usa, e pazienza per quell’unico sudatissimo Roland Garros, il peccato veniale che chiunque è disposto a perdonargli. Nadal è il rivale naturale, l’alter ego venuto al mondo apposta, l’opposto che viene attratto dalle leggi della natura: Rafa sta a Roger come l’atomo di ossigeno ai due atomi di idrogeno nella formula dell’acqua. E poi c’è lui, il Djoker, un passista inseguitore nato fuori tempo massimo... [SEGUE]. «Senza Federer e Nadal non sarei chi sono diventato» ha ammesso il Djoker commosso. Ed è proprio questo il punto: Federer e Nadal lo sarebbero comunque, a prescindere da lui.


Djokovic: “Ho ritrovato energia sulla montagna di Picasso” (Stefano Semeraro, Stampa)

Dov’era la vittoria perduta? Per Novak Djokovic, che domenica si è preso per la terza volta gli Us Open spegnendo in tre set (6-3 7-6 6-3) la fiaba latina di Juan Martin Del Potro, era in cima ad un montagna. Non una qualsiasi, però, ma proprio quella, omonima del sogno: la montagna Sainte Victoire, in Provenza. Amata ipnoticamente da Cezanne e Kandisky, che l’hanno dipinta sotto ogni luce e in ogni ora del giorno. Da Picasso, che per anni ci ha abitato ai piedi… [SEGUE]. «La sconfitta contro Cecchinato nei quarti al Roland Garros mi ha fatto riflettere su tante cose», ha spiegato Nole, che da ieri è di nuovo n. 3 del mondo, alle spalle di un Federer pieno di dubbi e di un Nadal pieno di dolori. «A Roma avevo giocato bene, in quel match invece mi sono lasciato andare. Avevo bisogno di disconnettermi da tutto, così con mia moglie siamo andati cinque giorni in Francia. Jelena è in forma perfetta, un giorno abbiamo scalato il Sainte Victore in appena tre ore. Ci siamo seduti in cima, abbiamo guardato il mondo da quella prospettiva. Ho pensato al tennis, alle emozioni che mi trasmette, e mi è sembrato di respirare aria nuova, ho sentito un’ondata di energia. I risultati sono una conseguenza di quel momento. Sono rifiorito»[SEGUE]. Difficile comunque smentire la perfetta sceneggiatura del Djoker, che ridisceso dalla montagna dopo due anni tribolatissimi fisicamente ed esistenzialmente – l’operazione al gomito, le crepe nel privato, il distacco e poi la riunione con lo storico coach Vajda… – ha ritrovato la terra promessa. Vittoria a Wimbledon, a Cincinnati con tanto di «Golden Masters», e a Flushing Meadows dove ha raggiunto anche Pete Sampras per numero di Slam vinti, 14. Ora solo Federer a 20 e Nadal a 17 gli stanno davanti. «Sampras era il mio idolo di bambino, è stato guardando lui in tv che ho iniziato ad amare il tennis, averlo raggiunto significa tantissimo». L’abbraccio empatico y final con Delpo, l’altro martire risanato del tennis a cui ha scippato vittoria e posto in classifica («Alzerà di nuovo questa coppa anche lui, gliel’ho detto»), ha chiuso un capitolo e ne ha aperto un altro. «Dieci anni fa pensavo di essere sfortunato a vivere nella stessa epoca di Federer e Nadal, ora capisco che sono diventato quello che sono anche grazie a loro. Che glielo devo… [SEGUE].


Il ritorno del tiranno (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Magrissimo, non più del tre per cento di massa grassa nel codice a barre da vegano di origine controllata, Nole ha ormai gli occhi spiritati di un’acciuga incredula. In due mesi (poco più) Novak Djokovic si è ripreso il tennis, approfittando delle gentili concessioni elargite da Nadal e Federer, che ancora, forse non per molto, gli stanno sopra in classifica. Del resto, avevano fatto lo stesso con lui, che per due anni si è ritrovato ai margini del tennis che conta. Ora è tornato a battere cassa, vorace come prima e sospinto da un vento carico di buona sorte e rinnovata volontà di recitare da numero uno. La vittoria agli Us Open sembra propedeutica a un suo ritorno al vertice: ha davanti a sé un finale di stagione senza punti da restituire, mentre Nadal dovrà difendersi nei tornei che ama meno (sul sintetico) e Federer sbrigarsi a tornare competitivo, se non vorrà finire in coda al gruppo. La finale dei “revenants” non ha garantito le emozioni che il popolo del tennis cercava nell’ultimo Slam di stagione… [SEGUE]. Così, dai propositi di farsi da parte annunciati dopo un Roland Garros che lo aveva visto rimbambito dalle smorzate di Cecchinato, Nole ha imboccato la strada del ritorno: ha vinto Wimbledon battendo Nadal in una semifinale che Rafa ancora si chiede come sia stato possibile perderla, ha annesso Cincinnati e il Career Golden Masters (il titolo che va a chi ha vinto almeno una volta tutti i Masters 1000) in una finale che Federer ha giocato nel modo più dissennato possibile, e si è impadronito degli Us Open in cui Nadal è uscito per infortunio e Federer per soffocamento da mancanza di aria condizionata (problema che l’organizzazione ha cercato di correggere, ma dopo). E ora, al n. 3, ha la strada spianata di fronte a sé. Il dominio di Nole il tennis lo ha già conosciuto ed è stato uno dei più tirannici di questi 50 anni di tennis Open per i risultati raggiunti così come uno tra i meno generosi per le emozioni che ha saputo dare, ma al di là di queste considerazioni che inevitabilmente tirano in ballo lo stile di gioco del serbo, supremo ribattitore e noiosissimo intrattenitore, va ammirata la forza con cui Djokovic ha rimesso a posto il suo tennis e la sua vita. Il ritorno alla vittoria celebra, in fondo, una vittoria più grande, quella che il serbo si è preso con se stesso. Ha preso in mano i suoi tormenti e le sue colpe, li ha osservati da vicino, li ha affrontati con coraggio. È stato costretto a chiedersi se il suo tennis si fosse irrimediabilmente sbriciolato, ha vissuto di dubbi, ha fatto piazza pulita dei molti che gli stavano intorno, come quel Pepe Ymaz, guru del “volemose bene” cosmico. Ha capito che il malessere non era nella racchetta, o nel corpo, ma nei pensieri, e se n’è tirato fuori. Il nuovo Nole è ripartito da una rivisitazione di se stesso che pochi hanno saputo condurre fino in fondo come lui.


Djokovic è tornato inarrestabile. E il merito è (anche) di Cecchinato (Marco Lombardo, Giornale)

E adesso chi glielo spiega agli altri che è tutta colpa di un italiano? «È successo tutto il giorno della sconfitta con Cecchinato a Parigi: ero deluso perché sentivo che stavo tornando al mio livello. Così ho deciso di staccare qualche giorno, e…». Appunto: e… Se Novak Djokovic è arrivato a vincere gli Us Open, a raggiungere Sampras a quota 14 negli Slam, a sembrare di nuovo il RoboNole che era prima dell’infortunio al gomito, lo deve a quella sconfitta e al viaggio dentro se stesso fatto nei giorni seguenti. Con la moglie Jelena è partito per fare trekking sul monte Victoire in Francia: arrivato in cima si è seduto a respirare e ha visto il suo nuovo orizzonte. «Davvero: devo molto a mia moglie e a quel viaggio: 5 giorni da soli per ritrovare me stesso e osservare il mondo da un’altra prospettiva, per trovare nuova ispirazione, nuove motivazioni. Ho pensato al tennis, alle emozioni che esso provoca in me. È stato molto positivo, avevo la sensazione di respirare di nuovo questo sport: dopo è cambiato tutto». O meglio dopo è tornato tutto indietro, al Novak Djokovic dominatore del circuito e impossibile da far stancare e superare: ci ha provato Del Potro nella finale (finita 6-3, 7-6, 6-3) di domenica, ma neanche la sua curva scatenata ha potuto nulla davanti alla resistenza implacabile del serbo. «La cosa buffa è che i tifosi argentini cantavano ole, ole, ole per incitare Juan Martin, ma io capivo Nole, Nole, Nole. E mi caricavo ancor di più». Tutta colpa di Cecchinato, insomma, che ha fatto scattare la molla che di solito i campioni hanno dentro. Tutta colpa per modo di dire s’intende, perché più di una sconfitta conta che Djokovic abbiamo rimesso a posto il puzzle dei suoi pensieri, ritrovando nel suo angolo lo storico coach Marian Vajda che probabilmente ha la pozione giusta per far esplodere la sua magia. Ora la domanda torna ad essere quella di qualche tempo fa: con un Federer un po’ spento, un Nadal infortunato e una nuova generazione ancora troppo acerba, chi può fermarlo? La risposta è difficile, perché il nuovo Novak (da ieri risalito al numero 3 del mondo) sembra in realtà seppure peggio di quello vecchio.. [SEGUE]. E il futuro, a questo punto, pare ancora meglio.


New York Naomi (Massimo Lopes Pegna, Gazzetta dello Sport)

La sceneggiata di Serena le ha rovinato la festa. Invece di esultare, Naomi piangeva. In mano il trofeo del suo primo Slam ad appena 20 anni e molta tristezza. Lo stadio fischiava e lei sussurrava davanti a telecamere e microfoni impietosi: «Sorry, mi dispiace: so che tutti tifavate per lei». Ci sarebbe andata anche lei in tribuna a fischiare se non fosse stata in campo, perché Serena è il suo idolo. In terza elementare aveva svolto un tema: «L’avevo disegnata e colorata. E avevo scritto “Voglio essere come lei”. Lo conservo a casa in una cartellina». Ma questa è la sua forza. Non solo un tennis potente e intelligente, pure una testa capace di bloccare qualsiasi emozione. Confidava: «Fino al riscaldamento, ero tesissima. Poi, dopo il primo servizio, dall’altra parte c’era solo un’avversaria qualunque». Serena l’aveva ispirata per superare Madison Keys in semifinale: «Se mi sono salvata da 13 palle break lo devo a lei: volevo affrontarla ad ogni costo». E Serena ricorreva spesso nei suoi sogni: «Fantasticavo di giocare una finale del Grande Slam con lei. Come andava a finire? Non sogni di perdere». Quel desiderio era stato esaudito una prima volta a marzo, quando aveva affrontato il suo mito a Miami: lo batté in due set. Ma era il primo turno e Serena era all’inizio del suo ritorno dalla gravidanza e stava ancora allattando. La consapevolezza di poter emergere era nata proprio su quel caldo cemento della Florida. Anzi. La rincorsa alle top 10 (da ieri è 7°), da n°68 (la sua posizione a gennaio), era cominciata la settimana prima con lo straordinario successo a Indian Wells. Via Twitter le sono arrivate le congratulazioni del presidente giapponese, Abe Shinzo, perché Naomi è la prima nipponica (uomo e donna) a conquistare un Major. Anche se Osaka è un prodotto made in Usa, perché è nata a Osaka, ma dall’età di tre anni è cresciuta in Florida. Però ha un Dna misto. Suo papà Leonard «San» Francois è originario di Haiti, ha studiato alla New York University, e dopo la laurea si è trasferito in Giappone, dove ha conosciuto mamma Tamaki, educata in una famiglia tradizionale. Un amore proibito e per questo da dieci anni non ci sono rapporti con i nonni materni. «Perché mi chiamo Osaka? Perché tutti i cittadini di Osaka si chiamano così», scherzava simpaticamente Naomi. Ha preso il nome della mamma per motivi pratici e per mantenere un segno d’identità del suo Paese di provenienza (ha doppia cittadinanza, anche Usa), ma alle domande in giapponese risponde sempre in inglese. La sua gioia dopo aver battuto Serena l’ha espressa avvinghiando mamma in una stretta commovente. E papà? «Ah lui c’è, ma durante i match nessuno sa dove vada. Girovaga da qualche parte nelle vicinanze: troppo nervoso per guardare». È un piccolo dettaglio che l’accomuna a Serena: papà Richard spesso preferiva disertare i match delle figlie. L’altro è la sorella Mari, maggiore di 18 mesi, tennista anche lei, ma non con lo stesso talento: attualmente è n°344. Racconta Naomi: «So che senza di lei non sarei qui, non avrei avuto voglia di allenarmi. Rivalità? Fino a 15 anni perdevo sempre 6-0, poi un giorno ho vinto 6-2 e le cose sono cambiate»[SEGUE].

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Montecarlo – Le vittorie di Fognini e Sonego sulla stampa italiana (Guidobaldi, Crivelli, Clerici, Semeraro, Pasini, Bertolucci)

La rassegna stampa di venerdì 19 aprile 2019

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Fognini e Sonego, sono colpi da principi (Laura Guidobaldi, La Nazione)

Giornata storica per il tennis azzurro. Prima l’exploit di Lorenzo Sonego che supera Norrie, poi la grande prestazione di Fabio Fognini, che batte il numero 3 del mondo Zverev: i due italiani raggiungono i quarti di finale in un Masters 1000, cosa che non accadeva da Amburgo 2005 (Volandri e Seppi). «Mi sento un guerriero» — aveva detto dopo la vittoria con il n. 12 Atp Khachanov —. Ieri Lorenzo Sonego è stato uno dei grandi protagonisti del Principato. Con un’ottima prestazione, il 23enne torinese (96 Atp) supera il britannico Cameron Norrie (56) 6-2 7-5 e accede per la prima volta in carriera ai quarti di un Masters 1000. Viene da lontano, Lorenzo. Giunto da Marrakech venerdì scorso, dove si era issato ai quarti di finale dopo aver superato le qualificazioni, l’azzurro è sceso già in campo sabato per disputare le qualificazioni anche al Country Club. Non solo accede al main draw ma si impone sul connazionale Andreas Seppi al primo turno, supera il russo Khachanov al secondo per poi dominare anche Norrie agli ottavi. Grande battitore, Sonego è un giocatore solido, completo, dotato di un dritto devastante e ha fatto grandi progressi anche con il rovescio. Contro Norrie conduce le danze nel primo set, imponendo il suo tennis martellante e preciso e se lo aggiudica per 6-2 in 36′. Vacilla solo sul 5-4 nel secondo in cui, per la prima volta nel match, subisce il break. Ma non si scompone e ritrova il servizio e chiude 6-2 7-5. «Questo risultato — dice — non me lo aspettavo ma sentivo che non avevo mai giocato così bene». Amato dai tifosi, Sonego da lunedì salirà almeno al n. 65 ATP. Ora lo aspetta Dusan Lajovic (48 ATP), che ha battuto a sorpresa Dominic Thiem. Raggiunge i quarti anche Fabio Fognini (18 Atp). Vittoria convincente del ligure che batte un falloso Sascha Zverev 7-6(6) 6-1; il tedesco mette a segno solo 11 vincenti a fronte di 25 gratuiti. I due mantengono l’equilibrio per tutto il primo set ma Fabio fa la differenza nel tie-break che vince 8 a 6. Il secondo è un monologo di Fognini a cui riesce tutto. Grande frustrazione per Sascha che, invece, perde misure e testa. «E’ stato bello — dice Fabio — vincere davanti al mio pubblico. Questo è il mio vero torneo di casa». Ora per lui il croato Borna Coric (13 ATP).

 

Fognini e Sonego olé, sono quarti di nobiltà (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

I sogni sono rossi come il fuoco che divampa nel cuore di Fognini, incenerendo un fresco passato di dubbi e di dolori. Oppure come le saette che escono a 200 all’ora (la velocità media della prima di servizio di ieri) dal braccio magico di Lorenzino Sonego, dalle qualificazioni con furore per ergersi a nuovo e giovane profeta azzurro. Sono passati 41 anni da quando una coppia italiana, allora erano Panatta e Barazzutti, non approdava insieme ai quarti del Principato, ed è appena la quarta volta in assoluto a Montecarlo: per un Masters 1000, invece, bisogna tornare al 2005, quando Seppi e Volandri raggiunsero la meta a Amburgo. Non può essere un giorno come gli altri. «Su questi campi ho giocato fin da bambino, pure questa è casa. Anzi, forse mi sento meglio qui che a Roma». Un feeling, quello di Fabio Fognini, che rifiorisce fin dalle prime sbracciate, anche se dall’altra parte della rete c’è il numero tre del mondo. Zverev sta navigando a vista nella mareggiata di una definitiva maturazione che nel 2019 si è come arrestata nonostante Lendl, però ha sempre la palla pesante e la presenza scenica del predestinato. Come se bastassero, stavolta, contro un Fognini lucidissimo nella costante ricerca del punto, abilissimo a manovrare lo scambio da fondo alternando palle senza peso a rasoiate lungolinea che inchiodano l’affannato Sascha ai cartelloni sotto le tribune, senza la possibilità di guadagnare campo e fiducia. Il tie break del primo set è italiano, sull’abbrivio Fabio sale 3-0 nel secondo, mentre l’altro litiga con sé stesso e il forte vento, come aveva vaticinato la Schiavone seduta all’angolo azzurro ospite della Pennetta: «In queste condizioni i lungagnoni soffrono, invece noi piccoletti ci muoviamo meglio e la nostra manualità ci aiuta a gestire con più attenzione gli scambi». Non c’è più bisogno di voltarsi indietro, e insieme a un successo spettacolare questo è il segno più importante: Fognini non ha mai perso la testa. Il baratro visto a un passo con Rublev, quella rimonta da 5-1 sotto nel secondo set, ha davvero attizzato la cenere di una stagione fin qui balorda, con i malanni al gomito destro ad aggiungersi ai problemi a un polpaccio e a una caviglia: «Vengo da un periodo di buio, sicuramente, ma il problema non è mai stato il tennis, piuttosto riuscire a essere più convinto nell’andarmi a prendere i punti, senza rimanere passivo. Finalmente ci sono riuscito, saranno contenti Flavia e Corrado (Barazzutti, che da quest’anno affianca coach Davin, n.d.r.) che nelle ultime due settimane mi hanno ammazzato di allenamenti». E ora, con il posto di numero uno italiano distante solo 20 punti da Cecchinato, piegato dalla febbre e da Pella, Fogna aspetta Coric per i suoi secondi quarti a Montecarlo dopo il 2013: «Un avversario forte, molto consistente. Ma se gioco ancora così, sarà lui a doversi preoccupare. E poi non sono solo, mi sembra che gli italiani questa settimana abbiano ancora qualcosa da dire». Una settimana fa, Sonego perdeva nei quarti di Marrakech da Tsonga, prendeva un aereo alla sera e alle quattro del pomeriggio del sabato giocava il primo turno delle qualificazioni contro Nishioka. Adesso tritura anche Norrie con l’88% di punti con la prima e il solito dritto-bazooka: «Stanchezza? Ho voluto fortemente venire qui. E quando entri in campo sul Centrale, dimentichi tutto». [segue]

Bravo, caro Fabio. Se avessi vissuto più giornate così (Gianni Clerici, La Repubblica)

Sì, ma perché solo adesso, Fabio. Ti avevo ammirato da piccolo, quando ero arrivato ad Arma di Taggia solo per vederti giocare. Avevo ammirato la tua creatività, l’equilibrata capacità da entrambi i lati, non disgiunta ai colpi aerei. Ho creduto da allora che tu potessi diventare il campione che non abbiamo più avuto dai tempi di Nicola Pietrangeli, finché qualcuno del tuo paese mi aveva messo qualche dubbio. È incostante, capriccioso, è cresciuto troppo facilmente, ha sempre fatto quel che voleva, manca di umiltà. Aveva le sue ragioni anche quell’amico, che ti conosceva bene, come conosceva tuo padre e, tuttavia, rimanendo critico, gli voleva bene. Oggi è una di quelle giornate di vento tipico della terra di Fognini. E il vento, nel tennis, non è sempre un aiuto, anzi. Però quel vento è capace di essere utile a chi lo conosce. Il povero Zverev non faceva altro che scuotere il capo, che riprendere la palla del lancio di servizio, che lagnarsi con il proprio angolo. Fabio se ne serviva per rendere più ingiocabili le sue smorzate, più lunghi i suoi attacchi, imprendibili le volée. Quel vento, Zverev lo ha sempre avuto contro, anche se soffiava alle sue spalle, ha aperto troppe volte le braccia imputandogli i suoi errori, ha giocato troppo corto o troppo lungo, mentre Fabio se ne serviva per i drop. Mi perdonerai Fabio se, nell’ammirarti in questa, una delle tue migliori partite, penso a quel che non sei stato, giocando come oggi molte più volte.

Fognini, il ritorno del pirata (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Il Principe mezzosangue che la sotterrava da un passo, e lui, le spalle alla rete, che se la rideva contagiando le tribune e i vip presenti. Sascha Zverev è il numero 3 del mondo, tedesco, bello, biondo, con un servizio che fa male, un predestinato che non vuole saperne di compiersi. Ma se sulla terra il Fogna decide che è giornata – e ieri lo era eccome – anche Sascha, che pure lo aveva battuto nei due precedenti, deve scansarsi. Magari gettando la racchetta a terra, imbufalito, come di solito siamo abituati a veder fare dal Pirata taggiasco, che ieri invece ha copiato la calma sabauda di Sonego, il vichingo torinese, suo attuale collega di scorrerie nel Principato. «Non è stato il miglior match della mia carriera, ma ci siamo andati vicini». Anche perché se l’è giocato tutto, dall’inizio alla fine, senza cuocersi i pensieri. Due italiani nei quarti di Montecarlo non li avvistavano dal 1978, e Adriano Panama e Corrado Barazzutti si incrociarono proprio nei “last eight”. La spuntò Barazzutti, che oggi fa anche da coach aggiunto a Fabio. […] Fognini in Costa azzurra era arrivato con un carico d’ansia per gli otto primi turni messi insieme in un 2019 deludente per il dolore al gomito e per la caviglia malandata e anche ieri protetta da una fasciatura colorata. Contro Zverev gli sono bastati due set, 7-6 6-1, il primo lottato punto a punto, il secondo dominato con diritti feroci, rovesci millimetrici, sconcertando, frustando e frustrando Zverev, il terzo Top 3 che Fabio batte in carriera dopo Murray e Nadal. «Le condizioni erano difficili, colpa del vento – racconta – […] Questo per me è il vero torneo di casa, grazie a tutti gli amici che sono venuti a sostenermi. Il gomito? Adesso mi fa un po’ male, ma andiamo avanti». Dove oggi lo aspetta Borna Coric, il croato pupillo di Riccardo Piatti che in classifica gli sta avanti di cinque posti – 13 contro 18, ma vincendo oggi Fabio risalirebbe al numero 15 scavalcando Cecchinato -, e ieri ha spezzato in due set il sogno di Herbert. [segue]

Fognini e Sonego girano il trono delle racchette (Giorgio Pasini, Tuttosport)

Montecarlo ha scelto l’azzurro per i pennarelli utilizzati per la firma della telecamera. Non a caso: due autografi su otto sono italiani. Fabio Fognini ci aggiunge un “Fogna ahahaha..:’ con un grande cuore, Lorenzo Sonego conferma la sua passione per la serie tv e il Toro con un cubitale Vikings e stavolta pure un “Gipo” con cuoricino. La dedica ad Arbino, il suo coach di sempre, fin da quando bambino gracilino al Circolo della Stampa Sporting di fronte allo stadio Grande Torino, divideva la passione per la racchetta con quella per il pallone, giocando nelle giovanili granata. Due italiani ai quarti nel Principato. Potevano essere tre se Marco Cecchinato non fosse stato troppo altalenante contro l’argentino Guido Pella. La nouvelle vague azzurra è un misto di classe ed esperienza, coraggio e freschezza. L’acciaccato (la caviglia destra non gli dà tregua) Fognini sfrutta l’aria (anzi, il vento) e il tifo di casa per far suo uno scalpo prestigioso.. Contro il n. 3 Sascha Zverev vince la partita dei mugugni, da entrambi giocata quanto parlata (ma a gettare la racchetta a terra è il tedesco), passato da un tie-break teso (a 8) e un secondo set quasi perfetto (6-1), tra lampi di classe e sbracciate. «Non è stato il miglior match della mia carriera, ma ci siamo andati vicino» dice Fabio, che oggi chiuderà il programma col croato Borna Coric (13). Ad aprire la giornata Sonego, che da Torino ha fatto arrivare e godere amici e parenti che hanno affollato, colorato e alzato i decibel sul Campo del Principi, dove il n.98 del mondo ha scalato un altro gradino verso i vertici delle classifiche (è già 66), grazie a un altro match di aggressione solida contro Cameron Norie, il britannico n.53 del mondo. Un’altra cartolina dalla Mole, che ormai (il Governo ha aggiustato il decreto che finanzia l’operazione con 78 milioni di euro, rendendoli disponibili subito come chiesto) aspetta solo l’annuncio dell’assegnazione delle Atp Finals 2021-2025. «Devo ringraziare i miei amici di Torino per essere venuti a tifare per me, il mio team e tutti coloro che mi stanno vicino. In questi match sto facendo esperienza» dice Lorenzo senza alzare la cresta. Dusan Lajovic permettendo. ll serbo numero (48 Atp) ieri è stato la sorpresa della giornata con un doppio 6-3 all’austriaco Thiem, che sulla terra vale più del 5 che la classifica mondiale gli assegna.

Vittorie pesanti con vista sul futuro (Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello Sport)

Ero stato facile profeta a prevedere che Fognini e Sonego potessero regalarci un pomeriggio esaltante, a cui è mancato solo l’acuto di Cecchinato per una tripletta che sarebbe stata storica. Immaginavo che una partita sporca, portata dalla sua parte con il cuore, come la vittoria su Rublev nel primo turno, potesse accendere una fiammella nella stagione fin qui sottotono di Fabio. Davanti aveva uno Zverev in un momento di flessione, con la fiducia sotto i tacchi, ma che resta il terzo giocatore del mondo e ha una pesantezza di colpi che può sempre girare il match. Però Fognini questa volta è rimasto concentrato, anche nel parare il servizio dell’avversario e negli scambi prolungati è sempre riuscito a comandare costringendo l’avversario ben oltre la riga di fondo. Speriamo sia solo l’inizio di un cambio di direzione dopo un avvio di stagione avaro di soddisfazioni, determinato in misura preponderante dalla testa. Dobbiamo salutare con soddisfazione anche l’approdo ai quarti di Lorenzo Sonego, che aveva un avversario alla portata e ha fatto valere il momento magico e la maggior abitudine alle partite sulla terra. Una partita condotta senza problemi e controllata con il suo ormai tradizionale asse servizio-dritto. Sicuramente un tabellone morbido ha aiutato Lorenzo a raggiungere un risultato magari inatteso, ma queste vittorie sono fondamentali per costruire autostima e innestare massicce doti di fiducia su un gioco comunque già con ottimi fondamentali.

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Rassegna stampa

Cecchinato e Sonego agli ottavi. A Montecarlo ko Wawrinka e Khachanov (Vidovich). Sonego e Cecchinato, i guerrieri della terra (Crivelli). Ceck e Sonego, che spettacolo (Semeraro). Sonego, un trionfo granata (Pasini)

La rassegna stampa di mercoledì 17 aprile 2019

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Cecchinato e Sonego agli ottavi. A Montecarlo ko Wawrinka e Khachanov (Ilvio Vidovich, La Nazione)

In Italia non siamo abituati a tennisti che servano aces e servizi vincenti, che non subiscano ripetuti break. Volandri, Fognini, Lorenzi, Caratti, Furlan… l’elenco sarebbe lungo. Ma finalmente eccone uno diverso. Lorenzo Sonego, 23 anni, n. 96 Atp, aiutato dai 191 cm d’altezza ma anche da una tecnica sopraffina sia in battuta sia in smorzata oltre che da una bella testa, dopo aver battuto Seppi senza concedere una palla break (76 64) si è ripetuto —15 discese a rete vincenti su 15 — con l’identico punteggio contro il russo Khachanov, n.12 Atp e testa di serie n. 8. Khachanov è un anno più giovane di Sonego. Lo scorso anno a novembre aveva vinto il suo primo Masters 1000 a Bercy. L’ultimo azzurro nei quarti qui fu Fognini (oggi alle prese con il francese Simon) nel 2013. Fabio raggiunse le semifinali. Cecchinato, persi i primi 8 game di fila, ha rimontato e sconfitto Wawrinka (06 75 63) che aveva servito sul 5-4 nel secondo.

 

Sonego e Cecchinato, i guerrieri della terra (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Cuore da combattente immortale e spavalderia da guerriero nordico. Grazie Marco, grazie Lorenzo: e non si dica che gli italiani, quando la lotta scotta, perdono l’orientamento, perché risalire da 0-6 0-2 con una eliminazione quasi sicura, come riesce a un indomabile Cecchinato, oppure affibbiare una lezione strategica e tecnica al numero 12 del mondo partendo dalle qualificazioni, come succede a un maturatissimo Sonego, è segno di talento enorme e di una qualità che non si insegna, il coraggio. Altrimenti non emergi dall’abisso in cui ti avevano cacciato le bordate di un Wawrinka old style, pesantissimo di braccio mentre il Ceck rema a due metri dalla riga di fondo, con il servizio che viaggia attorno al 40% di prime e il dritto che non punge. Una tragedia. In trenta minuti, lo svizzero è avanti otto game a zero e padrone assoluto della scena. Eppure, dove non arriva il gioco, Cecchinato compensa con una dote innata la capacità di non uscire mai dal match, di starci attaccato sempre con le ultime stille di energia e volontà fino a quando il destino cambia. E allora, basta conquistare finalmente il primo game, quello del 2-1 del secondo set, per rimettere fuori la testa e ricominciare dalle basi: ritrovato il servizio, almeno si rendono più complicati i game in cui lo svizzero deve rispondere, attendendo il primo varco un cui infilarsi quando alla battuta c’è l’altro. E il varco arriva quando Stan si alza dalla sedia per chiudere, sul 5-4. Un paio di risposte brucianti del numero uno italiano, un paio di errori banali di Stan e una partita morta resuscita. Il pubblico lo capisce e diventa l’amico fidato di Ceck, che ricomincia a martellare con il dritto l’ormai stranito rivale, fino all’apoteosi con la racchetta battuta con forza sul cuore. Una lezione memorabile, che replica la benedizione impartita da Sonego a Khachanov, il russo dal servizio e dai colpi a rimbalzo bionici sorpreso dalla lucidità di quell’italiano allampanato che serve più veloce di lui, si muove meglio e lo insidia con imprendibili palle corte e il dritto a sventaglio (15 vincenti). Lorenzo si è presentato a Montecarlo sabato mattina catapultato dall’aereo che lo aveva raccolto a Marrakech la sera prima dopo la sconfitta nei quarti con Tsonga: e sabato pomeriggio alle quattro ha giocato il primo match delle qualificazioni. Un supereroe magari timido, ma di intelligenza tennistica superiore, come dimostrano i 15 punti su 15 ottenuti a rete, perché contro i bombardieri non devi aspettare, ma devi anticiparli per non farti sommergere. Malgrado i quasi 24 anni (li farà a maggio), è la prima vittoria contro un top 20, perché la maturazione sta arrivando per gradi. Lo sapeva coach Gipo Arbino: bisognava lavorare sul fisico e sul rovescio e non avere fretta. Voleva costruirsi una classifica per evitare le qualificazioni al Roland Garros, adesso è già numero 74 e chissà dove si fermerà.

Ceck e Sonego, che spettacolo (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Montecarlo, l’Italia entra in rovesciata negli ottavi. A Lorenzo Sonego e Marco Cecchinato ieri sul centrale è riuscito un doppio dbaltone. Ceck, da testa di serie n 11, ha rimesso in piedi un match che pareva già finito contro Stan Wawrinka, oggi n 36 e ancora in cerca della vera forma dopo il doppio intervento al ginocchio di due anni fa. In bacheca Stan ha pur sempre tre tornei dello Slam, Roland Garros compreso, ed è stato 3 del mondo. Così quando si è ritrovato a servire per il match sul 6-0 5-4, dopo aver sommerso di mazzate l’azzurro per un set e mezzo, pareva finita. Ma Cecchinato è uno che sa rinascere attraversando il fuoco. Una incertezza dello svizzero e il Ceck si è rifatto sotto. Gli ha scippato il secondo set, ha salvato 4 palle break a inizio del terzo, poi ha raccolto i resti, fisici e mentali, dell’avversario. Poi via a preparare il match contro Guido Pella, n.35 Atp, vincitore a sorpresa su Marin Cilic. Il palermitano ha già battuto tre volte su quattro l’argentino. In attesa che le finali Alp finiscano a Torino, da Torino arriva il giocatore che ha distrutto in due set (7-6 6-4) il tennis da troll di Karen Khachanov, n. 12 del mondo. Il russo già pregustava l’ingresso in top 10, invece a ottenere il best ranking da lunedì sarà Sonego, oggi n 96 e già sicuro di arrivare almeno al numero 74. Sono i primi ottavi Atp in carriera per Lorenzo in un Masters 1000 e la prima vittoria su un top-20, ed è un sogno che si prolunga. Il suo prossimo avversario uscirà dal match fra l’ungherese Marton Fucsovics (n.37) e l’inglese Cameron Norrie (56). «Dopo il viaggio infinito da Marrakech non mi aspettavo di giocare un torneo così buono. Oggi ho capito sin dall’inizio che il match era duro, ma non impossibile. Poi si vive per vincere partite così, con il pubblico che ti spinge». Contro Seppi ,Sonego aveva servito il 91 % di prime palle, ieri ha ottenuto 15 punti su 15 a rete. «Lorenzo ha il carattere giusto, non si fa spaventare» dice coach Gipo Arbino. «Quando siamo arrivati gli ho detto. `hai dormito solo tre ore? Che sarà mai, vai in campo e dai tutto’». Adesso riprovaci, Italia: oggi tocca a Fognini contro Simon.

Sonego, un trionfo granata (Giorgio Pasini, Tuttosport)

Il cuore. Quello granata di Lorenzo Sonego, che per la prima volta batte un top. 20 del mondo e approda agli ottavi in un Masters 1000. Quello da chi quel livello l’ha già raggiunto come Marco Cecchinato, che quando su Montecarlo sta per scendere il buio acciuffa per i capelli il match contro un fino allora ingiocabile Stan Wawrinka, poi lo batte in rimonta (0-6 7-5 6-3). L’impresa del giorno però è di Sonego, che contro il più giovane (23 anni il torinese, 22 il moscovita) ma decisamente più avanti in classifica (12 del mondo contro 96) Karen Khachanov, gioca un match di coraggio in continua spinta, senza paura dei colpi pesanti del russo. Sull’onda di una settimana interminabile di emozioni Lorenzo Sonego. 23 anni, per la prima volta vincente su top 20 e avanti in un Masters 1000, Lorenzo carica il dritto. E fa male: 15 vincenti, come per altro i punti a rete con un 100% che fa impressione. Risultato? Primo set conquistato con decisione al tie-break (a 4), partita chiusa (6-4) al primo match point gestendo anche lo stop medico richiesto dal russo sul 5-3 per chiamare il fisioterapista. Finisce con l’allievo di Gipo Arbino a urlare tutta la sua gioia. Sonego ora aspetta (giocherà domani) il vincente tra l’ungherese Marton Fucsovics (n.37) e il britannico Cameron Norrie (56). In serata sul centrale Cecchinato prima viene traumatizzato da Wawrinka (8 game di fila, 32 punti a 12), quindi quando tutto sembrava perduto (0-6 4-5 con l’avversario al servizio) viene aiutato dai primi due errori dello svizzero, lo breakka e sorprende per il 7-5. Quindi porta a casa un infinito primo game del terzo set, cancellando quattro palle break, e resta aggrappato al match, salendo di ritmo ed efficacia, mentre il buon Stan pagava fretta e stanchezza. Ora Ceck agli ottavi trova l’argentino Guido Pella (n.35), battuto tre volte su quattro. Il terzo azzurro agli ottavi potrebbe essere Fabio Fognini, che oggi affronta il padrone di casa Gilles Simon.

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Rassegna stampa

Fognini più forte dei guai: “Tiro fino a Parigi, poi…” (Crivelli). A Sonego il derby azzurro. Cuore Fognini (Guidobaldi)

La rassegna stampa di martedì 16 aprile 2019

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Fognini più forte dei guai: “Tiro fino a Parigi, poi…” (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

Il veterano che soffre, l’ambizioso che spinge, il leoncino che sale. Un trio da spaghetti western illumina il Principato: d’altronde non è questo il torneo des italiens? E se ci sono vittorie che vanno oltre il significato di un semplice 1° turno passato, quella di Fognini si iscrive alla categoria, segnando forse l’attesa svolta di una stagione tribolata. Dopo 16 game di un’altra prestazione scialba e frustrante, con 19 errori gratuiti solo nel primo set, Fabio è praticamente fuori dal torneo: il russo Rublev si guadagna cinque palle break per il 5-1 del secondo set che chiuderebbe il conto e manderebbe il nostro all’inferno dei dubbi. E invece, tra un paio di regali altrui e qualche provvidenziale magia (tipo un ace di seconda), Fogna scampa il pericolo e poi nel terzo domina, prendendosi ossigeno vitale: «Non mi importa come è arrivato, ho anche avuto fortuna (lui usa una parola con la c, n.d.r.), però è un successo fondamentale. Perché non sono in fiducia, soffro per i risultati che non arrivano e alla mia età faccio più fatica a accettarlo». Pensi alla testa, e invece i guai arrivano dal fisico: «Ho un dolore al gomito destro che non guarisce, ma non è quello a preoccuparmi: con la caviglia sono indietro, è peggiorata. La decisione l’ho presa, non è ancora tempo di rivelarla: comunque tiro fino a Parigi con la speranza di imbroccare la settimana giusta, perché in allenamento ho buone sensazioni». A Fognini arrivano indirettamente i complimenti di Cecchinato, avanti senza problemi grazie al ritiro di Dzumhur (muscoli addominali): «Essere il numero uno italiano è il sogno di bambino che si realizza e una bella responsabilità: ma Fabio è appena due posizioni dietro e una carriera eccezionale». Il Ceck iniziò proprio a Montecarlo un anno fa l’ascesa al cielo, ma il vestito di specialista solo della terra gli va stretto: «Sono un giocatore completo. E sarebbe il momento di esaltare l’Italia che ha 20 tennisti tra i primi 200». Vero. E allora applausi a Sonego, che vince il derby con Seppi senza concedere palle break […].

 

Montecarlo, a Sonego il derby azzurro. Cuore Fognini (Laura Guidobaldi, Giorno-Carlino-Nazione Sport)

Comincia sul serio nel Principato con il primo dei tre Masters 1000 sulla terra (Montecarlo, Madrid e Roma) che precedono la tappa finale del Roland Garros la grande stagione sulla terra battuta. Manca solo Federer. Rafa Nadal, n.2 Atp, è il favorito d’obbligo sui campi rossi. Qui nel magnifico Country Club ha vinto 11 volte, come a Parigi, ma le sue ginocchia hanno scricchiolato a Indian Wells dove si era ritirato. Novak Djokovic, n.1 del mondo e vittorioso nel primo Slam dell’anno (in Australia), ma poi battuto malamente a Indian Wells (da Kohlschreiber che riaffronterà oggi) e Miami (da Bautista Agut che sarà domani l’avversario di Nadal), non fa misteri di quello che sarebbe il suo match da sogno: «Cosa sognare di meglio che vincere il Roland Garros e battere Nadal in finale? Nessuno l’ha mai fatto». Nadal, entusiasta per la resurrezione del suo idolo Tiger Woods campione a Augusta, non sogna altro che di star bene, dopo un anno mezzo in cui «ogni tre settimane ho avuto un problema fisico… Ma mio zio Tony ha sbagliato e si è scusato per aver dichiarato che non sono un tennista ma un ‘malato che gioca a tennis’. Chi parla tanto spesso sbaglia». Ieri intanto per gli italiani un tris di vittorie. Tutte assai diverse. Quella di Fognini, tanto per cambiare, la più folle: il tennista di Arma di Taggia perdeva 6-4, 4-1 con 5 palle break per il 5-1 per il giovane russo Rublev n.90 ATP (ma best ranking 31) che se ne è mangiate due probabilmente decisive prima che Fognini — sotto gli occhi della moglie Flavia e di Barazzutti — facesse un ace con la seconda palla e rovesciasse l’andamento del match (46 75 64) in modo incredibile. «Ci vuole anche un po’ di c…» è stato il commento del ligure. Quest’anno non ne aveva azzeccata una. Cecchinato invece ha approfittato sul 4-0 del ritiro di Dzumhur. Stasera ha Wawrinka. Lorenzo Sonego, vincendo il derby con Seppi, 76 64 senza concedergli neppure una palla break, si è garantito il posto sicuro al Roland Garros. «Era il mio obiettivo».

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