Djokovic torna vero: il tennis si gode l’età dell’oro (Clerici, Piccardi, Semeraro, Azzolini, Lombardo)

Djokovic torna vero: il tennis si gode l’età dell’oro (Clerici, Piccardi, Semeraro, Azzolini, Lombardo)

Djokovic torna vero il tennis si gode l’età dell’oro (Gianni Clerici, Repubblica)

Ha vinto Djokovic, come avevo pensato. Non l’ho scritto perché son stato sommerso dalla scemeggiata di Serena, trovandomi d’accordo con la mia amica Emanuela Audisio, e con altri più o meno illustri commentatori che hanno ritenuto, come me, che non si trattasse di una colluttazione verbale sessista di Serena con l’arbitro Ramos. Ha vinto Djokovic, dicevo, e non poteva andare diversamente, ammenoché non fosse guarito il suo avambraccio, e non si fossero risolte le crisi psicologiche che l’avevano perseguitato durante un anno. Si è visto che tra un tennista a tutto campo, e uno che possiede tutti i colpi vincenti fuorché il rovescio, non può che vincere nove volte su dieci il primo. Che poi il match sia stato tanto emotivo da suscitare le lacrime dei due tennisti, quasi fossero reduci di guerra, è un eccesso commovente. Ha detto Delpo, in conferenza stampa: «Per essere sincero, ho pianto sino adesso. Ma Novak meritava di vincere. Io ho avuto le mie opportunità nel secondo e nel terzo set. Ma ero costretto a giocare ai miei limiti ogni volta, perché Nole era su tutte le palle». Vediamo un pochino dove, secondo Delpo, erano giunte le sue opportunità cancellate, dopo il 3-6 del primo set. Nel secondo si trova sì avanti 6-5, ma è costretto al tie-break con un 40-0. Lì sale 3 punti a 1, ma sbaglia facile un diritto, subisce il 3 pari causa smash, poi risale a 4 pari, sbaglia altri due diritti per il 4-6, e infine, con l’ultimo di 3 diritti errati, perde il set. Mia osservazione. Nole l’ha costretto a forzare troppo il diritto. Ma veniamo al terzo e ultimo set di un ottimo match di 3 ore e 16 minuti. Da 1-3 Delpo risale a 3 pari, per poi subire il 6-3 con un 40-30, un 15-40, e un 40-30 nei 3 games finali. Non vedo, onestamente, quali siano le occasioni perdute, se Juan Martin negli ultimi tre punti del match ha sbagliato 3 diritti 3, il colpo che, assieme al servizio, stimava lo portasse alla vittoria. Mi spinge all’ammirazione il suo ritorno al tennis, dopo che aveva vinto 9 anni fa, più di questa partita e delle sue lacrime. Non vorrei che le mie considerazioni venissero scambiate per cinismo o insensibilità. Una vittoria di Juan Martin Del Potro mi avrebbe fatto piacere. Ma era più forte Djokovic, che così ha raggiunto Pete Sampras a 14 titoli di Slam. Davanti ha solo Federer e Nadal.

 

Il paradosso del Djoker. Eterno terzo dietro Nadal e Federer (Gaia Piccardi, Corriere della sera)

Adesso che Novak Djokovic ha raggiunto l’idolo d’infanzia Pete Sampras a quota 14 Slam (quando Pete si congedava dal tennis con l’ultimo urrah a New York il record pareva difficilmente battibile: era il 2002, pare un’era geologica precedente), il conto alla rovescia può cominciare. Quanto impiegherà un 31enne fisicamente integro (e con pochissimo tennis giocato nel contachilometri nelle ultime due stagioni) ad agganciare un 32enne spremuto come un limone (Nadal) e l’anziano inventore del tennis (Federer), che a Wimbledon e all’Us Open ha dimostrato — improvvisamente e impietosamente — tutti i suoi 37 anni? A sentire Marian Vajda, coach del Djoker ritrovato, poco: «14 è solo un numero. Roger e Rafa non sono più così lontani. Io ho la sensazione che Novak li raggiungerà». Ma il paradosso del Djoker è in agguato: rimanere l’eterno terzo, quello che arriva dopo la musica, quando gli amici se ne sono andati. Eternizzato dallo stile e dal carisma, Federer è destinato a rimanere il più grande di ogni tempo, il tennista che ha fatto tutto prima di tutti: i 6 Australian Open, gli 8 Wimbledon, i 5 Open Usa, e pazienza per quell’unico sudatissimo Roland Garros, il peccato veniale che chiunque è disposto a perdonargli. Nadal è il rivale naturale, l’alter ego venuto al mondo apposta, l’opposto che viene attratto dalle leggi della natura: Rafa sta a Roger come l’atomo di ossigeno ai due atomi di idrogeno nella formula dell’acqua. E poi c’è lui, il Djoker, un passista inseguitore nato fuori tempo massimo... [SEGUE]. «Senza Federer e Nadal non sarei chi sono diventato» ha ammesso il Djoker commosso. Ed è proprio questo il punto: Federer e Nadal lo sarebbero comunque, a prescindere da lui.


Djokovic: “Ho ritrovato energia sulla montagna di Picasso” (Stefano Semeraro, Stampa)

Dov’era la vittoria perduta? Per Novak Djokovic, che domenica si è preso per la terza volta gli Us Open spegnendo in tre set (6-3 7-6 6-3) la fiaba latina di Juan Martin Del Potro, era in cima ad un montagna. Non una qualsiasi, però, ma proprio quella, omonima del sogno: la montagna Sainte Victoire, in Provenza. Amata ipnoticamente da Cezanne e Kandisky, che l’hanno dipinta sotto ogni luce e in ogni ora del giorno. Da Picasso, che per anni ci ha abitato ai piedi… [SEGUE]. «La sconfitta contro Cecchinato nei quarti al Roland Garros mi ha fatto riflettere su tante cose», ha spiegato Nole, che da ieri è di nuovo n. 3 del mondo, alle spalle di un Federer pieno di dubbi e di un Nadal pieno di dolori. «A Roma avevo giocato bene, in quel match invece mi sono lasciato andare. Avevo bisogno di disconnettermi da tutto, così con mia moglie siamo andati cinque giorni in Francia. Jelena è in forma perfetta, un giorno abbiamo scalato il Sainte Victore in appena tre ore. Ci siamo seduti in cima, abbiamo guardato il mondo da quella prospettiva. Ho pensato al tennis, alle emozioni che mi trasmette, e mi è sembrato di respirare aria nuova, ho sentito un’ondata di energia. I risultati sono una conseguenza di quel momento. Sono rifiorito»[SEGUE]. Difficile comunque smentire la perfetta sceneggiatura del Djoker, che ridisceso dalla montagna dopo due anni tribolatissimi fisicamente ed esistenzialmente – l’operazione al gomito, le crepe nel privato, il distacco e poi la riunione con lo storico coach Vajda… – ha ritrovato la terra promessa. Vittoria a Wimbledon, a Cincinnati con tanto di «Golden Masters», e a Flushing Meadows dove ha raggiunto anche Pete Sampras per numero di Slam vinti, 14. Ora solo Federer a 20 e Nadal a 17 gli stanno davanti. «Sampras era il mio idolo di bambino, è stato guardando lui in tv che ho iniziato ad amare il tennis, averlo raggiunto significa tantissimo». L’abbraccio empatico y final con Delpo, l’altro martire risanato del tennis a cui ha scippato vittoria e posto in classifica («Alzerà di nuovo questa coppa anche lui, gliel’ho detto»), ha chiuso un capitolo e ne ha aperto un altro. «Dieci anni fa pensavo di essere sfortunato a vivere nella stessa epoca di Federer e Nadal, ora capisco che sono diventato quello che sono anche grazie a loro. Che glielo devo… [SEGUE].


Il ritorno del tiranno (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Magrissimo, non più del tre per cento di massa grassa nel codice a barre da vegano di origine controllata, Nole ha ormai gli occhi spiritati di un’acciuga incredula. In due mesi (poco più) Novak Djokovic si è ripreso il tennis, approfittando delle gentili concessioni elargite da Nadal e Federer, che ancora, forse non per molto, gli stanno sopra in classifica. Del resto, avevano fatto lo stesso con lui, che per due anni si è ritrovato ai margini del tennis che conta. Ora è tornato a battere cassa, vorace come prima e sospinto da un vento carico di buona sorte e rinnovata volontà di recitare da numero uno. La vittoria agli Us Open sembra propedeutica a un suo ritorno al vertice: ha davanti a sé un finale di stagione senza punti da restituire, mentre Nadal dovrà difendersi nei tornei che ama meno (sul sintetico) e Federer sbrigarsi a tornare competitivo, se non vorrà finire in coda al gruppo. La finale dei “revenants” non ha garantito le emozioni che il popolo del tennis cercava nell’ultimo Slam di stagione… [SEGUE]. Così, dai propositi di farsi da parte annunciati dopo un Roland Garros che lo aveva visto rimbambito dalle smorzate di Cecchinato, Nole ha imboccato la strada del ritorno: ha vinto Wimbledon battendo Nadal in una semifinale che Rafa ancora si chiede come sia stato possibile perderla, ha annesso Cincinnati e il Career Golden Masters (il titolo che va a chi ha vinto almeno una volta tutti i Masters 1000) in una finale che Federer ha giocato nel modo più dissennato possibile, e si è impadronito degli Us Open in cui Nadal è uscito per infortunio e Federer per soffocamento da mancanza di aria condizionata (problema che l’organizzazione ha cercato di correggere, ma dopo). E ora, al n. 3, ha la strada spianata di fronte a sé. Il dominio di Nole il tennis lo ha già conosciuto ed è stato uno dei più tirannici di questi 50 anni di tennis Open per i risultati raggiunti così come uno tra i meno generosi per le emozioni che ha saputo dare, ma al di là di queste considerazioni che inevitabilmente tirano in ballo lo stile di gioco del serbo, supremo ribattitore e noiosissimo intrattenitore, va ammirata la forza con cui Djokovic ha rimesso a posto il suo tennis e la sua vita. Il ritorno alla vittoria celebra, in fondo, una vittoria più grande, quella che il serbo si è preso con se stesso. Ha preso in mano i suoi tormenti e le sue colpe, li ha osservati da vicino, li ha affrontati con coraggio. È stato costretto a chiedersi se il suo tennis si fosse irrimediabilmente sbriciolato, ha vissuto di dubbi, ha fatto piazza pulita dei molti che gli stavano intorno, come quel Pepe Ymaz, guru del “volemose bene” cosmico. Ha capito che il malessere non era nella racchetta, o nel corpo, ma nei pensieri, e se n’è tirato fuori. Il nuovo Nole è ripartito da una rivisitazione di se stesso che pochi hanno saputo condurre fino in fondo come lui.


Djokovic è tornato inarrestabile. E il merito è (anche) di Cecchinato (Marco Lombardo, Giornale)

E adesso chi glielo spiega agli altri che è tutta colpa di un italiano? «È successo tutto il giorno della sconfitta con Cecchinato a Parigi: ero deluso perché sentivo che stavo tornando al mio livello. Così ho deciso di staccare qualche giorno, e…». Appunto: e… Se Novak Djokovic è arrivato a vincere gli Us Open, a raggiungere Sampras a quota 14 negli Slam, a sembrare di nuovo il RoboNole che era prima dell’infortunio al gomito, lo deve a quella sconfitta e al viaggio dentro se stesso fatto nei giorni seguenti. Con la moglie Jelena è partito per fare trekking sul monte Victoire in Francia: arrivato in cima si è seduto a respirare e ha visto il suo nuovo orizzonte. «Davvero: devo molto a mia moglie e a quel viaggio: 5 giorni da soli per ritrovare me stesso e osservare il mondo da un’altra prospettiva, per trovare nuova ispirazione, nuove motivazioni. Ho pensato al tennis, alle emozioni che esso provoca in me. È stato molto positivo, avevo la sensazione di respirare di nuovo questo sport: dopo è cambiato tutto». O meglio dopo è tornato tutto indietro, al Novak Djokovic dominatore del circuito e impossibile da far stancare e superare: ci ha provato Del Potro nella finale (finita 6-3, 7-6, 6-3) di domenica, ma neanche la sua curva scatenata ha potuto nulla davanti alla resistenza implacabile del serbo. «La cosa buffa è che i tifosi argentini cantavano ole, ole, ole per incitare Juan Martin, ma io capivo Nole, Nole, Nole. E mi caricavo ancor di più». Tutta colpa di Cecchinato, insomma, che ha fatto scattare la molla che di solito i campioni hanno dentro. Tutta colpa per modo di dire s’intende, perché più di una sconfitta conta che Djokovic abbiamo rimesso a posto il puzzle dei suoi pensieri, ritrovando nel suo angolo lo storico coach Marian Vajda che probabilmente ha la pozione giusta per far esplodere la sua magia. Ora la domanda torna ad essere quella di qualche tempo fa: con un Federer un po’ spento, un Nadal infortunato e una nuova generazione ancora troppo acerba, chi può fermarlo? La risposta è difficile, perché il nuovo Novak (da ieri risalito al numero 3 del mondo) sembra in realtà seppure peggio di quello vecchio.. [SEGUE]. E il futuro, a questo punto, pare ancora meglio.


New York Naomi (Massimo Lopes Pegna, Gazzetta dello Sport)

La sceneggiata di Serena le ha rovinato la festa. Invece di esultare, Naomi piangeva. In mano il trofeo del suo primo Slam ad appena 20 anni e molta tristezza. Lo stadio fischiava e lei sussurrava davanti a telecamere e microfoni impietosi: «Sorry, mi dispiace: so che tutti tifavate per lei». Ci sarebbe andata anche lei in tribuna a fischiare se non fosse stata in campo, perché Serena è il suo idolo. In terza elementare aveva svolto un tema: «L’avevo disegnata e colorata. E avevo scritto “Voglio essere come lei”. Lo conservo a casa in una cartellina». Ma questa è la sua forza. Non solo un tennis potente e intelligente, pure una testa capace di bloccare qualsiasi emozione. Confidava: «Fino al riscaldamento, ero tesissima. Poi, dopo il primo servizio, dall’altra parte c’era solo un’avversaria qualunque». Serena l’aveva ispirata per superare Madison Keys in semifinale: «Se mi sono salvata da 13 palle break lo devo a lei: volevo affrontarla ad ogni costo». E Serena ricorreva spesso nei suoi sogni: «Fantasticavo di giocare una finale del Grande Slam con lei. Come andava a finire? Non sogni di perdere». Quel desiderio era stato esaudito una prima volta a marzo, quando aveva affrontato il suo mito a Miami: lo batté in due set. Ma era il primo turno e Serena era all’inizio del suo ritorno dalla gravidanza e stava ancora allattando. La consapevolezza di poter emergere era nata proprio su quel caldo cemento della Florida. Anzi. La rincorsa alle top 10 (da ieri è 7°), da n°68 (la sua posizione a gennaio), era cominciata la settimana prima con lo straordinario successo a Indian Wells. Via Twitter le sono arrivate le congratulazioni del presidente giapponese, Abe Shinzo, perché Naomi è la prima nipponica (uomo e donna) a conquistare un Major. Anche se Osaka è un prodotto made in Usa, perché è nata a Osaka, ma dall’età di tre anni è cresciuta in Florida. Però ha un Dna misto. Suo papà Leonard «San» Francois è originario di Haiti, ha studiato alla New York University, e dopo la laurea si è trasferito in Giappone, dove ha conosciuto mamma Tamaki, educata in una famiglia tradizionale. Un amore proibito e per questo da dieci anni non ci sono rapporti con i nonni materni. «Perché mi chiamo Osaka? Perché tutti i cittadini di Osaka si chiamano così», scherzava simpaticamente Naomi. Ha preso il nome della mamma per motivi pratici e per mantenere un segno d’identità del suo Paese di provenienza (ha doppia cittadinanza, anche Usa), ma alle domande in giapponese risponde sempre in inglese. La sua gioia dopo aver battuto Serena l’ha espressa avvinghiando mamma in una stretta commovente. E papà? «Ah lui c’è, ma durante i match nessuno sa dove vada. Girovaga da qualche parte nelle vicinanze: troppo nervoso per guardare». È un piccolo dettaglio che l’accomuna a Serena: papà Richard spesso preferiva disertare i match delle figlie. L’altro è la sorella Mari, maggiore di 18 mesi, tennista anche lei, ma non con lo stesso talento: attualmente è n°344. Racconta Naomi: «So che senza di lei non sarei qui, non avrei avuto voglia di allenarmi. Rivalità? Fino a 15 anni perdevo sempre 6-0, poi un giorno ho vinto 6-2 e le cose sono cambiate»[SEGUE].

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