Djokovic torna vero: il tennis si gode l'età dell'oro (Clerici, Piccardi, Semeraro, Azzolini, Lombardo)

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Djokovic torna vero: il tennis si gode l’età dell’oro (Clerici, Piccardi, Semeraro, Azzolini, Lombardo)

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Djokovic torna vero il tennis si gode l’età dell’oro (Gianni Clerici, Repubblica)

Ha vinto Djokovic, come avevo pensato. Non l’ho scritto perché son stato sommerso dalla scemeggiata di Serena, trovandomi d’accordo con la mia amica Emanuela Audisio, e con altri più o meno illustri commentatori che hanno ritenuto, come me, che non si trattasse di una colluttazione verbale sessista di Serena con l’arbitro Ramos. Ha vinto Djokovic, dicevo, e non poteva andare diversamente, ammenoché non fosse guarito il suo avambraccio, e non si fossero risolte le crisi psicologiche che l’avevano perseguitato durante un anno. Si è visto che tra un tennista a tutto campo, e uno che possiede tutti i colpi vincenti fuorché il rovescio, non può che vincere nove volte su dieci il primo. Che poi il match sia stato tanto emotivo da suscitare le lacrime dei due tennisti, quasi fossero reduci di guerra, è un eccesso commovente. Ha detto Delpo, in conferenza stampa: «Per essere sincero, ho pianto sino adesso. Ma Novak meritava di vincere. Io ho avuto le mie opportunità nel secondo e nel terzo set. Ma ero costretto a giocare ai miei limiti ogni volta, perché Nole era su tutte le palle». Vediamo un pochino dove, secondo Delpo, erano giunte le sue opportunità cancellate, dopo il 3-6 del primo set. Nel secondo si trova sì avanti 6-5, ma è costretto al tie-break con un 40-0. Lì sale 3 punti a 1, ma sbaglia facile un diritto, subisce il 3 pari causa smash, poi risale a 4 pari, sbaglia altri due diritti per il 4-6, e infine, con l’ultimo di 3 diritti errati, perde il set. Mia osservazione. Nole l’ha costretto a forzare troppo il diritto. Ma veniamo al terzo e ultimo set di un ottimo match di 3 ore e 16 minuti. Da 1-3 Delpo risale a 3 pari, per poi subire il 6-3 con un 40-30, un 15-40, e un 40-30 nei 3 games finali. Non vedo, onestamente, quali siano le occasioni perdute, se Juan Martin negli ultimi tre punti del match ha sbagliato 3 diritti 3, il colpo che, assieme al servizio, stimava lo portasse alla vittoria. Mi spinge all’ammirazione il suo ritorno al tennis, dopo che aveva vinto 9 anni fa, più di questa partita e delle sue lacrime. Non vorrei che le mie considerazioni venissero scambiate per cinismo o insensibilità. Una vittoria di Juan Martin Del Potro mi avrebbe fatto piacere. Ma era più forte Djokovic, che così ha raggiunto Pete Sampras a 14 titoli di Slam. Davanti ha solo Federer e Nadal.


Il paradosso del Djoker. Eterno terzo dietro Nadal e Federer (Gaia Piccardi, Corriere della sera)

 

Adesso che Novak Djokovic ha raggiunto l’idolo d’infanzia Pete Sampras a quota 14 Slam (quando Pete si congedava dal tennis con l’ultimo urrah a New York il record pareva difficilmente battibile: era il 2002, pare un’era geologica precedente), il conto alla rovescia può cominciare. Quanto impiegherà un 31enne fisicamente integro (e con pochissimo tennis giocato nel contachilometri nelle ultime due stagioni) ad agganciare un 32enne spremuto come un limone (Nadal) e l’anziano inventore del tennis (Federer), che a Wimbledon e all’Us Open ha dimostrato — improvvisamente e impietosamente — tutti i suoi 37 anni? A sentire Marian Vajda, coach del Djoker ritrovato, poco: «14 è solo un numero. Roger e Rafa non sono più così lontani. Io ho la sensazione che Novak li raggiungerà». Ma il paradosso del Djoker è in agguato: rimanere l’eterno terzo, quello che arriva dopo la musica, quando gli amici se ne sono andati. Eternizzato dallo stile e dal carisma, Federer è destinato a rimanere il più grande di ogni tempo, il tennista che ha fatto tutto prima di tutti: i 6 Australian Open, gli 8 Wimbledon, i 5 Open Usa, e pazienza per quell’unico sudatissimo Roland Garros, il peccato veniale che chiunque è disposto a perdonargli. Nadal è il rivale naturale, l’alter ego venuto al mondo apposta, l’opposto che viene attratto dalle leggi della natura: Rafa sta a Roger come l’atomo di ossigeno ai due atomi di idrogeno nella formula dell’acqua. E poi c’è lui, il Djoker, un passista inseguitore nato fuori tempo massimo... [SEGUE]. «Senza Federer e Nadal non sarei chi sono diventato» ha ammesso il Djoker commosso. Ed è proprio questo il punto: Federer e Nadal lo sarebbero comunque, a prescindere da lui.


Djokovic: “Ho ritrovato energia sulla montagna di Picasso” (Stefano Semeraro, Stampa)

Dov’era la vittoria perduta? Per Novak Djokovic, che domenica si è preso per la terza volta gli Us Open spegnendo in tre set (6-3 7-6 6-3) la fiaba latina di Juan Martin Del Potro, era in cima ad un montagna. Non una qualsiasi, però, ma proprio quella, omonima del sogno: la montagna Sainte Victoire, in Provenza. Amata ipnoticamente da Cezanne e Kandisky, che l’hanno dipinta sotto ogni luce e in ogni ora del giorno. Da Picasso, che per anni ci ha abitato ai piedi… [SEGUE]. «La sconfitta contro Cecchinato nei quarti al Roland Garros mi ha fatto riflettere su tante cose», ha spiegato Nole, che da ieri è di nuovo n. 3 del mondo, alle spalle di un Federer pieno di dubbi e di un Nadal pieno di dolori. «A Roma avevo giocato bene, in quel match invece mi sono lasciato andare. Avevo bisogno di disconnettermi da tutto, così con mia moglie siamo andati cinque giorni in Francia. Jelena è in forma perfetta, un giorno abbiamo scalato il Sainte Victore in appena tre ore. Ci siamo seduti in cima, abbiamo guardato il mondo da quella prospettiva. Ho pensato al tennis, alle emozioni che mi trasmette, e mi è sembrato di respirare aria nuova, ho sentito un’ondata di energia. I risultati sono una conseguenza di quel momento. Sono rifiorito»[SEGUE]. Difficile comunque smentire la perfetta sceneggiatura del Djoker, che ridisceso dalla montagna dopo due anni tribolatissimi fisicamente ed esistenzialmente – l’operazione al gomito, le crepe nel privato, il distacco e poi la riunione con lo storico coach Vajda… – ha ritrovato la terra promessa. Vittoria a Wimbledon, a Cincinnati con tanto di «Golden Masters», e a Flushing Meadows dove ha raggiunto anche Pete Sampras per numero di Slam vinti, 14. Ora solo Federer a 20 e Nadal a 17 gli stanno davanti. «Sampras era il mio idolo di bambino, è stato guardando lui in tv che ho iniziato ad amare il tennis, averlo raggiunto significa tantissimo». L’abbraccio empatico y final con Delpo, l’altro martire risanato del tennis a cui ha scippato vittoria e posto in classifica («Alzerà di nuovo questa coppa anche lui, gliel’ho detto»), ha chiuso un capitolo e ne ha aperto un altro. «Dieci anni fa pensavo di essere sfortunato a vivere nella stessa epoca di Federer e Nadal, ora capisco che sono diventato quello che sono anche grazie a loro. Che glielo devo… [SEGUE].


Il ritorno del tiranno (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Magrissimo, non più del tre per cento di massa grassa nel codice a barre da vegano di origine controllata, Nole ha ormai gli occhi spiritati di un’acciuga incredula. In due mesi (poco più) Novak Djokovic si è ripreso il tennis, approfittando delle gentili concessioni elargite da Nadal e Federer, che ancora, forse non per molto, gli stanno sopra in classifica. Del resto, avevano fatto lo stesso con lui, che per due anni si è ritrovato ai margini del tennis che conta. Ora è tornato a battere cassa, vorace come prima e sospinto da un vento carico di buona sorte e rinnovata volontà di recitare da numero uno. La vittoria agli Us Open sembra propedeutica a un suo ritorno al vertice: ha davanti a sé un finale di stagione senza punti da restituire, mentre Nadal dovrà difendersi nei tornei che ama meno (sul sintetico) e Federer sbrigarsi a tornare competitivo, se non vorrà finire in coda al gruppo. La finale dei “revenants” non ha garantito le emozioni che il popolo del tennis cercava nell’ultimo Slam di stagione… [SEGUE]. Così, dai propositi di farsi da parte annunciati dopo un Roland Garros che lo aveva visto rimbambito dalle smorzate di Cecchinato, Nole ha imboccato la strada del ritorno: ha vinto Wimbledon battendo Nadal in una semifinale che Rafa ancora si chiede come sia stato possibile perderla, ha annesso Cincinnati e il Career Golden Masters (il titolo che va a chi ha vinto almeno una volta tutti i Masters 1000) in una finale che Federer ha giocato nel modo più dissennato possibile, e si è impadronito degli Us Open in cui Nadal è uscito per infortunio e Federer per soffocamento da mancanza di aria condizionata (problema che l’organizzazione ha cercato di correggere, ma dopo). E ora, al n. 3, ha la strada spianata di fronte a sé. Il dominio di Nole il tennis lo ha già conosciuto ed è stato uno dei più tirannici di questi 50 anni di tennis Open per i risultati raggiunti così come uno tra i meno generosi per le emozioni che ha saputo dare, ma al di là di queste considerazioni che inevitabilmente tirano in ballo lo stile di gioco del serbo, supremo ribattitore e noiosissimo intrattenitore, va ammirata la forza con cui Djokovic ha rimesso a posto il suo tennis e la sua vita. Il ritorno alla vittoria celebra, in fondo, una vittoria più grande, quella che il serbo si è preso con se stesso. Ha preso in mano i suoi tormenti e le sue colpe, li ha osservati da vicino, li ha affrontati con coraggio. È stato costretto a chiedersi se il suo tennis si fosse irrimediabilmente sbriciolato, ha vissuto di dubbi, ha fatto piazza pulita dei molti che gli stavano intorno, come quel Pepe Ymaz, guru del “volemose bene” cosmico. Ha capito che il malessere non era nella racchetta, o nel corpo, ma nei pensieri, e se n’è tirato fuori. Il nuovo Nole è ripartito da una rivisitazione di se stesso che pochi hanno saputo condurre fino in fondo come lui.


Djokovic è tornato inarrestabile. E il merito è (anche) di Cecchinato (Marco Lombardo, Giornale)

E adesso chi glielo spiega agli altri che è tutta colpa di un italiano? «È successo tutto il giorno della sconfitta con Cecchinato a Parigi: ero deluso perché sentivo che stavo tornando al mio livello. Così ho deciso di staccare qualche giorno, e…». Appunto: e… Se Novak Djokovic è arrivato a vincere gli Us Open, a raggiungere Sampras a quota 14 negli Slam, a sembrare di nuovo il RoboNole che era prima dell’infortunio al gomito, lo deve a quella sconfitta e al viaggio dentro se stesso fatto nei giorni seguenti. Con la moglie Jelena è partito per fare trekking sul monte Victoire in Francia: arrivato in cima si è seduto a respirare e ha visto il suo nuovo orizzonte. «Davvero: devo molto a mia moglie e a quel viaggio: 5 giorni da soli per ritrovare me stesso e osservare il mondo da un’altra prospettiva, per trovare nuova ispirazione, nuove motivazioni. Ho pensato al tennis, alle emozioni che esso provoca in me. È stato molto positivo, avevo la sensazione di respirare di nuovo questo sport: dopo è cambiato tutto». O meglio dopo è tornato tutto indietro, al Novak Djokovic dominatore del circuito e impossibile da far stancare e superare: ci ha provato Del Potro nella finale (finita 6-3, 7-6, 6-3) di domenica, ma neanche la sua curva scatenata ha potuto nulla davanti alla resistenza implacabile del serbo. «La cosa buffa è che i tifosi argentini cantavano ole, ole, ole per incitare Juan Martin, ma io capivo Nole, Nole, Nole. E mi caricavo ancor di più». Tutta colpa di Cecchinato, insomma, che ha fatto scattare la molla che di solito i campioni hanno dentro. Tutta colpa per modo di dire s’intende, perché più di una sconfitta conta che Djokovic abbiamo rimesso a posto il puzzle dei suoi pensieri, ritrovando nel suo angolo lo storico coach Marian Vajda che probabilmente ha la pozione giusta per far esplodere la sua magia. Ora la domanda torna ad essere quella di qualche tempo fa: con un Federer un po’ spento, un Nadal infortunato e una nuova generazione ancora troppo acerba, chi può fermarlo? La risposta è difficile, perché il nuovo Novak (da ieri risalito al numero 3 del mondo) sembra in realtà seppure peggio di quello vecchio.. [SEGUE]. E il futuro, a questo punto, pare ancora meglio.


New York Naomi (Massimo Lopes Pegna, Gazzetta dello Sport)

La sceneggiata di Serena le ha rovinato la festa. Invece di esultare, Naomi piangeva. In mano il trofeo del suo primo Slam ad appena 20 anni e molta tristezza. Lo stadio fischiava e lei sussurrava davanti a telecamere e microfoni impietosi: «Sorry, mi dispiace: so che tutti tifavate per lei». Ci sarebbe andata anche lei in tribuna a fischiare se non fosse stata in campo, perché Serena è il suo idolo. In terza elementare aveva svolto un tema: «L’avevo disegnata e colorata. E avevo scritto “Voglio essere come lei”. Lo conservo a casa in una cartellina». Ma questa è la sua forza. Non solo un tennis potente e intelligente, pure una testa capace di bloccare qualsiasi emozione. Confidava: «Fino al riscaldamento, ero tesissima. Poi, dopo il primo servizio, dall’altra parte c’era solo un’avversaria qualunque». Serena l’aveva ispirata per superare Madison Keys in semifinale: «Se mi sono salvata da 13 palle break lo devo a lei: volevo affrontarla ad ogni costo». E Serena ricorreva spesso nei suoi sogni: «Fantasticavo di giocare una finale del Grande Slam con lei. Come andava a finire? Non sogni di perdere». Quel desiderio era stato esaudito una prima volta a marzo, quando aveva affrontato il suo mito a Miami: lo batté in due set. Ma era il primo turno e Serena era all’inizio del suo ritorno dalla gravidanza e stava ancora allattando. La consapevolezza di poter emergere era nata proprio su quel caldo cemento della Florida. Anzi. La rincorsa alle top 10 (da ieri è 7°), da n°68 (la sua posizione a gennaio), era cominciata la settimana prima con lo straordinario successo a Indian Wells. Via Twitter le sono arrivate le congratulazioni del presidente giapponese, Abe Shinzo, perché Naomi è la prima nipponica (uomo e donna) a conquistare un Major. Anche se Osaka è un prodotto made in Usa, perché è nata a Osaka, ma dall’età di tre anni è cresciuta in Florida. Però ha un Dna misto. Suo papà Leonard «San» Francois è originario di Haiti, ha studiato alla New York University, e dopo la laurea si è trasferito in Giappone, dove ha conosciuto mamma Tamaki, educata in una famiglia tradizionale. Un amore proibito e per questo da dieci anni non ci sono rapporti con i nonni materni. «Perché mi chiamo Osaka? Perché tutti i cittadini di Osaka si chiamano così», scherzava simpaticamente Naomi. Ha preso il nome della mamma per motivi pratici e per mantenere un segno d’identità del suo Paese di provenienza (ha doppia cittadinanza, anche Usa), ma alle domande in giapponese risponde sempre in inglese. La sua gioia dopo aver battuto Serena l’ha espressa avvinghiando mamma in una stretta commovente. E papà? «Ah lui c’è, ma durante i match nessuno sa dove vada. Girovaga da qualche parte nelle vicinanze: troppo nervoso per guardare». È un piccolo dettaglio che l’accomuna a Serena: papà Richard spesso preferiva disertare i match delle figlie. L’altro è la sorella Mari, maggiore di 18 mesi, tennista anche lei, ma non con lo stesso talento: attualmente è n°344. Racconta Naomi: «So che senza di lei non sarei qui, non avrei avuto voglia di allenarmi. Rivalità? Fino a 15 anni perdevo sempre 6-0, poi un giorno ho vinto 6-2 e le cose sono cambiate»[SEGUE].

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Trionfa Medvedev (Crivelli). Da Djokovic a Federer. Big (quasi) pronti per gli USA (Mancuso). Crazy tennis (Clerici)

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Trionfa Medvedev. Settimana perfetta dell’Orso di Mosca (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

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La settimana perfetta di Medvevev si conclude come era da pronostico dopo che in semifinale aveva ribaltato il match con Djokovic da un set sotto e 0-30 sul 3-3 del secondo set: con un successo combattuto ma sostanzialmente mai in discussione su Goffin, che regala all’Orso russo (medved significa appunto orso nella lingua di Tolstoj) il primo sorriso in un Masters 1000 e soprattutto il numero 5 della classifica. Da oggi, Daniil è il più in alto della tanto celebrata Next Gen, di cui rappresenta l’archetipo contrario rispetto agli strombazzati Tsitsipas e Shapovalov: pochissima vita sui social, una moglie (Daria) già a carico e una straordinaria etica lavorativa, che lo ha portato a migliorare a grandi passi, soprattutto al servizio. Che a Cincinnati è stato l’arma letale, togliendolo sempre dagli impicci. Medvedev è il giocatore più caldo del momento (tre finali in tre settimane, finalmente si è tolto la scimmia dopo i k.o. di Washington e Montreal) e quello con più vittorie in stagione, 44.

 

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Tra le donne, vittoria della Keys, al primo Premier 5 in carriera.

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Avrebbe tutto per rimanere costantemente al top: un servizio che spacca e colpi molto pesanti da fondo, ma non è mai stata una tigre nei momenti caldi di una partita o di una stagione. È vero, ha giocato una finale Slam a New York nel 2017, ma è stata travolta dalla Stephens e comunque ci si immaginava che alla sua età (24 anni) si fosse già costruita un palmarès da star. Ecco dunque che il trionfo in Ohio ci consegna una giocatrice che finalmente è stata aggressiva quando si è scoperta spalle al muro: la Kuznetsova è stata in vantaggio 5-3 in entrambi i set, ma a quel punto Madison ha alzato l’intensità del gioco ed è uscita dal pantano con 13 ace e 45 vincenti. Chapeau.

Da Djokovic a Federer. Big (quasi) pronti per gli USA (Angelo Mancuso, Il Messaggero)

Attenuanti generiche. Dopo il ko in semifinale al Masters 1000 di Cincinnati, Djokovic si concentra sugli US Open: «Ho perso contro un avversario che ha giocato benissimo, sarò pronto per New York». Manca una settimana esatta all’ultimo Slam della stagione e il n.1 era al rientro dopo il trionfo a Wimbledon e con il riacutizzarsi del dolore al gomito destro: contro Medvedev ha dominato per un set e mezzo, poi la risposta migliore del pianeta si è inceppata e il talentuoso russo classe 1996 ha messo la freccia (3-6 6-3 6-3). Allarmanti le condizioni di Federer: probabilmente avrebbe avuto bisogno di qualche giorno in più per digerire la sbornia dei 2 match point falliti contro Djokovic nella finale dei Championships. King Roger nel caldo umido di Cincinnati è apparso lento e spaesato e ha incassato una brutta sconfitta già al 3° turno contro Rublev.

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Sempre in tema di Fab Three, Nadal si è chiamato fuori dalla mischia in Ohio dopo aver vinto però a Toronto. GOSSIP In attesa di rivederlo sul cemento degli US Open, gli appassionati di gossip conoscono la data delle nozze con Xisca Perello: la cerimonia si terrà sabato 19 ottobre a Pollensa (…).

Crazy tennis (Gianni Clerici, La Repubblica)

A Cincinnati — Ohio — il tennista australiano Nick Kyrgios, durante il suo match contro il russo Karen Khachanov, n. 9 in classifica, è stato multato di ben 113 mila dollari per otto infrazioni antisportive (…).

Non sorprenderà il lettore che abbia ammirato Kyrgios a Roma scagliare sul campo una sedia durante gli ultimi Internazionali, o me stesso, la prima volta che lo vidi in Australia (…). Fu quella volta, in cui trovò modo di prendersela soltanto con una bottiglietta, che il collega australiano che mi accompagnava mi fece notare quanto dovesse essere difficile il ruolo di “new australian”, come vengono definiti i conquistatori della nuova nazionalità. «Kyrgios — disse l’amico — non ha solo un papà greco, ma una mamma malese».

(…) Scrivo queste cose dopo una presentazione di un mio libretto, Il Tennis nell’Arte, del quale avrete letto forse, se abitate in Lombardia, una intervista di un altro innamorato del tennis, Carlo Annovazzi. (…) Parlando di Kyrgios, il collega mi domandò se nella mia lunga vita sui campi fossi stato testimone di qualche altra vicenda sconveniente, e mi venne in mente il nome, oltre che di McEnroe, di Cecchino Romanoni, che durante la guerra si era trasferito in Portogallo per evitare il servizio militare, era cocainomane e trasportava la droga in un foro praticato nel manico delle racchette di legno. Fu forse sotto l’effetto della cocaina che l’esaltazione della vittoria lo portò a un comportamento che non ebbe mai un suo eguale sui court. Romanoni fu considerato “Il più bel rovescio italiano degli Anni Quaranta”, e pure io lo ammirai, ma la storia mi venne raccontata dall’autore cinematografico e teatrale Franco Brusati, che lo battè sorprendentemente ad un torneo milanese del 1942, l’anno della conquista di Romanoni del titolo italiano. Brusati, autore di film quali Pane e Cioccolata e Dimenticare Venezia, avrebbe avuto la benevolenza di giocare con me negli Anni Cinquanta, e mi avrebbe raccontato che Romanoni, ingaggiato nella troupe americana di Bobby Riggs, n. 1 Usa durante la guerra, esaltato dalla sua prima vittoria sullo stesso Riggs, iniziò a masturbarsi a fine match su un Centrale di Buenos Aires. Fu soltanto un accenno, perché qualcuno fortunatamente intervenne, e la vicenda fu lungi dal causare le conseguenze che stanno costando tesori e riprovazione a Kyrgios, al quale farebbe bene essere seguito da un consigliere più che da un allenatore. Così come sarebbe stato utile a McEnroe, per evitare le abituali liti con gli arbitri che racconta nella sua biografia You cannot be serious, una genitrice meno materna di sua mamma Kathy, per non essere giunto all’espulsione da socio di Wimbledon. L’espulsione fu conseguente ad una attesa che si era protratta troppo a lungo della moglie del presidente del Queen’s Club. Dopo aver atteso una ventina di minuti che Mac finisse il suo allenamento, la presidentessa si decise a ricordargli, molto gentilmente, di aver prenotato il campo, e quel gentiluomo le mostrò il manico della racchetta, e le suggerì, con un sorriso ironico, di farne un uso davvero intimo

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Un analogo fenomeno di cattiva educazione accadde anche a me, giocatore certo immeritevole di rimanere nella storia del tennis. Nella finale del torneo di Nizza, negli anni Cinquanta, il mio avversario di doppio, il numero 1 americano Bartzen, prese a chiamarmi tra un punto e l’altro “piccolo giocatore”, o addirittura “incapace”. Dopo una decina di volte, persi la pazienza, e scavalcai le rete. Avrei tanto desiderato colpirlo con una racchettata, ma mi sentii sollevare dalle manone del mio partner Orlando Sirola, un due metri colossale, che mi riportò al di là della rete, nel nostro campo.

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Resurrezione Kuznetsova. Barty, niente numero 1 (Crivelli). Cecchinato cerca la scintilla giusta (Tuttosport)

La rassegna stampa di domenica 18 agosto 2019

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Resurrezione Kuznetsova. Barty, niente numero 1 (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

A volte ritornano. Nell’invasione russa dei primi anni Duemila, guidata dalla zarina Sharapova, Svetlana Kuznetsova da San Pietroburgo sembrava destinata a un ruolo d’avanguardia, ben oltre il bottino comunque lussuoso di due Slam, a New York nel 2004 (anno in cui, oltre a lei, la Myskina vinse a Parigi e Masha a Wimbledon da diciassettenne) e al Roland Garros nel 2009. Ingiocabile da fondo nelle giornate di grazia, perché dritto e rovescio per lei pari sono, Sveta ha pagato in carriera una certa propensione agli agi extracampo e una cura non proprio maniacale del proprio corpo, che le ha procurato una discreta serie di problemi fisici, ultimo un infortunio a un ginocchio che l’ha tenuta ferma sette mesi e l’ha fatta scivolare oltre il centesimo posto in classifica, lei che vanta un best ranking al n. 2 nel settembre 2007. Avrebbe dovuto debuttare nei tornei statunitensi già a Washington, dove difendeva il titolo 2018, ma la colpevole richiesta tardiva del visto per gli Usa non le ha permesso di iscriversi, facendola crollare ancora di più nel ranking. Da numero 153 mondiale ha avuto una wild card a Cincinnati e fin qui ha messo insieme una settimana dai sapori antichi, perché per arrivare in finale ha battuto tre top ten di fila: Stephens, Pliskova e Barty. Non solo: ha deciso la numero uno della nuova classifica e quindi indirettamente la prima testa di serie agli Us Open, perché i suoi successi sulla ceca nei quarti e sull’australiana in semifinale le hanno private dell’opportunità di prendere la vetta e ci hanno lasciato la Osaka (che intanto si è ritirata contro la Kenin per problemi a un ginocchio). A 34 anni, è cambiato lo spirito, grazie anche al ritorno con il vecchio allenatore, Carlos Martinez: «Ritardare l’arrivo negli Usa alla fine mi ha aiutato, perché ho dormito una settimana in più nel mio letto. Non pensavo di essere già a questo livello, ma adesso mi diverto e non ho pressioni». […]

Cecchinato cerca la scintilla giusta (Tuttosport)

 

Quattro azzurri al via. A Winston-Salem, in North Carolina, parte questa sera il torneo che vede tra gli altri al via Andy Murray, grazie ad una wild card, che affronterà al primo turno lo statunitense Tennys Sandgren. Il torinese Lorenzo Sonego, n. 47 del mondo, è l’unico ad essere testa di serie, condizione che gli permetterà di partire dal secondo turno. Non si conosce ancora il nome del suo primo avversario. Più difficile il percorso degli altri italiani in gara: Thomas Fabbiano esordirà contro Andrey Rublev, reduce dalla vittoria contro Roger Federer a Cincinnati. Andreas Seppi se la vedrà con il ceco Tomas Berdych, giocatore sempre temibile che però ha giocato molto poco negli ultimi due mesi. L’ultima partita vinta risale a febbraio e la sua condizione di forma rappresenta una vera incognita. Resta Marco Cecchinato, che viene da un lungo digiuno di vittorie. L’ultima volta fu a Roma, a metà maggio, contro De Minaur. Il siciliano sarà opposto ad Alexander Bubilk, giovane kazako. A New York invece sarà impegnata Camila Giorgi contro la russa Margarita Gasparyan. La russa è una giocatrice ostica che fa della potenza la sua arma migliore. Il Bronx Open è una novità nel circuito WTA. Testa di serie n. 1 sarà Qiang Wang, n.17 del mondo. Intanto a Cincinnati, Svetlana Kuznetsova ha ritrovato il suo miglior tennis. La ex numero due del mondo (2007), dopo aver battuto Sloane Stephens e Karolina Pliskova, ha sconfitto anche Ashleigh Barty, conquistando il pass per la finale del “Western e Southern Open. La 34enne russa, attualmente al numero 153 del ranking Wta a causa di alcuni problemi fisici, ha superato l’australiana, numero uno del tabellone e numero due Wta, col punteggio di 6-2 6-4.

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Federer colpito dalla sindrome di Wimbledon (Semeraro). Kyrgios croce e delizia. Rischia una lunga squalifica (Crivelli, Piccardi). Gianni Clerici, “Tennis, arte e Wimbledon (Annovazzi)

La rassegna stampa del 17 agosto

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Federer colpito dalla sindrome di Wimbledon (Stefano Semeraro, La Stampa)

Sessantadue minuti. Roger Federer non perdeva così in fretta da sedici anni, dal primo turno di Sydney contro Franco Squillari nel 2003, 6-2 6-3 in cinquantaquattro minuti: un infortunio di gioventù, anche se il gaucho Squillari è uno dei non moltissimi che il Genio possono dire di averlo sempre battuto (2 volte su 2, la prima ad Amburgo nel 2001). Aveva 21 anni, Roger, e non aveva ancora vinto (quasi) niente. La lezioncina (6-3 6-4) rimediata giovedì a Cincinnati dal 21enne Andrey Rublev solleva problemi diversi, considerato che oggi di anni Ruggero ne ha 38, che il Masters 1000 dell’Ohio negli ultimi tre lustri lo ha vinto sette volte, e che appena un mesetto fa nella finale di Wimbledon più lunga della storia si era mangiato due matchpoint contro il numero 1 del mondo fallendo di un amen, anzi due, il 21esimo Slam. Che succede, campione? Ci dobbiamo preoccupare? «Io ho avuto problemi fin dall’inizio, Andrey ha giocato benissimo», ha spiegato il numero 1 emerito (e 3 reale) del mondo». Non ha sbagliato niente ed era dappertutto. Mi ha impressionato». Verissimo. […] «Non ha ancora smaltito la delusione di Wimbledon», sostengono i Federeriani Affranti. «Le giornate passate in camper a giocare con i gemelli e a mangiare le torte di Mirka non aiutano la preparazione», ribattono i Federeriani Speranzosi. A Cincy però Roger un turno lo aveva comunque giocato, e sbrigato anche abbastanza brillantemente, contro Londero. Un Federeriano Equilibrato concluderebbe che a 38 anni le giornate storte, inevitabilmente, sono più frequenti che a 21. Che bisogna farci l’abitudine. E sperare che agli Us Open, dove arriverà con appena due partite di rodaggio sul cemento, il Patriarca riesca a produrre altri miracoli. Senza mettere il timer alla Provvidenza

Kyrgios, non c’è limite al peggio. Ora anche l’Australia lo scarica (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Prigioniero del suo personaggio, dei suoi fantasmi, della sua nomea di cattivo ragazzo irrecuperabile. Nick Kyrgios ci ha anche giocato, in carriera, quasi che gli show circensi in campo servissero a mantenere desta la fiamma di una passione per il tennis mai veramente coltivata nonostante un talento fuori dall’ordinario. Ma ciò che è accaduto mercoledì a Cincinnati segna probabilmente il superamento definitivo dei confini della decenza. E anche i tanti ammiratori del Kid di Canberra stavolta non hanno potuto derubricare l’evento alla solita mattana. Multa record. La cronaca è presto fatta: sul 4-4 del match di secondo turno contro Khachanov, Kyrgios prende un warning dall’arbitro irlandese Fergus per time violation (25″) sul servizio. Il momento è delicato e il richiamo diventa la scintilla che manda l’australiano ai matti: «Trovami un video in cui Nadal serve così velocemente e io mi tappo la bocca per sempre», dirà d’acchito al giudice di sedia. Cominciando una battaglia personale con Murphy, più volte definito «stupido» e «il peggiore del mondo». Perso il secondo set al tie break, Nick a un certo punto lascerà il campo senza permesso per spaccare due racchette nel tunnel degli spogliatoi, rifiuterà di rispondere a un servizio e sputerà in direzione dell’arbitro alla fine della partita (persa), senza dargli la mano. Alla fine, collezionerà otto violazioni (quattro condotte non sportive, uscita dal campo non permessa, oscenità udibile e abuso verbale) per un totale di 113.000 dollari di multa (102.000 euro), ben superiori ai 39.200 dollari (35.300 euro) del montepremi per l’eliminazione al secondo turno. […] Australia in guerra. Kyrgios venne già sospeso otto settimane nei 2016, dopo le accuse di scarso impegno al torneo di Shanghai, fino a oggi lo zenit delle sue follie, cui si aggiungono molteplici episodi, dagli insulti a Wawrinka sull’onorabilità della fidanzata alla sedia lanciata in campo (con relativa squalifica) agli Internazionali d’Italia a maggio. Ma la notte dell’Ohio colma la misura e i più arrabbiati sono proprio i connazionali australiani. Tony Jones, veterano dei giornalisti tv di Nine (che trasmette gli Australian Open) non ha usato mezze misure: «Nick è un imbarazzo per il nostro sport e credo anche per lo sport mondiale. L’Atp dovrebbe finalmente mostrare la spina dorsale e usare la mano pesante, impedendogli di partecipare ai prossimi Us Open». Parole di fuoco anche da Richard Ings, ex capo dell’antidoping aussie e soprattutto già giudice di sedia nel tennis: «Un atteggiamento spregevole, da idiota. Nessun arbitro si merita di essere trattato come ha fatto Kyrgios». Anche i giornali hanno abbandonato ogni cautela e The Australian ha definito la scenata di Cincinnati «la più vigliacca mai vista, un bambino che perde il controllo e ha un attacco d’ira». Il Sydney Daily Telegraph, invece, ha parlato di «show che ha toccato un nuovo punto più basso». Soprattutto, Kyrgios sembra aver perso la stima anche di chi lo ha sempre difeso, come Andy Murray, uno dei pochi amici del circuito: «Quello che ha fatto Washington due settimane (vittoria nel torneo con partite spettacolari, ndr) è stato sublime, ciò che ha fatto a Cincinnati è da dimenticare in fretta». Ma il tempo della comprensione è finito.

Kyrgios più croce che delizia. Rischia una lunga squalifica (Gaia Picardi, Corriere della Sera)

Lancio della palla: warning. Uscita dal campo non autorizzata: 3 mila dollari. Oscenità udibile: 5 mila. Abuso verbale: 20 mila. Più cinque ammonizioni per condotta antisportiva: 85 mila. Totale: 113 mila dollari di multa. È costato caro a Nicholas Hilmy Kyrgios detto Nick, 24 anni, talento australiano di padre greco e madre malese, irascibile n.27 della classifica mondiale, il secondo turno del torneo di Cincinnati (dove ahinoi ha perso anche Federer con Rublev). E quel che è peggio — ammesso che al reprobo freghi qualcosa — è che l’Atp ha aperto un’indagine (come fece con Fognini dopo gli insulti sessisti alla giudice all’Open Usa 2017) per verificare se il comportamento di Kyrgios dopo la sconfitta con Khachanov (incluso lo sputo al giudice di sedia Fergus Murphy) configuri una «major offense» che giustifichi una squalifica. Siamo punto a capo. Il tennis si spacca di nuovo davanti al comportamento bipolare del più selvaggio dei giovani aspiranti campioni, nell’arco di pochi giorni capace di conquistare il torneo di Washington (sesto titolo Atp) deliziando il pubblico con colpi impossibili e addirittura coinvolgendolo («Devo servire al centro o a uscire?» la sua gag sul match point con uno spettatore delle prime file) e poi di uscire da quello di Cincinnati tra fischi di sdegno e le critiche di mezzo mondo. […] «A volte perde la testa per la frustrazione di non riuscire ad esprimere il suo enorme potenziale — spiega l’amico Andy Murray —, ma fuori dal campo è un bravo ragazzo con un grande cuore. Spero che riesca a risolvere i suoi problemi». Anche gli specialisti si erano arresi: già nell’ottobre 2016, dopo un’orribile sceneggiata a Shanghai (match platealmente buttato via con Zverev: «Mi stavo annoiando»), Kyrgios aveva patteggiato una squalifica con tre settimane di stop per andare in cura da uno psicologo. Tutto inutile. La lista dei misfatti, con le racchette rotte (un classico) e lo sputo di Cincinnati, si allunga. Se giocare con sufficienza e svogliatezza è ormai un cliché (in carriera ha accumulato multe su multe), celebri rimangono la frase sibilata a Wawrinka a Montreal 2015 («Kokkinakis si è portato a letto la tua fidanzata!» alludendo alla tennista croata Donna Vekic), il gesto osceno durante la semifinale 2018 al Queen’s, le pallate al corpo degli avversari (contro Nadal a Wimbledon lo scorso luglio, dopo essersi vantato di aver passato la vigilia al pub: «Se mi scuso con Rafa? No, con i soldi che guadagna può prendere una palla sul petto…») e mille altre mattane che hanno fatto inorridire, tra gli altri, John Newcombe, grande vecchio del tennis aussie: «Kyrgios? Pessimo esempio per i bambini, non rappresenta i nostri valori sportivi». Il più gentile, su twitter, lo chiama «stupido bambino irritante». Alla prossima puntata.

Gianni Clerici, “Tennis, arte e Wimbledon” (Carlo Annovazzi, La Repubblica)

Il signore del tennis continua ad amare la sua passione come la prima volta. Gianni Clerici è un instancabile osservatore e cantore del gioco della racchetta, la sua ultima battaglia è la creazione di un circolo della pallacorda con l’istituzione del club delle Balette, ovvero le palline con le quali si giocava al tennis prima che la gomma fosse scoperta in Sudamerica. […] Che lui ha cercato e, quando possibile, acquistato in giro per il mondo e che ha raccolto in un libro “Il tennis nell’arte — Racconti di quadri e sculture dall’antichità ad oggi”, uscito per Mondadori nella metà bassa dello scorso anno. Stasera Clerici, firma di Repubblica, ne parlerà a Zelbio nel festival curato da Armando Besio, con lui la storica di arte antica Milena Naldi. Premessa. Nelle interviste si dà rigorosamente del lei. Ma stavolta dobbiamo andare oltre le regole, giusto? «Dobbiamo darci del tu, siamo sulla stessa barca». Bene, via allora. Qual è, Gianni, il pezzo artistico di cui vai più fiero? «Il primo è un quadro che purtroppo non mi appartiene. È di un pittore fiammingo, Lucas Gassel, del 1540. Ce ne sono nove copie in giro per il mondo, una è al Louvre, tre a Londra. In primo piano ci sono le figure di Davide e Uria, il marito di Betsabea. Sullo sfondo, come in secondo piano, si vede una sorta di campo di tennis. È il protoquadro del tennis. Ma io non lo possiedo, ahimè. Pensa che una copia l’aveva una famiglia di Como, la corteggiai ma mi chiesero 70 milioni negli anni Sessanta e non li avevo. La prima vera opera d’arte che ritrae il tennis, però, è in Spagna». Dove? «Nella cattedrale di Barcellona. Un bassorilievo ligneo firmato Pere Salgada, in una sedia del coro si riconoscono due monaci con due simil racchette. Me lo ha fatto scoprire una bambina figlia di un collega che segue il tennis. Non lo aveva mai notato nessuno perché quando la cattedrale è aperta li si siede il coro. Il periodo è tra il 1394 e il 1399». Ma il tennis è ancora arte? «Probabilmente lo è ancora. Anche se non ne sono sicurissimo». E perché? «Perché non è più stato rappresentato nell’arte. Non ci sono quadri che ritraggono un contemporaneo, che so, Venus e Serena Williams, Rod Laver. Ormai solo fotografie. È questo mi fa dubitare che il tennis possa essere ancora percepito come arte». Chi è stato il più artista degli infiniti giocatori che hai visto? «È una bellissima domanda a cui però non so rispondere, citandone uno farei torto a un altro». Don Budge? «Mah, lui è stato uno dei più grandi ma aveva mutuato il gesto dal baseball e non so se possiamo definire arte un colpo di baseball, forse si». Qual è invece il luogo di tennis più artistico? «Wimbledon. Perché lì c’è tutto, la storia visto che è nato nel 1874, io non mi ricordo quasi il mio anno di nascita invece quello di Wimbledon mi viene di getto e questo significa quanto io vi sia legato. C’è il museo, ci sono i campi in erba, c’è sempre un torneo dello Slam. Dopo Wimbledon, direi Newport». Dove tu sei protagonista. «Protagonista è eccessivo ma sì, sono nella Hall of Fame in quel bellissimo museo del tennis grazie ai 500 anni di tennis che è, dei ventotto, il mio scritto più famoso al mondo. Il presidente Todd Martin, ex giocatore, è un amico, è stato a casa mia a vedere la collezione e vorrebbe portarla proprio nel museo di Newport, visto che in Italia nessuno ha mostrato interesse. E poi come terzo luogo c’è Forest Hills, raffinatissimo». Gianni, dopo così tanti anni che cosa è ancora per te il tennis? «Un vizio, un’abitudine. Le ore che ho trascorso in o presso un campo sono la mia vita». A Zelbio Alle ore 21 Gianni Clerici parlerà di tennis, di arte e del suo libro edito da Mondadori a Zelbio Cult, giunto alla dodicesima edizione

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