Djokovic torna vero: il tennis si gode l'età dell'oro (Clerici, Piccardi, Semeraro, Azzolini, Lombardo)

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Djokovic torna vero: il tennis si gode l’età dell’oro (Clerici, Piccardi, Semeraro, Azzolini, Lombardo)

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Djokovic torna vero il tennis si gode l’età dell’oro (Gianni Clerici, Repubblica)

Ha vinto Djokovic, come avevo pensato. Non l’ho scritto perché son stato sommerso dalla scemeggiata di Serena, trovandomi d’accordo con la mia amica Emanuela Audisio, e con altri più o meno illustri commentatori che hanno ritenuto, come me, che non si trattasse di una colluttazione verbale sessista di Serena con l’arbitro Ramos. Ha vinto Djokovic, dicevo, e non poteva andare diversamente, ammenoché non fosse guarito il suo avambraccio, e non si fossero risolte le crisi psicologiche che l’avevano perseguitato durante un anno. Si è visto che tra un tennista a tutto campo, e uno che possiede tutti i colpi vincenti fuorché il rovescio, non può che vincere nove volte su dieci il primo. Che poi il match sia stato tanto emotivo da suscitare le lacrime dei due tennisti, quasi fossero reduci di guerra, è un eccesso commovente. Ha detto Delpo, in conferenza stampa: «Per essere sincero, ho pianto sino adesso. Ma Novak meritava di vincere. Io ho avuto le mie opportunità nel secondo e nel terzo set. Ma ero costretto a giocare ai miei limiti ogni volta, perché Nole era su tutte le palle». Vediamo un pochino dove, secondo Delpo, erano giunte le sue opportunità cancellate, dopo il 3-6 del primo set. Nel secondo si trova sì avanti 6-5, ma è costretto al tie-break con un 40-0. Lì sale 3 punti a 1, ma sbaglia facile un diritto, subisce il 3 pari causa smash, poi risale a 4 pari, sbaglia altri due diritti per il 4-6, e infine, con l’ultimo di 3 diritti errati, perde il set. Mia osservazione. Nole l’ha costretto a forzare troppo il diritto. Ma veniamo al terzo e ultimo set di un ottimo match di 3 ore e 16 minuti. Da 1-3 Delpo risale a 3 pari, per poi subire il 6-3 con un 40-30, un 15-40, e un 40-30 nei 3 games finali. Non vedo, onestamente, quali siano le occasioni perdute, se Juan Martin negli ultimi tre punti del match ha sbagliato 3 diritti 3, il colpo che, assieme al servizio, stimava lo portasse alla vittoria. Mi spinge all’ammirazione il suo ritorno al tennis, dopo che aveva vinto 9 anni fa, più di questa partita e delle sue lacrime. Non vorrei che le mie considerazioni venissero scambiate per cinismo o insensibilità. Una vittoria di Juan Martin Del Potro mi avrebbe fatto piacere. Ma era più forte Djokovic, che così ha raggiunto Pete Sampras a 14 titoli di Slam. Davanti ha solo Federer e Nadal.

 

Il paradosso del Djoker. Eterno terzo dietro Nadal e Federer (Gaia Piccardi, Corriere della sera)

Adesso che Novak Djokovic ha raggiunto l’idolo d’infanzia Pete Sampras a quota 14 Slam (quando Pete si congedava dal tennis con l’ultimo urrah a New York il record pareva difficilmente battibile: era il 2002, pare un’era geologica precedente), il conto alla rovescia può cominciare. Quanto impiegherà un 31enne fisicamente integro (e con pochissimo tennis giocato nel contachilometri nelle ultime due stagioni) ad agganciare un 32enne spremuto come un limone (Nadal) e l’anziano inventore del tennis (Federer), che a Wimbledon e all’Us Open ha dimostrato — improvvisamente e impietosamente — tutti i suoi 37 anni? A sentire Marian Vajda, coach del Djoker ritrovato, poco: «14 è solo un numero. Roger e Rafa non sono più così lontani. Io ho la sensazione che Novak li raggiungerà». Ma il paradosso del Djoker è in agguato: rimanere l’eterno terzo, quello che arriva dopo la musica, quando gli amici se ne sono andati. Eternizzato dallo stile e dal carisma, Federer è destinato a rimanere il più grande di ogni tempo, il tennista che ha fatto tutto prima di tutti: i 6 Australian Open, gli 8 Wimbledon, i 5 Open Usa, e pazienza per quell’unico sudatissimo Roland Garros, il peccato veniale che chiunque è disposto a perdonargli. Nadal è il rivale naturale, l’alter ego venuto al mondo apposta, l’opposto che viene attratto dalle leggi della natura: Rafa sta a Roger come l’atomo di ossigeno ai due atomi di idrogeno nella formula dell’acqua. E poi c’è lui, il Djoker, un passista inseguitore nato fuori tempo massimo... [SEGUE]. «Senza Federer e Nadal non sarei chi sono diventato» ha ammesso il Djoker commosso. Ed è proprio questo il punto: Federer e Nadal lo sarebbero comunque, a prescindere da lui.


Djokovic: “Ho ritrovato energia sulla montagna di Picasso” (Stefano Semeraro, Stampa)

Dov’era la vittoria perduta? Per Novak Djokovic, che domenica si è preso per la terza volta gli Us Open spegnendo in tre set (6-3 7-6 6-3) la fiaba latina di Juan Martin Del Potro, era in cima ad un montagna. Non una qualsiasi, però, ma proprio quella, omonima del sogno: la montagna Sainte Victoire, in Provenza. Amata ipnoticamente da Cezanne e Kandisky, che l’hanno dipinta sotto ogni luce e in ogni ora del giorno. Da Picasso, che per anni ci ha abitato ai piedi… [SEGUE]. «La sconfitta contro Cecchinato nei quarti al Roland Garros mi ha fatto riflettere su tante cose», ha spiegato Nole, che da ieri è di nuovo n. 3 del mondo, alle spalle di un Federer pieno di dubbi e di un Nadal pieno di dolori. «A Roma avevo giocato bene, in quel match invece mi sono lasciato andare. Avevo bisogno di disconnettermi da tutto, così con mia moglie siamo andati cinque giorni in Francia. Jelena è in forma perfetta, un giorno abbiamo scalato il Sainte Victore in appena tre ore. Ci siamo seduti in cima, abbiamo guardato il mondo da quella prospettiva. Ho pensato al tennis, alle emozioni che mi trasmette, e mi è sembrato di respirare aria nuova, ho sentito un’ondata di energia. I risultati sono una conseguenza di quel momento. Sono rifiorito»[SEGUE]. Difficile comunque smentire la perfetta sceneggiatura del Djoker, che ridisceso dalla montagna dopo due anni tribolatissimi fisicamente ed esistenzialmente – l’operazione al gomito, le crepe nel privato, il distacco e poi la riunione con lo storico coach Vajda… – ha ritrovato la terra promessa. Vittoria a Wimbledon, a Cincinnati con tanto di «Golden Masters», e a Flushing Meadows dove ha raggiunto anche Pete Sampras per numero di Slam vinti, 14. Ora solo Federer a 20 e Nadal a 17 gli stanno davanti. «Sampras era il mio idolo di bambino, è stato guardando lui in tv che ho iniziato ad amare il tennis, averlo raggiunto significa tantissimo». L’abbraccio empatico y final con Delpo, l’altro martire risanato del tennis a cui ha scippato vittoria e posto in classifica («Alzerà di nuovo questa coppa anche lui, gliel’ho detto»), ha chiuso un capitolo e ne ha aperto un altro. «Dieci anni fa pensavo di essere sfortunato a vivere nella stessa epoca di Federer e Nadal, ora capisco che sono diventato quello che sono anche grazie a loro. Che glielo devo… [SEGUE].


Il ritorno del tiranno (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Magrissimo, non più del tre per cento di massa grassa nel codice a barre da vegano di origine controllata, Nole ha ormai gli occhi spiritati di un’acciuga incredula. In due mesi (poco più) Novak Djokovic si è ripreso il tennis, approfittando delle gentili concessioni elargite da Nadal e Federer, che ancora, forse non per molto, gli stanno sopra in classifica. Del resto, avevano fatto lo stesso con lui, che per due anni si è ritrovato ai margini del tennis che conta. Ora è tornato a battere cassa, vorace come prima e sospinto da un vento carico di buona sorte e rinnovata volontà di recitare da numero uno. La vittoria agli Us Open sembra propedeutica a un suo ritorno al vertice: ha davanti a sé un finale di stagione senza punti da restituire, mentre Nadal dovrà difendersi nei tornei che ama meno (sul sintetico) e Federer sbrigarsi a tornare competitivo, se non vorrà finire in coda al gruppo. La finale dei “revenants” non ha garantito le emozioni che il popolo del tennis cercava nell’ultimo Slam di stagione… [SEGUE]. Così, dai propositi di farsi da parte annunciati dopo un Roland Garros che lo aveva visto rimbambito dalle smorzate di Cecchinato, Nole ha imboccato la strada del ritorno: ha vinto Wimbledon battendo Nadal in una semifinale che Rafa ancora si chiede come sia stato possibile perderla, ha annesso Cincinnati e il Career Golden Masters (il titolo che va a chi ha vinto almeno una volta tutti i Masters 1000) in una finale che Federer ha giocato nel modo più dissennato possibile, e si è impadronito degli Us Open in cui Nadal è uscito per infortunio e Federer per soffocamento da mancanza di aria condizionata (problema che l’organizzazione ha cercato di correggere, ma dopo). E ora, al n. 3, ha la strada spianata di fronte a sé. Il dominio di Nole il tennis lo ha già conosciuto ed è stato uno dei più tirannici di questi 50 anni di tennis Open per i risultati raggiunti così come uno tra i meno generosi per le emozioni che ha saputo dare, ma al di là di queste considerazioni che inevitabilmente tirano in ballo lo stile di gioco del serbo, supremo ribattitore e noiosissimo intrattenitore, va ammirata la forza con cui Djokovic ha rimesso a posto il suo tennis e la sua vita. Il ritorno alla vittoria celebra, in fondo, una vittoria più grande, quella che il serbo si è preso con se stesso. Ha preso in mano i suoi tormenti e le sue colpe, li ha osservati da vicino, li ha affrontati con coraggio. È stato costretto a chiedersi se il suo tennis si fosse irrimediabilmente sbriciolato, ha vissuto di dubbi, ha fatto piazza pulita dei molti che gli stavano intorno, come quel Pepe Ymaz, guru del “volemose bene” cosmico. Ha capito che il malessere non era nella racchetta, o nel corpo, ma nei pensieri, e se n’è tirato fuori. Il nuovo Nole è ripartito da una rivisitazione di se stesso che pochi hanno saputo condurre fino in fondo come lui.


Djokovic è tornato inarrestabile. E il merito è (anche) di Cecchinato (Marco Lombardo, Giornale)

E adesso chi glielo spiega agli altri che è tutta colpa di un italiano? «È successo tutto il giorno della sconfitta con Cecchinato a Parigi: ero deluso perché sentivo che stavo tornando al mio livello. Così ho deciso di staccare qualche giorno, e…». Appunto: e… Se Novak Djokovic è arrivato a vincere gli Us Open, a raggiungere Sampras a quota 14 negli Slam, a sembrare di nuovo il RoboNole che era prima dell’infortunio al gomito, lo deve a quella sconfitta e al viaggio dentro se stesso fatto nei giorni seguenti. Con la moglie Jelena è partito per fare trekking sul monte Victoire in Francia: arrivato in cima si è seduto a respirare e ha visto il suo nuovo orizzonte. «Davvero: devo molto a mia moglie e a quel viaggio: 5 giorni da soli per ritrovare me stesso e osservare il mondo da un’altra prospettiva, per trovare nuova ispirazione, nuove motivazioni. Ho pensato al tennis, alle emozioni che esso provoca in me. È stato molto positivo, avevo la sensazione di respirare di nuovo questo sport: dopo è cambiato tutto». O meglio dopo è tornato tutto indietro, al Novak Djokovic dominatore del circuito e impossibile da far stancare e superare: ci ha provato Del Potro nella finale (finita 6-3, 7-6, 6-3) di domenica, ma neanche la sua curva scatenata ha potuto nulla davanti alla resistenza implacabile del serbo. «La cosa buffa è che i tifosi argentini cantavano ole, ole, ole per incitare Juan Martin, ma io capivo Nole, Nole, Nole. E mi caricavo ancor di più». Tutta colpa di Cecchinato, insomma, che ha fatto scattare la molla che di solito i campioni hanno dentro. Tutta colpa per modo di dire s’intende, perché più di una sconfitta conta che Djokovic abbiamo rimesso a posto il puzzle dei suoi pensieri, ritrovando nel suo angolo lo storico coach Marian Vajda che probabilmente ha la pozione giusta per far esplodere la sua magia. Ora la domanda torna ad essere quella di qualche tempo fa: con un Federer un po’ spento, un Nadal infortunato e una nuova generazione ancora troppo acerba, chi può fermarlo? La risposta è difficile, perché il nuovo Novak (da ieri risalito al numero 3 del mondo) sembra in realtà seppure peggio di quello vecchio.. [SEGUE]. E il futuro, a questo punto, pare ancora meglio.


New York Naomi (Massimo Lopes Pegna, Gazzetta dello Sport)

La sceneggiata di Serena le ha rovinato la festa. Invece di esultare, Naomi piangeva. In mano il trofeo del suo primo Slam ad appena 20 anni e molta tristezza. Lo stadio fischiava e lei sussurrava davanti a telecamere e microfoni impietosi: «Sorry, mi dispiace: so che tutti tifavate per lei». Ci sarebbe andata anche lei in tribuna a fischiare se non fosse stata in campo, perché Serena è il suo idolo. In terza elementare aveva svolto un tema: «L’avevo disegnata e colorata. E avevo scritto “Voglio essere come lei”. Lo conservo a casa in una cartellina». Ma questa è la sua forza. Non solo un tennis potente e intelligente, pure una testa capace di bloccare qualsiasi emozione. Confidava: «Fino al riscaldamento, ero tesissima. Poi, dopo il primo servizio, dall’altra parte c’era solo un’avversaria qualunque». Serena l’aveva ispirata per superare Madison Keys in semifinale: «Se mi sono salvata da 13 palle break lo devo a lei: volevo affrontarla ad ogni costo». E Serena ricorreva spesso nei suoi sogni: «Fantasticavo di giocare una finale del Grande Slam con lei. Come andava a finire? Non sogni di perdere». Quel desiderio era stato esaudito una prima volta a marzo, quando aveva affrontato il suo mito a Miami: lo batté in due set. Ma era il primo turno e Serena era all’inizio del suo ritorno dalla gravidanza e stava ancora allattando. La consapevolezza di poter emergere era nata proprio su quel caldo cemento della Florida. Anzi. La rincorsa alle top 10 (da ieri è 7°), da n°68 (la sua posizione a gennaio), era cominciata la settimana prima con lo straordinario successo a Indian Wells. Via Twitter le sono arrivate le congratulazioni del presidente giapponese, Abe Shinzo, perché Naomi è la prima nipponica (uomo e donna) a conquistare un Major. Anche se Osaka è un prodotto made in Usa, perché è nata a Osaka, ma dall’età di tre anni è cresciuta in Florida. Però ha un Dna misto. Suo papà Leonard «San» Francois è originario di Haiti, ha studiato alla New York University, e dopo la laurea si è trasferito in Giappone, dove ha conosciuto mamma Tamaki, educata in una famiglia tradizionale. Un amore proibito e per questo da dieci anni non ci sono rapporti con i nonni materni. «Perché mi chiamo Osaka? Perché tutti i cittadini di Osaka si chiamano così», scherzava simpaticamente Naomi. Ha preso il nome della mamma per motivi pratici e per mantenere un segno d’identità del suo Paese di provenienza (ha doppia cittadinanza, anche Usa), ma alle domande in giapponese risponde sempre in inglese. La sua gioia dopo aver battuto Serena l’ha espressa avvinghiando mamma in una stretta commovente. E papà? «Ah lui c’è, ma durante i match nessuno sa dove vada. Girovaga da qualche parte nelle vicinanze: troppo nervoso per guardare». È un piccolo dettaglio che l’accomuna a Serena: papà Richard spesso preferiva disertare i match delle figlie. L’altro è la sorella Mari, maggiore di 18 mesi, tennista anche lei, ma non con lo stesso talento: attualmente è n°344. Racconta Naomi: «So che senza di lei non sarei qui, non avrei avuto voglia di allenarmi. Rivalità? Fino a 15 anni perdevo sempre 6-0, poi un giorno ho vinto 6-2 e le cose sono cambiate»[SEGUE].

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Fognini-Seppi, al Roland Garros è subito derby (Cocchi). Nadal: “Convivo con i dolori. Parigi resta speciale” (Semeraro). Venus Williams: “I miei amori: tennis, Serena e il cane Harold” (Roncato)

La rassegna stampa di venerdì 24 maggio 2019

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Fognini-Seppi, al Roland Garros è subito derby (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Il sorteggio del Roland Garros regala subito un derby italiano: Fabio Fognini affronterà Andreas Seppi al primo turno dello Slam sul rosso mentre Lorenzo Sonego avrà «l’onore» di dare il bentornato a Roger Federer sulla terra parigina. Marco Cecchinato, semifinalista lo scorso anno e testa di serie numero 16, esordirà contro il francese Mahut mentre Matteo Berrettini, per la prima volta testa di serie in uno Slam se la vedrà con lo spagnolo Pablo Andujar. Thomas Fabbiano, l’altro azzurro nel main draw affronterà invece Marin Cilic. Ieri intanto Stefano Travaglia e Salvatore Caruso hanno conquistato un posto nel tabellone principale battendo rispettivamente Darcis e Brown. Oggi ci proverà anche Simone Bolelli, al turno decisivo contro il giapponese Soeda. Il campione in carica Rafa Nadal inizierà la campagna per il dodicesimo titolo al Roland Garros contro un qualificato e lo stesso farà nel secondo turno. Il maiorchino a Roma ha rotto il digiuno di titoli sul rosso: «E’ stato importante vincere al Foro – ha detto dopo la cerimonia -. Ho giocato molto bene per tutto il torneo e sono soddisfatto del mio stato di forma». I possibili quarti maschili di questa edizione sono Djokovic-Zverev e Thiem-Del Potro nella parte alta e Tsitsipas-Federer, Nishikori- Nadal in quella inferiore. Intanto tra le donne si registra il forfeit di Camila Giorgi, ancora fermata dai problemi al polso destro. La Osaka, testa di serie numero uno, esordirà con la slovacca Schmiedlova, mentre Serena Williams dovrebbe affrontare la Diatchenko. Primo turno affascinante nella parte alta con Azarenka-Ostapenko mentre si rivede la vincitrice di Indian Wells, Bianca Andreescu, che trova una qualificata. La campionessa del 2018 Simona Halep inizia la difesa del titolo contro l’australiana Tomljanovic. Intanto a Ginevra Alexander Zverev, a fatica, raggiunge la semifinale battendo il boliviano Hugo Dellien: 7-5 3-6 6-3.

 

Rafa Nadal: «Convivo con i dolori. Parigi resta speciale» (Stefano Semeraro, La Stampa)

Rafa Nadal non ci sta a perdere nemmeno a Parchis, il gioco da tavolo con cui inganna il tempo fra un match e l’altro. Sfide infinite con il suo consigliere tecnico Francisco Roig, zio Toni e il fisioterapista Rafael Maymo, sotto gli occhi di una tifosa d’eccezione come Valeria Solarino. Alzata l’ottava coppa a Roma, ora però bisogna concentrarsi sul Roland Garros. Si parte domenica, inutile dire chi è il favorito.

Rafa, meglio la «duodecima» a Parigi o il terzo titolo a Wimbledon?

Be’, l’anno scorso sono stato vicinissimo a rivincere Wimbledon. Però il Roland Garros per me è speciale: scelgo Parigi.

In tutti questi anni dove si è sentito più amato?

La verità? L’affetto della gente l’ho sentito dappertutto. La finale del 2005 a Roma contro Coria fu incredibile: un pubblico fantastico, indimenticabile. Anche in Australia sono sempre stato benissimo, o agli Us Open. In momenti diversi mi sono sentito amato in posti diversi.

Nel 2005 vinse anche il primo titolo a Parigi, aveva 19 anni, il 3 giugno saranno 33: come è cambiato?

Più o meno sono la stessa persona. La vita ti cambia, ovvio, ma nelle cose che contano non mi sento diverso. Ho fatto tanti errori, ma sempre in buona fede.

Dopo i 30 anni fanno più piacere le vittorie o bruciano più le sconfitte?

Fin da giovane ho lottato con gli infortuni: ho imparato in fretta a godermi le cose buone e ad accettare con tranquillità quelle negative.

Ora è anche titolare di una tennis academy a Manacor. È un bravo insegnante?

Mi alleno spesso con i giovani, mi piace dare consigli, trasmettere quello che ho imparato. L’Academy è un progetto molto importante per il mio futuro.

Ha vinto 17 Slam, 81 tornei. Qualche rimpianto?

La finale dell’Australian Open 2014, persa con Wawrinka. Ero infortunato, mi piacerebbe rigiocarla.

La sua forza mentale spesso ha offuscato le sue straordinarie doti tecniche. Per Pat Cash è fra i migliori a rete, ma la gente spesso lo dimentica. Le dispiace?

Guardi, io rispetto le opinioni di tutti, ma è impossibile fare la mia carriera senza giocare molto, molto bene a tennis. Sono un tennista completo, ho vinto su tutte le superfici, mi sento competitivo ovunque. […]

Che cosa cambierebbe nel tennis?

Con una sola palla di servizio le partite sarebbero più interessanti. E si risparmierebbe tempo. Fra un servizio e l’altro si perde più tempo di quello che si può guadagnare con lo shotclock. Intendiamoci: il tennis così come è mi va benissimo. Ma con un solo servizio diventerebbe più tattico e spettacolare.

Sport a parte, chi ammira?

La brava gente. Quelli che aiutano gli altri senza essere famosi.

Venus Williams: «I miei amori: tennis, Serena e il cane Harold» (Alessandra Roncato, La Repubblica)

«Lui mi ama per quello che sono. Mi ama se vinco e anche se perdo. Odia il tennis ma mi accompagna ovunque io vada. È la mia famiglia». Venus Williams, apre una tasca dello zaino e lui, Harold, un cagnolino di piccola taglia, esce zampettando per rifugiarsi sotto la sedia della sua padrona. La tennista che ha cambiato la storia del suo sport vincendo quattro ori olimpici (uno in singolare e tre in coppia con la sorella Serena), e sette tornei del Grande Slam, è al Coin Excelsior di Roma per presentare la sua linea sportswear EleVen by Venus in vendita in esclusiva nello store di via Cola di Rienzo. A 38 anni non ha nessuna intenzione di appendere la racchetta al chiodo nonostante la sua attività imprenditoriale con EleVen stia andando a gonfie vele: «I miei genitori mi hanno sempre detto “Ok, puoi fare sport ma devi anche avere un’istruzione”: così ho studiato fashion design e mi sono innamorata della moda».

Nella sua vita ha indossato centinaia di capi sportivi, cosa c’è di diverso in EleVen?

Non è tanto una questione di stile quanto di attitudine. La maggior parte delle persone quando raggiungono il successo decidono di fermarsi. Io penso che si debba continuare a migliorare confrontarsi con tutto quello che viene: gli alti e i bassi, i successi e i fallimenti senza mai smettere di provare a essere un “undici” (EleVen).

L’abbigliamento sportivo richiede un certo tipo di fisico. Pensa che le donne “non perfette” siano pronte a mostrare il proprio corpo?

Da una parte oggi è più facile esibire forme imperfette, dall’altra la pressione di dover apparire belle è sempre più forte. Per questo è così dura stare bene con se stesse. Penso che l’autostima vada allenata facendo cose che amiamo. A me, ad esempio, piace passare del tempo da sola, in silenzio. Sono sempre circondata da tante persone. […]

Tra tennis e la sua linea di moda: dove trova il tempo per fare tutto?

Non mi faccio ossessionare. Se non riesco a concludere una cosa mi dico “la farò domani”. Cerco di fare quello che posso quando posso. Non voglio impazzire o vivere in preda all’ansia.

C’è una donna che l’ha ispirata?

Certo. Il suo nome è Serena Williams. È da sempre la mia fonte d’ispirazione. Mi ha insegnato tanto. Spesso i fratelli entrano in competizione. A noi non è mai successo. I nostri genitori ci hanno cresciute in modo che fossimo migliori amiche: non ci era proprio permesso litigare. […]

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Carica Fognini: “A Parigi per impressionare” (Boccucci). I dubbi di Serena: prima di Parigi appena nove match (Cocchi)

La rassegna stampa di giovedì 23 maggio 2019

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Carica Fognini: “A Parigi per impressionare” (Massimo Boccucci, Corriere dello Sport)

Parigi val bene una full immerssion di tre giorni a San Marino, che Fabio Fognini ha lasciato ieri mettendo nel mirino il Roland Garros. Va agli Open di Francia da atteso protagonista, con la volontà di mettere a frutto il lavoro sulla terra rossa del centro tennis nell’antica Repubblica sul monte Titano […] Si presenterà a Parigi da n.11 del mondo e può finalmente entrare nella Top 10: pesa psicologicamente? «No, ci penso ma non lo immagino come un obiettivo bensì un sogno che può avverarsi». Dopo 46 anni ha superato Bertolucci, che arrivò al 12° posto mondiale, ora pensa di poter raggiungete anche il 7° di Barazzutti e magari il 4° di Panatta? «Voglio mantenere i piedi per terra. Vengo da un periodo molto positivo e cercherò di dare il meglio. Poi so che i buoni risultati dipendono da più fattori, non solo da me». Al Roland Garros del 2011 si spinse fino ai quarti di finale: stavolta cosa può succedere? «Di tutto, però intanto vorrei giocare al meglio il primo incontro, che è il più importante. Mi propongo di entrare nel modo migliore». Come gestisce i suoi problemi fisici? «Dalla finale di Montecarlo ho un piccolo guaio alla gamba che mi porto dietro. A giorni va meglio, in altri peggio. Sto facendo un trattamento con il laser. A Parigi si giocano partite lunghe 3 su 5 e confido di presentarmi al massimo». Come si prepara un torneo lungo e faticoso come Parigi? «Questa settimana c’era l’appuntamento con il torneo di Ginevra e non ho giocato. Dopo Montecarlo sono cambiati gli obiettivi e preparo i tornei più importanti, pur rispettando l’intero circuito. Posso decidere quando giocare e gestirmi meglio» […] E’ vero che tra Roma e Parigi il campo non è lo stesso? «I campi di Parigi sono i migliori, è il torneo più importante del mondo su questa superficie. A volte si trovano condizioni simili quando piove». Come funziona e quanto influisce la collaborazione con Barazzutti? «Ho avuto fortuna di averlo con me nel torneo più importante della carriera Mi ha aiutato e mi ammazza di lavoro giocando sette ore al giorno». Ha dovuto rinunciare ai torni di Barcellona ed Estoril, poi è tornato: quali sono le prossime aspettative personali? «Sono rimasto fuori per problemi fisici in un momento positivo, ora cerco di migliorare e di fare qualcosa in più. Parigi è il mio torneo preferito: vorrei un grosso risultato e non sarà facile, spero che possa restare impresso. Arriva nel momento migliore della mia carriera, può giocarmi a favore o contro. Intanto va superato il primo ostacolo». Djokovic sempre re del ranking su Nadal. Quant’è destinato a durare l’ordine gerarchico? «Quando Djokovic è in forma si vede che è il più forte. L’ha dimostrato sul cemento, così come Federer sull’erba. Loro due sono favoriti a Wimbledon, come Nadal lo è a Parigi. Djokovic è su un gradino più alto nonostante la finale persa a Roma, dove comunque ha portato Nadal al terzo set». La sorprende l’ennesimo ritorno di Nadal a questi livelli? «Penso che non sia mai sceso di livello. Quando perde dice che c’è un problema fisico o che non ha giocato, invece di dare meriti all’avversario. Lui comunque è il più forte sulla terra battuta». Con Nadal favorito, chi può inserirsi a Parigi? «Questa edizione è più aperta. Ci sono anche tanti giovani. Può essere interessante che non vincano sempre gli stessi. Gli ultimi quattro-cinque Masters 1000 hanno avuto vincitori diversi» […] Cosa le resta di Roma 2019? «La soddisfazione a metà. Ho vinto due belle partite e non nego che contro Titsitpas avrei voluto giocarla in altre condizioni. Il meteo non ha aiutato». Sentiva all’inizio dell’anno che qualcosa di buono stava per succedere? «Mi stavo allenando bene, avevo voglia e rabbia agonistica. In certi momenti non mi riconoscevo, poi di punto in bianco ho vinto. Questo sport è incredibile». A febbraio aveva lasciato il primato tra i tennisti italiani a Cecchinato dopo oltre tre anni: è stato il momento più difficile? «Per niente, ho già dimostrato chi sono e quanto valgo. Non ho mai guardato certe situazioni e non si possono fare paragoni. Cecchinato e Berrettini sono più giovani di me. Speriamo di trascinarli, glielo auguro perché più italiani bravi ci sono e meglio è». Cosa si porta dentro dell’impresa di Montecarlo? «Vorrei rivedere tutto l’ambaradan che è successo. Quello è il torneo di casa mia, più che Roma. Sono cresciuto e vivo a Sanremo, mi allenavo a Montecarlo. Nessuno se l’aspettava, ho vinto davanti alla famiglia e agli amici di sempre». Che idea si è fatto del baby Sinner, il nuovo fenomeno azzurro? «Credo che sia presto per parlare di fenomeno. Ha tutte le potenzialità per diventarlo, ma non ha ancora fatto nulla. Deve mangiare tanta pasta avendo tutto davanti a se. È un bravo ragazzo, gioca molto bene e viene ben consigliato» […] Brutto gesto dell’australiano Kyrgios, espulso agli Internazionali di Roma dopo la lite con l’arbitro e la sedia lanciata in campo: cosa passa per la testa di un campione in quel momenti? «Lui è abbastanza particolare e un tipo difficile, sta buttando molto talento alle stelle. È uno di quei pochi giocatori che, se becca la settimana buona può vincere contro chiunque: lo ha dimostrato ad Acapulco. È fatto così, va fuori dalle righe. Sta all’ATP prendere le decisioni, talvolta fa meno di ciò che potrebbe». Come concilia la vita del tennista con quella di papà? «Questo mi ha aiutato molto. Per fortuna dopo il lavoro stacco e penso alla mia famiglia, lasciandomi alle spalle la vittoria e soprattutto la sconfitta». Chieda un regalo per domani giorno del suo 32° compleanno. «Potrei chiedere un bel Parigi, ma non vorrei sbilanciarmi sul risultato. Magari si può entrare nella top 10. Poi dovrò eventualmente trovare nuove motivazioni» […] A proposito di panchine, chi vede come successore di Barazzurri alla guida azzurra in Coppa Davis? «C’è qualche nome, penso a Galimberti, Volandri o Santopadre. Mi vengono in mente queste soluzioni».

 

I dubbi di Serena: prima di Parigi appena nove match (Federica Cocchi, Gazzetta dello Sport)

Su Instagram si mostra stanca e poco desiderosa di allenarsi. Il circuito fino ad ora le ha dato più preoccupazioni che soddisfazioni, e la vigilia del Roland Garros, per Serena Williams, è piena di punti interrogativi. La ex numero 1, che dopo il 23° Slam, conquistato a Melbourne 2017, ha raggiunto solo due finali lo scorso anno (Wimbledon e Us Open), punta su Parigi per agganciare i 24 titoli di Margaret Court. Ma l’impresa non è per nulla semplice: la superficie è quella più fisicamente faticosa e in più le condizioni del suo ginocchio destro sono un punto interrogativo. Proprio a Parigi, nel 2018, Serena era tornata a disputare uno Slam dopo il rientro dalla maternità. Più che per i suoi risultati aveva fatto notizia per la tuta nera aderente indossata in campo, che aveva scatenato molte polemiche. Il suo percorso a Porte d’Auteuil si era interrotto dopo tre partite per infortunio, appena prima dell’incrocio pericoloso con Maria Sharapova agli ottavi. Serena, tre volte regina del Roland Garros (2002, 2013, 2015), dall’inizio dell’anno ha giocato appena nove partite, una sola sulla terra rossa, a Roma, prima di ritirarsi per l’ennesimo problema al ginocchio destro senza disputare il derby con la sorella Venus. «Dispiace – ha detto dopo l’ennesimo ritiro -, non è una mia scelta. Mi piacerebbe restare sul circuito e giocare ogni partita, ma non è possibile». Il suo coach Patrick Mouratoglou ricorda che Serena è stata capace di imprese incredibili: «Da lei ci si può aspettare di tutto, ricordatevi che nel 2015 ha vinto il Roland Garros con la febbre a 40°» […]

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Federer parigino. Dopo quattro anni sul nuovo Centrale (Crivelli). Una terra per due (Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 22 maggio 2019

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Federer parigino. Dopo quattro anni sul nuovo Centrale (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Rieccolo. Da quel campo mancava da quattro anni, e lo ha ritrovato cambiato, in attesa che dal 2020 abbia anche la copertura. L’ultima apparizione di Roger Federer al Roland Garros datava 2015, quando venne sconfitto in tre set nei quarti da Wawrinka, poi vincitore del titolo. Nel 2016 il Divino rinunciò all’ultimo per i guai alla schiena e a un ginocchio, poi per due stagioni ha programmato un calendario personale senza il rosso europeo primaverile. Ritiratosi da Roma per qualche dolorino alla gamba destra seguito alle due partite in un giorno di giovedì, Federer appena arrivato in Francia ha subito voluto testare le condizioni sue e dello Chatrier, rimanendo in campo quasi due ore con Diego Schwartzman, l’argentino semifinalista agli Internazionali. Lo svizzero sarà testa di serie numero 3 nel secondo Slam stagionale (si parte domenica): come al solito Parigi segue il ranking, con Djokovic e la Osaka a guidare il seeding. Nel sorteggio di domani sera ci saranno anche tre italiani tra le 32 teste di serie: Fognini 9, Cecchinato 17 e Berrettini 30, tutti beneficiati di due posti dalle assenze di Anderson e Isner. Amarezze invece dalle qualificazioni maschili: i tre italiani di giornata sono stati eliminati da avversari francesi. Lorenzi ha perso da Couacaud, Viola da Bourgue e Arnaboldi da Blancaneux. Oggi tornano in campo per il secondo turno Quinzi, Caruso, Napolitano, Travaglia, Mager e Bolelli. Tra le donne passano il primo turno la Paolini (Zaja) e la Treviso (Smitkova), oggi gioca la Gatto Monticone. A Parigi sarà sicuramente accolto da gran signore (eufemismo) Nick Kyrgios, che dopo un allenamento a Wimbledon (cosa c’è di meglio dell’erba per preparare la terra, del resto) con Andy Murray ha postato su Instagram un paragone piuttosto eloquente: «Il Roland Garros rispetto a questo posto è una m…a». Incorreggibile. Intanto si gioca sulla terra nella settimana che porta al Bois de Boulogne. A Ginevra debutto per Alexander Zverev, cui serviva un avversario declinante come Gulbis per concedersi un sorriso, anche se il 6-2 6-1 finale non registra le 9 palle break concesse dal numero 5 del mondo (ne ha salvate 8). A Lione debutto vincente per l’attesissimo AugerAliassime (7-6 7-5 a Millman), mentre Dimitrov conferma la caduta senza fondo perdendo da Delbonis (1-6 6-4 6-2).

 

Una terra per due (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Con i suoi modi pacati, un po’ sornioni, di chi potrebbe saperla lunga ma lascia ad altri l’onere della prova, Marco Cecchinato mise il tennis di fronte a un interrogativo che in pochi, fin lì, si erano sentiti in dovere di porsi. Accadeva al Roland Garros di un anno fa e la domanda suonava più o meno così: quanto talento c’è nell’altro tennis? Il Ceck veniva da lì, dal tennis dove tutti transitano e molti vi restano impigliati, quello dei Challenger, dei Futures, delle palle sgonfie e spelacchiate. E il tennis dei dimenticati, perché chi vi transita lo archivia in un lampo, e chi ci resta non ama gli venga ricordato. Ma lui, il Ceck, spedito da Palermo in Friuli per farsi la pelle dura, che nell’altro tennis aveva già speso cinque anni di carriera, se ne stava nel torneo dei grandi come un geco in attesa di una zanzara ottimista. Il primo fuoriuscito dell’altro tennis a tagliare il traguardo di una semifinale Slam nel Campionato Mondiale sulla terra rossa. Roba che solo Adriano Panatta e Corrado Barazzutti vi erano riusciti. Una semifinale che fece il pieno di carburante al tennis italiano e lo rilanciò, se è vero che da quelle giornate i nostri si sono appropriati di sette tornei del circuito, fra i quali un Masters 1000 firmato da Fabio Fognini. Ecco, Fognini, Fogna2 come si fa chiamare quando gioca bene. Lui a una semifinale Slam non è mai giunto, e non v’è alcuna spiegazione tecnica per chiarire il mistero. La risposta sta nel non riuscire quasi mai a far coincidere l’immagine che ha di sé con la realtà dei fatti. Insomma, quello che gli è riuscito a Montecarlo. Ma è un fatto, lui quella semifinale la vuole, e vorrebbe anche di più se solo fosse possibile. Il meglio lo ha dato con un quarto di finale a Parigi nel 2011, vinse da infortunato l’ottavo con Montanes e fu costretto al ritiro prima di incontrare Djokovic. Poi sono giunti due ottavi australiani, quattro sedicesimi a Wimbledon e un ottavo anche agli Us Open. Ha fatto di nuovo bene a Parigi però, ripresentandosi negli ottavi un anno fa e continua a sostenere di avere una voglia infinita di mostrarsi nei suoi panni migliori anche in un major. Ne ha facoltà, ma vale la pena chiedersi come vi giunga a questo appuntamento. C’è un problemino muscolare in attesa di soluzione definitiva, il professor Parra che l’ha in cura con i suoi laser, dice che non si tratta proprio di una sciocchezza. Lui si sente pronto, si sta allenando a San Marino con Barazzutti: «La vittoria a Montecarlo ha cambiato le cose, ora vado in campo disteso». Il Ceck dovrà aggirare altri ostacoli. Il 2018 l’ha portato stabile fra i primi 20. Ora lo conoscono. Ma non sarà facile non avvertire la morsa della conferma dalla quale è atteso. Ci sono in ballo 640 punti, metà della sua classifica. «Non ci penso, non voglio preoccuparmi», ha detto a Roma. Ma quel nodo lo incontrerà e dovrà dargli un taglio netto, se non vuole che diventi scorsoio.

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