Il nuovo, spirituale, Marat Safin: "Non faccio niente. Io vivo"

Interviste

Il nuovo, spirituale, Marat Safin: “Non faccio niente. Io vivo”

L’amato (e odiato) ex tennista russo si racconta in una lunghissima intervista. “Non ho una fidanzata né una moglie e non voglio una relazione. E non ho una figlia”. Il passato politico parecchio nebuloso, l’amore improvviso per… il confucianesimo

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“È meglio lasciare lo sport prima che lo sport lasci te”. Tra le tante frasi di congedo dal tennis che è possibile reperire nella letteratura recente, è difficile trovarne una che, meglio di questa, descriva alla perfezione il rapporto con la racchetta di chi l’ha pronunciata e al contempo appaia valida ed esportabile fuori dal contesto. Sfuggì a Marat Safin a margine di una delle sue ultime apparizioni su un campo da tennis, nel dicembre 2016, sette anni dopo il ritiro dalle competizioni ufficiali; per il secondo anno di fila si era lasciato convincere dalla franchigia dei Japan Warriors a partecipare all’IPTL, torneo di esibizione itinerante che dopo quell’edizione non sarebbe più andato in scena per una storia di mancati pagamenti (in pratica una frode in piena regola).

Alle parole dell’ex tennista russo i giornalisti si abbeverano sempre con grande avidità, poiché Marat non è uno a cui sia facile mettere un microfono in mano. Chi scrive ha visto con i suoi occhi Mario Ancic – che non sarà Safin, ma la sua bella semifinale Slam l’ha disputata – fermarsi in sala stampa a Lille, durante l’ultima finale di Davis, e quasi spontaneamente rilasciare dichiarazioni, laddove il russo avrebbe tirato dritto per evitare di sottoporsi a un tale supplizio.

Concesso l’ultimo quindici della sua carriera a del Potro sull’indoor di Bercy nel 2009, Safin è nuovamente… sceso in campo – mutuando un’espressione che ci è grottescamente familiare – per iniziare la carriera politica. Nel dicembre 2011 è stato eletto nella Duma di Stato sotto l’egida del presidentissimo Putin per rappresentare una delle 46 Oblast’ (regioni) dello sconfinato paese eurasiatico, quella di Nižnij Novgorod, ed è stato confermato cinque anni dopo, salvo rassegnare le dimissioni nel maggio 2017. Nel mezzo anche una laurea in legge conseguita nel 2015 presso il Moscow Institute of Public Administration and Law, che a suo dire l’avrebbe aiutato a limare i difetti dell’inesperienza nell’arena politica russa. Da allora, se si eccettua qualche misero incarico di rappresentanza sportiva, Marat Safin non sembra avere avuto una vera occupazione.

 

Un aggiornamento sulla condotta di vita di uno dei personaggi più singolari che il tennis abbia potuto vantare è arrivato grazie alla lunga intervista rilasciata dall’ex tennista al fortunato Alexander Golovin, giornalista appena 23enne di Sports.ruIl portale russo ha titolato con la dichiarazione d’allergia ai rapporti interpersonali – ‘Non ho una fidanzata né una moglie e non voglio una relazione‘ – ma siamo certi che la scelta sia stata sofferta, poiché Marat ne ha raccontate davvero di ogni tipo.

IL MARAT-PENSIERO

UNA NUOVA SPIRITUALITÀ – Ricordate quando Safin aveva detto di essere musulmano praticante, armandosi di tale affermazione per deporre a favore della libertà di culto in Russia? Ecco, dimenticate tutto, perché a quanto pare non è più questa la sua dimensione spirituale. “Non esiste la religione, è stata creata artificialmente e tutti possono intuirne il motivo” erompe Marat, che sembra aver abbracciato una sorta di mistica naturale vicina alle filosofie orientali. Sul suo profilo Instagram, dal quale per sua stessa ammissione ‘non si può capire che sono stato un tennista‘, è comparsa quale mese fa la foto del testo di carattere divinatorio ritenuto più importante nell’alveo del confucianesimo, ‘Il libro dei mutamenti’. Gli viene chiesto di spiegare il suo avvicinamento a una sensibilità tanto lontana dalla sua cultura d’origine, lui risponde così: “Ho smesso di provarci, sarebbe come spiegare a un cieco i colori. Chi vuole troverà da sé le informazioni che cerca. Non mi è successo un giorno all’improvviso, dipende dalle esperienze di vita. Il mondo è come uno spettacolo teatrale e noi siamo gli attori“.

Costrutti aforistici che non possono sorprendere alla luce di come Safin ha aperto l’intervista: “Cosa faccio? Niente, non faccio niente. Io vivo“. Agli antipodi rispetto al ‘faccio cose/vedo gente’ di morettiana memoria, la messa in versi del terrore di apparire inoccupati che spinge la gente a confessare, con dissimulata sofferenza, di avere sempre qualcosa di importante da fare, a Marat non interessa fingere di avere una vita piena. “Vado a letto presto, verso le dieci-undici, e mi sveglio alle otto. Cammino, viaggio, non gioco a tennis, perlopiù vado in palestra per tenermi in forma”. Poi prova a spiegare rivolgendo quest’esempio al suo interlocutore: “Immagina di aver concluso la tua carriera di giornalista e poi di cominciare di nuovo a lavorare: sarebbe un po’ stupido, non trovi?”. Non lo tange minimamente il non avere un’occupazione specifica e sa spiegarne anche il perché: “Molte persone devono fare qualcosa per ricordarsi di essere vivi, ma lo fanno per non pensare. Solo pochi sono in grado di stare soli con se stessi per cinque minuti. Chiudi una persona in casa per un giorno intero, portagli via il telefono e il computer e guarda cosa succede. Io non ho di questi problemi, non ho bisogno di lavorare ed essere occupato per sentirmi normale“.

VIAGGI, SOLITUDINE E LIBERTÀ – Nell’aria è l’eco di un’espressione che più di qualcuno avrebbe rivolto a Marat, gli fosse stato di fronte; ‘grazie al… tennis, che puoi permetterti di non fare nulla‘, sarebbe la versione più edulcorata. Ritornando sul tema del suo unico vero hobby, viaggiare, l’ex tennista conferma come i guadagni sul campo – oltre 14 milioni di dollari, suggerisce la sua pagina ATP – gli permettano ancora di visitare serenamente ogni angolo del mondo. Intuibile ma non scontato: Becker ha guadagnato quasi il doppio, ma è stato decisamente meno abile a tenerseli.

Dal chiasso di Ibiza – ‘ma lì non per forza devi divertirti, io ci vado per fare sport, mangiare ottimo cibo e nuotare. Esiste una Ibiza diversa‘ – alle rovine Inca di Machu Picchu in Perù, il luogo che preferisce in assoluto. “Mi ha fatto una grande impressione, nonché dubitare del fatto che sia stato davvero tutto costruito dagli esseri umani. Anche le guide non sanno spiegare come sia successo. Un po’ come per le Piramidi in Egitto” dice Marat, che poi si esibisce in un fraintendibile ‘non credo che siamo soli nell’universo‘, tornando più tardi sull’argomento per ricordare come persino Stephen Hawking sia del suo stesso avviso.

Uno dei rovesci bimani più imponenti del nuovo millennio è convinto di non essere solo, nel senso sovrannaturale dell’espressione, ma in un certo senso vuole rimanerci. Nel ricordare il vecchio episodio di una scazzottata con Sergey Bondarchuk, figlio dell’attore e regista russo Fyodor (al quale lo legava un rapporto d’amicizia), Safin racconta piuttosto bruscamente di non avere amici. “Basto a me stesso e voglio vivere da solo, mi piace così. Non sono un asceta, ho un circolo nel quale passo il tempo ma quelli non li chiamerei amici, piuttosto compagni o colleghi. Non ho una ragazza né una moglie e non voglio che la cosa cambi. Non voglio condividere la mia vita personale e le mie cose; non perché sia accaduto qualcosa di particolare, voglio solo viaggiare e non avere legami. Mi piace libertà e non avere nessuno al mio fianco: silenzio e calma“.

Quando l’intervistatore prova ad andare più a fondo, Safin continua il fuoco di copertura. Nega di avere avuto una figlia dalla sua ex compagna Valeria Yakubovskaya, nonostante sia opinione comune che nelle vene della piccola Eva, sette anni e già un profilo Instagram per foraggiare la sua carriera di baby-modella, scorra il suo sangue. Arriva addirittura una domanda diretta sulla sua vita sessuale, alla quale Marat si sottrae senza troppe cerimonie. Il giornalista gli aveva chiesto se facesse ricorso al sesso a pagamento, in modo forse non troppo elegante.

L’ESPERIENZA POLITICA

Del periodo in giacca, cravatta a ventiquattr’ore di Safin ha fatto discutere soprattutto il suo avallo ad alcuni provvedimenti molto controversi. Su tutti la legge ‘anti-gay’ che il parlamento russo ha approvato nel giugno 2013 per ostacolare la propaganda e le manifestazioni omosessuali (con 434 voti a favore e un solo, impavido, astenuto), ma anche la ‘Dima Yakolev Law‘ entrata in vigore il primo gennaio dello stesso anno. Il provvedimento prendeva il nome di un bambino nato in Russia, adottato da una famiglia statunitense di Purcellville (Virginia) e morto in circostanze tragiche, dopo essere rimasto chiuso in auto per nove ore. Con questo pretesto e per rispondere a una legge approvata poco prima negli Stati Uniti, il parlamento russo decideva di impedire – tra le altre cose – ai cittadini statunitensi di adottare bambini russi.

Non mi vergogno delle leggi che ho votato. I nostri esperti hanno espresso un parere e ci siamo fidati di loro“. Un ginepraio dal quale qualcuno ha persino accusato Safin di aver contribuito a uccidere dei bambini. “Chi sono queste persone?“, si chiede Marat con indifferenza; “Come in tutte le cose c’è sempre qualcuno a favore e qualcuno contro“. In questa porzione dell’universo di Marat sembra però esserci qualche crepa in più. ‘Non accendo la TV, mi informo su Telegram‘. Affermazione piuttosto curiosa, se si considera che da aprile il governo russo ha bloccato l’utilizzo dell’app di messaggistica, rea di essersi rifiutata di fornire le chiavi di decrittazione dei messaggi scambiati dagli utenti. Telegram, fondato peraltro dal russo Pavel Valer’evič Durov, è notoriamente il baluardo digitale di una privacy che la Russia dimostra ogni volta di mal tollerare.

In tre dei sei gruppi Telegram citati dall’ex tennista compare proprio l’intervista di cui vi stiamo riportando la traduzione; si tratta di sacche di informazione indipendente per accedere alle quali, se si è sul suolo russo, è necessario aggirare il blocco imposto dal governo tramite una procedura in verità non troppo complessa. Il giornalista cita proprio episodi di corruzione diffusi in questi gruppi: “Se lo sapevo? Beh sì, non sono mica nato ieri. Ho 38 anni“. Perché allora non li ha denunciati quando era ancora in carica?Io non discuto di queste cose, non mi piace rovistare tra i panni sporchi. Leggo per informarmi senza dare una valutazione e poi oggi sono un cittadino libero, non più un politico“. Qui il Marat-pensiero appare parecchio meno convincente.

DOV’È IL TENNIS?

Quello che manca quasi del tutto in questa intervista, come del resto in queste settimane di piena off-season, è proprio il tennis. “Non è interessante, mi stufa dice Marat del suo rapporto odierno con la racchetta. Talmente lontano che non gli capita neanche di riguardare le sue stesse partite. “Ho chiuso quel capitolo della mia vita. Se rimani ancorato al passato non vai mai avanti, e poi guardarmi su Internet mi sembra strano. Non mi piace nemmeno parlarne“. Chi non ha mai smesso di criticarlo per il temperamento incontrollabile, quello che una volta lo portò ad abbassarsi i calzoncini per festeggiare un punto, non compare nei suoi radar come non vi compariva allora. “Le persone non sanno nulla. L’unico che può darmi consigli sono io. In passato ho pagato per farmi ascoltare, oggi non più; sono abbastanza maturo da non considerare le parole di estranei che non hanno mai giocato a tennis. Nessuno sa cosa è necessario per ottenere risultati“.

At the end of the day, ennesima di tante conferme, la sua carriera è finita soprattutto a causa degli infortuni. Rifiutò di sottoporsi a un’operazione alla gamba le cui probabilità di successo erano dichiaratamente basse. Infortuni da sovraccarico, dai quali Marat è rientrato senza però mai ritrovare velocità, esplosività e visione di gioco: “Rimanere fuori dai primi trenta non sarebbe stato divertente“. Da lì la scelta di chiamare l’ultimo giro, come per sottrarsi a un tavolo da gioco sul quale si hanno da vantare ormai poche fiches.

Del futuro che gli si stende davanti, a soli 38 anni, non è dato sapere troppo. Per significare il concetto, in chiusura di intervista Marat riesuma una battuta pronunciata da Woody Allen in uno dei suoi film meno riusciti. “Se vuoi far ridere Dioraccontagli i tuoi progetti”. Oppure digli che Marat Safin non sapeva giocare a tennis, aggiungeremmo noi.

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Berrettini: “Top ten e semi Slam miei obiettivi? Se negassi sarei un bugiardo”

HALLE – I due azzurri in esclusiva. Seppi: “Voglio vincere molto fino a Wimbledon, dopo mi fermo per l’anca”. Berrettini: “Tribune deserte? Federer è il tennis”

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Matteo Berrettini

dal nostro inviato ad Halle

C’è ancora molta luce ad Halle. Nella Renania settentrionale a giugno il sole tramonta tardissimo e il cielo azzurro chiaro sopra il Gerry Weber Sport Park sembra sapere che tra due giorni l’Italia, un tempo estranea al tennis su erba, ora piazzerà ai quarti del 500 tedesco un suo giocatore. Prepariamoci al derby Seppi-Berrettini, di fatto la rivincita dello scorso anno, quando qui al primo turno l’esperto Andreas vinse nettamente (6-3 7-5) contro un acerbo – almeno per l’erba – Matteo.

Raggiungiamo il trentacinquenne di Caldaro al termine del match di Berrettini, davanti al vialetto che porta allo Sport Park Hotel, l’albergo dei giocatori inaccessibile per i giornalisti. Il diligente Seppi, infatti, ci aveva fatto attendere un buon quarto d’ora nella mixed zone assieme a Fabienne Benoit, la responsabile ATP per le interviste su richiesta. Le avevamo chiesto in mattinata di parlare con entrambi gli azzurri, ottenendo un pronto ok. Ora però aspettare Andreas significava perdersi l’esordio di Berrettini, così accorriamo sul quasi deserto Campo 1 (a fianco giocava Federer…) prima di essere riconvocati via mail davanti al Players Hotel (permetteteci il neologismo) per intervistare prima un azzurro e poi, a ruota, l’altro.

 

Subito per Seppi un commento sul clima torrido del suo match: “Credo che il gran caldo, del tutto insolito qui, in qualche modo mi ha dato una mano, perché Moraing serviva molto bene e la terra calda ha rallentato le sue battute”. Gli domandiamo quali obiettivi si pone da qui ai Championships: “M’interessa vincere più match possibili sull’erba, anche perché dopo Wimbledon mi fermo per 6-7 settimane per un’infiltrazione all’anca. Ritornerò sul cemento ma farò solo Winstom Salem prima degli US Open. Sul finire della stagione non ho molti punti da difendere, dunque metterne insieme un po’ mi darebbe del margine in vista dell’inizio della prossima stagione, dove invece quest’anno ho fatto molto bene”.

Il suo prossimo avversario è dunque Berrettini, nella rivincita del derby l’anno scorso a senso unico per Seppi: “Allora Matteo ancora faticava, era al debutto sull’erba. Ora con la vittoria a Stoccarda non subisce un break da sei partite e sarebbe anche ora di togliergli il servizio… Adesso sta maturando su tutte le superfici, ha potenzialità e un tennis moderno, in regola sia per entrare nei primi 10 sia per una semifinale Slam, anche se per risultati così bisogna mettere insieme diversi fattori”.  

Ringraziamo Seppi e intanto Berrettini si è liberato delle TV e ci viene incontro. Per caricare il derby azzurro in terra teutonica non esitiamo a spifferargli quanto appena sentito: “Andreas ci ha detto che hai tutto per arrivare un giorno in top ten o a una semifinale Slam, ma poi ha aggiunto: ‘La striscia senza break subiti di Matteo continua, è ora che qualcuno la arresti!’. Che gli rispondi?”. Da consumato attore di Cinecittà, il romano non tradisce nemmeno con gli occhi alcun sorriso e ribatte: “Sai, certe frasi non le posso dire davanti a un microfono… Scherzi a parte, sono davvero felice e lusingato dei complimenti di un giocatore come Andreas, sul circuito da una vita. Con lui poi siamo molto amici, prima gli ho detto ‘l’anno scorso mi hai preso a pallate, ora c’è la rivincita’. Quanto a me, cerco di pensare partita per partita, mi fa strano essere n.22 del mondo, ma se ti dicessi che la top ten e una semifinale di un Major non sono tra i miei obiettivi sarei un gran bugiardo“. Niente male.

Del resto né la vittoria di domenica a Stoccarda né il campo 1 con neanche 150 spettatori l’hanno scalfito: “Altro che 150, erano molti meno! Del resto Federer è il tennis e al tennis sono abituato. Se c’è più gente ti diverti di più ma se fossimo stati solo io e il mio allenatore sarebbe stato uguale. A Stoccarda la palla mi sembrava viaggiasse di più, qui l’erba è diversa e dopo il rimbalzo la palla si alza di più. È sempre dura venire da un torneo vinto, con diverse condizioni, ma dico la verità, non mi aspettavo di trovarmi da subito così bene qui, sono sorpreso di come mi sono adattato. Bene così”. Bene così davvero, Matteo, in bocca al lupo per tutto, ragazzo, ma occhio ai vecchietti attorno a Bolzano…  

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Tsitsipas scuote i coetanei: “Contro i campioni ci vuole responsabilità”

LONDRA – La ricetta del ventenne greco per spezzare il dominio dei Fab Four a Wimbledon? Il carattere. Kyrgios non concorda, mentre Medvedev svela: “Da bambino odiavo Federer”

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Stefanos Tsitsipas - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

dal nostro inviato a Londra

La prima al Queen’s Club, per giunta da favorito numero uno, obbliga Stefanos Tsitsipas a confrontarsi se non con le aspettative dei campioni almeno con le loro ingombranti ombre.

Parlando di Wimbledon, al quale mancano ormai poche settimane, al greco è stato chiesto se si ritenga un candidato a spezzare l’egemonia dei Fab Four, che dura ormai da 16 anni (l’ultimo al di fuori del quartetto a vincere all’All England Club fu Lleyton Hewitt nel 2002). “Vorrei vedere qualcosa di diverso quest’anno, a essere onesto” ha risposto lui. “Spero di essere io, ma in generale penso che farebbe bene allo sport avere finalmente un po’ di varietà. È noioso veder vincere sempre gli stessi”.

 

Alla dichiarazione iconoclasta è seguito un appello ai coetanei molto simile all’accusa lanciata da Parigi da Boris Becker, secondo il quale la striscia di successi dei soliti noti “non sia un complimento per nessuno sotto i 28 anni” e “obbliga a farsi domande sulla qualità e sull’atteggiamento di questi ragazzi”. “Noi della nuova generazione abbiamo la responsabilità”, sostiene Tsitsipas, “di lavorare duro e credere di poter tirare fuori qualcosa di nuovo per batterli. È una questione di carattere. Alcuni di noi però non vogliono prendersi questa responsabilità di andare in campo pensando: li batterò”.

Tsitsipas non fa nomi, ma è noto che tra lui e altri giovani del circuito c’è qualche attrito. E il giorno seguente, neanche a farlo apposta, la Interview Room del Queen’s Club ha accolto proprio Nick Kyrgios e Daniil Medvedev, i due che meno sopportano gli atteggiamenti da grande saggio del ventenne di Atene. Specialmente l’australiano non è certo il primo profilo a venire in mente quando si pensa all’eccessiva riverenza verso i campioni: a Roma, poco prima di farsi squalificare per il lancio di un tavolino, aveva sparato a zero su Nadal e Djokovic, definendo il primo “un pessimo perdente” e il secondo “falso” e “ossessionato dal piacere a tutti”.

Neppure stavolta la lingua di Kyrgios ha avuto freni: “Personalmente non porto loro rispetto, sono soltanto bravi a giocare a tennis. Non penso che nessuno batterà Rafa al Roland Garros, finché sarà in salute, è troppo duro fisicamente. E a Wimbledon sarà altrettanto difficile con Novak o Federer. Però non credo sia perché si porta loro troppo rispetto”. E perché allora? “Forse semplicemente i giovani non sono abbastanza forti da batterli sui cinque set”.

I big invece, vorranno a dargli una lezione quando lo incroceranno sul campo? La risposta di Nick è un’altra frecciatina: “Credo che Djokovic sarà motivato semplicemente a battermi almeno una volta…” In effetti gli scontri diretti dicono due a zero per la testa calda di Canberra, tra i pochissimi a vantare un record positivo sull’attuale numero uno del mondo (oltre a lui in attività c’è soltanto Ivo Karlovic). “In generale vorranno battermi come fanno sempre, non credo che prima dei miei commenti scendessero in campo contro di me pensando che non gli importava di vincere”.

La frase più forte sul tema la ha però pronunciata Medvedev, che pochi minuti dopo ha sostenuto di aver… odiato Federer. L’intento iniziale era probabilmente quello di prendersi anche un po’ gioco di Tsitsipas: “Ero d’accordo con lui quando ero più giovane, diciamo a 10 anni…” ha detto il russo sorridendo sotto i baffi. “A quell’età odiavo Federer, non ne potevo più di vederlo vincere. Tifavo per il suo avversario fin dal primo round, chiunque fosse.”

Dopo aver sottilmente dato del bambino al rivale, Medvedev ha risposto più seriamente: “Ora sono cresciuto, sono concentrato su me stesso. Se perdo al primo turno non mi importa se poi è Nadal, Roger o Novak che vince il titolo, sono soltanto arrabbiato per la sconfitta. Federer non lo ho ancora mai battuto, ma quando sono finalmente riuscito a battere Djokovic a Montecarlo non mi sono certo messo a gridare: sì, ce l’ho fatta, questa è la Next Generation!”

Per il Medvedev professionista, alle soglie della top 10, oggi i Fab Four sono più che altro un esempio e un enigma. “Tutti hanno alti e bassi, ma loro no. Non so come facciano ad essere così costanti, vorrei davvero scoprirlo. Per il resto spero che un giorno, semplicemente, inizieremo a batterli”. Che non porsi neppure il problema sia il modo migliore per risolverlo?

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Federer: “Ad Halle per vincere il decimo titolo, ma l’erba non perdona”

HALLE – Roger, tra pressione e fiducia, rincorre il record di Nadal e si dice soddisfatto del Roland Garros: “Ho perso dal migliore, non c’è disonore”. Martedì l’esordio nel torneo contro Millman (alle 17:30)

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Roger Federer - Halle 2019 (foto NOVENTI OPEN_HalleWestfalen)

da Halle, il nostro inviato

L’ATP 500 di Halle è ai nastri di partenza e da queste parti tutti gli sportivi sono da settimane in fibrillazione per l’arrivo del torneo di tennis più importante di tutta la Germania. Ha lo stesso status del 500 di Amburgo, ma precede Wimbledon mentre l’ex Super 9 terraiolo ora è disertato dai migliori giocatori. Tutto questo non basta: è il più importante di Germania soprattutto perché ad ogni stagione risponde presente Roger Federer, che quest’anno ha l’occasione di centrare il decimo successo su questi prati e in assoluto. Oltre ad Halle, solo la natìa Basilea è stata conquistata 9 volte dal Re svizzero, che sembra molto determinato a raggiungere Nadal come unici due giocatori dell’Era Open a vincere lo stesso torneo almeno 10 volte (anche se qui Rafa può vantare un dominio incontrastato, coi suoi 12 Roland Garros, 11 Montecarlo e 11 Barcellona).

Insomma, con buona pace dell’astro nascente Sascha Zverev, qui la gente ha occhi solo per Roger (del resto, dove non è così?). Normale quindi che la conferenza stampa di Federer fosse il piatto forte del “Super-Media-Sunday”, che ha caratterizzato la domenica precedente l’inizio del torneo. Il fresco semifinalista di Parigi si è presentato sorridente alle 9,30 di mattina, con la sua felpa bianco panna con strisce ed etichette rosse, a richiamare i colori della sua Svizzera ma, in primis, a mostrare uno dei prodotti Uniqlo di cui Roger è il più noto testimonial.  

 

Federer è troppo navigato per esordire con le frasi di rito e preferisce spiegare il suo (davvero) familiare rapporto con Halle più tardi. Prima due parole su come si sente all’esordio sull’erba: “La pressione è alta anche per me, l’erba non ti perdona, perdere un attimo la concentrazione può costarti il set. Lo ammetto, sono qui solo per vincere. Sto bene, pieno di energia e conquistare il decimo Halle sarebbe per me davvero speciale, non ho mai vinto un torneo 10 volte”.

Gli viene chiesto un bilancio del suo ritorno al Roland Garros: “Sono stato molto soddisfatto, ho raggiunto la semifinale, dove ho perso dal migliore di sempre sulla terra, non c’è disonore in questo. Il vento durante del match era difficile da gestire, ma questo l’ha reso epico. Sulla terra Rafa sa sempre che ha molte opzioni, è la stessa cosa che vale per me sull’erba, posso giocare da fondo, fare serve&volley, spezzare il ritmo con palle corte… quando hai molte opzioni puoi adattarti a molti avversari e il tuo margine è più alto”. Due parole sul suo avversario al primo turno (domani, quarto match sullo Stadion, non prima delle 17.30), quel John Millman che lo eliminò a sorpresa dagli ultimi US Open: “Devo essere attento dal primo quindici. Millman non ti regala mai nessun punto, è un esordio abbastanza duro ma in fondo è meglio così”.

Ora sì che Roger può parlare del suo feudo della Vestfalia: “Con il mio ritorno sulla terra battuta, quest’anno il tempo per prepararmi all’erba è stato molto meno, ma ad Halle vengo sempre volentieri, qui mi sento a casa, coi tifosi e gli organizzatore siamo quasi una famiglia”.

Sembrano parole eccessive, più di facciata che autentiche, ma poi Federer toglie ogni dubbio: “Quando ho saputo che con lo sponsor c’erano problemi, sono corso dalla famiglia Weber (il torneo si chiama infatti Gerry Weber Open, dal nome del ricco manager cui la piccola Halle – 21.000 abitanti – deve il privilegio di essere la sede del più quotato torneo ATP tedesco, ora diretto dal figlio Ralf, nda) per sapere se potevo fare qualcosa, poi è arrivato Noventi, ma parlerò con Ralf per cercare altre possibili collaborazioni future. Il rapporto con i tifoso è ottimo anche perché vengo dalla svizzera tedesca e parlare la loro lingua mi permette d’integrarmi al meglio. Qui poi anche la mia famiglia viene sempre molto volentieri. Capita nel momento perfetto, tra due appuntamenti in due grandi città come Parigi e Londra: godersi la tranquillità e i panorami che ci sono qui è quello che ci vuole prima di ritornare in una metropoli”.  

Il legame di Federer con Halle è dettato in primis da un contratto ricchissimo che ne assicura la presenza: ha esordito nel 2000, vincendo per la prima volta nel 2003 contro Nicolas Kiefer e da allora ha mancato l’appuntamento solo nel 2007, 2009 e 2011. Quest’anno è alla 17esima partecipazione, che potrebbe valere il 102esimo titolo della carriera.

Difficile che sia andata così, ma la battuta con cui Roger esalta la particolarità forse più distintiva del torneo ci autorizza a pensare che sia dovuta ad essa la scelta del verde della Foresta di Teutoburgo per prepararsi a Wimbledon: Dove altro potete trovare una stanza d’albergo con questa vista? È bellissimo, posso guardare i miei amici e i miei avversari dal balcone!”. Ed è davvero così, ad Halle infatti l’hotel dei giocatori è ubicato all’interno dell’impianto.

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