Marco Panichi: “Djokovic è speciale, sapevo sarebbe tornato numero 1”

Interviste

Marco Panichi: “Djokovic è speciale, sapevo sarebbe tornato numero 1”

Esclusiva con il noto preparatore atletico. L’addio a Nole: “Non gli eravamo d’aiuto. Forse gli ha dato la spinta”. Il ruolo del team: “Essenziale, ma serve equilibrio”

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Tra i relatori dei corsi GPTCA e ISMCA tenutisi lo scorso novembre al Centro Pavesi di Milano, uno dei nomi più illustri è stato sicuramente quello di Marco Panichi. In quasi trent’anni di carriera il 54enne preparatore atletico romano ha seguito molti dei migliori tennisti italiani, partendo da Sanguinetti e Santangelo, passando per Fognini, Bolelli, Vinci e Knapp, fino a Giannessi e Donati oggi, per fare i nomi più importanti. E tanti campioni stranieri, come Smashnova, Hantuchova e Kuznetsova in campo femminile, Karlovic, Kohlschreiber e – ultimo in ordine cronologico, dato che Panichi lo ha seguito a cavallo tra il 2017 e il 2018 – il fuoriclasse serbo Novak Djokovic, in campo maschile.

Peraltro la presenza di Panichi all’evento formativo milanese è stata apprezzata dai partecipanti non solo per le sue relazioni (una sua sessione sul campo insieme ad Alberto Castellani e Pat Remondegui è proseguita ben oltre l’orario previsto, a tardo pomeriggio inoltrato, con i corsisti entusiasti che continuavano a chiedere esempi di esercizi), ma anche per i contributi durante le relazioni degli altri docenti, alle quali ha spesso assisto in mezzo ai partecipanti, riguardanti esempi o aneddoti tratti dalle sue tantissime esperienze professionali di alto livello. Alcune relative proprio alla sua recente collaborazione con Novak Djokovic. E ovviamente proprio da quest’ultima siamo partiti nell’intervista che Marco ci ha concesso in una pausa tra un corso e l’altro in una delle sale dell’impianto sportivo milanese.

 

La prima domanda è abbastanza scontata: Novak Djokovic è di nuovo al vertice del tennis mondiale, dopo cinque mesi incredibili: da luglio in poi, due Slam e due Masters 1000 in bacheca, 35 vittorie e solo 3 sconfitte. Tu che hai lavorato con lui nel periodo sicuramente più duro, quello dell’infortunio e dell’operazione, te lo aspettavi che ritornasse numero uno al mondo?
Sì, posso dire che me lo aspettavo. Perché penso che Novak Djokovic sia speciale in tante cose. Nel periodo che abbiamo lavorato assieme devo dire che c’era dentro di me questa quasi certezza, anche se si è trattato di un periodo in cui lui doveva prendere delle decisioni ed era un po’– passami il termine, ma è per capirci– in confusione. Ma solo perché era un momento di grande cambiamento – nella sua vita, nel suo staff – e secondo me non era centratissimo su quello che doveva fare. E mi piace pensare, anche se non ne potrò mai avere la certezza chiaramente, che quando ad un certo punto tutti noi tre dello staff – io per primo, Radek Stepanek e Andre Agassi – abbiamo deciso di interrompere la collaborazione, forse è stato proprio questo a dargli la spinta per rientrare un po’ su certi binari che poi l’hanno portato a tornare quello che è.

Quindi per te non si trattava solo un problema di impegni in Italia, come si era sentito dire, che non erano compatibili con l’impegno richiesto dalla collaborazione con Djokovic?
Molto semplicemente, io faccio questo lavoro ormai da trent’anni. E sbaglio a chiamarlo lavoro: per me è una passione. E il mio lavoro è proporre delle cose, a seconda chiaramente del giocatore e della situazione che ho di fronte, che credo e spero lo possano aiutare. In quel momento, tutti e tre noi dello staff ci siamo resi conto che quello che potevamo proporre non era di aiuto a Nole. Semplicemente questo. Che, ripeto, in quel momento – rispettabilissime tutte le sue decisioni – non era in grado forse di prendere le decisioni giuste. O almeno noi pensavamo questo. Questo è il vero motivo. Poi, è chiaro, io avevo anche altri impegni con altri giocatori in Italia, ma non è stato per quello. Certo, con lui era praticamente un lavoro 24 ore su 24, ma nonostante questo era una bellissima esperienza.

Proprio collegandomi a quanto mi hai appena detto e alla tua grande esperienza, ci puoi dire se hai riscontrato delle differenze nel lavorare con un top player piuttosto che con giocatori che stazionano più indietro nel ranking?
Posso dirti che non si tratta di una questione di classifica. Non è che lavorare con un top player ti richieda di più rispetto ad altro giocatore. Dipende dal giocatore. Nole richiedeva veramente moltissimo impegno e forse anche per questo, molto probabilmente, lui è un top player. Per lui, per quello che è il suo concetto di allenamento, qualsiasi cosa dovesse fare – che comprende tutti gli aspetti che stiamo trattando in questi giorni nei corsi, dal mentale all’alimentazione, ad esempio – era così importante da occuparlo ventiquattr’ore su ventiquattro. Ovviamente non in senso letterale, intendo dire che se ne occupava per tutto l’arco della sua giornata “lavorativa”. Altri giocatori fanno lo stesso pur non essendo dei top player e probabilmente questo li porterà a diventarlo in un secondo momento. Ma non voglio dire che sia l’unico modo per diventare un top. Ci sono persone che invece lavorano e ragionano in modo diverso, che hanno bisogno dei loro spazi, di far decantare un po’ le cose che hanno elaborato prima di tornare competitivi al 100%. Per cui, per quella che è la mia esperienza, posso dirti che da questo punto di vista i top player sono tutti differenti uno dall’altro. Non è la classifica, ma il modo di essere. Che probabilmente influenzerà la classifica.

In un tuo intervento durante il corso, hai evidenziato come non ci sia stata una caratteristica fisica-atletica di Djokovic che ti abbia colpito in particolare, ma la persona nel suo complesso. All’appassionato, che ha impresse nella mente le immagini dell’“uomo di gomma” Djokovic, può suonare un po’ strano.
Indubbiamente Nole ha delle qualità fuori dal normale, quella che tu citi è sicuramente una di queste. Ora, non è che solo quella qualità possa determinare uno strapotere fisico. Nole, come tutti gli altri top player che ho avuto la possibilità di allenare, è un atleta completo. Io dico sempre questa cosa, anche perché provengo dall’atletica leggera: il tennista di alto livello deve essere un po’ come il decatleta. Deve cioè saper fare bene tutto, deve avere degli aspetti fisici e dei parametri fisiologici che devono essere ottimali un po’ in tutto. Lo spiego in maniera un po’ semplicistica ma è per essere chiaro: non può essere solo troppo veloce perché andrebbe a discapito della resistenza, non può essere solo resistente perché deve essere anche veloce, non può essere solo agile ma deve disporre di una componente di forza abbastanza importante da poter poi esplodere sul colpo, poter fare cioè quello nell’immaginario collettivo è il “tirar forte”. Quindi Nole, come tutti i top player, rappresenta l’apice. Hanno a 360 gradi delle caratteristiche che li rendono unici. Quello che dicevo ieri è che non sono rimasto colpito perché ho allenato atleti che avevano una di queste caratteristiche così predominante, così fuori dall’ordinario, che magari ti colpiva. Ma il fatto che invece lui sia così completo in tutti i settori lo rende un super-atleta.

Tornando al tuo lavoro, far parte di un team molto numeroso come appunto in uno dei tuoi interventi hai sottolineato essere quello di Djokovic, con più di una dozzina di persone che gravitano attorno al fuoriclasse serbo, è più gratificante e stimolante o preferisci lavorare in team più piccoli?
Penso che come in tutte le cose ci voglia il giusto equilibrio. Premessa: oggi, soprattutto ad alto livello ma anche a livello giovanile, il team è essenziale. Ora, il perimetro entro il quale definire il team può essere abbastanza labile, perché vi potrebbero essere inclusi tanti aspetti. Per mia esperienza personale, il team deve essere composto da 3-4 persone, responsabili dei singoli settori. È il nucleo, lo zoccolo duro, anche itinerante perché bisogna dare un supporto a 360 gradi all’atleta. Poi intorno a questo gruppo gravitano altre figure, che possono entrare a farne parte ma non in maniera stabile, al quale i professionisti di ogni settore si rivolgono se ci sono situazioni particolari. Ad esempio, penso ad un nutrizionista: non è una figura itinerante ma sta diventando una figura molto importante. E poi normalmente c’è chi gestisce il team, che è fondamentale: talvolta lo fa il manager, talvolta il coach, o anche il preparatore se ha l’esperienza necessaria. Ma il team è ormai fondamentale, l’iper-specializzazione ti richiede di continuare a studiare e ad evolvere come professionista in ogni momento, e non hai il tempo per diventare anche qualcos’altro: un buon coach o un buon preparatore atletico. Ne va innanzitutto della credibilità nei confronti dell’atleta. Che va salvaguardato: lui deve sapere che se si rivolge ad un preparatore atletico, ad un coach o ad un fisioterapista, trova la massima professionalità in quel settore.

Tu adesso stai seguendo diversi di atleti, tra i quali Giannessi e Donati. Come stai impostando la programmazione dei tornei, crea qualche difficoltà dover incrociare pianificazioni ed esigenze diverse?
Non è una cosa difficilissima da questo punto di vista. Ad esempio, Giannessi e Donati hanno suppergiù la stessa classifica, quindi una programmazione dei tornei simile e di conseguenza possono dividersi le spese e il fatto che li segua un po’ di più a tempo pieno. Chiaramente se, come si spera, dovessero crescere e salire di classifica, in quel caso bisognerà trovare delle misure per seguirli nel miglior modo possibile. Come preparatore atletico sono sicuramente più libero di un coach nel lavorare con più persone: il coach è quello che deve essere lì a dirgli come giocare e vincere, mentre io faccio un lavoro un po’ più dietro le quinte. Io devo metterlo in condizione di fare quello che il coach chiede, che le sue caratteristiche tecniche vengano esaltate. Perciò diciamo che, chiaramente con la valigia sempre in mano e pronto a saltare da un posto all’altro, si può fare.

Hai allenato tanti tennisti. Con tanti successi e tante soddisfazioni a livello professionale. Riavvolgendo il nastro della tua carriera, quale tra le tante vittorie e le tante soddisfazioni è quella più grande per Marco Panichi?
Non è facile rispondere a questa domanda. Perché, certo, ci sono le soddisfazioni per i risultati raggiunti, i tornei vinti – penso ai quarti di Fabio a Parigi, le vittorie degli altri, la scalata in classifica di Philipp Kohlschreiber. Sono state veramente tante. Ma, ancora una volta, questi sono forse gli effetti del mio lavoro, quindi come arrivano anche si dimenticano. Quello che ti rimane tantissimo invece – e sembrerà scontato, ma per me è assolutamente la verità – è il rapporto che si crea con questi giocatori. Vederli crescere, dal punto di vista fisico – per quanto mi riguarda – ma soprattutto, come spesso è accaduto quando ho avuto la fortuna di stare con qualcuno di loro più di qualche anno, vedere la loro trasformazione da ragazzi a uomini, da ragazze a donne. Vedere l’evoluzione dell’individuo. Questa per me, che sono un appassionato nel trasmettere – e spero di riuscire a farlo sempre nel miglior modo possibile – forse è la cosa più importante di tutte. Ripeto, sembra una cosa scontata e non voglio neanche prendermi troppo sul serio, ma io penso che noi non siamo solo allenatori, ma educatori. Questa cosa, ripeto, la dico senza voler assolutamente essere arrogante e sapendo che non ho le possibilità di un educatore, ma dobbiamo assolutamente essere leali, essere corretti, provare a dare questi ragazzi l’esempio migliore. Poi magari spesso non ci riusciamo, siamo umani. In definitiva, e ti assicuro che è così, io voglio un giocatore felice più che un giocatore forte. Poi, ovviamente, l’ottimale è che sia felice e forte e lavoriamo per farlo diventare forte. Ma in una carriera di 10-15 anni, in un periodo delicato nello sviluppo di un individuo, dobbiamo assolutamente tenere conto di queste cose. Perché quando finisce il tennis inizia la vita vera. Ripeto, senza arrogarmi competenze che non ho, ma dobbiamo essere il più onesti possibile nel rapporto con i ragazzi.

Ultima cosa. I nostri lettori spesso sono anche amatori oltre che appassionati. Un consiglio, un tip, per chi si approccia al tennis in ambito amatoriale.
Andiamo su un mondo abbastanza vasto, ma la cosa che io vorrei dire – innanzitutto – è quella di rimanere sempre in un range di sicurezza. E con questo intendo dire di non strafare, non giocare ed impegnarsi oltre i limiti percepiti. Per fare questo bisogna fare un minimo di movimento, avere un minimo di preparazione, anche al di fuori di quello che può essere il divertimento della partita stessa. Mi spiego: uscire dall’ufficio, andare a giocare e poi tornare subito a casa, può andar bene una o due volte, ma se lo si fa costantemente è il caso di dedicare quella mezz’oretta prima e quella mezz’oretta dopo ad un buon riscaldamento e ad un buon defaticamento, che ci possono veramente salvare per tante cose.

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Fish, il capitano USA: “Siamo tutti responsabili per la nuova Davis”

Intervista al selezionatore della squadra di Coppa Davis degli Stati Uniti. Il nostro prossimo avversario di Madrid dice di noi: “L’Italia può contare su un gruppo esperto”

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Dopo le dimissioni di Jim Courier da Capitano della squadra USA di Coppa Davis lo scorso settembre a seguito della sconfitta in semifinale contro la Croazia, la Federazione Tennis americana USTA ha deciso di prendersi qualche mese e fare qualche cambiamento nelle mansioni previste dal ruolo. Seguendo le indicazioni di Courier stesso, secondo il quale “il nuovo capitano dovrebbe essere qualcuno anagraficamente più vicino ai giocatori”, la United States Tennis Association ha deciso di affidare questo importante compito all’ex n.7 ATP Mardy Fish, coinvolgendolo anche nel Player Development Program che lo vedrà come presenza costante durante tutta la stagione ai grandi tornei in giro per il mondo.

Mentre eravamo a Indian Wells in occasione del BNP Paribas Open, Mardy ci ha concesso una breve intervista telefonica dalla sua casa in California svelando alcuni retroscena di questa sua nuova avventura professionale.

 

Cosa ci puoi dire di questi tuoi primi mesi nel nuovo ruolo?
Sono stati mesi divertenti, di aggiustamento dal ruolo di “compagno di viaggio” dei giocatori a quello di capitano. Sono stato molto soddisfatto del rispetto che mi hanno dimostrato tutti i tennisti che ho incontrato, questo è molto importante. Sono sempre stato un grande fan della Coppa Davis, ho sempre risposto ad ogni convocazione, è sempre stato un onore rappresentare gli Stati Uniti ed ora è un onore ancora più grande essere nel ruolo di capitano.

Sono ormai diversi anni che ti sei ritirato dalla carriera professionistica: come vedi la prospettiva di tornare a viaggiare con il “Tour” adesso che la tua vita è strutturata in maniera più convenzionale?
La mia vita a casa con mia moglie e i miei due figli è ormai piuttosto consolidata. Negli ultimi anni ho comunque viaggiato un po’ per motivi personali, per qualche esibizione e per il mio impegno nel golf. Questo ruolo con la USTA non richiederà ritmi di viaggio troppo intensi, dovrò assicurare la mia presenza essenzialmente per creare un clima di ‘cameratismo‘ nel gruppo: sono stato qualche giorno a Indian Wells, da martedì a sabato, sarò qualche giorno a Miami, salterò buona parte della stagione europea e viaggerò di nuovo per i tornei estivi. Voglio solamente assicurarmi che i giocatori sappiano di avere il supporto della USTA nel caso in cui ne abbiano bisogno.

Cosa ne pensi della nuova formula della Coppa Davis?
Credo sia troppo presto per dare un giudizio complessivo. Sulla carta la formula sembra splendida, i tempi erano giusti per un cambiamento, anche se non so se fosse necessario un cambiamento così drastico. So che ci sono giocatori fortemente contrari a questa riforma, ma questa loro strenua opposizione vuol dire che hanno molto a cuore la Coppa Davis, che la passione per questa competizione brucia dentro di loro. La data nel calendario è molto brutta. Ma alla fine dei conti, quando si tratta della Davis la maggior parte dei giocatori troveranno la maniera per partecipare e sono convinto che il campo di partecipazione sarà eccellente. Per quel che riguarda la squadra USA, i ragazzi sono molto contenti di poter rappresentare il loro Paese. Non posso parlare per gli altri capitani, so che ci sono stati dei tennisti che hanno giurato di non partecipare più alla Coppa Davis a causa del nuovo formato, ma quello che bisogna tenere ben presente è che siamo tutti responsabili per il successo della Davis. Se la Davis fallisce, è un fallimento per tutti noi. Per esempio, so che per i giocatori australiani la Davis è molto importante, ed è bello che sia così. Ma se non supportano questo cambiamento, non funzionerà mai.

Con il nuovo formato, una squadra che arriva in finale deve disputare sei incontri in sette giorni: quanto credi che sarà importante avere una panchina lunga?
Credo sarà importante avere alcuni tennisti solo per il singolare ed alcuni solo per il doppio. Una squadra che avesse solamente un paio di giocatori di livello, e nella quale uno di loro fosse impegnato in singolare e doppio ogni giorno, credo che arriverebbe alla fine della settimana piuttosto stanca. In questo senso noi siamo fortunati ad avere qualcuno come Jack Sock, per esempio, che potrebbe giocare in doppio liberando i singolaristi da questa incombenza.

Il tennis maschile e in particolare l’ATP sono in agitazione dopo la mancata estensione del contratto del CEO Chris Kermode. Qual è la tua opinione su tutta questa faccenda vista da fuori?
Ho parlato con alcuni dei giocatori che fanno parte del Council e non posso fare altro che sottolineare che questi ragazzi svolgono il loro compito con passione. A loro sta a cuore il tennis, fanno quello che fanno in nome dell’amore per il gioco anche se magari non hanno una classifica altisonante. Conosco Kermode personalmente dai tempi nei quali era il Direttore del torneo del Queen’s: ogni volta che ho giocato quel torneo tutto era perfetto. Non ho però alcuna esperienza diretta del suo operato al comando dell’ATP, dato che è diventato CEO dopo che mi ero già ritirato.

Qualche settimana fa l’ITF ha effettuato il sorteggio per decidere i gironi all’italiana della prima fase delle finali di Coppa Davis, e gli USA saranno nello stesso girone di Canada e Italia. Puoi parlarci dei vostri avversari?
Il team canadese è un misto di esperienza e gioventù: Denis Shapovalov e Felix Auger Aliassime saranno le colonne portanti della squadra per molti anni a venire, e Milos [Raonic] potrà dar loro il contributo di esperienza di cui hanno bisogno. In maniera simile, l’Italia può contare su un gruppo esperto di cui fanno parte Fabio Fognini e Andreas Seppi, cui si è aggiunto supporto più giovane come Marco Cecchinato che conosco bene perché fu il mio avversario nell’ultimo match della mia carriera agli US Open. Sono molto fiducioso nelle nostre possibilità in questo girone: abbiamo tre tennisti sotto i 22 anni tra i primi 50 del mondo, Tiafoe, Fritz e Opelka. Tiafoe ha appena raggiunto i quarti di finale agli Australian Open, e questo non è un risultato che si ottiene per caso, è necessario battere ottimi giocatori per arrivare lì. Saranno il nucleo della nostra squadra per gli anni a venire, e saranno aiutati da veterani come John [Isner] e Sam [Querrey].

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ATP

Thiem, piedi ancora più veloci con Massu nel box: “Lo devo anche a lui”

In un paio di settimane di collaborazione, Nicolas Massu ha già ‘portato’ Thiem a vincere un 1000. Secondo l’austriaco non è soltanto un caso

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IL PODCAST DEI NOSTRI INVIATI

 

Quello che è successo in questi dieci giorni mi sembra irreale. Ero in cattiva forma sotto diversi punti di vista e adesso sono il campione di Indian Wells. Non mi sembra del tutto reale“. Fa ancora fatica a realizzare Dominic Thiem, che in California ha vinto il titolo più importante della sua carriera. Sulla superficie che per diverso tempo gli è stata indigesta, contro un avversario infinitamente più esperto – specie su questi campi – sebbene meno giovane, meno fresco e meno esplosivo di lui. Tutti aspetti che alla fine sono risultati decisivi.

La sensazione, a posteriori, è che Dominic avesse in canna da un po’ di tempo questo exploit. Doveva trovare le condizioni ideali, un pizzico di fortuna e una spinta decisiva che probabilmente è arrivata dal nuov(issim)o allenatore Nicolas Massu. L’ex tennista cileno assume davvero le sembianze del santone, quasi di un demiurgo, se si considera che i due hanno ufficializzato la collaborazione appena dieci giorni fa diffondendo il cauto proposito di lavorare assieme per i tornei di Indian Wells e Miami. “Ci siamo confrontati prima del match. Roger è un giocatore completo, è difficile trovare soluzioni contro di lui ma in qualche modo ce l’ho fatta. C’è anche una componente di fortuna; non credo che la tattica sia l’aspetto più importante. È grandioso averlo nel mio box perché è molto motivato e trasmette queste motivazioni a me sul campo. Ci siamo allenati molto duramente prima di Indian Wells; in 12-13 giorni sono passato dal non essere in gran forma a essere il campione di Indian Wells. È un risultato incredibile che dipende anche da lui“.

DOMINIC PIÉ VELOCE –Inutile nascondere quanto abbiano pesato i due straordinari recuperi sulle palle corte che Federer ha scelto di giocare nell’undicesimo game del terzo set; in occasione della prima, in particolare, Dominic è riuscito a giocare un recupero vincente partendo con i piedi dietro la scritta ‘Indian Wells. “Sono fortunato a essere così veloce, immagino sia un regalo dei miei genitori” sorride Dominic. “Anche se sono veloce, però, di tanto in tanto ho problemi a muovermi con precisione. Tutti i top player sembrano molto eleganti quando si muovono, io non troppo. Devo allenarmi molto per essere preciso nelle esecuzioni“. E deve averlo fatto straordinariamente bene negli ultimi giorni, se i risultati sono quelli ammirati in California.

Non un talento cristallino – nel senso comune di questa locuzione – quello del neo-numero 4 del mondo, ma un grandissimo talento se allarghiamo l’accezione alla cultura del lavoro e alla ‘capacità di sopportarlo’, come aveva raccontato a proposito di Thiem il suo ex allenatore Gunter Bresnik. E oltre alle gambe d’acciaio, di cui avevamo già avuto una consistente prova durante la gran battaglia contro Nadal a New York, è servita quella solidità mentale che spesso gli aveva fatto difetto. Non questa settimana. “Sono rimasto concentrato in tutte le partite, senza piangermi addosso. Sono rimasto sempre positivo. Un po’ come lo US Open dello scorso anno, giocai un grande torneo. Ho cercato di mantenere lo slancio più a lungo di New York“.

Ultimo tassello del puzzle, non certo meno decisivo degli altri, il grande feeling che Thiem ha sviluppato con le condizioni di gioco a Indian Wells. “Ho sempre detto che mi piacciono. Sono abbastanza simili alla terra, campi in cemento piuttosto lenti con un buon rimbalzo, soprattutto di giorno. È incredibile che io abbia vinto il mio primo grande titolo su una superficie diversa dalla terra. Quello che mi rende felice è aver trasformato un brutto inizio di stagione in un grande successo“. Bravo Dominic. Lo meriti tutto.

Thiem e Federer (premiazione) – Indian Wells 2019 (foto Luigi Serra)

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Interviste

Andreescu genuina: “Sono la fo***ta campionessa di Indian Wells!”

La conferenza stampa della vincitrice del BNP Paribas Open 2019. “Un anno fa stavo giocando un 25k in Giappone. Sono rilassata. Mi fido dei miei colpi”

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Bianca Andreescu con trofeo - Indian Wells 2019 (via Twitter, @AustralianOpen)

IL PODCAST DEI NOSTRI INVIATI

 

Una nuova stella si è aggiunta al firmamento del tennis femminile. Quella della 18enne canadese (di chiare origini rumene) Bianca Andreescu, che ha sconfitto in una finale incerta sin dalle prime battute Angelique Kerber con un 6-4 3-6 6-4, diventando la prima wild card nella storia di Indian Wells a vincere il torneo.

La tennista canadese ha continuato una tradizione crescente di Indian Wells, quella di lanciare i talenti migliori del tennis femminile. Qui Serena Williams nel 1999 vinse il suo primo Premier Mandatory in finale contro la Graf, e lo scorso anno Naomi Osaka vinse il suo primo titolo WTA in assoluto, lanciandola nella corsa che l’avrebbe portata alla vittoria di due Slam consecutivi. E vista la giovane età di Andreescu, sono stati fatti molti paralleli in conferenza stampa, non dribblati dalla diretta interessata. “Sì, è stata sicuramente un’ispirazione vederla vincere prima qui l’anno scorso e poi due Slam, è stato fantastico.”.

Andreescu non si è mostrata timida davanti alla stampa, come abbiamo imparato a conoscerla durante questo torneo. Esprimendo tutte le sensazioni provate durante la partita, ma parlando con la calma e la spigliatezza di una veterana. La tennista canadese ha ricordato i periodi difficili passati per via degli infortuni, ma in momenti del genere è quasi impossibile non lasciarsi andare almeno un po’; diciamo che non ha avuto molti peli sulla lingua. “Un anno fa, di questi tempi, ho avuto molti problemi con il mio corpo ed il mio tennis. Quindi è pazzesco cosa può cambiare in un anno. Stavo giocando un 25k in Giappone, e ora sono il – posso dire quella parola con la F? No, non posso. (Sorridente). La fo***ta campionessa di Indian Wells! È pazzesco”.

Il suo tennis ha rappresentato una vera e propria novità questa settimana. Ricco di variazioni e di creatività, oltre che solido nei fondamentali, si è rivelato un vero e proprio rebus per qualsiasi sua avversaria, anche contro una giocatrice reattiva ed esperta come Angie Kerber. La stessa Andreescu è stata esplicita sulle soluzioni tattiche adottate durante la partita, soprattutto sulla scelta di giocare una palla molto alta sul rovescio della tedesca. “Sì, è stato sicuramente d’aiuto ma non si tratta di alzare la palla. Ho colpito forte sul suo rovescio e con più rotazione. Sembra una palla molto alta perché non l’ho impostata correttamente, ma non è mia intenzione”.

L’aspetto più impressionante della ragazza canadese è senza dubbio la forzao mentale.  Sul punteggio di 2-1 nel secondo set ha accusato dei problemi fisici al braccio destro, e si è vista costretta a chiamare il medical time-out, per poi subire un break subito dopo. Non si è scomposta, così come dopo i tre match point falliti, in un misto di coraggio ed incoscienza. Sicuramente ha aiutato la sua passione per la meditazione, che spiega parte del suo approccio. Sono rilassata. Mi fido di me stessa. Mi fido dei miei colpi. Sono fiduciosa. In quei momenti, provo a respirare il più possibile, per concentrarmi. Questo è quello che faccio di solito prima della partita. In questo torneo, mi ha sicuramente aiutato. Sono stata concentrata ogni partita. Ci sono stati alcuni alti e bassi in alcune partite, ovviamente. Il tennis non è uno sport perfetto. Questo vuol dire tutto per me”.

IL MOVIMENTO CANADESE – Non sono mancate domande sulla nuova generazione di talenti del Canada, che accomuna Andreescu (classe 2000) a Shapovalov (1999) e Auger-Aliassime (2000). Bianca non ha nascosto che la vittoria di qualsiasi canadese dà a ciascuno di noi la motivazione e l’ispirazione per fare bene. Se loro possono farlo, noi possiamo. Penso che questa vittoria darà fiducia a tante persone, giovani atleti o magari che aspirano a diventarlo. E io ho solo 18 anni, quindi, sì, se io posso farlo, loro possono”. Che sia il Canada il futuro del tennis? Certamente con questo exploit il paese nordamericano promette di ritagliarsi anche uno spazio importante nel circuito femminile, sperando che Andreescu non tradisca le aspettative come già fatto da Eugenie Bouchard.

Certo, stando alla mentalità che dimostra di avere, è difficile che questa ragazza non faccia strada. L’unica pressione che sento è quella che metto su me stessa. Cerco di non pensare alla stampa, ai fan e nulla. Quindi mi concentro solo su me stessa, è tutto ciò che conta per me.”.

STUDI E FUTURO – Ovviamente non è mancato l’accenno alle sue origini rumene, sopratutto per il saluto finale in rumeno che ha riservato al pubblico – “Ho detto, grazie, ragazzi, per il supporto che mi date. Vi amo.” – e alla sua giovane età, in risposta a una precisa domanda sui suoi studi, che ha dovuto un po’ tralasciare. “No, in realtà sono indietro di un anno. Sto facendo online. Ci sto lavorando. Ma è difficile perché dopo gli allenamenti questa è l’ultima cosa che voglio fare. Sono solo così stanca. Ma credo che la conoscenza sia potere, quindi sto facendo del mio meglio per finirlo. E spero in futuro di riuscire a fare alcuni corsi online durante la mia carriera per tenere la mente allenata.”

Chissà che Bianca non possa divenire una vera e propria minaccia per quella che sembrava già pronta a diventare “l’era Osaka”. Lei dopotutto, ancora non ci pensa. Non voglio davvero concentrarmi sul futuro ora. Voglio solo godermi questo momento, perché non voglio dare nulla per scontato. Non si sa mai cosa porterà la prossima settimana. Voglio solo godermelo senza pensarci” . Come darle torto. D’altronde, per pensare in grande c’è ancora molto tempo.

IL VIDEO DELLA CONFERENZA

Giorgio Di Maio

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