Marco Panichi: “Djokovic è speciale, sapevo sarebbe tornato numero 1”

Interviste

Marco Panichi: “Djokovic è speciale, sapevo sarebbe tornato numero 1”

Esclusiva con il noto preparatore atletico. L’addio a Nole: “Non gli eravamo d’aiuto. Forse gli ha dato la spinta”. Il ruolo del team: “Essenziale, ma serve equilibrio”

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Tra i relatori dei corsi GPTCA e ISMCA tenutisi lo scorso novembre al Centro Pavesi di Milano, uno dei nomi più illustri è stato sicuramente quello di Marco Panichi. In quasi trent’anni di carriera il 54enne preparatore atletico romano ha seguito molti dei migliori tennisti italiani, partendo da Sanguinetti e Santangelo, passando per Fognini, Bolelli, Vinci e Knapp, fino a Giannessi e Donati oggi, per fare i nomi più importanti. E tanti campioni stranieri, come Smashnova, Hantuchova e Kuznetsova in campo femminile, Karlovic, Kohlschreiber e – ultimo in ordine cronologico, dato che Panichi lo ha seguito a cavallo tra il 2017 e il 2018 – il fuoriclasse serbo Novak Djokovic, in campo maschile.

Peraltro la presenza di Panichi all’evento formativo milanese è stata apprezzata dai partecipanti non solo per le sue relazioni (una sua sessione sul campo insieme ad Alberto Castellani e Pat Remondegui è proseguita ben oltre l’orario previsto, a tardo pomeriggio inoltrato, con i corsisti entusiasti che continuavano a chiedere esempi di esercizi), ma anche per i contributi durante le relazioni degli altri docenti, alle quali ha spesso assisto in mezzo ai partecipanti, riguardanti esempi o aneddoti tratti dalle sue tantissime esperienze professionali di alto livello. Alcune relative proprio alla sua recente collaborazione con Novak Djokovic. E ovviamente proprio da quest’ultima siamo partiti nell’intervista che Marco ci ha concesso in una pausa tra un corso e l’altro in una delle sale dell’impianto sportivo milanese.

La prima domanda è abbastanza scontata: Novak Djokovic è di nuovo al vertice del tennis mondiale, dopo cinque mesi incredibili: da luglio in poi, due Slam e due Masters 1000 in bacheca, 35 vittorie e solo 3 sconfitte. Tu che hai lavorato con lui nel periodo sicuramente più duro, quello dell’infortunio e dell’operazione, te lo aspettavi che ritornasse numero uno al mondo?
Sì, posso dire che me lo aspettavo. Perché penso che Novak Djokovic sia speciale in tante cose. Nel periodo che abbiamo lavorato assieme devo dire che c’era dentro di me questa quasi certezza, anche se si è trattato di un periodo in cui lui doveva prendere delle decisioni ed era un po’– passami il termine, ma è per capirci– in confusione. Ma solo perché era un momento di grande cambiamento – nella sua vita, nel suo staff – e secondo me non era centratissimo su quello che doveva fare. E mi piace pensare, anche se non ne potrò mai avere la certezza chiaramente, che quando ad un certo punto tutti noi tre dello staff – io per primo, Radek Stepanek e Andre Agassi – abbiamo deciso di interrompere la collaborazione, forse è stato proprio questo a dargli la spinta per rientrare un po’ su certi binari che poi l’hanno portato a tornare quello che è.

 

Quindi per te non si trattava solo un problema di impegni in Italia, come si era sentito dire, che non erano compatibili con l’impegno richiesto dalla collaborazione con Djokovic?
Molto semplicemente, io faccio questo lavoro ormai da trent’anni. E sbaglio a chiamarlo lavoro: per me è una passione. E il mio lavoro è proporre delle cose, a seconda chiaramente del giocatore e della situazione che ho di fronte, che credo e spero lo possano aiutare. In quel momento, tutti e tre noi dello staff ci siamo resi conto che quello che potevamo proporre non era di aiuto a Nole. Semplicemente questo. Che, ripeto, in quel momento – rispettabilissime tutte le sue decisioni – non era in grado forse di prendere le decisioni giuste. O almeno noi pensavamo questo. Questo è il vero motivo. Poi, è chiaro, io avevo anche altri impegni con altri giocatori in Italia, ma non è stato per quello. Certo, con lui era praticamente un lavoro 24 ore su 24, ma nonostante questo era una bellissima esperienza.

Proprio collegandomi a quanto mi hai appena detto e alla tua grande esperienza, ci puoi dire se hai riscontrato delle differenze nel lavorare con un top player piuttosto che con giocatori che stazionano più indietro nel ranking?
Posso dirti che non si tratta di una questione di classifica. Non è che lavorare con un top player ti richieda di più rispetto ad altro giocatore. Dipende dal giocatore. Nole richiedeva veramente moltissimo impegno e forse anche per questo, molto probabilmente, lui è un top player. Per lui, per quello che è il suo concetto di allenamento, qualsiasi cosa dovesse fare – che comprende tutti gli aspetti che stiamo trattando in questi giorni nei corsi, dal mentale all’alimentazione, ad esempio – era così importante da occuparlo ventiquattr’ore su ventiquattro. Ovviamente non in senso letterale, intendo dire che se ne occupava per tutto l’arco della sua giornata “lavorativa”. Altri giocatori fanno lo stesso pur non essendo dei top player e probabilmente questo li porterà a diventarlo in un secondo momento. Ma non voglio dire che sia l’unico modo per diventare un top. Ci sono persone che invece lavorano e ragionano in modo diverso, che hanno bisogno dei loro spazi, di far decantare un po’ le cose che hanno elaborato prima di tornare competitivi al 100%. Per cui, per quella che è la mia esperienza, posso dirti che da questo punto di vista i top player sono tutti differenti uno dall’altro. Non è la classifica, ma il modo di essere. Che probabilmente influenzerà la classifica.

In un tuo intervento durante il corso, hai evidenziato come non ci sia stata una caratteristica fisica-atletica di Djokovic che ti abbia colpito in particolare, ma la persona nel suo complesso. All’appassionato, che ha impresse nella mente le immagini dell’“uomo di gomma” Djokovic, può suonare un po’ strano.
Indubbiamente Nole ha delle qualità fuori dal normale, quella che tu citi è sicuramente una di queste. Ora, non è che solo quella qualità possa determinare uno strapotere fisico. Nole, come tutti gli altri top player che ho avuto la possibilità di allenare, è un atleta completo. Io dico sempre questa cosa, anche perché provengo dall’atletica leggera: il tennista di alto livello deve essere un po’ come il decatleta. Deve cioè saper fare bene tutto, deve avere degli aspetti fisici e dei parametri fisiologici che devono essere ottimali un po’ in tutto. Lo spiego in maniera un po’ semplicistica ma è per essere chiaro: non può essere solo troppo veloce perché andrebbe a discapito della resistenza, non può essere solo resistente perché deve essere anche veloce, non può essere solo agile ma deve disporre di una componente di forza abbastanza importante da poter poi esplodere sul colpo, poter fare cioè quello nell’immaginario collettivo è il “tirar forte”. Quindi Nole, come tutti i top player, rappresenta l’apice. Hanno a 360 gradi delle caratteristiche che li rendono unici. Quello che dicevo ieri è che non sono rimasto colpito perché ho allenato atleti che avevano una di queste caratteristiche così predominante, così fuori dall’ordinario, che magari ti colpiva. Ma il fatto che invece lui sia così completo in tutti i settori lo rende un super-atleta.

Tornando al tuo lavoro, far parte di un team molto numeroso come appunto in uno dei tuoi interventi hai sottolineato essere quello di Djokovic, con più di una dozzina di persone che gravitano attorno al fuoriclasse serbo, è più gratificante e stimolante o preferisci lavorare in team più piccoli?
Penso che come in tutte le cose ci voglia il giusto equilibrio. Premessa: oggi, soprattutto ad alto livello ma anche a livello giovanile, il team è essenziale. Ora, il perimetro entro il quale definire il team può essere abbastanza labile, perché vi potrebbero essere inclusi tanti aspetti. Per mia esperienza personale, il team deve essere composto da 3-4 persone, responsabili dei singoli settori. È il nucleo, lo zoccolo duro, anche itinerante perché bisogna dare un supporto a 360 gradi all’atleta. Poi intorno a questo gruppo gravitano altre figure, che possono entrare a farne parte ma non in maniera stabile, al quale i professionisti di ogni settore si rivolgono se ci sono situazioni particolari. Ad esempio, penso ad un nutrizionista: non è una figura itinerante ma sta diventando una figura molto importante. E poi normalmente c’è chi gestisce il team, che è fondamentale: talvolta lo fa il manager, talvolta il coach, o anche il preparatore se ha l’esperienza necessaria. Ma il team è ormai fondamentale, l’iper-specializzazione ti richiede di continuare a studiare e ad evolvere come professionista in ogni momento, e non hai il tempo per diventare anche qualcos’altro: un buon coach o un buon preparatore atletico. Ne va innanzitutto della credibilità nei confronti dell’atleta. Che va salvaguardato: lui deve sapere che se si rivolge ad un preparatore atletico, ad un coach o ad un fisioterapista, trova la massima professionalità in quel settore.

Tu adesso stai seguendo diversi di atleti, tra i quali Giannessi e Donati. Come stai impostando la programmazione dei tornei, crea qualche difficoltà dover incrociare pianificazioni ed esigenze diverse?
Non è una cosa difficilissima da questo punto di vista. Ad esempio, Giannessi e Donati hanno suppergiù la stessa classifica, quindi una programmazione dei tornei simile e di conseguenza possono dividersi le spese e il fatto che li segua un po’ di più a tempo pieno. Chiaramente se, come si spera, dovessero crescere e salire di classifica, in quel caso bisognerà trovare delle misure per seguirli nel miglior modo possibile. Come preparatore atletico sono sicuramente più libero di un coach nel lavorare con più persone: il coach è quello che deve essere lì a dirgli come giocare e vincere, mentre io faccio un lavoro un po’ più dietro le quinte. Io devo metterlo in condizione di fare quello che il coach chiede, che le sue caratteristiche tecniche vengano esaltate. Perciò diciamo che, chiaramente con la valigia sempre in mano e pronto a saltare da un posto all’altro, si può fare.

Hai allenato tanti tennisti. Con tanti successi e tante soddisfazioni a livello professionale. Riavvolgendo il nastro della tua carriera, quale tra le tante vittorie e le tante soddisfazioni è quella più grande per Marco Panichi?
Non è facile rispondere a questa domanda. Perché, certo, ci sono le soddisfazioni per i risultati raggiunti, i tornei vinti – penso ai quarti di Fabio a Parigi, le vittorie degli altri, la scalata in classifica di Philipp Kohlschreiber. Sono state veramente tante. Ma, ancora una volta, questi sono forse gli effetti del mio lavoro, quindi come arrivano anche si dimenticano. Quello che ti rimane tantissimo invece – e sembrerà scontato, ma per me è assolutamente la verità – è il rapporto che si crea con questi giocatori. Vederli crescere, dal punto di vista fisico – per quanto mi riguarda – ma soprattutto, come spesso è accaduto quando ho avuto la fortuna di stare con qualcuno di loro più di qualche anno, vedere la loro trasformazione da ragazzi a uomini, da ragazze a donne. Vedere l’evoluzione dell’individuo. Questa per me, che sono un appassionato nel trasmettere – e spero di riuscire a farlo sempre nel miglior modo possibile – forse è la cosa più importante di tutte. Ripeto, sembra una cosa scontata e non voglio neanche prendermi troppo sul serio, ma io penso che noi non siamo solo allenatori, ma educatori. Questa cosa, ripeto, la dico senza voler assolutamente essere arrogante e sapendo che non ho le possibilità di un educatore, ma dobbiamo assolutamente essere leali, essere corretti, provare a dare questi ragazzi l’esempio migliore. Poi magari spesso non ci riusciamo, siamo umani. In definitiva, e ti assicuro che è così, io voglio un giocatore felice più che un giocatore forte. Poi, ovviamente, l’ottimale è che sia felice e forte e lavoriamo per farlo diventare forte. Ma in una carriera di 10-15 anni, in un periodo delicato nello sviluppo di un individuo, dobbiamo assolutamente tenere conto di queste cose. Perché quando finisce il tennis inizia la vita vera. Ripeto, senza arrogarmi competenze che non ho, ma dobbiamo essere il più onesti possibile nel rapporto con i ragazzi.

Ultima cosa. I nostri lettori spesso sono anche amatori oltre che appassionati. Un consiglio, un tip, per chi si approccia al tennis in ambito amatoriale.
Andiamo su un mondo abbastanza vasto, ma la cosa che io vorrei dire – innanzitutto – è quella di rimanere sempre in un range di sicurezza. E con questo intendo dire di non strafare, non giocare ed impegnarsi oltre i limiti percepiti. Per fare questo bisogna fare un minimo di movimento, avere un minimo di preparazione, anche al di fuori di quello che può essere il divertimento della partita stessa. Mi spiego: uscire dall’ufficio, andare a giocare e poi tornare subito a casa, può andar bene una o due volte, ma se lo si fa costantemente è il caso di dedicare quella mezz’oretta prima e quella mezz’oretta dopo ad un buon riscaldamento e ad un buon defaticamento, che ci possono veramente salvare per tante cose.

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Interviste

Guillermo Pérez Roldan: “Sono stato maltrattato da mio padre, lo sapevano tutti”

In un’intervista a ‘La Nacion’, l’ex tennista argentino ha raccontato una terribile storia di abusi subiti dal padre, che lo allenava. “Ho ricevuto un pugno in faccia, un’altra volta mi ha infilato la testa nel gabinetto, un’altra volta ancora mi ha preso a cinghiate”

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Guillermo Pérez Roldán e suo padre Raùl (credit "Historia del Tenis en la Argentina/R. Andersen y E. Puppo")

Questo articolo è una traduzione dell’intervista rilasciata da Guillermo Pérez Roldan a Sebastián Torok per La Nacion (giornale argentino)


Dopo una sconfitta si presentò in camera mia e iniziò a prendermi a frustate perché diceva che in campo non ero stato abbastanza reattivo”. È una confessione scottante e inedita quella che Guillermo Pérez Roldan, ex giocatore argentino di ottimo livello che nel 1988 toccò anche il numero 13 delle classifiche mondiali, ha affidato al media argentino “La Nación”. Guillermo ha aperto il suo libro dei ricordi con il giornalista Sebastian Torok, raccontando gli abusi e i maltrattamenti del padre-allenatore. E ha evidenziato con amarezza che gran parte del mondo del tennis argentino ignorò la situazione pur essendone a conoscenza.

Quello di Pérez Roldan è un nome che potrebbe non dire nulla agli appassionati di tennis più giovani, ma coloro che hanno più di 35 anni lo ricorderanno bene. Lo chiamavano “Rocky” per la potenza del dritto e per la forza fisica, come detto arrivò a essere numero 13 ATP e vinse 9 titoli nel singolare, il primo dei quali – a Monaco di Baviera nel 1987 – gli permise di diventare il tennista più giovane della storia a vincere un titolo del circuito maggiore, a 17 anni e 6 mesi di età. In Argentina Guillermo è ricordato anche per un tiratissimo incontro di Coppa Davis del 1988 contro gli Stati Uniti, quando diede battaglia a Buenos Aires a John McEnroe e Andre Agassi (l’Argentina perse comunque 4-1).

 

Non solo: per la sua avvenenza fisica, non era raro trovare Pérez Roldan sulle copertine di riviste non solo sportive. Ma la sua carriera è stata interrotta prematuramente da un infortunio al polso destro. Le sue ultime apparizioni in campo risalgono al 2006. Dal suo ritiro dalla scena del tennis in poi, Guillermo si è allontanato dalla luce dei riflettori e molto raramente ha concesso interviste. Ha mantenuto un profilo basso, insomma, portando avanti una carriera da allenatore. Oggi l’ex giocatore argentino vive proprio a Santiago, la capitale del paese andino, ma spesso è in Italia per lavoro: svolge un incarico per lo sviluppo e la crescita del TC di Cagliari ed è anche consulente della FIT.

Nel metodo di lavoro di Raúl Pérez Roldan, padre di Guillermo e creatore della prolifica scuola di tennis di Tandil, la disciplina e la severità sono state regole non negoziabili. Negli anni Ottanta aveva formato un team di giovani tennisti tra i quali c’erano i figli Guillermo e Mariana (anche lei tennista di ottimo livello: fu n. 51 WTA nel 1988), ma anche nomi noti come Franco Davin e Patricia Tarabini. Ma, secondo le parole di Guillermo, Raúl ha oltrepassato il limite causando sofferenze soprattutto ai suoi figli.

La Nacion ha contattato Guillermo Pérez Roldan pensando a un’intervista-amarcord, incentrata sui migliori momenti della carriera tennistica di Guillermo. In un primo momento, il padre Raúl è stato menzionato solo in un paio di passaggi. “Lo dico senza paura – ha affermato Guillermo – è stato un visionario del tennis, straordinario nella cura dei dettagli tecnici, insomma, un ottimo allenatore. E aveva creato un sistema perfetto nella sua scuola di tennis. Ma purtroppo era mio padre. Avrei preferito avere un allenatore peggiore e un padre migliore, semplicemente. Oppure avrei preferito fare l’avvocato, per esempio, in modo da non essere allenato da lui. È un lato oscuro della mia vita. Oggi, comunque, come tecnico, mi tolgo il cappello di fronte a lui. E spero che un giorno potremo riavvicinarci, perché alla fine è sempre mio padre: oggi non abbiamo più alcun contatto”.

Poi, poche ore dopo l’intervista, Guillermo – che compirà 51 anni a ottobre e aspetta la nascita del terzo figlio – ha ricontattato “La Nación” tramite WhatsApp. Aveva deciso, dopo aver riflettuto molto, di sfogarsi. Di raccontare il suo incubo. Aveva bisogno, evidentemente, di riportare alla luce una situazione che lo angustiava da quasi trent’anni. E così ha fatto, prima con dei file audio, poi rispondendo ad altre domande del giornalista.

Avrei voluto un padre migliore“, ha raccontato Guillermo. “Vedremo se un giorno mi abbraccerà e smetterà di vedermi come un modo per fare soldi. Come ero in campo, così sono nella vita: non mollo mai, prima di perdere le speranze devono proprio stendermi. È un peccato. Ho due figli e sta per arrivare il terzo: fatico ancora a credere a quel che è successo. Fa male, tanto, anche se sono passati tanti anni: oggi continuo a lavorare nel tennis, a cinquant’anni suonati, e ho più voglia di vivere che mai. Ma la verità è questa. La sanno in molti, ma nessuno la dice. E io non l’ho mai confessata a un giornalista. Però è andata così. Un giorno, appena persa una partita, sono tornato in camera e ho ricevuto un pugno in faccia da mio padre. Un’altra volta mi ha infilato la testa nel gabinetto, un’altra volta ancora mi ha preso a cinghiate. Oppure potrei raccontarvi di quando i miei genitori hanno firmato documenti per prosciugarmi il conto in banca: quattro-cinque milioni di dollari guadagnati giocando a tennis che sono spariti da un giorno all’altro”.

E così, proprio colui che in casa non fa mostra di alcuno dei trofei vinti perché “rimanere troppo attaccati al passato ti impedisce di guardare avanti”, ha deciso di dire tutto riguardo ai tempi che furono. “Ho sempre tenuto riservata la mia vita privata, ma mi sono stancato di nascondere a tutti le cose che ho subito. Sono stato maltrattato fisicamente, e lo sapevano tutti. La cosa era iniziata con mia sorella, poi, quando ho iniziato a guadagnare di più, lei passò in secondo piano. Mio padre è stato un allenatore fenomenale tanto quanto un padre di m… Vincere una partita era un sollievo perché voleva dire sfuggire alla sua ira. Avevo diciannove anni, vincevo parecchio ma non potevo godermi nulla. Un giorno gli chiesi di continuare il suo cammino senza di me, dicendogli che in caso di bisogno lo avrei chiamato. Comprati un cavallo, gli dissi, ma lasciami tranquillo“.

Dopo di lui non ho avuto altri coach. Per molti anni ho giocato da solo o con degli allenatori a gettone come Kiko Carruthers, che mi seguivano solo per determinati tornei. Tutto quello che ho raggiunto come giocatore di tennis lo devo a mio padre, ma io mi riferisco alla vita familiare, che era un disastro. Nel 1987, a 17 anni, vinsi tre titoli ATP. Un giorno, dopo aver vinto a Buenos Aires, mi trasferii a Itaparica. Al primo turno incontrai un ragazzo di nome Tore Mainecke, fu un match difficile per il cambio di superficie e per il caldo che faceva. Fui sconfitto e dopo la partita mio padre entrò in camera mia e iniziò a prendermi a cinghiate perché diceva che non ero stato abbastanza reattivo”.

Guillermo è un fiume in piena. E spiega anche che Raúl non si limitava ai maltrattamenti fisici. “Mio padre ha smesso di picchiarmi a 18 o 19 anni, perché altrimenti avrei smesso di giocare, glielo dissi chiaramente. Successe dopo un torneo a Palermo, mi pare nel 1989. Mi sedetti sull’aereo e gli dissi: Guarda, dall’anno prossimo voglio viaggiare da solo, altrimenti tirerò solo pallate fuori dal campo e perderò il ranking. Oppure appenderò la racchetta al chiodo’. Non ce la facevo più. Da lì le cose sono in parte migliorate, ho iniziato a godermi di più gli anni della giovinezza, fino a quando mi sono sposato per la prima volta a 24 anni. Quel giorno scoprii che mio padre si prese tutti i miei soldi senza nemmeno avvisarmi. Erano conti familiari con tre firme. Gli assegni dell’ATP erano a mio nome, ma firmando insieme i miei genitori potevano prelevare denaro. A quell’età ti fidi di tuo padre. Io ho scoperto tutto nel 1994, a 24 anni. Non avevo più nulla, inoltre fui costretto a terminare la mia carriera per un infortunio e iniziai a lavorare con Guillermo Vilas. La vita mi ha portato in Italia, dove ho vissuto per dieci anni. Sono stato molto bene e poi mi sono trasferito qui in Cile, ma le mie figlie sono in Italia”.

Pérez Roldan passa poi a raccontare un episodio risalente al suo secondo matrimonio, celebrato in Cile qualche anno dopo. “Mia moglie mi convinse a invitare i miei genitori. Mio padre mi chiese perdono davanti a tutti, poi mi disse che avremmo potuto risolvere anche i problemi relativi ai soldi. Ma poi ha rovinato di nuovo tutto. Sono andato a Tandil e gli ho detto: restituiscimi qualcosa di quel che mi hai tolto. Ma lui si è rifiutato più volte. A quel punto gli ho detto: papà, tu per la tua strada e io per la mia. Ora conto solo sul mio lavoro”.

Una storia terribile che assume connotati ancora più sgradevoli quando Guillermo racconta la verità sull’infortunio che ha posto fine alla sua carriera a soli 24 anni: “Nel 1993 dopo il Roland Garros ero a Genova con mio padre, avevo un giorno libero e allora decidemmo di andare a Milano per vedere Mariano Zabaleta, impegnato al Torneo dell’Avvenire. Durante il viaggio decidemmo di fare una sosta in un’area di servizio. Fu lì che, mentre parlavo al telefono, mio padre venne aggredito da due persone, litigarono per un motivo stupido, sulla precedenza nel fare benzina. Mi avventai su di loro e tirai alcuni pugni. Mi feci male, misi del ghiaccio sulla mano e continuammo per la nostra strada, ma il giorno dopo mi svegliai col polso destro gonfio che pareva quello di un elefante. Capii di aver riportato una frattura. Tornammo in Argentina, per il resto della stagione riuscii a giocare pochi tornei e sempre con infiltrazioni. Mi sono operato svariate volte ma non sono mai riuscito a risolvere davvero il problema e ancora oggi la mano non è a posto. Insomma, non mi sono infortunato giocando. Al massimo, a causa dell’attività tennistica ho avuto qualche problema agli addominali. La causa del mio ritiro fu l’aver difeso d’impeto mio padre nonostante tutto quel che aveva fatto. E lui mi ha ripagato comportandosi malissimo. Non gli ho mai fatto causa, ma mi ha preso tantissimi soldi. Dei guadagni dei primi anni della carriera non ho più niente”.

Ma nonostante tutto, Guillermo dice che riabbraccerebbe volentieri suo padre e sua madre. “È già accaduto che sembrava volesse riavvicinarsi a me, come durante il matrimonio, ma poi è tornato a pugnalarmi alle spalle. Quindi è difficile pensare che questo possa succedere davvero. Ma mi piacerebbe, finché siamo entrambi in vita. Io ho avuto il mio percorso e con mia moglie abbiamo vissuto altre sofferenze terribili, come la morte di sua sorella a 36 anni e delle figlie di 6 e 9 anni in un incidente stradale, tre anni fa qui in Cile. Insomma, dei soldi ormai mi interessa poco. Però si tratta sempre dei miei genitori. Vorrei parlare con loro e chiedere perché mi hanno fatto tutto questo male”.

E alle figlie Agustina (di 25 anni) e Chiara (14 anni), Guillermo ha mai raccontato questa storia? “Loro non hanno alcun rapporto con mio padre. Ma hanno intuito delle cose col passare del tempo. Gli unici a sapere davvero tutto sono mia moglie e i miei amici più intimi: Franco Davin, Eduardo Infantino, Mariano Zabaleta. Oggi rendo pubblica la mia storia perché spero che chi dovesse vivere qualcosa di simile abbia quel coraggio di denunciare tutto che io non ho mai avuto”.

Il quotidiano argentino “La Nación” ha tentato di mettersi in contatto con Raúl Pérez Roldan per conoscere la sua versione dei fatti, senza successo.

Si ringrazia per la traduzione Gianluca Sartori

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Interviste

[ESCLUSIVO] Istomin: “Sono d’accordo con Djokovic, il vaccino deve essere una scelta”

Dal suo isolamento in Kazakistan, Denis Istomin parla di questi mesi senza tennis, di aiuti economici, di vaccini e della possibile ripresa del circuito

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Denis Istomin - Australian Open 2017 (foto Roberto Dell'Olivo)

Intervista di Silvia Aresi

La maggior parte degli appassionati italiani conosce Denis Istomin almeno per l’impresa compiuta all’Australian Open nel 2017, quando al secondo turno sconfisse in cinque set l’allora numero due del ranking, nonché campione in carica Novak Djokovic. La classifica congelata ATP vede il tennista uzbeko, classe 1986, occupare la posizione 156, ma il suo best ranking risale al 2013, quando si issò fino al numero 33.

Dove hai vissuto durante questi mesi di quarantena?
Sono stato, e mi trovo tuttora, ad Almaty (città del Kazakistan, ndr), con la mia famiglia.

 

Hai ripreso ad allenarti e giocare a tennis in questi giorni?
Ad Almaty hanno appena riaperto i circoli di tennis, quindi per il momento sto facendo allenamento fitness, probabilmente riprenderò a giocare a tennis il 25 Maggio.

Hai avuto modo di parlare con qualche tuo collega durante questi mesi, a proposito della situazione attuale? Nadal ha detto che, a suo avviso, il circuito ATP non ripartirà nel 2020. Qual è l’opinione diffusa tra voi professionisti al riguardo?
Ho parlato con alcuni colleghi riguardo alla situazione che stiamo vivendo. Secondo me, e secondo altri giocatori, il tennis professionistico non riprenderà nel 2020.

Vale lo stesso anche per i due restanti tornei Slam, US Open e Roland Garros?
Mi piacerebbe che si disputassero. Ma, secondo me, c’è una probabilità molto, molto bassa che questo accada.

Cosa pensi della decisione della Federazione francese di posticipare l’evento?
Hanno fatto ciò che era conveniente per loro e non hanno tenuto conto del calendario o dei giocatori. In questa situazione, se ci sarà comunque un torneo, allora di certo sarà un bene per la maggior parte dei giocatori, perché ciò che vogliono davvero è poter giocare.

Djokovic, Federer e Nadal hanno proposto la creazione del Player Relief Fund per aiutare i colleghi che si trovano fuori dalla top 100 ATP. Cosa pensi di questa iniziativa?
Penso che sia una grande idea, perché sono tempi davvero difficili per tutti i giocatori, ma soprattutto per quelli di basso ranking, che non hanno possibilità di giocare Slam e tornei ATP, e sicuramente molti di loro stanno pensando di abbandonare il tennis professionistico. Spero che il denaro promesso dal Fondo li aiuti a mantenere alta la motivazione per continuare a giocare.

Dominic Thiem ha inizialmente criticato il progetto, dicendo che alcuni giocatori, in tornei come i Futures, non si impegnano realmente. Sei d’accordo con queste affermazioni?
Non gioco i Futures da diverso tempo, ad ogni modo ognuno ha la propria opinione! Di sicuro esistono giocatori che non si impegnano un granché qualche volta! Allo stesso modo ci sono molti giocatori che lavorano duramente e non hanno denaro per viaggiare e raggiungere quei tornei, non hanno possibilità di essere seguiti da un coach. Se vedete il montepremi dei Futures negli ultimi 20 anni non c’è stato un grande incremento. Non posso dire di essere al 100% in accordo o in disaccordo. Entrambi i punti di vista hanno un senso. L’unica cosa che non mi piace è che Dominic lo abbia detto pubblicamente, avrebbe dovuto riferirlo all’ATP o parlarne tra giocatori.

Lo stesso Thiem, e anche Matteo Berrettini, hanno dichiarato che ognuno dovrebbe essere libero di decidere a chi fare donazioni per scopi benefici, per esempio un ospedale o altre fondazioni, e che non spetta all’ATP obbligare nessuno ad aderire al Player Relief Fund. Cosa pensi al riguardo?
Su questo sono d’accordo. Ognuno ha la propria situazione finanziaria, e credo che ognuno debba contribuire secondo le proprie possibilità, non dovrebbero esserci obblighi. Ciascuno dovrebbe decidere per se stesso come e chi aiutare o meno.

Novak Djokovic ha rivelato che, in caso di vaccino obbligatorio contro il COVID-19, si opporrebbe. Questo ha sollevato un polverone, con molte accuse a Novak di essere contrario alla scienza. Qual è la tua posizione al riguardo?
Lasciamo che accusino anche me, allora! Ma sono d’accordo con Novak! Non può esserci una vaccinazione obbligatoria, ogni persona deve avere una scelta fra il vaccinarsi o meno.

Hai qualche idea su quando il circuito tennistico riprenderà con i tornei ATP?
Penso che i prossimi due anni saranno veramente difficili per il circuito ATP! Spero si riprenda presto, ma dobbiamo essere preparati allo scenario peggiore. Dal momento che la pandemia non è ancora terminata, l’obiettivo principale resterà la salute.

Cosa pensi dell’iniziativa di Patrick Mouratoglou, l’Ultimate Tennis Showdown, il torneo di esibizione da lui organizzato?
È un’ottima idea! I tennisti hanno bisogno di giocare partite, non importa se sono esibizioni o tornei. Spero che tutte le federazioni di tennis seguiranno il suo esempio e organizzeranno qualcosa del genere per i propri giocatori.

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Nel mondo di Lorenzo Musetti: “Mi sento simile a Tsitsipas. Porte chiuse? Basta che ci sia Simone”

Lunga chiacchierata con il classe 2002 più promettente del mondo. Le ambizioni, il coach come un secondo padre e gli allenamenti con i big a Melbourne: “Djokovic mi ha impressionato più di tutti”

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Lorenzo Musetti - Pre qualificazioni Internazionali d'Italia 2019 (foto Felice Calabrò)

Sono tornato a giocare dal 4 maggio dopo un mese di inattività. Non è stato difficile perché in quarantena mi sono allenato tutti i giorni fisicamente, ma nemmeno semplice perché non ho sentito la pallina per un mese“. Se gli chiedi quanto tempo gli servirebbe per essere pronto a tornare in campo, la risposta è l’avverbio di tempo che chiude questa intervista – una risposta che tradisce tutta l’energia della sua fresca maggiore età. Lorenzo Musetti è il tennista nato nel 2002 più alto in classifica (è 284°, suo best ranking), uno che se non fosse arrivato Jannik Sinner a cambiare le regole del gioco occuperebbe la prima riga di ogni taccuino italiano.

Campione dell’Australian Open dei piccoli nel 2019, Musetti ha abbandonato l’attività junior dopo il Roland Garros dello stesso anno ed è passato definitivamente tra i grandi, dimostrando subito di essere fatto di una pasta interessante. Un quarto e una semifinale a livello challenger, l’ultimo turno di qualificazione raggiunto all’Australian Open di quest’anno e il dignitosissimo esordio nel circuito maggiore a Dubai, contro Rublev, conquistato partendo dalle qualificazioni. “Il torneo più bello della mia vita. Affrontavo uno dei giocatori più in forma del momento ma gli sono stato attaccato alle caviglie sin da subito. Lui alla fine mi ha fatto i complimenti, gliel’ho fatta sudare“.

Lo dice miscelando modestia e ambizione nelle giuste proporzioni. Ogni volta che si inorgoglisce un po’ per i suoi traguardi – ‘mi sento migliorato, per me parlano anche alcuni risultati‘ – rimette dopo pochi istanti i piedi per terra, come una compensazione inevitabile – ‘so di dover imparare a tenere un livello ‘medio’ più alto, anche in allenamento“. Lorenzo insiste parecchio su questo argomento durante l’intervista, alti e bassi che devono essere livellati sia tra una partita e l’altra che all’interno della stessa partita. O anche tra tornei diversi: “In Sudafrica (dove ha giocato gli ultimi due tornei – un challenger e un ITF – prima del lockdown, ndr) ho giocato molto male, ed era solo una settimana dopo Dubai“.

 

Tutto passa per la continuità e l’abnegazione, specie quando la genetica ti ha dotato di un talento nel toccare la palla che schiude leciti scenari di grandeur. Il rovescio – ci racconterà che lo sente come il suo colpo naturale – è bello e coraggioso, il servizio fa più male di un anno fa e la creatività nelle soluzioni offensive non gli è mai mancata. Non che basti per diventare uno di quelli forti davvero, o anche solo per entrare in top 100, ma Lorenzo da Carrara (una trentina di chilometri da La Spezia, dove si allena) in campo sa fare più o meno tutto. Onestamente è meglio partire da questa base, se proprio si deve scegliere, per costruire il resto.

Che tipo di ragazzo è? Lo avevamo conosciuto lo scorso anno a Barletta, riconoscendogli subito una certa eleganza nei modi e una chiarezza espressiva che non caratterizza molti suoi coetanei, e lo abbiamo risentito qualche giorno fa in una chiacchierata su Skype. Legato, anzi legatissimo al suo allenatore Simone Tartarini – ‘Quando cresci un tennista sin da bambino è come diventarne il secondo padre’ – Lorenzo ha soltanto due piccoli nei: uno sul mento, l’altro è una certa inclinazione a lamentarsi in campo, certo sempre con se stesso, tendenza che il suo coach cerca di non assecondare anche se il rischio di eccedere con il bastone è dietro l’angolo. Deve sempre esserci una carota pronta da qualche parte.

Simone Tartarini e Lorenzo Musetti

Il resto, potete apprenderlo direttamente dalle sue risposte. Un paio potete ascoltarle anche dalla sua viva voce.


D: Lorenzo, parlaci della tua ripresa dopo un mese di inattività.
R: Ho avuto la fortuna di ritornare in campo con Alessandro Giannessi, che è di La Spezia, e ci alleniamo tutti i giorni presso il circolo Junior Tennis San Benedetto: stiamo facendo un ottimo lavoro e ci siamo adattati bene a questa situazione (bene come si trova con Giannessi, Musetti dice di trovarsi solo con Giulio Zeppieri, suo grande amico e compagno di doppio, ndr). Giochiamo spesso dei punti ‘dal basso’ e a fine allenamento facciamo sempre un paio di cesti di servizio. Nel pomeriggio faccio cesto con Simone e a volte lui mi serve da tre quarti di campo, così alleno anche un po’ la risposta. In generale stiamo lavorando più sul movimento, sulla fatica, che sui colpi di inizio gioco perché manca ancora tanto alla ripresa.

Senti che questo periodo di stop ti ha frenato un po’? In Sudafrica non hai giocato benissimo, ma venivi dalla bella settimana di Dubai e sei al tuo best ranking.
Credo che mi abbia fatto abbastanza bene perché l’ho gestito bene. Ho passato un po’ di tempo con la mia famiglia, una cosa che noi tennisti facciamo poco oramai, e mi sono dilettato in alcune cose che di solito non posso fare, ad esempio la cucina. Abbiamo fatto il tiramisù, la pizza, la polenta: qualche cosa abbiamo sperimentato, dai! Ma il piatto preferito sono sempre gli gnocchi della nonna.

Durante l’anno come è la tua routine di allenamento?
Dipende dal tempo che ho a disposizione tra un torneo e l’altro. Se ho una-due settimane vado anche qualche giorno a Tirrenia, visto che Roberto (Petrignani, il suo preparatore atletico, ndr) lavora e mi segue da lì. Se invece ho solo pochi giorni sto a casa e mi alleno al San Benedetto.

Qual è il tuo rapporto con gli studi? Tu frequenti il quarto anno di scuola superiore di un istituto paritario, di solito durante l’anno come ti organizzi con la scuola? E cosa è cambiato durante il lockdown?
Durante i tornei preferisco non pensarci e mettermi in pari quando ritorno qui a casa o comunque quando ho del tempo libero. Quando vado in campo preferisco concentrarmi sul torneo. In queste settimane mi hanno mandato del materiale didattico via mail, come fanno più o meno tutto l’anno perché io sono sempre in giro e le video-lezioni in pratica non esistono. Ho studiato un po’ quel materiale e a fine anno farò l’esame ‘interno’ per accedere all’anno successivo.

In Australia hai avuto l’opportunità di allenarti con Federer, ma anche con Djokovic e Medvedev. Dicci come è stato scambiare con loro e se davvero la palla che propone Federer è così diversa rispetto a quella degli altri.
È difficile giudicarli basandosi su una mezz’ora, anche se con Djokovic e Medvedev ho giocato un’oretta. Con Roger è stato un riscaldamento, non ho fatto nessun punto o esercizio particolare, ma sono d’accordo con i suoi tifosi che lo considerano il migliore di tutti: è il mio idolo tennistico. Ma se devo essere sincero, quello che mi ha impressionato di più è stato Djokovic: fa impressione per come è stabile, fermo, sempre in equilibrio e per come risponde. Con lui ho fatto qualche punto ed è quello che mi ha fatto più effetto dei tre. Medvedev invece è un giocatore molto particolare e credo che in partita sia veramente ostico perché gioca molto profondo. Non ha una velocità di palla pazzesca ma è talmente solido e preciso che fargli il punto è veramente tosta.

Ascolta la risposta di Musetti su Federer e Djokovic

Un anno fa ci siamo conosciuti a Barletta, e quel giorno ci dicesti che ti sentivi più sicuro con il dritto. Come valuti oggi l’equilibrio tra i due colpi?
Forse la situazione si è un po’ capovolta. Con il rovescio sono migliorato tanto e ho preso tanta sicurezza, e secondo me è dovuto anche tanto alla parte atletica: soprattutto in questa quarantena mi sono ingrossato parecchio e ho preso qualche chilo – ma non di grasso! (Lorenzo ci ha raccontato di aver portato a casa qualche peso dal circolo, da utilizzare nel periodo di isolamento, ndr) Il rovescio mi viene più naturale, mentre il dritto, quando ho meno fiducia, lo perdo un po’ e a volte ‘non lo tiro’.

Ricordiamo le dichiarazioni del tuo coach sulla crescita della velocità del tuo servizio, lo scorso anno in Australia. Sei riuscito a mantenerla? Il servizio è un colpo che ti dà sicurezza oggi?
Sì, credo di sì. A Dubai ho fatto tanti ace e ho avuto un’ottima percentuale di prime: credo di essere migliorato molto con il servizio. La velocità di palla credo si possa aumentare ancora un po’ (qui Lorenzo fa riferimento alla totalità dei suoi colpi, ndr) e spero di poterlo fare, il tempo non mi manca. Si tratta proprio di dettagli tecnici su cui bisogna lavorare, e magari curando un determinato aspetto guadagni piano piano chilometri orari.

Riavvolgiamo il nastro all’8 maggio 2019. Stadio Pietrangeli, semifinale delle pre-qualificazioni degli Internazionali d’Italia: Sinner ti batte dopo due ore e quaranta di una partita bellissima. Che ricordi hai?
È stata molto bella, combattuta e la ricordo molto volentieri anche se ho perso fallendo un match point nel secondo set. Lui era molto in forma e anche io stavo giocando bene, poi è stata la mia prima emozione al Foro e giocavamo su un campo così importante come il Pietrangeli. E so che tutti volevano vederci giocare contro.

Pre-quali – Jannik Sinner e Lorenzo Musetti, 8 Maggio, 2019. Foto Felice Calabrò

Quale superficie sceglieresti per riaffrontarlo? Più in generale, dove giocheresti la tua ‘partita della vita’?
Di sicuro non il veloce indoor, perché lì (Jannik, ndr) gioca veramente bene. Forse sceglierei di nuovo la terra. In generale, forse gioco meglio sul veloce: in Australia gioco sempre bene, anche quest’anno, e adesso i campi veloci sono comunque più lenti di una volta. Il mio campo ideale è un veloce ‘non troppo veloce’ insomma, anche se ho giocato benissimo a Ortisei dove il campo è velocissimo – praticamente ghiaccio! Lì non si scambia: altura, indoor… Sull’erba invece ho giocato una sola volta, per un Wimbledon junior. Diciamo che posso giocare bene su tutte le superfici.

C’è un tennista che ti somiglia? Uno a cui ti ispiri per stile di gioco e modo di stare in campo?
Tsitsipas è un giocatore su cui faccio riferimento perché le sue caratteristiche sono abbastanza simili alle mie. Ovviamente lui è molto più forte e molto più avanti, ma ha un concetto tennistico simile al mio sul quale spero di potermi basare nel corso della mia carriera.

Tsitsipas è il modello di Lorenzo Musetti

Qui raccontiamo a Lorenzo una cosa che sembra fargli piacere: due anni prima di incrociarlo, sempre a Barletta, avevamo conosciuto in circostanze simili un certo Stefanos Tsitsipas (all’epoca quasi 19enne e in fondo alla top 200). Anche in quel caso eravamo rimasti ben impressionati dall’estetica del rovescio. Sappiamo cosa è successo negli anni successivi e ci limitiamo a incrociare le dita.

Nel costruire il tuo tennista ideale in un’intervista, hai citato la volée di Edberg. Non è una risposta usuale per un ragazzo della tua età. Come lo conosci? Ti capita di rivedere partite del passato?
Beh, la volée di rovescio di Edberg è talmente famosa che la conoscono tutti, è un’icona del tennis. Il mio allenatore Simone poi me ne parla spesso, in riferimento al suo gioco di rete perfetto.

Hai saputo qualcosa del torneo di Todi? Ci sarai?
Se lo organizzeranno, perché per il momento è ancora ufficioso e non si sanno ancora tante cose, valuterò. Per questo non sono ancora sicuro di partecipare. Devo ancora parlarne con il mio allenatore e decidere cosa fare: al momento non posso dirti sì o no.

Non sappiamo quando riprenderà il circuito, ma con quale torneo ti piacerebbe ricominciare? (Lorenzo ci lascia a malapena finire la domanda)
Roma! Aspettavo solo maggio per giocare al Foro Italico, c’è un’atmosfera bellissima e da italiano vale ancora di più. Voglio rivivere le emozioni dello scorso anno contro Jannik, negli altri match di pre-quali e contro Ruud nelle qualificazioni. Spero però non a porte chiuse…

Non ti piacerebbe giocare senza tifosi?
Ora ti dico così perché sono qui in camera, ma se fossi in campo andrebbe bene anche senza nessun tifoso: basta che ci siano l’arbitro e Simone. Anche se ho visto quel circuito in cui hanno giocato Opelka e Kecmanovic, e se posso dire la mia da vedere è un’oscenità! Dal punto di vista televisivo è proprio brutto.

“Basta che ci sia Simone”. Il vostro sembra un rapporto speciale. Senti di avere ancora molti stimoli lavorando con lui?
Assolutamente sì. La forza del nostro rapporto è quella, come è successo a Max Sartori con Seppi. Quando cresci un tennista sin da bambino è come diventarne il secondo padre: io ho iniziato a nove anni con lui. Prima mi allenavo a Carrara, poi mi sono spostato al Circolo Tennis Spezia che è un po’ più grosso, lì Simone ha lavorato per tanti anni. Nonostante fosse molto qualificato per attrezzature, era però un circolo con molti soci e lì è difficile allenarsi per un agonista. Quindi cinque anni fa ci siamo trasferiti al San Benedetto, che è molto più familiare: ha solo tre campi, una piccola palestra e molti spazi verdi. Poi facciamo quello che vogliamo perché Simone è il presidente del circolo e suo padre è il direttore sportivo. Stiamo da Dio!

Proiettati a fine 2021, fra un anno e mezzo. Quale obiettivo vorresti aver raggiunto? E quale colpo senti di dover migliorare di più?
Entrare nel tabellone principale di uno Slam, grazie al ranking o passando per le qualificazioni (quest’anno in Australia ci è andato vicino, perdendo al turno decisivo contro Griekspoor, ndr). E fare più male con il dritto, avvicinandomi alla linea di fondo. Questo credo sia fondamentale nel mio gioco.

Bene, ci sembri pronto per riprendere a giocare. Quanto tempo ti servirebbe per prepararti?
Tempo? Va bene anche domani!

Lorenzo Musetti (foto Ufficio Stampa Park Tennis Club Genova)


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