Serena fa "congelare" le classifiche fino a 3 anni (Gazzetta). Finals, Torino resta in corsa (Cocchi). Ora Torino ci crede davvero (Semeraro)

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Serena fa “congelare” le classifiche fino a 3 anni (Gazzetta). Finals, Torino resta in corsa (Cocchi). Ora Torino ci crede davvero (Semeraro)

La rassegna stampa di sabato 15 dicembre 2018

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Serena fa “congelare” le classifiche fino a 3 anni (La Gazzetta dello Sport)

Di ritorno dalla gravidanza, Serena Williams, ambasciatrice numero 1 del tennis mondiale, ha portato alla ribalta il problema. Meno di un anno dopo, la WTA sta cercando di adeguare le sue regole per le giocatrici che tornano dalla maternità. CASO.Il caso emblematico di Serena al Roland Garros del 2017, quando le fu negata la presenza fra le teste di serie essendo scivolata al numero 450 del mondo dopo la lunga assenza per maternità, ha spinto la WTA a rivedere nel 2019 il suo sistema di “classificazione protetta”, un dispositivo che consente alle giocatrici di mantenere la vecchia posizione in dassifica dopo una lunga assenza DOCUMENTO. Secondo un documento circolato sui social network durante la settimana e che AFP ha confermato con un allenatore, il congelamento della classifica sarà portata da due a tre anni al massimo e sarà aperto alle giocatrici classificate fino al 3750 posto nel ranking, invece del 300°. MAMME. Soprattutto, le disposizioni relative alla gravidanza sono differenziate da quelle relative a un infortunio. Per le giocatrici che sono diventate madri, questo periodo di tre anni inizia alla nascita del bambino e non più alla data dell’ultimo torneo giocato, come nel caso di un giocatore infortunato. La WTA arriva a specificare anche una regola in caso di adozione o ricorso alla maternità surrogata: in questo caso la classifica viene “congelata” per un massimo di due anni dall’ultimo torneo giocato. In caso di maternità o infortunio, il numero di tornei in cui è possibile ricorrere alla “classifica protetta” sale, per un’assenza superiore a un anno, dagli otto ai dodici. Anche se la classifica protetta non garantirà un posto fra le teste di serie, il nuovo regolamento sarà maggiormente protettivo evitando che si ripetano casi come appunto quello della Williams al Roland Garros. ABBIGLIAMENTO. In base al nuovo regolamento alla campionessa americana, come a tutte le altre giocatrici, sarà consentito indossare legging e short a compressione, indumenti che in alcuni tornei non erano stati ritenuti idonei. La WTA dovrebbe rendere noto il nuovo regolamento 2019 a partire dalla prossima settimana


Candidatura Finals, Torino resta in corsa con altre quattro (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

 

Torino c’è. Il sogno di ospitare le Atp Finals, il vecchio «Masters», che dal 2021 potrebbe cambiare casa e andare via dalla 02 Arena di Londra, è ancora vivo. Erano quaranta le città che avevano avanzato la loro candidatura per l’evento che chiude la stagione tennistica, tra queste ne sono rimaste in corsa soltanto quattro, a cui si aggiunge Londra che vorrebbe avere ancora le Finals per il quinquennio 2021-2025. E’ dal 2009 che la capitale britannica ospita il torneo tra i migliori otto al mondo e ogni anno è stato un successo. RIVALI Oltre a Torino la short list vede anche Manchester, Singapore e Tokyo, ma sembra che la proposta della città piemontese sia particolarmente piaciuta ai vertici dell’Atp. Entusiasta il presidente del Coni Giovanni Malagò: «E’ il primo passo verso il traguardo finale — ha detto —. Essere entrati in short list con Torino è un grande successo che conferma l’ottimo lavoro di squadra portato avanti dal sindaco, dal Governo, dalla Federtennis e dal Coni attraverso Coni Servizi». Per Torino è anche l’occasione di rifarsi dalla delusione della corsa ai Giochi 2026 e Chiara Appendino è più che mai desiderosa di portare un grande evento in città. Il PalaAlpitour, disegnato dall’archistar giapponese Arata Isozaki per i Giochi Invernali del 2006, è la struttura scelta per ospitare i match: «Abbiamo un impianto attrezzato e perfetto per ospitare manifestazioni internazionali – ha commentato il sindaco -. Dalla nostra parte ci sono anche le elevate competenze maturate in materia di organizzazione e gestione di grandi eventi sportivi. Torino poi pub mettere sul piatto un patrimonio ambientale e culturale di una città d’arte visitata ogni anno da milioni di persone». Basterà? Per saperlo bisognerà attendere fine marzo, quando il board Atp si riunirà a Indian Wells per la decisione definitiva.


Torino ora vede le ATP Finals (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Il primo passo è compiuto. Torino è stata inserita tra le cinque città candidate ad ospitare dal 2021 al 2025 le Atp Finals, ormai da otto stagioni organizzate presso la 02 Arena di Londra. Con Torino e la stessa Londra, che rientrerebbe in gioco qualora le altre sedi non dessero alla fine le opportune garanzie richieste dai vertici dell’Atp (che sono stati in visita nella città sabauda a inizio settimana), ci sono Manchester, Singapore e Tokyo. Se l’altra sede britannica pare un doppione e nemmeno così altisonante rispetto all’attuale location, le insidie giungono da lontano. Dalla parte di Singapore ci sarebbe il probante test delle scorse edizioni delle Wta Finals, da quella di Tokyo il fascino di una città proiettata nel futuro e assolutamente multietnica. A favore di Torino la sua storia, la forza di aver ospitato un’Olimpiade ancora oggi ricordata, un impianto di assoluto livello e il fatto che l’evento, come parrebbe gradire l’Atp, rimarrebbe in Europa. I giochi, anche economici, sono ancora tutti da fare ma il superamento di questa prima fase autorizza a ben sperare. La decisione definitiva verrà presa a metà marzo dal board dell’Atp in occasione del Masters 1000 di Indian Wells. La Fit, in collaborazione con il Coni, attraverso Coni Servizi e grazie all’appoggio di Governo, Comune di Torino e Regione Piemonte aveva presentato la candidatura nello scorso novembre. Le Atp Finals rappresenterebbero per il nostro Paese e sotto il profilo tennistico una sorta di suggello alle organizzazioni di livello che hanno negli Internazionali BNL d’Italia a Roma (Masters 1000) e nelle Next Gen Atp Fmals di Milano i momenti salienti. Unanime la soddisfazione per questo primo traguardo raggiunto. «Un riconoscimento – sottolinea il presidente Fit, Angelo Binaghi- delle nostre capacità organizzative in partnership con Coni Servizi. Ringrazio il Governo e le Istituzioni locali che ci hanno messo in condizione di competere per portare in Italia una delle manifestazioni tennistiche più importanti al mondo. Il cammino è ancora lungo ma faremo ogni sforzo possibile per arrivare all’obiettivo di portare le Atp Finals a Torino dal 2021»


Ora Torino ci crede davvero. Corsa a cinque per ospitare i fenomeni del tennis dal 2021 (Stefano Semeraro, La Stampa)

Il Torneo dei Maestri in Italia: adesso non è più follia pensarlo. L’Atp ieri ha annunciato la lista ristretta delle cinque candidate a ospitare le Atp Finals per cinque anni a partire dal 2021 e insieme a Londra, che il Masters lo ospita da dieci anni, Tokyo, Singapore e Manchester c’è anche Torino. Ora inizia un altro sprint, quello decisivo, che a marzo, durante il Masters 1000 di Indian Wells, porterà all’annuncio della città vincitrice. «È una straordinaria notizia e tutti dobbiamo esserne orgogliosi, ma la strada è ancora lunga», ha detto la sindaca pentastellata di Torino, Chiara Appendino. Il traguardo però non è impossibile. La visita della delegazione Atp. Il dossier presentato dalla Federtennis e dal Coni, con l’appoggio sincero e non solo formale di Comune, Regione e governo (che avrebbe già stanziato i 17,5 milioni di euro necessari come garanzia), evidentemente è piaciuto. La sindaca Appendino, che era volata a Londra a novembre proprio durante il torneo del Masters, martedì scorso ha cenato con la delegazione Atp che è ripartita dopo una due giorni in cui si è goduta la città e visitato il Pala Alpitour – che con i suoi 15 mila posti è la sede designata – e tutto il Parco Olimpico, che nel progetto si trasformerebbe in una cittadella del tennis. Affare da centinaia di milioni. Non è uno scherzo organizzare un evento che è nato a Tokyo nel 1970, è diventato immortale fra gli Anni 70 e 80 grazie ai trionfi di McEnroe, Borg, Lendl e Becker a New York e ogni anno muove verso Londra circa 250 mila persone. Fra tasse da versare all’Atp e organizzazione vera e propria se ne vanno dai 25 ai 30 milioni di dollari, ma è anche vero che l’indotto ne vale dieci volte tanto e che fra biglietteria, diritti tv e sponsor se ne possono portare a casa 40. E poi vuoi mettere, specie dopo la delusione per la rinuncia alle Olimpiadi del 2024, ritrovarsi in Italia per cinque anni gli otto tennisti più forti del mondo – se non il 37enne Federer magari ancora Nadal, Djokovic, Murray e poi Zverev, Thiem, Kyrgios… – dentro l’atmosfera magica del Masters? Certo, la concorrenza è agguerrita. Tokyo ha soldi, strutture, giocatori (Nishikori) e anche l’attuale sponsor delle Finals (Nitto), Singapore è ricca e ha appena ospitato il Masters femminile, Londra può contare sulla rendita di posizione e la 02 Arena ma sconta il desidero di alcuni big (come Djokovic) di cambiare aria; Manchester è la Cenerentola. Torino può vantare posizione geografica (al centro dell’Europa), storia, cultura e bellezza, oltre agli impianti. Farcela sarebbe davvero un colpo da maestri.


Torino è in finalissima per gli ATP di tennis (Gabriele Guccione, Corriere di Torino)

Svanito il sogno di un’Olimpiade bis, la sindaca Chiara Appendino cerca di lasciarsi alle spalle la disfatta e spera di far dimenticare ai torinesi la brutta esperienza della mancata candidatura olimpica puntando tutto sul tennis. Il primo risultato l’ha incassato ieri: Torino è entrata nella lista ristretta delle città candidate a ospitare le Atp Finals, il torneo dei maestri, dal 2021 al 2025. Il capoluogo piemontese è in buona compagnia e sbaragliare la concorrenze sarà tutt’altro che facile: dovrà vedersela, infatti, con Londra (dove il torneo si tiene da 10 anni), Manchester, Singapore e Tokyo. Una delegazione dell’Associazione del tennis professionale lunedì e martedì hanno visitato la città, per vedere di personale le possibili sedi di gara e allenamento: lo Sporting e il PalaAlpitour. E ieri è arrivato il primo verdetto: Torino è della partita. E avrà tempo fino a marzo, quando l’annuncio della città prescelta verrà dato durante il torneo di Indian Wells, in California, per mettere in piedi una candidatura, la cui proposta di candidatura è partita dalla Federazione italiana tennis e dal Coni con l’appoggio di Comune, Regione e governo. «E una notizia straordinaria — ha commentato la sindaca Appendino —. Abbiamo superato decine di città in questa prima fase, la sfida è ancora lunga e difficile, ma non ci spaventa». La proposta di Torino si impernia sulla «cittadella del tennis» attorno al PalaAlpitur e al Circolo della Stampa di corso Agnelli. «Possiamo contare su tutto ciò che serve per vincere la sfida — afferma la prima cittadina —: un impianto attrezzato perfetto per ospitare manifestazioni sportive internazionali di altissimo livello, elevate competenze nell’organizzazione di grandi eventi, il sostegno del governo, della Fit e dei vertici dello sport italiano». Insomma: Torino avrebbe tutte le carte in regola. «E, in un raro mix tra storia e slancio verso il futuro — sottolinea Appendino —, da un lato la città può mettere sul piatto della candidatura un patrimonio ambientale, architettonico e culturale di città d’arte sempre più apprezzata e dall’altro infrastrutture, innovazione, tecnologia e sinergie con le realtà di un territorio unico». Del resto per il capoluogo piemontese le ricadute sarebbero importante: in termini di immagine, «ma anche in termini turistici ed economici», fa notare la sindaca. E questa volta, a differenza di quanto avvenuto sul dossier olimpico, la candidatura torinese può contare sul sostegno del Coni. «Essere entrati nella short list è un grande successo che conferma l’ottimo lavoro di squadra — ha affermato ieri il presidente Giovanni Malagò —. Ora bisognerà insistere su questa strada cercando nei prossimi mesi di convincere ulteriormente l’Atp che il progetto Torino è il migliore possibile». Per l’esponente torinese di Forza Italia, Osvaldo Napoli, si tratta di un’«ottima notizia”»: «Siamo ora all’ultimo miglio e tutte le istituzioni e le associazioni di categoria devono impegnarsi per sostenere la candidatura della nostra città. Non sarà una passeggiata, ma essere entrati nella short list è un passo importante, anche se questa bella performance non potrà mai risarcire Torino e i torinesi della grande occasione olimpica buttata al vento».

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Camila domina, poi sparisce (Bona). Camila spreca, Pegula la castiga (Strocchi)

La rassegna stampa di venerdì 12 agosto 2022

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Camila domina, poi sparisce (Aliosha Bona, Corriere dello Sport)

Si ferma agli ottavi di finale la difesa del titolo di Camila Giorgi al Wta 1000 di Toronto. La maceratese non riesce ad emulare la vittoria dello scorso anno a Montreal proprio con Jessica Pegula e viene eliminata dall’americana per 3-6 6-0 7-5. Anche un match point vanificato per la numero due d’Italia che dalla prossima settimana crollerà in classifica (uscirà dalla top-60). La partenza di Camila è ad handicap, subito con un break, ma ciò non la demoralizza. Col passare dei minuti è l’azzurra a comandare il gioco e a dettare il ritmo, mettendo a referto quattro game di fila per il 6-3 del primo set. Nei secondo cambia la trama. Giorgi perde certezze dal lato sinistro, complice una Pegula più solida e centrata: il parziale di sei game consecutivi questa volta lo mette a segno l’americana che in 26 minuti trascina la contesa al set decisivo. Il servizio continua ad avere un valore effimero (10 i break totali) e alla fine sono i dettagli a far pendere la bilancia verso la statunitense con un parziale di tre game a zero dal 4-5. Il match del giorno va invece a Cori Gauff, vincitrice su Aryna Sabalenka nell’incontro più lungo da lei mai disputato, 3 ore e 11 minuti di gioco. Un equilibrio testimoniato dal punteggio, 7-5 4-6 7-6(4), e dai 131 punti a testa portati a casa. A risolvere la contesa è la maggior freddezza di ‘Coco’ nel tie-break decisivo, dopo la rimonta da 3-0 sotto nel terzo set. Sabalenka viene fermata per la terza volta su quattro scontri diretti da Gauff, sempre più matura nel suo gioco e capace di gestire i momenti più complicati. Servirà una versione simile o addirittura migliore nei quarti contro Simona Halep. La rumena prosegue il suo percorso netto, arginando la svizzera Jil Teichmann per 6-2 7-5.

Camila spreca, Pegula la castiga (Gianluca Strocchi, Tuttosport)

 

Mastica amarissimo Camila Giorgi a Toronto. Negli ottavi del “National Bank Open” sul cemento canadese la 30enne di Macerata, n.29 del ranking mondiale, dopo aver eliminato all’esordio la britannica Emma Raducanu, n.10 del mondo e 9 del seeding, e aver sconfitto al 2° turno la belga Elise Mertens, n. 37 WTA, ha ceduto con il punteggio di 3-6 6-0 7-5, dopo quasi due ore di lotta, alla statunitense Jessica Pegula, n.7 del ranking e del seeding. In una giornata disturbata da forte vento l’azzurra ha di che rammaricarsi perché nella frazione decisiva ha mancato la chance per portarsi avanti 5-2 e poi sul 5-4 in suo favore non ha sfruttato un match point sotterrando in rete la risposta sul servizio dell’americana, che in quel decimo game ha commesso tre doppi falli. Nel successivo due errori di diritto, uno di rovescio ed un doppio fallo finale sono costati il break a Camila, con Pegula che, con un eloquente parziale di undici punti a uno, ha archiviato la pratica staccando il pass per i quarti. La Giorgi, che era campionessa in carica in questo torneo avendo conquistato dodici mesi fa a Montreal il suo trofeo più prestigioso in carriera, con questa sconfitta scivolerà fuori dalle prime 60 del ranking. Intanto, continua a tenere banco l’uscita di scena di Serena Williams in quella che è stata la sua ultima apparizione al torneo canadese, fra lacrime e standing ovation sul Centrale di Toronto, dopo la lunga lettera-confessione su Vogue in cui ha annunciato che dopo gli Us Open lascerà per sempre il tennis per dedicarsi alla famiglia e alle sue tante altre attività imprenditoriali. Contro la svizzera Belinda Bencic, la campionessa, vincitrice di 23 Slam in singolare, ha ceduto 6-2 6-4 in un’ora e 17 minuti. «Sono molto emozionata – ha detto Serena sul campo – Mi piace giocare qui, mi è sempre piaciuto. Avrei voluto giocare meglio ma Belinda è stata bravissima. Come ho detto nell’articolo su Vogue, sono pessima negli addii. Ciononostante: addio Toronto».

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Serena Williams annuncia il ritiro (Cocchi, Ancione, Audisio). No, non era Matteo (Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 10 agosto 2022

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Serena lascia: «Faccio la mamma» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Serena. Un nome diventato marchio, simbolo, icona come lei. Serena Williams, la fuoriclasse che ha portato il tennis femminile in una nuova dimensione, ha annunciato che dirà basta a settembre. E lo ha fatto dopo aver conquistato la prima vittoria a distanza di oltre 400 giorni, lunedì nel primo turno del Wta 1000 di Toronto. Nella conferenza stampa post match aveva concesso un primo lieve indizio: «Giocare a tennis è quello che più amo fare, ma so che non potrà andare avanti per sempre. Vedo una luce in fondo al tunnel». La Williams ha preferito usare la formula «Non andare avanti per sempre» perché la parola ritiro quella no, non la vuole pronunciare. Perché fa paura, sa di definitivo. E allora meglio preannunciarlo, prepararci e prepararsi con un lungo racconto-confessione su Vogue Usa. Una rivista di moda, la stessa scelta da Maria Sharapova, acerrima rivale, sempre che di rivali nell’era di Serena ce ne siano davvero state. Una scelta che conferma quanto Serena Williams sia una figura che valica i confini dello sport, mettendosi tra coloro che attraverso il carisma in campo, e il costume, hanno cercato di cambiare le cose. E anche nel commiato, che sarà quasi certamente allo Us Open, davanti al suo pubblico, la campionessa di 23 Slam vuole sottolineare quanto la scelta sia in qualche modo obbligata: «Non voglio che finisca – scrive sul magazine -, e allo stesso tempo sono pronta per quello che verrà. E la fine di una storia iniziata a Compton, in California, con una ragazzina di colore che voleva solo giocare a tennis e non era nemmeno tanto brava». E’ una storia di rivalsa, di lotta di affermazione sua e della sorella maggiore Venus passata attraverso la caparbietà di papà Richard che le ha messo la racchetta in mano quando aveva 3 anni. Cambiare vita fa paura, anche a una combattente come lei: «Non c’è felicità per me in tutto questo. E’ un grande dolore e odio essere a un bivio». Come un grande dolore è non aver toccato quota 24 Slam, raggiungendo Margaret Court in testa alla classifica di chi ha vinto più Slam: «Ho superato Martina Hingis, e raggiunto Billie Jean King, una grande ispirazione per me, nel conto degli Slam. E stavo scalando la montagna Martina Navratilova. Dicono che non sono stata la più grande perché non ho superato il record di 24 di Margaret Court. Mentirei se dicessi che non volevo quel primato». Serena Williams non sarà mai una ex. Resterà per sempre una campionessa, con i suoi trionfi e le sue cadute, i lati oscuri e le debolezze. Messe a nudo fino alla fine, fino a questa umana incapacità di salutare: «Parlerei di “evoluzione” più che di addio. Anzi non voglio nessuna cerimonia, nessun saluto, niente. Io sono un disastro con gli addii…». E la sua grandezza sta nel lanciare un messaggio “femminista” anche nel momento più doloroso. Lei che si è esposta per i diritti delle donne, che ha sfidato la discriminazione in uno sport di bianchi ricchi, lei che si è schierata dalla parte delle madri da quando lo è diventata, ormai cinque anni fa: «Credetemi, non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia. Non penso sia giusto. Se fossi stato un maschio sarei là fuori a giocare e vincere mentre mia moglie si accolla le fatiche della famiglia. Forse sarei più una Tom Brady se ne avessi l’opportunità. Non fraintendetemi: amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia, ho vinto quando ero incinta, ho superato un cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare per darla alla luce. A giorni però compirò 41 anni, e qualcosa devo lasciare andare. Olympia vuole essere una sorella maggiore, io e mio marito desideriamo avere un altro bambino. È giusto che ora mi dedichi a una cosa sola. Voglio godermi queste ultime settimane e divertirmi». Ancora mamma, campionessa per sempre, finalmente Serena.

Serena: smetto per un altro figlio (Valeria Ancione, Corriere dello Sport)

 

Sta bene Serena Williams, fasciata in un abito che pare di acqua cristallina e che la veste da sirena, sulla copertina di Vogue, mentre raccatta un carico di emozioni e lo serve al mondo e non ammette risposta: ace. «Conto alla rovescia», «ritiro», no ritiro non le piace, «evoluzione», sì le piace e ci piace. Aspettando lo stop di Federer, raccogliamo quello della regina del tennis, che avverrà dopo gli Us Open. Evolvere altro che invecchiare. Non sono i 40 anni a dirle di smettere, né quel match di fatica al rientro dopo un anno, dove appesantita e fuori forma, sotto lo sguardo affettuoso e immancabile di Venus, e sotto gli occhi del “suo” pubblico del “suo” Wimbledon che la ama a prescindere, Serena faticava. Non te ne andare, sembrava dire Londra, mentre arrancava e un po’ soffriva ma non mollava. «Sto evolvendo lontano dal tennis, verso altre cose importanti per me», è oggi la risposta sicura. Tra le cose importanti, oltre la moda, l’imprenditoria sportiva, le battaglie contro le diseguaglianze, c’è la famiglia e per una come Serena, cresciuta in una squadra, come la definiva la madre, con quattro sorelle e i genitori dedicati alle figlie, a due in particolare, lei e Venus le predestinate, far aumentare la sua è adesso la priorità. «Io e Alexis (il marito ndr) siamo pronti per un altro figlio e per allargare la famiglia. Sicuramente non voglio essere di nuovo incinta da atleta. Non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia, non penso sia giusto. Se fossi un maschio non dovrei farlo. Ma io amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia. Però a settembre compio 41 anni e qualcosa devo cedere. Ho bisogno di essere o con due piedi nel tennis o con due piedi fuori». Quindi due piedi fuori dal tennis. Fuori dalla favola su cui padre e madre hanno creduto e lei e la sorella scritto. «Venus sarà la numero uno, ma tu sarai la più forte della storia. Mi credi?». Serena gli ha creduto. Il padre non la ingannava, le chiedeva pazienza mentre gli occhi erano tutti su Venus che iniziava a volare. E quel matto di papà Richard aveva ragione da vendere. Aveva 17 anni quando ha vinto il suo primo Slam, proprio agli Us Open 1999, e non si è più fermata, conquistando 23 slam, tra cui l’ultimo l’Australian Open, nel 2018, in cui già aspettava Olympia. Poi è stata condizionata da una serie di problemi fisici e non è riuscita a eguagliare il primato di 24 slam dell’australiana Margaret Court La vittoria a Toronto al primo turno, davanti alla figlia, dopo un anno, la fa sperare e sognare. «Non so se sarò pronta per vincere a New York, ma ci proverò. Credo che ci sia una luce alla fine del tunnel, e io mi ci sto avvicinando. Adoro giocare, ma non posso farlo per sempre. È difficile rinunciare a ciò che ami, e Dio io amo il tennis! Non vorrei che finisse, ma sono pronta, anche se mi mancherà quella ragazza che giocava a tennis». 

Bye Serena (Emanuela Audisio, La Repubblica)

Era la sorellina. Quella un po’ complessata, quella che con la racchetta seguiva sempre la più grande, Venus. Poi, come sempre capita a tutte le sorelline, si è affrancata. Non le importava se Venus era più magra e più bella, lei si sarebbe presa il mondo. E Serena a 21 anni lo ha conquistato arrivando in cima alle classifiche. Non era più solo il gesto tecnico, era la rabbia di chi viene dal ghetto: se Althea Gibson nel 1956 vincendo Parigi aveva dimostrato che anche le nere possono, Serena ha fatto vedere che devono. Prendersi tutto. Era un giaguaro che azzanna. Con un’anima divertente e divertita. Quella che adesso le fa dire: «Evolvo verso un’altra direzione». Non usa la parola che inizia con la R (retirement) e che lei non ama, perché quelle come lei non si ritirano, solo combatterà in altri campi, camminerà in altre strade. Vuole un altro figlio, «non da atleta», oltre ad Alexis Olympia, 4 anni, e non lo vuole condividere con il tennis. A 41 anni (a settembre) scende dallo sport per salire nella vita, cosa che si adatta alla sua personalità e ai suoi interessi. È sempre stata molto di più di una giocatrice. I suoi colpi erano ceffoni, energia allo stato puro, più ring che court. La sua racchetta era un’ascia che tramortiva, un uragano che spazzava le avversarie. Come il suo sorriso, ma era anche capace di piangere. Mantenendo pero sempre una sua civetteria: abitini, tute attillate, gonne svolazzanti, quintali di braccialetti, come fosse una farfalla atomica. Serena sul campo voleva far vedere a tutte le ragazzine che non bisognava accettare steccati, ma abbatterli. Non è mai stata una campionessa a una dimensione, anzi ha trovato mille voci per parlare nel mondo della solidarietà e dell’intrattenimento. Nessun imbarazzo nel dire che ha sposato un bianco, Alexis Ohanian, conosciuto a Roma nel 2015, e nemmeno nel sottolineare che gli uomini come Federer possono fare quattro figli e continuare a vincere tornei mentre per le donne è diverso: «Nessuno parla dei momenti di sconforto, di quando la bimba piange e tu ti arrabbi e poi ti intristisci perché ti sei arrabbiata». Lascerà dopo l’Us Open, torneo dove si è affermata nel 1999. Williams non dominava più, anzi era ormai preda, scalpo da mostrare al mondo. E quando Ion Tiriac, leggenda del tennis, nel 2021 la criticò, «a 39 anni con 90 chili è vecchia e pesante, dovrebbe ritirarsi», lei non fece una piega e non perse un etto rispondendo: «Si vergogni lui, sessista e ignorante». Difficile che Serena vinca a New York, anche se le manca un titolo per eguagliare il record di 24 Slam dell’australiana Margaret Court. Ci ha provato, senza riuscirci: dopo il numero 23 in Australia nel 2017, ha giocato e perso altre quattro finali in un Major, due a Wimbledon, due negli States. Però in questi venti anni ha fatto molto altro: ha rivoluzionato il tennis, ha aperto porte, ha inventato l’intimidazione, ha attratto il business. Con servizio a più di 200 km orari, dritto potente e fiducia a mille: nessuno può battermi. Tanti anche i momenti bui: nel 2003 un’operazione al ginocchio, ma soprattutto l’uccisione della sua sorellastra Yetunde a Los Angeles, finita in uno scontro tra gang rivali, nel 2010 un taglio al piede con dei vetri, nel 2017 un parto cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare che quasi le costava la vita. Una così non smette, semplicemente cambia campo: «Arriva un momento in cui dobbiamo decidere di muoverci in una direzione diversa, è sempre difficile quando ami qualcosa così tanto. Devo concentrarmi sull’essere una mamma, immagino che ci sia solo una luce alla fine del tunnel».

No, non era Matteo (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non era Berrettini. Non sappiamo bene chi fosse, ma non era lui. Di sicuro, quello visto sul campo numero uno di Montreal non era Matteo Berrettini da Roma Nord, anni 26, numero sei ATP appena qualche mese fa, quello che mette testa e cuore nei match, che sa appassionare il pubblico e volgere le partite a proprio favore, anche le più difficili. Come sia stata possibile una così clamorosa sostituzione di persona, è l’altra domanda cui non siamo in grado di rispondere. Il tipo andato in campo aveva gambe pesanti, pensieri intonati al grigiore delle nuvole e spirito di reazione sotto i tacchi. Dispiace annotarlo in avvio di questa parte di stagione americana in cui Matteo ha solo da guadagnare, visto che era privo di punti da difendere in Canada, dove era al debutto, e con un ottavo da migliorare a Cincinnati. Ma la pagella di fine match stavolta è davvero pessima, e nemmeno così facilmente spiegabile. A Montreal le palle vanno piano, da sempre, è un dato ormai acquisito. Buone per Carreno Busta, che vi ha costruito una partita quasi priva di errori, meno per Berrettini, che le sente poco e male, ed è costretto a fare a meno anche del suo rovescio slice, che in quelle condizioni non trova mai il guizzo che lo rende penetrante. Già nei giorni scorsi Santopadre aveva fatto capire qualcosa, augurandosi che Matteo, nel corso del torneo, ricevesse qualche gentile omaggio da parte degli avversari o magari dalle condizioni del tempo. Ma Carreno Busta non gliene ha offerto manco mezzo, e il tempo è da giorni che intride l’aria di umori poco salubri. Appena quattro ace, e tre doppi falli, Inutile in queste condizioni puntare sul famoso uno-due di Matteo. Anche la seconda palla, rifiutandosi di rimbalzare più su di un metro, ha finito per essere facile preda dello spagnolo. A fine match Berrettini metterà a referto solo 14 vincenti, con addirittura 29 errori gratuiti. Carreno Busta ha preso il controllo del match nel settimo game del primo set, con un break a zero e non lo ha più mollato, mentre Berrettini ha finito per consegnare altri due servizi nel secondo set. Inutile cercare scuse per Matteo, quando il primo a evitarle è proprio lui. La forma fisica non è la migliore e non è quella che avrebbe dovuto essere dopo tre settimane di preparazione. Lo ammette anche Santopadre che abbiamo contattato con un rapido messaggio su WhatsApp. «Non possiamo davvero dire», ci scrive, come sempre gentilissimo, «che Matteo fosse al meglio… Ma rendiamo merito all’avversario, che ha giocato un match quasi perfetto, e continuiamo a lavorare, che ce n’è bisogno!».

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 7 agosto 2022

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

A Carlitos Alcaraz non fa paura quasi nulla. A 19 anni il teenager allevato da Juan Carlos Ferrero è già numero 4 al mondo, ha vinto 5 titoli Atp e battuto record di precocità di ogni genere. Eppure, ultimamente, sembra avere un incubo ricorrente: entra in campo per una partita importante, affronta un giocatore italiano e perde. Quest’anno gli è già successo 4 volte: ha cominciato Berrettini agli Australian Open, ha proseguito Sinner a Wimbledon, Musetti ad Amburgo lo ha battuto per la prima volta in finale, e il secondo incrocio con Jannik, a Umago la settimana scorsa, è finito ancora con una sconfitta nella battaglia per il titolo. E dire che Alcaraz, di partite, in tutto il 2022 ne ha perse soltanto sette contro 42 vinte.
Carlos, ma non è che adesso non viene più in vacanza in Italia o boicotta la pastasciutta…

Ma no (ride)! L’ Italia me gusta moltissimo, e mi sono sempre trovato bene. Per questo si salva, altrimenti non ci verrei più: gli italiani mi hanno dato qualche dispiacere di troppo ultimamente (se la ride ancora, ndr). Prima Berrettini, poi Musetti e due volte Sinner. Sono giocatori tutti molto forti e con caratteristiche completamente differenti. Mi hanno dato davvero del filo da torcere, anche se in alcuni casi la vittoria mi è mancata per qualche piccolo dettaglio. Sinner è sicuramente quello che più mi ha sorpreso. Contro Berrettini sapevo a cosa sarei andato incontro, conoscevo il suo stile, con Musetti uguale. Jannik però mi ha sorpreso: per il modo dl stare in campo e per il livello di aggressività che riesce a esprimere in ogni scambio. In campo ci diamo battaglia ma fuori siamo tutti amici.

 

Prima di Amburgo e Umago non aveva mai perso in finale. Come ha reagito a questa novità?

All’inizio mi è presa male, lo ammetto. Forse l’ho vissuta in modo più drammatico del dovuto. Poi, col passare del tempo, e ripetendo la stessa esperienza una settimana dopo, ho capito che a volte perdere può pure fare bene, perché ti insegna come reagire. Impari a gestire meglio i tuoi sentimenti. […] Ora andiamo in America, lì ho vinto Miami e fatto semifinale a Indian Wells, l’obiettivo è giocare al massimo livello possibile e guadagnare tanti punti. E poi c’è Io Us Open: a New York voglio fare quel che non mi è riuscito negli altri Slam, ovvero andare oltre i quarti.

Quanto si sente vicino a vincere uno Slam? E quale vorrebbe conquistare per primo?

Penso di esserci abbastanza vicino visto che ho raggiunto i quarti. Fino a ora mi è mancato qualcosa. magari un po’ di esperienza nei match 3 set su 5, ma non sono lontano dall’arrivarci. Non ho una preferenza su quale vincere prima… Non mi sembra il caso di fare lo schizzinoso sui titoli Slam!

Con Nadal, Djokovic e Federer abbiamo vissuto un’epoca magica. Pensa mai che un giorno potrebbe toccare a lei, magari con Sinner, far sognare gli appassionati per oltre un decennio?

No, non l’ho pensato. Non è mancanza di fiducia nelle mie capacità o in quelle dei miei colleghi, ma non penso che io e gli altri giovani potremmo ripetere quello che è stato fatto da loro. Stiamo parlando di un’impresa impossibile e che per ora non è nei miei pensieri. Preferisco stare con la testa e i piedi ben piantati nel presente. […]

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