Troppe accuse ai furbetti e pochi rimbrotti a chi si fa fregare

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Troppe accuse ai furbetti e pochi rimbrotti a chi si fa fregare

Un Medical Time Out sospetto ha aiutato la 18enne Yastremska a vincere il suo secondo titolo. Comportamento al limite, certo, ma lo sport non è fatto solo di gentilezze ed è miope dimenticarlo

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Lo diremo a scanso di equivoci: nella sua accezione più primigenia, lo sport non va d’accordo con i mezzucci. La contesa sportiva discende sì in parte dal retaggio della guerra, ripulito però di quella connotazione truce e violenta perché i gentiluomini – e più tardi le gentildonne – potessero confrontare le proprie abilità secondo le regole di cui ogni sport sceglieva di dotarsi. Una sorta di ‘battaglia controllata’ entro cui sfogare gli istinti di competizione di cui l’essere umano non potrà mai fare a meno, utile anche a soddisfare quell’esigenza ludica che ci ha caratterizzato fin dalla preistoria. Alcune tra le prime pitture rupestri testimoniano infatti come l’uomo già si dedicasse allora ad attività non direttamente collegate a quelle fondamentali per la sopravvivenza. Lo sport, in sé, può essere considerato una fusione tra gioco e guerra.

Rispondendo la pratica sportiva prima di tutto al principio dell’uguaglianza, vi si è affiancata come tratto distintivo la capacità di abbattere le barriere sociali. Di qui la cavalleria e il rispetto dell’avversario, non sempre possibile al di fuori dei confini dello sport laddove una vittoria poteva significare sopraffazione reale, non solo figurata. Tutto questo è vero, lo sport ha preso le sembianze – paradossali, per certi versi – dell’universo ‘innocuo’ in cui continuare a professare i valori costantemente sviliti dalle evoluzioni della Storia. Da un lato c’è quello che de Coubertin ha brillantemente sintetizzato nella sua massima, dall’altro c’è che comunque a nessuno piace perdere. La sconfitta può essere seducente dal punto di vista letterario, può persino ispirare di più il cronista romantico, ma sul campo da gioco non seduce proprio nessuno. È solo un nemico da tenere lontano con ogni forza.

Per questo banalissimo motivo la zona grigia compresa tra i confini del lecito e i confini dell’etico ha preso ad essere sempre più abitata. L’atleta si spinge fino al limite delle sue possibilità tecniche e fisiche ma se questo non basta, col conforto dei regolamenti, si aiuta con gli escamotage che fanno storcere il naso ai puristi. L’ultimo esempio è quello di Dayana Yastremska, 18enne ucraina parecchio esuberante – di tennis e di carattere – che trovandosi con un piede e tre quarti nella fossa durante la finale di Hua Hin contro Ajla Tomljanovic, ha dovuto giocare un po’ sporco. Sotto 5-2 nel terzo set, dopo aver perso undici degli ultimi quindici game, ha chiesto e ottenuto un medical time out strategico per trattare un presunto fastidio alla gamba sinistra. Miracolosamente ringalluzzita dalla pausa lei e tragicamente avvilita la povera avversaria, che per un’ora l’aveva imbrigliata per bene, Yastremska è riuscita a rovesciare completamente l’incontro fino al dritto vincente che le ha consegnato tie-break, partita e secondo titolo in carriera.

 

Siamo tutti d’accordo che la pestifera ragazzina di Odessa non farà incetta di premi simpatia ne vedrà inciso il suo nome sul trofeo annuale del fair play, ma giova ricordare che contro Serena Williams a Melbourne aveva preteso d’utilizzare la stessa tattica – dopo aver poggiato male la caviglia in uno scambio – riuscendo a infastidire la statunitense come un fiacco refolo di vento riuscirebbe a farsi dare udienza da un uragano. Insomma, perché il giochino funzioni si deve essere in due: uno che non si faccia troppi scrupoli a rimestare un po’ nel torbido, e uno che sia facile alla distrazione. Se la prima caratteristica non è troppo degna d’onore ma può essere assai funzionale in una competizione sportiva, la seconda è certamente una nota di demerito.

La discussione tra David Goffin e l’arbitro Cedric Mourier a Montecarlo nel 2017

La capacità di mantenere la concentrazione punto dopo punto riveste grande importanza nel bagaglio di un tennista, addirittura cruciale quando si scende in campo per una finale. Tomljanovic avrebbe dovuto trattare il sotterfugio di Yastremska alla stregua di una chiamata sfortunata, di uno spettatore che applaude in anticipo, di un’avversaria che ingaggia una battaglia personale con il giudice di sedia e incidentalmente arringa la folla (coff coff). Isolarsi da questi episodi rientra quindi tra le cose che vengono richieste a un giocatore per vincere una partita di tennis. Così come Carreno, certamente non fortunato contro Nishikori a Melbourne, l’australiana non ha saputo smarcarsi dall’elemento di disturbo e (anche per questo) ha perso la sua finale, dopo averne persa un’altra piuttosto lottata a Seoul lo scorso settembre. È il sintomo che qualcosa le manca a livello di personalità, e per quanto Yastremska possa aver fatto qualcosa di eticamente discutibile – benché lecito, lo ribadiamo, finché i regolamenti reciteranno in questi termini – lei è stata troppo ingenua. E queste ingenuità nello sport si pagano.

Quanto alla pratica degli MTO strategici, che certamente esistono e forse sono persino la maggior parte di quelli che vengono chiamati, va detto che troppo spesso si pretende di scoprire dal divano quanta necessità effettiva abbia un tennista di fermare il gioco per ricevere delle cure mediche. Lo stesso identico infortunio potrebbe essere intollerabile per Paire e appena percettibile da Goffin, che magari neanche verrebbe sfiorato dall’idea di avvalersi del fisioterapista. Paire è necessariamente un baro? Non per forza. Un giocatore può in effetti trarre beneficio da una pausa, anche se la motivazione risulta essere più psicologica che atletica, e dal momento che il regolamento non discrimina sull’esigenza ‘fisica’ di fermare il gioco – ad oggi, anno di grazia 2019, la tecnologia non ci permette ancora di farlo – questa dinamica deve essere accettata per quella che è.

Piena libertà di elucubrare sulla genesi dei time out, ci mancherebbe, ma l’esercizio rimane confinato alla sfera della soggettività. I regolamenti sono uguali per tutti, il modo in cui ognuno dei noi interpreta l’etica sportiva no. È anche verosimile che gli atleti continueranno in qualche modo ad essere divisi tra coloro che hanno pelo sullo stomaco – e ci stupiremmo di non trovarne nessuno su quello di Yastremska – e coloro i quali, pur avendo fidanzati parecchio amorevoli nel prendere le loro difese, continueranno a mancare di un certo istinto killer. Il guaio, se volete considerarlo un guaio, è che sono più spesso i primi a festeggiare sui resti dei secondi. E anche di questo si deve prendere atto.

La stretta di mano (freddina) tra Yastremska e Tomljanovic

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Atleti di mezza età: come si mantengono in forma i Ronaldo, i Nadal?

Dai campi da calcio a quelli da tennis, i grandi giocatori sono sempre più longevi. Andiamo a scoprirne i segreti

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Rafael Nadal (Instagram - @rafaelnadal)
Rafael Nadal (Instagram - @rafaelnadal)

Di Peta Bee, The Times, 5 luglio 2022

È stato per molto tempo luogo comune aspettarsi che gli atleti si ritirassero con grazia intorno ai trent’anni, momento nel quale anche i campioni del mondo e gli olimpionici difficilmente riuscivano a contrastare il declino delle abilità fisiche derivante dall’invecchiamento. Questo non vale per l’attuale gruppo di ultratrentenni, i quali sembrano avere prestazioni in costante miglioramento con l’avanzare dell’anagrafe, e riescono a mantenere il loro status d’élite ben oltre l’età che un tempo era considerata limite nello sport.

Con rispettivamente 35 e 36 anni portati brillantemente, Novak Djokovic e Rafael Nadal stanno ancora mostrando ai rivali più giovani come si gioca sull’erba di Wimbledon, mentre l’ex numero 1 del mondo Roger Federer ha manifestato la sua intenzione di tornare al tennis nel 2023 all’età di 41 anni. 

 

Nel calcio, un gioco in cui i giocatori una volta venivano regolarmente messi da parte per infortunio intorno ai trent’anni, il capocannoniere di tutti i tempi Cristiano Ronaldo avrebbe espresso al Manchester United la sua intenzione di lasciare il club, spinto dal desiderio di giocare in Champions League la prossima stagione all’età di 37 anni. Nel frattempo, sembra che il Milan stia cercando di continuare ad assicurarsi i servigi di Zlatan Ibrahimovic, nonostante i 40 anni. E nel cricket, il 39enne James Anderson, il più prolifico lanciatore inglese nella storia del cricket, non si fa certo scrupoli a continuare giocare nei Test Match [confronti tra nazionali che si svolgono su un arco di cinque giorni – N.d.T.]

Non sono solo gli uomini a sfidare le convenzioni sull’età. Dopo essersi presa una pausa dalla carriera per avere due figli, la tennista Tatjana Maria, 34 anni, ha trascorso una settimana da sogno a Wimbledon, raggiungendo, per la prima volta in carriera, la semifinale. Venus Williams, 42 anni, non è andata così lontano, ma ha comunque disputato un torneo impressionante insieme a Jamie Murray nel doppio misto.

La cosa più notevole è che questi atleti stanno gareggiando in sport che richiedono non solo resistenza, caratteristica che notoriamente raggiunge il picco in età più avanzata, ma forza, velocità e abilità. In quello che dovrebbe essere il tramonto delle loro carriere, come riescono ad estendere la loro longevità sportiva?

“I migliori atleti sono sempre stati prodighi d’impegno e resilienti”, afferma Jamie McPhee, professore di fisiologia muscolo-scheletrica al Manchester Metropolitan University Institute of Sport ed esperto degli effetti dell’invecchiamento sulle prestazioni atletiche. “Ma siamo in presenza di un nuovo livello, supportato dalla scienza e da altre risorse, il che significa che questi atleti possono prolungare la loro carriera ai vertici”. Ecco come:

Pre-abilitazione e riabilitazione

L’ottimizzazione della salute dell’atleta è fondamentale per preservare le prestazioni e gran parte di essa riguarda la prevenzione degli infortuni e la conoscenza delle pratiche di recupero. Un rapido stretching prima di una partita è stato sostituito con riscaldamenti progettati dal fisioterapista, personalizzati e concentrati sull’attivazione e sul rilascio delle fasce muscolari, utilizzando rulli di gommapiuma e elastici per esercizi.

“Il supporto della scienza dello sport è progredito in modo massiccio negli ultimi due o tre decenni”, afferma McPhee. “Se puoi prevenire gli infortuni in primo luogo, o gestirli in modo appropriato, puoi aggiungere qualche anno alla carriera di un atleta, e prima queste misure vengono adottate nella vita, più a lungo è possibile mantenere la soglia di massima prestazione”.

Nessuna ipotesi viene scartata. I biomeccanici analizzano la tecnica utilizzando piastre di forza, un sistema che misura l’impatto fisico dei movimenti di un atleta, e suggeriscono piccoli aggiustamenti che possono fare la differenza in termini di infortuni. Se gli infortuni si verificano lo stesso, i fisioterapisti sono immediatamente presenti, e dispositivi come i tapis roulant antigravitazionali consentono agli sportivi di riprendere rapidamente l’allenamento riducendo la forza di impatto con cui colpiscono il suolo.

“Ogni aspetto della vita di un atleta è ora orientato alla prevenzione degli infortuni in modo olistico, afferma McPhee. “Conosco calciatori che consultano esperti per capire dove dovrebbero essere posizionate le finestre delle loro case per ottimizzare il sonno, consci che la mancanza di quest’ultimo, accoppiata alla fatica, può portare all’accumulo di infortuni”.

Metodi di recupero

Un tempo, il massimo che un atleta potesse aspettarsi in termini di supporti al recupero era un massaggio post-allenamento. Nel 2022 il massaggio resta importante ma è solo uno strumento, all’interno di un intero arsenale ora a disposizione degli atleti. Dai rulli di gommapiuma e abbigliamento a compressione – è stato recentemente dimostrato che calze e maniche elastiche attillate aiutano a ridurre la percezione del dolore muscolare dopo l’esercizio – ai leggings gonfiabili a compressione pneumatica, fino ad arrivare alle pistole massaggianti manuali, il recupero è diventato una scienza a sé.

“Per gli atleti più anziani, sapere come evitare l’accumulo di fatica e ottimizzare il recupero è essenziale per mantenere le prestazioni e ridurre il rischio di lesioni”, afferma McPhee. “C’è una comprensione molto migliore dell’importanza del recupero per gli atleti, oltre a quella relativa alle basi di una buona alimentazione e degli schemi di sonno”. La crioterapia, sotto forma di bagni di ghiaccio o camere di ghiaccio, è ampiamente utilizzata da molti, e fra gli altri Nadal e Andy Murray ne sono sostenitori. 

Raffreddate principalmente dall’azoto liquido, le camere di ghiaccio sottopongono il corpo a temperature fino a -160 °C per due o tre minuti, il che si ritiene acceleri il recupero e riduca l’infiammazione nelle lesioni dei tessuti molli. “L’idea è che le basse temperature spingano il corpo a modificare il flusso sanguigno”, afferma McPhee. “Si suppone che in questo modo i nutrienti e l’apporto di ossigeno ai muscoli venano migliorati”.

Nutrizione

Rimane molta pseudoscienza nel mondo della nutrizione sportiva, ma lo sport d’élite ha fatto molta strada da quando bistecca e uova crude erano considerati i migliori alimenti per migliorare le prestazioni, con particolare riferimento agli atleti più anziani. “Il processo di invecchiamento è accompagnato da cambiamenti fisiologici che possono influenzare la capacità di esercizio, la massa muscolare e la forza”, afferma la nutrizionista sportiva Anita Bean, autrice di The Complete Guide to Sports Nutrition. “Ma una combinazione delle migliori pratiche di allenamento, recupero e nutrizione significa che i migliori atleti ora mangiano per allenarsi “in modo più intelligente”, il che significa che possono mantenere alti livelli di forma fisica anche dopo i 40 anni”.

Aggiunti alle pratiche quotidiane di bilanciamento dell’assunzione di cibo e liquidi per un ritorno ottimale prima, durante e dopo l’allenamento, interventi specifici possono aiutare gli atleti che invecchiano a rimanere in gioco. “Man mano che invecchi, il tuo corpo è meno in grado di rispondere agli effetti anabolici o di costruzione delle proteine ​​​​nella dieta, il che significa che è più difficile per esso trasformare le proteine ​​​​in muscoli”, afferma Bean. “Questa si chiama resistenza anabolica ed è ora noto che gli atleti più anziani hanno bisogno di una quantità relativamente maggiore di proteine, circa 1,5g per chilogrammo di peso corporeo al giorno, o 40g per pasto”.

Anche il momento del consumo di proteine ​​è importante. “Gli studi hanno dimostrato che il consumo di proteine ​​subito dopo un allenamento intenso aiuta a compensare la resistenza anabolica dell’invecchiamento, costruendo così nuova massa muscolare. E fare uno spuntino ad alto contenuto proteico, come lo yogurt greco, prima di andare a letto ha dimostrato di massimizzare gli effetti dell’esercizio di resistenza e di giovare alla sintesi proteica negli atleti più anziani”, afferma.

È stato anche dimostrato che Integratori come il succo di amarena e di barbabietola migliorano il recupero dopo un allenamento intenso e che l’integrazione di vitamina C aiuta le persone anziane a mantenere la massa muscolare.

Psicologia

Una rarità negli anni ’80 e ’90, gli psicologi dello sport sono ora disponibili per quasi tutti gli atleti d’élite per aiutare a sviluppare tratti importanti per la longevità nello sport. La dott.ssa Josephine Perry, psicologa dello sport consulente e autrice di “The Ten Pillars of Success: Secret Strategies of High Achievers (Allen & Unwin)”, [I dieci pilastri del successo: le segrete strategie dei migliori talenti] afferma che gli atleti più anziani sono spesso più pragmatici riguardo al successo sportivo, oltre ad essere più coerenti emotivamente e meglio in grado di tenere a bada i pensieri negativi durante la competizione.

“In generale, ci sono diverse mentalità, con gli atleti più giovani che sono per lo più guidati dall’ego, concentrati esclusivamente sui risultati, sui tempi e sul loro aspetto, il che può innescare effetti indesiderati come stress e ansia”, afferma. “Con gli atleti più anziani, la mentalità si sposta sulla padronanza o l’essere brillanti in quello che fanno, che è molto più stabile e ha risultati migliori”. In pratica questo si traduce in lottare per essere il meglio che possono essere, massimizzando il tempo in cui possono continuare a competere ai massimi livelli. “Passo la mia vita cercando di insegnarlo ai giovani atleti”, dice. “Viene naturale a molti atleti più anziani.”

Cita una conversazione che ha avuto di recente con Sarah Storey, l’atleta paralimpica di maggior successo della Gran Bretagna, che ha vinto l’inseguimento nel ciclismo individuale ai Giochi di Tokyo all’età di 43 anni, il suo 17° oro paralimpico e il 40° titolo mondiale. Storey, che ha due figli, ha detto che non ha intenzione di smettere di gareggiare. “Quando le ho chiesto quando si ritirerà, ha risposto: ‘Quando non vedrò alcun modo per migliorare’. E questo è tipico di molti atleti d’élite più anziani che non sono spinti dalla voglia di vincere tutto ma dal voler ‘essere al livello massimo che possono raggiungere per la durata massima possibile”.

Tracciamento dei dati

Tutto l’attuale raccolto di atleti ultratrentenni è il prodotto di una generazione ossessionata dai dati sulle prestazioni. Allenamento, sonno, assunzione di nutrienti, perdite di liquidi e frequenza cardiaca sono solo una frazione delle variabili monitorate ogni giorno durante l’allenamento. Nel calcio e nel tennis ogni giocatore indossa dispositivi GPS e accelerometri in ogni sessione e questi registrano dati 10-20 volte al secondo”, afferma McPhee. “Gli allenatori e gli analisti hanno questo enorme set di dati per ogni atleta che fornisce informazioni straordinarie sul modo in cui il loro corpo risponde a diversi carichi e diversi fattori di stress, in modo che possano adattare l’allenamento di conseguenza”.

Inoltre, le atlete utilizzano il monitoraggio mestruale per valutare le fluttuazioni dei livelli ormonali che potrebbero dar luogo a sottili cambiamenti nella forza e nella capacità articolare che a loro volta potrebbero aumentare il rischio di lesioni.

Secondo McPhee, si tratta della punta dell’iceberg tecnologico. “Nei prossimi anni, le tecniche di intelligenza artificiale isoleranno modelli di dati che si tradurranno in un allenamento progettato individualmente per ogni membro di una squadra o di una squadra intera”, afferma McPhee. “Probabilmente giocherà un ruolo importante nell’aiutare gli atleti a competere ancora più a lungo”.

Forza e condizionamento

L’invecchiamento influisce sulle prestazioni sportive in molti modi, ma l’impatto più grande è il calo della capacità di riparazione e di ringiovanimento muscolare associato a una graduale perdita della massa muscolare totale, un processo chiamato sarcopenia, che inizia a verificarsi dopo i 35 anni. 

Collettivamente, tutto questo tende a ridurre potenza, forza e tecnica ed è stato tradizionalmente il motivo per cui gli atleti negli sport che si basano su questi fattori, come il tennis, il calcio e lo sprint, hanno avuto picchi di carriera in età precedenti rispetto ai corridori di resistenza e ai ciclisti. Con il miglioramento del monitoraggio dello sport, programmi di forza e condizionamento più sofisticati su misura per le esigenze di un atleta hanno contribuito a compensare il calo.

“La forza e il condizionamento sono diventati davvero specifici secondo il tipo di sport e l’individuo”, afferma McPhee. “Si è orientati non solo verso l’aumento della massa muscolare, ma anche al miglioramento della resistenza alla fatica, e l’obiettivo è aiutare un atleta ad allenarsi in modo che possa adattarsi e migliorare tra i trenta e anche i quarant’anni“.

Sì, sollevano pesi e fanno flessioni, ma piuttosto che aumentare progressivamente quanto possono fare su panca, ad esempio, un atleta si concentrerà sulla correzione degli squilibri muscolari migliorando al contempo la qualità e la gamma di movimento, l’equilibrio e la flessibilità. “Lavoreranno sull’agilità e Ronaldo è molto abile nel mantenere il ritmo dello sprint, smentendo la convinzione che diminuisca con l’età”, afferma McPhee. “Al più alto livello si tratta di pratiche molto, molto personalizzate e si concentrano sul mantenimento di quel macchinario corporeo perfetto.”

Traduzione di Michele Brusadelli

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Il diavolo e l’acquasanta

Il diavolo è lui, Fabio, fresco della quattrocentesima vittoria ATP. L’acquasanta è lei, Flavia, quarant’anni lo scorso febbraio. Cerchiamo di capire le dinamiche di questo sposalizio

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Fabio Fognini e Flavia Pennetta (dal profilo Twitter di Fognini)

Nessuno come lui in Italia: con quella ad Amburgo su Bedene sono quattrocento le vittorie nel circuito di Fognini, a partire dal 24 maggio 2004, quando debuttò al Challenger di Torino battendo il n. 174 del mondo Alexander Waske.

Il quattro e lo zero ricorrono in modo curioso anche in un altro anniversario caduto nel 2022 e decisamente caro a Fabio, i quarant’anni della moglie Flavia. Già, Flavia Pennetta… alzi la mano chi di voi aveva pronosticato il matrimonio Fognini-Pennetta prima dell’undici giugno 2016. Eppure quel giorno si sono sposati, due che più diversi non si può.

Quando penso a Fabio e Flavia insieme mi vengono in mente coppie bizzarre del cinema, della politica, della tivvù (senza entrare nel dettaglio, ché si rischia la querela). E pure del tennis, Borg e la Berté per esempio (peraltro anche Loredana più vecchia di Bjorn di cinque anni). Il parallelo più calzante è però quello col duo Connors-Evert degli anni Settanta e non solo perché giocavano entrambi a tennis: per la stampa rosa erano “The golden couple”, per i commentatori più caustici “La bella e la bestia”. Niente di strano, ce lo ricordiamo Jimbo, provocatore, polemico, scorretto, e ce la ricordiamo Chris, irreprensibile nei suoi principeschi completini gialli. La loro storia durò un paio d’anni arrivando alle soglie delle nozze, Fabio e Flavia “durano” da sei e, a giudicare dal ritmo con cui nascono eredi, pare abbiano tutta l’intenzione di invecchiare insieme, nonostante non abbiano apparentemente nulla in comune.

 

A cominciare dallo stile di gioco: Pennetta era ordinata, geometrica, pulita; Fognini è sempre stato istintivo, intermittente, estemporaneo, anche quando vittorioso. Questione di carattere, come per la rispettiva tenuta mentale. Flavia ha fatto della solidità nervosa un bastione della propria forza (ricordo un match del trionfale Indian Wells 2014 in cui il vento spostava la palla ad ogni colpo, chiunque avrebbe ceduto alla stizza, non lei). Accreditare Fabio di solidità nervosa è un po’ come credere in altre forme di vita nell’universo, possono esserci ma non ne abbiamo le prove. Emblematica sotto quest’aspetto l’opposta componente mimica, l’espressività di Fognini rimanda agli attori del cinema muto, i Buster Keaton, i Chaplin, un attimo prima ride, un attimo dopo sbarra gli occhi, l’attimo dopo ancora sorride o regala baci, tutto senza passaggi intermedi, come se obbedisse a una serie di comandi improvvisi e perentori. Viceversa Pennetta ha sempre sfoggiato una maschera di serietà e grinta, solo raramente sporcata da deboli moti di irritazione. Per non parlare del linguaggio, ciò che raccolgono i microfoni dal lato di campo di Fabio è degno del porto di Livorno – improperi, saracche, bestemmie – mentre non ricordo una parolaccia di Flavia, neanche a mezza bocca, neanche sul net avversario che le cancella un matchpoint. 

La faccenda non cambia se usciamo dal campo e allarghiamo l’orizzonte dell’analisi ai loro tratti “sociologici”. Prendiamo il rapporto con i colleghi: il fairplay di Pennetta è celebre, mai una frase fuori posto, una stoccatina, un commento equivocabile, soltanto elogi o attenuanti per le avversarie. Fognini, beh Fognini non le manda a dire, l’ultima di mille esternazioni censurabili ha preso di mira il divin Rafa, reo a Wimbledon di aver drammatizzato l’incidente agli addominali, ché mica batti un pur giuggiolone ma forte Fritz se te li sei davvero stirati – e chissà a cos’altro alludeva Fabio affermando che non bisogna fidarsi di Nadal…

L’unpolitically correct del ligure raggiuge l’acme nei confronti dei connazionali: l’ho visto discutere, se non litigare, più o meno con tutti gli italiani incrociati dall’altra parte della rete; memorabile il siparietto con Salvatore Caruso agli Australian Open 2021, allorché Fognini, pur vincente, ha sentito il bisogno di rappresentare al siciliano la quantità di “culo” goduta durante il super tie break finale. Ingenua e sibillina la risposta di Caruso, “Puoi dire quello che vuoi, ma da te non me l’aspetto”: ma come Salvo? Se non ti aspetti certe sceneggiate da Fogna, da chi te le aspetti… Sgarbi?! Di Flavia, e del suo rispetto affettuoso per le nemiche-amiche italiche, resterà sempre negli occhi quel lungo, sincero abbraccio a Robertina Vinci al termine della finale degli Us Open 2015, una fotografia iconica di sportività, sentimento, stima reciproca (la Vinci sembrava perfino più contenta per la vittoria di Flavia della stessa Flavia…). 

E poi ci sono i coach. La lista di chi ha allenato – o tentato di allenare – Fabio è lunghetta, Caperchi, Serrano, Martin, Perlas, Davin, Barazzutti (più che un coach un confessore), Mancini e ora Gaich: per un totale di otto “mentori”, quasi uno ogni due anni di professionismo. Per carità, c’è chi cambia coach come magliette e nel tennis frenetico di oggi gli insegnamenti “scadono” in fretta, ma davvero vogliamo raccontarci la favoletta che la frizzante caratterialità di Fognini non c’entri nulla?

Guardate quel bonaccione di Sonego, legato da sempre ad Arbino, oppure Seppi, altro ragazzo d’oro, da ventisei anni con Sartori. E guardiamo Flavia, un maestro da junior – Michelangelo Dell’Edera, che non finiremo mai di ringraziare per aver “allevato” lei e Vinci – e due soli coach da professionista, Urpi e Navarro, il primo salutato per assecondarne le ambizioni, il secondo per ritirarsi dal tennis: nessun dissidio, nessuna incompatibilità sopravvenuta. 

Già, il ritiro di Flavia. Per molti è stato precoce, dopo l’impresa a New York era in cima al mondo, integra fisicamente, giovane – perché a 33 anni nello sport oggi sei giovane – chissà in quanti slam avrebbe potuto ancora brillare. Ma la sua determinazione si è trasferita dal campo alla vita, idee chiare, voglia di famiglia, e abbiamo visto com’è andata. Lasciare quando si è i migliori, ci vuole coraggio. Fabio il migliore non lo è da un po’, almeno da Monte Carlo 2019, eppure non molla. Sarà in ossequio all’inseparabile collanina con le lettere NMM (Non Mollare Mai), sarà per la speranza di inanellare un’altra serie di partite entusiasmanti “alla Fognini” come in terra monegasca, sarà che vuole aumentare i record o ancora non si vede a cambiare pannolini anziché campo, il nostro a 35 anni continua a giocare. Recentemente in conferenza stampa ha azzardato la parola “ritiro” ma ribadendo che deciderà lui quando, e ci mancherebbe altro!

Le conferenze stampa di Fognini, quelle sì che ci mancheranno: i silenzi, le rappresaglie, le accuse, gli alibi, gli enigmi, le censure; i continui riferimenti ai complotti dei giornalisti tutti coalizzati nell’avercela con lui – in particolare quei criminali di Ubitennis, a partire dal Direttore giù fino all’ultimo dei redattori, colpevoli di enfatizzarne le sconfitte e minimizzarne i successi, come se dovessero perdonargli qualsiasi mattana, qualsiasi débacle solo perché italiano e l’italiano più vincente da quarant’anni. Non funziona così, Fabio, si raccoglie sempre ciò che si semina, lo dice anche Lou Reed in “Perfect day”. E tu hai seminato troppo vento per raccogliere soltanto fiori. Avresti dovuto interloquire con la stampa, non bannarla, mostrare disponibilità alle critiche come alle lodi, esattamente quanto ha fatto tua moglie per l’intera carriera.

Potremmo continuare a lungo, ma il concetto è chiaro: Flavia e Fabio diversi, anzi opposti, in tutto. 

Quando la loro amicizia è diventata amore, in molti hanno auspicato che Pennetta influenzasse il marito, gli trasmettesse un po’ del suo equilibrio, della sua lucidità, affinché agguantasse finalmente di testa quei risultati che il braccio ha sempre meritato. Alcuni hanno addirittura sperato in una Flavia coach di Fabio. Non è successo, Flavia è rimasta ai margini della vita professionistica di Fabio, consentendogli di mantenere e coccolare il proprio diabolico bipolarismo sul campo, solo un filo attenuato dalla paternità, che addolcisce anche gli animi più inquieti. Sì, c’è stato Monte Carlo, ma è stato un guizzo, una scintilla, non certo la conseguenza di un eventuale “metodo” Pennetta inoculato in Fabio. Credo che Flavia faccia bene a disinteressarsi del Fognini tennista, di più, credo che la sua distanza sia il segreto della loro longevità sentimentale; rumors infatti raccontano di un Fabio papà e marito perfetto, che bisogno c’è di rovinare l’idillio coniugale per arricchirne la bacheca di qualche trofeo in più?

Ah, dimenticavo, oltre alle iniziali – e alle iniziali dei figli – una cosa che accomuna Fabio e Flavia però c’è: il più bel rovescio bimane lungolinea del circuito. 

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Wimbledon ha bisogno di più momenti “Arthur Ashe”, dentro e fuori dal campo

Nick Kyrgios e Ons Jabeur sono una boccata d’aria fresca nelle finali dei singolari maschile e femminile

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Arthur Ashe col trofeo di Wimbledon il 5 Luglio 1975, dopo la vittoria su Jimmy Connors

Traduzione dell’articolo di Kurt Streeter, NY Times, 11 luglio 2022

WIMBLEDON, Inghilterra – Per la prima volta in quasi mezzo secolo, un fine settimana a Wimbledon è sembrato diverso.

Nick Kyrgios e Ons Jabeur sono stati una boccata d’aria fresca nelle finali del singolare maschile e femminile. Jabeur, tunisina, è diventata la prima giocatrice nordafricana a raggiungere una finale in singolare. Kyrgios, australiano di origini malesi e con una spavalderia ben documentata, che lo contraddistingue e lo fa apparire come qualcosa di completamente diverso dai suoi colleghi, giocava la sua prima finale di un Grande Slam. Jabeur e Kyrgios hanno perso il match, ma non è questo il punto.

 

Era dal 1975, quando Arthur Ashe ed Evonne Goolagong arrivarono in finale, che i due incontri non erano così diversi. Il tennis si evolve in modo discontinuo, e non è mai stato così vero come a Wimbledon.

Osservando il pubblico del campo centrale nelle ultime due settimane, si è capito quanto sia difficile cambiare, soprattutto quando si tratta di tornei.

Sugli spalti, un’omogeneità fin troppo familiare. A parte qualche tocco di colore qua e là, un mare di bianco. Per me, un uomo di colore che ha giocato a questo sport nei circuiti minori e che auspica il rinnovamento del sistema tradizionale, vedere la mancanza di colori è sempre un pugno allo stomaco, soprattutto a Wimbledon, in una città come Londra.

Dopo la finale femminile di sabato, mi sono fermato accanto a un pilastro vicino a una delle uscite del campo centrale. Sono passate centinaia di persone. Poi alcune migliaia. Ho contato circa una dozzina di persone di colore. Questo grande evento si svolge in una delle metropoli più multietniche del mondo, aperta a persone provenienti da ogni parte del mondo. Non si direbbe guardando gli spettatori. C’erano alcuni volti asiatici, oppure alcuni musulmani in hijab. La comunità sikh è molto numerosa a Londra. Ho visto solo uno dei tradizionali turbanti sikh tra gli spalti.

Quando ho preso in disparte alcuni tifosi di colore e ho chiesto loro se si sentissero consapevoli della loro rarità tra il pubblico presente, la risposta è sempre stata rapida come una volée di dritto di Jabeur o un servizio di Kyrgios. “Come potrei non sentirmi una rarità?“, ha detto James Smith, residente a Londra. “Ho visto un ragazzo in un settore appena sopra di me. Ci siamo sorrisi a vicenda. Non lo conosco, ma c’era un legame. Sapevamo di essere pochi e lontani”.

I tifosi lo vedono.

E anche i giocatori.

“Me ne accorgo sicuramente”, ha detto Coco Gauff, la teen star americana, quando abbiamo parlato la scorsa settimana. Ha detto di essere così concentrata quando gioca quasi da non si accorgersi della folla. Ma dopo, quando guarda le sue foto a Wimbledon, le immagini la spaventano. “Non ci sono molte persone di colore tra la folla”.

Gauff ha confrontato Wimbledon con gli U.S. Open, che hanno un’atmosfera più “terrena”, sembra un po’ il più grande torneo di parchi pubblici del mondo e la folla è molto più variegata.

“È decisamente strano qui, perché Londra dovrebbe essere un grande melting pot”, ha aggiunto Gauff, riflettendo per un po’ e chiedendosi perché.

Andare a Wimbledon, proprio come andare ai grandi eventi sportivi in tutto il Nord America e oltre, richiede un impegno notevole. Il collaudato e tradizionale Wimbledon porta questo presupposto al limite. Non è possibile acquistare i biglietti online. Per molti posti c’è un sistema di lotteria. Alcuni fan si mettono in fila in un parco vicino e si accampano per tutta la notte pur di partecipare. Il prezzo non è esattamente a buon mercato.

Dicono che è aperto a tutti, ma il sistema di prenotazione di biglietti è progettato con così tanti ostacoli che è quasi come se fosse destinato a escludere le persone di un certo tipo“, ha detto Densel Frith, un imprenditore edile di colore che vive a Londra.

Mi ha detto di aver pagato circa 100 sterline per il suo biglietto, circa 120 dollari. Sono un sacco di soldi per un ragazzo che si è descritto come un colletto blu. “Non tornerò domani“, ha aggiunto. “Chi può permettersi una cosa del genere? Le persone della nostra comunità non possono permetterselo. Non è possibile. Non se ne parla. Proprio non se ne parla”.

C’è qualcosa di più dell’accesso e del costo, qualcosa di più profondo. Il prestigio e la tradizione di Wimbledon sono allo stesso tempo i suoi punti di forza e il suo tallone d’Achille. Il luogo è meraviglioso – il tennis in un giardino all’inglese non è un’iperbole – ma anche soffocante, tedioso e statico.

“Pensate a cosa rappresenta Wimbledon per molti di noi”, ha detto Lorraine Sebata, 38 anni, cresciuta in Zimbabwe e ora residente a Londra.

“Per noi rappresenta il sistema”, ha aggiunto. “Il sistema coloniale, la gerarchia” che è ancora alla base della società inglese. Basta guardare il palco reale per rendersene conto, è bianco proprio come il dresscode del torneo, risalente all’epoca vittoriana. 

Sebata si è descritta come una fan appassionata. Ama il tennis dai tempi di Pete Sampras, anche se lei non lo gioca. La sua amica Dianah Kazazi, un’assistente sociale arrivata in Inghilterra dall’Uganda e dai Paesi Bassi, ha la stessa passione per il tennis. Mentre parlavamo, si guardavano intorno – su e giù per un corridoio appena fuori dal maestoso campo centrale foderato di edera – e non riuscivano a trovare nessuno che sembrasse avere le radici africane che condividevano. Hanno detto di avere molti amici di colore che amano il tennis, ma non sentono di poter far parte di Wimbledon, situato in un lussuoso sobborgo che sembra esclusivo e così lontano dalla quotidianità.

“C’è un establishment e una storia dietro questo torneo che mantiene tutto legato proprio status quo”, ha detto Kazazi. “Come tifoso, devi uscire dagli schemi per superare questa situazione”. Ha proseguito: “È la storia che ci attrae come tifosi, ma quella storia dice qualcosa alle persone che non si sentono a proprio agio a venire”. Per molte persone di colore in Inghilterra, il tennis semplicemente non è visto come “qualcosa per noi”.

Ho capito. So esattamente da dove venivano questi tifosi. Ho sentito il loro sgomento, la loro amarezza e il dubbio riguardo alla possibilità di un cambiamento. Onestamente, mi ha fatto male.

Forse è utile sapere cosa significa Wimbledon per me.

Mi viene la pelle d’oca ogni volta che entro nei cancelli di Church Road, una strada verdeggiante a due corsie. Il 5 luglio 1975, quando Arthur Ashe sconfisse Jimmy Connors, diventando il primo uomo di colore a vincere il titolo di Wimbledon in singolare e l’unico uomo di colore a vincere un titolo in un torneo del Grande Slam, tranne Yannick Noah agli Open di Francia nel 1983, ero un bambino di 9 anni la cui passione sportiva erano i Seattle SuperSonics.

Vedere Ashe con il suo gioco aggraziato e la sua intelligenza acuta, i suoi capelli afro e la sua pelle che assomigliava alla mia, mi convinse a fare del tennis il mio sport.

Wimbledon non ha modificato la traiettoria della mia vita, ma ne ha cambiato la direzione.

Sono diventato un giocatore junior e di college di livello nazionale. Ho trascorso poco più di un anno nei circuiti minori del gioco professionistico, raggiungendo il numero 448 della classifica ATP. Ai miei tempi i giocatori non bianchi erano rari come ai tempi di Arthur.

Oggi, come abbiamo visto questo fine settimana, c’è una nuova generazione di talenti sull’erba. Serena e Venus Williams sono la loro stella polare. Eppure c’è ancora molto da fare. Non solo in campo, ma anche per avvicinare i tifosi al gioco e portarli sugli spalti di un monumento del tennis come Wimbledon. Un lavoro che richiederà sicuramente molto tempo.

Traduzione di Alice Nagni

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