Djokovic non era lui, Nadal era quasi lui. Il direttore di Ubitennis è un criminale?

Editoriali del Direttore

Djokovic non era lui, Nadal era quasi lui. Il direttore di Ubitennis è un criminale?

La finale ha detto poco. L’incredibile esperienza di Scanagatta: da libero cittadino acquista il biglietto, ma viene pedinato tutto il giorno da 3-4 agenti. Il suo legale diffida la FIT

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Rafa Nadal - Roma 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

ROMA – Sono state giornate pesanti, non solo per Djokovic che ha vissuto due maratone incredibili contro i due argentini del Potro e Schwartzman, dopo l’intenso giovedì con due match in un giorno, e le ha pagate pesantemente nella finale con Nadal.

Lo sono state anche per chi scrive, per i motivi che alcuni di voi forse pensano di poter immaginare dopo aver letto Ubitennis nei giorni scorsi e le penose vicende del “sequestro del mio accredito stampa”, tant’è che ora mentre mi accingo a scrivere questo pezzullo alle 1,30 del mattino mi riprometto di fare torto alla mia naturale e incorreggibile prolissità per scrivere stavolta poco. Ma chissà mai se riuscirò a… contenermi. Di solito non accade.

Sono combattuto se tornare a parlare delle vicende che riguardano più me e Ubitennis che il torneo. Temo di stufare da una parte, di peccare di egocentrismo da un’altra parte – e tanti lo penseranno, anche fra amici e collaboratori – ma mi sembrerebbe giusto anche informare i lettori, e in particolare quelli che sono stati così gentili da manifestarmi qui la loro apprezzata solidarietà, di spiegare quali siano stati gli sviluppi… anche se forse ciò sa più di blog… intimistico, che di giornale on line, e magari non dovrei farlo. Ma lo faccio.

 

Il timore di abusare della vostra pazienza c’è, ma almeno su come io sia stato pedinato per quasi due giorni interi da un gruppo di “agenti della sicurezza” al Foro Italico, né più meno che se fossi un criminale pronto a far esplodere un ordigno al passaggio di un Binaghi qualsiasi, o altro dirigente FIT, davvero non posso fare a meno di non raccontarlo perché è così inverosimile che per persuadere mia moglie che è accaduto davvero ci ho messo un quarto d’ora. Credeva fosse uno scherzo di cattivo gusto.

Vediamo se riesco a essere breve. Intanto vi preannuncio che in fondo a questo articolo leggerete la diffida che il mio amico avvocato Massimo Rossi ha inviato alla FIT, preannunciando una possibile azione legale per i danni provocatimi impedendomi di lavorare come avrei dovuto e procurandomi anche un tale stress le cui risultanze dovrò accertare al più presto. Non è il caso di entrare in dettagli qui. Prevedibilmente la lettera dell’avvocato Rossi non ha fin qui ricevuto alcuna risposta né mi è giunta la revoca richiesta del blocco del mio accredito stampa. La mail è stata inviata al presidente FIT, al direttore della comunicazione Valesio al presunto regista dell’”operazione blocco” Baccini.

Qualcuno ricorderà forse il nome di Baccini non solo per aver capeggiato un gruppo di contestatori contrari alla trasferta azzurra di Coppa Davis in Cile – era fra coloro che gridava “No, no volèe con il regime di Pinochet” in viale Tiziano davanti alla sede FIT di allora – ma anche per avere qualche anno fa scritto pessimi apprezzamenti – dei quali spero si sia poi arrossito e pentito – nei confronti e di Rino Tommasi e di Gianni Clerici quando pubblicava una sua rubrica sulla rivista federale; se li ritrovo nel mio archivio voglio che li leggiate, perché sono… istruttivi.

Se tal soggetto si è comportato così con i miei due grandi Maestri – con la M maiuscola – mi onoro oggi, quindi, di ritrovarlo anche sulla mia strada quale perenne bastone-ostacolo alla mia attività giornalistica con il beneplacito del presidente FIT, che lo ha voluto in consiglio federale dopo che da responsabile della comunicazione era riuscito a litigare con tutti quelli con cui avrebbe dovuto cercare invece di relazionarsi e istituire buoni rapporti. I nomi? Non solo uno o due: Tommasi, Clerici, Azzolini, Martucci, Scanagatta, Semeraro, Cazzaniga, Bisti, Panatta, Marchese, Piccioli, Ferrero, Fumarola, Francia, sono i primi che mi vengono a mente, ma certo ce ne saranno stati altri. So quello che dico e lo sanno tutti. Eravamo praticamente tutti quelli che facevano informazione tennistica in radio, tv, giornali. Se Binaghi non ha mai goduto di buona stampa, fin dall’inizio, oltre che i suoi stessi difetti dovrebbe sapere chi ringraziare.

La diffida del mio legale è stata inviata per conoscenza anche al presidente del Coni Giovanni Malagò che era stato messo al corrente dal sottoscritto di quanto accaduto e aveva – invano – parlato con Baccini. Fino a qualche tempo fa le parole di Malagò avrebbero probabilmente avuto un altro peso. Chi ha letto Ubitennis in questi giorni sa che cosa è successo. Non lo ripeterò. Chi non lo sa potrà sempre leggere ora. Attraverso questo link.

Sabato sera, dopo ore e ore di piantonamento davanti alla porta d’ingresso attraverso cui si accede alla stampa, mentre il direttore della comunicazione Valesio che aveva firmato la revoca del mio accredito, si era dileguato almeno per chiunque lo cercasse – non solo per me, che l’ho atteso invano per 4 o 5 ore sulla porta dabbasso in attesa che si degnasse di spiegarmi con quale spirito si fosse prestato a firmare quel foglio (che io non credo abbia ideato lui), ma anche alcuni colleghi che volevano parlargli pur sapendo che non avrebbero cavato un ragno dal buco (e qui non sto a spiegarvi il perché) – si era finalmente materializzata la presenza di un dirigente FIT: Giancarlo Baccini, cui avevano telefonato diverse persone, incluso il direttore marketing dell’ex Coni Servizi Diego Nepi Molineris. Fra parentesi su Repubblica di oggi . nelle pagine della cronaca di Roma si legge in un articolo a firma di Maurilio Rigo dal titolo “Record al Foro e accuse al CONI :”Il tetto non c’è” Si tratta diun pesantissimo attacco del presidente Binaghi a proposito del tetto che non c’è nei confronti del Presidente del Coni Giovanni Malagò e della Coni Servizi di cui lo stesso Diego Nepi Molineris è stato uno dei massimi responsabili fino all’altro giorno. Insomma volano gli stracci fra coloro che erano fino a pochissimo tempo fa sodali (prima dell’avvento di Lega e 5 Stelle al Governo, della crisi del PD, del ridimensionamento del CONI stesso a favore del nuovo organismo “Sport e Salute” con la delega allo sport per il sottosegretario della Lega Giancarlo Giorgetti). Giovanni Malagò adesso è in difficoltà e chi fino a ieri faceva l’amicone, adesso sta muovendosi in tutto altro modo. Che tristezza.  Penso proprio che Malagò oggi si sia pentito di non aver fatto quel che a suo tempo avrebbe potuto e dovuto fare. 

Il suddetto Baccini propose, accompagnato da un avvocato FIT, (Marra di cognome), di addivenire, soi disant, a un “ragionevole compromesso”. Se io avessi firmato una esplicita dichiarazione di colpevolezza per aver infranto la regola che avrebbe legittimamente autorizzato la FIT a stopparmi l’accredito – regoletta di una riga non so da quanti anni inserita fra le tante; ma lo scoprirò giusto per mia curiosità – secondo cui chi era accreditato per una testata non poteva scrivere per un’altra (regola ridicola e assurda che svuoterebbe qualsiasi sala stampa; difatti la stessa FIT non ha preteso di farla rispettare altro che per me) e avessi accettato di scrivere solo per La Nazione e non per Ubitennis, allora l’accredito mi sarebbe stato restituito. Voi avreste firmato? Io no.

Lo ha capito subito un secondo avvocato consulente FIT, cognome Proto e piuttosto conosciuto in Sardegna. Questi mi ha infatti proposto allora di togliere alcune righe. Lì per lì, e avrei sbagliato, avevo pensato di dire di sì. Ma quando il taglio proposto dal suo avvocato è stato poi portato all’attenzione di Baccini e questi ha detto che non era d’accordo con il suo avvocato! Meno male.

Quindi non se ne è fatto di nulla. Io ero ormai in sala stampa e ci sono rimasto, ma senza accredito non potevo andare da nessuna parte salvo che restare al mio desk. Off limits la tribuna stampa, la sala interviste. Raggio di azione? Pochi metri quadrati. Da due a quattro persone, che presumo agenti della sicurezza, si sono avvicendate agli ingressi, guardandomi alle spalle mentre scrivevo al computer, telefonandosi fra loro se appena mi alzavo, se facevo due metri qua o là . Uno di loro mi ha seguito fino alla vicina toilette. E meno male che ho scoperto che quella toilette accanto al mini-bar era per l’appunto proprio vicinissima; nel corridoio al di là del mini-bar immediatamente confinante non avrei potuto passare.

Giuro che ho pensato dopo ore e ore di incredibile vigilanza, prima di scorgere nella stanza del bar quella toilette, di svuotare una bottiglietta di acqua minerale per un’eventuale urgenza urinaria da espletare di nascosto! Pensavo anche: è davvero roba da matti, da non credersi. Ho diversi testimoni, in quella sezione molto decentrata della sala stampa, che possono serenamente confermare quanto vi sto raccontando, a proprio rischio e pericolo.

E tuttavia non avrei ancora immaginato quanto sarebbe successo l’indomani, domenica, il giorno delle finali, dopo che nel mattino avevo parlato con il presidente della FNSI (federazione nazionale stampa) Beppe Giulietti, con il segretario dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti Guido D’Ubaldo, con il Presidente dell’USSI (Unione Stampa Sportiva) Luigi Ferrajolo cui ho mandato le varie lettere FIT, proposte compromissorie inaccettabili comprese, inclusa quella in cui alla consegna dell’accredito fra un putiferio di regole e regolette c’è anche quella che ha costituito il pretesto per il ritiro dell’accredito.

Di domenica i tre dirigenti appena succitati sono stati perfino troppo disponibili e comprensivi a dedicarmi tempo e attenzione. Ma il solo che è riuscito a parlare con Baccini, purtroppo senza apprezzabile risultato, è stato il presidente dell’USSI. Baccini gli ha raccontato – a quanto il collega Ferrajolo mi ha riferito – che io ero anche reo di aver fatto video in zone non consentite. Balla cinese! Figurarsi se io sono così fesso da fornire un pretesto del genere a chi so che non avrebbe aspettato altro pur di farmi qualsiasi sgambetto. E comunque anche fosse stato vero (e ribadisco che non lo è) cosa avrebbe avuto a che fare con la motivazione firmata da Valesio? Arrampicate sugli specchi?

Naturalmente Baccini, che è quello che è ma non è stupido, negava -mostrandosi perfino indignato all’idea – che l’azione FIT potesse integrare il sospetto di una mera ritorsione per i miei articoli critici. La tesi espressa l’avevo sentito anche il giorno prima: “Se avessi dovuto impedire l’accesso di Scanagatta per le sue critiche lo avremmo già fatto da anni”. Ma sulle strane e casuali coincidenze del ritiro dell’accredito avvenuto a torneo inoltrato e dopo anni di accrediti identici per La Nazione, quando ho sempre scritto anche per Ubitennis, che pubblicano nei due sensi gli articoli delle due testate partner dello stesso network– in un senso e nell’altro, in perfetta sintonia e concomitanza con l’uscita dell’articolo su Federer, Djokovic, naturalmente Baccini ha preferito sorvolare. Silenzio assoluto.

Vabbè (vedete che mi sto allungando? Uffa!). Nel primo pomeriggio decido di comprarmi un biglietto ground (10 euro devoluti alla FIT, un modesto contributo personale…) per incontrare fuori dalla porta che dà accesso all’area media, quei colleghi che mi avevano cortesemente chiesto di conoscere gli sviluppi della vicenda. Dovrei ringraziarli qui pubblicamente ma non lo faccio. Lo farò privatamente perché so che invece di far loro un piacere in taluni casi li metterei in difficoltà con la FIT che, come avrete intuito, ha i suoi modi per rapportarsi con chi… non si comporta come si deve. Ho a quel punto inviato una mail a un gruppo più allargato di colleghi, rispetto a quella decina di amici apertamente solidali, scrivendo che sarei stato fuori dalla porta d’accesso, ove avessero avuto piacere di parlarmi con due opzioni: o prima dell’inizio della finale maschile, 14:50, o al termine.

Fra i destinatari ci sarà stato qualcuno più infido, più realista del re. Una spia. Del KGB? Fatto sta che, sebbene a quel punto io fossi un libero cittadino che si era acquistato un ground, come sono arrivato nei pressi della zona stampa, mi sono accorto di essere seguito ovunque. Da due, tre “agenti” con tanto di accredito – non ho chiesto la loro qualifica, quindi non so per quale società, compagnia o corpo lavorassero – e nel tardo pomeriggio dopo che la finale era stata vinta da Nadal 6-1 al terzo, anche da quattro “agenti”. Non credo fossero armati. Non mi pareva il caso di filmarle con il cellulare, ma una foto a riprova di quel che sto scrivendo ce l’ho. Così come tre testimoni.

Stavo facendo qualcosa di male, di sospetto? Certo che no. La finale me la sono vista, prima seduto, poi quasi sdraiato, sul camminatoio di cemento davanti agli studi di Supertennis, sul mega schermo. E due ”agenti”, uno a destra e uno a sinistra (meno assiduo… ogni tanto si faceva una passeggiatina) che se ne stavano a un paio di metri da me. Per tutta la durata della finale! Eppure non sembravano minimamente appassionati. Roba da non credere. Alla fine del match sono tornato verso la porta dell’ingresso stampa, e questi dietro. Ho incontrato amici vari, fatto una foto con alcuni colleghi italiani e stranieri, più d’una con la bellissima Daniela Hantuchova, una mia passione l’ex campionessa slovacca che parla anche discretamente l’italiano (l’ho pure portata sulla mia Vespa a Wimbledon per un tragitto ahimè troppo breve anni fa).

Intorno alle 20 stavano ormai sbaraccando, lì accanto all’accesso alla sala stampa, la sala VIP. Non c’erano più che i camerieri, alle prese con casse, piatti, bicchieri e cose da spostare. E c’era anche una signora cui ho osato chiedere se avrei creato un problema a usare la toilette per pochi secondi. ”Ma certo, ci mancherebbe!” mi ha risposto lei super gentile. Passano neppure cinque secondi e cinque metri e mi arriva alle spalle uno degli agenti: “Lei ha l’accredito? Qui non si può entrare senza!”. “Nemmeno per fare pipì quando non c’è più nessuno?” replico evidentemente disorientandolo. Incredibilmente comprensivo mi ha scortato al bagno e mi ha lasciato chiudere la porta. Ouf.

Seguo gli Internazionali da 47 anni e sono sempre stato fiero di esprimere liberamente le mie opinioni. Sabato 18 maggio mi è stato impedito di esercitare liberamente il diritto di un giornalista – garantito dallo Costituzione – con motivazioni miserevoli. Una postilla sulla conferenza stampa di domenica 19 maggio tenuta dal presidente Binaghi sull’argomento delle lamentele espresse da diversi tennisti (Djokovic, Federer, Thiem, Goffin, Fognini, Cecchinato etcetera) ha detto che a lamentarsi sono sempre i giocatori che perdono. Non è vero: Djokovic non aveva fatto perso quando si è lamentato della condizione dei campi, difatti è arrivato in finale. Non è vero neanche nel caso di Federer che nel corso del match CHE HA VINTO con Coric chiedeva più volte all’arbitro Carlos Bernardes di fare asciugare dai raccattapalle le righe bagnate e pericolosamente scivolose dopo l’innaffiatura del campo a fine primo set, senza essere ascoltato. L’innaffiatura del campo non la decide l’arbitro e la gestione della tenuta dei campi spetta all’organizzazione. Neppure a farlo apposta Federer è poi scivolato proprio su una riga e purtroppo – pur avendo vinto la partita – l’indomani è stato costretto ad abbandonare il torneo per un problema fisico alla gamba così infortunata.

Basta così. Capisco che questa cronaca per un appassionato di tennis che vuol sapere vita morte e miracoli di Nadal e Djokovic e se ne frega giustamente dei guai di Scanagatta e dei dispetti della FIT (che per tante ore il sabato e tante ore la domenica hanno comportato smuovere KGB, Mossad, CIA e FBI per tener d’occhio un pericolosissimo criminale quale il sottoscritto) è noiosissima. Ma, cercate di capirmi e perdonarmi, non è per egocentrismo che ho scritto tutto questo. Ma perché è esperienza vera, vissuta e per me assolutamente inimmaginabile, molto più – francamente – della stanchezza di Novak Djokovic e dei progressi di Rafa Nadal.

Quando un giocatore non più giovanissimo – nemmeno Djokovic lo è più, anche se resta un atleta straordinario – affronta due lotte spasmodiche e fino a tarda notte come ha fatto lui, e dopo altre due partite giocate nello stesso giovedì, non può essere fresco come una rosa a meno di 24 di distanza. E si soffre più nel primo set, quando tutte le tossine si devono ancora liberare che dopo. Lui era come ingrippato all’inizio – e ha rimediato il suo primo 6-0 da Rafa in 54 match – si è un po’ sciolto nel secondo, nonostante abbia sbagliato due smash raccapriccianti (quel colpo proprio non fa parte del suo repertorio: se il punto è importante, il pallonetto è alto e lui è in sofferenza, lo sbaglia. E non di poco; lo sotterra proprio).

Ha comunque vinto il secondo, illudendosi per poco, perché la spia della benzina era rossa. Non c’è più stata partita, Nadal è tornato al successo, il primo sulla terra rossa quest’anno, il Masters 1000 numero 34, uno più di Nole.

Affronterà il Roland Garros con molta più fiducia nei propri mezzi. E Djokovic sa di non dover fare troppo caso alla propria prestazione deludente. Ha più d’un alibi. E anche di che ringraziare il cielo: se del Potro non si fosse mangiato il dritto più facile che gli poteva capitare sul primo dei due matchpoint, Novak sarebbe già andato a casa. Ora i confronti diretti dicono che Novak è avanti per 28 duelli a 26 (e Rafa per 34 Masters 1000 a 33), ma alla fin fine sono numeri che contano poco e nulla ai fini di future previsioni per eventuali prossimi head to head fra il n.1 e il n.2 del mondo. Forse sulla terra rossa il n.2 è il n.1, e viceversa, ma di fatto tutto dipende da come i due arrivano ad affrontarsi. Stanchi, non stanchi, sani, non sani, motivati, non motivati (vale per altri tornei eh, non per Parigi!), in fiducia, in sfiducia. Ad maiora.

E qui sotto di seguito, come anticipato, la lettera scritta dall’avvocato Massimo Rossi alla FIT.

In nome e per conto del dottor Ubaldo Scanagatta, che me ne ha conferito mandato, sono con la presente a significarVi quanto segue.
Ubaldo Scanagatta è giornalista professionista da sempre specificamente e particolarmente impegnato nell’attività di commentatore dello Sport del tennis.
In tale veste da più di quarant’anni egli segue gli Internazionali d’Italia anche dalla Sala Stampa del torneo, cui è sempre stato ammesso a seguito di accredito richiesto dal quotidiano La Nazione di Firenze e regolarmente concesso.
Oltre che per la sua collaborazione con il quotidiano La Nazione, Ubaldo Scanagatta è universalmente noto al mondo del Tennis, e quindi anche a tutti i destinatari della presente, quale fondatore e direttore responsabile della testata on-line denominata “Ubitennis”.
In occasione di tutte le ultime dieci edizioni degli Internazionali d’Italia Ubaldo Scanagatta ha esercitato la sua professione di giornalista scrivendo commenti sia sul giornale La Nazione, che sul Resto del Carlino, che su Il Giorno – tutti appartenenti al medesimo gruppo editoriale – sia sulla testata “Ubitennis”, peraltro partner dello stesso “Network”.
Anche l’edizione in corso non ha fatto eccezione, tanto è vero che fin dal primo giorno di gare Ubaldo Scanagatta ha scritto i suoi pezzi pubblicati dalle testate sopra richiamate. In particolare, va forse sottolineato, nella giornata di ieri “Ubitennis” ha pubblicato, a firma del suo Direttore, alcuni articoli aventi riguardo ai ritiri dalla competizione di Roger Federer e della numero 1 del tennis femminile – la giapponese Osaka – nonché riguardo alle dichiarazioni critiche e in parte polemiche espresse dai giocatori Fognini, Federer, Djokovich, Thiem e Goffin sia con riferimento alle pessime condizioni dei campi, sia con riferimento alla organizzazione del torneo, con particolare riguardo agli orari di gioco.
Questa mattina il direttore della comunicazione degli Internazionali d’Italia, Piero Valesio, ha contestato per iscritto a Ubaldo Scanagatta la pretesa violazione da parte sua dell’ obbligo “di non svolgere attività giornalistica per media diversi da quello che hanno (sic n.d.r.) richiesto l’accredito di cui è in possesso”.
Contestualmente e conseguentemente è stato revocato a Ubaldo Scanagatta il “pass” di accesso.
La Vostra iniziativa è del tutto illegittima e viola gravemente i diritti del mio assistito.
Non può al proposito non rilevarsi come l’articolo 21 della nostra Costituzione tutela espressamente il “diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.
Il medesimo articolo afferma che “La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni e censure”.
Aggiungasi che l’esercizio di libera stampa comprende il diritto di accesso alle informazioni e alla loro raccolta senza limitazioni.
Appare dunque evidente la grave violazione di diritti costituzionalmente garantiti da Voi posta in essere a danno non solo del mio assistito ma anche e soprattutto del pubblico dei lettori.
La Vostra censura è inaccettabile e sarà pertanto oggetto di adeguata reazione nella competente sede giudiziaria, anche ai fini risarcitori in relazione ai gravi danni subiti dal mio assistito e dalle testate da lui rappresentate.
Vi diffido in ogni caso dal proseguire nelle Vostre illegittime condotte, invitandoVi alla immediata restituzione del Pass al giornalista Ubaldo Scanagatta.
Distinti saluti.
Massimo Rossi

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Editoriali del Direttore

Per colpa di Schwartzman che batte Nadal, piccolo excursus statistico sulle serie vittoriose fra big

Ci aveva perso 9 volte! Con Berdych, Nadal era stato più continuo: le vittorie di fila furono 18. Rino Tommasi e Arthur Ashe vs Rod Laver…Tanti head to head a senso unico. Quiz su Berrettini, Sinner e Musetti

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Rafa Nadal - Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)
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I nostri appassionati di tennis hanno dimostrato in tutti questi lunghi anni in cui i nostri tennisti di soddisfazioni ce ne hanno date pochine, che bastava tifare per Federer, Nadal o Djokovic per aver voglia comunque di seguire il tennis con immutata passione. Per poco più di un quinquennio (2010-2015) è stato motivo d’orgoglio patriottico soprattutto il tennis e i risultati delle nostre ragazze, ma per tre lustri sono stati quei tre a farci divertire più degli altri. A volte anche Murray, a volte anche Wawrinka e del Potro, ma sono stati meno continui.

A Roma, superata la delusione per le sconfitte dei quattro italiani che ci avevano un po’ illuso piazzandosi negli ottavi, ultimo in ordine di tempo colui sul quale era lecito puntare di più, Matteo Berrettini testa di serie n.4, erano tutti convinti che ci saremmo ritrovati con una finale disputata dai soliti due, Nadal e Djokovic.

Il direttore commenta la sconfitta di Berrettini (con un paragone irriverente)

 

Invece Nadal è già tornato a Maiorca. E non andrà a pescare, ma ad allenarsi più duramente del solito se non vorrà perdere anche a Parigi dove ha vinto tre volte più che a Roma: là sono 12, qua erano 9.

Nove erano anche le sue vittorie consecutive con il più piccolo dei grandi del circuito ATP, “El Peque”, il piccolo, l’argentino Diego Schwartzman. Chi non indovina perché si chiami Diego? Peggio per lui, io non glielo dico.

A fine match ho ricordato cosa disse Gerulaitis quando finalmente battè Connors, e lui si è messo a ridere: “Io posso avere anche sempre perso con certi giocatori, ad esempio con tutti i grandi tre, Rafa, Djokovic e Federer, ma quando entro in campo penso sempre che potrei farcela  rovesciare il pronostico. Oggi ho giocato la più bella partita della mia vita e sono contentissimo. Sì, forse lui non sarò al massimo, forse l’umidità della sera ha rallentato le palle che non prendevano più tanto lo spin, ma io ho giocato proprio bene. Gli ho fatto diversi break? Sì, ma io ho sempre fatto tanti break, la risposta è la parte migliore del mio repertorio…”.

Non solo il simpatico piccoletto di Buenos Aires, che era stato in semifinale al Foro anche un anno fa, non aveva mai battuto Nadal in 9 tentativi e – come mi ha detto lui. Nessuno dei celebri Fab 3, ma non era riuscito mai a battere uno dei primi 5 classificati del mondo in 22 duelli. Eppure un paio d’anni fa lui, l’11 giugno dopo aver raggiunto i quarti al Roland Garros, era arrivato a bussare alla porta dei top-ten. Si era fermato a n.11, come best ranking. Con quella classifica, fra i piccoletti, è stato probabilmente il n.2 di sempre. Harold Solomon, l’americano che perse da Panatta la finale del Roland Garros nel 1976, era alto 1m e 68 cm, vinse 22 tornei e salì fino al quinto posto delle classifiche ATP. Sul metro e 70 di Diego, detto fra noi, non ci giurerei. Deve essere stato misurato con un metro argentino. Secondo me è più piccolo. Ma tant’è.

Piuttosto, al di là del fatto che certamente quello visto ieri sera non era il miglior Nadal…e che la sua partita scopre un diverso scenario sia per Roma, dove il favorito diventa Djokovic a dispetto di una condizione non brillante, sia per Parigi dove gente come Thiem, lo stesso Djokovic e altri possono legittimamente pensare di avere molte più chance di quanto si potesse immaginare.

Rafa Nadal – Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)

La vittoria di un tennista che aveva perso nove volte con un altro mi ha fatto ripensare a quelle frasi che dicono i giocatori e che sembrano sempre un esercizio di banalità: “Ogni volta si ricomincia da 0 a 0” è una delle più classiche. Altre? “I Vecchi incontrano non contano”, “Lui non è tipo che molli e ti regali la partita” e via dicendo.

Poi però mi è tornata in mente quella sera al Masters quando con Rino Tommasi  e Gianni Clerici (Roberto Lombardi non c’era ancora) commentavamo per Tele+ (o Telecapodistria?) dal Madison Square Garden e Vitas Gerulaitis battè finalmente Jimmy Connors e se ne uscì con quella frase rimasta storica: “Nessuno batte Viats Gerulaitis 17 volte di fila!”. Un capolavoro. Vitas era un ragazzo straordinario e straordinariamente simpatico. Ho avuto il piacere di partecipare a un paio di party organizzato da lui, a Dallas e New York, dove mi sono divertito da matti. Magnifici, nostalgici ricordi.

ALTRI DUELLI A SENSO UNICO

Sulla scia di quel ricordo ho ripensato ad altre serie di duelli a senso unico che poi improvvisamente venivano interrotti. Un altro “17 senza macchia” che mi viene in mente è quello di Roger Federer con Youzhny, perché tre anni fa all’US Open, secondo turno, il russo era avanti 2 set a uno e corremmo tutti sull’Arthur Ashe increduli.

Maestro Rino mi diceva sempre di quando Arthur Ashe lo incontrava e gli diceva: “Senza di te Rino non avrei mai saputo quante volte di fila ho perso  con Rod Laver!”. Erano 19, quando finalmente Arthur ne vinse una. E su 23 ne avrebbe vinte…addirittura 2. E Rino, che Gianni aveva ribattezzato “ComputeRino”, ne era tutto fiero. Finché arriva a dire un giorno: “Prima di Internet…Internet ero io!

In Australia cinque anni fa ricordo di aver visto Andreas Seppi battere Roger Federer sull’HiSense Arena: Andreas ci aveva perso dieci volte di fila. Giocò una partita magnifica in quel torneo in cui ha raggiunto gli ottavi ben quattro volte.

Sempre in Australia, in quello stesso 2015, si interruppe la striscia positiva di Rafa Nadal con Tomas Berdych: il ceco aveva vinto le prime tre partite, e sembrava che Rafa se ne fosse fatto un complesso. Ma poi ne perse ben 18 di fila! In Australia Berdych spezzò la maledizione. Poi ricominciò a perderci… Alla fine il bilancio sarebbe stato dunque 20 a 4 per il maiorchino.

Ricordo anche, più lontana, una serie di 17 vittorie consecutive di Ivan il Terribile Lendl su un Connors che, otto anni più anziano, sul finir di carriera accusava il peso dell’età. Il bilancio non sarebbe stato però umiliante, perché all’inizio il pur longevo Connors aveva bastonato il ceco tante volte: 22 a 13 i confronti diretti. Una di quelle vittorie di Jimbo venne a un Masters, sempre al Madison Square Garden quando Connors dette del vigliacco (Chicken! Non si traduce come pollo, ma proprio vigliacco) a Lendl che contro di lui nell’ultima giornata del round robin aveva perso apposta il secondo set perché, arrivando secondo nel gruppo dietro Jimbo, avrebbe affrontato in semifinale il ben più battibile Gene Mayer che aveva concluso al primo posto dell’altro gruppo nel quale Bjorn Borg si era piazzato secondo. Lendl fece meri calcoli. Jimbo, orgoglioso com’era, non li avrebbe mai fatti.

Lendl, quando diceva di essere più forte di un altro, non lasciava spiragli. Con Brad Gilbert, che pure è stato n.4 del mondo, ha battuto in Slam o Masters gente come Becker e McEnroe, Ivan è stato implacabile: 16 vittorie a zero. Le stesse di Rafa Nadal con Richard Gasquet che soltanto fra il 2004 e il 2008 è riuscito a strappargli un set in 4 occasioni, ma mai più d’uno.

WTA – Fra le donne le serie di vittorie consecutive fra tenniste di altissimo livello ne ricordo diverse: avevo visto la diciottenne Sharapova battere Serena a Wimbledon nel 2004 e quello stesso anno una mia amica che scriveva di spettacoli su USA Today mi ospitò a Los Angeles e mi portò a Holywood a intervistare nella sua camera d’hotel la bellissima Halle Berry (scrissi l’intervista per Panorama, mi pare) nella settimana in cui Masha ribatté Serena allo Staple Center. C’era papà Yuri Sharapov che faceva un tifo esagerato e fuori da ogni bon ton. Mai e poi mai avrei immaginato che da allora Maria non sarebbe più riuscita a battere Serena, lungo 19 sfide in 16 anni! In compenso Maria ha messo sotto Simona Halep sette volte di fila prima di perderci a Pechino tre anni fa e poi a Roma nel 2018.

Mentre quando vidi Steffi Graf, nella finale del Roland Garros 1988 dare 60 60 a Natasha Zvereva in 34 minuti, non mi sorpresi a constatare che il loro bilancio sarebbe stato 20 a 1 per Steffi, che peraltro poteva vantare anche un 21-0 con Nathalie Tauziat, un 17-0 con Manuela Maleeva, un 21-1 con Helenona Sukova. Uno schiacciasassi, Steffi.

Sono sicuro che i lettori ne ricorderanno altre, io mi sono distratto a scrivere di queste e… tutto per colpa di Nadal che ha perso da Schwartzmann dopo averlo battuto 9 volte di fila! Vabbè, scherzi a parte, abbiamo fatto un po’ di ripasso di storia, non senza aver ricordato che Filippo Volandri resta l’ultimo italiano ad aver raggiunto le semifinali dal Foro Italico 13 anni fa, anno 2017. Ad maiora. Chi secondo voi fra Berrettini, Sinner e Musetti sarà in grado di centrare l’obiettivo per primo? E chi più volte?

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Editoriali del Direttore

Il direttore Scanagatta dà ragione a Binaghi: “Il Paese ne esce male” però…

Insopportabile incoerenza di provvedimenti presi a distanza di una settimana. Anche se nessuno dovrebbe stupirsi più se nell’ambito delle autonomie regionali una Regione sposa il bianco e un’altra il nero

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Roma 2020 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

Non appena ho saputo della pronuncia del ministro Spadafora e poi della reazione di Angelo Binaghi, ho chiesto alla redazione di fare subito quel titolo che abbiamo fatto in questa home page. Inclusa, ovviamente, la frase “e ha pure ragione”. Perché secondo me ce l’ha. Per quanto riguarda il mio preannunciato commento che compare nel sottotitolo, sapevo purtroppo che non sarei riuscito a farlo subito.

Ciò a causa delle varie partite in atto, Berrettini-Travaglia, Sinner-Dimitrov, Musetti con Koepfer, le interviste in rapida successione e i concitati colloqui con la redazione in remoto (con quella maledetta tendenza moderna alle chat che ti fanno perdere un sacco di tempo per obiezioni cui ti tocca rispondere e spiegare), con le pratiche e i protocolli COVID in continua evoluzione che arrivano dall’ufficio stampa del Roland Garros per procedere al completamento degli accrediti. Ovviamente a Parigi ho zero problemi, non è come a Roma dove vengono perfino censurate da Supertennis le domande che faccio ma non le risposte dei giocatori. Me lo hanno segnalato lettori che se ne sono accorti perché un paio di giocatori mi hanno chiamato per nome nel rispondermi… Io non avendo guardato le interviste mandate in onda su Supertennis non potevo saperlo.

Ho fatto titolare che Binaghi stavolta ha ragione, per tutta la prima parte delle sue dichiarazioni. In effetti mi chiedo che cosa possa essere mai cambiato in pochi giorni se quel che era stato negato in un primo momento (giusto o sbagliato che fosse quel provvedimento) viene concesso in un secondo. La figura internazionale che fa il nostro Paese è pessima. Sembriamo davvero un Paese poco serio. Per molta gente non è una novità, però non c’era bisogno di dare ragione a chi già lo pensava. Se i nostri politici, di qualunque partito, si preoccupassero maggiormente dell’immagine del Paese, degli interessi del Paese, anziché dei propri personali, non ci troveremmo a sottolineare criticamente quel che sta succedendo.

Io ho sempre sperato che fosse dato l’ok alla presenza del pubblico, ma ritenevo anche fosse impensabile che allo stadio Olimpico per Roma e Lazio, 80.000 posti a 200 metri dal Foro, si negasse l’accesso a uno spettatore e invece per il tennis si dovesse dare l’ok. O tutti e due gli impianti o nessuno, avrebbe detto chiunque dotato di un minimo di coerenza. Così come, per un minimo di coerenza, è inspiegabile contraddirsi a una settimana dall’altra. Ora si dice che alla base dell’ultimo intervento del ministro Spadafora ci sarebbe la considerazione che sia molto più facile controllare 1.000 presenze distribuite in un solo stadio, piuttosto che le stesse in libera circolazione fra un campo e l’altro.

 

Premessa: mi è stato detto da persone bene informate che le richieste a suo tempo avanzate da FIT sono state avanzate in modo poco diplomatico (arrogante?). Si pretendeva inizialmente dalle autorità competenti un ok a 5.000/6.000 spettatori. Solo in un secondo tempo, a un giorno dal sì o al no, si sarebbe accettato come minimo i 3.000 spettatori. Pareva infatti a Binaghi & Co. che aprire i cancelli per solo 1.000 avrebbe creato più costi economici in controlli e servizi piuttosto che vantaggi. Ciò premesso, però, perché adesso si può garantirne l’accesso e prima no? Così, all’ultimo tuffo?

Le domande non finiscono qui. Non si sapeva che le semifinali e le finali sono pochi incontri che quindi si possono programmare in un unico stadio? Eppoi – e qui capisco che la mia è una malignità di tipo andreottiano… ”A pensare male si fa peccato ma spesso ci si indovina”il provedimento ministeriale non sarà mica una conseguenza del grande risalto che hanno avuto in questi giorni e su tutti i media (anche quelli che al tennis dedicano poco o zero spazio) gli exploit record dei quattro azzurri in ottavi?Non sarà mica una conseguenza dell’aver avvertito il generale rimpianto per l’assenza di spettatori a celebrare le imprese dei nostri piccoli e grandi eroi, del duo Maravilha, di Berrettini (l’ho espresso più volte anch’io)?

Non sarà allora che il ministro Spadafora abbia pensato di ricavarsi una vetrina importante riaprendo al pubblico, sia pure soltanto a questi 1.000 spettatori, guadagnandosi così i pubblici ringraziamenti di Binaghi, quelli di tanti appassionati (oltre ai 1.000 che avranno accesso al Foro?) e magari di qualche elettore per le prossime scadenze? Mah, i veri motivi per i quali un ministro, un qualsiasi politico, decide qualcosa, li conosce solo lui. Che poi la situazione COVID sia in perenne osmosi, per cui ogni provvedimento è suscettibile di venire smantellato quasi da un giorno all’altro è certo vero e costituisce un bell’alibi per tutti. Consente di fare e disfare, su tutto. A scapito della serietà percepita.

A Parigi, abbiamo visto, siamo passati dall’ok per 11.500 presenze suddivise in tre zone non incrociabili a un ok ristretto per 5.000 spettatori che invece potrebbero incrociarsi. Questo a causa dell’intensificarsi dei contagi. Ma a Roma per la verità la situazione COVID non mi sembra sia granché cambiata fra una settimana fa e oggi. Credo sia piuttosto stazionaria. Quindi se ho detto che Binaghi ha ragione quando sostiene che il nostro Paese dà un’immagine da… ”roba da matti”, dico anche però che non si può scoprire solo oggi perché si parla di tennis e di sport, che in Italia le autonomie regionali sul discorso sanità si sono manifestate da marzo a oggi. Non è una novità. La si può discutere, contestare, ma non è una novità.

In Emilia Romagna c’è pubblico al circuito di Misano e in Lombardia a quello di Monza no. In Toscana al Mugello sì. In Emilia Romagna per il basket al chiuso sì e da un’altra parte no. A Palermo 300 persone hanno potuto seguire il torneo e a Roma, fino a oggi, no. Ma se usciamo dal terreno dello sport abbiamo visto anche nei protocolli sanitari sui tamponi, i test sierologici, l’obbligo delle mascherine nei locali chiusi, in quelli aperti, che ogni regione ha deciso autonomamente dalle autorità centrali. Quindi fare l’esempio, sentito mille volte per casistiche simili ma trattate diversamente da regione a regione, è un po’ demagogico, populista. O si cambiano le leggi di questo Paese rimettendo in discussione certe autonomie oppure si deve soltanto, con più o meno rassegnazione, prenderne atto. La Lombardia può fare e decidere una cosa, il Veneto che pure è amministrato da una compagine politica identica (la Lega) farne tutta un’altra.

Dire o lamentare “ma perché lui sì e io no?”si può farlo ma alla fine ha l’aria di una lamentazione quasi infantile, comunque vana. “Perché Petrucci e il basket sì a Bologna e io e il tennis no a Roma?” Uno che non sa nulla, dirà, “cavolo, ha proprio ragione!”. Ma se non si arriva a una revisione legislativa per la quale chissà quanto tempo ci vorrà, non serve a nulla sottolineare queste discrasie. Resta tuttavia un fatto: all’estero, perfino dove ci sono organizzazioni politiche federali e discretamente autonome (Svizzera, Germania, Stati Uniti per citare le prime tre che mi vengono a mente) penseranno le peggiori cose di noi, e prenderà sempre più corpo lo stereotipo dell’Italia Paese inaffidabile e incoerente (anche se poi ce ne sono tanti messi pure peggio!). Chi glielo va a spiegare come siamo messi noi nel nostro buffo Paese, se facciamo fatica a capirlo noi?

Sulla parte finale del discorso di Binaghi che dice “stiamo facendo quest’operazione quasi sicuramente in perdita”, beh mi sorprende il quasi. Spero abbiano fatto bene i loro calcoli. Fino a una settimana fa sembrava che sarebbe stata sicuramente in perdita.

Sul discorso “i primi 1000 che dalle 15 di oggi registreranno la loro mail sul nostro sito tra coloro che avevano i biglietti originali per semifinali o finali sul Centrale entreranno”, capisco che non era facile trovare una soluzione equa. Forse sarebbe stato più giusto rispettare un ordine cronologico nelle prenotazioni fatte a suo tempo. Ma magari sbaglio. Così penso che – anche se siamo in un’epoca in cui computer, telefonini e email siano ormai diventati il pane quotidiano della stragrande maggioranza degli italiani – quegli appassionati di una certa età non pratici di email, verranno danneggiati, insieme a quelli che oggi lavoravano e non sapevano nemmeno di poter attivarsi. Mica tutti sono obbligati a star sempre sulla notizia!

Infine: capisco bene che un giorno e mezzo per rimettere in sicurezza l’impianto costringa tutto lo staff organizzativo non sia una tempistica ideale, però che altro si può fare? Invece il ribadire che chi non sarà fra i 1.000 “privilegiati” non ha alternative al famigerato “supervoucher” riconferma l’ostinata volontà di Binaghi di distinguersi da tutti gli altri Masters 1000 che invece hanno provveduto a rimborsare i creditori dei biglietti. E continuo a non capire, anche se ormai è stato già rieletto presidente per i prossimi quattro anni e il sesto mandato, perché proprio non riesca a calarsi nei panni di quegli sfortunati acquirenti cui non offre neppure una seconda opzione. Pervicacemente.


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Editoriali del Direttore

41 anni dopo quattro italiani in ottavi e non c’è nessuno a vedere i nostri piccoli eroi: Musetti, Sinner e il derby azzurro

Una vera beffa. Cosa accadde nel ’79 agli Internazionali di Roma? Era l’era Panatta… Chi ha più ha chances di centrare i quarti fra Sinner (Dimitrov) e Musetti (Koepfer)? E perché?

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Lorenzo Musetti - Internazionali di Roma 2020 (foto torneo)
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È davvero uno scherzo del destino più beffardo. Ma come, e dopo 41 anni!, al Foro Italico ci sono nuovamente quattro tennisti italiani in ottavi di finale e a vederli… non c’è nessuno! Che jella. E c‘è pure, rischiavamo tutti di dimenticarlo, Rafa Nadal, il re della terra battuta, il mostro di Manacor, dominatore di 12 Roland Garros, di 9 Internazionali d’Italia. Scusate… e Djokovic? E che dire del fenomeno Azarenka che si permette di dare 6-0 6-0 a Sofia Kenin, campionessa d’Australia?

Allora, nel ’79, il centrale era un altro ed era lungi dal chiamarsi Pietrangeli. Tutt’al più la gente lo chiamava il Campo delle Statue. Statue di atleti giganteschi delle discipline più svariate e, chissà perché, tutti nudi. Quel campo nel giorno degli ottavi era pieno di gente, sui marmi bianchi la folla straboccava, molti erano rimasti fuori dai cancelli. Tre anni prima Adriano Panatta era diventato il re di Roma, dopo la leggendaria finale vinta con Vilas al termine di una cavalcata indimenticabile cominciata con un match vinto annullando 11 matchpoint al primo turno. L’anno prima, 1978, sempre Adriano si era arreso soltanto in finale e soltanto a Sua Maestà Bjorn Borg 6-3 al quinto, nel famoso – o famigerato? – match delle monetine (che aveva fatto seguito al clamoroso ritiro di Higueras in semifinale). Per chi è troppo giovane, o chi più vecchio è invece smemorato, ricorderò riprendendo dal mio racconto di quella finale quanto accadde.

Panatta, avanti 30-0 nel primo game del quinto set aveva perso otto punti di fila ed erano arrivate a cadere pericolosamente vicino a Bjorn Borg, più d’un paio di monetine. Lo svedese si era parecchio innervosito, comprensibilmente, per quei “diecini” lanciati da un branco di cafonissimi tifosi di Adriano. Ciò era incredibilmente accaduto nonostante che Bjorn, grandissimo signore, avesse restituito per ben tre volte all’amico Panatta un punto insolitamente strappatogli dai giudici di linea per solito affetti invece da miopia patriottica. Rivolgendosi al suo allenatore di sempre Lennart Bergelin, Bjorn aveva fatto capire che sarebbe uscito dal campo se la vergognosa vicenda fosse proseguita ancora. “Un’altra monetina e me ne vado”. La folla capì, e cominciò a gridare “Fuori! Fuori!”. All’indirizzo degli idioti lanciatori. Finché finalmente e tardivamente l’arbitro si decise a fare un appello al pubblico perché si comportasse civilmente pena la sospensione della partita.

 

In un articolo di Antonio Garofalo ritroviamo altri dettagli e queste righe finali: “Bjorn Borg è rimasto in buchetta all’inizio, ma ha poi fatto grande routine, dimostrando un controllo straordinario di se stesso e dei colpi, nel quinto set. Nemmeno decine di monete lanciate dagli artigli degli italopitechi gli impediranno di sommergere alla fine l’eroe de no’antri Adriano Panatta”. Non c’è bisogno di segnalarvi l’autore del meraviglioso affresco.

In quel ’79 del record il programma degli ottavi era quasi tutto… caviale, salmone e pernici. Non sarebbe forse bastato lo stadio Olimpico per accogliere tutti quelli che avrebbero voluto vedere Panatta-Higueras, dopo tutto quel che era successo l’anno prima, Bertolucci-Vilas, Barazzutti-Dibbs e, forse più di Ocleppo-Feigl, Lendl con Gene Mayer nonché Gerulaitis con Alexander e Solomon-Dibbs. Io ricordo che seguivo con attenzione – in mezzo a tanti campioni – anche l’americano Terry Moor, che sarebbe arrivato nei quarti, solo perché per l’appunto quella su Moor era stata una delle mie pochissime vittorie di prestigio quando avevo giocato i match fra college negli Stati Uniti, io nell’Oral Roberts, lui nella South Western Louisiana (se non ricordo male).

Per ricordare il comportamento dei quattro azzurri in quel giorno degli ottavi, Vilas battè Bertolucci 6-3 6-4, Panatta vinse su Higueras 6-4 7-6 e stavolta senza incidenti, Barazzutti perse da Dibbs 7-5 6-4, Ocleppo battè Feigl 6-4 3-6 7-5. Quel torneo del ’79 sarebbe poi stato vinto da Gerulaitis su Vilas dopo una maratona incredibile di 4 ore e 53 minuti 6-7 7-6 6-7 6-4 6-2 il cui racconto trovate qui.

I bagarini in quegli anni facevano affari d’oro. Era l’era Panatta, l’epoca d’oro del tennis italiano. Mai più vissuta. Ora, finalmente, sogniamo di riviverla, grazie a Berrettini e ai due ragazzini (e fa anche rima). Non è facile scrivere un editoriale dopo aver già realizzato un video che riassume le gesta di Lorenzo Musetti (lo trovate a fine articolo), capace di ripetersi ai danni di un Nishikori meno arrendevole di quanto fosse stato nel primo set Wawrinka. Due scalpi illustri, un triplo campione di Slam e un finalista dell’US Open, due ex top five.

Ho infatti aperto il mio intervento sul video, che registro alla meglio con i miei modesti mezzi – mica dispongo dei fondi di Supertennis! Anche se una ricerca della Bocconi sostiene che se avessi dovuto spendere in promozione pubblicitaria l’audience che raccolgo con questi video sarebbe roba che vale parecchi milioni – esclamando (solo per quei pochissimi che questa volta non l’avessero visto pur sapendo che ne faccio uno al giorno): “Altro che prova del 9! Lorenzo Musetti ha superato almeno quella del 18”. I successi conquistati nelle qualificazioni e nei due turni del Masters 1000 romano – primo diciottenne capace di tanto – gli hanno fatto guadagnare 70 posti in classifica ATP. Un balzo da numero 249 a 179. Numeri che devono far riflettere. Se si dice che Sinner, n.81, deve aver pazienza, e con lui i suoi tifosi, quanta ne deve avere Musetti?

Il suo tennis è più brillante di quello di Sinner, ma proprio per questo anche più rischioso. I bassi lo attendono minacciosi più degli alti, nell’immediato. Già il match con un (quasi) carneade tedesco che non è mai stato più su di n.83 del mondo, ma che è mancino – i mancini sono tipi… sinistri, dicevano nel MedioEvo – e qui ha battuto il tignoso De Minaur 7-6 al terzo e un meno tenace Monfils, si presenta tutt’altro che semplice. Bene o male il tedesco che vive in Florida, a Tampa, è tipo che l’anno scorso giunse agli ottavi dell’US Open, anche se noi quasi non ce accorgemmo perché tutti impegnati a seguire le prodezze di Berrettini. Il suo ranking lo deve soprattutto a quell’exploit. Eppure non fa mistero nel dire che la sua miglior superficie è la terra rossa. Uomo avvisato, mezzo salvato, caro Lorenzo Musetti.

Il rischio è che, dopo aver magari dormito pochino per l’impresa bis, ma stavolta senza 24 ore di decompressione, Lorenzo si trovi sulle spalle il peso di dover fare il tris… perché la gente che si è entusiasmata per il suo magnifico rovescio a una mano – ma l’avete visto quel passante che perfino Nishikori si è fermato ad applaudire? – quasi pretende che vinca ancora, anche se fra lui e il tedesco ci sono un centinaio di posti di gap in classifica.

Si ha un bel dire che la classifica non conta, ma invece qualcosa di solito significa. Non ho poi avuto tempo di vedere come Lorenzo se la cavi con i mancini. Ma certo non ne avrà incontrati a bizzeffe. Sarà un problemino in più, in aggiunta a quello di una inevitabile stanchezza per i match disputati a Roma e in tutte le ultime settimane senza sosta. Per tutti questi motivi forse il match di oggi è più difficile dei due che l’hanno preceduto. Non difficile come l’eventuale prossimo comunque… perché nei quarti gli toccherebbe Djokovic (più che Krajinovic, vero?).

Mi sono sbilanciato di più, invece, per il match Sinner-Dimitrov. E, sempre nel video… beh no, questa volta non ve lo dico, altrimenti che lo faccio a fare? Anzi, sapete che vi dico? In attesa delle immancabili scuse della FIT per il mio mancato accredito stampa, vado in salotto con brioche e cappuccino davanti alla tv a godermi il duello nazionale e mattutino (qui trovate il programma completo di oggi), Berrettini-Travaglia, per il quale posso sbilanciarmi in un pronostico sicuro: il match non sarà interrotto, come ieri sera, per un black-out elettrico piuttosto imbarazzante.

Smentisco infine, lieto così facendo di restituire un minimo di speranza ai creditori di sette milioni di biglietti, la fake news circolata ieri sera secondo la quale pareva che Angelo Binaghi non avesse pagato la bolletta all’Enel a seguito della mancata vendita degli altri biglietti. Con la previsione di un prossimo fatturato simile a quello della Federcalcio, la FIT ha fatto anche sapere di essere perfettamente in regola con le bollette: si è trattato di un semplice guasto tecnico.


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