Djokovic non era lui, Nadal era quasi lui. Il direttore di Ubitennis è un criminale?

Editoriali del Direttore

Djokovic non era lui, Nadal era quasi lui. Il direttore di Ubitennis è un criminale?

La finale ha detto poco. L’incredibile esperienza di Scanagatta: da libero cittadino acquista il biglietto, ma viene pedinato tutto il giorno da 3-4 agenti. Il suo legale diffida la FIT

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Rafa Nadal - Roma 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

ROMA – Sono state giornate pesanti, non solo per Djokovic che ha vissuto due maratone incredibili contro i due argentini del Potro e Schwartzman, dopo l’intenso giovedì con due match in un giorno, e le ha pagate pesantemente nella finale con Nadal.

Lo sono state anche per chi scrive, per i motivi che alcuni di voi forse pensano di poter immaginare dopo aver letto Ubitennis nei giorni scorsi e le penose vicende del “sequestro del mio accredito stampa”, tant’è che ora mentre mi accingo a scrivere questo pezzullo alle 1,30 del mattino mi riprometto di fare torto alla mia naturale e incorreggibile prolissità per scrivere stavolta poco. Ma chissà mai se riuscirò a… contenermi. Di solito non accade.

Sono combattuto se tornare a parlare delle vicende che riguardano più me e Ubitennis che il torneo. Temo di stufare da una parte, di peccare di egocentrismo da un’altra parte – e tanti lo penseranno, anche fra amici e collaboratori – ma mi sembrerebbe giusto anche informare i lettori, e in particolare quelli che sono stati così gentili da manifestarmi qui la loro apprezzata solidarietà, di spiegare quali siano stati gli sviluppi… anche se forse ciò sa più di blog… intimistico, che di giornale on line, e magari non dovrei farlo. Ma lo faccio.

 

Il timore di abusare della vostra pazienza c’è, ma almeno su come io sia stato pedinato per quasi due giorni interi da un gruppo di “agenti della sicurezza” al Foro Italico, né più meno che se fossi un criminale pronto a far esplodere un ordigno al passaggio di un Binaghi qualsiasi, o altro dirigente FIT, davvero non posso fare a meno di non raccontarlo perché è così inverosimile che per persuadere mia moglie che è accaduto davvero ci ho messo un quarto d’ora. Credeva fosse uno scherzo di cattivo gusto.

Vediamo se riesco a essere breve. Intanto vi preannuncio che in fondo a questo articolo leggerete la diffida che il mio amico avvocato Massimo Rossi ha inviato alla FIT, preannunciando una possibile azione legale per i danni provocatimi impedendomi di lavorare come avrei dovuto e procurandomi anche un tale stress le cui risultanze dovrò accertare al più presto. Non è il caso di entrare in dettagli qui. Prevedibilmente la lettera dell’avvocato Rossi non ha fin qui ricevuto alcuna risposta né mi è giunta la revoca richiesta del blocco del mio accredito stampa. La mail è stata inviata al presidente FIT, al direttore della comunicazione Valesio al presunto regista dell’”operazione blocco” Baccini.

Qualcuno ricorderà forse il nome di Baccini non solo per aver capeggiato un gruppo di contestatori contrari alla trasferta azzurra di Coppa Davis in Cile – era fra coloro che gridava “No, no volèe con il regime di Pinochet” in viale Tiziano davanti alla sede FIT di allora – ma anche per avere qualche anno fa scritto pessimi apprezzamenti – dei quali spero si sia poi arrossito e pentito – nei confronti e di Rino Tommasi e di Gianni Clerici quando pubblicava una sua rubrica sulla rivista federale; se li ritrovo nel mio archivio voglio che li leggiate, perché sono… istruttivi.

Se tal soggetto si è comportato così con i miei due grandi Maestri – con la M maiuscola – mi onoro oggi, quindi, di ritrovarlo anche sulla mia strada quale perenne bastone-ostacolo alla mia attività giornalistica con il beneplacito del presidente FIT, che lo ha voluto in consiglio federale dopo che da responsabile della comunicazione era riuscito a litigare con tutti quelli con cui avrebbe dovuto cercare invece di relazionarsi e istituire buoni rapporti. I nomi? Non solo uno o due: Tommasi, Clerici, Azzolini, Martucci, Scanagatta, Semeraro, Cazzaniga, Bisti, Panatta, Marchese, Piccioli, Ferrero, Fumarola, Francia, sono i primi che mi vengono a mente, ma certo ce ne saranno stati altri. So quello che dico e lo sanno tutti. Eravamo praticamente tutti quelli che facevano informazione tennistica in radio, tv, giornali. Se Binaghi non ha mai goduto di buona stampa, fin dall’inizio, oltre che i suoi stessi difetti dovrebbe sapere chi ringraziare.

La diffida del mio legale è stata inviata per conoscenza anche al presidente del Coni Giovanni Malagò che era stato messo al corrente dal sottoscritto di quanto accaduto e aveva – invano – parlato con Baccini. Fino a qualche tempo fa le parole di Malagò avrebbero probabilmente avuto un altro peso. Chi ha letto Ubitennis in questi giorni sa che cosa è successo. Non lo ripeterò. Chi non lo sa potrà sempre leggere ora. Attraverso questo link.

Sabato sera, dopo ore e ore di piantonamento davanti alla porta d’ingresso attraverso cui si accede alla stampa, mentre il direttore della comunicazione Valesio che aveva firmato la revoca del mio accredito, si era dileguato almeno per chiunque lo cercasse – non solo per me, che l’ho atteso invano per 4 o 5 ore sulla porta dabbasso in attesa che si degnasse di spiegarmi con quale spirito si fosse prestato a firmare quel foglio (che io non credo abbia ideato lui), ma anche alcuni colleghi che volevano parlargli pur sapendo che non avrebbero cavato un ragno dal buco (e qui non sto a spiegarvi il perché) – si era finalmente materializzata la presenza di un dirigente FIT: Giancarlo Baccini, cui avevano telefonato diverse persone, incluso il direttore marketing dell’ex Coni Servizi Diego Nepi Molineris. Fra parentesi su Repubblica di oggi . nelle pagine della cronaca di Roma si legge in un articolo a firma di Maurilio Rigo dal titolo “Record al Foro e accuse al CONI :”Il tetto non c’è” Si tratta diun pesantissimo attacco del presidente Binaghi a proposito del tetto che non c’è nei confronti del Presidente del Coni Giovanni Malagò e della Coni Servizi di cui lo stesso Diego Nepi Molineris è stato uno dei massimi responsabili fino all’altro giorno. Insomma volano gli stracci fra coloro che erano fino a pochissimo tempo fa sodali (prima dell’avvento di Lega e 5 Stelle al Governo, della crisi del PD, del ridimensionamento del CONI stesso a favore del nuovo organismo “Sport e Salute” con la delega allo sport per il sottosegretario della Lega Giancarlo Giorgetti). Giovanni Malagò adesso è in difficoltà e chi fino a ieri faceva l’amicone, adesso sta muovendosi in tutto altro modo. Che tristezza.  Penso proprio che Malagò oggi si sia pentito di non aver fatto quel che a suo tempo avrebbe potuto e dovuto fare. 

Il suddetto Baccini propose, accompagnato da un avvocato FIT, (Marra di cognome), di addivenire, soi disant, a un “ragionevole compromesso”. Se io avessi firmato una esplicita dichiarazione di colpevolezza per aver infranto la regola che avrebbe legittimamente autorizzato la FIT a stopparmi l’accredito – regoletta di una riga non so da quanti anni inserita fra le tante; ma lo scoprirò giusto per mia curiosità – secondo cui chi era accreditato per una testata non poteva scrivere per un’altra (regola ridicola e assurda che svuoterebbe qualsiasi sala stampa; difatti la stessa FIT non ha preteso di farla rispettare altro che per me) e avessi accettato di scrivere solo per La Nazione e non per Ubitennis, allora l’accredito mi sarebbe stato restituito. Voi avreste firmato? Io no.

Lo ha capito subito un secondo avvocato consulente FIT, cognome Proto e piuttosto conosciuto in Sardegna. Questi mi ha infatti proposto allora di togliere alcune righe. Lì per lì, e avrei sbagliato, avevo pensato di dire di sì. Ma quando il taglio proposto dal suo avvocato è stato poi portato all’attenzione di Baccini e questi ha detto che non era d’accordo con il suo avvocato! Meno male.

Quindi non se ne è fatto di nulla. Io ero ormai in sala stampa e ci sono rimasto, ma senza accredito non potevo andare da nessuna parte salvo che restare al mio desk. Off limits la tribuna stampa, la sala interviste. Raggio di azione? Pochi metri quadrati. Da due a quattro persone, che presumo agenti della sicurezza, si sono avvicendate agli ingressi, guardandomi alle spalle mentre scrivevo al computer, telefonandosi fra loro se appena mi alzavo, se facevo due metri qua o là . Uno di loro mi ha seguito fino alla vicina toilette. E meno male che ho scoperto che quella toilette accanto al mini-bar era per l’appunto proprio vicinissima; nel corridoio al di là del mini-bar immediatamente confinante non avrei potuto passare.

Giuro che ho pensato dopo ore e ore di incredibile vigilanza, prima di scorgere nella stanza del bar quella toilette, di svuotare una bottiglietta di acqua minerale per un’eventuale urgenza urinaria da espletare di nascosto! Pensavo anche: è davvero roba da matti, da non credersi. Ho diversi testimoni, in quella sezione molto decentrata della sala stampa, che possono serenamente confermare quanto vi sto raccontando, a proprio rischio e pericolo.

E tuttavia non avrei ancora immaginato quanto sarebbe successo l’indomani, domenica, il giorno delle finali, dopo che nel mattino avevo parlato con il presidente della FNSI (federazione nazionale stampa) Beppe Giulietti, con il segretario dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti Guido D’Ubaldo, con il Presidente dell’USSI (Unione Stampa Sportiva) Luigi Ferrajolo cui ho mandato le varie lettere FIT, proposte compromissorie inaccettabili comprese, inclusa quella in cui alla consegna dell’accredito fra un putiferio di regole e regolette c’è anche quella che ha costituito il pretesto per il ritiro dell’accredito.

Di domenica i tre dirigenti appena succitati sono stati perfino troppo disponibili e comprensivi a dedicarmi tempo e attenzione. Ma il solo che è riuscito a parlare con Baccini, purtroppo senza apprezzabile risultato, è stato il presidente dell’USSI. Baccini gli ha raccontato – a quanto il collega Ferrajolo mi ha riferito – che io ero anche reo di aver fatto video in zone non consentite. Balla cinese! Figurarsi se io sono così fesso da fornire un pretesto del genere a chi so che non avrebbe aspettato altro pur di farmi qualsiasi sgambetto. E comunque anche fosse stato vero (e ribadisco che non lo è) cosa avrebbe avuto a che fare con la motivazione firmata da Valesio? Arrampicate sugli specchi?

Naturalmente Baccini, che è quello che è ma non è stupido, negava -mostrandosi perfino indignato all’idea – che l’azione FIT potesse integrare il sospetto di una mera ritorsione per i miei articoli critici. La tesi espressa l’avevo sentito anche il giorno prima: “Se avessi dovuto impedire l’accesso di Scanagatta per le sue critiche lo avremmo già fatto da anni”. Ma sulle strane e casuali coincidenze del ritiro dell’accredito avvenuto a torneo inoltrato e dopo anni di accrediti identici per La Nazione, quando ho sempre scritto anche per Ubitennis, che pubblicano nei due sensi gli articoli delle due testate partner dello stesso network– in un senso e nell’altro, in perfetta sintonia e concomitanza con l’uscita dell’articolo su Federer, Djokovic, naturalmente Baccini ha preferito sorvolare. Silenzio assoluto.

Vabbè (vedete che mi sto allungando? Uffa!). Nel primo pomeriggio decido di comprarmi un biglietto ground (10 euro devoluti alla FIT, un modesto contributo personale…) per incontrare fuori dalla porta che dà accesso all’area media, quei colleghi che mi avevano cortesemente chiesto di conoscere gli sviluppi della vicenda. Dovrei ringraziarli qui pubblicamente ma non lo faccio. Lo farò privatamente perché so che invece di far loro un piacere in taluni casi li metterei in difficoltà con la FIT che, come avrete intuito, ha i suoi modi per rapportarsi con chi… non si comporta come si deve. Ho a quel punto inviato una mail a un gruppo più allargato di colleghi, rispetto a quella decina di amici apertamente solidali, scrivendo che sarei stato fuori dalla porta d’accesso, ove avessero avuto piacere di parlarmi con due opzioni: o prima dell’inizio della finale maschile, 14:50, o al termine.

Fra i destinatari ci sarà stato qualcuno più infido, più realista del re. Una spia. Del KGB? Fatto sta che, sebbene a quel punto io fossi un libero cittadino che si era acquistato un ground, come sono arrivato nei pressi della zona stampa, mi sono accorto di essere seguito ovunque. Da due, tre “agenti” con tanto di accredito – non ho chiesto la loro qualifica, quindi non so per quale società, compagnia o corpo lavorassero – e nel tardo pomeriggio dopo che la finale era stata vinta da Nadal 6-1 al terzo, anche da quattro “agenti”. Non credo fossero armati. Non mi pareva il caso di filmarle con il cellulare, ma una foto a riprova di quel che sto scrivendo ce l’ho. Così come tre testimoni.

Stavo facendo qualcosa di male, di sospetto? Certo che no. La finale me la sono vista, prima seduto, poi quasi sdraiato, sul camminatoio di cemento davanti agli studi di Supertennis, sul mega schermo. E due ”agenti”, uno a destra e uno a sinistra (meno assiduo… ogni tanto si faceva una passeggiatina) che se ne stavano a un paio di metri da me. Per tutta la durata della finale! Eppure non sembravano minimamente appassionati. Roba da non credere. Alla fine del match sono tornato verso la porta dell’ingresso stampa, e questi dietro. Ho incontrato amici vari, fatto una foto con alcuni colleghi italiani e stranieri, più d’una con la bellissima Daniela Hantuchova, una mia passione l’ex campionessa slovacca che parla anche discretamente l’italiano (l’ho pure portata sulla mia Vespa a Wimbledon per un tragitto ahimè troppo breve anni fa).

Intorno alle 20 stavano ormai sbaraccando, lì accanto all’accesso alla sala stampa, la sala VIP. Non c’erano più che i camerieri, alle prese con casse, piatti, bicchieri e cose da spostare. E c’era anche una signora cui ho osato chiedere se avrei creato un problema a usare la toilette per pochi secondi. ”Ma certo, ci mancherebbe!” mi ha risposto lei super gentile. Passano neppure cinque secondi e cinque metri e mi arriva alle spalle uno degli agenti: “Lei ha l’accredito? Qui non si può entrare senza!”. “Nemmeno per fare pipì quando non c’è più nessuno?” replico evidentemente disorientandolo. Incredibilmente comprensivo mi ha scortato al bagno e mi ha lasciato chiudere la porta. Ouf.

Seguo gli Internazionali da 47 anni e sono sempre stato fiero di esprimere liberamente le mie opinioni. Sabato 18 maggio mi è stato impedito di esercitare liberamente il diritto di un giornalista – garantito dallo Costituzione – con motivazioni miserevoli. Una postilla sulla conferenza stampa di domenica 19 maggio tenuta dal presidente Binaghi sull’argomento delle lamentele espresse da diversi tennisti (Djokovic, Federer, Thiem, Goffin, Fognini, Cecchinato etcetera) ha detto che a lamentarsi sono sempre i giocatori che perdono. Non è vero: Djokovic non aveva fatto perso quando si è lamentato della condizione dei campi, difatti è arrivato in finale. Non è vero neanche nel caso di Federer che nel corso del match CHE HA VINTO con Coric chiedeva più volte all’arbitro Carlos Bernardes di fare asciugare dai raccattapalle le righe bagnate e pericolosamente scivolose dopo l’innaffiatura del campo a fine primo set, senza essere ascoltato. L’innaffiatura del campo non la decide l’arbitro e la gestione della tenuta dei campi spetta all’organizzazione. Neppure a farlo apposta Federer è poi scivolato proprio su una riga e purtroppo – pur avendo vinto la partita – l’indomani è stato costretto ad abbandonare il torneo per un problema fisico alla gamba così infortunata.

Basta così. Capisco che questa cronaca per un appassionato di tennis che vuol sapere vita morte e miracoli di Nadal e Djokovic e se ne frega giustamente dei guai di Scanagatta e dei dispetti della FIT (che per tante ore il sabato e tante ore la domenica hanno comportato smuovere KGB, Mossad, CIA e FBI per tener d’occhio un pericolosissimo criminale quale il sottoscritto) è noiosissima. Ma, cercate di capirmi e perdonarmi, non è per egocentrismo che ho scritto tutto questo. Ma perché è esperienza vera, vissuta e per me assolutamente inimmaginabile, molto più – francamente – della stanchezza di Novak Djokovic e dei progressi di Rafa Nadal.

Quando un giocatore non più giovanissimo – nemmeno Djokovic lo è più, anche se resta un atleta straordinario – affronta due lotte spasmodiche e fino a tarda notte come ha fatto lui, e dopo altre due partite giocate nello stesso giovedì, non può essere fresco come una rosa a meno di 24 di distanza. E si soffre più nel primo set, quando tutte le tossine si devono ancora liberare che dopo. Lui era come ingrippato all’inizio – e ha rimediato il suo primo 6-0 da Rafa in 54 match – si è un po’ sciolto nel secondo, nonostante abbia sbagliato due smash raccapriccianti (quel colpo proprio non fa parte del suo repertorio: se il punto è importante, il pallonetto è alto e lui è in sofferenza, lo sbaglia. E non di poco; lo sotterra proprio).

Ha comunque vinto il secondo, illudendosi per poco, perché la spia della benzina era rossa. Non c’è più stata partita, Nadal è tornato al successo, il primo sulla terra rossa quest’anno, il Masters 1000 numero 34, uno più di Nole.

Affronterà il Roland Garros con molta più fiducia nei propri mezzi. E Djokovic sa di non dover fare troppo caso alla propria prestazione deludente. Ha più d’un alibi. E anche di che ringraziare il cielo: se del Potro non si fosse mangiato il dritto più facile che gli poteva capitare sul primo dei due matchpoint, Novak sarebbe già andato a casa. Ora i confronti diretti dicono che Novak è avanti per 28 duelli a 26 (e Rafa per 34 Masters 1000 a 33), ma alla fin fine sono numeri che contano poco e nulla ai fini di future previsioni per eventuali prossimi head to head fra il n.1 e il n.2 del mondo. Forse sulla terra rossa il n.2 è il n.1, e viceversa, ma di fatto tutto dipende da come i due arrivano ad affrontarsi. Stanchi, non stanchi, sani, non sani, motivati, non motivati (vale per altri tornei eh, non per Parigi!), in fiducia, in sfiducia. Ad maiora.

E qui sotto di seguito, come anticipato, la lettera scritta dall’avvocato Massimo Rossi alla FIT.

In nome e per conto del dottor Ubaldo Scanagatta, che me ne ha conferito mandato, sono con la presente a significarVi quanto segue.
Ubaldo Scanagatta è giornalista professionista da sempre specificamente e particolarmente impegnato nell’attività di commentatore dello Sport del tennis.
In tale veste da più di quarant’anni egli segue gli Internazionali d’Italia anche dalla Sala Stampa del torneo, cui è sempre stato ammesso a seguito di accredito richiesto dal quotidiano La Nazione di Firenze e regolarmente concesso.
Oltre che per la sua collaborazione con il quotidiano La Nazione, Ubaldo Scanagatta è universalmente noto al mondo del Tennis, e quindi anche a tutti i destinatari della presente, quale fondatore e direttore responsabile della testata on-line denominata “Ubitennis”.
In occasione di tutte le ultime dieci edizioni degli Internazionali d’Italia Ubaldo Scanagatta ha esercitato la sua professione di giornalista scrivendo commenti sia sul giornale La Nazione, che sul Resto del Carlino, che su Il Giorno – tutti appartenenti al medesimo gruppo editoriale – sia sulla testata “Ubitennis”, peraltro partner dello stesso “Network”.
Anche l’edizione in corso non ha fatto eccezione, tanto è vero che fin dal primo giorno di gare Ubaldo Scanagatta ha scritto i suoi pezzi pubblicati dalle testate sopra richiamate. In particolare, va forse sottolineato, nella giornata di ieri “Ubitennis” ha pubblicato, a firma del suo Direttore, alcuni articoli aventi riguardo ai ritiri dalla competizione di Roger Federer e della numero 1 del tennis femminile – la giapponese Osaka – nonché riguardo alle dichiarazioni critiche e in parte polemiche espresse dai giocatori Fognini, Federer, Djokovich, Thiem e Goffin sia con riferimento alle pessime condizioni dei campi, sia con riferimento alla organizzazione del torneo, con particolare riguardo agli orari di gioco.
Questa mattina il direttore della comunicazione degli Internazionali d’Italia, Piero Valesio, ha contestato per iscritto a Ubaldo Scanagatta la pretesa violazione da parte sua dell’ obbligo “di non svolgere attività giornalistica per media diversi da quello che hanno (sic n.d.r.) richiesto l’accredito di cui è in possesso”.
Contestualmente e conseguentemente è stato revocato a Ubaldo Scanagatta il “pass” di accesso.
La Vostra iniziativa è del tutto illegittima e viola gravemente i diritti del mio assistito.
Non può al proposito non rilevarsi come l’articolo 21 della nostra Costituzione tutela espressamente il “diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.
Il medesimo articolo afferma che “La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni e censure”.
Aggiungasi che l’esercizio di libera stampa comprende il diritto di accesso alle informazioni e alla loro raccolta senza limitazioni.
Appare dunque evidente la grave violazione di diritti costituzionalmente garantiti da Voi posta in essere a danno non solo del mio assistito ma anche e soprattutto del pubblico dei lettori.
La Vostra censura è inaccettabile e sarà pertanto oggetto di adeguata reazione nella competente sede giudiziaria, anche ai fini risarcitori in relazione ai gravi danni subiti dal mio assistito e dalle testate da lui rappresentate.
Vi diffido in ogni caso dal proseguire nelle Vostre illegittime condotte, invitandoVi alla immediata restituzione del Pass al giornalista Ubaldo Scanagatta.
Distinti saluti.
Massimo Rossi

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Editoriali del Direttore

Rafa Nadal, il re del “rosso” ha vinto più US Open sul cemento di Nole Djokovic

NEW YORK – O Federer trionfa all’Australian Open, oppure Nadal pareggerà i 20 Slam al Roland Garros. A 33 anni corre per cinque ore come un ragazzino. Medvedev è più numero 4 di Thiem. Otto “provocazioni” finali

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Rafa Nadal - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

da New York, il direttore

Avrà sicuramente dormito benissimo Rafa Nadal, se qualche dolorino articolare a seguito dell’emozionante maratona durata poco meno di cinque ore non si è fatto sentire. Prima della finale Rafa aveva detto: “Se non dovessi vincere ora lo Slam n.19 (un Australian Open, 12 Roland Garros, 2 Wimbledon, 4 US Open), non perderò comunque il sonno”. Tuttavia quel numero un certo effetto glielo ha fatto, perché quando lo ha visto comparire sul mega schermo luminoso dell’Arthur Ashe Stadium, il 19 a caratteri cubitali accanto al suo nome, il “duro” Rafa non è riuscito a non commuoversi e a trattenere le lacrime, quasi che fosse stato contagiato da Roger Federer. “Si invecchia, ci si commuove più facilmente” si sarebbe schermito, con un sorriso, Rafa in sala stampa.

Di certo la vittoria sofferta, soffertissima, dopo che per due set e mezzo Rafa era in pieno controllo del match – 7-5 6-3 e 3-2 con un break di vantaggio dopo 2 ore e un quarto di gioco, ha contribuito a farlo temere una rimonta che in uno Slam era riuscita soltanto al nostro Fognini, ma in un secondo turno, non in una finale! La cronaca l’ha già pubblicata con l’abituale tempestività Vanni Gibertini, ma varrà la pena di ricordare che nel secondo game del quinto set, quando erano già trascorse 3 ore e 57 minuti, e Medvedev aveva tenuto il primo game a 15, il ragazzo russo ha avuto ben tre palle break per portarsi sul 2-0. Fosse riuscito a sfruttarne una… chi può sapere come sarebbe finito il match? Ma lì Rafa serve bene, fa male con il dritto sulla prima, pressa sulla seconda, approfitta di due brutte volée di Daniil e salva la pelle.

Gol sbagliato, gol subìto si dice nel calcio, ma stavolta i… gol subiti da Medvedev sono stati addirittura due, come i break patiti sul 2 pari e anche sul 2-4. Match finito? Manco per niente, con il contributo a mio avviso eccessivamente fiscale dell’arbitro americano Ali Nili che – dopo aver inflitto un primo più che legittimo warning nel primissimo game del match come non avevo mai visto accadere (ma, su questo niente da eccepire, probabilmente serviva da monito e non era sbagliato far capire subito che avrebbe voluto applicare subito il regolamento) e poi un secondo dopo che Medvedev si era lamentato: “Ogni volta che batto devo sempre aspettare, ogni volta!”sulla palla break per il 3-5 ha inflitto una terza ammonizione a Nadal costringendolo a servire soltanto una battuta.

Doppio fallo e break, con il pubblico che dopo essere stato tutto per Nadal all’inizio è diventato in gran parte per Medvedev, sia perché avrebbe voluto che l’aspro combattimento non finisse mai, sia perché il giovane russo si era meritato l’apprezzamento generale ed entusiasta per come – alla sua prima finale di Slam contro uno che ne giocava la n.27 – il giovane russo che pure aveva perso in carriera cinque match al quinto set su cinque, aveva reagito, con grande coraggio e non minor intelligenza.

Trascurando la cronaca, già edita dei due match point annullati alla grande da Medvedev e poi la palla break del 5 pari che avrebbe potuto riaprire tutto, ma che Nadal ha salvato prima di chiudere il match sul 6-4 dopo 4 h e 51 minuti (tre meno di quanti ne servirono nel 2012 a Murray per battere Djokovic, la più lunga di sempre a New York. È inoltre la terza finale vinta al quinto set da Nadal in uno Slam dopo quelle contro Federer a Wimbledon 2008 e Australian Open 2009), mi concedo qualche piccola osservazione finale.

Rafa Nadal – US Open 2019 (photo Jennifer Pottheiser/USTA)

LA PRIMA – Questa finale è stata elettrizzante quasi quanto quella di Wimbledon vinta da Djokovic su Federer. Ok, lì c’era stato un tiebreak sul 12 pari, e in una finale non si era mai visto. C’erano anche stati i due match point non sfruttati da Roger. E quando un giocatore vince una finale annullando match point fa già storia e leggenda. Ma c’erano stati anche set centrali non particolarmente emozionanti se si considera che da due super campioni un grande spettacolo lo si poteva dare quasi per scontato. Qui a New York invece non lo era. I pronostici si dividevano fra un Nadal in grado di vincere in tre set e un Medvedev capace di vincerne al massimo uno. E quando era sotto due set a zero e un break… manco quello.

LA SECONDA – Nei suoi primi cinque anni all’US Open Rafa non era mai giunto neppure alle semifinali. Anche se avrebbe vinto due volte sull’erba di Wimbledon, vox populi era – allora – che Rafa era sì l’indiscutibile re della terra battuta, ma sul cemento – dove si giocano ormai la maggior parte dei tornei – non valeva gli altri Fab (forse neppure Murray, che dei quattro è sempre stato considerato il meno forte). Stanotte Rafa ha conquistato il suo quarto US Open, uno più di Djokovic. E Roger Federer, che qui aveva vinto per cinque anni consecutivi, negli ultimi dieci anni – dopo aver perso la finale con del Potro – non ha raggiunto che una sola finale, perdendola con Djokovic. Si può ancora considerare Rafa Nadal soltanto il re della terra battuta o gli va dato atto dei suoi straordinari progressi anche sulle altre superfici?

Lui ha vinto quattro US Open dal 2010 in anni in cui Roger ha fatto (oltre alla succitata finale del 2015) tre semifinali, tre quarti con quest’anno e due ottavi. Nadal può ancora essere considerato inferiore a Federer sul cemento? Su quello americano – che qui a New York peraltro curiosamente in tanti anni non li ha mai visti di fronte – mi pare corretto ritenere che il dubbio ci sia tutto (anche se magari l’Australia, sia pure con quella vittoria recuperata da Roger sull’1-3 nel quinto, o i Masters 1000 americani possono negarlo). Tenete presente che in questi dieci anni Nadal ha saltato per infortunio due edizioni e in una terza è stato costretto al ritiro. In tutto ha saltato otto Slam. Federer tre (più due Roland Garros per scelta). Djokovic uno.

LA TERZA – Che poi lui sia davvero l’indiscusso re della terra battuta resta vero, nessuno ne dubita. Anzi oggi Murphy Jensen, il doppista che con il fratello Luke ha anche vinto uno Slam (il Roland Garros ’93, più tre tornei), diceva a Steve Flink: “Sebbene quando Pete Sampras conquistò lo Slam n.14 tanti ritenessero che potesse trattarsi di un record imbattibile… io sono quasi certo che Nadal centrerà almeno 14 Slam soltanto al Roland Garros!”. C’è chi si sente di scommettere contro?

LA QUARTA – Ricordo di aver letto tantissimi commenti su questo sito, ma anche ad opera di tanti colleghi, secondo cui Rafa Nadal con il tennis dispendioso, violento che ha sempre praticato, sarebbe rimasto competitivo al massimo a 30 anni. Non come Federer che non suda nemmeno e che grazie alla naturalezza e alla fluidità del suo gioco avrebbe potuto giocare vita natural durante ai massimi livelli. Beh, smentiti tutti! Rafa corre e tira ancora come fosse un ragazzino, con la forza (la garra e l’entusiasmo) di un venticinquenne. C’è stato uno scambio nel secondo punto dell’ottavo game del quinto set in cui Rafa si è prodotto in un recupero multiplo da restare a bocca aperta! Stava giocando da 4h e 30m con un Medvedev che, abbandonando il suo tennis iniziale da puro incontrista (con vari cambi di ritmo per nulla banali e improvvisati), giocava accelerazioni di dritto e rovescio impressionanti e entusiasmanti.

LA QUINTA – Già che parlo di Medvedev e della sua straordinaria progressione estiva di cui si è scritto in tutte le salse, due finali perse, trionfo a Cincinnati, 49 vittorie nell’anno (più di chiunque altro), a prescindere dal fatto che abbia anche due anni di meno e quindi più margini di progresso, merita certamente di aver strappato la quarta posizione ATP a Dominic Thiem. L’austriaco è solidissimo sulla terra battuta, come dimostrano due finali consecutive (e prima due semifinali: quattro anni eccellenti) al Roland Garros e in atri tornei sul “rosso” (Madrid etcetera). Ma è decisamente meno completo di Medvedev. E anche meno forte di carattere.

LA SESTA – Tre anni, 12 Slam, tutti vinti dai Big 3. Ultimo non Big 3 Stan Wawrinka, che vinse nel 2016 l’US Open. Rafa ha detto: “È inevitabile che questa Era, o cosiddetta tale, debba avere un termine. Roger ha 38 anni, io 33, Nole 32…”. Ineccepibile. Però per ora i Big 3 reggono alla grande. Inevitabile che a turno qualcuno di loro tre, o anche due su tre, accusino i malanni dell’età, la spalla, la schiena o altro. Ma basta che uno dei tre resti in piedi perché il torneo, lo Slam, lo vinca lui. Anche al prossimo Australian Open sarà così. Il favorito sarà uno dei tre, anche se Medvedev sarà ancora più agguerrito e ci saranno anche altri Next-Gen temibili. Ma è significativo quel che ha detto Medvedev in francese (che parla benissimo, in due anni lo parla meglio di tanti francesi… è intelligenza anche questa. Di russi così dotati per le lingue non ne ho conosciuti tanti).

“Ero nella stessa metà di Djokovic e Federer… speravo di arrivare ai quarti, se mi avessero detto che sarei arrivato in finale e avrei lottato per cinque set con Nadal avrei firmato subito!. Un ragionamento che avrebbe fatto qualsiasi altro tennista “non Big 3”. A dimostrazione che anche fra i giovani rampanti, la sensazione è sempre quella: gli anni passano, ma i “big 3 sono sempre i più forti… se non accusano qualche acciacco per via dell’età”. E la dichiarazione di Roger Federer (“Se sarò senza dolori probabilmente potrei giocare fino a 40 anni”) al mondo del tennis fa sicuramente gran piacere. Ai giovani avversari forse un po’ meno.

LA SETTIMA – Una piccola soddisfazione statistica, dopo il grande exploit di Berrettini con la prima semifinale italiana dopo 42 anni all’US Open: Fabio Fognini è rimasto il solo giocatore capace di rimontare due set di handicap a Rafa Nadal in uno Slam.

LA OTTAVA – Così come il record dei 14 Slam di Sampras era ritenuto a lungo quasi irraggiungibile, lo stesso si può dire di quello di Federer. Ma oggi non lo crede quasi più nessuno. Fino a un paio d’anni fa si riteneva che sarebbe semmai stato Djokovic quello che aveva più chances di eguagliarlo e superarlo. Ora, con Nole indietro di quattro Slam rispetto a Roger e di tre rispetto a Rafa, cui sembra quasi impossibile negargli il ruolo di favorito n.1 al prossimo Roland Garros, beh, il maggior candidato a raggiungere per primo Roger è proprio Rafa. A meno che Roger vinca a Melbourne. Ma non sarà, se in buone condizioni fisiche, Djokovic il favorito là dove ha già vinto sette volte? Ergo a 20 dovrebbe arrivare – anche se al momento sono previsioni da bar, mancano quattro mesi all’Australian Open e nove mesi al Roland Garros.

E ora basta, detto che sono curioso di vedere se Berrettini farà bene nel trittico San Petersburg, Pechino e Shanghai perché nono nella Race a soli 20 punti da Nishikori che – non glielo auguro ma è quasi sempre rotto a fine anno – e a 190 da Bautista Agut, mi pare di aver messo fin troppa carne al fuoco per favorire le vostre discussioni. Mi raccomando: civili!

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Editoriali del Direttore

US Open: Serena Williams KO, ma non è finita. Andreescu: è solo il primo Slam

NEW YORK – Rispetto alle tre precedenti finali Slam Serena ha giocato meglio, ma non come può. La ragazza canadese ha tutto per diventare numero 1. Lei e Osaka saranno le regine dei prossimi anni

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Serena Williams e Bianca Andreescu - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

da New York, il direttore

Mi rendo conto che l’inizio è dei più banali: “È nata una stella”. Ma quando a 19 anni una ragazza che all’inizio dell’anno non era neppure nella WTA Media Guide perché era n.152, vince uno Slam battendo una Serena Williams che non era così malmessa come quando aveva perso da Kerber e Halep a Wimbledon e da Osaka qui, che altro si può pensare? Oggi la ragazza canadese che aveva vinto l’Orange Bowl under 16 nel 2014 – l’anno in cui un’altra canadese, Bouchard, aveva raggiunto la finale a Wimbledon – ma poi aveva avuto diversi infortuni che le avevano impedito di giocare con la dovuta continuità, ha battuto Serena giocando con le sue stesse armi.

Quella della gioventù quasi incosciente, infatti è la più giovane campionessa dacché Serena vinse il suo primo Slam qui nel ’99 alla stessa età. Quella dell’aggressività all’ennesima potenza, colpi dirompenti da fondocampo, sia dritto sia rovescio, velocità media di battuta intorno ai 170 km orari ma anche servizi poco sotto i 180. Quella di una personalità davvero notevole che le ha consentito di non farsi intimidire da 20.000 tifosi urlanti in un modo che non mi era mai capitato di sentire, da tapparsi le orecchie e a confronto del quale – anche perché l’Arthur Ashe Stadium è semicoperto e tutto rimbomba – un derby di San Siro fra Inter e Milan parrebbe silenzioso come una messa nemmeno cantata. Erano tutti per Serena e si sono scatenati soprattutto quando la CatWoman ha annullato con un dritto bomba incrociato il match point sull’1-5 ed è risalita fino al 5 pari.

Bianca Andreescu – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Altri giocatori, e giocatrici, avrebbero rischiato lo svenimento. Lei ha ammesso di aver dubitato “perché l’ho vista risalire tante volte da 5-0, da 5-1, da 5-2, so di che cosa è capace insomma… mi sono detta di restare sul mio piano tattico (muoverla il più possibile, farle giocare più scambi…). Lei aveva cominciato a giocare molto meglio, poi la folla l’ha senz’altro aiutata”, ma alla fin fine non ha fatto una piega. E ha portato a casa, alla sua prima finale di Slam, il titolo che aveva sempre sognato, insieme a 3 milioni e 850.000 dollari. Not bad! “Dacché vinsi l’Orange Bowl credevo che avrei potuto farcela… quasi ogni giorno me lo immaginavo, è pazzesco, ma mi sa che a furia di immaginarmele queste fantasie sono diventate realtà. Hanno funzionato…”.

 

Abbiamo avuto tante altre vincitrici di Slam negli ultimi anni, quando Serena ha lasciato un po’ il passo. Ma insieme a Naomi Osaka, anche lei giovanissima, anche lei figlia di emigranti, Bianca sembra avere le carte in regola per diventare una vera numero 1. Sinceramente assai più che Barty, che pure ha un bel tennis ma non sembra avere la stessa grinta, la stessa solidità. Come Osaka anche Andreescu crede nella meditazione, lo fa tutti i giorni. “A questo livello tutte sanno come si gioca a tennis. La cosa che separa le migliori dalle altre è solo l’aspetto mentale.

Di sicuro concorderà con Bianca e Naomi il nostro Berrettini, che da sei anni si fa seguire da un coach mentale, del quale abbiamo parlato più di una volta nei giorni scorsi. Da marzo a oggi Bianca non aveva perso un solo match completato. A Indian Wells aveva fatto vedere, dopo aver già impressionato chi l’aveva vista in Nuova Zelanda e in Australia, di che panni si vestisse. Un anno fa qui aveva perso nelle qualificazioni. Ma a 18/19 anni le cose cambiano in fretta.

E nel caso di Bianca Andreescu non ho dubbi che se cambieranno sarà sempre in meglio. È venuta fuori da diverse partite dure, un set perso con Townsend, un altro con Mertens, due set durissimi con Bencic, questa finale con Serena Williams che non era davvero quella che aveva perso le altre tre finali di Slam dopo la maternità, anche se certo ha servito sotto al 50% di prime e sbagliato molto più di quando era ancora signorina.

A 38 anni Serena è finita? Io non credo, per ancora un altro anno penso che possa essere competitiva. L’orgoglio della campionessa che non si vuole arrendere è sempre lì. Bisognerà fare ancora i conti con lei.

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Editoriali del Direttore

Berrettini, maledetto tiebreak. Ha top 10 e finali ATP a tiro

US OPEN – È n.13 ATP. Tre anni d’anticipo su Fognini 2013. Su dodici tennisti che lo precedono (Monfils, Fabio, Bautista Agut di un niente), sei sono over 31 anni. Nuovo siparietto fra Nadal e il direttore Scanagatta

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Matteo Berrettini - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

da New York, il direttore

Un primo set da stropicciarsi gli occhi. Sì, Rafa Nadal fino al tiebreak stava vincendo ai punti, 6 a 0 nel computo delle palle break, ma Matteo Berrettini non era quel timido tennista visto a Wimbledon contro Federer, tutt’altro. Giocava con grandissima personalità, servendo alla grande, lasciando esplodere le solite fucilate di dritto, reggendo perfino con il rovescio le diagonali mancine predilette da Rafa. E quando c’era da annullare una palla break, nessuna paura. Matteo la annullava perentoriamente. Nadal non poteva rimproverarsi nulla. Era Matteo che si guadagnava quei punti, non Rafa che sbagliava.

Nel mezzo c’erano stati cinque drop-shot letali, cinque punti e il pubblico, quasi incredulo, che si eccitava sempre di più in una di quelle solite serate elettriche che si vivono soltanto a New York. Finché si è arrivati a quel tiebreak che sarebbe durato 13 minuti e 14 punti e che Matteo (e non solo lui) non dimenticherà tanto facilmente.

 

I 20.000 che avevano seguito con tiepido interesse la prima semifinale, senza scaldarsi né per Medvedev né per Dimitrov (con il bulgaro che, come Berretto, rimpiangerà di non aver portato a casa il tiebreak del primo set nel quale ha avuto un set point), si sono invece entusiasmati alla grande per il duello all’ultimo sangue ingaggiato dal nostro Django unchained con l’implacabile torero di Manacor. Dopo certi drittoni sparati da Matteo, come per le prime cinque smorzate di dritto delicate come morbide carezze e tutte vincenti, gli americani che all’inizio avevano accolto con un boato Nadal, troppo più noto, e con minor enfasi l’ancora poco conosciuto Matteo, scoprivano pian piano le grandi qualità tecniche e la personalità di Berretto. E tanti tifosi di Nadal della prima ora cambiavano via via idea e iniziavano a tifare per Matteo, anche perché significava tifare per la partita.

Rafa Nadal e Matteo Berrettini – US Open 2019 (foto via Twitter, @ATP_Tour)

Luca Baldissera ha già fatto un’eccellente cronaca del match, in tempo reale, cinque minuti dopo la conclusione del match era già online (mentre Vanni Gibertini faceva altrettanto nella nostra home inglese, Ubitennis.net per chi non lo ricordasse), ma il tiebreak è certamente la fase che ha determinato il seguito e l’esito del match (e questo non significa, attenzione, che contro il “leone della giungla” Nadal un set vinto avrebbe significato batterlo. Non sia mai!). Quindi lo ripercorro brevemente, perché secondo me (e secondo Rafa: leggete il transcript dell’intervista) Matteo non lo ha perso tanto quando non è riuscito a trasformare i due set point, ma quando sul 4-1 ha ciccato malamente un dritto per lui abbastanza comodo da posizione iper favorevole.

Ma tornando proprio all’inizio… Nadal stavolta ci metteva del suo per aggiungere adrenalina a tutto l’ambiente esordendo con un doppio fallo e Matteo, dopo aver tenuto i due punti grazie principalmente al servizio, giocava aggressivo e d’anticipo a sulla seconda palla di servizio di Rafa: la sua era una risposta straordinaria incrociata di rovescio. Una delle perle più belle, e più insolite, della serata. Applausi scroscianti.

Leggete allora cosa avrebbe raccontato poi Nadal sul prosieguo del tiebreak e soprattutto cosa deve aver pensato, con grande lucidità, mentre era in campo in quella situazione per nulla invidiabile con il pubblico che ruggiva come ai tempi di Jimbo Connors: “Indietro 4-0 non ho pensato che il set fosse perso. Il mio obiettivo era vincere il punto dell’1-4 con il mio servizio. Avessi infatti subito un altro mini-break, il tiebreak e il set sarebbero stati inevitabilmente compromessi… Poi, raggiunto l’1-4 l’altro obiettivo era farne uno dei successivi due per arrivare almeno al 2-5 e poi, anche se sarebbe stata una situazione comunque dura, cercare di portarsi sul 4-5 sfruttando i miei due punti con il servizio. Così è stato. So bene che l’avversario ha due servizi a disposizione per vincere il set, ma da 4-0 a 5-4 la prospettiva è completamente diversa, perché ora anche lui avverte la pressione. Quello era il mio obiettivo. 6-4, e lì sono stato fortunato su quel punto…” (il net ha rallentato e accomodato un colpo di Berrettini favorendo la conclusione di Nadal).

Il Maiorchino sul 5-6 ha potuto usufruire di nuovo del servizio e, al termine di uno scambio prolungato e durissimo, per la prima volta Matteo ha visto abortire un suo tentativo di palla corta (la prima azzardata con il rovescio). L’idea non era sbagliata, l’esecuzione purtroppo sì. Mentre Nadal non domandava altro e figurarsi se non si caricava ulteriormente giocando un gran punto per il 7-6, Matteo pativa il trauma di quella rimonta e cacciava un dritto super gratuito sul set point per Nadal.

Lì è praticamente finita ogni incertezza sull’esito finale, anche se Matteo non si è mai arreso. Ma a rimontare Nadal sono riusciti in pochissimi, solo grandi campioni più Fognini. È stato tutto uno stillicidio di palle break, due nel primo game, una terza nel terzo e un coraggiosissimo, indomito Matteo a salvarle tutte, fino a capitolare sul 3 pari davanti alla decima palla break per Rafa (che non ne avrebbe concesso neppure una in tutto il match e, se avrete pazienza di leggermi fino in fondo, farà di questo evento statistico – zero palle break – l’ennesimo siparietto divertente con il sottoscritto).

Per un’ora e 48 minuti Matteo era riuscito a difendere, con le unghie e con i denti il proprio servizio. Ma con Nadal che serviva a quel modo non ci sarebbe stato più nulla da fare. “Pochi parlano del suo servizio che è invece il suo colpo più sottovalutatoavrebbe poi detto Matteo –. OK che il suo dritto è pesantissimo, che il suo rovescio ti arriva velocissimo, ma è una battuta mancina difficilissima da contrastare, anche perché il suo primo colpo dopo il servizio fa molto male. Non ci avevo mai giocato, neppure in allenamento, sono sicuro che già la prossima volta saprò fare meglio. D’altra parte Umberto (Rianna) mi diceva: ‘Queste situazioni le puoi provare soltanto in gara, non c’è allenamento che possa fartele vivere’”.

Rafa Nadal – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Come si diceva con Luca, se Rafa (nel secondo set) cede appena quattro punti sulla battuta mentre Matteo 14… la differenza è tutta lì. Rafa negherà, rispondendo a una delle mie domande che hanno chiuso la conferenza stampa, che la risposta di rovescio sia la deficienza più accentuata del tennis attuale di Berrettini, ma Matteo invece qualche minuto più tardi rispondeva sinceramente: “Non è una novità che la risposta devo migliorarla”. Non ho dubbi che ci lavorerà su fino a migliorarla tanto, tantissimo. Perché i progressi che ha fatto in questi mesi con il suo colpo più debole, il rovescio, dicono che lui ha una grande facilità di apprendimento.

Perfino quando ero piccolo io i maestri dicevano che era più facile migliorare il rovescio con il tempo e l’età, piuttosto che il dritto che è un colpo più personale e che se non l’hai incisivo fin da ragazzino è difficile migliorarlo. Del resto vi ricordate com’era il rovescio di Nadal 10 anni fa? E quello di Federer non è forse migliorato tremendamente sotto la cura Ljubicic pochissimi anni fa? Roger prima ne giocava coperti uno su cinque, e gli altri quattro slice, oggi ne gioca quattro su cinque e uno solo slice o bloccando l’avambraccio.

Insomma pur perdendo in tre set, e finendo schiacciato sotto il trattore Nadal nel terzo set, con Rafa che ha ceduto un punto in tre turni di servizio, secondo me Berrettini ha vinto pur perdendo. Ha fatto cioè capire di avere la stoffa per diventare un grande. Ha solo 23 anni, non dimentichiamolo. Ed è già – da lunedì – numero 13 del mondo, a 210 punti da Monfils, a 230 da Fognini, a 330 da Bautista Agut. Punticini. Matteo è poi anche n.9 nella Race. Insomma, le finali ATP di Londra non sono un miraggio. E potrebbero essere raggiunte se Matteo farà abbastanza bene, anche senza fare sfracelli, a San Pietroburgo, a Pechino e a Shanghai. Tutte prove del nove, una dopo l’altra. Non facili. Ma la testa Matteo ce l’ha sulle spalle e il suo team lo aiuterà. E lui si farà aiutare. Aiutati che il… team ti aiuta!

Aggiungo due osservazioni, anzi tre. La prima: Fabio Fognini era arrivato al best ranking di n.13 (lo stesso di Matteo ora) nel luglio del 2013 quando vinse Amburgo e Stoccarda e fece finale a Umago. Aveva 26 anni. Lasciamo perdere perché non conta il fatto che per cinque anni Fabio non poi è riuscito a mantenersi fra i primi 15, ma Matteo oggi di anni ne ha 23 ed è quindi tre anni avanti rispetto a Fognini che, abbiamo visto, sei anni dopo, a 32, è salito tra i top-ten arrivando a n.9.

La seconda: Matteo, come Cecchinato un anno fa, ha avuto la ventura (e non è fortuna, se l’è guadagnata, così come Marco un anno fa), di fare tanti punti grazie ad exploit ottenuti in successione in uno Slam che distribuisce tanti più punti, e questa ventura invece Fognini non l’ha mai avuta. Più di un quarto di finale nel 2011 a Parigi (quando batté Montanes annullando match point in modo rocambolesco) negli Slam non ha fatto. Ma se Matteo riuscisse a giocare bene in Russia e in Asia il sorpasso a spese di Monfils, di Fognini che ha purtroppo una caviglia ballerina, e di Bautista Agut sono alla sua portata. Incredibile dictu qualche mese fa, ma il muro dei top-ten per lui è già valicabile.

La terza: non dovesse già farcela quest’anno, beh credo che possa essere soltanto questione di tempo, anche se non è detto che da dietro a lui non possa spuntare qualcuno in grado di superarlo. Ma… ci avete fatto caso che sei dei dodici tennisti che oggi lo precedono hanno più di 31/32 anni? In ordine di classifica: Djokovic 32, Nadal 33, Federer 38, Bautista Agut 31, Fognini 32, Monfils 33. (Nishikori, spesso rotto, ne compierà 30 a dicembre). Quanti di questi tennisti saranno ancora in attività e nel pieno delle forze e del rendimento a fine 2021 quando le finali ATP si giocheranno a Torino? Non aggiungo altro… se non che a quell’epoca un Berrettini venticinquenne potrebbe anche non essere il solo italiano in grado di competere ad alti livelli.

Matteo Berrettini – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

E qui mi fermo su Matteo, ma devo accennare alla straordinaria estate che continua ad avere Medvedev, n.4 del mondo e vittorioso in tre set su Dimitrov (che come Berrettini si domanderà: “E come sarebbe andata a finire se avessi vinto il primo set al tiebreak?”, che è quello nel quale ha avuto un setpoint). Io credo però che Nadal, alla sua quinta finale all’US Open e alla n.27 negli Slam, batterà il giovane russo, 23 anni come Berrettini, e conquistando lo Slam n.19 si porterà a una sola lunghezza da Roger Federer. Il quale farà meglio a cercare di vincere il prossimo Open d’Australia, perché altrimenti Nadal al Roland Garros avrà grandissime chances – certo più di Roger – di arrivare anche lui a quota 20.

Contro Berrettini, Rafa mi ha impressionato anche per la tenuta atletica, per i soliti recuperi pazzeschi, come quello nel finale, quando scavalcato da un lob è corso all’indietro come un ragazzino di 20 anni e con la schiena alla rete ha lasciato partire un missile di dritto nell’angolo destro di Berrettini che ha lasciato di sasso il nostro tennista (guardate negli highlights completi qui sotto al minuto 1 e 55 secondi lo scambio in questione). Mostro!

Non si può mai sapere cosa accadrà in una partita di tennis, ma se mi aspetto che Rafa la vinca, penso anche che non la vincerà con Medvedev come a Montreal (6-3 6-0) in una finale semi-rovinata dal vento… ma che a Nadal evidentemente non dette lo stesso fastidio. Il vento c’era per tutti e due, come si dice sempre, ma lui non teme alcun avversario, neppure il meteo. Consiglio a chi capisce l’inglese di guardare oltre al video con il mio commento che trovate a inizio articolo, anche quello fatto assieme a Steve Flink sulla home page di ubitennis.net (grazie a Steve sono di qualità migliore, lo penso davvero e non lo dico per falsa modestia) perché il mio grande amico e collega entrato nella Hall of Fame del tennis a Newport come due soli italiani, Gianni Clerici e Nicola Pietrangeli, mi ha sorpreso con le sue considerazioni e il pronostico concernenti la finale femminile fra Serena Williams, alla caccia del fatidico 24esimo Slam, e la giovane rivelazione di questo 2019, Bianca Andreescu.

Dopo di che chiudo con il preannunciato siparietto con Nadal (anche qui il video è più divertente di come io possa rendere il tutto scrivendolo, lo trovate più in basso). Il moderatore-conduttore degli interventi in conferenza stampa Gary Sussman, mi ha in chiara simpatia, ma ormai ha preso il vizio di farmi fare il mio “intervento-domanda” per ultimo a chiusura della conferenza, anche se io mi prenoto fra i primi. Qualche volta mi torna comodo che faccia così, altre volte no, ma non posso farci niente. E temo che prima o poi la cosa potrebbe venire a noia ai colleghi. Ma non è colpa mia. Stavolta, comunque, direi che è andata bene così.

Per capire però quale sia stato lo spunto che ha dato origine al tutto, occorre che sappiate che l’altra sera, quando Nadal aveva battuto Schwartzman nonostante avesse perso ben quattro volte il servizio, io gli avevo chiesto – giusto per provocarlo un po’, perché so benissimo che Schwartzman risponde molto meglio di Berrettini anche se serve peggio – se non temesse l’eventualità di poterne perdere altrettanti anche con Berrettini, dal momento che non è facile strappare la battuta all’azzurro. Nemmeno a un Nadal…

Ubs: “Complimenti innanzitutto”.
Rafa: “Per non aver subito break vero?”.
Ubs: “Sì, stavo proprio per dirti questo”.
Rafa: Nessun break oggi, Ubaldo. Eri preoccupato per me qualche giorno fa! (ride lui e gli fa eco la sala stampa).
Ubs: “Ma non pensi che sia accaduto anche perché Berrettini ha nella risposta il suo punto debole?.
Rafa: “No non ho fronteggiato nessuna palla break nemmeno contro Chung…”. Nadal scorge che a quella frase io alzo un attimo le sopracciglia (come per dire che Chung di questo periodo non è un fenomeno) e allora reagisce: “Che cosa (vuoi dire, sottinteso)? Forse Chung non è un buon ribattitore? Certi giorni le cose vanno in un modo, altri in un altro. Naturalmente oggi avevo una motivazione extra per servire meglio, dopo quello che avevi detto l’altro giorno (ride lui, ride tutta la sala).

Ubs: “Mi piace stimolarti ogni volta… ma onestamente se tu pensi che lui abbia un gran servizio, un gran dritto, non ritieni che la sua risposta sia invece un po’ il suo punto debole?.
Rafa: No, non lo penso”.
Ubs: Qual è allora il suo punto più debole secondo te?”.
Rafa: “Credo naturalmente che lui possa migliorare un po’ il rovescio. Ma nel resto è bravo. Per essere così alto non si muove male… Ha un gran bel talento (tocco) nelle mani. È abile sottorete, e ha un bel rovescio slice. È vero che lo slice contro di me… beh, a me piace giocare contro chi fa il rovescio slice (come il primo Federer, n.d.UBS). Forse il suo rovescio slice contro di me non funziona altrettanto bene che contro altri giocatori. Non mi sembra un cattivo ribattitore, no… credo che gli siano riusciti diversi break nel corso del torneo”.

Ma il problema in risposta rimane ed è grosso: nel secondo set Matteo ha fatto quattro punti sul servizio avversario, Rafa 14, la differenza è tutta lì. Per concludere questo commento desidero fare i miei complimenti a Matteo Berrettini e a tutto il suo team. Sono stati grandi. Matteo è già entrato nella storia del tennis. Lui e il suo team ci hanno fatto vivere due settimane straordinarie, bellissime e non possiamo che ringraziarli sentitamente. Augurandoci, ma ne siamo abbastanza sicuri, che la sua ascesa nelle classifiche mondiali, ATP Ranking e Race, prosegua con gli stessi ritmi di questi ultimi mesi. E che sia di stimolo, con effetto traino, anche per tutti gli altri azzurri, giovani rampanti (Sinner, Musetti, Zeppieri e altri ivi incluso l’amico coetaneo Sonego nei confronti del quale ho molta fiducia) e vecchi leoni che non mollano, Paolo Lorenzi in primis (un vero esempio da imitare per tutti, sotto tutti i punti di vista, in campo e fuori), ma con lui tutti, Fognini, Cecchinato, Seppi, Fabbiano, nessuno escluso.

Chiudo con un aneddoto curioso capitatomi fra le una e le due di notte tornando da Flushing Meadows, bus più taxi: sul minischermo del taxi, infestato di pubblicità e che di solito spengo, mi è apparso all’improvviso il bel viso di uno statuario, bellissimo Berrettini che promuoveva l’Olio Colavita! Mai visto prima quello spot, curioso vederlo proprio stanotte e sul taxi. Allora ho chiamato via Whatsapp Santopadre per raccontargli il curioso episodio e lui ha whatsappato in replica: “Coincidenza!!! Siamo al solito ristorante nell’East Village (il Via della Pace del tifoso laziale Giovanni Bartocci, intervistato su Ubitennis un giorno fa) con Corrado Tschabushnig e… proprio Giovanni Colavita!”. Avranno condito bene l’insalata, in questa città dove a volte la condirebbero con la Shell o la Exxon.

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