Djokovic non era lui, Nadal era quasi lui. Il direttore di Ubitennis è un criminale?

Editoriali del Direttore

Djokovic non era lui, Nadal era quasi lui. Il direttore di Ubitennis è un criminale?

La finale ha detto poco. L’incredibile esperienza di Scanagatta: da libero cittadino acquista il biglietto, ma viene pedinato tutto il giorno da 3-4 agenti. Il suo legale diffida la FIT

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Rafa Nadal - Roma 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

ROMA – Sono state giornate pesanti, non solo per Djokovic che ha vissuto due maratone incredibili contro i due argentini del Potro e Schwartzman, dopo l’intenso giovedì con due match in un giorno, e le ha pagate pesantemente nella finale con Nadal.

Lo sono state anche per chi scrive, per i motivi che alcuni di voi forse pensano di poter immaginare dopo aver letto Ubitennis nei giorni scorsi e le penose vicende del “sequestro del mio accredito stampa”, tant’è che ora mentre mi accingo a scrivere questo pezzullo alle 1,30 del mattino mi riprometto di fare torto alla mia naturale e incorreggibile prolissità per scrivere stavolta poco. Ma chissà mai se riuscirò a… contenermi. Di solito non accade.

Sono combattuto se tornare a parlare delle vicende che riguardano più me e Ubitennis che il torneo. Temo di stufare da una parte, di peccare di egocentrismo da un’altra parte – e tanti lo penseranno, anche fra amici e collaboratori – ma mi sembrerebbe giusto anche informare i lettori, e in particolare quelli che sono stati così gentili da manifestarmi qui la loro apprezzata solidarietà, di spiegare quali siano stati gli sviluppi… anche se forse ciò sa più di blog… intimistico, che di giornale on line, e magari non dovrei farlo. Ma lo faccio.

 

Il timore di abusare della vostra pazienza c’è, ma almeno su come io sia stato pedinato per quasi due giorni interi da un gruppo di “agenti della sicurezza” al Foro Italico, né più meno che se fossi un criminale pronto a far esplodere un ordigno al passaggio di un Binaghi qualsiasi, o altro dirigente FIT, davvero non posso fare a meno di non raccontarlo perché è così inverosimile che per persuadere mia moglie che è accaduto davvero ci ho messo un quarto d’ora. Credeva fosse uno scherzo di cattivo gusto.

Vediamo se riesco a essere breve. Intanto vi preannuncio che in fondo a questo articolo leggerete la diffida che il mio amico avvocato Massimo Rossi ha inviato alla FIT, preannunciando una possibile azione legale per i danni provocatimi impedendomi di lavorare come avrei dovuto e procurandomi anche un tale stress le cui risultanze dovrò accertare al più presto. Non è il caso di entrare in dettagli qui. Prevedibilmente la lettera dell’avvocato Rossi non ha fin qui ricevuto alcuna risposta né mi è giunta la revoca richiesta del blocco del mio accredito stampa. La mail è stata inviata al presidente FIT, al direttore della comunicazione Valesio al presunto regista dell’”operazione blocco” Baccini.

Qualcuno ricorderà forse il nome di Baccini non solo per aver capeggiato un gruppo di contestatori contrari alla trasferta azzurra di Coppa Davis in Cile – era fra coloro che gridava “No, no volèe con il regime di Pinochet” in viale Tiziano davanti alla sede FIT di allora – ma anche per avere qualche anno fa scritto pessimi apprezzamenti – dei quali spero si sia poi arrossito e pentito – nei confronti e di Rino Tommasi e di Gianni Clerici quando pubblicava una sua rubrica sulla rivista federale; se li ritrovo nel mio archivio voglio che li leggiate, perché sono… istruttivi.

Se tal soggetto si è comportato così con i miei due grandi Maestri – con la M maiuscola – mi onoro oggi, quindi, di ritrovarlo anche sulla mia strada quale perenne bastone-ostacolo alla mia attività giornalistica con il beneplacito del presidente FIT, che lo ha voluto in consiglio federale dopo che da responsabile della comunicazione era riuscito a litigare con tutti quelli con cui avrebbe dovuto cercare invece di relazionarsi e istituire buoni rapporti. I nomi? Non solo uno o due: Tommasi, Clerici, Azzolini, Martucci, Scanagatta, Semeraro, Cazzaniga, Bisti, Panatta, Marchese, Piccioli, Ferrero, Fumarola, Francia, sono i primi che mi vengono a mente, ma certo ce ne saranno stati altri. So quello che dico e lo sanno tutti. Eravamo praticamente tutti quelli che facevano informazione tennistica in radio, tv, giornali. Se Binaghi non ha mai goduto di buona stampa, fin dall’inizio, oltre che i suoi stessi difetti dovrebbe sapere chi ringraziare.

La diffida del mio legale è stata inviata per conoscenza anche al presidente del Coni Giovanni Malagò che era stato messo al corrente dal sottoscritto di quanto accaduto e aveva – invano – parlato con Baccini. Fino a qualche tempo fa le parole di Malagò avrebbero probabilmente avuto un altro peso. Chi ha letto Ubitennis in questi giorni sa che cosa è successo. Non lo ripeterò. Chi non lo sa potrà sempre leggere ora. Attraverso questo link.

Sabato sera, dopo ore e ore di piantonamento davanti alla porta d’ingresso attraverso cui si accede alla stampa, mentre il direttore della comunicazione Valesio che aveva firmato la revoca del mio accredito, si era dileguato almeno per chiunque lo cercasse – non solo per me, che l’ho atteso invano per 4 o 5 ore sulla porta dabbasso in attesa che si degnasse di spiegarmi con quale spirito si fosse prestato a firmare quel foglio (che io non credo abbia ideato lui), ma anche alcuni colleghi che volevano parlargli pur sapendo che non avrebbero cavato un ragno dal buco (e qui non sto a spiegarvi il perché) – si era finalmente materializzata la presenza di un dirigente FIT: Giancarlo Baccini, cui avevano telefonato diverse persone, incluso il direttore marketing dell’ex Coni Servizi Diego Nepi Molineris. Fra parentesi su Repubblica di oggi . nelle pagine della cronaca di Roma si legge in un articolo a firma di Maurilio Rigo dal titolo “Record al Foro e accuse al CONI :”Il tetto non c’è” Si tratta diun pesantissimo attacco del presidente Binaghi a proposito del tetto che non c’è nei confronti del Presidente del Coni Giovanni Malagò e della Coni Servizi di cui lo stesso Diego Nepi Molineris è stato uno dei massimi responsabili fino all’altro giorno. Insomma volano gli stracci fra coloro che erano fino a pochissimo tempo fa sodali (prima dell’avvento di Lega e 5 Stelle al Governo, della crisi del PD, del ridimensionamento del CONI stesso a favore del nuovo organismo “Sport e Salute” con la delega allo sport per il sottosegretario della Lega Giancarlo Giorgetti). Giovanni Malagò adesso è in difficoltà e chi fino a ieri faceva l’amicone, adesso sta muovendosi in tutto altro modo. Che tristezza.  Penso proprio che Malagò oggi si sia pentito di non aver fatto quel che a suo tempo avrebbe potuto e dovuto fare. 

Il suddetto Baccini propose, accompagnato da un avvocato FIT, (Marra di cognome), di addivenire, soi disant, a un “ragionevole compromesso”. Se io avessi firmato una esplicita dichiarazione di colpevolezza per aver infranto la regola che avrebbe legittimamente autorizzato la FIT a stopparmi l’accredito – regoletta di una riga non so da quanti anni inserita fra le tante; ma lo scoprirò giusto per mia curiosità – secondo cui chi era accreditato per una testata non poteva scrivere per un’altra (regola ridicola e assurda che svuoterebbe qualsiasi sala stampa; difatti la stessa FIT non ha preteso di farla rispettare altro che per me) e avessi accettato di scrivere solo per La Nazione e non per Ubitennis, allora l’accredito mi sarebbe stato restituito. Voi avreste firmato? Io no.

Lo ha capito subito un secondo avvocato consulente FIT, cognome Proto e piuttosto conosciuto in Sardegna. Questi mi ha infatti proposto allora di togliere alcune righe. Lì per lì, e avrei sbagliato, avevo pensato di dire di sì. Ma quando il taglio proposto dal suo avvocato è stato poi portato all’attenzione di Baccini e questi ha detto che non era d’accordo con il suo avvocato! Meno male.

Quindi non se ne è fatto di nulla. Io ero ormai in sala stampa e ci sono rimasto, ma senza accredito non potevo andare da nessuna parte salvo che restare al mio desk. Off limits la tribuna stampa, la sala interviste. Raggio di azione? Pochi metri quadrati. Da due a quattro persone, che presumo agenti della sicurezza, si sono avvicendate agli ingressi, guardandomi alle spalle mentre scrivevo al computer, telefonandosi fra loro se appena mi alzavo, se facevo due metri qua o là . Uno di loro mi ha seguito fino alla vicina toilette. E meno male che ho scoperto che quella toilette accanto al mini-bar era per l’appunto proprio vicinissima; nel corridoio al di là del mini-bar immediatamente confinante non avrei potuto passare.

Giuro che ho pensato dopo ore e ore di incredibile vigilanza, prima di scorgere nella stanza del bar quella toilette, di svuotare una bottiglietta di acqua minerale per un’eventuale urgenza urinaria da espletare di nascosto! Pensavo anche: è davvero roba da matti, da non credersi. Ho diversi testimoni, in quella sezione molto decentrata della sala stampa, che possono serenamente confermare quanto vi sto raccontando, a proprio rischio e pericolo.

E tuttavia non avrei ancora immaginato quanto sarebbe successo l’indomani, domenica, il giorno delle finali, dopo che nel mattino avevo parlato con il presidente della FNSI (federazione nazionale stampa) Beppe Giulietti, con il segretario dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti Guido D’Ubaldo, con il Presidente dell’USSI (Unione Stampa Sportiva) Luigi Ferrajolo cui ho mandato le varie lettere FIT, proposte compromissorie inaccettabili comprese, inclusa quella in cui alla consegna dell’accredito fra un putiferio di regole e regolette c’è anche quella che ha costituito il pretesto per il ritiro dell’accredito.

Di domenica i tre dirigenti appena succitati sono stati perfino troppo disponibili e comprensivi a dedicarmi tempo e attenzione. Ma il solo che è riuscito a parlare con Baccini, purtroppo senza apprezzabile risultato, è stato il presidente dell’USSI. Baccini gli ha raccontato – a quanto il collega Ferrajolo mi ha riferito – che io ero anche reo di aver fatto video in zone non consentite. Balla cinese! Figurarsi se io sono così fesso da fornire un pretesto del genere a chi so che non avrebbe aspettato altro pur di farmi qualsiasi sgambetto. E comunque anche fosse stato vero (e ribadisco che non lo è) cosa avrebbe avuto a che fare con la motivazione firmata da Valesio? Arrampicate sugli specchi?

Naturalmente Baccini, che è quello che è ma non è stupido, negava -mostrandosi perfino indignato all’idea – che l’azione FIT potesse integrare il sospetto di una mera ritorsione per i miei articoli critici. La tesi espressa l’avevo sentito anche il giorno prima: “Se avessi dovuto impedire l’accesso di Scanagatta per le sue critiche lo avremmo già fatto da anni”. Ma sulle strane e casuali coincidenze del ritiro dell’accredito avvenuto a torneo inoltrato e dopo anni di accrediti identici per La Nazione, quando ho sempre scritto anche per Ubitennis, che pubblicano nei due sensi gli articoli delle due testate partner dello stesso network– in un senso e nell’altro, in perfetta sintonia e concomitanza con l’uscita dell’articolo su Federer, Djokovic, naturalmente Baccini ha preferito sorvolare. Silenzio assoluto.

Vabbè (vedete che mi sto allungando? Uffa!). Nel primo pomeriggio decido di comprarmi un biglietto ground (10 euro devoluti alla FIT, un modesto contributo personale…) per incontrare fuori dalla porta che dà accesso all’area media, quei colleghi che mi avevano cortesemente chiesto di conoscere gli sviluppi della vicenda. Dovrei ringraziarli qui pubblicamente ma non lo faccio. Lo farò privatamente perché so che invece di far loro un piacere in taluni casi li metterei in difficoltà con la FIT che, come avrete intuito, ha i suoi modi per rapportarsi con chi… non si comporta come si deve. Ho a quel punto inviato una mail a un gruppo più allargato di colleghi, rispetto a quella decina di amici apertamente solidali, scrivendo che sarei stato fuori dalla porta d’accesso, ove avessero avuto piacere di parlarmi con due opzioni: o prima dell’inizio della finale maschile, 14:50, o al termine.

Fra i destinatari ci sarà stato qualcuno più infido, più realista del re. Una spia. Del KGB? Fatto sta che, sebbene a quel punto io fossi un libero cittadino che si era acquistato un ground, come sono arrivato nei pressi della zona stampa, mi sono accorto di essere seguito ovunque. Da due, tre “agenti” con tanto di accredito – non ho chiesto la loro qualifica, quindi non so per quale società, compagnia o corpo lavorassero – e nel tardo pomeriggio dopo che la finale era stata vinta da Nadal 6-1 al terzo, anche da quattro “agenti”. Non credo fossero armati. Non mi pareva il caso di filmarle con il cellulare, ma una foto a riprova di quel che sto scrivendo ce l’ho. Così come tre testimoni.

Stavo facendo qualcosa di male, di sospetto? Certo che no. La finale me la sono vista, prima seduto, poi quasi sdraiato, sul camminatoio di cemento davanti agli studi di Supertennis, sul mega schermo. E due ”agenti”, uno a destra e uno a sinistra (meno assiduo… ogni tanto si faceva una passeggiatina) che se ne stavano a un paio di metri da me. Per tutta la durata della finale! Eppure non sembravano minimamente appassionati. Roba da non credere. Alla fine del match sono tornato verso la porta dell’ingresso stampa, e questi dietro. Ho incontrato amici vari, fatto una foto con alcuni colleghi italiani e stranieri, più d’una con la bellissima Daniela Hantuchova, una mia passione l’ex campionessa slovacca che parla anche discretamente l’italiano (l’ho pure portata sulla mia Vespa a Wimbledon per un tragitto ahimè troppo breve anni fa).

Intorno alle 20 stavano ormai sbaraccando, lì accanto all’accesso alla sala stampa, la sala VIP. Non c’erano più che i camerieri, alle prese con casse, piatti, bicchieri e cose da spostare. E c’era anche una signora cui ho osato chiedere se avrei creato un problema a usare la toilette per pochi secondi. ”Ma certo, ci mancherebbe!” mi ha risposto lei super gentile. Passano neppure cinque secondi e cinque metri e mi arriva alle spalle uno degli agenti: “Lei ha l’accredito? Qui non si può entrare senza!”. “Nemmeno per fare pipì quando non c’è più nessuno?” replico evidentemente disorientandolo. Incredibilmente comprensivo mi ha scortato al bagno e mi ha lasciato chiudere la porta. Ouf.

Seguo gli Internazionali da 47 anni e sono sempre stato fiero di esprimere liberamente le mie opinioni. Sabato 18 maggio mi è stato impedito di esercitare liberamente il diritto di un giornalista – garantito dallo Costituzione – con motivazioni miserevoli. Una postilla sulla conferenza stampa di domenica 19 maggio tenuta dal presidente Binaghi sull’argomento delle lamentele espresse da diversi tennisti (Djokovic, Federer, Thiem, Goffin, Fognini, Cecchinato etcetera) ha detto che a lamentarsi sono sempre i giocatori che perdono. Non è vero: Djokovic non aveva fatto perso quando si è lamentato della condizione dei campi, difatti è arrivato in finale. Non è vero neanche nel caso di Federer che nel corso del match CHE HA VINTO con Coric chiedeva più volte all’arbitro Carlos Bernardes di fare asciugare dai raccattapalle le righe bagnate e pericolosamente scivolose dopo l’innaffiatura del campo a fine primo set, senza essere ascoltato. L’innaffiatura del campo non la decide l’arbitro e la gestione della tenuta dei campi spetta all’organizzazione. Neppure a farlo apposta Federer è poi scivolato proprio su una riga e purtroppo – pur avendo vinto la partita – l’indomani è stato costretto ad abbandonare il torneo per un problema fisico alla gamba così infortunata.

Basta così. Capisco che questa cronaca per un appassionato di tennis che vuol sapere vita morte e miracoli di Nadal e Djokovic e se ne frega giustamente dei guai di Scanagatta e dei dispetti della FIT (che per tante ore il sabato e tante ore la domenica hanno comportato smuovere KGB, Mossad, CIA e FBI per tener d’occhio un pericolosissimo criminale quale il sottoscritto) è noiosissima. Ma, cercate di capirmi e perdonarmi, non è per egocentrismo che ho scritto tutto questo. Ma perché è esperienza vera, vissuta e per me assolutamente inimmaginabile, molto più – francamente – della stanchezza di Novak Djokovic e dei progressi di Rafa Nadal.

Quando un giocatore non più giovanissimo – nemmeno Djokovic lo è più, anche se resta un atleta straordinario – affronta due lotte spasmodiche e fino a tarda notte come ha fatto lui, e dopo altre due partite giocate nello stesso giovedì, non può essere fresco come una rosa a meno di 24 di distanza. E si soffre più nel primo set, quando tutte le tossine si devono ancora liberare che dopo. Lui era come ingrippato all’inizio – e ha rimediato il suo primo 6-0 da Rafa in 54 match – si è un po’ sciolto nel secondo, nonostante abbia sbagliato due smash raccapriccianti (quel colpo proprio non fa parte del suo repertorio: se il punto è importante, il pallonetto è alto e lui è in sofferenza, lo sbaglia. E non di poco; lo sotterra proprio).

Ha comunque vinto il secondo, illudendosi per poco, perché la spia della benzina era rossa. Non c’è più stata partita, Nadal è tornato al successo, il primo sulla terra rossa quest’anno, il Masters 1000 numero 34, uno più di Nole.

Affronterà il Roland Garros con molta più fiducia nei propri mezzi. E Djokovic sa di non dover fare troppo caso alla propria prestazione deludente. Ha più d’un alibi. E anche di che ringraziare il cielo: se del Potro non si fosse mangiato il dritto più facile che gli poteva capitare sul primo dei due matchpoint, Novak sarebbe già andato a casa. Ora i confronti diretti dicono che Novak è avanti per 28 duelli a 26 (e Rafa per 34 Masters 1000 a 33), ma alla fin fine sono numeri che contano poco e nulla ai fini di future previsioni per eventuali prossimi head to head fra il n.1 e il n.2 del mondo. Forse sulla terra rossa il n.2 è il n.1, e viceversa, ma di fatto tutto dipende da come i due arrivano ad affrontarsi. Stanchi, non stanchi, sani, non sani, motivati, non motivati (vale per altri tornei eh, non per Parigi!), in fiducia, in sfiducia. Ad maiora.

E qui sotto di seguito, come anticipato, la lettera scritta dall’avvocato Massimo Rossi alla FIT.

In nome e per conto del dottor Ubaldo Scanagatta, che me ne ha conferito mandato, sono con la presente a significarVi quanto segue.
Ubaldo Scanagatta è giornalista professionista da sempre specificamente e particolarmente impegnato nell’attività di commentatore dello Sport del tennis.
In tale veste da più di quarant’anni egli segue gli Internazionali d’Italia anche dalla Sala Stampa del torneo, cui è sempre stato ammesso a seguito di accredito richiesto dal quotidiano La Nazione di Firenze e regolarmente concesso.
Oltre che per la sua collaborazione con il quotidiano La Nazione, Ubaldo Scanagatta è universalmente noto al mondo del Tennis, e quindi anche a tutti i destinatari della presente, quale fondatore e direttore responsabile della testata on-line denominata “Ubitennis”.
In occasione di tutte le ultime dieci edizioni degli Internazionali d’Italia Ubaldo Scanagatta ha esercitato la sua professione di giornalista scrivendo commenti sia sul giornale La Nazione, che sul Resto del Carlino, che su Il Giorno – tutti appartenenti al medesimo gruppo editoriale – sia sulla testata “Ubitennis”, peraltro partner dello stesso “Network”.
Anche l’edizione in corso non ha fatto eccezione, tanto è vero che fin dal primo giorno di gare Ubaldo Scanagatta ha scritto i suoi pezzi pubblicati dalle testate sopra richiamate. In particolare, va forse sottolineato, nella giornata di ieri “Ubitennis” ha pubblicato, a firma del suo Direttore, alcuni articoli aventi riguardo ai ritiri dalla competizione di Roger Federer e della numero 1 del tennis femminile – la giapponese Osaka – nonché riguardo alle dichiarazioni critiche e in parte polemiche espresse dai giocatori Fognini, Federer, Djokovich, Thiem e Goffin sia con riferimento alle pessime condizioni dei campi, sia con riferimento alla organizzazione del torneo, con particolare riguardo agli orari di gioco.
Questa mattina il direttore della comunicazione degli Internazionali d’Italia, Piero Valesio, ha contestato per iscritto a Ubaldo Scanagatta la pretesa violazione da parte sua dell’ obbligo “di non svolgere attività giornalistica per media diversi da quello che hanno (sic n.d.r.) richiesto l’accredito di cui è in possesso”.
Contestualmente e conseguentemente è stato revocato a Ubaldo Scanagatta il “pass” di accesso.
La Vostra iniziativa è del tutto illegittima e viola gravemente i diritti del mio assistito.
Non può al proposito non rilevarsi come l’articolo 21 della nostra Costituzione tutela espressamente il “diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.
Il medesimo articolo afferma che “La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni e censure”.
Aggiungasi che l’esercizio di libera stampa comprende il diritto di accesso alle informazioni e alla loro raccolta senza limitazioni.
Appare dunque evidente la grave violazione di diritti costituzionalmente garantiti da Voi posta in essere a danno non solo del mio assistito ma anche e soprattutto del pubblico dei lettori.
La Vostra censura è inaccettabile e sarà pertanto oggetto di adeguata reazione nella competente sede giudiziaria, anche ai fini risarcitori in relazione ai gravi danni subiti dal mio assistito e dalle testate da lui rappresentate.
Vi diffido in ogni caso dal proseguire nelle Vostre illegittime condotte, invitandoVi alla immediata restituzione del Pass al giornalista Ubaldo Scanagatta.
Distinti saluti.
Massimo Rossi

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Editoriali del Direttore

Nadal ha smentito chi gli pronosticava vita breve. Sorpasserà Federer?

PARIGI – Non era mai stato così vicino a Roger Federer: solo 2 Slam. E ha 5 anni di meno avendo saltato 8 Slam contro i 4 dello svizzero

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Rafael Nadal, trofeo - Roland Garros 2019 (via Twitter, @rolandgarros)

da Parigi, il direttore

Non c’era bisogno che Rafa Nadal vincesse per la dodicesima volta il Roland Garros per capire che è stato decisamente il più forte tennista sulla terra battuta della sua epoca.

È forse da sottolineare ancor più – come ha giustamente fatto Steve Flink nel nostro video in inglese – che Rafa ha vinto tutte le finali che ha giocato. Perché, come ha spiegato, quando giochi una finale anche il tuo avversario è in fiducia, l’ha raggiunta dopo aver vinto sei match di fila e magari contro avversari fortissimi (come è stato il caso di Thiem che ha battuto Djokovic n.1 del mondo e vincitore degli ultimi tre Slam).

 

Arrivi in finale, hai tanta pressione addosso, sei il favorito – nel caso di Nadal lo è sempre –  e di solito è quello l’incontro più difficile. Quando perdi in ottavi, come gli è accaduto con Soderling nel 2009, o nei quarti come gli è accaduto con Djokovic nel 2015 (e sono le sole due sconfitte in 95 match), beh è un po’ un’altra cosa. Anche se non significa che hai preso sottogamba l’avversario… figurarsi se Rafa poteva prendere sottogamba Djokovic nel 2015, in quel momento era meno forte e perse.

Tornando a sottolineare l’importanza di quel dato, 12 finali e 12 vittorie, sarà bene ricordare anche che Rafa non ha mai neppure avuto bisogno di arrivare al quinto. Cinque volte ha vinto in tre set, sette volte in quattro. E se scendiamo ancora più nei dettagli relativamente alle sette vittorie in 4 set, osservo che il quarto set è stato un 6-1 con Thiem quest’anno, un 6-1 con Federer nel 2011. Del resto in tutti i suoi 95 duelli parigini due sole volte Rafa è stato trascinato al quinto set. Nel 2011 da John Isner al primo turno e poi da Novak Djokovic quando lo batte’ in quel famoso duello dello smash sbagliato da Novak, direi fosse il 2013

Una supremazia altrettanto schiacciante la dimostrò Borg quando vinse alcuni dei suoi Roland Garros – nel ’78 mi pare che cedette zero set e 32 game, di cui 10 con Tanner, quindi con gli altri sei avversari una media di 3 game a set! – ma un conto è vincere 6 Roland Garros (su 8, ci sono le due sconfitte con Panatta) e un altro è vincerne il doppio.

Si innesta qui poi il discorso degli Slam. Rafa, che ha cominciato dopo a vincerli dopo Roger per motivi anagrafici ne ha concentrati 12 su 18 a Parigi. Da un lato questo è indubbiamente uno straordinario exploit perché negli Slam non l’aveva mai realizzato nessuno (Margaret Court ne aveva conquistati 11, ma in Australia e davanti a concorrenze ridotte) e nei tornei pro anche le 12 vittorie di Martina Navratilova a Chicago non mi paiono comparabile, a prescindere dalla solita diatriba fra valori del tennis maschile e del tennis femminile.

Dall’altro lato questo stesso dato ha un rovescio della medaglia: premia un super-specialista della terra battuta, ma sottolinea rispetto a Federer e soprattutto a Djokovic un CV meno completo; i due rivali hanno distribuito i propri trionfi in maniera più equilibrata fra erba, cemento e terra. Un CV meno completo, dicevo, però ci sono anche 8 finali perdute negli altri Slam oltre ai 6 Slam vinti fuor di terra. Insomma, piano a sostenere che Rafa non sia un tennista completo solo perché sulla terra rossa è di gran lunga il più forte di tutti.

Rafa Nadal – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A Djokovic e Federer Rafa ha lasciato solo briciole sulla terra. Uno Slam ciascuno. Ma anche loro non è che sulla terra rossa si siano dimostrati poco forti: Roger ci ha perso 4 finali, Nole 3. Federer sull’erba ha vinto 8 titoli, ma è stato un pochino più… generoso con i due grandi rivali, due Wimbledon ha vinto Rafa, quattro ne ha vinti Djokovic. E poi c’è stato pure Murray, due anche lui.

La novità che emerge da questo Roland Garros dominato oltre ogni dire da Rafa, nonostante un Thiem decisamente cresciuto e protagonista di due splendidi set prima del “piccolo calo” (così lo ha definito lui con un pizzico di generosità verso se stesso), è che Rafa non è mai stato così vicino a Roger nel conto degli Slam. La minima differenza era stata fin qui tre. Ma per il fatto che Roger ha vinto il suo ultimo Slam all’Australian Open 2018 e poi ci sono stati nel mezzo due Roland Garros vinti da Nadal e tre Slam vinti da Djokovic ecco che le distanze fra i due eterni duellanti si sono ravvicinate.

Superare Federer mi farebbe certo piacere, ma non è un’ossessione. Mi considero comunque fortunato per la carriera che ho avuto, certamente al di là delle mie speranze e aspettative. Non mi lamento mai e non ho mai pensato a… ora devo acchiappare Roger oppure no. Non sono preoccupato di queste cose, non puoi sentirti frustrato perché il tuo vicino ha una casa più grande della tua, una tv più grande o un miglior giardino. Questo non è il modo in cui io vedo la vita”.

In un altro momento della sua conferenza Rafa ha anche accennato a quanti Slam ha dovuto saltare per gli infortuni che hanno accompagnato la sua carriera, soprattutto alle ginocchia: io ne ho contati otto. A quelli si sono aggiunti almeno due ritiri, che io ricordi. Ne avrebbe vinto uno o magari anche due su quei 10? Nessuno può dirlo. Roger, dal canto suo, non ha giocato 4 Slam, tre dei quali però erano Roland Garros dove… quando c’è Nadal per tutti gli altri suona a morto. Roger ha saltato anche l’US open 2016 e lì un Federer in buone condizioni avrebbe anche potuto vincere anche se nel 2016 per la verità non brillò mai troppo.

Fra 20 giorni comincia Wimbledon. Lì Roger potrebbe allungare di nuovo a 3, ma anche no. Occorre, oltre che con coloro che non hanno vinto Slam, fare i conti con Djokovic e con lo stesso Nadal che da questo torneo – dopo una stagione rossa un po’ più zoppicante del solito (ha vinto solo Roma prima di Parigi) – potrebbe uscire con grandissima fiducia. “Non giocherò nessun torneo sull’erba – ha annunciato spiegando – due anni fa persi con Muller ma fu una gran partita e fui vicino ai quarti, lo scorso anno sono stato a un punto dalla finale…”.

Non si può dubitare che questo Rafa non sarà competitivo anche sull’erba. E allora entrano in ballo i cinque anni che Federer ha in più. Sì perché, anche se non si può davvero fare previsioni a lunga scadenza, la supremazia di Nadal su tutti gli attuali concorrenti sulla terra rossa sembra tale che – se la salute lo sorreggesse – lo si può immaginare ancora vincitore di un altro Roland Garros e forse anche di due (ok, spingendosi un po’ troppo in là).

Sono tutte supposizioni, come quelle avanzate anche dal sottoscritto quando mi sono sbilanciato su un Djokovic capace di fare anche il Grande Slam come di vincere 3 Slam su 4 in un anno. Ovvio che se Novak ci riuscisse a bissare Wimbledon e US Open, beh la corsa a chi avrà vinto più Slam potrebbe dare ragione a Mats Wilander che vede nel serbo – vedi intervista fatta il giorno del meeting con i testimonial di Eurosport – il recordman assoluto a fine corsa.

Quel che posso concludere adesso, senza avventurarmi in altre profezie impossibili, è che anni fa si sbagliarono in tanti. Erano coloro che avevano pronosticato una carriera breve a Rafa Nadal. Secondo loro Rafa avrebbe pagato i troppi sforzi del suo tennis violento, non fluido e senza sforzo come quello di Federer, avrebbe inevitabilmente patito l’usura e smesso di giocare, o quantomeno di vincere, molto presto. Addirittura prima dei 30 anni, sostenevano parecchi. Beh, chiedete ai sette avversari battuti da Rafa in questo Roland Garros (Hanfmann, Maden, Goffin, Londero, Nishikori, Federer, Thiem) se a loro sia parso di aver affrontato un trentatreenne usurato da troppe maratone.

Rafael Nadal, trofeo – Roland Garros 2019 (via Twitter, @rolandgarros)

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Editoriali del Direttore

Il flop di Novak Djokovic

PARIGI – La sua semifinale perduta non è come quella di Roger Federer o quella che sarebbe stata se Thiem avesse perso. Perdere 7-5 al quinto non consola. Fa masticare più amaro

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Dominic Thiem, conferenza - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

da Parigi, il direttore

Ci sono due modi diversi di vivere una semifinale persa al Roland Garros. Per Roger Federer è stata quasi una festa, appena un po’ sciupata dal fatto che Rafa Nadal lo ha ribattuto per la sesta volta su sei e anche piuttosto nettamente, tre set a zero lasciandogli nove game, seppur non come quando (nel 2008) gliene lasciò solo quattro . Ma se a Roger Federer avessero detto che a quasi 38 anni, e dopo 3 anni di digiuno rosso, avrebbe raggiunto ancora una semifinale nello Slam per lui tradizionalmente più ostico – un solo trionfo su 20 e con tante grazie anche a Robin Soderling – sono quasi certo che ci avrebbe messo la firma. Ho messo quel “quasi” perché un campione con il suo orgoglio non firmerebbe mai a priori per una qualsiasi sconfitta prima di un successo. Ma i suoi tifosi, credo, l’avrebbero sottoscritta anche se fino all’ultimo hanno sognato il miracolo di una lezione a Nadal sul suo terreno preferito, nel suo Regno.

Non so se sarebbe stata quasi una festa per Dominic Thiem fermarsi in semifinale, perché un anno fa qui era giunto in finale ed è legittimo, soprattutto per un ragazzo di belle speranze e di ottimi mezzi, porsi l’obiettivo di fare sempre più strada, di non accontentarsi di quanto fatto l’anno prima.

 

Ma Dominic – pur avendo cambiato lo storico allenatore Bresnik per l’olimpionico cileno Massu che miracolosamente tre settimana dopo l’ingaggio lo ha guidato verso la prima importante vittoria sul cemento – il Masters 1000 di Indian Wells – è tornato in finale battendo il n.1 del mondo a caccia del quarto Slam consecutivo. E in finale affronta Nadal: di conseguenza qualunque cosa accada non potrà essere troppo deluso. Se anche riperdesse in tre set come lo scorso anno, beh avrebbe fior di alibi, perché mentre Rafa …che è Rafa – un tipaccio che ha vinto 11 Roland Garros e perso qui solo due volte, da Soderling nel 2009 e da Djokovic nel 2015 – ha giocato solo due match in 4 giorni, martedì e venerdì, e sono stati due match di 3 set ciascuno, lui invece in quattro giorni ha giocato tre volte, mercoledì (Khachanov), venerdi e sabato.

E che partita specie l’ultima! Non sono tanto le 4 ore e 13 minuti a poter pesare (1h e 28 m. venerdì, 2 h e 42 sabato) quanto lo stress di giocare una partita in 4 spezzoni, con le interruzioni, le riprese, la notte nel mezzo in cui non si prende facilmente sonno…magari pensando ( e provo a mettermi nei suoi panni)… ah chissà se non ci avessero interrotto sul 3-1 al terzo, quando c’era tutto il tempo per finire il match… a quest’ora magari sarei già in finale; uhm chissà se gli organizzatori non hanno voluto dare una mano a Novak che in quel momento era in difficoltà…

Magari lui non ci ha pensato proprio, magari ci ha pensato Kiki…si sa, le donne sono talvolta un tantino più malignette… (Ora chissà che mi scriveranno!)

Una fatica fisica e mentale non indifferente, per chi non è un Fab Four ma è certamente sulla terra battuta uno dei primi 4 tennisti del mondo, forse dei primi due a giudicare da quanto successo per due anni di fila qui, quindi sulle ruote di Nadal.

Chi invece non può avere accettato di buon grado la sconfitta in semifinale è Novak Djokovic. Il suo obiettivo, il secondo Grande Slam impuro, il Nole-Slam, non è stato centrato, sebbene Thiem tutto sommato pur avendo quasi sempre condotto nel punteggio, un set a zero, un set pari e 3-1, due set a uno, due set pari e 4-1, due set pari e 5 a 3, lo aveva rimesso in corsa mille volte, trasformando solo 9 palle break su 22, mangiandosi due match point sul 5-3 con due rovescini rattrappiti. Se fosse andati a sentire gli umori dei colleghi in tribuna stampa avreste colto che sull’inatteso 5 pari, la gran parte riteneva che ormai Djokovic l’avesse sfangata e che sarebbe stato lui – a dispetto di un paio di giornate certamente poco brillanti – ad affrontare Nadal in finale.

Tutti in errore. Ha vinto Thiem. E Djokovic ha cercato di fare buon viso a cattiva sorte, ha voluto soprattutto mostrarsi buon perdente – pur essendosi precipitato ancora tutto sudato in sala stampa 5 minuti dopo il dritto vincente finale di Thiem – sottolineando i meriti dell’austriaco, ma ho saputo che ha anche detto ai colleghi serbi (e non agli altri…) frasi abbastanza rivelatrici del suo umore: “Non ho voglia di parlare ancora su quanto è successo ieri…ho già ricevuto abbastanza commenti negativi. Lui ha vinto, è stato più bravo, bravo lui” e poi: “Il tennis è diventato un grande business, il Roland Garros voleva far finire il torneo di domenica a tutti i costi, noi giocatori dobbiamo adeguarci”.

Che è come dire, dopo aver detto in conferenza stampa ufficiale “Non avevo mai giocato con un vento così” (ma le prossime sono parole e pensieri miei che non posso attribuire a lui): “Con quel vento, quelle condizioni climatiche e quelle previsioni, venerdì non si sarebbe dovuti neppure scendere in campo”.

Novak Djokovic – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Insomma Novak aveva grandi e giustificate ambizioni. Come un qualsiasi n.1 del mondo che si rispetti. Con gli ultimi tre Slam in bacheca. Con tanti – anche al di fuori della Serbia – che lo consideravano il maggior antagonista di Nadal, se non l’unico in grado di giocarci ad armi pari e forse di batterlo.

Aver perso in quelle circostanze, dopo essersi illuso sul 5 pari di aver rimesso in sesto una baracca pericolante, deve essere stata una mazzata per lui. Avesse vinto con Thiem e magari battuto Nadal sulla terra rossa avrebbe voluto dire avvicinarlo nei titoli Slam, 16 contro 17, e minare il morale del re della terra rossa. Non dico mettere fine alla sua carriera, ma quasi, al di là di quella che sarebbe stata la vittoria n.29 contro 26 di Rafa.

Tutto “Gone with the wind”, via col vento degli ultimi due game da dimenticare ma tutt’altro che facili da dimenticare.

Sì, con tutta la comprensione che è giusto avere nei confronti di un grande campione del quale si sono celebrate tante vittorie ma di cui oggi si deve raccontare anche una pesante sconfitta, questo Roland Garros per Novak è purtroppo un flop, più o meno come lo era stato quello del 2015 quando, battuto Nadal, non c’era chi non lo considerasse grande favorito nella finale che invece fu vinta – e con merito – da uno straordinario Wawrinka. L’avere perso soltanto 75 al quinto non servirà da consolazione. Anzi. Gli farà masticare ancora più amaramente questa sconfitta.

IL VIDEO-COMMENTO DI UBALDO CON STEVE FLINK (in inglese)

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Editoriali del Direttore

Sicuri che al Roland Garros abbiano fatto scelte giuste?

PARIGI – WTA e Mauresmo hanno contestato la collocazione delle semifinali femminili. Ma non m’hanno convinto. E Djokovic che se ne sarebbe andato? Nadal con Federer, sempre la stessa storia

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Dominic Thiem - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Spazio sponsorizzato da Barilla

Tanti anni fa in Arizona (Phoenix o Scottsdale) un’intera giornata di tennis fu sospesa perché il vento rendeva impossibile giocare. Non era più tennis. Anche a Flushing Meadows mi pare un anno, quando c’era vera e propria bufera. Ma non sono sicuro che durò tutto il giorno.

Beh, al Roland Garros il 39mo duello Nadal-Federer non sarebbe mai stato sospeso, visto il ritardo già accumulato e la contestata (da WTA e dal suo presidente Simon) collocazione delle due semifinali femminili sui campi Lenglen e Mathieu. Un affronto machista, è stato giudicato da Amelie Mauresmo e non solo.

 

È anche vero che se avessero cominciato sul centrale, anche a partire dalle 11 e giocato entrambe le semifinali lì (1h e 53m ha impiegato la Barty per battere la Anisimova che aveva recuperato da 0-5 e conduceva 3-0 nel secondo, 1h e 45m ci ha messo la Vondrousova per vincere due set che avrebbe potuto perdere con la Konta e per diventare la più giovane finalista qui dal 2007 e Ana Ivanovic: totale 3h e 37 m) Federer e Nadal non avrebbero potuto scendere in campo prima delle 15. E il loro match non si sarebbe concluso, mentre quello di Thiem e Djokovic non sarebbe neppur cominciato.

In conclusione secondo me gli organizzatori hanno fatto quel che ragionevolmente dovevano fare, anche perché sapete bene che le TV – ormai ovunque padrone dei tornei – mettono delle pesanti clausole se il torneo anziché concludersi alla domenica termina al lunedì. Che poi la cosa sia stata considerata una mancanza di rispetto nei confronti del tennis femminile è un altro paio di maniche. Non dimentichiamo che anche le donne, che ormai godono ovunque di pari montepremi negli Slam, possono garantirsi tutti quei soldi anche se oggettivamente fanno “meno cassetta e biglietti” degli uomini, perché TV e sponsor cacciano tutti quei soldi a fronte di certe garanzie.

Mi pare molto meno giustificabile e comprensibile invece la decisione di sospendere il match fra Thiem e Djokovic. Sul set pari e il 3-1 per Thiem, alle 17,42 e qui fa buio dopo le 21, c’è stata la seconda sospensione, ma si poteva tranquillamente aspettare per vedere se avrebbe smesso di piovere come il meteo sembrava assicurare per un tempo sufficiente a chiudere anche la seconda semifinale.

Novak Djokovic, pioggia – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Avrete letto – spero – l’articolo di Vanni Gibertini. Nel quale vengono riportate le indiscrezioni, poi smentite, secondo le quali Djokovic avrebbe avuto un ruolo attivo nella sospensione. Vero? Non vero? Credo che oggi lo verremo a sapere. Ce lo dirà Thiem… soprattutto se  – è un sospetto… a pensar male si fa peccato ma… – l’austriaco avesse finito per perdere un match che oggi lo vedeva in vantaggio.

Lui non aveva nessuna intenzione di mollare la partita a quel punto, anche perché lui in un’oretta avrebbe potuto portarla a casa più facilmente di Novak in termini di tempo. Nole avrebbe dovuto recuperare il break e o conquistarne un altro, oppure vincere un tie-break a fine terzo set. Poi vincere il quarto. Forse, facendo i calcoli sul tempo che il meteo pareva aver indicato, Djokovic ha sbattuto i piedi e detto “No, non ci sto, se non siamo sicuri di finire comunque io non continuo”.

Ammettiamo che le cose siano andate così, come dicono a Eurosport (Mats Wilander e Barbara Schett), io allora vi dico che in questo caso se ad adottare un atteggiamento del genere lo fa il n.100 del mondo gli danno partita persa. Lo fa il n.1, e per di più in una semifinale di uno Slam, e figurarsi se ciò accade. Aggiungo però, ad attenuare l’assunto che “la legge non è uguale per tutti”, che francamente anche a Djokovic non si può dar torto, perché vabbè che “the show must go on”, però il tempo era schifoso, faceva un freddo boia, pioviscolava qua e là, c’era un vento che per poco non venivano giù gli alberi, tutto si poteva vedere in quelle condizioni fuorché del bel tennis.

L’anno prossimo ci sarà il tetto, ha ricordato un collega a Federer e Roger, pur nella tristezza di una sconfitta piuttosto dura (ma certo preventivata), ha avuto la forza di sorridere e replicare: “Ma chissà se ci sarò io!” E poi: “Comunque questo è un torneo outdoor, se c’è solo il vento è giusto giocare fuori, a tetto scoperto”.

Sportivo in quest’asserzione Roger, dopo aver detto quanto sia stato duro giocare con quelle condizioni contro uno come Nadal (ok c’era vento anche per lui, ma il loro tennis è ben diverso; se a Federer entrano meno servizi veloci perché deve cercarsi la palla per aria le conseguenze sono diverse da quelle che toccano a Nadal che i punti li fa più nei palleggi prolungati che al servizio… tanto per dirne una sola e ce ne sarebbero di più), però io non sono poi così d’accordo. Anche se capisco che vanno tenute in conto anche le esigenze degli spettatori che hanno acquistato i biglietti. Quando c’è un vento terribile come ieri, beh si deve poter sospendere il match come se piovesse, o come quando in Australia ci sono temperature spaventose e rischiose per la salute dei giocatori.

Aggiungo per aver giocato con le lenti a contatto ai miei modesti livelli che quando c’è così tanto vento e pioggerellina pur fine, è un inferno. Attraverso il quale deve essere passato Nole che, appunto, gioca con le lenti, come ricorderanno coloro che lo videro una volta scorticarsi quasi un occhio per togliersi una lente che o era già uscita per conto suo, oppure non voleva sapere di uscire da sotto le palpebre perché Nole ne aveva sovrapposta un’altra (una delle tre…mica posso ricordare tutto!). Agli spettatori della seconda semifinale la decisione degli organizzatori ha significato l’immediata restituzione del biglietto. Ho visto fuori dalle uscite la Federtennis francese immediatamente restituire i soldi (perché per ogni semifinale oggi si pagava un biglietto diverso). Ogni commento con situazioni recenti… stavolta ve lo evito.

Per quanto riguarda il match vinto da Nadal ho già scritto un commento (messo in evidenza perché fatto un minuto dopo la conclusione della partita) sotto all’eccellente pezzo di cronaca di Agostino Nigro le cui sole righe finali meriterebbero applausi a scena aperta: “Roger se ne va, verso Londra, verso i prati di Wimbledon. Ma a Parigi no, Roger non vive più qui. Che strano è morire al Roland Garros. Si muore nella terra, si rinasce fili d’erba”. Credo di potervi serenamente consigliare di andare a leggere tutto il resto. Ci sono alcune perle che… gli invidio. Sarebbero piaciute anche a Gianni Clerici (che approfitto per salutare con affetto; sono due anni che non viene qui, ci manca davvero, come del resto Rino Tommasi).

Oggi vedendo Rafa raggiungere per l’ennesima volta la finale a Parigi – e in tutto il torneo ha ceduto un solo set a Goffin, dominandolo negli altri tre – mi è venuta in mente la celebre frase del calciatore inglese Gary Lineker sul calcio: “Il calcio è quello sport che si gioca in undici e poi vince sempre la Germania”. Beh, il torneo non è finito, magari chi vince fra Thiem e Djokovic vincerà questo torneo (28-26 il bilancio dei duelli Djokovic-Nadal, 8-4 Nadal Thiem ma con l’austriaco capace di batterlo 4 volte sulla terra rossa, uno ogni anno negli ultimi quattro – Rafa incroci le dita e tocchi ferro) ma quel lettore che ha scritto in un post “Il Roland Garros è quel torneo cui prendono parte 128 giocatori e 128 giocatrici, ma chi lo vince è sempre Rafa Nadal” mi ha ricordato Lineker e fatto sorridere.

Rafael Nadal – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

C’è poco da discutere: sulla terra rossa dopo sei vittorie consecutive di Rafa su Roger, a tutte le età, chi pensa ancora che Rafa non sia più forte – Quando a dirlo è lo stesso Federer che l’altro giorno aveva detto “Ci si prova sempre, potrebbe essere malato…”, beh che volete che vi dica di più? – non è una persona obiettiva. “Non ho rimpianti, ho avuto mini-occasioni, stasera non piango, tranquilli!” ha avuto la forza di sorridere Roger che esce comunque più che a testa alta da questo torneo. A quasi 38 anni non si può davvero giocare meglio di così.

Oggi il tempo dovrebbe essere clemente. E il tennis migliore, anche se poche volte ci si diverte, ci si stupisce, si lanciano ohhh di ammirazione come quando si vede battagliare Federer e Nadal, vinca chi vinca… cioè qui Nadal, cioè forse (vista la ottima forma palesata) Federer a Wimbledon. 

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