Baghdatis verso l'addio: "Ho un solo rimpianto, vorrei non aver rotto quelle racchette"

Interviste

Baghdatis verso l’addio: “Ho un solo rimpianto, vorrei non aver rotto quelle racchette”

LONDRA – Da Cipro al grande tennis, quindici anni pieni di battaglie e di infortuni. “Sono grato per ciò che ho avuto”. A Wimbledon l’ultimo match potrebbe essere contro un tennista italiano

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Marcos Baghdatis - Wimbledon 2018 (foto Roberto Dell'Olivo)

La settimana che precede Wimbledon è piena di un trambusto silenzioso, come quello degli insetti attorno ai fiori. Ha un significato diverso per ogni giocatore e quest’anno ne ha uno particolare per Marcos Baghdatis, seduto a un tavolino da bar in marmo in uno degli angoli in ombra del vasto Hurlingham Club. Trentaquattrenne da pochi giorni, ha scelto l’esibizione del circolo nel cuore di Fulham per preparare quello che sarà l’ultimo torneo della sua carriera da tennista.

“La mia testa gira da una settimana. Ho provato tantissime emozioni, prima dell’annuncio, dopo l’annuncio…” racconta con un sorriso cordiale. “È dura, o forse non è la parola giusta ma insomma, è strano sapere che lunedì o martedì forse giocherò il mio ultimo incontro di tennis. Però per un certo verso non vedo l’ora, perché è una decisione che ho preso io e sono molto entusiasta della vita che mi attenderà dopo”. Molti si aspettavano che Baghdatis avrebbe dato l’addio in Australia, dove nel 2006 raggiunse la sua unica finale Slam, ma con Wimbledon il cipriota ha un legame personale ancora più antico. “È il primo torneo che ho visto in televisione quando ero bambino, la finale tra Agassi e Ivanisevic, nel 1992. E poi non c’è posto migliore, è la storia di questo sport. Sono molto grato della wild card.

Una mezz’ora prima Baghdatis ha dimostrato di poterla convertire in un addio dignitoso, battendo in due set Felix Auger-Aliassime che ora si allena a pochi passi di distanza, circondato dal suo staff e da un paio di fotografi. “È un giocatore incredibile” dice di lui, su qualsiasi altra superficie mi avrebbe lasciato quattro game. L’erba in effetti continua a premiare gli esperti: lo hanno dimostrato da pochi giorni Feliciano Lopez e Roger Federer, due tra i pochi ancora in giro ad essere già nel tennis quando un ragazzone con lo chignon comparve sui radar agli inizi degli anni duemila. “Da allora è cambiato tutto: palle, racchette, campi, tecnologia, medicina”. Baghdatis però non si lascia andare alla nostalgia dei tempi andati. “Come esseri umani cambiamo, ci evolviamo. Che telefoni usavamo quindici anni fa? Il tennis si è evoluto perché lo ha fatto anche la vita. Alcuni hanno saputo adattarsi, altri no, la differenza è quella”.

 

Il Baghdatis migliore ballò una sola stagione, quella del 2006: raggiunse la finale a Melbourne, la semifinale a Wimbledon, e vinse anche il primo degli appena quattro titoli della sua bacheca, raggiungendo la posizione numero 8 del ranking mondiale. Pur rimanendo in top 100 consecutivamente per oltre un decennio, non riuscì più a ripetere quei risultati. “Di sicuro avrei voluto fare meglio, e avrei potuto fare meglio. Tutti al mondo possono. Ma penso che la cosa più importante sia fare delle scelte. Io ho preso tutte le decisioni nella mia carriera, alcune sono andate benissimo, altre non così tanto, ma non posso che essere grato per ciò che ho avuto. Sono stato nel tour per quindici, sedici anni ed è stata un’avventura stupenda”.

Marcos Baghdatis – Indian Wells 2018(foto via Twitter, @BNPPARIBASOPEN)

C’è stato un solo, vero, grande limite per Baghdatis: il fisico. Schiena, anca, gambe, braccia, caviglie, piedi, dita, nessuna parte del corpo lo ha lasciato in pace. “Ho iniziato presto ad avere tutti questi problemi. A un certo punto avevo perso fiducia, cercavo altri modi per essere contento perché non riuscivo a esserlo col tennis. La felicità la ha trovata nella famiglia, che menziona spesso con grande orgoglio e con la quale ora intende passare più tempo possibile, senza più dover volare da un posto all’altro ogni settimana. Sposato con la collega croata Karolina Sprem, ha due figlie ed è in attesa di un terzo bambino. “Quando mi sono sposato e ho messo su famiglia le mie priorità sono cambiate. La mia vita è andata così, ma non rimpiango nulla. Poi si ferma un attimo e ci ripensa: una cosa c’è.Vorrei non aver rotto quelle quattro racchette agli Australian Open, perché non è l’immagine che volevo dare di me ai ragazzi che guardano il tennis e mi seguono”.

Dal pubblico però è anche arrivata la gioia più grande. “Se la scorsa settimana mi avessi chiesto quale è stato il momento più bello della mia carriera, probabilmente avrei risposto la vittoria contro Federer a Indian Wells. Ma in realtà la sensazione migliore la ho avuta un paio di giorni fa, quando mi sono arrivati tutti i messaggi dei fan. Non pensavo di aver lasciato così tanto, non tanto come tennista quanto come persona. Hanno visto qualcosa nella mia personalità, nel mio sorriso. Penso sia il regalo migliore che un atleta possa ricevere, lasciare qualcosa al proprio sport. Anche molti altri tennisti hanno mostrato il loro affetto a Baghdatis, in pubblico o in privato. “Djokovic mi ha scritto qualcosa di bellissimo, mi ha fatto sentire tutto il calore del suo affetto”.

Baghdatis ha ottenuto una fama impensabile per un atleta proveniente da una nazione così piccola, isolata, povera di mezzi e priva di tradizione tennistica come Cipro. Per inseguire il suo sogno dovette lasciare l’isola a quattordici anni, approfittando di un programma di sviluppo olimpico che lo finanziò permettendogli di andare ad allenarsi all’accademia di Patrick Mouratoglou a Parigi. Lui però ha sempre mantenuto fedeltà alla sua bandiera, fino a raggiungere il record assoluto di vittorie consecutive in Coppa Davis (36). “Mi era stato chiesto di cambiare nazionalità” rivela, “ma non lo avrei mai potuto fare, per nessuna cifra. È ciò che sono, è il posto da cui provengo. Quando partii da ragazzino dovetti lasciare la famiglia e gli amici, e penso che se avessi cambiato nazionalità avrei ferito tutte quelle persone che avevano fatto così tanto per me“.

A Cipro è però tuttora in vigore la leva obbligatoria, dalla quale Baghdatis ha ottenuto soltanto una esenzione temporanea. Secondo la legge, quando la prima delle sue figlie sarà maggiorenne potrebbe essere chiamato a svolgere il servizio militare. “Se arriverà la lettera vedrò cosa fare. Alla mia età non mi sembrerebbe molto naturale andare nell’esercito per sedici mesi. Però sì, sarebbe una bella storia da raccontare. Piuttosto che marciare e sparare, per la sua patria preferirebbe sviluppare qualcosa di relativo al tennis: “Ho dei progetti nella mia città, mi piacerebbe rimanere coinvolto nello sport. Però è una decisione che prenderò a settembre o a ottobre, ora voglio solo godermi un po’ la vita domestica”.

Marcos Baghdatis – Australian Open 2016

La figlia maggiore non ha voluto saperne di seguire le impronte dei genitori, racconta Baghdatis con una risata. Lui però negli ultimi anni ha avuto il modo di parlare spesso con Stefanos Tsitsipas, diventando una delle poche figure di riferimento per il giovane greco nel circuito ATP. “È praticamente mio connazionale, condividiamo la stessa cultura, sono felice di dargli qualunque consiglio che venga dalla mia esperienza. Ho un ottimo rapporto col padre, tutti dicono che è molto esigente ma credo che voglia semplicemente tutto il meglio per suo figlio, e sta facendo un ottimo lavoro”. Se in futuro lo chiamassero a lavorare nel team accetterebbe, ne è certo.

Prima di tutto questo però c’è almeno un incontro da giocare, tra qualche giorno a Wimbledon. Baghdatis per un soffio non concluse la carriera di Andre Agassi, cedendo allo statunitense un’ultima, epica vittoria oggi immortalata nel primo capitolo della sua splendida autobiografia. “Non ho pensato a chi vorrei affrontare io nel mio ultimo match. Mi piacerebbe chiudere su un campo importante aveva detto prima del sorteggio. In finale, magari, vincendo, si era scherzato. L’urna non gli ha voluto dare una mano, neanche dopo il ritiro di Coric che ha modificato il suo avversario di primo turno: Marcos esordirà contro il lucky loser canadese Brayden Schnur, per affrontare eventualmente Berrettini al secondo turno e Schwartzman al terzo. Nessun nome in odore di centre court. “In fondo chiedermi contro chi voglio finire la carriera vuol dire chiedermi contro chi voglio perdere, e a questo punto non ha davvero importanza. Farò del mio meglio e spero che vada tutto bene”. Nell’Odissea di Marcos Baghdatis manca ancora una battaglia, prima del ritorno a casa.

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Djokovic: “L’infortunio è uno strappo. Non è bello sentire chi giudica senza sapere i fatti”

Il nove volte campione dell’Australian Open Novak Djokovic in conferenza stampa. “Questo titolo è stato uno dei più impegnativi. Avrete la possibilità di vedere come ho recuperato dall’infortunio quando uscirà il documentario”

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Novak Djokovic - Australian Open 2021 (dal suo account Twitter)

Novak Djokovic è riuscito a fare quello che qualcuno, forse riponendo troppe speranze nel valore assoluto di Daniil Medvedev o sottovalutando le armi del più forte giocatore della storia di questo torneo, riteneva un po’ meno probabile degli ultimi anni. Vincere l’Australian Open, per la nona volta in carriera,

A inaugurare la conferenza stampa del vincitore c’è il boss del torneo e di Tennis Australia – Craig Tiley. “Vorrei proporre un brindisi in onore di Novak, autore di una prestazione esemplare come tutti avete visto. Ricordo che nel 2008 hai battezzato questi campi, era la tua prima vittoria e fu un momento speciale. Da allora hai vinto nove Australian Open: congratulazioni, Novak. Grazie per l’esempio che dai, dentro e fuori dal campo. Sei un campione vero, te lo meriti“. Nole contro-ringrazia per lo sforzo fatto nell’organizzare il torneo, c’è il brindisi e la conferenza può iniziare.

Nelle prime battute emerge subito il tema dell’infortunio patito nella sfida di terzo turno con Fritz, che ha reso questo trionfo ulteriormente pieno di significati. Nole chiarirà qualche domanda più tardi il suo punto di vista, in modo piuttosto deciso, confermando la diagnosi che aveva anticipato al termine di quella partita. “È uno strappo al muscolo obliquo dell’addome (non specifica se interno o esterno, due muscoli differenti, ndr). L’ho sentito appena è successo contro Fritz ed è quello che ho detto nell’intervista post-partita. Sono andato a intuito, ma ho pensato quello a causa dello schiocco e di come mi sono sentito subito dopo. Ero preoccupato e non sembravo in grado di giocare. Non ne avevo idea fino a due ore prima degli ottavi, quando sono sceso in campo e ho giocato a tennis per la prima volta dopo il terzo turno. Mi sentivo ok, il dolore era sopportabile e ho accettato di dover giocare con il dolore. Nello sport professionistico si gioca spesso con il dolore, ma questo era un dolore diverso, derivante da un infortunio piuttosto che da un indolenzimento. Se ero consapevole del fatto che avrei potuto peggiorare le cose? Sì, lo sapevo. Come ho già detto, se devo scegliere un torneo in cui rischiare un infortunio più grave pur di avere una chance di vincere, è questo. Ovviamente non ho fatto tutto da solo, il mio team e il mio fisioterapista hanno fatto un lavoro incredibile. Grazie a Dio sono riuscito a fare quello che ho fatto“.

 

Proprio sulla natura del suo infortunio, e sulla sua capacità di recuperare tanto rapidamente, Nole non ha ricevuto – eufemismo – grossi attestati di fiducia. “So che ci sono state molte speculazioni, la gente si è chiesta se fossi davvero infortunato e come abbia potuto recuperare così rapidamente. Lo capisco, ognuno ha diritto di esprimere la propria opinione e di criticare. Mi sembra ingiusto, ma non sarà né la prima né l’ultima volta. Avrete la possibilità di vedere nel dettaglio cosa abbiamo fatto negli ultimi 9-10 giorni quando uscirà il documentario, a fine anno. Abbiamo ripreso molte delle cose che abbiamo fatto qui ma anche nei sei mesi precedenti. Potrete vedere di più sulla routine del mio recupero, cosa è successo dietro le quinte“.

Novak ci tiene a rimarcare la veridicità della sua versione, oltre all’umano dispiacere per le diverse critiche ricevute. “Non è bello sentire chi giudica senza aver davvero verificato i fatti. Ma come ho già detto, non è la prima volta – mi è successo molte volte in carriera. Sta a me decidere se reagire o meno e in che modo, ma non permetto che questo ostacoli il mio rendimento in campo. In un certo senso, credo che vincere il trofeo sia la mia risposta“. Non è la prima volta che Nole ammette, sebbene in modo velato, di sentirsi un po’ accerchiato dall’opinione pubblica. Gli chiedono se queste critiche costanti gli facciano male, in qualche modo. “Ovviamente sì, sono un essere umano come tutti. Provo emozioni e non mi piace quando vengo attaccato apertamente. Non posso dire che non mi interessa, devo essere onesto. Ma credo di aver sviluppato una corazza spessa nel corso degli anni per schivare queste cose e concentrarmi su ciò che conta“.


La conferenza è lunghissima, circa trenta minuti, e potete rivederla integralmente qui. Riporteremo in altra sede alcune battute di Djokovic sui suoi rivali, giovani e meno giovani.


Sul significato dei suoi nove trionfi australiani, Nole si lascia andare a una lunga considerazione. “Ognuno è differente, sono difficili da comparare. Sicuramente questo è stato uno dei più impegnativi dal punto di vista emotivo, per tutto quello che è successo fuori dal campo, l’infortunio, la quarantena. Queste quattro settimane sono state un viaggio sulle montagne russe. Ovviamente non sono l’unico a essermi trovato in quella situazione, non posso lamentarmi anche perché mi è andata meglio rispetto a chi non ha potuto allenarsi per 15-20 giorni. Ho provato emozioni contrastanti, molta sofferenza, molto sacrificio”.

Poi torna sulle difficoltà di organizzare il torneo in queste condizioni, e sulle difficoltà dei giocatori di restare concentrati sulle faccende di campo. “All’inizio non sembravamo i benvenuti a giudicare da quello che hanno scritto i media, ma alla fine credo sia stato un torneo di grande successo. Tutti ci auguriamo altri tornei come questo in calendario, ma sarà difficile vedere pubblico altrove. Per me è stato difficile mantenere la mente serena e concentrata su quello che contava di più, e ho speso molte risorse col mio team per ritrovarmi qui con il trofeo. Vedremo cosa mi riserverà il resta della stagione“.

Le risposte di Nole sono tutte molto lunghe e dettagliate. L’esigenza di tirare fuori quello che ha dentro è evidente, e traspare dall’espressione serena dipinta sul suo volto. “Nonostante io abbia vinto e giocato così tante finali negli Slam, mi godo ogni singolo successo – adesso persino di più perché so che più tempo passa, più difficile diventerà per me mettere le mani su un trofeo Slam. I giovani stanno arrivando e sono affamati come me, forse anche di più, e stanno sfidando me, Roger e Rafa. Non mi sento vecchio o stanco, ma biologicamente e realisticamente le cose sono diverse rispetto a dieci anni fa. Devo essere furbo con la programmazione, per essere in forma al momento giusto e gli Slam sono i tornei nei quali voglio esprimermi al meglio“.

A diradare ulteriormente la programmazione del campione serbo potrebbe contribuire anche il record che si è appena assicurato. “Essere diventato il numero 1 per settimane in testa alla classifica è anche un sollievo perché potrò spostare la mia attenzione principalmente sugli Slam. Quando competi per il numero 1, devi giocare l’intera stagione – e giocarla bene. I miei obiettivi si adatteranno e cambieranno un po’, il che significa che farò qualche modifica al calendario. Non sono costretto a farlo, ma avrò l’opportunità di farlo anche in qualità di padre e marito”.

Nole lascia intendere che da questo momento in poi gli Slam saranno una priorità, al pari della sua famiglia. “Devo fare in modo che la mia assenza da casa abbia un valore, sono in viaggio ed è da molto che non vedo i miei figli e mia moglie. Ovviamente mi mancano e non vedo l’ora di rivederli, però ci sono molte persone che soffrono più di me, quindi non posso lamentarmi”. Sarà inoltre probabile che nei prossimi mesi Nole dovrà rispettare le stesse imposizioni di Tennis Australia, ovvero staff al seguito ridotto e quindi niente famiglia al completo. “A giudicare da quello che stiamo vedendo in giro per il mondo, portare la famiglia in giro per il mondo sarà molto difficile perché ci sono regole che non consentono di viaggiare con più di due persone in occasione dei tornei. Non ho preso alcun impegno dopo l’Australia, vedremo. Ora sto solo cercando di godermi questo successo il più possibile“. Difficile fare altrimenti, dopo aver superato la prova del nove. A tutti gli effetti.

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Australian Open, Medvedev: “Il servizio di Djokovic è stato incredibile”

Medvedev riconosce i meriti di Djokovic: “Ha giocato a un livello così alto che non ho potuto fare meglio”. Ma non si perde d’animo: “La prossima volta proverò qualcosa di diverso, non so ancora cosa, ma sicuramente lo farò”

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Daniil Medvedev e Novak Djokovic - Finale Australian Open 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Seconda sconfitta in una finale Slam per Daniil Medvedev, al cospetto di una grande versione di Novak Djokovic. Nonostante la pesantezza della sconfitta Daniil non sembra affranto, e si presenta in conferenza stampa molto affabile come lo era stato nella premiazione sul campo. “Probabilmente ha giocato a un livello così alto che non ho potuto giocare al meglio“, comincia Medvedev. “Non posso dire molto altro, ha giocato meglio di me oggi. Avrei potuto sicuramente fare meglio, ma non ci sono riuscito. Questo è il motivo per cui non ho il trofeo in mano“.

Il tennista russo spiega anche nel dettaglio l’aneddoto che aveva raccontato durante la premiazione, parlando del buon rapporto tra lui e Djokovic. “Non ricordo l’anno, ma solo che io dovevo andare a giocare a Minsk per un Futures. Lui doveva partire per Toronto o Montreal dopo aver vinto Wimbledon. Novak cercava qualcuno con cui allenarsi a Monaco e io ero lì. […] Venendo qui ho sentito storie dai giornalisti che Novak non è una brava persona. L’unica cosa negativa su di lui che ricordo… è che era in ritardo, per il resto fu gentilissimo con me. Dopo ci siamo visti altre volte, come quando mi ha portato col suo jet privato in Serbia per la Davis. All’epoca ero in top 100 da due settimane circa. È sempre stato molto gentile con me“.

Daniil Medvedev – Australian Open 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Nella partita è stato cruciale il primo set, l’unico in cui Medvedev è stato capace di opporre resistenza al tennista serbo. “La differenza è stata lì, se andiamo a vedere il primo game che ho perso, il primo di servizio, ho messo solo prime in campo e mi ha breakkato. Non molti sono capaci di farlo, solo i primi tre al mondo. L’ultimo game eravamo 0-40 e stavo provando a recuperare. Ho messo due buoni servizi, un buon punto e mi trovo 30-40. Faccio un ottimo servizio e lui riesce in allungo a rimetterla in campo. La metto in rete e il set è finito. In quei momenti è più forte di tutti gli altri“.

 

Per Medvedev non è comunque la delusione più grande in una finale Slam, dato che nel 2019 contro Nadal era andato molto più vicino al successo finale. “La finale dello US Open mi brucia di più perché ho avuto molte più chance di oggi, ma mi fa stare bene il fatto che ho provato sempre a dare il massimo.“. Non è dello stesso avviso per quanto riguarda la partita di oggi. “Non sono molto contento di quello che ho fatto. Mi sembrava di aver dato il massimo, ma non è così. […] Non puoi essere al 100% per 365 giorni all’anno, ma il motivo per cui sono diventato più professionale da qualche anno è che do sempre il meglio, mangio meglio, mi alleno meglio e cose del genere. Per questo non avrò mai rimpianti, qualsiasi cosa farò nella mia carriera“. Pur essendo molto soggetto a colpi di testa, Medvedev è un tennista che assorbe molto bene le sconfitte. “La parte migliore del tennis è che quando vinci un torneo, se c’è un torneo la settimana successiva e perdi, in qualsiasi turno, nemmeno ti ricorderai di aver vinto prima“.

Dopo aver pagato dazio contro i due tennisti più forti in attività nelle due finali Slam disputate, per Medvedev è tempo di confronti. “Rafa ti da più tempo per pensare ma è molto forte in difesa e con il suo dritto. A volte pensi di aver fatto il punto e lui tira fuori dei grandissimi colpi. In ogni caso ti lascia più tempo per pensare e per adattarti. Oggi con Novak ho provato a mischiare un po’ le carte ma lui mi toglieva sempre il tempo, si è preso tutti i vantaggi possibili. La prossima volta proverò qualcosa di diverso: non so ancora cosa, ma sicuramente lo farò. Sono comunque due esperienze di cui sono grato“. Daniil è sicuro anche di un’altra cosa, ovvero quale sia stata la chiave della partita. “Il suo servizio oggi è stato incredibile, ha servito benissimo in tutti i punti importanti e quasi sempre sulle righe. […] Non penso abbia mai servito contro di me così bene come oggi”.

C’è spazio anche per una domanda sul suo rendimento sulle altre superfici. Al momento Medvedev non vince una partita su terra battuta dal 2019 e sui campi di Wimbledon non è mai andato oltre il terzo turno. Il russo è consapevole che c’è molto da lavorare. “Mi è sempre piaciuto giocare su erba, penso di poter fare dei buoni risultati lì, quindi vedremo quest’anno. Per quanto riguarda la terra, penso di poter giocare bene anche lì. A Montecarlo e Barcellona ho battuto dei buoni giocatori. Sicuramente ci sono parti del mio gioco che devo migliorare per fare bene sulla terra, bisogna vedere se sarò capace di farlo durante la mia carriera. […] L’obiettivo più importante di quest’anno è sicuramente passare il primo turno del Roland Garros”, dice sorridendo.

In chiusura, Medvedev torna sull’occasione mancata in avvio di secondo set. Per qualche istante è sembrato l’inizio di una rimonta, ma si è rivelato un fuoco di paglia. “Quando perdi un primo set molto duro è sempre positivo trovare il break subito, ti fa dimenticare il primo set. Pensavo fosse il momento del cambio di marcia ma mi sono trovato sotto 1-4 praticamente subito. Tornando indietro, avrei dovuto servire un ace in più o un vincente di dritto in più. Allo stesso tempo lui rimetteva tutto in campo, era aggressivo e faceva vincenti quando servivano. Come detto prima, è stato il migliore in campo oggi. Senza dubbio.

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Australian Open

Osaka vincente, ma sempre umile: “Un passo alla volta, devo ancora migliorare sulle altre superfici”

Sempre molto divertente in conferenza stampa, la giapponese mantiene un basso profilo nonostante il quarto Slam appena conquistato all’Australian Open

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La stella di Naomi Osaka continua la sua rapida ascesa, sia in campo che fuori. Tra le righe bianche che delimitano il rettangolo di gioco, è il suo tennis a parlare per lei, dicendoci a chiare lettere che al momento è la più forte di tutte. Fuori dal campo, Naomi sa stupire in maniera simile con dichiarazioni sincere e quasi mai banali. Una vera rarità in un mondo di conferenze stampa omologate e spesso interscambiabili. Anche dopo aver vinto il suo secondo Australian Open, nonché quarto Slam, in finale contro Jennifer Brady, la giocatrice giapponese si è a lungo intrattenuta con la stampa, rispondendo alle tante domande con la consueta genuinità e simpatia.

Per prima cosa Osaka ha ammesso di essere piuttosto nervosa al momento dell’ingresso in campo, ma di aver abbracciato questa tensione, riuscendo a non farsela nemica e di fatto neutralizzandola. In effetti la partita non è stata qualitativamente memorabile e sicuramente non al livello della semifinale dello scorso US Open, sempre vinta ai danni di Brady. “Stasera sentivo che sarebbe stata più una battaglia mentale. Penso che fossimo entrambe nervose. Ovviamente non posso parlare per lei, ma io ero estremamente nervosa. Prima della partita mi sono detta: ‘Probabilmente non giocherai bene, quindi non metterti addosso la pressione di giocare in maniera perfetta, ma semplicemente vai in campo e combatti su ogni punto.’ Il risultato poi poteva essere di ogni tipo, ma almeno avrei vissuto con la consapevolezza di aver dato tutta me stessa.”

Quattro Slam su quattro finali come prima di lei sono riusciti a fare solo Monica Seles e Roger Federer. “Direi che sono in buona compagnia. Spero di riuscire ad avere una carriera anche solo lontanamente paragonabile alla loro“, commenta con grande umiltà Naomi, a cui viene poi chiesto su quale altra superficie vorrebbe vincere prima uno Slam, dal momento che i suoi successi per ora sono arrivati tutti sul cemento. Tra terra e erba, Osaka sa già cosa scegliere e risponde con una battuta, che poi tanto battuta non è. “Spero sulla terra perché è quella che viene prima. Sento di dover ancora imparare a trovarmi a mio agio su quelle superfici. Questa è la cosa fondamentale per me perché non ho giocato da junior e quindi sono cresciuta senza giocare per niente sull’erba. Onestamente penso che potrei avere più fortuna sulla terra battuta, perché in passato non ho giocato affatto male. È solo qualcosa a cui devo abituarmi.”

 

A ventitré anni, poter vantare già quattro trofei Major in bacheca è qualcosa di straordinario e c’è già chi tenta di pronosticare quanti saranno alla fine della carriera di Osaka. Mats Wilander, ormai voce storica di Eurosport oltre che ex numero uno del mondo e sette volte campione Slam, ha dichiarato che potrebbero tranquillamente essere dieci se dovesse mantenersi in salute. Naomi ancora una volta mantiene un basso profilo: “Cerco di andare avanti un passo alla volta. Per me adesso l’obiettivo è arrivare a cinque. Se dovessi vincere il quinto allora magari punterei a sette o otto. Cerco sempre di non allargare troppo il quadro. Ovviamente è un onore che abbia detto quella cosa, ma non voglio caricarmi di pressioni e aspettative. Cerco di controllare quello che posso controllare, ovvero lavorare sodo e crearmi delle opportunità.

Basso profilo ovviamente non significa essere senza ambizioni. Questo è chiaro e lo dimostra il grande lavoro e l’impegno profuso da Osaka per poter essere sempre nella condizione giusta per vincere il più possibile. Il suo grande traguardo a lungo termine però non ha a che fare con il numero di Slam o il numero uno o un torneo in particolare, ma è qualcosa di più particolare. “Il mio obiettivo principale è, anche se magari suonerà strano, quello di giocare abbastanza a lungo da affrontare una ragazza che ha detto che io una volta ero la sua giocatrice preferita o qualcosa del genere.”

Molto dipenderà dalla sua longevità agonistica e dall’integrità fisica, ma ci sono pochi dubbi invece sul fatto che qualche piccola giocatrice o piccolo giocatore possa eleggerla a modello. L’influenza di Osaka è già adesso molto grande e, soprattutto, si estende ben al di fuori del campo da tennis. Nel corso del 2020, ha iniziato ad essere una figura extrasportiva con il suo supporto al movimento Black Lives Matter, cosa che l’ha improvvisamente proiettata sotto i riflettori della stampa. “Quando tutto è successo a New York, mi sono davvero spaventata perché sentivo di essere sotto questa luce che non riguardava il mio essere un’atleta e sotto la quale che non mi ero mai trovata prima. Le persone hanno iniziato a chiedermi cosa pensassi riguardo a moltissimi argomenti di cui non sapevo assolutamente niente. Mi piace parlare solo quando sono ben informata sull’argomento o almeno conosco una minuscola parte di ciò di cui sto per iniziare a parlare.” Stavolta però, a differenza dello US Open 2020, il suo titolo non è accompagnato da nessun messaggio particolare, nessun significato più profondo. “Sono arrivata in questo torneo concentrandomi esclusivamente sul tennis.”

Dal suo primo grande successo nella ormai celeberrima finale dello US Open 2018 contro Serena Williams a oggi, Naomi è cresciuta e ha imparato tanto, sul tennis e su se stessa. “Ho imparato che, sia in campo che fuori, va bene non essere sicuri di se stessi. Per quanto mi riguarda sento di essermi sempre costretta a essere “forte” o cose così. Penso che, se non ti senti bene, va bene non sentirsi bene. Ma devi guardare dentro di te e cercare di capire perché. È quello che ho fatto durante la quarantena prima degli US Open l’anno scorso ed è quello che ho fatto anche qui quando ero in quarantena.”

In tutti questi anni molte persone non le hanno fatto mancare sostegno e incoraggiamento. In primis il suo team, ovvero la sua seconda famiglia, come Osaka spesso ama dire, ma anche la sua famiglia vera e propria. In particolare, sua madre è sempre pronta a strapparle un sorriso e anche a dispensare consigli “tecnici”. “Mia mamma è buffa. Ogni volta che gioco un match mi dice di mettere semplicemente più palle in campo. Per lei la soluzione per vincere è mettere la palla in campo. Non le interessano cose come il ritmo o altro.” Sarebbe dunque soddisfatta della partita di oggi? “Penso che sia genuinamente contenta che io abbia vinto. È difficile accontentarla“, commenta ridendo Naomi.

Con quella odierna, le vittorie consecutive di Osaka diventano ventuno. L’ultima risale ormai a un anno fa in Fed Cup, ma Naomi non è certo convinta di essere imbattibile, né ha tantomeno dimenticato il sapore amaro della sconfitta. Anzi, probabilmente è proprio quel ricordo, lontano eppure non sbiadito, a spronarla. “Non mi aspetto di vincere tutte le partite quest’anno. Sicuramente dovrebbero darmi una medaglia se le vincessi tutte, ma non credo sia possibile. Tutti i tennisti vivono di alti e bassi, spero solo che i miei alti e bassi siano meno drastici quest’anno. Ricordo molto bene cosa si prova a perdere un match. Ricordo quando mi è successo qui e cosa mi passava per la testa in quel momento. In realtà mi rende triste ancora oggi, quindi è un ricordo piuttosto persistente.”

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