Baghdatis verso l'addio: "Ho un solo rimpianto, vorrei non aver rotto quelle racchette"

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Baghdatis verso l’addio: “Ho un solo rimpianto, vorrei non aver rotto quelle racchette”

LONDRA – Da Cipro al grande tennis, quindici anni pieni di battaglie e di infortuni. “Sono grato per ciò che ho avuto”. A Wimbledon l’ultimo match potrebbe essere contro un tennista italiano

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Marcos Baghdatis - Wimbledon 2018 (foto Roberto Dell'Olivo)

La settimana che precede Wimbledon è piena di un trambusto silenzioso, come quello degli insetti attorno ai fiori. Ha un significato diverso per ogni giocatore e quest’anno ne ha uno particolare per Marcos Baghdatis, seduto a un tavolino da bar in marmo in uno degli angoli in ombra del vasto Hurlingham Club. Trentaquattrenne da pochi giorni, ha scelto l’esibizione del circolo nel cuore di Fulham per preparare quello che sarà l’ultimo torneo della sua carriera da tennista.

“La mia testa gira da una settimana. Ho provato tantissime emozioni, prima dell’annuncio, dopo l’annuncio…” racconta con un sorriso cordiale. “È dura, o forse non è la parola giusta ma insomma, è strano sapere che lunedì o martedì forse giocherò il mio ultimo incontro di tennis. Però per un certo verso non vedo l’ora, perché è una decisione che ho preso io e sono molto entusiasta della vita che mi attenderà dopo”. Molti si aspettavano che Baghdatis avrebbe dato l’addio in Australia, dove nel 2006 raggiunse la sua unica finale Slam, ma con Wimbledon il cipriota ha un legame personale ancora più antico. “È il primo torneo che ho visto in televisione quando ero bambino, la finale tra Agassi e Ivanisevic, nel 1992. E poi non c’è posto migliore, è la storia di questo sport. Sono molto grato della wild card.

Una mezz’ora prima Baghdatis ha dimostrato di poterla convertire in un addio dignitoso, battendo in due set Felix Auger-Aliassime che ora si allena a pochi passi di distanza, circondato dal suo staff e da un paio di fotografi. “È un giocatore incredibile” dice di lui, su qualsiasi altra superficie mi avrebbe lasciato quattro game. L’erba in effetti continua a premiare gli esperti: lo hanno dimostrato da pochi giorni Feliciano Lopez e Roger Federer, due tra i pochi ancora in giro ad essere già nel tennis quando un ragazzone con lo chignon comparve sui radar agli inizi degli anni duemila. “Da allora è cambiato tutto: palle, racchette, campi, tecnologia, medicina”. Baghdatis però non si lascia andare alla nostalgia dei tempi andati. “Come esseri umani cambiamo, ci evolviamo. Che telefoni usavamo quindici anni fa? Il tennis si è evoluto perché lo ha fatto anche la vita. Alcuni hanno saputo adattarsi, altri no, la differenza è quella”.

 

Il Baghdatis migliore ballò una sola stagione, quella del 2006: raggiunse la finale a Melbourne, la semifinale a Wimbledon, e vinse anche il primo degli appena quattro titoli della sua bacheca, raggiungendo la posizione numero 8 del ranking mondiale. Pur rimanendo in top 100 consecutivamente per oltre un decennio, non riuscì più a ripetere quei risultati. “Di sicuro avrei voluto fare meglio, e avrei potuto fare meglio. Tutti al mondo possono. Ma penso che la cosa più importante sia fare delle scelte. Io ho preso tutte le decisioni nella mia carriera, alcune sono andate benissimo, altre non così tanto, ma non posso che essere grato per ciò che ho avuto. Sono stato nel tour per quindici, sedici anni ed è stata un’avventura stupenda”.

Marcos Baghdatis – Indian Wells 2018(foto via Twitter, @BNPPARIBASOPEN)

C’è stato un solo, vero, grande limite per Baghdatis: il fisico. Schiena, anca, gambe, braccia, caviglie, piedi, dita, nessuna parte del corpo lo ha lasciato in pace. “Ho iniziato presto ad avere tutti questi problemi. A un certo punto avevo perso fiducia, cercavo altri modi per essere contento perché non riuscivo a esserlo col tennis. La felicità la ha trovata nella famiglia, che menziona spesso con grande orgoglio e con la quale ora intende passare più tempo possibile, senza più dover volare da un posto all’altro ogni settimana. Sposato con la collega croata Karolina Sprem, ha due figlie ed è in attesa di un terzo bambino. “Quando mi sono sposato e ho messo su famiglia le mie priorità sono cambiate. La mia vita è andata così, ma non rimpiango nulla. Poi si ferma un attimo e ci ripensa: una cosa c’è.Vorrei non aver rotto quelle quattro racchette agli Australian Open, perché non è l’immagine che volevo dare di me ai ragazzi che guardano il tennis e mi seguono”.

Dal pubblico però è anche arrivata la gioia più grande. “Se la scorsa settimana mi avessi chiesto quale è stato il momento più bello della mia carriera, probabilmente avrei risposto la vittoria contro Federer a Indian Wells. Ma in realtà la sensazione migliore la ho avuta un paio di giorni fa, quando mi sono arrivati tutti i messaggi dei fan. Non pensavo di aver lasciato così tanto, non tanto come tennista quanto come persona. Hanno visto qualcosa nella mia personalità, nel mio sorriso. Penso sia il regalo migliore che un atleta possa ricevere, lasciare qualcosa al proprio sport. Anche molti altri tennisti hanno mostrato il loro affetto a Baghdatis, in pubblico o in privato. “Djokovic mi ha scritto qualcosa di bellissimo, mi ha fatto sentire tutto il calore del suo affetto”.

Baghdatis ha ottenuto una fama impensabile per un atleta proveniente da una nazione così piccola, isolata, povera di mezzi e priva di tradizione tennistica come Cipro. Per inseguire il suo sogno dovette lasciare l’isola a quattordici anni, approfittando di un programma di sviluppo olimpico che lo finanziò permettendogli di andare ad allenarsi all’accademia di Patrick Mouratoglou a Parigi. Lui però ha sempre mantenuto fedeltà alla sua bandiera, fino a raggiungere il record assoluto di vittorie consecutive in Coppa Davis (36). “Mi era stato chiesto di cambiare nazionalità” rivela, “ma non lo avrei mai potuto fare, per nessuna cifra. È ciò che sono, è il posto da cui provengo. Quando partii da ragazzino dovetti lasciare la famiglia e gli amici, e penso che se avessi cambiato nazionalità avrei ferito tutte quelle persone che avevano fatto così tanto per me“.

A Cipro è però tuttora in vigore la leva obbligatoria, dalla quale Baghdatis ha ottenuto soltanto una esenzione temporanea. Secondo la legge, quando la prima delle sue figlie sarà maggiorenne potrebbe essere chiamato a svolgere il servizio militare. “Se arriverà la lettera vedrò cosa fare. Alla mia età non mi sembrerebbe molto naturale andare nell’esercito per sedici mesi. Però sì, sarebbe una bella storia da raccontare. Piuttosto che marciare e sparare, per la sua patria preferirebbe sviluppare qualcosa di relativo al tennis: “Ho dei progetti nella mia città, mi piacerebbe rimanere coinvolto nello sport. Però è una decisione che prenderò a settembre o a ottobre, ora voglio solo godermi un po’ la vita domestica”.

Marcos Baghdatis – Australian Open 2016

La figlia maggiore non ha voluto saperne di seguire le impronte dei genitori, racconta Baghdatis con una risata. Lui però negli ultimi anni ha avuto il modo di parlare spesso con Stefanos Tsitsipas, diventando una delle poche figure di riferimento per il giovane greco nel circuito ATP. “È praticamente mio connazionale, condividiamo la stessa cultura, sono felice di dargli qualunque consiglio che venga dalla mia esperienza. Ho un ottimo rapporto col padre, tutti dicono che è molto esigente ma credo che voglia semplicemente tutto il meglio per suo figlio, e sta facendo un ottimo lavoro”. Se in futuro lo chiamassero a lavorare nel team accetterebbe, ne è certo.

Prima di tutto questo però c’è almeno un incontro da giocare, tra qualche giorno a Wimbledon. Baghdatis per un soffio non concluse la carriera di Andre Agassi, cedendo allo statunitense un’ultima, epica vittoria oggi immortalata nel primo capitolo della sua splendida autobiografia. “Non ho pensato a chi vorrei affrontare io nel mio ultimo match. Mi piacerebbe chiudere su un campo importante aveva detto prima del sorteggio. In finale, magari, vincendo, si era scherzato. L’urna non gli ha voluto dare una mano, neanche dopo il ritiro di Coric che ha modificato il suo avversario di primo turno: Marcos esordirà contro il lucky loser canadese Brayden Schnur, per affrontare eventualmente Berrettini al secondo turno e Schwartzman al terzo. Nessun nome in odore di centre court. “In fondo chiedermi contro chi voglio finire la carriera vuol dire chiedermi contro chi voglio perdere, e a questo punto non ha davvero importanza. Farò del mio meglio e spero che vada tutto bene”. Nell’Odissea di Marcos Baghdatis manca ancora una battaglia, prima del ritorno a casa.

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Panatta: “I tornei che hanno tradizione vanno tutelati, Federer se ne farà una ragione”

Adriano Panatta, intervistato da ‘La Stampa’, approva lo spostamento del Roland Garros. Per Roma invece “ottobre va benissimo”. E su Federer dice: “Mi sta simpatico ma non possiamo andare dietro a lui”

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I canali social ci permettono di tenerci aggiornati su ogni passo – anche quando non si muovono da casa – di tutti i campioni di nuova generazione, ma quando si vuole sapere come se la passano le vecchie glorie è la carta stampata che corre in aiuto. In questo caso si tratta proprio del quotidiano ‘La Stampa’ che il 26 marzo ha pubblicato un’intervista realizzata da Stefano Semeraro ad Adriano Panatta: la domanda di apertura non poteva non essere sull’emergenza Coronavirus. “Sto in casa, non mi muovo, esco una volta alla settimana per fare la spesa. Basta” ha fatto sapere l’ex tennista romano che ora si trova a Treviso, dove ha da poco aperto un nuovo centro tennis.

Lo sport tuttavia in questo momento passa in secondo piano. “È l’ultimo dei problemi. In questo isolamento forzato però si ha più tempo per cose che di solito trascuriamo. Ad esempio pensare: a quello che potrei fare, a quello che ti impediranno di fare dopo. Le preoccupazioni sono tante. Paragonano questo momento al dopoguerra, cioè il periodo in cui l’Italia, fino al boom degli anni ’60, ha dato il meglio. Speriamo si ripeta quel fenomeno. Speriamo che i nostri governanti abbiano capito che le priorità devono essere diverse”.

Iniziando poi a parlare di tennis, Adriano non nasconde affatto il suo disinnamoramento per questo sport, o quanto meno per il suo aspetto organizzativo. “Non mi piace per niente. Tutto quanto è pensato per i grandi gruppi, che ormai fanno il bello e il cattivo tempo. […] Vogliono lo spettacolo ma lo sport è fatto anche di altre cose“. Sulla decisione di spostare il Roland Garros a settembre si è detto d’accordo, adducendo come motivazione la storia centenaria del torneo: Fine settembre è una collocazione giusta anche se per i giocatori passare dal cemento alla terra battuta è un piccolo problema. Io lo avrei spostato anche una settimana più tardi“. E la concomitanza con la Laver Cup sponsorizzata da Federer non gli appare affatto un problema. Federer mi sta anche simpatico ma si è fatto una società per conto suo, se ne farà una ragione. Non possiamo andare dietro a lui“. Un pensiero decisamente in contrasto con chi vede il campione svizzero come il principale traino del movimento tennis mondiale.

 

La situazione romana per lui è invece di più facile soluzione e non sembra contemplare un cambio di sede. Gli Internazionali “vanno recuperati. Ottobre va benissimo, anche dopo Parigi. Ha presente le famose ottobrate romane? A Roma maggio come clima non è meglio di ottobre, anzi”. E da questo tema parte una richiesta diretta al presidente dell’ATP:Faccio un appello ad Andrea Gaudenzi. Non gli chiedo da italiano di favorire l’Europa, ma le istituzioni del tennis hanno il dovere di salvaguardare i grandi tornei che hanno tradizione. Giocare a Phoenix, Arizona, non è più importante che giocare a Roma. Bisogna che tutti se lo mettano in testa”. Affermazioni non troppo dissimili da quelle fatte qualche giorno fa dall’ex tennista francese Benneteau.

Conclude infine prima con una nota seria e poi con un augurio per il futuro. Quando gli viene fatto notare che i tennisti di secondo piano soffrono economicamente per il blocco, lui ammette schiettamente: “Mi dispiace. Ma sono più preoccupato dell’operaio della Finsider”. Mentre una volta che la vita sarà tornata alla normalità, “speriamo di riuscire a fare un po’ di ironia anche su questa brutta cosa. L’ironia batte tutto“. E lui anche in questo campo se ne intende parecchio.

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La fame di vittoria di Sinner: “Le NextGen sono state solo l’inizio”

Il sito dell’ATP dedica un articolo alla grande promessa del nostro tennis, coinvolgendo anche coach Piatti e Claudio Pistolesi. “Jannik adora il tennis. Preferisce riguardarsi un Fedal che andare al cinema”

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Milano, città in questi giorni purtroppo sconvolta dal ciclone coronavirus, ha un significato particolare per Jannik Sinner. Come tutti gli appassionati di tennis italiani e non solo ricordano, nel capoluogo lombardo, pochi mesi fa, il 18enne altoatesino si è consacrato vincendo le NextGen Finals, di fronte al festoso pubblico del Palalido. Ma forse in tanti ignorano che a Milano, poco più che bambino, Jannik fu notato per la prima volta da Riccardo Piatti, il suo mentore e attuale coach. “Ero lì per un torneo e l’ho visto perdere 6-1 6-2”, ha raccontato Piatti all’ATP, in un articolo completamente dedicato a Sinner. “Ma era l’unico ragazzino che provava a modificare il proprio gioco. Aveva un’attitudine vincente. Non metteva solo la palla dall’altra parte della rete e sperava che le cose andassero bene. Era calmo e riusciva bene a controllare le proprie emozioni. Colpiva la palla in maniera pulita ma con poca potenza”.

E lo stesso Sinner si ricorda di com’era quando a soli 13 anni ha lasciato le montagne di San Candido per il mare di Bordighera, sede dell’accademia di Piatti. “Non ho mai dubitato di poter diventare un buon giocatore di tennis perché sono uno che lavora tanto. Ma ero più magro e basso di quanto non sono ora”, ha rivelato Jannik che all’epoca viveva a casa di uno dei coach del centro creato da Piatti, Luka Cviektovic, che aveva dei figli più o meno della stessa età. “Giocavo in maniera aggressiva all’inizio ma a volte non avevo abbastanza fiducia nel mio gioco. Nel tennis si possono vincere delle partite o un intero torneo ma puoi anche perdere tre o quattro volte consecutive al primo turno”. Un ragazzino con grandi potenzialità ma pur sempre un ragazzino, sia dal punto di vista fisico che mentale. 

Ma se è impossibile, oltreché opportuno, forzare il processo di maturazione del corpo di un giovane atleta, è possibile, e a volte proficuo, velocizzare il processo di maturazione mentale. Come si fa nel tennis? Ad esempio saltando praticamente a piè pari i tornei junior, in cui si affrontano avversari magari di eguale talento ma anche di eguali insicurezze, e buttandolo nella mischia dei tornei professionistici, in cui chi sta dalla parte della rete è lì per guadagnarsi da vivere, punto dopo punto. Sinner ha così cominciato dai Futures, il primo gradino della lunga scala del tennis, a inizio 2018, quando aveva appena 16 anni. “La decisione di provare subito a misurarsi con tennisti più esperti è stata mia”, ha raccontato. “Ho sicuramente percorso una strada più difficile, ma mi è servita per riuscire a gestire la pressione che metto su me stesso. Pensi di dover vincere ogni match o punto e poi finisci per strafare. Dovevo capire che in realtà è un lungo processo di apprendimento”.

 

Ma la risposta riguardo alla paternità di questa scelta non convince appieno. La lunga mano di Piatti nel suo percorso è evidente. Il 61enne guru del tennis di Como, in passato sulle panchine di tennisti del calibro di Ljubicic, Raonic e Gasquet, è stato il vero deus ex machina dietro la rapida maturazione di Sinner. L’obiettivo è sempre stato, un po’ come con un computer, metterlo di fronte a problemi molto complessi, e vedere come riusciva a risolvere i problemi.

Un processo educativo, oltreché tennistico, che non ha ammesso scorciatoie e nel quale lo stesso Piatti non si è mai lasciato andare a trionfalismi quando Jannik cominciava ad ottenere risultati di rilievo. “Abbiamo cominciato con i Futures e poi siamo passati ai Challenger. Si è sorpreso lui stesso del suo livello. Quando ha cominciato a battere giocatori più forti di lui, ha capito quanto fosse forte e che non c’era nulla di cui sorprendersi. Quando ha vinto Bergamo gli ho detto: ‘molto bravo ma il tuo avversario non era un granché. Tu eri più forte di lui e ora dobbiamo trovarti gente più forte contro la quale misurarti’, ha sottolineato, non facendo un grande complimento a Roberto Marcora che peraltro ha successivamente circa 100 posizioni in un anno. “Con lui la questione è sempre stata trovargli avversari più vecchi per capire se potesse trovare le soluzioni. Gli volevo far capire che agli avversari non gliene frega niente di chi è lui”. 

Jannik Sinner – ATP Challenger Bergamo 2019 (foto Felice Calabrò)

Ed è stata però proprio quella vittoria all’inizio della scorsa stagione, curiosamente in un’altra città lombarda, a far crescere enormemente la consapevolezza di Jannik nei propri mezzi. E insieme alla fiducia sono arrivati anche le vittorie sul tour maggiore. Il prodigio altoatesino, al battesimo al Foro Italico, ha vinto il suo primo match contro l’americano Steve Johnson. Solo qualche mese più tardi Sinner si ritrovava nella semifinale di un 250 ad Anversa grazie a scalpi di prestigio come quello su Monfils. “Cerco sempre di alzare l’asticella, per capire se sono bravo a battere avversari di diverso livello: Futures, Challenger e, più di recente, circuito maggiore. Si tratta di andare in campo ed eseguire il mio schema di gioco: fare quello che voglio io invece di lasciare che la partita sia dettata da altri”, ha affermato. “Vincere il titolo a Bergamo all’inizio del 2019 è stato un incentivo a migliorare ancora. Quando ho battuto Monfils ad Anversa ad ottobre, ho capito quando strada potessi fare”. 

Poca in realtà, in termini di chilometri, per ritornare a Milano, sede dal 2017 delle Next Gen ATP Finals, il torneo riservato ai migliori otto Under 21 al mondo. Al Palalido mancavano i canadesi Felix Auger-Aliassime e Denis Shapovalov, che sarebbero state le prime due teste di serie. Ma comunque Sinner si trovava di fronte avversari di talento e molto più navigati di lui come Alex De Minaur e Frances Tiafoe, due che ad esempio già avevano vinto un titolo ATP in carriera. Eppure, nonostante non partisse come favorito sulla carta e dovesse reggere anche le aspettative del pubblico di casa, venuto a frotte per ammirare quello che veniva descritto come il più grande talento del tennis azzurro da molti anni a questa parte, Sinner ha trionfato. E lo ha fatto con grande autorità, sconfiggendo nettamente De Minaur in finale.  “Ero contento per essere riuscito a reggere la pressione di vincere in casa a Milano ma ho anche capito che volevo provare questa sensazione ancora e ancora”, ha proseguito Jannik. E speriamo che ci riesca. 

Le premesse ci sono tutte. Il ragazzo ha decisamente la testa sulle spalle, tanta ambizione e un amore esagerato il tennis. “Jannik adora questo sport. Mi piace il mio lavoro e per questo lo faccio da quarant’anni. Lui è come me. Ama il tennis, vuole migliorare e dà il massimo per riuscirci. Guarda un sacco di partite, si allena molto, e non perché è obbligato a farlo. Perché sa quello che vuole. Non è difficile dedicare la propria vita per uno o due anni, ma io dico a Jannik che deve dedicare la sua vita a questo sport per 15 anni”, ha spiegato coach Piatti, con quel misto di severità necessaria affinché il ragazzo non si monti la testa e orgoglio per gli straordinari risultati già conseguiti. “Ora ha una personalità forte. Al contrario di molti giocatori che ho allenato, gli posso parlare apertamente 30 minuti dopo una sconfitta invece di aspettare il giorno successivo. Non si distrae e preferisce ad esempio riguardarsi i match di Federer e Nadal piuttosto che andare al cinema”. Insomma, la vita di Jannik gira totalmente attorno ad una racchetta e una pallina gialla. 

Riccardo Piatti (foto Gabriele Lupo)

Ma per riuscire ad imporsi ai vertici del tennis mondiale non basta essere la persona giusta, serve anche circondarsi delle persone giuste. Secondo Claudio Pistolesi, altro allenatore italiano di fama mondiale ed ex n.1 del ranking Junior a metà degli anni Ottanta, Sinner è in ottime mani da questo punto di vista, a contrario di diversi tennisti azzurri del recente passato. “Piatti e l’accademica possono proteggere Jannik dagli errori che sono stati commessi nello sviluppo di altri giocatori italiani”, ha sostenuto Pistolesi, che pure è stato allenato dal coach lombardo ad inizio carriera, non nascondendo una critica nei confronti dell’operato della Federtennis da questo punto di vista. “Piatti è un grande mentore e può usare il suo network per preparare al meglio Jannik. In questo momento lui deve dare la priorità alla sua carriera e ad avere attorno un grande team”. 

Insomma, il processo va avanti. Non facendosi condizionare dai successi di fine 2019, così come da qualche piccolo incidente di percorso nel primo scorcio di 2020. L’orizzonte temporale è molto più lungo di così. “Il dottore ha detto che crescerà ancora di circa quattro centimetri. Deve allenarsi e giocare ma non dobbiamo esagerare e portarlo al limite. Quando avrà 22-23 anni sarà pronto”, ha detto Piatti. E se già ora è in grado di misurarsi alla pari con praticamente tutti i tennisti del mondo non vediamo l’ora di sapere cosa sarà in grado di fare allora. Quando sarà pronto. A quel punto potrebbero essere gli altri a non essere pronti per lui. 

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Il sogno di Shapovalov: “Ispirare i ragazzini a giocare a tennis in Canada”

Il n.16 del mondo viene da una famiglia di tennisti. Ma sa che nonostante i suoi successi, c’è ancora tanto da fare per il tennis canadese. E sostiene: “il mio unico obiettivo è migliorare ogni giorno”

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Come per tanti altri giocatori del circuito ATP, anche per Denis Shapovalov il tennis è sempre stato una cosa di famiglia. La madre Tessa è stata una giocatrice professionista negli anni Novanta, rappresentando la Russia. Terminata l’attività agonistica, è finita ad insegnare tennis al Richmond Hill Tennis Country Club di Toronto, la città più popolosa del Canada. 

La racchetta da tennis è finita ben presto nelle mani del figlio maggiore Evgeny, del quale mamma Tessa è diventata la prima allenatrice. Mentre loro si allenavano, anche il fratello più piccolo, un po’ per spirito di emulazione, cominciava già a dimostrare per lo sport. “Quando lui (Evgeny) lavorava con mia mamma, cercavo di correre in campo e disturbarli. Volevo colpire la palla. All’inizio andava bene perché non la colpivo. Poi ho cominciato a prenderci e così mia mamma ha deciso che era il momento di iniziare a giocare, se volevo”, ha raccontato il n.16 del ranking mondiale al sito della ATP. 

Questo però non significa che la strada sia stata facile per lui. Fin da bambino, Shapovalov ha dovuto fare grandi sacrifici per inseguire il suo sogno diventare un grande tennista. Mentre gli altri bambini, una volta finita la scuola, si rilassavano e giocavano, lui si allenava. “Non ho avuto un’infanzia normale”, ha proseguito. “Mi ricordo che mi svegliavo alle 5-6 del mattino per allenarmi prima della scuola. Altre volte mi sono allenato fino alle 10-11 di sera. Volevo migliorare, cercare di dare il massimo. Ricordo di aver pianto alcune volte sul campo da tennis”. 

 

Ma non era il solo a fare sacrifici. Insieme a lui c’era anche la famiglia, inclusa ovviamente mamma Tessa, a supportarlo finanziariamente oltre che dal punto di vista tecnico. È stata dure anche per loro. “I miei genitori hanno fatti grandi sforzi perché hanno fatto tutto da soli. Non abbiamo ricevuto nessun aiuto quindi tutti i soldi li abbiamo messi noi”, ha sottolineato. “Ad un certo punto ci siamo chiesti se fosse la scelta giusta perché viaggiavamo e non ci potevamo permettere più di partecipare ad altri tornei. Ma io ho sempre creduto nella mia famiglia e la mia famiglia ha sempre creduto in me”.

Non c’è da stupirsi che la famiglia Shapovalov abbia ricevuto poco sostegno. Il Canada non è mai stato un paese dalla grande tradizione tennistica. Ora però si trova con una batteria di giovani talenti che tutti invidiano. Denis e Felix Auger-Aliassime, a rispettivamente 20 e 19 anni, sono già nell’élite del circuito ATP e insieme (anche a Vasek Pospisil) hanno trascinato il team canadese alla finale di Davis. Al femminile, la classe 2000 Bianca Andreescu ha conquistato il suo primo Slam agli ultimi US Open.

Nonostante ciò, Shapovalov sa che il tennis in Canada è ancora uno sport minore e che tanti ragazzini preferiscono magari giocare a hockey. “Vorrei usare il mio gioco per ispirare più bambini che non hanno ricevuto supporto a non mollare e che è possibile farcela se ci si crede e si lavora duro”, ha proseguito. “Spero di poter ispirare una giovane generazione di canadesi a prendere in mano la racchetta e credere che possono diventare dei giocatori di tennis rimanendo a vivere nel loro paese”.

Oltre a pensare agli altri, Shapovalov ha ben chiari anche i suoi obbiettivi. Dopo una deludente parte centrale di stagione, con l’arrivo di Mikahil Youzhny in panchina, il biondino nato a Tel Aviv ha risalito la china, vinto il suo primo torneo sul circuito maggiore in carriera a Stoccolma e centrato la prima finale in un Masters 1000 a Parigi Bercy. L’inizio di 2020 è stato di nuovo poco brillante, a dimostrare che la strada verso la continuità è ancora lunga. Ma va percorsa giorno dopo giorno.

“Quando mi sveglio il mio unico obbiettivo è migliorare. Cercare di crescere come persona e giocatore”, ha concluso. “Mi voglio godere la mia carriera. Non mi devo più preoccupare dei soldi o se vinco un match in più o in meno. Vado in campo per divertirmi e per mostrare quello che so fare”. Quel bambino che si divertiva a disturbare le lezioni di mamma Tessa è cresciuto ma ha ancora voglia di giocare. 

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