C'era una volta la Russia - Pagina 2 di 4

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C’era una volta la Russia

A quindici anni dalle vittorie negli Slam di Myskina, Sharapova e Kuznetsova, il tennis femminile russo rischia di segnare uno storico record negativo agli US Open 2019

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Elena Dementieva e Svetlana Kuznetsova - US Open 2004

Prima, banale considerazione per spiegare l’attuale condizione del tennis russo: nessuna nazione riesce a stare costantemente ai vertici, senza attraversare alti e bassi, soprattutto in sport molto diffusi nel mondo, con tanti paesi in grado di proporre concorrenti ad alto livello. In parte è quindi fisiologico che a fasi molto positive ne seguano altre meno buone.

Nel caso della Russia si possono però identificare cause che hanno determinato prima la grande espansione e oggi le difficoltà. Le giocatrici emerse nei primi anni del 2000 erano il frutto di una precisa politica della federazione: grazie all’attenzione verso il tennis voluta da Boris Eltsin in persona, era nato un sistema di reclutamento e formazione tecnica con notevoli mezzi finanziari, che andavano in aiuto ai club e alle giocatrici.

C’erano quindi condizioni favorevoli per sostenere la cruciale fase di formazione, quella che richiede alle adolescenti viaggi e spostamenti, anche molto impegnativi, senza alcun ritorno economico immediato. Il fatto poi di essere cresciute con più nomi di valore contemporaneamente, ha avuto un doppio effetto positivo. Primo: la pressione di media e appassionati del paese non si è concentrata su una sola giocatrice, rendendo quindi meno stressante il processo di crescita e affermazione.

 

Secondo: fra le russe di quella generazione si era creato spirito di squadra. Mi rendo contro che parlare di spirito di squadra nel tennis sembra in contraddizione con la natura profondamente individualista di questo sport, ma ci sono molti indicatori che dimostrano come spesso all’interno della stessa nazione si formino nuclei di più tennisti che si stimolano a vicenda generando un virtuoso meccanismo di emulazione. Ce lo dicono i risultati, ma sono confermati anche dalle testimonianze dei protagonisti. Ne avevo parlato qualche anno fa in un articolo, intitolato “La WTA delle nazioni”.

Quando si trovano tenniste di talento nella stessa nazione che cominciano a misurarsi fra di loro, spesso finiscono per spingersi verso l’alto a vicenda. Tanti paesi hanno avuto nuove Top 10 a pochi mesi di distanza l’una dalla altra. Il Belgio con Henin e Clijsters nel 2001, la Serbia con Jankovic e Ivanovic nel 2007, l’Italia con Pennetta e Schiavone nel 2009-10, la Spagna con Suarez Navarro e Muguruza nel 2015, la Svizzera con Bencic e Bacsinszky nel 2016, la Francia con Mladenovic e Garcia nel 2017.

Tutte hanno in comune l’essere entrate per la prima volta in Top 10 a distanza di pochi mesi l’una dall’altra, dopo anni di “astinenza” nazionale, se non addirittura per la prima volta in assoluto per quel paese. Troppe situazioni simili per essere solo frutto del caso. E questi sono solo gli ingressi in Top 10, perché se abbassiamo un po’ l’asticella troviamo casi di altre nazioni con giocatrici cresciute contemporaneamente come Cina, Germania, Ucraina, Romania, Gran Bretagna.

E perché questo meccanismo si inneschi non è sempre indispensabile la stretta vicinanza fisica tra protagoniste, conta piuttosto uno spirito di appartenenza comune che innesca il meccanismo della emulazione. Per esempio: Sharapova è una tennista di formazione tecnica statunitense, ma non ha mai voluto cambiare nazionalità, anche quando probabilmente avrebbe avuto vantaggi economici dall’acquisire un nuovo passaporto. Si è sempre sentita russa, indipendentemente dalla sua residenza. Le russe erano in qualche modo una squadra con sentimenti comuni. Come abbiamo visto, nel 2004 Petrova, Kuznetsova, Sharapova e Zvonareva erano entrate per la prima volta in Top 10 a distanza di poche settimana una dall’altra.

In seguito, sull’onda di inizio millennio, in Russia si sarebbe consolidato un movimento così forte da essere capace di reggere anche alla assenza di finanziamenti degli anni successivi: molte giocatrici erano ormai professioniste affermate con una attività ampiamente in attivo. Il cambiamento avrebbe però inciso a medio termine, sulle generazioni successive.

Dopo l’era Eltsin (morto nel 2007) erano infatti stati chiusi i rubinetti statali e i club e le giocatrici avevano dovuto procedere con pochissimi aiuti economici. Ci ricordiamo per esempio come per mancanza di un premio in denaro la Russia si era presentata in finale di Fed Cup 2013 contro l’Italia con giocatrici fuori dalle prime cento, dato che tutte le più forti avevano rinunciato a rispondere a una convocazione non remunerata. Era il sintomo di una situazione di difficoltà che sarebbe emersa in modo più evidente in seguito.

Senza più una federazione in grado di aiutare come prima, ogni giocatrice ha dovuto cercare la propria strada in modo autonomo. Posso sbagliare, ma la mia interpretazione è che negli ultimi anni sia venuto a mancare anche lo spirito di squadra: ogni tennista è un nucleo a sé, e dunque non può prodursi lo spirito di emulazione.

Non solo: la mancanza di aiuti finanziari ha anche favorito i cambi di nazionalità con casi come quelli di Putintseva o Rybakina passate al Kazakistan, oppure di Rodionova e Gavrilova verso l’Australia. Paradossalmente in questo momento le due più forti giocatrici nate da genitori russi, sono statunitensi: mi riferisco a due giovani come Anisimova (numero 24 del ranking) nata in New Jersey e Kenin (numero 22) nata invece a Mosca.
E la attuale numero 2 di Russia Alexandrova risiede da circa dieci anni a Praga, e anche lei ha valutato l’ipotesi di cambiare nazionalità, passando appunto alla Repubblica Ceca.

a pagina 3: Le attuali Top 100 russe

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Karolina Muchova, talento inatteso

Chi è la giocatrice ceca che si è messa in luce a Wimbledon grazie a un tennis particolarmente creativo e brillante

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Karolina Muchova - Wimbledon 2019 (via Twitter, @wimbledon)

Wimbledon 2019 ha portato alla ribalta nuove giocatrici, che sui prati di Londra si sono fatte conoscere al mondo per la prima volta. Se ragioniamo in termini di spazio sui media e di affermazione popolare, il primo nome da fare è quello Cori Gauff. Giovanissima e attesa dagli addetti ai lavori, ha però compiuto il salto di qualità verso il grande pubblico proprio nell’ultimo Slam.

Se però consideriamo i puri risultati, chi si è spinta più avanti ai Championships è stata Karolina Muchova. Esordiente assoluta a Londra, è stata capace di arrivare sino ai quarti di finale e con questo risultato ha eguagliato il primato di Li Na come migliore debuttante a Wimbledon degli ultimi anni.
Nella edizione del 2006, infatti, al primo impegno a Londra Li Na era stata eliminata nei quarti da Kim Clijsters. Va detto però che la futura stella della Cina partiva da una situazione differente: Li Na aveva già sfondato ad alto livello nel 2005 e si era presentata a Wimbledon nel 2006 da testa di serie numero 27. Muchova invece al via del torneo 2019 non era testa di serie ma la semplice numero 68 del ranking, fra l’altro dopo essere appena entrata in Top 100.

Ceca nata a Olomuc, città della Moravia a metà strada fra Brno e Ostrava, Muchova è l’ennesima scoperta di una scuola tennistica che nell’ultimo decennio continua a proporre tenniste di talento. E se per il momento solo Petra Kvitova è riuscita a conquistare Slam, Karolina Pliskova è stata però capace di arrivare sino al numero 1 del mondo, mentre la squadra di Fed Cup ha instaurato una egemonia, con sei vittorie nelle ultime otto edizioni della manifestazione.
In questo periodo di continui successi, sembra che la squadra ceca riesca a trovare ricambi e alternative senza soluzione di continuità. E così se agli Australian Open 2019 era stata Petra Kvitova ad arrivare in finale, nello Slam successivo l’impresa è riuscita a Marketa Vondrousova. Terzo Slam in Inghilterra e ancora differenti nomi cechi: Karolina Muchova ai quarti e Barbora Strycova in semifinale.

 

In un quadro nazionale così ricco di risorse, Muchova si è affacciata negli ultimi mesi come una outsider, che ha seguito percorsi di crescita meno usuali rispetto alle giocatrici di primissima fascia. Karolina infatti compirà 23 anni fra pochi giorni (è nata il 21 agosto 1996), ma non ha avuto una attività da junior significativa: appena sei tornei in totale disputati, di cui cinque in patria e uno in Slovacchia, tutti senza particolari risultati. L’esperienza più importante la vive nel 2012 quando si iscrive ai Campionati indoor della Repubblica Ceca. Risultato: viene eliminata al primo turno delle qualificazioni. Il torneo di quell’anno, che ha come testa di serie numero 1 Elise Mertens, lo conquista invece una predestinata come Belinda Bencic (in finale su Kudermetova).

Senza un particolare curriculum junior alle spalle, Muchova inizia la trafila negli ITF. Segno che ha comunque una certa fiducia nei propri mezzi; forse perché in famiglia sono abituati a considerare lo sport come elemento fondamentale della vita, visto che il padre di Karolina è l’ex calciatore del Sigma Olomouc Josef Mucha, che dopo aver chiuso nel 2004 la carriera di calciatore ha intrapreso quella di allenatore, arrivando anche a guidare squadre della serie A ceca. È lui che fa provare alla figlia diversi sport. Prima di privilegiare il tennis, Muchova frequenta anche la ginnastica, la pallamano e il nuoto sincronizzato.

I primi passi di Karolina nei tornei professionistici la portano a salire con regolarità in classifica. Questo il ranking di fine anno, dal 2014 in poi: numero 733, numero 419, numero 206 al termine del 2016, quando ha compiuto vent’anni. Poi però un infortunio alla mano la obbliga a saltare i primi mesi di attività del 2017, e quando rientra attraversa un periodo di stasi (numero 272 alla fine della stagione).

In pratica per avere una classifica sufficiente a prendere parte con regolarità almeno alle qualificazioni Slam le occorrono circa quattro stagioni. Nel 2018 non riesce a superare le qualificazioni al Roland Garros e a Wimbledon, ma finalmente scavalca la barriera a New York: agli Us Open sconfigge Diatchenko, Paolini e Abanda e in questo modo, a 22 anni compiuti, entra per la prima volta nel tabellone principale di uno Slam.

a pagina 2: Il match contro Muguruza

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Il mondo di Su-Wei Hsieh

Intervista alla inimitabile giocatrice di Taiwan che svela come mai non ha sponsor, perché impugna la racchetta così stranamente, quale è la tensione delle sue corde e tanto altro ancora

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Hsieh Su-Wei - Wimbledon 2018

Hsieh Su-Wei è una giocatrice assolutamente unica: nel panorama attuale nessuna è paragonabile a lei nella interpretazione del tennis. Unica per ragioni tecniche, fisiche e anche tattiche. Probabilmente se Hsieh non esistesse e non ci fossero i suoi match a testimoniarlo, non si crederebbe possibile competere con le più forti del mondo giocando alla sua maniera.

La si cita sempre perché “quadrumane”, vale a dire perché colpisce sia rovescio che dritto a due mani. Ma al di là di come impugna la racchetta, ancora più eccezionale è il suo controllo dei colpi: Su-Wei propone un tennis di continue invenzioni, sviluppate grazie a una precisione di piazzamento della palla e a una sensibilità di tocco tali da permetterle di tenere testa ad avversarie che altrimenti la sovrasterebbero sul piano della forza fisica e della potenza.

Hsieh ha avuto una carriera abbastanza anomala. È una veterana del circuito, visto che è nata il 4 gennaio 1986, e ha raggiunto il best ranking oltre sei anni fa: numero 23 nel febbraio 2013. Eppure allora non si esprimeva ai livelli delle ultime due stagioni. Quel picco di classifica era frutto dei punti raccolti soprattutto in tornei minori, rimanendo però ai margini dei grandi eventi. Del resto fino a tutto il 2013 aveva sconfitto solo due giocatrici fra le prime trenta: Bammer (n°20) nel 2008 e Lepchenko (n°23) nel 2013.

 

Dopo il 2013, Su-Wei attraversa un lungo periodo difficile in singolare, dimostra però le sue qualità di doppista: con due Slam e un Masters vinti in coppia con Peng Shuai, e anche la soddisfazione del numero 1 del mondo di specialità.

La svolta inattesa arriva a trentadue anni compiuti: dagli Australian Open 2018, Hsieh vive una sorprendente seconda fioritura. E questa volta dà il meglio soprattutto negli Slam. A Melbourne sconfigge Muguruza, Radwanska e perde al terzo set una partita eccezionale contro Kerber: nel secondo set arriva a tre punti dalla vittoria, portando Angelique “sull’orlo di una crisi di nervi”.

Nelle conferenze stampa di quel torneo conia una espressione che sintetizza il suo modo di stare in campo: parla di “Su-Wei Style”. Intende così descrivere un approccio al tennis ricco di creatività, di libertà, perfino di improvvisazione; qualità espresse attraverso scelte tanto sorprendenti da essere imprevedibili, anche perché ottenute con una meccanica esecutiva tanto particolare da rendere impossibile prevedere la direzione dei colpi.

Qualche mese dopo, a Wimbledon 2018, sconfigge Simona Halep, che in quel momento è la numero 1 del mondo e la fresca campionessa del Roland Garros. Un’altra partita memorabile, anche per la speciale connessione che costruisce con il pubblico del Centre Court, del quale diventa una beniamina.

Nel 2019 Hsieh torna protagonista in Australia, dove è sconfitta dalla futura campionessa Naomi Osaka in tre set, dopo aver condotto per 7-5, 4-1. E qualche settimana dopo arriva in semifinale nel Premier 5 di Dubai. Infine a Wimbledon 2019 dà vita a un match di grande qualità contro la testa di serie numero 3 Karolina Pliskova, che la sconfigge in tre set.

Se fino al 2016 aveva vinto una sola volta in carriera contro una Top 20, dal 2018 vince 11 match contro Top 20 di cui 6 Top 10. E anche se per il momento non ha migliorato il best ranking del 2013 (è stata numero 24 in diverse settimane del 2019), è ormai diventata un autentico personaggio, una figura riconosciuta e amata da molti appassionati di tutto il mondo.

a pagina 2: L’intervista a Wimbledon

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Wimbledon 2019: i numeri del torneo femminile

Chi ha realizzato più ace? Chi più serve&volley? Chi ha sbagliato meno di tutte? Punti di forza e debolezze delle protagoniste dei Championships individuati attraverso le statistiche definitive

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Simona Halep - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Come in ogni Slam, nella sala stampa di Wimbledon è possibile recuperare molte informazioni relative ai match del torneo in corso. Tutti gli scambi sono analizzati e catalogati, in modo che ogni quindici giocato trovi posto in una precisa categoria; nessun punto rimane escluso.

Oltre a questo, gli incontri che si svolgono sui cosiddetti “Show Court” (i sei principali campi del torneo) dispongono di ulteriori approfondimenti. Per esempio sono rivedibili i video delle partite in modo integrale, ma anche per parti, secondo le classificazioni di ogni punto in base alla sua conclusione (vincente, gratuito, errore forzato; di dritto, di rovescio, di volo etc.).

In questo modo, quando tutti match sono terminati, si dispone di un database che sintetizza l’andamento del torneo; un archivio che consente sia una lettura tecnica di insieme, sia un confronto del rendimento delle diverse giocatrici. Il database completo, prodotto da IBM, non è trasferibile: non ne viene concessa una copia ai giornalisti; ma è invece consentito stampare (fisicamente o virtualmente come pdf) le tabelle riassuntive che si ricavano da questi numeri.

 

Gli statistici di Wimbledon mettono a disposizione una trentina di categorie di analisi, classificate sotto famiglie principali: servizio, risposta, colpi, strategia, challenge (richieste di falco), durata partite. E così per comprendere la vittoria di Simona Halep quest’anno risultano molto utili le statistiche che riguardano le fasi di contenimento del gioco e di sviluppo dello scambio da fondo (qualità in risposta, errori non forzati, punti vinti da fondo). Mentre per capire come Serena Williams sia riuscita ad arrivare in finale, dati interessanti si trovano nella parte relativa ai colpi di inizio gioco.

Ciò che troverete di seguito è una parte delle classifiche finali di alcune di queste categorie, scelte fra quelle che a me sembrano più significative. Infine troverete al termine (pagina 10) una tabella di sintesi in cui ho riunito alcuni dati relativi al rendimento delle prime otto giocatrici (cioè quelle arrivate come minimo ai quarti di finale): Halep, Williams, Svitolina, Strycova, Zhang, Riske, Muchova, Konta. Questa tabella permette paragoni immediati e diretti tra le migliori di Wimbledon 2019, in modo da valutare caratteristiche e diversità di gioco delle maggiori protagoniste.

INDICE
pagina 2: Velocità massime al servizio
pagina 3: Ace, doppi falli, prime non ritornate
pagina 4: Punti vinti con la prima, punti vinti con la seconda
pagina 5: Risposte in campo. Punti vinti in risposta. Risposte vincenti
pagina 6: Vincenti totali. Dritti vincenti, rovesci vincenti
pagina 7: Punti vinti da fondo
pagina 8: Errori non forzati (UE) totali. UE dritto, UE rovescio
pagina 9: Punti giocati e vinti a rete. Volèe vincenti. Serve & volley giocati
pagina 10: Durata delle partite. Sintesi sulle prime otto giocatrici

a pagina 2: Velocità massime al servizio

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