Duckhee Lee è il primo giocatore sordo a vincere un incontro nel tour ATP

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Duckhee Lee è il primo giocatore sordo a vincere un incontro nel tour ATP

A Winston-Salem, il 21enne coreano batte Laaksonen compiendo un’impresa mai riuscita a nessuno. “Non lasciatevi scoraggiare, lavorando duro si può ottenere tutto”

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Duckhee Lee (via Twitter, @ATP_Tour)
 
 

Si trattava dell’esordio nel circuito maggiore per Duckhee Lee, 21enne coreano, e la sfida contro Laaksonen è coincisa anche con la prima vittoria. Penserete, cos’ha di tanto ragguardevole la prima vittoria tra i grandi di un ragazzo di 21 anni, quando da mesi un suo coetaneo – Stefanos Tsitsipas – abita la top 10 e ha persino fatto una breve comparsata in top 5? Il 7-6 6-1 firmato da Lee è speciale perché si tratta della prima vittoria nel tour ATP di un giocatore non udente.

Sì, Duckhee Lee è completamente sordo dalla nascita. Oltre due anni fa avevamo riassunto la sua storia in questo articolo, quando le sue prospettive ad alti livelli sembravano persino più rosee di quelle attuali. Pur con qualche rallentamento – Lee era entrato in top 150 nel 2017, ora è fuori dalla top 200 – il coreano ha raggiunto uno dei suoi obiettivi. “La gente si prende gioco della mia disabilità, dice che non dovrei competere. Invece il mio messaggio per chi ha il mio stesso problema è non lasciatevi scoraggiare, lavorando duro si può ottenere tutto“.

Nelle battute finali della vittoria contro Laaksonen, si è verificato un episodio che testimonia la forza di volontà necessaria a Lee per compensare sul campo il suo handicap. Il coreano, come è chiaro, non può sentire l’arbitro che chiama il punteggio dopo aver assegnato un punto. Deve quindi fare riferimento al tabellone segnapunti, che in questa specifica circostanza gli segnalava un vantaggio di 5-1 40-15 nel secondo (con relativi due match point a favore, quindi) quando in realtà il punteggio corretto era 30-15. Lee si era accorto dell’errore e attendeva una comunicazione ufficiale del giudice di sedia, che non sapeva effettivamente come precedere; un volontario del torneo ha pensato di alzare in alto tre dita per indicare il ’30’, e allora Lee ha capito.

 

Due altri protagonisti del torneo, Sandgren e Murray, hanno pubblicamente espresso la loro ammirazione per Lee. Sandgren ha raccontato un aneddoto di due anno fa, al challenger di Vancouver, quando Lee gli si avvicinò dopo la sconfitta per chiedergli quali fossero stati, secondo lui, i suoi punti deboli più evidenti in quella partita. “Se giocassi con le cuffie sarebbe difficile trarre indicazioni sulla rotazione e la velocità del colpo”, ha ammesso Murray. “Usiamo l’udito per tutta una serie di cose, quindi fare quello che riesce a fare richiede uno sforzo incredibile.

Lee avrebbe potuto disputare le qualificazioni dello US Open, ne aveva diritto per classifica, ma ha scelto di rinunciarvi per competere a Winston-Salem. La scelta si è rivelata vincente, e gli ha procurato l’ulteriore opportunità di misurarsi al secondo turno con Hubert Hurkacz, un anno più grande di lui.

Il tabellone completo di Winston-Salem

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Federer al NYT: “Mi sento completo, non avevo più nulla da dimostrare”

In una lunga intervista rilasciata al quotidiano americano, Federer fa un viaggio nel suo mondo e dice di Nadal: “Non dimenticherò mai quello che ha fatto per essere a Londra con me”

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Roger Federer - Laver Cup 2022, Londra (twitter @LaverCup)

La misurazione del tempo che passa è una delle poche oggettività democratiche su cui non si possono avere dubbi. Non possono esistere complottismi o associazionismi di più o meno identificata natura e ragione, che possano mettere in dubbio il passare del tempo. Quello che fa la differenza, che può in un certo qual modo, influenzare tutti i nostri ragionamenti è la sensazione del tempo che passa. È già infatti passata quasi una settimana da quell’ultimo dolce e romantico passaggio tra i campi da tennis di Roger Federer che in una sorta di messa laica ha salutato, onorandosi e sedendosi al banchetto dei più grandi di sempre dello sport mondiale. Una settimana che è sembrata un’eternità, come se la percezione del suo ritiro fosse traslata in un tempo infinito o in un tempo sospeso da quel 40-15 e due championship point a Wimbledon.

Nel corso di questa settimana molte sono state le pagine scritte su Federer, ma di interviste vere, poche, pochissime. Una su tutte quella concessa al New York Times e nello specifico a Christopher Clarey in cui Roger prova a ripercorrere il filo rosso che unisce momenti così intensi da essere ancora vivi, in lui, in tutti noi. E per farlo si comincia dalla fine, come spesso accade in questi casi: come si sente adesso, che è tutto finito? “Penso di sentirmi completo. Ho perso il mio ultimo match di singolare. Ho perso la mia ultima partita di doppio. Ho perso la voce urlando e sostenendo la squadra. Ho perso l’ultima volta in un contesto di squadra. Ho perso il mio lavoro, ma sono molto felice. Sto bene. Questa è la parte davvero ironica della faccenda, tutti pensano a dei finali fiabeschi felici. E alla fine per me, in realtà, è finita per essere proprio così, con questo tipo di finale: in un modo che mai avrei pensato sarebbe potuto accadere”.

Ma questa storia, che in realtà come dice Federer, può non avere il finale fiabesco che tutti sognano ha quel pizzico di romanticismo sportivo che consegna quel match e quell’evento, all’elenco delle cose da vedere almeno una volta nella vita. L’apoteosi della rivalità sportiva che si discosta da tutto per diventare qualcosa di più, da traslare oltre il campo da tennis, nella vita. Il rapporto con Rafa Nadal è tutto questo: “L’ho chiamato dopo lo US Open, non mi sembrava opportuno disturbarlo durante lo svolgimento del torneo, solo per fargli sapere del mio ritiro. E volevo unicamente informarlo di questa mia decisione, prima che iniziasse ad organizzare la propria programmazione, non includendo la Laver Cup. Gli ho detto al telefono che probabilmente avevo una percentuale di 50 e 50, o al massimo di 60 e 40 a livello di condizione generale per poter prendere parte ad un match di doppio. Infine ho aggiunto: “Guarda, ti terrò aggiornato. Fammi sapere come stanno le cose a casa, e poi ci risentiamo”. Ma invece, rapidamente, è diventato tutto molto chiaro: “Proverò a fare tutto il possibile per essere lì con te”. E questo sua risposta mi è sembrata ovviamente incredibile, perché mi aveva dimostrato ancora una volta quanto siamo importanti l’uno per l’altro e quanto rispetto reciproco c’è tra di noi. E ho solo pensato che sarebbe stata solo una storia bellissima e incredibile per noi, per lo sport, per il tennis, e forse anche oltre, dimostrando che si può coesistere in una dura rivalità sportiva arrivare a lottare per la conquista più grande e poi dire, “hey, è solo tennis”, per poi venirne fuori alla fine, consapevoli di questa grande rivalità amichevole; ho pensato che fosse finita anche meglio di quanto avessi mai immaginato. Rafa ha fatto uno sforzo incredibile per essere a Londra, e ovviamente non lo dimenticherò mai”.

Come probabilmente quello che nessuno dimenticherà mai è ciò che è avvenuto, in particolar modo tra Roger e Rafa, dopo l’ultimo punto del match (di chi fosse è ininfluente ai fini del racconto). “Penso di aver sempre avuto difficoltà a tenere sotto controllo le mie emozioni, quando vincevo e quando perdevo. All’inizio, si trattava più di essere arrabbiati, tristi e piangere; poi, piangevo di gioia per le mie vittorie. Penso che venerdì sia stato un qualcosa di diverso dal solito, ad essere onesti, perché penso che tutti i ragazzi – Andy, Novak e anche Rafa – abbiano visto la loro carriera scorrere via davanti ai loro occhi, sapendo che tutti in un certo senso abbiamo giocato e alcuni di loro giocheranno di più rispetto a quanto immaginassimo. Invecchiando, raggiungi i 30 anni, inizi a sapere cosa apprezzi davvero nella vita ma anche nello sport”. Come l’amicizia, quella vera. Avere a fianco persone che ti hanno accompagnato per tutta la vita, mano nella mano, come la foto simbolo di quella serata e forse di tante altre a venire: “È stato un attimo, un momento breve: stavo singhiozzando così tanto, tutto mi stava passando per la mente e pensavo a quanto fossi felice di vivere questo momento proprio lì con tutti al mio fianco. Credo che fosse così bello stare lì seduto con l’attenzione per un momento rivolta verso Ellie Goulding (la cantante che si è esibita in quei momenti, ndr), da dimenticare che qualcuno potesse scattare una foto. Credo che ad un certo punto non potendo parlargli perché la musica copriva tutto, l’ho toccato con la mano come a dirgli grazie.

Non era solo Roger; lo ha detto chiaramente durante l’intervista non volendo solo far riferimento ai suoi colleghi/amici, ma rivolgendosi soprattutto alla sua famiglia; a Mirka, ai suoi figli a cui ha detto: “non piango perché sono triste, piango perché sono felice”. Difficile da comprendere, difficile non trattenere le lacrime: “Era difficile ad un certo punto non piangere, per me, per loro, per tutti”. In pratica ha contribuito alla disidratazione del mondo.

Ma cosa e quando hanno fatto capire a Federer che sarebbe stato il momento di dire basta? “Si basa principalmente sulle sensazioni di non riuscire ad esprimermi ai livelli che vorrei, muovermi come vorrei. E l’età fa parte di tutto ciò. Arrivi ad un punto in cui ti rendi conto che dopo un’operazione come quella che ho fatto lo scorso anno, per tornare in campo avrei dovuto percorrere una strada, probabilmente lunga un anno. Nei miei sogni, mi sarei visto ancora in campo a giocare ma poi mi sono scontrato con la realtà dei fatti. L’ho fatto (dire basta n.d.c.) in primis per la mia vita personale. Ho lottato per rientrare perché mi sono detto, se ragiono da giocatore professionista farò una riabilitazione post intervento al 100%, al contrario dovessi ritirarmi non l’avrei fatta come si deve. Quindi ho voluto mettere a posto la gamba con una riabilitazione corretta sperando di poter tornare in campo per un 250, per un 500 o un 1000….magari uno Slam, se la magia accade. Ma non è stato così: col passare del tempo, sentivo sempre meno questa possibilità poiché il ginocchio mi creava problemi mentre lottavo per guarire. Ed è allora che alla fine ho detto, guarda, va bene, lo accetto. Non ho più nulla da dimostrare.

Ma la gente del tennis ha ancora bisogno di Federer, questa sua ultima partita ha mostrato a tutti che lo svizzero ha ancora le capacità per continuare a giocare e divertirsi, anche in semplici esibizioni: “Devo capire cosa fare adesso. Penso che sarebbe bello organizzare una esibizione d’addio che vada oltre la Laver Cup. Molta altra gente avrebbe voluto vedermi giocare e vorrebbe tutt’ora continuare a vedermi giocare, ecco perché mi piacerebbe portare il tennis in posti nuovi o in posti dove mi sono divertito”.

Ma esiste all’orizzonte un nuovo Federer o perlomeno qualcuno che giochi come lui? L’ex numero uno al mondo è piuttosto netto sul tema: “Non in questo momento. Ovviamente, dovrebbe essere un ragazzo con un rovescio a una mano. Nessuno ha bisogno di giocare come me, tra l’altro. La gente pensava anche che avrei giocato come Pete Sampras, una volta battuto, e non l’ho fatto. Penso che ognuno debba essere la propria versione di se stesso. E non una copia, anche se copiare è il più grande segno di adulazione. Ma auguro a tutti loro di trovare sè stessi, e il tennis sarà fantastico. Lo continuerò a seguire, a volte sugli spalti, a volte in TV, e spero che ci siano sempre più giocatori con il rovescio ad una mano e che giocano un tennis d’attacco. Adesso mi siederò e mi rilasserò, guardando le partite da una prospettiva diversa”.

È il primo dei fab four a ritirarsi, il più anziano del gruppo, giusto che sia così anche se ha avuto paura che a farlo fossero i suoi principali avversari, prima di lui, come Rafa con il problema al piede che non lo molla: “Mi ha anche fatto preoccupare Andy. Ricordo quando lo vidi nel 2019 in Australia dopo il match con Bautista. Mi ha guardato dicendomi: “Penso sia finita”. Ci chiesero di fare un video di saluto, ma andai da lui e gli chiesi: “vuoi davvero lasciare?”. Mi rispose: “con quest’anca non posso continuare”. Quindi sapeva che era ad un bivio della sua vita. Alla fine sono felice di aver smesso per primo perché era giusto che a finire per prima fossi io. Ecco perché mi sento bene e spero che tutti possano giocare il più a lungo possibile, a tutti loro auguro davvero il meglio”. E l’augurio sarà sicuramente senz’altro ricambiato, noblesse oblige.

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ATP Tel Aviv: Djokovic un treno non dirottabile, Andujar evita quantomeno il doppio cappotto

Pablo esulta nell’ottavo game del match, quando finalmente si sblocca, come se avesse compiuto l’impresa del secolo. Pospisil, prossimo avversario di Novak, non sarà contento

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Novak Djokovic - Laver Cup 2022 Londra (foto Twitter @lavercup)

[1] N. Djokovic b. P. Andujar 6-0 6-3

Era affamato, lo si era già compreso appieno durante la Laver Cup, almeno finché le energie fisiche lo hanno sostenuto. Era voglioso di riconquistarsi il terreno perduto, in termini di partite giocate ed eventi a quali non ha potuto prendere parte nel 2022, era motivato a dimostrare a tutti i costi che lui non ci pensa minimamente a cedere lo scettro. L’adrenalina del campo, poi, è cresciuta a dismisura a causa del mancato esordio in doppio in Israele, dove avrebbe dovuto accompagnare al canto del cigno il padrone di casa e specialista Erlich. Dunque arrivati al suo match di singolare, tutta l’essenza del campione che ha in corpo non poteva non essere sprigionata travolgendo tutto quello che incontrava.

Così si racconta il 6-0 6-3 in neanche un’ora e mezza, di una mattanza “quasi” totale, che la tds n. 1 del Watergen Tel Aviv Open Novak Djokovic ha inflitto al veterano castigliano Pablo Andujar; al cui spirito combattivo, oltre che alla lucida abilità nel saper modificare il piano partita strada facendo, si deve il mancato – non per molto – doppio capotto. Un “one Nole show“, caratterizzato principalmente da una prima di servizio ed in generale da una battuta massacrante – per gli avversari – per costanza ed efficacia: 8 ace scagliati, il 66% di prime in campo, l’81% di trasformazione, ma anche un invidiabile 71% di realizzazione con la seconda (10/14) e dulcis in fundo 0 palle break concesse. Ma ciò che più di tutto impressiona, è l’enorme ventaglio di opzioni del fondamentale d’inizio gioco balcanico: ogni taglio, ogni angolo, all’interno di una costante variazione per non dare punti di riferimento. A sottolineare, infine, le difficoltà incontrate dal 36enne di Cuenca; l’incredibile – in negativo – dato di punti vinti sulla prima nel parziale d’apertura: solo 6 e addirittura 0 sino al 5-0. In quarti di finale Vasek Pospisil è avvisato, il problema al polso è ormai solo un lontano ricordo.

 

IL MATCH – A discapito di quello che potrebbe far pensare la nomea di Andujar, derivante dall’etichetta appiccicatagli agli albori della sua carriera di solido regolarista fondocampista della terra battuta, caratteristiche riscontrabili nel tipico giocatore di formazione spagnola; il 36enne castigliano è un tennista che ben si adatta ai campi veloci. E’ vero che il suo “titolo” di specialista del rosso, il n. 115 ATP se l’è guadagnato non solo per via delle sue origini iberiche o del proprio stile di gioco, ma anche a suon di successi sulla terra; infatti i quattro tornei vinti in singolare, nella sua longeva carriera, – nonostante sia sta profondamente martoriata dagli infortuni – da parte del classe ’86 nativo di Cuenca sono stati conquistati tutti sul mattone tritato. Eppure andando a scandagliare approfonditamente gli anni trascorsi nel circuito dal veterano Pablo, si ci rende conto di come abbia ottenuto i risultati più prestigiosi, negli appuntamenti di maggiore rilevanza del Tour, sul cemento: in veneranda età, tre anni fa, si è spinto sino agli ottavi dello US Open raggiungendo il proprio miglior risultato negli Slam. Ma purtroppo per lui, oggi, si sapeva che le cose sarebbero state alquanto – per usare un eufemismo – complicate; questo non perché nel secondo turno dell’ATP 250 di Tel Aviv trovava dall’altra parte della rete un 21 volte campione Slam, recordman di settimane – e stagioni concluse – al n. 1 del ranking mondiale e di svariati altri primati della storia di questo sport: ma semplicemente un giocatore come Andujar non può minimamente impensierire un atleta delle qualità di Djokovic. Terzo confronto diretto tra i due, vittorie balcaniche a Umago 2007 e ad Indian Wells 2012, in California successo al set finale.

Se poi la versione del 35enne di Belgrado, è quella magnifica ammirata già settimana scorsa contro Tiafoe in Laver Cup, è presto fatto che il match sostanzialmente è soltanto un’utopia. E’ più corretto definirlo un one man show. Chiaramente, inoltre, il livello dell’avversario odierno è inferiore rispetto a quello che può esprimere un tennista. come Frances, capace di raggiungere la semifinale a New York meno di un mese fa: ciò vuol dire score ancora più a senso unico. Un 6-0 in 29 minuti, che ha mostrato tutti i limiti dello spagnolo e, allo stesso tempo, tutti i punti di forza leggendari del campione serbo. L’ex n. 32 nel ranking ci ha provato, ma nell’incontro odierno la tattica che normalmente utilizza contro qualsiasi avversario, ovvero allungare lo scambio sfiancando il duellante attraverso l’impermeabile solidità, al cospetto del n. 7 al mondo è unicamente controproducente. Infatti se c’è uno stile, con il quale Novak va a nozze è proprio quello che viene prodotto dalla racchetta di un regolarista da fondo, poiché lui da contro attaccante – celeberrima invenzione del Poeta Clerici, per definire Andre Agassi – raffinatissimo qual è, in parole povere fa le cose in campo in maniera migliore. Pablo può contare su un ottimo equilibrio tra i due fondamentali, non ha un colpo a rimbalzo nettamente superiore all’altro, ma manca dell’esecuzione definitiva; di quella “castagna” in grado di destabilizzare il punto per incisività, velocità o potenza – per capirsi il drittone alla Berrettini, o alla Del Potro -. Possedere una arma definitiva, provoca come conseguenza il restringimento del rettangolo di gioco per l’avversario, banalmente la porzione di campo da poter – dover – centrare visto che non ci si può permettere di mandare la sfera di feltro nella metà campo “infestata” dalla mazzata altrui.

Dunque in questo contesto tattico, il ribattitore per antonomasia non può che sguazzarci con il proprio tennis. Andujar però, purtroppo per lui, deve fare i conti anche con una giornata in cui non perviene la profondità nei suoi colpi. Ebbene se poi il 36enne di Cuenca, considerando il suo gioco, offre palle comode da spingere dalla linea del servizio; a Nole viene servita sul piatto d’argento l’opportunità di dominare in lungo e largo. E’ uno spettacolo della natura tennistica, il sette volte campione di Wimbledon: monumentale in risposta, implacabile nell’anticipo, robotico – nel senso di non umano, non di poco stilistico – nell’efficacia dei suoi colpi, imbarazzante – per l’iberico – nella consistenza, elegante e mortifero nei tocchi sopraffini. L’ex n. 1 del mondo regala perle, da fare invidia ai più grandi: accelerazioni in contro-balzo di rovescio magnifiche, stop-volley e drop-shot inavvicinabili dai comuni mortali.

L’assolo non cenna ad arrestare la sua corsa. Ma quantomeno nel secondo parziale Djokovic trova un minimo di resistenza in più che regala qualche, seppur isolato ed effimero, bagliore di equilibrio che possa giustificare la dicitura “partita”: la quale dovrebbe presuppore due avversari che si affrontano cercando di superarsi a vicenda. E’ portatore di tratti addirittura drammatici ed eroici, il secondo game della “nuova” frazione: la bellezza di 27 punti giocati, 20 minuti di durata, cinque palle break sfumate che avrebbero significato l’ottavo gioco consecutivo vinto dalla tds n. 1. Soprattutto, però, a svettare su tutti gli altri numeri, le sei chance non concretizzate dal castigliano prima che si materializzasse la settima opportunità per, finalmente, ottenere il tanto agognato e sospirato primo game della sua partita. Boato del pubblico, anche Nole è costretto a boccheggiare. Pablo alza le braccia al cielo come se avesse vinto un torneo, quando invece ha solo cancellato lo zero dalla propria casella, che tuttavia forse oggi è veramente un’impresa di cotale importanza. In verità anche sul 5-0 del primo, qualcosa si era iniziata a smuovere, con un altro turno di servizio maratona da 17 punti, con il n. 115 che ha messo tutto se stesso per iscriversi al match. Tuttavia un affamato Novak non si è dimostrato caritatevole in alcun modo, mettendo in mostra la propria micidiale capacità – quasi unica del suo genere, l’unico a poterne replicare le gesta è Nadal – di coprire il campo a tutto tondo; da sopra a sotto e viceversa. Emblematico, un quindici, nel quale Nole recupera il lob spagnolo, e subito dopo, s’intasca il punto grazie ad un scatto bruciante in avanti con cui riprende la volée stoppata dall’ex n. 32. Di fronte a questa ennesima prodezza, Andujar si accovaccia sulla rete in segno disperazione e lesa maestà: la fotografia della prima parte della sfida, insieme all’espressione – da meme social – di Ivanisevic sorpreso e sbalordito dal suo allievo.

Per fortuna, come detto, con grande forza d’animo il veterano della Castiglia riesce a liberarsi della scimmia, che si era posseduta della sua “spalla”, e questo finalmente lo slega dal peso che avvertiva su di sé permettendogli di lasciare andare il braccio. Ciò unito ad un atteggiamento decisamente più propositivo e offensivo, dettato dall’assunta e assoluta consapevolezza del classe ’86 della Roja del fatto che non avrebbe avuto praticamente nessuna occasione di mettere in cascina alcuno dei restanti game; cambia piano tattico verticalizzando maggiormente e prendendo la via della rete con più continuità. Questo, quindi, ci omaggia almeno di un secondo set disputato sulla stessa onda, con una “specie” di equilibrio che si manifesta. Di fatto un vero e proprio nuovo incontro, che raggiunge il suo acme a metà parziale. Sul 3-3, per la prima volta nel match – e seconda, visto che si ripeterà nell’ultimo gioco della partita ma da 40-0 – Andujar si arrampica a 30 sul servizio serbo, ma nell’unico momento di reale pathos della sfida; Djokovic chiama a raccolta la sua prima e si toglie d’impiccio. E’ l’ultimo sussulto del duello, perché Novak dà la sgasata finale portando a casa gli ultimi due game della contesa: 6-3 dopo meno di un’ora e mezza.

LE ALTRE PARTITE (di Paolo Michele Pinto)

Cadono teste di serie a Tel Aviv. Fuori Schwartzman e Van De Zandschulp, ovvero i n. 3 e 5 del tabellone dell’ATP Tel Aviv 2022. L’argentino si fa ammaliare dai colpi potenti di Rinderknech, mentre l’olandese esce sconfitto nella sfida con Broady.

Tel Aviv, invece, continua a impreziosire la settimana di Constant Lestienne che supera nettamente Emil Ruusuvuori in due set, 6-4, 6-2. Il francese parte male ed è costretto ad annullare due palle break che avrebbero portato il finlandese sul 3-0.  Sul più bello si spegne la luce in casa Ruusuvuori che si passa dal 4-3 e servizio al 6-4 per il suo avversario. Il finlandese chiuderà con ben 29 errori non forzati che faranno tutta la differenza del mondo in negativo anche nel secondo set, condotto agevolmente da Lestienne e vinto 6-2. Adesso per il francese la sfida con Cressy, testa di serie n. 4.

L’impresa di giornata è di Liam Broady che batte Van De Zandschulp con il punteggio di 6-4, 4-6, 6-3 in 2he42’. Parte subito bene il n. 174 del ranking che ottiene il break e vola 3-0. L’olandese avrà sei palle per il controbreak ma riuscirà a concretizzare la settima solo nel nono gioco. Ma a sorpresa la testa di serie n. 5 non sfrutta la chance di agganciare il suo avversario e si ritrova sotto di un set. Nel secondo parziale arriva la reazione dell’olandese che potrebbe chiudere 6-2, ma sul finire del set subisce il rientro dell’avversario. Nel terzo set scappa subito via il britannico che ottiene il break e non sfrutta tre palle del possibile 4-0. Poi Broady si complica i piani quando va a servire per il match, ma è costretto ad annullare una palla del controbreak prima di alzare le braccia al cielo.

Tutto facile per Vasek Pospisil contro Edan Leshem, n. 446 del ranking ATP. Match durato 1he21’ con il padrone di casa che, sospinto dal tifo del pubblico, ha retto bene al servizio sino al 2-2. Poi Pospisil ha cominciato con una serie di colpi vincenti che hanno messo in difficoltà l’israeliano. Compito agevole nel secondo parziale chiuso con 5 ace, 11 vincenti e il 93% di punti ottenuti con la prima, ben 14/15. Dall’altra parte Leshem soffre soprattutto con la prima di servizio con la quale vince solo il 48% dei punti.

Il match più spettacolare è senza dubbio quello tra Rinderknech e Schwartzman durato 2he38’ e vinto dal francese con il punteggio di 6-3, 2-6, 7-6(9). Parte bene il n. 58 del ranking che vince ben 17 punti su 18 con la prima di servizio. L’argentino si innervosisce e non riesce mai a entrare in partita. Nel secondo set si invertono i ruoli, Schwartzman comincia a rispondere bene alla prima di servizio dell’avversario e infila una striscia di quattro giochi consecutivi e riequilibra il match. La striscia di game vinti dall’argentino si allunga a sei nel terzo set, con il break in apertura che sembra indirizzare una gara che, in realtà, è ancora lunga da vivere. Rinderknech ottiene il controbreak nel turno di battuta successivo e ne nasce una sfida molto equilibrata. La prima è un gran vantaggio per il francese, mentre l’argentino prova a chiamare a rete l’avversario e ottiene punti preziosi. Sul 5-4 0-30 Rinderknech ritrova la magia della sua prima e la gara si prolunga sino al tie break. In avvio entrambi commettono un doppio fallo. E’ sempre il francese ad ottenere il minibreak e a sprecare a rete quando con la volee distrugge quanto di buono costruito. Schwartman soffre e si spazientisce per le tante righe pescate dal francese. Ma fanno parte del gioco e anche l’ultimo dritto pizzica la riga laterale e regala il passaggio del turno al Rinderknech che chiude al secondo matchpoint.

IL TABELLONE DELL’ATP 250 DI TEL AVIV

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Il Park Genova si prepara ad affrontare da protagonista il prossimo campionato di serie A

Il circolo genovese si presenta ai nastri di partenza della massima competizione a squadre con rinnovate ambizioni e una squadra molto competitiva

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Lorenzo Musetti - Sofia 2022 (foto Ivan Mrankov)

Da anni, la Federazione Italiana Tennis ha puntato sul campionato di Serie A come strumento per far crescere ulteriormente il movimento in tutto il paese, sfruttando proprio la capillarità dei circoli sparsi in Italia.

Il massimo campionato italiano compie quest’anno il suo centesimo anniversario, almeno per quanto riguarda gli uomini: la prima edizione fu disputata infatti nel 1922 e vide il successo del Tennis Club Parioli Roma mentre il campionato femminile fece il suo esordio nel 1940 con la vittoria del Tennis Modena. Proprio al circolo capitolino appartiene il record di vittorie (13) in campo maschile, seguito da cinque club con quattro scudetti ciascuno: Virtus Bologna, Società Canottieri Olona Milano, CRB Club Bologna, Circolo Canottieri Aniene e Capri Sports Academy.

 Nelle rose ufficiali delle squadre ci sono quasi tutti i migliori giocatori italiani, ovviamente se ci sarà compatibilità con i loro impegni nel circuito internazionale. E sappiamo bene come il mese di ottobre sia spesso cruciale per guadagnare gli ultimi punti che potrebbero consentire la qualificazione alle ATP Finals di Torino o alla Next Gen di Milano.

 

Molte sono le squadre forti che puntano al successo finale. Il New Tennis Torre del Greco cerca al bis dopo lo scudetto conquistato nel 2021, con la forza del suo roster che comprende tennisti del calibro dello spagnolo Roberto Bautista Agut, del suo connazionale Pedro Martinez e dell’olandese Tallon Griekspoor, dominatore lo scorso anno del circuito Challenger, nonché degli italiani Lorenzo Giustino e Raul Brancaccio, anche se è dolorosa la perdita di Andrea Pellegrino.

 Ottime chance anche per il Tc Italia Forte dei Marmi di Jannik Sinner e Lorenzo Sonego, cui si aggiungono Jan-Lennard Struff, Stefano Travaglia e Yannick Hanfmann.

Ma, almeno sulla carta, la compagine più attrezzata è quella del Park Tennis Club Genova che è stato inserito nel Girone 1, un vero girone di ferro, dove si contenderà il primato con le corazzate Sporting Club Sassuolo e CT Vela Messina. Il quarto incomodo sarà il TC Prato e l’anno scorso la galoppata di Pistoia ci ha ricordato come le sorprese siano sempre all’ordine del giorno. Ricordiamo che si qualificherà per i play-off solo la squadra prima classificata nel proprio girone.

Il Park Tennis Genova affronterà il prossimo campionato con rinnovato entusiasmo e una rosa di qualità, se possibile, ancora superiore rispetto alla stagione precedente. Nel gruppo storico è rientrato Fabio Fognini che condividerà la nuova esperienza in A1 con un gruppo di giocatori “top” del Tennis italiano. In primis, Lorenzo Musetti, Simone Bolelli (tutti reduci dalla bella vittoria in Davis a Bologna) e Gianluca Mager, senza dimenticare Alessandro Giannessi e i giovani emergenti Alessandro Ceppellini e Luigi Sorrentino. Invidiabile anche il “parco stranieri” che presenta giocatori di grande qualità come Pablo Andujar, Marius Copil, Zdenek Kolar, Kimmer Coppejeans e Igor Sijsling.

Abbiamo sentito telefonicamente Tommaso Sanna, lo storico capitano non giocatore della squadra, ex top 500 ATP che ha smesso di giocare a livello professionistico nel 2006, suo ultimo anno di attività agonistica.

Quest’anno sei il Volandri della situazione visto che hai in formazione metà della squadra azzurra di Coppa Davis.

“Magari (ride, ndr), in realtà Volandri mi sta togliendo i giocatori. Scherzo ovviamente, in realtà sono felicissimo per loro e speriamo che a Malaga vada tutto per il meglio. Certo che Musetti, Fognini e Bolelli ci mancheranno proprio per le semifinali, sempre ammesso che ci arriviamo ovviamente.

Tra l’altro dovete prendervi la rivincita sull’anno scorso quando siete stati eliminati nel girone.

“Beh il 2021 è stato un anno molto particolare perché c’era la concomitanza con Indian Wells (posticipato causa Covid) e la cosa ci penalizzò tantissimo perché tanti giocatori non furono presenti e noi pareggiammo in casa con Pistoia, partita che poi, purtroppo per noi, risultò decisiva. Quest’anno dovrebbe essere un po’ diverso, anche se Musetti giocherà fino a Parigi Bercy e poi avrà la Next Gen e se va in finale, come ovviamente gli auguro, sarà impegnato sabato sera e non è detto che la domenica riesca a venire. Come vedi siamo sempre sul filo.”

Fognini e Bolelli pensi di farli giocare in doppio?

“Anche in singolo (ride, ndr). Ma anche qui dipende molto dai loro impegni, visto che sono ancora in corsa per qualificarsi alle ATP Finals. Ad es. lo scorso anno Simone non poté venire perché era riserva alle Finals dove poi non scese in campo, ma comunque non poteva muoversi. Speriamo che con qualche magico incastro possano esserci, soprattutto perché Fabio la scorsa settimana mi ha detto che gli farebbe davvero molto piacere.”

Poi bisogna sperare che vengano nelle giornate giuste.

“Sicuramente, se vengono tutti nella stessa giornata vorrà dire che quella domenica avremo una squadra imbattibile e casomai la settimana dopo saremo scoperti.”

La vostra è una specie di selezione ligure, considerando Musetti ligure ad honorem, visto che si allena a La Spezia con Tartarini.

“Sì, l’unico ‘straniero’ è Bolelli che però è molto amico sia di Giannessi che di Fognini e poi vive a Montecarlo…quindi è mezzo ligure anche lui (ride, ndr). Comunque, a parte gli scherzi, questa è proprio la nostra forza: ragazzi molto uniti che vivono un profondo senso di appartenenza al Club.”

Parliamo degli stranieri, ne avete tanti e forti.

“Vero, poi anche qui bisogna vedere chi sarà realmente disponibile. Direi sicuramente Andujar che sono tanti anni che gioca con noi ed è il nostro punto di riferimento per quanto riguarda gli stranieri. L’anno scorso venne anche Kolar che speriamo possa essere dei nostri anche quest’anno. Sempre tenendo presente che può giocare un solo straniero per volta e che per essere utilizzato dalle semifinali in poi deve aver giocato in almeno due match, quindi anche qui dovremo fare dei conti.”

Parliamo dei vostri avversari. Iniziate il 23 ottobre in casa contro Sassuolo.

“Avversari durissimi, ma direi che tutte le squadre sono molto forti. Poi in Italia c’è una tale crescita che ogni anno quando si prepara la squadra scopro che dei nomi che non avevo mai sentito. E’ bello e spiazzante allo stesso tempo. Ad es. Messina avrà uno straniero molto forte da n.1 (Borges o Zapata, ndr) e poi uno dei fratelli Tabacco da n.2, quindi la squadra sarà molto competitiva. Sassuolo ha preso Agamenone e poi ha una marea di stranieri, alcuni dei quali fortissimi. Tra l’altro in casa giocano su un campo velocissimo e questo complica le cose. Spero comunque che Holger Rune non venga…anche se so che l’Italia gli piace molto. E come se non bastasse hanno Federico Bondioli, un under 18 molto forte.

Forse la più abbordabile è Prato.

“In teoria, ma l’esperienza dell’anno scorso ci insegna che sono proprio queste partite, sulla carta un po’ più facili, che possono riservare delle brutte sorprese.”

Ci sarà spazio per Sorrentino e Ceppellini?

“Penso proprio di sì, anche se egoisticamente mi piacerebbe avere sempre a disposizione Musetti e Mager:”

A proposito di Mager, il sanremese ha avuto una stagione difficile.

“Diciamo che con la nascita della figlia si è giustamente un po’ distratto. Ma proprio recentemente mi ha detto che, al di là dei risultati, lui si sente bene, sia fisicamente che di testa. Ma purtroppo, facendo tanti primi turni, finisce che giochi poco e che non riesci a trovare continuità.

E Giannessi, pensi che abbia ancora motivazione?

“Lui ci tiene molto al campionato a squadre, poi sono tanti anni che gioca con noi. Ha avuto recentemente un piccolo infortunio ma adesso è rientrato e penso che sia molto motivato. Sta decidendo se andare a giocare qualche Challenger in Sudamerica.”

Ho visto che i vostri giovani hanno appena ottenuto la promozione in serie B. Ma non te ne occupi tu, vero?

“Vero, il capitano è Dalla Giovanna. Però li seguo con interesse e i fratelli Verdese li ho anche inseriti nel roster della Serie A perché per loro anche solo allenarsi con la prima squadra potrebbe essere una bellissima esperienza.

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