Mezzadri: “Federer voleva vendetta. Quando smetterà? Non lo sa neanche lui…”

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Mezzadri: “Federer voleva vendetta. Quando smetterà? Non lo sa neanche lui…”

LONDRA – Claudio Mezzadri a Ubaldo: “Roger ha bisogno di queste vittorie per convincersi che è ancora al top. Djokovic battuto anche da se stesso e dal pubblico”. Anche Marc Rosset è d’accordo: “Nole molto nervoso”

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Roger Federer - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Federer domina Djokovic e va in semifinale

da Londra, il nostro inviato

Il direttore ha incontrato l’ex tennista italoelvetico, ora nel team di Federer, nei meandri dell’O2 Arena, tra la sala stampa e quella delle interviste, poco prima che Roger arrivasse in conferenza stampa.

Un Federer così ha stupito tutti, con Thiem e Berrettini non aveva giocato bene. Sei stupito anche tu?
Vero, non sembrava proprio in forma, io, Marc (Rosset, ndr) e gli altri colleghi pensavamo che fosse un peccato perché a Basilea era molto brillante, ma evidentemente la forma quello che non ha messo in campo nei primi due match se l’è tenuto contro Nole (ride). Tra l’altro anche la rivalità con lui ha contato, anzi chissà che questa vittoria non fosse figlia della finale di Wimbledon. Il sentimento di vendetta c’era eccome.

In particolare è stato impressionante per la mobilità: quando Djokovic, pur giocando una brutta partita, ha risposto sulla riga di fondo, Roger si è spostato procurandosi lo spazio per colpire con l’agilità di un ventenne.
Questo è ciò che impressiona tutti. Federer stesso è il primo che quando non gioca bene si pone il dubbio ‘vuoi vedere che sta arrivando il momento di smettere?’. Quando trova queste prestazioni straordinarie gli torna la fiducia e la felicità di continuare il torneo e quelli a venire. Quanto a Djokovic, io credo sia stato schiacciato dalla situazione che si è creata. Se perdeva questo match oltre a uscire dalle Finals perdeva la possibilità di conquistare il n.1 del ranking. Poi aveva tutto il pubblico contro. Quando affronta Roger non è una novità per lui, ma stasera il pubblico era anche più aggressivo del solito con lui perché qui siamo a Londra, Wimbledon è qui vicino. Per loro Novak era il cattivo che ha tolto Wimbledon a Roger. Insomma, un insieme di fattori negativi che l’hanno destabilizzato. Considera che alla fine non si è nemmeno arrabbiato. L’ultimo game l’ha proprio mollato e poi nel match anziché allungare lo scambio come fa sempre giocava per chiudere il punto subito. Il tipo di gioco che predilige Federer. Di fatto si è un po’ battuto da solo tatticamente.

Federer dopo il Masters non giocherà l’ATP Cup, quindi a questo punto lo rivediamo all’Australian Open. E poi?
Certo, all’Australian Open di sicuro, dove arriverà con la fiducia anche di questa grande partita con Djokovic. Poi se mi chiedi quando smetterà, non lo sa nessuno, nemmeno lui. Perché la voglia di allenarsi, stare in giro, rispondere a stampa e tv è intatta, l’unica incognita è quando purtroppo il fisico dirà basta. E questo non lo può sapere nessuno.

Claudio, hai visto Federer crescere dall’inizio, una bella fortuna!
Stento ancora a crederci, sono vent’anni che seguo Roger e siamo ancora qui!

 

Anche Marc Rosset, intercettato dal direttore nel post-partita, è rimasto sorpreso dalla prestazione scintillante del suo connazionale: “Roger ha iniziato fortissimo, soprattutto al servizio ha giocato una partita incredibile. Novak mi ha ricordato quello della finale contro Murray nel 2016, molto nervoso, qualche doppio fallo commesso all’inizio. Forse, come allora, giocarsi la prima posizione mondiale l’ha reso nervoso. Le condizioni del campo sono favorevoli a Roger e anche le palle l’hanno aiutato, diverse da quelle di Bercy. Il campo è più veloce e questo spiega l’efficacia di Roger al servizio, ma si sente molto bene anche da fondocampo. Mi è sembrato si muovesse molto meglio contro Djokovic rispetto ai giorni precedenti”.

ha collaborato Antonio Ortu

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Editoriali del Direttore

Lo so e lo so che c’è di peggio, ma è un mini-choc

Dopo 46 Wimbledon di fila, da Connors-Rosewall a Djokovic-Federer, questa cancellazione dei Championships è per me quasi come l’interruzione di un’esperienza religiosa, un piccolo trauma. Due anni interi vissuti in Church Road, mille momenti, mille ricordi indelebili

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

Non c’è più neanche Wimbledon. Anche i Championships che dall’edizione del 1877 vinta da Spencer Gore a oggi si erano interrotti soltanto in occasione delle prime due guerre mondiali, 1915-1918 e 1940-1945 (sul Centre Court i tedeschi nel 1940 avevano sganciato una bomba che lo aveva quasi interamente distrutto), e che dal 1946 con la vittoria del gigante francese Ivan Petra si erano disputati per 74 anni di fila… si sono dovuti arrendere al Coronavirus. Stiamo combattendo una terza guerra mondiale contro un nemico invisibile ma che non ha coinvolto soltanto alcune nazioni come le prime due guerre, ma proprio tutto il mondo. Una guerra planetaria.

Lo so bene che ci sono cose e situazioni molto più gravi di uno stop ai Championships in Church Road. Lo so bene che l’importante è la salute e che tanti, troppi l’hanno persa per sempre. Lo so bene che tante famiglie, troppe, hanno perso i loro cari e non hanno avuto nemmeno la possibilità di vederli, di star loro vicino fino all’ultimo, perfino di seppellirli e di sapere dove hanno messo i loro corpi. Lo so bene che quelle sono le vere tragedie. Lo so bene che tante famiglie continueranno a soffrire le conseguenze di questo terribile virus, nel ricordo straziante di chi non c’è più e nella difficoltà di risollevare situazioni economiche seriamente compromesse di aziende intere con i loro dipendenti, di attività familiari, di lavori perduti, di casse integrazioni umilianti, di ostacoli burocratici di tutti i tipi.

Lo so bene che posso considerarmi molto fortunato perché la mia casa è abbastanza grande da averci permesso di condividere questo mese di clausura forzata in sette persone di famiglia senza patire le difficoltà di chi si è trovato invece a vivere in spazi angusti, in condizioni disagiate e con financo difficoltà di approvvigionamento. Lo so bene che già per il solo fatto di non avere avuto sintomi – fin qui almeno – è già una gran fortuna.

 

Lo so bene che siamo in decine e decine di milioni di italiani a non avere alcuna idea se siamo positivi oppure no, o se lo siamo stati, perché il tampone non abbiamo potuto farlo, né sappiamo quando ci sarà tolta questa spada di Damocle.

Lo so bene che non avere perso nessuno dei familiari più cari e degli amici più vicini è anch’essa una grande, impagabile fortuna.

Non avrebbe quindi alcun senso, mentre ancora la pandemia infuria e nessuno sa quando potrà essere davvero sradicata del tutto – temo fino a che la scienza non ci regalerà un vaccino che ci copra anche dalle possibilità di ricadute – mostrare eccessivo dispiacere per lo sport che si ferma, in mezzo a mille attività obiettivamente più importanti e fondamentali, per il tennis che non si gioca più, né nei circoli, né nei tornei, quindi togliendoci anche la possibilità di distrarsi dai drammatici bollettini del Coronavirus almeno in TV.

Orfani del tennis – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Lo so bene che la sopravvivenza di Ubitennis, per quanto una ventina di persone ne traggano qualche beneficio, non può essere considerata una priorità nell’emergenza nazionale.

Infatti non intendo assolutamente lamentarmi per il fatto che dodici anni di lavoro indefesso – in casa me lo chiamano più fesso che indefesso – per sviluppare questo sito di tennis in termini di credibilità giornalistica, traffico e autosufficienza economica rischino di perdere parte dell’avviamento faticosamente costruito. Ci sta e sappiamo che tanti stanno peggio perché noi abbiamo sviluppato esperienze che ci consentiranno di sopravvivere. Siamo fiduciosi se anche dovessimo perdere tutto il 2020 di tennis, di sponsor.

Ho lottato, via via con tutti i ragazzi che hanno collaborato impegnandosi tantissimo in questi anni a Ubitennis.com ma anche Ubitennis.net e Ubitennis.es, per assicurare un futuro a loro più che a me stesso ormai “âgée”- mi rifugio nei francese perché scrivere vecchio mi disturba – visto che i miei due figli hanno preso tutta un’altra strada professionale. Ma io, e credo anche loro, l’abbiamo fatto consapevoli delle difficoltà che ci sarebbero state e senza mai troppo illudersi. Ora che stavamo per tirare finalmente la testa fuori dall’acqua e cominciavamo a intravedere orizzonti più rosei, questo Coronavirus ci ha maledettamente preso in contropiede come un tweener vincente di Federer.

Vero peraltro che in questo mese di marzo Ubitennis ha retto incredibilmente bene, perché abbiamo continuato ad avere – senza tennis giocato – fra le trenta e le quarantamila visite al giorno. Per questo devo rivolgere un grande, grandissimo grazie a chiunque stia continuando a leggerci quotidianamente, nonché a tutti i collaboratori perché so che abbiamo in cascina una trentina di articoli inediti (non quindi materiale d’archivio) pronti all’uscita – tutta una serie di interviste a grandi personaggi del tennis mondiale e nazionale, una serie di video-ritratti di campioni, accompagnati da dati e aneddoti, statistiche, belle storie tennistiche i cui prodromi avete forse già visto nei giorni scorsi e una chicca in via di sviluppo: un progetto di podcast live, una storia di UbiRadio settimanale, che vogliamo far partire il prima possibile.

Tutto ciò premesso, consentitemi di dire che il sottoscritto – come invidio a Gianni Clerici di essersi per primo autonominato “lo scriba”… è così brutto definirsi il sottoscritto oppure usare la perifrasi “chi scrive” – pur consapevole di tutto il peggio che mi poteva capitare, è tuttavia un tantino turbato nel ritrovarsi chiuso in casa con la prospettiva di non andare a Wimbledon dopo averlo fatto per 46 anni di fila. Una vita insomma. Dal ‘74 a oggi, Connors batte Rosewall fino a Djokovic che cancella due match point a Federer e trionfa, non ne avevo saltata una sola edizione, un solo giorno. 92 settimane che fra giorni d’arrivo, di partenza e qualche rinvio piovoso al lunedì (più il torneo olimpico del 2012 vinto da Andy Murray) sono due anni di vita vissuta in Church Road, dal mattino presto a notte.

Wimbledon 2019 di notte (foto via Twitter, @Wimbledon)

Non so perché, ma i 46 tornei al Country Club di Montecarlo, i 48 al Foro Italico, i 44 Roland Garros (da Adriano Panatta campione nel ’76 su Harold Solomon al dodicesimo trionfo di Rafa Nadal nel 2019), mi hanno fatto meno effetto, colpito meno. Forse perché guardavo avanti, perchè il momento topico della stagione tennistica per me è rimasto nostalgicamente sempre il leggendario Wimbledon, il torneo che si gioca nel Tempio del tennis, non a caso il torneo di cui ricordo una per una e senza nessuno sforzo tutte le finali e migliaia di particolari, di aneddoti, di storie, di personaggi, di vita vissuta. Wimbledon mi mancherà incredibilmente. Avevo scritto di getto ‘terribilmente’, ma ho subito corretto perché come detto sopra, le assenze e le cose terribili sono ben altre, però per molto più di metà della mia vita per me andare a Wimbledon è stata soltanto un po’ meno esperienza religiosa che per un pellegrino recarsi ad un luogo santo. Ci sarei andato a piedi.

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(Anche) Kevin Anderson e Ana Konjuh si preparano al rientro. Rientro?

Infortunati e non solo, si allunga la coda dei pro che scalpitano per tornare in campo. Proprio adesso che non sembra possibile

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Andreescu, Nishikori, Pironkova… Gente che si dice pronta per tornare a giocare proprio adesso che non c’è dove tornare. Eppure, il loro timing dovrebbe essere di livello superiore. Sembrano quelli che dopo vent’anni di divano si scoprono runner non appena spieghi loro che bisogna restare a casa. Escono a correre e lo chiamano footing perché così si chiamava in Italia l’ultima volta che ci hanno provato. Che poi è stata anche l’unica o quasi. Vengono fermati dopo duecento metri da un dolore lancinante alla milza. Non sarà invece un’appendicite acuta? Quale delle due è da questa parte?

Eccolo, allora, l’ultimo rotto del circuito, il buon Kevin Anderson sofferente al gomito per tutta la scorsa stagione. Infine si è operato. Al ginocchio. Tra l’altro, nemmeno si è operato lui: ha delegato il compito a un medico. Un chirurgo, addirittura. Non quello di Rafa, che da una carriera permette al maiorchino di giocare per grossa parte della stagione nonostante il problema al ginocchio. Oppure, che non è riuscito a risolvergli quel problema nell’arco di una carriera. Punti di vista di chi vede la questione da fuori pur dovendo restare dentro. Del Potro, anche lui era andato sotto quei ferri cantabrici. Dopo altri mesi fuori dal circuito (uno dei maggiori specialisti dell’amaro settore), il dolore non passava e Delpo è tornato in sala operatoria. Con un altro chirurgo.

Ma dicevamo di Anderson e della moglie Kelsey, che circa sei mesi fa ha dato alla luce la piccola Keira (la vedete nella foto in testa al pezzo, raggiante tra le braccia del babbo). Mamma Kelsey, bella senza essere barbie e pure parecchio in gamba, è laureata in contabilità ed è già avviata a una promettente carriera: ora amministra il bilancio di famiglia, è scrupolosa organizzatrice delle trasferte, arguta scrittrice… e amante del golf, perché sa che è sempre meglio avere almeno un difetto. Probabilmente non è per quello che smazzola abilmente le piccole sfere sfaccettate, anche se ci piace pensarlo. Torniamo a parlare di Kevin. Il duemetriezerotré di Johannesburg, inevitabilmente sceso al n. 123 della classifica, si sta preparando per l’uno-due-tre-via in campo. Ce lo ha comunicato un paio di settimane fa con una sorridente foto di squadra in un cinguettio che non può non accennare al noto problema globale, ma senza nominarlo direttamente (un plauso per ciò).

 

Sto continuando a impegnarmi per diventare più forte sul campo proprio adesso con il mio team durante questi tempi incerti che stiamo attraversando. Spero che restiate tutti al sicuro”

Col proposito di rafforzare il contingente balcanico, anche Ana Konjuh si è accodata ai citati colleghi. Nel rispetto della distanza interpersonale, ci mancherebbe. Certo che questo “io (non) torno a giocare” sta davvero diventando the new black. Molto meglio che starsene appostati per fotografare la gente che non resta a casa. Ana, quindi. Ora ventiduenne, la palindroma di Dubrovnik era arrivata a occupare il 20° posto WTA nel 2017, ma da allora ha giocato appena sette tornei. Perché anch’ella ha collezionato diversi infortuni. Senza contare le quattro operazioni chirurgiche al gomito destro. Nel frattempo ha cambiato racchetta (per un po’), corde, lancio di palla e tecnica del dritto che, invero, sembrava terreno fertile per l’epitrocleite.

“Pensavamo di rientrare a maggio-giugno, ma ora non so cosa succederà con questa situazione” ha detto in croato all’emittente HRT. “Siamo tutti un po’ spaventati, non è una situazione innocua. Cerco di non uscire con gruppi numerosi, mi alleno con il team ridotto ed evitiamo le palestre”. Eccola appunto impegnata in un allenamento alla vecchia maniera:

Non ci resta che augurarvi di tornare in campo al più presto, Ana, Kevin, Bianca, Kei, Tsvetana… Ci perdonerete, però, se il nostro desiderio è rafforzato dal fatto che rivedervi competere significherà anche il ritorno alla normalità per tutti.

P.S. Anche noi, come lo stimato Kevin, abbiamo omesso di nominare il noto problema globale che ci auguriamo di poter dimenticare presto. E sapete? Ogni tanto fa anche bene così.

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Maltese (FFT) in difesa del Roland Garros: “Wimbledon e US Open avrebbero fatto lo stesso”

Lionel Maltese, docente di strategia d’impresa e consigliere della FFT, spiega a L’Equipe le ragioni dello Slam parigino. “La cancellazione costerebbe 260 milioni di euro, ma le ricadute sarebbero globali”. E spinge per salvare la stagione

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Il campo Simonne Mathieu - Roland Garros

Lionel Maltese, docente di strategie d’impresa e membro del Comitato esecutivo della Federazione francese, ha preso la parola su L’Equipe spiegando le ragioni del Roland Garros. Lo Slam parigino si trova infatti in questo momento sotto il fuoco incrociato di chi – dopo l’annullamento imposto dall’emergenza sanitaria – non ha condiviso lo spostamento unilaterale in autunno, deciso senza tener conto degli altri interessi in gioco. L’ultimo fronte è stato aperto dal vicepresidente della federazione tedesca Dirk Hordorff che (sempre al quotidiano francese) ha anticipato la probabile cancellazione di Wimbledon sostenendo l’impossibilità per il Roland Garros di disputarsi nelle nuove date (dal 20 settembre al 4 ottobre) e appoggiando la minaccia avanzata dall’ATP di togliere valore per il ranking allo Slam francese.

FRONTE APERTO – Maltese, da fondo campo, risponde colpo su colpo. “Hordorff è molto vicino a Vasek Pospisil, che da membro dell’ATP Players Council conduce una battaglia personale, sostenendo la Laver Cup che (nelle stesse date, dal 25 al 27 settembre, ndr) spera si possa giocare a Boston. Rafael Nadal ha recentemente sostenuto il fatto che il Roland Garros possa aver luogo regolarmente nel momento in cui le condizioni di salute pubblica e sicurezza lo consentiranno. Credo che Hordorff non abbia ben presenti le conseguenze che avrebbe il mancato svolgimento del Roland Garros a settembre, nel momento in cui lo sviluppo dell’epidemia dovesse consentirlo. Annullare il torneo comporterebbe una perdita di 260 milioni di euro, a cui aggiungere i 100 che ogni anno vengono donati alla FFT per la diffusione del tennis a tutti i livelli in Francia. Senza Roland Garros, la federazione dovrebbe indebitarsi per mantenere il livello di occupazione garantito oggi nel complesso, anche a livello amatoriale. Abbiamo la responsabilità di intere famiglie. Ci siamo mossi su date che sarebbero state nel mirino anche di Wimbledon e dello US Open, senza trascurare il Masters 1000 di Miami che ci stava pensando. Sapevamo anche che posizionarci in anticipo rispetto agli altri ci sarebbe costato critiche a livello mediatico“.

CONSEGUENZE – La ricaduta di una cancellazione, aggiunge Maltese, non sarebbe soltanto locale. “Per il bene del tennis mondiale – spiega – servirebbe unità a livello politico. Questa al momento non c’è, ma credo che provare a mantenere in calendario gli Slam rappresenti una priorità per l’intero movimento. Non solo per una questione tecnica, ma anche di impatto sociale ed economico. Nell’emergenza e con la stagione devastata, i quattro Slam hanno il compito di far sì che il tennis continui a mantenere una dimensione globale. Dovrebbero ragionare all’unisono, invece ognuno coltiva il proprio interesse. Più nell’immediato, non ho timori per i top 50: i giocatori di primissima fascia sono aziende che resisteranno anche a questa crisi. C’è però il rischio di vedere allargato il divario economico con tutti gli altri tennisti e anche a discapito dei tornei, quelli non supportati dalle grandi banche. ATP e WTA sono strutturati in modo da poter proteggere i loro circuiti, l’ITF con meno sponsor rischierebbe e con lei anche la nuova Coppa Davis“.

 

RIPARTIRE – L’esigenza sottolineata da Maltese è quella di dare, in ogni caso, un senso al 2020 del tennis. “Se saltasse per intero la stagione – tiene a puntualizzare -, soprattutto se dovessero saltare gli Slam, si rischierebbe un crollo con un pericoloso effetto domino. Già alcuni Masters 1000 sono in seria difficoltà, perché una clausola assicurativa contro un’eventualità del genere avrebbe avuto un costo spropositato. Faccio un esempio, in scala: sono nel Comitato organizzatore dell’ATP 250 di Marsiglia, che si è potuto disputare a febbraio prima dello stop. Per un evento del genere, la cancellazione avrebbe rappresentato un fallimento totale dal punto di vista economico, senza paracadute per i posti di lavoro e i fornitori. L’unica soluzione sarebbe stata vendere i diritti di quella settimana a un’altra città“.

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