Federer: "Non dovevo liberarmi. Avevo già superato la sconfitta di Wimbledon"

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Federer: “Non dovevo liberarmi. Avevo già superato la sconfitta di Wimbledon”

Dopo la vittoria contro Djokovic alle ATP Finals, Roger parla della sua miglior partita dell’anno. “Ha funzionato tutto alla grande. Vittoria che dà fiducia e non logora il fisico. Io gioco nell’unico modo in cui so giocare”

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Roger Federer alle Nitto ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

da Londra, il nostro inviato

Sei andato a tutto gas dal primo all’ultimo punto della partita questa sera. Ci puoi raccontare come hai vissuto la partita e parlarci delle tue sensazioni quando è finita.
In match come questo entrano in gioco tante cose. Ne ho discusso con il mio team per oltre un’ora e un quarto prima dell’incontro analizzando tutti i possibili scenari. Mi hanno espresso le loro opinioni in merito a ciò che sarebbe potuto capitare e le abbiamo condivise insieme. Poi quando scendi in campo non sai se ciò che hai previsto si realizzerà. Sin dall’inizio ho sentito di avere un buon ritmo da fondocampo e al servizio e sentivo che Novak sarebbe stato in pericolo se non avesse giocato il suo miglior tennis. Era una bella sensazione ma, ancora una volta, poteva volere dire poco perché Novak trova sempre il modo per farti giocare male o per giocare meglio di te oppure tirare fuori dal nulla una vittoria come quella di Wimbledon. Sapevo che l’inizio partita non sarebbe stato decisivo ma comunque importante. Per tutto il primo set ho anche servito benissimo. Sono stato capace di tenere alta la pressione e mescolare le carte, perché lui a un certo momento nel primo set è diventato molto aggressivo sorprendendomi un po’. Ha tutto funzionato alla grande per me questa sera; mi sono attenuto al piano di gioco e ho ottenuto ciò che volevo. Al termine dell’incontro ho provato una bella sensazione come si è potuto vedere dalla mia reazione.

Non battevi Nole dal 2015, proprio qui a Londra. I fantasmi di Wimbledon ora sono spariti?
Non ci sono mai stati. Non sapevo neppure che non lo battevo da così tanto tempo dal momento che a Wimbledon e Bercy ci ero andato vicinissimo. Oggi pensavo di avere delle possibilità. Come ho detto dopo la partita con Thiem, i primi turni non sono mai semplici. Se confrontate il mio rendimento al servizio in questo match con quello vedrete che c’è la stessa differenza che tra giorno e notte. Quindi, sono molto contento di avere battuto Djokovic e di come ho giocato ma non sentivo di dovermi liberare di qualche cosa. Quella sconfitta l’ho superata piuttosto in fretta. Quest’anno ho giocato bene e questa vittoria lo testimonia.

Tutti parlano di come il tuo tennis sembri privo di fatica e come le cose che fai in campo appaiano facili. Quanto ti rende orgoglioso questo fatto?
È qualcosa che mi è sempre venuta naturale e che non ho ricercato, sin da quando ero un tennista junior. Il rovescio a due mani, le prese estreme sono cose che non fanno per me. Io gioco nell’unico modo in cui so giocare. A volte avrei voluto fare qualcosa in maniera diversa, ma alla fine è andata come doveva andare. Ne ho tratto il massimo possibile e il duro lavoro e uno stile di vita sano mi hanno reso il giocatore che sono oggi. È uno stile di gioco sciolto che si è rivelato anche utile alla salvaguardia del mio corpo e non è poco. In più nella mia carriera ho vinto tanti match in poco tempo come ho fatto questa sera. Queste vittorie sono doppiamente positive perché danno fiducia e non logorano il fisico. Così stanno le cose, ma ti assicuro che il mio modo di giocare è naturale e non costruito.

La tua performance al servizio è stata incredibile. 83% di prime in campo e 16 punti su 19 vinto nel primo set. 4 su 4 con la seconda. Ricordi di avere servito così bene recentemente? Ogni giorno sembri diverso. Con Thiem e Berrettini non avevo giocato così bene.
In effetti ho servito benissimo. Ci sono riuscito anche in altri periodi dell’anno. Forse anche a Basilea dove ho vinto con facilità. Però lì non c’era Djokovic. Colpire così bene la palla e  rispondere altrettanto bene al servizio è qualcosa di speciale. Quando scambiavamo lui sentiva di dovere essere aggressivo altrimenti se non lo faceva io spaccavo la palla. È stato un gran match e le percentuali al servizio determinano sconfitta o vittoria contro Novak. Sia a Parigi sia a Wimbledon ho servito benissimo e lui raramente mi ha fatto il break. Questo significa che la mia battuta contro di lui funziona bene. È quindi poi decisivo il modo in cui rispondo al suo servizio. Nel 2018 a Cincinnati fui pessimo ma a volte dipende solo da come ti senti quel giorno. E oggi io stavo decisamente bene.

 

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La prova della Lotto Raptor Hyperpulse 100

Recensione e test in campo della scarpa Lotto Raptor Hyperpulse 100: stabilità e leggerezza con l’innovativa suola Vibram®

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Da oltre 45 anni Lotto Sport risponde alle esigenze di atleti professionisti e amatori per offrire loro
il meglio in termini di stile e funzionalità. Per questo la collezione Performance autunno inverno
2021 vede il ritorno di Raptor nella sua naturale evoluzione: la Raptor Hyperpulse 100. La nuova
scarpa da uomo rispetta il passato per proiettarsi verso il futuro. Alle caratteristiche che l’hanno resa
celebre – supporto e stabilità – si aggiungono leggerezza e confort fin dalla prima calzata.
Tante le innovazioni, a partire dalla tomaia in mesh ultra sottile in poliestere a doppio strato, che
garantisce leggerezza e traspirabilità, alla trama in Kurim degli inserti posizionati nella parte alta
della scarpa. Questi inserti rinforzano l’area dell’avampiede e, grazie al taglio aereodinamico
consentono di fendere l’aria con meno attrito. Lo stesso materiale avvolge la punta della scarpa,
l’area soggetta a maggior sfregamento con il terreno. L’altezza del tacco si assesta a circa 2,8
centimetri, è massiva ma, come vedremo in seguito, assicura un’ammortizzazione eccellente
garantita dal sistema Hyperpulse. Questa innovativa tecnologia, realizzata in una combinazione di
ETPU ed EVA, presenta uno speciale design lamellare che assorbe l’impatto e restituisce energia. A
questo sistema di ammortizzazione, si aggiunge la soletta estraibile spessa 8 millimetri, circa il
doppio delle solette delle scarpe concorrenti, e realizzata in materiale Ortholite per un ulteriore
confort. L’intersuola garantisce maggiore leggerezza e, grazie alla sua struttura specifica, stabilità
media e laterale. La tecnologia BFC, realizzata in materiale TPU e posizionata nell’area centrale del
piede, determina un controllo perfetto in torsione e maggiore stabilità. Infine, va menzionata la
suola della scarpa studiata da Vibram® in collaborazione con Lotto Sport, e realizzata in una
speciale mescola, differenziata per superfici in terra e cemento, la quale assicura trazione e
resistenza elevate.

TEST IN CAMPO

La scarpa non si calza con estrema facilità, ma, una volta indossata ed effettuato i primi movimenti
in campo, sentirete subito una sensazione di naturale protezione. L’allacciatura è molto robusta e
trattiene saldamente la linguetta. Si percepisce subito la stabilità, soprattutto nei movimenti laterali,
molto esplosivi. La scarpa pesa circa 360 grammi (in taglia 42) e quindi risulta abbastanza leggera;
si sente quando si flette l’avampiede per la ricerca della massima velocità in avanti. Il pregio più
grande della scarpa è però l’ammortizzazione, l’azione della soletta che, grazie al sistema
Hyperpulse, assicura un buon assorbimento dell’impatto e ottimo confort quando il piede tocca
terra, soprattutto sul cemento ma anche sulla terra battuta. L’abbiamo testata su entrambe le
superfici e, nonostante la scarpa avesse la suola per cemento, il grip è risultato ottimo anche sulla
terra battuta. Riservandoci di verificare col passare del tempo l’efficacia del lavoro sviluppato da
Vibram® in termini di durabilità e resistenza, ci limitiamo a dire che la suola è molto robusta e che
il grip sul terreno è eccellente. Dopo diverse ore di gioco emerge che la Raptor Hyperpulse 100 si
può adattare benissimo a diversi tipi di giocatori: il peso contenuto piacerà ai tennisti che cercano
velocità e reattività, mentre la robustezza della costruzione incontrerà le esigenze di coloro che
necessitano stabilità e controllo.

Scopri di più su Raptor Hyperpulse 100

 

CONCLUSIONI

La Raptor Hyperpulse 100 è un modello che potrà soddisfare un’ampia gamma di giocatori, un
ottimo compromesso per chi cerca in una scarpa velocità, reattività ma anche robustezza. Le
competitor di questo prodotto sono tutte di fascia alta: Solecourt Boost di Adidas, Vapor di Nike e Eclipsion di Yonex. La Raptor è una scarpa solida, all-round, un altro ottimo prodotto che dimostra
l’eccellenza italiana nella progettazione delle calzature tecniche e sportive.

Scopri di più su Raptor Hyperpulse 100

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Coppa Davis

In difesa del tennis, sempre e comunque. Anche questa bistrattata Coppa Davis è tennis. E tennis vero

I giocatori si battono, si impegnano alla morte. A Torino, Innsbruck, Madrid. E non è solo questione di soldi. Vedi Kukushkin, Sinner, Djokovic. Tanti errori. Non avrei voluto cambiarla così. Ma è meglio che niente

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Novak Djokovic - Coppa Davis 2021 (photo by Manuel Queimadelos / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Sono più innamorato del tennis che dei nomi che si danno agli eventi. Sono cresciuto con la racchetta in mano e i miei sogni da bambino erano di poter un giorno giocare a Wimbledon e in Coppa Davis, non necessariamente in quell’ordine. Non ce l’ho fatta e il rimpianto è stato di non poter giocare le qualificazioni di Wimbledon nel ’73, quando avrei potuto farle perché avevo fatto dei buonissimi risultati nell’attività di college negli Stati Uniti, battendo fra gli altri il n.1 del Messico Loyo Mayo ma non solo, e per l’appunto per via del boicottaggio di 82 dei primi 100 tennisti del mondo (il numero andrebbe verificato, cito a memoria) a seguito del “caso Pilic” tante volte descritto, l’accesso ai Championships era assai più abbordabile.

Ma mio padre stava molto male, tornai precipitosamente dagli Stati Uniti e dovetti rinunciare a giocarle, con grande dispiacere… perché oltretutto sull’erba giocavo meglio che su altre superfici. Nelle Fiji avevo anche vinto un torneo di doppio organizzato da John Newcombe – lui che mi premiava è uno dei miei più bei ricordi – e me l’ero cavata benino anche in singolare raggiungendo i quarti. Non era uno Slam eh. E nemmeno un 250…

Tutta questa lunga premessa, che ai miei più incalliti denigratori parrà solo sfoggio autocelebrativo, in realtà l’ho fatta perché Davis e Wimbledon, Wimbledon e Davis, sono miei due grandi amori e mai li tradirei come ha fatto David Haggerty, l’attuale presidente della federazione internazionale, e anche tutte le federazioni che lo hanno fatto, inclusa la nostra. Quasi tutte, anche la nostra, lo hanno fatto per i soldi che la vecchia Davis non garantiva e che questa, con l’investimento monstre di Piqué e soci, invece li garantisce a federazioni e giocatori. 3 miliardi di dollari… per 25 anni se ho ben capito. Ma fossero anche meno… hanno consentito di tenerla in vita quando stava morendo perché 130 federazioni su 160 non ce la facevano a mantenersi e a mantenerla.

 

Ciò detto, e pur dichiarandomi io nostalgicamente innamorato anche dei match tre set su cinque, che secondo me garantiscono quasi sempre che a vincere sia il più forte – mentre così non è sulla distanza dei due set su tre; capisco il gusto della sorpresa e del poter dire “C’ero anch’io quando…” – e pur capendo che tutti quelli che hanno giocato la vecchia Coppa Davis inorridiscano nel seguire la nuova versione subentrata all’ultima vinta dalla Croazia nel 2018 e vorrebbero cambiarle il nome (Tennis World Cup?) per evitare, come dice Nicola Pietrangeli, che il suo ideatore Dwight Davis, si rivolti nella tomba, trovo però che sia sbagliato anche disprezzare tutto quello che si sta vedendo in questi giorni.

Sempre tennis è. Ed è vero tennis. Magari più triste perché non c’è sempre l’atmosfera che c’era una volta se una delle due squadre in campo giocava in casa e c’era sulle tribune un entusiasmo travolgente – e sono quindi certamente ancora più preoccupato di quanto potrà accadere negli Emirati Arabi l’anno prossimo… in attesa di scoprire domenica mattina ulteriori dettagli su come si pensa di organizzare l’evento – ma a me che gli si cambi il nome o non glielo si cambi, interessa il giusto. Mi piace vedere tennis e se vedo che si gioca con lo spirito giusto, e non quello delle per me insopportabili esibizioni, a me sta bene così. Preferirei vedere giocare tutti i campioni, certo – è scontato! – però se tanti di quelli dalle loro orecchie non ci sentono – e non ci sentivano neppure prima, almeno negli ultimi anni – pazienza, ce ne faremo una ragione.

Non si può scandalizzarci per i soldi messi in palio da Piqué e soci, o dagli arabi, se poi anche i tennisti più famosi snobbano – perché più facile fare soldi in altro modo – questo evento che come tutte le cose nuove commette errori di vario tipo, prima programmando incontri che finiscono all’alba (vedi 2019 alla Caja Magica), poi facendoli cominciare tardi (a Torino come a Madrid) e finire ad orari sempre assurdi, infine pensando di giocare parte degli incontri indoor per poi finire con la rassegna finale outdoor a tutt’altre temperature e superfici con pochi giorni di intervallo e viaggi aerei di 6 o 7 ore a dir poco… Così pare che potrebbe accadere a Abu Dhabi e da Hewitt a Djokovic a Kukushkin avete già sentito le sdegnate reazioni.

Non so come andrà, se si rivelerà un flop, o un obbrobrio come dice Pietrangeli, che certo dopo aver giocato 164 match in un certo modo non può davvero rassegnarsi a 87 anni a veder chiamare Coppa Davis un evento che non gli assomiglia salvo per il fatto di essere una competizione a squadre. Del resto anche i mondiali di calcio in Qatar non mi convincono. Però non sono d’accordo con chi dice: “Allora meglio nulla”. Io in queste due settimane, fra Torino e Madrid, sto vedendo dell’ottimo tennis. Anche se l’ho visto giocare a pochi top-ten. Ma Sinner è stato grande o no? Djokovic non vale la pena vederlo? Medvedev e Rublev preferireste stessero in Costa Azzurra? Berrettini non ci sarebbe stato se avesse potuto? Avremmo avuto metà dei top-ten… E i doppi erano brutti se giocati da Mektic/Pavic, Cabal/Farah, Sock/Ram?

Mi pare che si esageri in snobismo. E in catastrofismo. Io non sto dicendo che questa sia la soluzione migliore, ma tutti quella che la criticano sembrano incapaci di presentare una soluzione alternativa. Quella che è vissuta fino al 2018 veniva definita in crisi per la stessa primaria ragione che si ripresenta oggi. In primis l’assenza dei top-players una volta che essi (vedi Federer e Wawrinka, Nadal, del Potro… i primi che mi vengono a mente ) l’avevano già vinta e non volevano più sacrificare un minimo di 8 settimane del loro calendario e dei loro soldi (e di quelli dei loro gruppi manageriali, attenzione!) per giocare 4 long-weekend l’anno in tutti gli angoli del mondo e con cambi assolutamente improgrammabili ad inizio anno di superfici, palle, clima, fusi orari, continenti. Spesso travolgendo una più corretta e ordinata programmazione. Che è ciò che, legittimamente, sta più a cuore ai top-players che non possono mai deludere.

In questa criticatissima Coppa Davis – i cui promotori non avrebbero mai potuto pensare di investire tutti i soldi che stanno investendo e che chiedono ai loro sponsor giapponesi (Rakuten), arabi (sceicchi uniti…) italiani (Unicredit) e internazionali se gli avessero cambiato il nome, se l’avessero chiamata Coppa Rakuten invece che Coppa Davis – si è avvertito comunque fra i giocatori, con i loro capitani lo spirito di squadra. Gli abbracci, il sostegno reciproco, non è stato una recita collettiva. Era, è, roba vera. Perfino quel cafone di Opelka, che ha giocato come un cane, era incavolato nero per aver perso a quel modo. Mica recitava.

Le difficoltà organizzative ci sono state dappertutto e sarebbe ingiusto non tenerne conto. Nella vendita dei biglietti, nella ristorazione quasi ovunque inesistente, nella programmazione, negli aspetti logistici, in altri aspetti che ora non cito, ma quel che è successo a Innsbruck all’ultimo momento – la decisione di far giocare a porte chiuse – poteva accadere ovunque in questa disgraziatissima epoca Covid. Non si può non tenerne conto, avere le stesse pretese che si avevano per quegli eventi ante-Covid. Tante partite sono state avvincenti, non solo quelle degli italiani che abbiamo seguito più da vicino, come la rimonta di Jannik Sinner con Marin Cilic che ha servito per il match sul 5-4 nel secondo set. Si sono rivelati ottimi professionisti giocatori semisconosciuti ai più, i vari Gojo, Gomez junior, Mejia, Machac, Piros, Rodionov, che non avrebbero avuto altrimenti una chance di diventare eroi per caso, ma che è bello che lo siano diventati.

Mi diceva Giovanni di Natale che ha un ruolo importante nell’organizzazione media della FIT ed è un ex collaboratore di Ubitennis come tanti altri (Spalluto e Mastroluca fra gli altri, per breve tempo anche Angelo Mancuso, da anni capufficio stampa FIT…, chi più riconoscente, chi meno) che Supertennis ha avuto grandi ascolti durante la Davis, grazie al fatto di essere depositaria unica dei diritti tv. “Quasi da tv importante…”. E io a Torino, ma anche qui in Spagna – sebbene la Spagna sia stata eliminata come l’Italia – dove certo la gente avrà acquistato biglietti prima del k.o., ho visto tantissimi aficionados sulle tribune. E probabilmente tanta anche davanti alle tv di tutti quei Paesi che hanno acquistato i diritti. Tanti bambini entusiasti erano a Torino a gridare Jannik, Jannik! Bellissimo. Sono appassionati che ci resteranno in eredità, per sempre.

Vorremmo privarci di tutto questo? Io sinceramente non vedo perché. È sempre promozione per il tennis, anche se Sonego purtroppo si fa prendere dall’emozione e dalla pressione di dover vincere a tutti i costi e perde il doppio. Ma ci sta. Nello sport nulla deve essere scontato, sennò che gusto ci sarebbe? E mi immagino come se ne sarebbe parlato oggi se anche lui, quel bravissimo ragazzo di Lorenzo, avesse vinto, e ancor più se avessimo avuto qui un Berrettini in grado di farci lottare per la vittoria finale. Che magari arriverà a Abu Dhabi o altrove, chi può saperlo? Per il nostro sport sarà sempre uno spot positivo.

Una volta la Davis poteva essere vinta quasi da un solo giocatore, come accadde quando la vinse Bjorn Borg nel ’75 o più recentemente Andy Murray: due singolari vinti in partenza, un doppio raccattato in qualche modo e oplà, Davis conquistata. Oggi il doppio è diventato improvvisamente molto più importante, per il 33%. Siamo sicuri sia un male, un aspetto negativo? Non si sta rivitalizzando una specialità in agonia? Che fosse in agonia lo scriveva già trent’anni fa Rino Tommasi, quando i più forti tennisti smisero di giocarlo. Era post McEnroe. Ora potrebbe anche rinascere.

Si riuscisse a rigiocarla in casa (o in trasferta) almeno per un turno o due, magari creando degli aspettiti per le squadre che l’anno prima erano giunte in semifinale, potrebbe essere un progresso. Ma siamo ancora in fase sperimentale, e purtroppo ancora in fase Covid. Ci vuole pazienza. Come quella che io ho sempre avuto per i commenti che arrivano a Ubitennis. Molti dei miei collaboratori vorrebbero chiuderli. Li trovano inutili, frequentati sempre dagli stessi 500 lettori su 50.000 abituali e 100.000 o 150.000 più occasionali (nel senso che vengono a leggerci soltanto nelle grandi occasioni). Io trovo che invece si deve solo puntare a farli migliorare individuando un modo il più possibile oggettivo – difficilissimo! – per cassare quelli offensivi, iperpersonalizzati, inutili. Evidenziando invece quelli che contribuiscono a migliorare la qualità del sito, perché segnalano errori – mai prendersela con loro ma semmai ringraziare! Chi fa sbaglia ma non deve prendersela – perché danno suggerimenti utili, notizie, numeri, idee.

Ecco, in particolare per le discussioni relative a questa nuova Coppa Davis, sia i detrattori sia gli estimatori, hanno mantenuto un buon livello di discussione, salvo pochissime inevitabili eccezioni. Io vi invito a rileggere i commenti all’articolo di Vanni Gibertini “Coppa Davis, nuova formula, gironi in Europa, fase finale ad AbuDhabi. Sarebbe il colpo di grazia?”, perché molti – e voglio citare quelli di Alessio Francone, di Unforgiven 79, di Shapo, di Teus, di Cataflic (non li ricordo tutti e mi scuso con gli altri che meritavano citazione), di molte risposte dello stesso Vanni Gibertini – secondo me hanno tentato, riuscendoci, di dare contributi intelligenti alla discussione in atto. Dipende solo da voi lettori mantenere alto il livello dei commenti, evitando personalismi inutili. Per Ubitennis può essere un atout vincente. Sarebbe bello che anche nel corso dei nostri live, che a volte superano i 2.000 post, ci si limitasse a fare osservazioni utili per il maggior numero dei lettori. Ce la faremo?

Intanto dopo aver registrato l’ennesima maratona vincente di Kukushkin, annullando 4 matchpoint e trasformando il quinto nel corso di un infinito tiebreak e di un match di 3 ore e 18 minuti che ha avuto per vittima inconsolabile lo sfortunato (ma un tantino pavido) Kecmanovic, registro anche la vittoria in doppio di Djokovic con Cacic sullo stesso duo kazako Nedovyesov-Golubev (che parla italiano meglio di tanti, dopo la su alunga permanenza in Piemonte) che sei anni fa avevamo affrontato con l’Italia ad Astana. E devo dire “chapeau” a Djokovic perché quei tennisti che mettono in primo piano l’appartenenza al proprio Paese più che ai soldi, ai tornei più importanti, a me suscitano sempre grande ammirazione. Perché, come dicevo all’inizio anche per rispondere a tanti catastrofisti, per me la Coppa Davis e Wimbledon sono due passioni intramontabili. E chi li rispetta merita rispetto.

E se, di nuovo, questa coppa Davis non assomiglia a quella vecchia, pazienza. Finché non ce ne sarà una uguale o un’altra più simile, mi tengo questa senza “massacrarla”. Forse, in questo, a furia di star in mezzo ai ragazzi che collaborano al sito, che mi hanno insegnato a capire (se non sempre ad apprezzare…) i social, anche se fatico ad adeguarmi a Instagram, a Facebook, a Twitter, sono meno vecchio di coloro che vivono soltanto in mezzo ai loro vecchi coetanei. E che si danno ragione l’un l’altro senza confrontarsi con spiriti e anime diverse. Con questo non dico che gli uni o gli altri abbiano ragione di pensarla in un modo o nell’altro. Il mondo è bello perché è vario e non tutti i gusti sono alla vaniglia (ricordava sempre maestro Gianni Clerici). L’importante è che si giochi a tennis, si veda tennis, si legga di tennis, si parli di tennis.

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Coppa Davis

Coppa Davis, che rimonta di Sinner! Italia-Croazia 1-1, decide il doppio

Grande rimonta di Sinner che porta l’Italia sul 1-1. Cilic ha servito per il match nel secondo set. Sarà il doppio a decidere chi tra Italia e Croazia volerà a Madrid per giocare la semifinale della Coppa Davis 2021

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J. Sinner (ITA) – M. Cilic (CRO) 3-6 7-6(4) 6-3

da Torino il nostro inviato

L’Italia è ancora viva. Grande, grandissima vittoria di Jannik Sinner che ribalta un match che sembrava  già perso. Cilic era avanti 6-3 5-4 ed ha servito per il match e per portare la Croazia in semifinale, ma Jannik è riuscito a trascinare  il secondo set al tiebreak e a vincerlo, completando  l’opera nel terzo set.
E così l’Italia che era sul bordo del precipizio, può giocarsi l’accesso alle semifinali di Coppa Davis nel decisivo doppio.

 

La partita
L’inopinata sconfitta di Lorenzo Sonego contro Borna Gojo, pone Jannik Sinner di fronte ad un match senza ritorno.
Sulle spalle del nostro giovane campione ci sono tutta la responsabilità e la tensione di mantenere in vita le speranze di semifinale dell’Italia.
Marin Cilic non è più il giocatore che ha vinto uno slam e giocato altre due finali spingendosi fino al numero 3 del mondo, ma è pur sempre un grande giocatore che ha vinto questa coppa (o meglio la vera Davis…)  da protagonista nel 2018 e che in questa stagione ha portato a casa due trofei dopo 3 anni di astinenza, rientrando in top30.
Marin fa valere tutta la sua esperienza in avvio, mentre Jannik appare contratto e falloso.
Il break arriva già nel quarto gioco dopo una mirabile accelerazione di diritto di Cilic ed un brutto errore di rovescio dell’altoatesino (3-1).
Il croato spinge lontano dal campo il numero 10 del mondo ed è efficace al servizio (6 ace nel primo set), per l’entusiasmo della banda croata  che ci sogneremo tutta la notte.
Jannik prova a reagire ma l’unica piccola chance la ha quando Cilic va a servire sul 5-3  per chiudere il parziale e si ritrova 0-30 sotto la spinta dell’azzurro. Cilic si salva con il servizio e resiste al tentativo di rimonta di Sinner che annulla tre set point prima di capitolare con una brutta risposta di rovescio su una seconda del croato. Dopo 45 minuti la Croazia si ritrova ad un set dalla semifinale della Coppa Davis.

La musica (non solo della banda) non cambia in avvio di secondo set. Anzi, Cilic sfonda subito con il diritto e si assicura il break in apertura  che gli infonde tranquillità nonostante lo stadio provi a sostenere a gran voce il suo beniamino.

Ma Cilic è famoso anche per i suoi improvvisi black-out. E così sul 2-1 40-0 in un game apparentemente in controllo, Jannik indovina due grandi soluzioni, poi il croato ci mette tre errori di rovescio che riannettono Sinner alla partita (2-2) e con un parziale di 9 punti a 1 lo portano per la prima volta davanti (3-2).
Al cambio di campo il croato avanti 30-0  combina altri tre disastri a campo aperto e concede a Jannik la palla per un nuovo break, ma servizio&diritto alla vecchia maniera lo tirano fuori dai guai. Sul 3-3 è però Jannik a dover fronteggiare una palla break che potrebbe risultare fatale: con gran classe e tre prime vincenti va a condurre 4-3.
La situazione si ripete però sul 4-4 e stavolta il diritto di Jannik vola via mandando Cilic a servire per il match e per portare la Croazia a Madrid.
Finita? Non quando c’è Marin in campo che ancora non ha fatto pace con i demoni del tennis. Diritto steccato, doppio fallo, rovescio largo mandano Jannik a tripla palla break, subito capitalizzata dal nuovo errore del croato, stavolta su spinta dell’azzurro: 5-5.
Sinner si salva da 0-30 con grande coraggio e mette Cilic – che pochi minuti prima vedeva la vittoria ad un passo – nella scomoda sensazione di servire per salvare il set: stavolta i nervi non tradiscono il croato ed è il tiebreak a decidere.
Jannik lo gioca da campione consumato. In diritto largo di Cilic gli dà un mini break di vantaggio (4-2), che però restituisce con un errore di rovescio (4-4). Sinner però è sempre in spinta e costringe il croato al l’errore che lo manda al doppio set-point (6-4). Il passante di diritto in cross che pone fine al parziale è un capolavoro che fa impazzire Torino. Dopo due ore siamo ancora vivi!

All’inizio del terzo set l’inerzia sembra tutta per l’Italia tanto che Cilic si fa breckare subito a zero. Tuttavia il croato ha una reazione d’orgoglio , riprendendo subito il break e portandosi avanti 2-1.
Nel settimo game sul 3-3 arriva la svolta: Jannik ha sempre più i piedi dentro al campo e picchia a più non posso sulla diagonale sinistra costringendo Cilic alla resa : è il break decisivo e il Pala-Alpitour adesso è una bolgia. Sinner ora è un treno in piena corsa, inarrestabile e competa l’opera facendo esplodere di gioia la panchina azzurra e con essa l’intero palazzetto.
L’orchestrina croata non suona più, magari riprenderà a cantare per il doppio balcanico fortissimo.
Ma c’è un ragazzo giovane, biondo e italiano. Fortissimo. E che vuole l’ultima parola.

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