Karolina Muchova, una carriera in (meraviglioso) ritardo

Interviste

Karolina Muchova, una carriera in (meraviglioso) ritardo

Intervista esclusiva alla giocatrice ceca, che ci svela il motivo della sua esplosione tardiva: “Sono cresciuta in ritardo, a 15-16 anni ero molto piccola e ho avuto problemi alle ginocchia e alla schiena”. Adesso però, sul campo, è uno spettacolo

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Karolina Muchova - WTA Elite Trophy 2019
 
 

Karolina Muchova non è un cliente facile. Se noi fossimo dei venditori porta a porta (ancora ne esistono, sì), lei sarebbe probabilmente quella che dopo averci ascoltato per cinque minuti decantare le lodi del nostro prodotto, con involontaria crudeltà e un terribile sorriso di cortesia ci spedirebbe all’abitazione di fronte usando quattro parole quattro: ‘Non mi interessa, grazie‘. Di parole Karolina non è prodiga, e nonostante la sua carriera ad alti livelli sia praticamente appena iniziata è ragionevole credere che non lo sarà mai.

Lo ammettiamo, è un po’ presuntuoso ipotizzarlo dopo averci parlato per pochi minuti in una saletta dell’Hengqin International Tennis Center di Zhuhai, nel corso del WTA Elite Trophy per assistere al quale abbiamo ricevuto un gentile invito, ma se non sfruttiamo il vantaggio deduttivo delle nostre sensazioni a pelle tanto vale smettere di parlare di persona con gli atleti. Il motivo per cui abbiamo scelto di disturbare proprio lei, oltre a Sabalenka e Yastremska (che alla fine non si è nascosta troppo bene, se sull’imminente assunzione di Bajin l’avevamo stanata), è molto banale: vedere giocare dal vivo Karolina Muchova è un’esperienza profondamente appagante e volevamo capire cosa ci fosse dietro questa perfezione stilistica giustamente premiata dal secondo posto nella nostra classifica degli outfit stagionali.

Per chi volesse approfondire il bagaglio tecnico della 23enne ceca il consiglio è leggere questo mirabile articolo di AGF rispetto al quale sarebbe quasi oltraggioso fare delle obiezioni. Ci soffermeremo quindi sugli elementi di maggiore accordo – il dritto la cui preparazione ha un impronta marcatamente ‘maschile’, soprattutto nell’esecuzione inside-out, la grande varietà del servizio che non è soltanto il colpo di inizio gioco ma ha i crismi dell’apertura in una partita di scacchi, ovvero è indicazione di come Karolina vuole sviluppare il punto, e la totale completezza di soluzioni nel gioco di volo – e citeremo l’unica parziale perplessità.

 

Sì, l’esecuzione del rovescio è un po’ più rigida e non ha la fluidità del dritto, non provoca la stessa meraviglia suscitata da uno spezzone girato a 60 fps e montato in mezzo a un filmato di qualità molto più bassa, ma neanche spezza l’armonia del suo gioco. Comunque, anche dal lato sinistro, Karolina può mettere la palla quasi dove vuole. L’unico problema è che non sempre arriva per tempo sulla palla perché a fronte di una coordinazione naturale impressionante non è particolarmente veloce negli spostamenti. Per questo ha bisogno di tenere l’iniziativa e giocare alle sue condizioni; quando ci riesce, è veramente uno spettacolo di verticalità.

Karolina Muchova – Wimbledon 2019 (via Twitter, @wimbledon)

UNA CARRIERA IN RITARDO

Muchova ha iniziato la sua carriera professionistica nel 2014, a meno di considerare quel paio di partite vinte tra ottobre e novembre 2013. Senza un particolare curriculum junior alle spalle, ma incoraggiata dal padre ex calciatore Josef Mucha (centrocampista di fisico del Sigma Olomouc, 38 gol all’attivo nella prima divisione ceca) Karolina ha fatto la conoscenza del circuito ITF solo nell’anno della maggiore età.

Non credo che il fatto che mio padre fosse un calciatore abbia influito sulla mia scelta di fare la tennista” esordisce Karolina. “Più che altro, quando ero piccola mio padre mi ha fatto provare molti sport e questo mi ha aiutato a capire ‘come si fa’, come ci si muove“. La coordinazione nel gesto di cui parlavamo poc’anzi è in parte una legacy paterna e in parte la conseguenza del fatto che si sia cimentata con la ginnastica, la pallamano e il nuoto sincronizzato, tentativi poi sfociati nella decisione – a circa undici anni – di proseguire solo con il tennis. Vinto il primo torneo disputato, lo ha preso come un segno per intraprendere definitivamente quella strada.

Non è stata però una strada semplice, se è vero che il mondo del tennis si è accorto di lei molto tardi, precisamente il 30 agosto 2018 quando al secondo turno dello US Open, da numero 202 del mondo, ha rimontato e sconfitto Garbiñe Muguruza. Karolina aveva 22 anni e fino a quel momento aveva trascorso appena quattro settimane in top 200; otto mesi dopo è entrata in top 100, quindici mesi dopo è la numero 21 del ranking. Quando le chiediamo perché secondo lei ci abbia messo così tanto, nonostante il talento di cui dispone, e se magari proprio il suo stile di gioco può averle reso il percorso più complicato, risponde così.

È difficile da dire. Non so perché, non lo so” dice producendosi nel primo dei soli due sorrisi che regalerà nel corso dell’intervista. Dopo una piccola pausa, prosegue: “In effetti sono in ritardo con tutto. Sì, potrebbe dipendere dal fatto che ho uno stile di gioco differente: ho dovuto imparare cose diverse per vincere le partite, soprattutto quelle più complicate. Ma questo è il mio modo di giocare e non ho mai voluto cambiarlo”.

Sono stata anche spesso infortunata quando ero più giovane e non ho disputato molte stagioni complete aggiunge come se fosse un corollario nella sua spiegazione, quando invece è probabilmente l’elemento principale, qualcosa di cui probabilmente non aveva mai fatto menzione in pubblico. “Sono cresciuta in ritardo. Come puoi vedere, sempre in ritardo! Ero molto piccola a 15-16 anni, ne dimostravo molti meno di quelli che avevo. Ho avuto problemi alle ginocchia, alla schiena, poi a un certo punto sono cresciuta molto rapidamente. Ero molto magra, ci è voluto un po’ di tempo per arrivare dove sono adesso“. Non è una passeggiata gestire le implicazioni di questa condizione clinica, che dalla descrizione di Karolina sembra riconducibile alla stessa disfunzione ormonale che ha colpito Lionel Messi. Se stai provando a diventare un atleta professionista lo è ancora meno.

Karolina Muchova – WTA Elite Trophy 2019

Riportiamo a Karolina una nostra sensazione. Quando vediamo una mano sopraffina incrociare una mano ben più ruvida, prima ancora dell’abusatissimo elogio del contrasto di stili, emerge una sgradevole reazione istintiva, forse un po’ snobistica, quasi che non dovrebbe essere permesso a un tennista che gioca tanto male le volée di affrontare ‘impunemente’ uno (o una) che invece le esegue magistralmente. Si tratta di un’idea che il raziocinio cancella in pochi istanti, perché in fondo il gioco di volo è solo una parte del tutto, ma il retaggio dei gesti bianchi ogni tanto fa questi scherzi. Non le dà ‘fastidio’ che tante sue colleghe non tocchino bene la palla a rete, o magari questo la fa sentire più unica? “Perché dovrebbe darmi fastidio? Per me è un’ottima cosa che non ci riescano bene come me!” risponde decisa, accompagnando con il secondo e ultimo sorriso del pomeriggio.

Si fa improvvisamente seria quando la domanda verte sulla sua federazione di appartenenza e sul rapporto con le connazionali. “Sì, conosco alcune giocatrici” risponde quasi distrattamente.Con la federazione invece non ho alcun rapporto. In Repubblica Ceca, almeno per me, è stato piuttosto difficile. Ma va bene così“. Insomma, non certo una ‘cocca’ della Český tenisový svaz, la federazione ceca, ma questa dinamica potrebbe tornare a interessarle in ottica Olimpiadi di Tokyo. “Sono già adesso la quarta giocatrice nel ranking nazionale” specifica Karolina. “Ma non so esattamente quale sia il cut-off e quante giocatrici possano andarci, ma sì, mi piacerebbe. Sarebbe una grande esperienza“. Il cut-off è la posizione 56 e il numero massimo di atleti per nazione nel tabellone di singolare è quattro, dunque per il momento Karolina sarebbe dentro.

La ragazza di Olomouc, comunque, non sembra tagliata per ‘fare spogliatoio’ e per le competizioni di squadra (una sola presenza in Fed Cup quest’anno, unica in carriera). Le interessa più che altro giocare a tennis, un po’ per onorare il talento che le è stato donato e un po’ per dimostrare che anche con un gioco così difficile si può arrivare davvero in alto. Un approccio molto ‘maschio’ alla questione, se ci è concesso definirlo così, per confermare il quale è stato istruttivo vedere un set della semifinale di Zhuhai (persa in due parziali contro Sabalenka) nel box di Karolina orfano del coach Emil Miske, che comunque continuerà a lavorare con lei nel 2020. In Cina è stata infatti seguita dal fisioterapista e dallo sparring partner Miroslav, un tipo corpulento e taciturno alla maniera ceca (ci ricorda il compagno di stanza di un breve soggiorno in Turchia, qualche anno fa). Ci riesce di estorcergli qualche commento e persino la traduzione istantanea di un paio di incitamenti in lingua madre che non ci siamo appuntati e abbiamo puntualmente dimenticato; poi Karolina va sotto di un set e Miroslav si sforza di non essere rude quando ci invita a spostarci un paio di seggiolini più in là, ‘scusami ma in questi momenti a Karolina non piace vedere facce sconosciute nel box‘.

Perché sì, in effetti dietro questa corazza molto spessa che Karolina ci tiene a preservare – è abitudine costitutiva, non sembra lo faccia di proposito – ci sono delle debolezze, come le lacrime nella partita di round robin contro Kenin che non sembrava affatto in condizione di vincere e che invece poi ha vinto asciugando gli occhi e tornando a lottare. Quali sono le sue debolezze, le chiediamo dunque in chiusura d’intervista, visto che in campo sembra in grado di eseguire ogni colpo? “Credo di poter migliorare in tutto ma allo stesso tempo non direi che ho particolari debolezze. Certo, posso lavorare per fare volée migliori, dritti migliori (non sarà facile, viene da pensare, ndr), insomma lavorerò su tutto. Il prossimo anno voglio fare grandi cose“. Intanto un piccolo traguardo l’ha già ottenuto, poiché la sua pagina WTA – che fino a un paio di mesi fa non era fornita neanche di fotografia, praticamente l’unica tra le top 100 – a seguito del rimodernamento del sito ufficiale appare invece più consona al suo status di top 30.

Difficile sapere come andrà finire la storia di Karolina Muchova, se il suo congenito ritardo le concederà una tregua e le permetterà di vincere qualcosa di importante in tempo utile. Certo, sarebbe bello, ma concentriamoci su ciò che non ha bisogno del condizionale: vederla giocare a tennis è già adesso una delle esperienze migliori che un appassionato possa fare.

Karolina Muchova – WTA Elite Trophy 2019

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ATP

Gaudenzi e il modello F1. Intervista a due con Stefano Domenicali: “Il tennis si evolverà di pari passo con la tecnologia”

La visione del presidente ATP Gaudenzi è quella di un tennis più orientato all’intrattenimento, sulla falsariga della Formula 1

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L’ATP pensa in grande. O almeno questo è il proposito del suo presidente Andrea Gaudenzi. Sulla scia della Formula 1 anche l’ATP ha siglato una partnership con Netflix per mostrare la vita degli atleti di livello mondiale che competono ai massimi livelli. Come corollario di tutto ciò, il presidente Gaudenzi ha incontrato il CEO della F1 Stefano Domenicali per discutere alcuni dei punti in comune tra questi due sport e guardare al futuro del tennis attraverso la lente di OneVision, il piano di gioco trasformativo dell’ATP per far crescere lo sport. “È stato importante, molto importante“, ha detto Domenicali della serie Netflix ‘Formula 1: Drive To Survive‘. “Devo dire che quando abbiamo avuto l’idea, alcuni dei team e dei piloti stavano dicendo: ‘Non vogliamo essere coinvolti.’ Ma alla fine stiamo scoprendo che è stata la decisione giusta. È un modo diverso di parlare di Formula 1.

Domenicali ha spiegato come la serie Netflix (giunta quest’anno alla quinta stagione) abbia aiutato il suo sport a condividere le storie dei suoi atleti oltre la competizione in pista. Gaudenzi è sulla stessa lunghezza d’onda, per questo ha voluto importare il format anche nel mondo del tennis: “Credo fermamente che il nostro sport sia molto adatto per la trasformazione digitale che sta avvenendo“, ha affermato, notando la competizione quasi quotidiana che fornisce contenuti quasi 300 giorni all’anno con più di 64 tornei, inclusa la competizione in più di 30 paesi. A tal proposito cosa ne pensano gli atleti di tutto ciò? Rafael Nadal, interpellato dallo stesso Gaudenzi, pare concorde con la possibilità di espansione a livello mediatico: “Sono d’accordo, abbiamo perso molto tempo a litigare tra di noi: i tornei lottano per i loro interessi e noi tennisti per i nostri. Dobbiamo unirci per il bene del tennis”. Matteo Berrettini invece si è ambientato piuttosto in fretta dato che già al Queen’s, torneo poi vinto, era seguito dalle telecamere Netflix sia in campo che durante le conferenze stampa.

Un’altra parte importante del piano OneVision è incentrata sull’elevazione degli eventi ATP Masters 1000 come prodotto premium dell’ATP Tour. “I Masters 1000 sono grandi eventi” ha spiegato Nadal. “A volte dal mio punto di vista personale ci sono i Grandi Slam e poi il resto dei tornei molto più in basso, quindi penso che il nostro obiettivo in quanto ATP sia quello di avvicinare i nostri tornei sempre più agli Slam in termini di promozione e importanza. Dobbiamo incoraggiare i tornei a continuare a crescere”.

 

Siamo anche consapevoli che dobbiamo finanziare il Challenger Tour“, ha aggiunto Gaudenzi, “perché abbiamo bisogno delle stelle del futuro, del talento e dei giocatori più giovani per poter effettivamente guadagnarsi da vivere mentre si preparano per il Tour”.

In un passaggio dell’intervista tra Gaudenzi e Stefanos Tsitsipas, il greco chiede “Qual è il piano per supportare i 250 quando le settimane diventeranno più lunghe in 1000?” “Bella domanda“, ha detto Gaudenzi. “Non abbiamo un piano per ridurre ora il numero di 250. Pensiamo che siano molto importanti. Li riprogrammeremo ed è probabile che avremo anche forti Challenger nella seconda settimana dei Masters per coloro che perdono presto per fornire lavoro ai giocatori”.

“Vedo il valore nella trasparenza“, ha detto Gaudenzi, rivolto ancora a Domenicali sugli sforzi della F1 in tal senso. “Stiamo cercando di fare la stessa cosa per fornire visibilità ai giocatori, del loro successo futuro, con la nostra formula di partecipazione“. Entrambi hanno convenuto che, alla fine, i loro sport competono contro altri campionati sportivi e l’industria dell’intrattenimento per il tempo e l’attenzione dei fan. “Siamo anche in competizione con le piattaforme di intrattenimento, che si tratti di giochi, musica, Spotify. In un certo senso siamo in competizione con Netflix“.

“C’è un’enorme opportunità che arriva attraverso l’unità“, ha riassunto Gaudenzi, “perché l’interesse individuale ovviamente non sempre corrisponde all’interesse collettivo dello sport“. Domenicali ha chiuso con un voto di fiducia al piano OneVision dell’ATP, congratulandosi con Gaudenzi per il concept. “Penso che sarà una grande spinta nel sistema“, ha detto. “Avrai le tue sfide, ma sono sicuro che con la tua credibilità e autenticità, sarai in grado di raggiungerlo“. La Fase Uno di OneVision, approvata dal Consiglio ATP nel giugno 2022, entrerà in vigore da gennaio 2023.

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evidenza

Berrettini torna su Wimbledon senza punti: “Non importa come gioco, uscirò dai primi 20: dovevano almeno avvisarci”

Il tennista italiano si concede in un’intervista all’Équipe: “L’erba? Prima di giocare in Davis contro l’India non mi piaceva”

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Matteo Berrettini - Queen's 2022 (Credit- Getty Image for LTA)

Non passa certo inosservato Matteo Berrettini, che nonostante la stagione difficile a livello fisico si è confermato come uno dei tennisti più forti del mondo con la semifinale all’Australian Open e ora dopo le vittorie di Stoccarda e del Queen’s è tra i principali favoriti per Wimbledon. Proprio sullo Slam londinese verte la prima domanda di Anne-Sophie Sourdet nella sua intervista su L’Equipe Magzine al finalista dello scorso anno a Wimbledon. “Vedo la mia famiglia seduta nel box accanto al mio staff, quelli che sono sempre stati con me, il mio allenatore da quando avevo 12 anni, i miei migliori amici. Ricordo tutto, la folla che cantava il mio nome, la tensione che ha attraversato il primo set e la finale. Ricordo la notte prima della finale, e anche quella dopo: era una follia quel giorno a Londra, perché c’era anche la finale dell’Europeo di calcio tra Inghilterra e Italia. Non posso credere che sia già passato un anno“.

Il torneo è nell’occhio del ciclone dell’opinione pubblica e dei tennisti stessi per la decisione di escludere russi e bielorussi, con conseguenza la rimozione dei punti ATP da Wimbledon, una decisione che penalizza non poco Berrettini. “Non mi è piaciuta quella decisione e ancora non mi piace. Non credo sia molto giusto. Avrebbero dovuto almeno far sapere ai giocatori cosa stava succedendo. Nessuno ci ha chiamato. So che la situazione è complicata, che non è giusto per russi e bielorussi. Ma quando stai per prendere una decisione del genere con conseguenze così gravi, il minimo che puoi fare è ascoltare i giocatori, informarli in anticipo. Sarebbe dovuto andare diversamente“.

L’assenza di punti di Wimbledon potrebbe causare l’uscita dalla top20 del tennista italiano, che però non si scoraggia. “Da un lato è motivante, dall’altro per niente. Sapere che vincere tre tornei di fila, compreso uno Slam, non basterà a impedirti di scendere dal decimo a più del ventesimo posto… È brutto. […] Per quanto riguarda il mio infortunio, ho deciso di saltare il Roland-Garros perché non ero pronto ma non ho accelerato per farcela. Se avessi saputo prima che a Wimbledon non ci sarebbero stati punti in palio, forse avrei spinto, avrei modificato il mio programma per recuperare qualche punto. Sarà difficile, ma so di poter rientrare nella top 10 perché l’ho già fatto prima. Però diciamo che mi sento disarmato. Non importa come gioco, alla fine cadrò in classifica“. E pensare che all’inizio l’erba non piaceva molto a Berrettini come superficie, un fatto ammesso dal tennista stesso. “La risposta non era mai buona, non mi muovevo bene. Poi ho giocato in Coppa Davis contro l’India sull’erba a febbraio e mi è piaciuta molto. Mi sentivo meglio, il mio servizio funzionava con lo slice. Ho persino iniziato a pentirmi che la stagione sull’erba fosse così breve.“.

 

Non mancano domande sulla vita privata di Berrettini, partendo dalla sua abitudine “poco italiana” a detta di Sourdet di non seguire troppo il calcio. “Come mio padre e mio nonno, io ero un grande tifoso della Fiorentina. Poi sono cresciuto, ho viaggiato, mi sono evoluto in un’altra disciplina, quindi mi sono staccato dal mondo del calcio. Certo, mi piace ancora guardare i match, ma è difficile seguire le notizie sul calcio mentre si viaggia per il mondo. Prima, sapevo tutto!“. Un riferimento anche alla bellezza fisica di Matteo, che unito al suo talento in campo gli ha fatto conquistare molti tifosi per il mondo e il ruolo di uomo immagine per Hugo Boss. “È qualcosa di cui la gente vuole parlare, ma non è la cosa che definisce chi sono. Mi intervisti perché sono un tennista e ho dei risultati, se non giocassi non sarei qui con te. Quando le persone mi dicono che sono bello, mi piace sentirlo, ma non c’entra nulla, dovrebbero ringraziare mia madre. La bellezza può attirare gli sponsor, ma non ti fa giocare meglio, altrimenti il numero 1 del mondo sarebbe la persona più bella del mondo“. Chiusura sul soprannome di Berrettini, “The Hammer”, che per l’intervistatrice è in contrapposizione con l’immagine del tennista italiano e a cui Berrettini risponde con una battuta. “Si può essere un martello elegante“.

Clicca qui per leggere la classifica ATP aggiornata al 20 giugno 2022!

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Flash

Serena Williams dopo il rientro: “Amo il tennis e mi sento bene. Giocare anche dopo Wimbledon? Non lo so”

Serena non si sbilancia sul futuro: “Un giorno alla volta, una partita alla volta”. Oggi pomeriggio i quarti di finale in doppio con Jabeur a Eastbourne

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Serena Williams - Eastbourne 2022 (foto @the_LTA)

Serena Williams è tornata. La domanda allora diventa: per quanto tempo? Questo non è dato sapersi, forse non lo sa nemmeno lei. O almeno così fa intendere. Il primissimo responso dato dal campo, intanto, è stato positivo. Certo, si trattava di un match di doppio e contro due avversarie Bouzkova e Sorribes Tormo – che hanno ben figurato ma che non sono tra le più esperte in questa specialità, ma comunque la Serena vista è sembrata persino più in forma di quella che si presentò a Wimbledon l’anno scorso. Proprio ai Championships la 23 volte campionessa Slam giocò, senza nemmeno terminare, la sua ultima partita prima del rientro di ieri. Oggi, lei e la sua ‘innamorata’ compagna Ons Jabeurche non spreca nessuna occasione per ribadire quanto sia grata per questa opportunità – torneranno in campo per i quarti di finale (alle 16 contro Aoyama/Chan). Poi? La risposta di Serena è chiara e allo stesso tempo vaga: un giorno alla volta, una partita alla volta”. Di sicuro ci sarà il ritorno a Wimbledon. Sarà la sua last dance o avrà motivazioni per andare avanti, magari anche l’anno prossimo? “Davvero, non lo so, non posso rispondere” – dice Serena. Noi le crediamo.

Nella conferenza stampa post-match erano sedute ovviamente a fianco, lei e Ons. Le domande, però, sono state – come prevedibile – praticamente tutte per l’americana. Forse qualcuno dei giornalisti presenti avrebbe potuto sforzarsi un po’ di più per pensare anche a una domanda per la tunisina, che da lunedì sarà numero 2 del mondo: insomma, non è una qualunque, non una giovane promessa che ha in Serena la sua chioccia. In ogni caso, Jabeur non ha avuto alcun problema: “È stata la conferenza più breve della mia carriera (in termini di domande ricevute, ndr) – ha detto ridendo dopo aver ascoltato le risposte della sua compagna di doppio – ma sono entusiasta di essere al fianco di Serena, sono davvero grata”.

Williams e Jabeur ieri hanno impiegato un set per trovare la giusta armonia: entrambe dovevano scrollarsi di dosso qualcosa. Serena la ruggine, Ons la pressione di giocare a fianco a un’icona della storia del tennis (e dello sport, in generale). Alla fine hanno vinto al super tie-break, dopo aver annullato anche un match point. L’incontro è durato 94 minuti: troppo pochi per avere delle risposte definitive. E infatti tutte le dichiarazioni di Serena nel post lasciano ben aperto il finale: “Amo giocare a tennis, altrimenti non sarei qui ora, ma amo anche quello che faccio fuori dal campo”.

 

I dubbi sulle prospettive di questo rientro in campo rimangono. Quelli sulla condizione fisico-atletica della minore delle sorelle Williams in parte: non sono stati infatti fugati, ma almeno accantonati in attesa di sfide più probanti sì. È partita con una prima a 90 miglia e ci ha messo 25 minuti per colpire un vincente, ma piano piano è sembrata più agile e più a suo agio al servizio (chiudendo il secondo set con un ace a 164 km/h). Tumaini Carayol sul Guardian ha detto che gradualmente “sono tornati anche i piccoli passi essenziali attorno alla palla” e che “nel secondo set, Williams ha proposto un gioco vintage”. Serena ha riferito di aver sempre provato a rimanere “semi-fit” anche se ci sono stati periodi di “non-allenamento, soprattutto all’inizio, dopo che non ho potuto giocare a New York, e non è stato affatto male!”. “Ora però sento che il mio corpo sta bene“.

Tra i misteri che accompagnano questo ritorno sui campi da tennis di Serena Williams, si è aggiunto anche quello legato a tre strisce nere adesive piazzate sulla sua guancia destra. In sala stampa (dove le aveva ancora in viso) Molly McElwee del Telegraph le ha chiesto cosa siano, ma l’americana ha evaso la domanda. Cerotti per aiutare la respirazione o per coprire qualcosa? Chissà. La stessa (non)risposta che abbiamo in relazione al futuro tennistico di Serena. Intanto, lei è tornata – vincendo – e, come titola la Vanguardia Margaret Court non può ancora avere pace.

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