Tutte le strade dello Slam

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Tutte le strade dello Slam

La straordinaria gara per la supremazia Slam tra Roger Federer, Rafa Nadal e Novak Djokovic raccontata nel linguaggio dello sport epico per antonomasia, il ciclismo

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(foto credit: Tennis.com)

Molto probabilmente anche noi come Novak Djokovica sentire le sue parole nella conferenza stampa dopo la vittoria a Melbournesolo tra qualche anno capiremo del tutto la grandezza delle imprese che sono stati in grado di realizzare in tutti questi anni il fuoriclasse serbo e quegli altri due fenomeni – che avevano iniziato a collezionarne già da circa un lustro prima dell’avvento di Nole – che rispondono al nome di Roger Federer e Rafa Nadal. A partire dal livello a cui stanno portando la loro sfida dai connotati ormai epici, quella per la leadership nella classifica che probabilmente conta di più nella storia del tennis, quella dei titoli Slam vinti. Una classifica che già dallo scorso anno li vede sui primi tre gradini del podio – dopo che Djokovic vincendo per la settima volta in Australia si è insediato solitario al terzo posto staccando Sampras – e nella quale attualmente il loro numero di Slam (56) è pari a quelli di Sampras, Borg, Connors, Lendl, Agassi e McEnroe messi insieme. Praticamente, in tre in quindici anni come il meglio di trent’anni di Era Open.

I 55 Slam dei Big Three dal 2004, manca Wimbledon 2003 di Federer (fonte: Eurosport)

In questo articolo ripercorreremo questa avvincente corsa a tre, iniziata “ufficialmente” in Australia nel 2008 quando anche Djokovic iscrisse il suo nome nell’albo d’oro dei vincitori Slam. E crediamo che, per quanto convinto di diventare un campione, in quell’estate australiana di dodici anni fa quel talentuoso teenager serbo mai avrebbe pensato che la vittoria in finale contro Tsonga stesse dando il via a un confronto a colpi di titoli Slam mai visto prima nella storia di questo sport. Una corsa che ripercorreremo però in un modo un po’ diverso al solito, proprio per omaggiarne la grandezza, usando il linguaggio dello sport epico per antonomasia: il ciclismo.

Partiamo perciò da quel gennaio 2008 a Melbourne, quando vincendo la sua prima tappa Slam il 20enne Djokovic fece anche il suo ingresso nella prestigiosa classifica, con un distacco di undici lunghezze dal 26enne Federer – che contava cinque trionfi a Wimbledon, quattro a New York e tre in Australia – e un paio dal 21enne Nadal, che aveva già infilato le prime tre perle della sua collana di vittorie in quello che stava cominciando a diventare il suo giardino di casa, il Roland Garros. In realtà, in quel momento storico sembrava si trattasse di una gara individuale dello svizzero, praticamente un record dell’ora con nel mirino il primato assoluto di 14 Slam di Pete Sampras. Che Roger avrebbe eguagliato l’anno successivo con il suo unico sprint vincente sulla terra francese, che gli avrebbe regalato anche il tanto agognato Career Grand Slam, per poi superarlo un mese dopo con il sesto trionfo ai Championships.

 
Roland Garros 2009: Federer bacia la Coppa dei Moschettieri appena vinta e raggiunge il record di titoli Slam di Sampras

Tornando alla vittoria di Djokovic, lì per lì sembrò il guizzo di un talentuoso sprinter che riesce a imporsi in una classica, non certo il primo sigillo di un passista-scalatore pronto a puntare alla vittoria nella gara a tappe più prestigiosa. Il resto dell’anno e nelle due stagioni successive Djokovic rimase infatti nelle retrovie (se così si possono definire una finale e quattro semifinali), mentre invece imponendo un ritmo infernale – vinsero dieci degli undici Slam a disposizione: sei Rafa, quattro Roger – gli altri due andarono in fuga, allungando sino al massimo vantaggio sul serbo: +15 per Federer, sempre più primatista solitario, +8 per Nadal, che con i tre Slam consecutivi vinti nel 2010 entrò di prepotenza tra i primi dieci della classifica. Soprattutto però lo spagnolo, realizzando a sua volta il Career Grand Slam con il trionfo a New York nel 2010 (il suo primo e ancor oggi unico Australian Open lo aveva conquistato l’anno prima, superando con un poderoso allungo nel parziale decisivo Federer in finale, quella del commosso “God, It’s killing me…” pronunciato dallo svizzero dopo il match), si dimostrò capace di vincere su tutti i terreni, candidandosi seriamente a competere per la classifica generale, dato che i sette Slam di distacco erano equilibrati dai cinque anni in meno sulla carta d’identità.

Ma il velocista Nole, cambiata alimentazione per superare l’intolleranza al glutine che lo aveva reso vulnerabile nelle tappe più lunghe e faticose, era pronto anche lui a confrontarsi sui tracciati più duri e a competere per la classifica generale della gara a tappe che regala l’immortalità tennistica. Il clamoroso triplete del 2011, con cui entrò definitivamente tra i grandi di questo sport, gli permise di accorciare notevolmente il distacco, che poi nel triennio successivo rimase sostanzialmente invariato rispetto allo spagnolo mentre riuscì a ridurre ancora un pochino quello dallo svizzero, ancora comunque da doppia cifra (+10).

Wimbledon 2014: Djokovic batte Federer in finale e si porta a 10 titoli Slam di distacco

I cinque Slam vinti tra il 2015 e la prima metà del 2016, con i due grandi avversari in crisi e fermi sui pedali (nessun Major nel biennio, dopo dieci anni in cui almeno uno dei due una tappa Slam se l’era portata a casa) parvero ai più il preludio ad un imminente aggancio. Soprattutto su Rafa, che – tra un infortunio e l’altro – dopo l’ultimo scatto vincente del 2014 a Parigi era riuscito ad ottenere solo un paio di dignitosi piazzamenti (quarti di finale in Australia e in Francia nel 2015) e a quel punto era in vantaggio di due Slam, esattamente come all’inizio di questa lunghissima gara a tappe che stava durando da più di otto anni. Più rassicurante il vantaggio di cinque Slam di Roger. Rassicurante ma non troppo, dato che l’ultima vittoria del quasi 35enne svizzero risaliva praticamente a quattro anni prima (Wimbledon 2012) e visto il passo tenuto da Djokovic negli ultimi due anni. A dare una mano a Federer in quegli anni arrivò per sua fortuna il gregario diventato finalmente campione, Stan Wawrinka, che battendo il serbo nei quarti in Australia nel 2014 (e già che c’era anche Nadal in finale) e soprattutto nella finale di Parigi 2015, non consentì al tennista belgradese di ridurre ulteriormente il distacco in classifica dal connazionale.

La situazione a metà 2016 (fonte: ATP Tour)

Dopo aver finalmente conquistato l’unica classica che gli mancava, il Roland Garros, e realizzato a sua volta il Career Grand Slam e addirittura l’impresa di detenere tutti e quattro i titoli Major – riuscita prima nell’Era Open solo a Rod Laver nel 1969 – nella seconda metà del 2016 il campione belgradese “scoppiò”, con i primi segnali di crisi che si palesarono a neanche metà percorso della frazione successiva, quella che si snoda lungo Church Road, con una sconfitta prima dei quarti – anche stavolta al terzo turno – che non si verificava dall’Open di Francia 2009. Sembrò proprio che la fatica della rimonta si fosse fatta sentire tutta all’improvviso, sia a livello fisico (vedasi i problemi, con conseguente operazione, al gomito) che mentale (leggasi il completo cambio del team). Con le gambe (e la testa) svuotate Nole non riuscì più a reggere il ritmo.

Invece – dopo essersi presi rispettivamente sei e tre mesi di stop dalle gare nella seconda parte del 2016 per recuperare dai rispettivi infortuni – Federer e Nadal tra il 2017 e la prima metà del 2018 tornarono di colpo ad alzarsi sui pedali e a scattare, allungando insieme – tre Slam a testa – e staccando di nuovo, rispettivamente di otto e cinque lunghezze, il serbo. In quel momento sembrò proprio che Nole avesse perso definitivamente la ruota e che quella fosse la fuga decisiva, destinata a risolversi con uno sprint tra i due storici rivali, sebbene i tre Slam di vantaggio parevano consentire a Roger – che con la seconda affermazione consecutiva a Melbourne, sesta in totale, aveva raggiunto la leggendaria quota di venti trionfi Slam – di controllare con relativa tranquillità il tentativo di rimonta di Rafa, anche se per lo svizzero l’ultimo chilometro della carriera era molto più vicino che per il maiorchino.

La situazione a giugno 2018 (fonte: ATP Tour)

Invece, non senza difficoltà (leggasi la sconfitta contro Cecchinato a Parigi che gli fece venire il pensiero di abbandonare la corsa), Nole strinse i denti, rimise in piedi il suo storico team con alla guida dell’ammiraglia il fidato Marian Vajda, superò la crisi e si mise giù a testa bassa a spingere sui pedali. E, da vero specialista della cronometro, iniziò nuovamente a recuperare progressivamente il distacco. Grazie anche a quella vittoria al fotofinish nella semi di Wimbledon contro Rafa, probabilmente quello che ci voleva in termini di fiducia per sentirsi in grado di cambiare rapporto e tornare a scattar via agile lungo i tornanti successivi. Tanto che alla fine dell’anno, con in bacheca gli Slam n. 13 e 14 (eguagliato l’idolo Sampras), iniziò di nuovo a vedere i rivali alla fine del rettilineo.

Si arriva così alla stagione scorsa, che vedeva le vittorie di tappa tutte appannaggio (due a testa) della coppia inseguitrice ispano-serba. Con Nadal che dopo tanto rincorrere – per lui tutto era iniziato nel 2005, dopo la prima vittoria parigina – trionfava in volata su Medvedev a New York e si metteva finalmente alla ruota di Federer. E cominciava seriamente a pensare di superarlo in progressione, visto la favolosa seconda parte di stagione culminata nella riconquista del trono ATP. Mentre invece lo svizzero rimaneva sui pedali e con il pensiero a quella vittoria sfuggita ad un centimetro dal traguardo qualche mese prima, con i due match point consecutivi annullati da Djokovic nella fantastica finale di Wimbledon, che gli avrebbe permesso l’ennesimo allungo sui rivali.

Rafa Nadal con il trofeo di n.1 del mondo di fine anno (via Twitter, @atptour)

Ma nell’ultima tappa australiana, la 43esima da Melbourne 2008, lo spagnolo ha dovuto riporre momentaneamente nel cassetto i sogni di aggancio, cedendo nei quarti ai poderosi attacchi di Dominic Thiem. Che poi in finale, quando già stava pregustando di tagliare per la prima volta in carriera un traguardo Slam a braccia alzate, si è dovuto inchinare al colpo di reni di Djokovic proprio prima della linea d’arrivo. Il serbo metteva così per la 56esima volta il nome di uno dei tre fenomeni in un albo d’oro Major, la tredicesima nelle ultime tredici tappe. Peraltro la loro striscia-record di vittorie è di diciotto Slam consecutivi, tra l’Australian Open 2005 di Safin e lo US Open di Del Potro del 2009, alla quale curiosamente il serbo ha contribuito solo con quel primo Australian Open da cui siamo partiti. Con l’ultimo, invece, Nole si è portato a -3 da Roger e a -2 da Rafa. Non era mai stato così vicino.

E mentre par di sentire la voce del mitico Adriano De Zan che riepiloga la situazione nel gruppetto di testa (“Ecco Federer, poi a ruota Nadal, poi a chiudere il gruppo Djokovic…”), viene spontaneo chiedersi cosa ci riserveranno le prossime tappe di questa emozionante gara. Proviamo allora ad immaginarlo, almeno per i prossimi due appuntamenti Slam dell’anno.

La situazione dopo l’ultimo Australian Open vinto da Djokovic (fonte: The Journal)

La prossima frazione, l’Open di Francia, potrebbe portare a uno dei tre seguenti scenari. Il primo è quello che vede l’iberico fare tredici in tutti i sensi, sia come titoli al Roland Garros sia perché con la vittoria aggancerebbe a quota 20 Roger, esattamente ad undici anni di distanza da quando lo svizzero raggiunse la vetta eguagliando i 14 titoli di Sampras. Il secondo vede il bis parigino di Djokovic, che così si metterebbe a ruota di Nadal. Infine l’ultimo, quello classico della vittoria del terzo incomodo, il cui profilo più accreditato è quello di Thiem, finalista nelle ultime due edizioni e che dopo Melbourne sembra pronto a spodestare, novello Bernard Thévenet, il cannibale in terra (e soprattutto sulla terra) francese. Proprio come il ciclista francese fece da quelle parti nel 1975 con il cannibale per antonomasia, Eddy Merckx, conquistando il suo primo Tour de France. L’eventuale primo trionfo dell’austriaco consentirebbe a Federer, che salterà la tappa in terra francese in seguito all’operazione al ginocchio destro, di rimanere in testa alla classifica generale mantenendo immutato il vantaggio sui due inseguitori.

Subito dopo ci sarà quella che forse stavolta – questa frase viene infatti ripetuta regolarmente da sei Wimbledon a questa parte, dopo che Federer nel 2013 perse clamorosamente al secondo turno da Stakhovsky e nel frattempo ha vinto altri tre Slam, di cui due sul cemento australiano – potrebbe essere effettivamente l’ultima possibilità per il passista svizzero diventato giocoforza velocista con il passare degli anni (sì, lo sappiamo che di solito accade il contrario: ma c’è qualcosa di normale quando si parla di Roger Federer?) di alzare per l’ennesima volta – sarebbe la ventunesima – le braccia sotto lo striscione del traguardo.

Lo stop forzato dei prossimi mesi non dovrebbe influire sulle chances del fuoriclasse di Basilea di conquistare per la nona volta la classica londinese, o almeno questo è quello che si augurano tutti i tifosi del fuoriclasse di Basilea, che sperano anzi di ritrovarlo a Wimbledon nelle stesse scintillanti condizioni di forma che gli consentirono di trionfare a Melbourne nel 2017 al rientro dall’altro stop. Ma, a seconda di quale scenario parigino si sarà avverato nel frattempo in sua assenza, potrebbe anche consentire a Rafa di superarlo (il che vorrebbe dire vincere nuovamente a Wimbledon a dieci anni dall’ultima volta: ma anche in questo caso, vedendo di chi stiamo parlando, vi pare così impossibile?) o a Nole di affiancare l’iberico – vincendo il terzo titolo consecutivo, sesto in totale, sull’erba londinese – e a portarsi ad una sola incollatura da Federer.

Insomma, dopo più di dodici anni di scatti, allunghi, fughe e rimonte appassionanti, sembra proprio che questa gara debba riservarci ancora le emozioni più grandi. Chissà se uno dei tre tenterà uno scatto a sorpresa all’ultimo chilometro, quello che consente di fare il vuoto e permette di arrivare al traguardo alzando le braccia ben prima della linea, oppure questa gara finirà con il più classico degli sprint al fotofinish. Comunque vada e chiunque dei tre sarà il vincitore, dal ciglio della strada – mentre loro continuano a salire lungo i tornanti che portano all’immortalità tennistica – il nostro applauso di ringraziamento va a tutti e tre questi leggendari campioni per lo spettacolo sportivo e il pathos agonistico che la loro rivalità ha regalato e continua a regalare a tutti gli appassionati di tennis.

Djokovic, Nadal e Federer

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Uno contro tutti: sale sul trono Jim Courier

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Il decimo leader è Jim Courier, che si alternerà con Stefan Edberg nel 1992

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Preceduto in quanto a fama da tre connazionali evidentemente più appetibili sotto il profilo dell’immagine, è invece Jim Courier lo statunitense capace di raccogliere l’eredità di Connors e McEnroe in vetta al ranking mondiale. I capelli rossi nascosti dall’immancabile berrettino da baseball – sport dal quale sembra aver modellato il caratteristico movimento del rovescio bimane – e la polsiera alta sopra la mano destra, quella che impugna la racchetta nel dritto come una preistorica clava, sono i tratti caratteristici di questo ventunenne di Dade City, Florida, che il 10 febbraio 1992 diventa il decimo leader della classifica ATP, quella che in un certo qual modo regola il tennis maschile da quasi un ventennio.

Campione all’Australian Open, torneo nel quale non ha dovuto affrontare nemmeno un top 30 fino alla finale poi vinta a spese del n°1 Edberg, Courier sorpassa lo svedese nella prima settimana di febbraio grazie alla partecipazione al torneo di San Francisco. In California Courier raggiunge la finale, dove viene fermato dal connazionale Chang nel quarto episodio di una sfida che ne conterà ben 24 in un equilibrio perfetto (12-12). Nonostante il KO, Jim sale sul trono perché nel frattempo il re in carica (Stefan Edberg) non ha giocato se non in Coppa Davis e quindi non ha potuto accumulare punti.

Come abbiamo già potuto verificare nelle puntate precedenti e sconfessando il credo di Tayllerand poi ripreso in tempi più recenti da Giulio Andreotti, il potere (del primato, in questo caso) logora chi ce l’ha e nemmeno Courier può sottrarsi a questa sorta di legge non scritta. Nelle quattro settimane in cui scende in campo con la corona sulla testa, Jim colleziona altrettante sconfitte, le prime due delle quali pur avendo avuto a disposizione tre match-points ciascuna. Succede nella meravigliosa finale dell’ultima edizione del torneo di Bruxelles contro Becker (6-7 2-6 7-6 7-6 7-5) e nei quarti a Stoccarda contro Ivanisevic (3-6 7-6 7-6) prima di dover affrontare le consistenti cambiali in scadenza nel Double Sunshine di Indian Wells e Miami. 

 

Chiamato a dover confermare il doppio titolo conquistato l’anno precedente, Courier si ferma al secondo turno in California – sconfitto dal russo Chesnokov – e in semifinale in Florida, dove a batterlo è di nuovo Chang che il giorno dopo regolerà anche l’argentino Alberto Mancini ereditando proprio da Courier la titolarità contemporanea dei primi due Super 9 della stagione. Di Chang, che avrà al massimo una classifica mondiale da n°2 raggiunta peraltro molti anni dopo l’unico slam vinto in carriera, non parleremo direttamente in questa rubrica nonostante rimanga uno dei tennisti più influenti degli anni Novanta (e anche oltre, per certi aspetti). Tuttora più giovane vincitore di un Major (quando vinse al Roland Garros nel 1989 aveva 17 anni e tre mesi), nel biennio 1995/96 disputerà altre tre finali Slam oltre a quella delle ATP Finals e chiuderà la carriera con 34 titoli, di cui appunto uno Slam e ben sette Masters 1000, tutti sul duro americano.

Chiusa la doverosa parentesi riservata a Chang, il “cinesino” di fatto riconsegna la leadership mondiale a Stefan Edberg. Il 23 marzo, ancora incredulo per la clamorosa sconfitta patita a Key Biscayne per mano del 289esimo giocatore del mondo, tal Robbie Weiss, lo scandinavo difende i colori della propria nazione contro l’Australia in Coppa Davis da primo della classe e regola Fromberg e Masur ma la settimana dopo in Giappone perde in semifinale da Krajicek e torna al secondo posto. Perché nel frattempo Courier, dopo essersi leccato le ferite, infila quattro titoli consecutivi tra il cemento orientale e la terra europea e consolida il primato riconquistato.

Nella doppietta Tokyo-Hong Kong, Jim trova la maniera di vendicarsi due volte di Chang mentre sia a Roma che al Roland Garros la sua superiorità non è praticamente messa in discussione da nessuno. Al Foro Italico l’unico ad impensierirlo è l’argentino Miniussi nei quarti mentre per confermarsi campione a Parigi, Courier lascia un set a Ivanisevic ma in semifinale domina Agassi 6-3 6-2 6-2 e in finale l’estro di Petr Korda lo impensierisce solo nel primo parziale (7-5 6-2 6-1).

Ricca di appuntamenti, l’estate del 1992 porta carbone al n°1 del mondo. A Wimbledon, Courier perde al terzo turno contro il n°193 del ranking Andrei Olhovskiy, un russo che qualche mese prima era stato eliminato al primo turno del Challenger al Parioli di Roma da Francisco Montana ma sull’erba londinese riesce a far valere le sue doti da doppista. Un altro tennista classificato oltre la centesima posizione (157) si impone su Courier sulla terra di Kitzbuhel: si tratta dell’uruguaiano Diego Perez che, vincendo 3-6 7-6 6-2 marchia il regno del rosso con il primato negativo di unico n°1 della storia ad aver perso due incontri consecutivi con un avversario fuori dalle prime cento posizioni della classifica mondiale. I guai però continuano e a Barcellona, dove si svolge il torneo olimpico, desta sorpresa l’eliminazione di Courier per mano dello svizzero “Pippo” Rosset, che però legittimerà la bontà del suo risultato mettendosi al collo nientemeno che la medaglia d’oro. 

Nemmeno il ritorno sul duro fa ritrovare a Jim la vittoria; a Cincinnati David Wheaton ottiene la sua seconda vittoria in carriera sul n°1 e lo estromette al secondo turno mentre a Indianapolis le cose vanno meglio ma in finale Pete Sampras mette le mani sul titolo con un doppio 6-4. Alla vigilia degli US Open non ci sono avvisaglie che Edberg possa tornare in vetta al ranking, perché l’estate americana dello svedese non è certo stata delle più brillanti. Invece, lottando come un leone, Stefan supera tre turni terribili al quinto set contro Krajicek, Lendl e Chang e in finale si trova Sampras, in serie positiva da 16 partite e fresco della vittoria su Courier. Sono di fronte i campioni delle due edizioni precedenti del torneo e Pete viene dato per favorito, anche in virtù dello sforzo fisico che Edberg ha dovuto sostenere per arrivare fino a quel punto.

Invece lo svedese stupisce un po’ tutti e centra il suo sesto e ultimo Slam della carriera vincendo in quattro set e tornando numero 1 mondiale. Le ultime tre settimane da re, Edberg le trascorre giocando (e perdendo) un solo incontro, in Coppa Davis contro Agassi. Il terzo e ultimo leader mondiale svedese chiude il suo bilancio di 72 settimane complessive al vertice con un record personale di 94 incontri vinti e 19 persi nel corso di 24 tornei, nella metà dei quali è riuscito ad arrivare in finale per poi vincerne otto.

Il 5 ottobre Courier è di nuovo n°1 del ranking ma, tanto per cambiare, non riuscirà a vincere alcun torneo prima che la stagione si chiuda. Il principale oppositore è Boris Becker, tornato su ottimi livelli di rendimento dopo un periodo non particolarmente positivo. Il tedesco è scivolato fino alla nona posizione ma la vittoria a Basilea gli ha ridato fiducia e il finale di 1992 è tutto suo, a scapito del n°1 che se lo trova di fronte sia nei quarti a Parigi Bercy che nella finale del Masters a Francoforte. Nella rassegna dei maestri, Courier perde nel round robin da Ivanisevic ma la sofferta vittoria in tre set su Krajicek e quella successiva su Chang gli garantiscono un posto in semifinale, dove si impone in due tie-break su Pete Sampras. Dal canto suo Becker, che nel girone aveva perso con Sampras, batte al tie-break del terzo set Ivanisevic e controlla la finale conquistando l’ATP World Tour Championship per la seconda volta in carriera.

Esausto dopo una stagione vissuta intensamente, Jim Courier dichiara ai giornalisti presenti a Francoforte che andrebbe volentieri in vacanza ma ad attenderlo c’è ancora la finale di Coppa Davis contro la Svizzera, in programma a Fort Worth il primo week-end di dicembre. In apparenza non dovrebbe esserci partita ma Tom Gorman non si fida dei rossocrociati e punta nuovamente sul trentatreenne John McEnroe per affiancare Sampras in doppio e schierare Agassi e Courier in singolare. La scelta si rivela azzeccata; chiusa la prima giornata sulla situazione di 1-1 (con Jim sconfitto al quinto da Rosset), gli americani si trovano sotto 0-2 nel doppio ma reagiscono e portano a casa un punto determinante. Perché il giorno dopo Courier è più rilassato e chiude la pratica in quattro set con Hlasek mettendo le mani sulla trentesima insalatiera d’argento della storia statunitense.

Finalmente Jim può andare in vacanza e ricaricare la batteria in vista di un 1993 che lo vedrà ancora grande protagonista insieme a un connazionale destinato, con le sue imprese, a cambiare la storia del gioco. Ma di questo parleremo tra una settimana.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – DODICESIMA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1992COURIER, JIMBECKER, BORIS76 62 67 67 57BRUXELLESS
1992COURIER, JIMIVANISEVIC, GORAN63 67 67STOCCARDA INDOORS
1992COURIER, JIMCHESNOKOV, ANDREI46 57INDIAN WELLSH
1992COURIER, JIMCHANG, MICHAEL26 46MIAMIH
1992EDBERG, STEFANKRAJICEK, RICHARD36 57TOKYOH
1992COURIER, JIMOLHOVSKIY, ANDREI46 64 46 46WIMBLEDONG
1992COURIER, JIMPEREZ, DIEGO63 67 26KITZBUHELC
1992COURIER, JIMROSSET, MARC46 26 16OLIMPIADI BARCELONAC
1992COURIER, JIMWHEATON, DAVID57 67CINCINNATIH
1992COURIER, JIMSAMPRAS, PETE46 46INDIANAPOLISH
1992COURIER, JIMSAMPRAS, PETE16 63 26 26US OPENH
1992EDBERG, STEFANAGASSI, ANDRE75 36 67 36DAVIS CUPC
1992COURIER, JIMHOLM, HENRIK46 36STOCCOLMAS
1992COURIER, JIMBECKER, BORIS67 36PARIGI BERCYS
1992COURIER, JIMKRAJICEK, RICHARD64 46 57ANVERSAS
1992COURIER, JIMIVANISEVIC, GORAN36 36MASTERS S
1992COURIER, JIMBECKER, BORIS46 36 57MASTERS S
1992COURIER, JIMROSSET, MARC36 76 63 46 46DAVIS CUPS
  1. Uno contro tutti: Nastase e Newcombe
  2. Uno contro tutti: Connors
  3. Uno contro tutti: Borg e ancora Connors
  4. Uno contro tutti: Bjorn Borg
  5. Uno contro tutti: da Borg a McEnroe
  6. Uno contro tutti: Lendl
  7. Uno contro tutti: McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
  8. Uno contro tutti: le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
  9. Uno contro tutti: Mats Wilander
  10. Uno contro tutti: Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
  11. Uno contro tutti: la prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier

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Circoli in vista

Serie A1 2020: comincia la difesa del titolo per le ragazze del TC Prato

Esordio contro il TC Lumezzane, ma senza Kucova e con il dubbio Trevisan, che viene dall’infortunio nella finale di Todi. Girone assai insidioso completato da Canottieri Casale e TC Lucca

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Martina Trevisan - Assoluti di Todi 2020 (ph.Marta Magni)

Non sarà semplice per il Tennis Club Prato confermare lo scudetto femminile del 2019, perché il fardello di essere al contempo le favorite e le campionesse in carica non è così leggero da portare sulle spalle. Ma le tre giocatrici meglio classificate del team toscano – Martina Trevisan, Kristina Kucova e Lucrezia Stefanini – proveranno a guidare le compagne più giovani, tra le quali spiccano Beatrice Ricci, Asia Serafini e Federica Sacco, quest’ultima tornata in campo un anno fa (agosto 2019) dopo alcuni mesi ai box per un’infiammazione cronica alle ginocchia.

L’esordio delle ragazze di Prato avverrà domenica alle ore 10, sui soliti campi in terra rossa di Via Firenze (l’ingresso sarà libero), contro il TC Lumezzane della svizzera Ylena In-Albon e delle italiane Georgia Brescia, Rubina De Ponti e Chiara Catini. “Dopo la partita casalinga avremo due trasferte molto insidiose” ha spiega il capitano Gianluca Rossi, “con Canottieri Casale in Piemonte e nelle fila della squadra piemontese gioca Sara Errani, poi giocheremo il derby con il TC Lucca a Vicopelago con una squadra in cui figurano le sorelle Pieri e due straniere molto forti (si tratta di Zavatska e Bara, entrambe in top 200, ndr). Iniziamo a fare bene domenica“.

Le pratesi sono favorite ma dovranno fare i conti con alcune assenze. Martina Trevisan, che ha raggiunto la finale degli Assoluti di Todi e si è ritirata sul finire di un set molto combattuto (contro Paolini) per un problema muscolare, sta tentando il recupero in extremis svolgendo attività di riabilitazione in una clinica livornese. Non ci sarà invece la slovacca Kucova, almeno nella prima sfida (il traffico aereo europeo va ancora a singhiozo), dunque ci sono buone possibilità che Lucrezia Stefanini possa indossare la casacca di prima singolarista all’esordio.

 
Kucova e Trevisan, finale di Serie A1 2019 – Foto Marta Magni

Il reale livello del girone 1 sarà comunque determinato dalla partecipazione alle gare delle tenniste straniere: oltre alle succitate Zavatska e Bara, nella squadra piemontese militano la spagnola Bolsova e la rumena Buzarnescu. Ricordiamo che si qualificano per i play-off le prime due classificate, mentre la terza e la quarta finiscono ai play-out; l’altro girone femminile è composto da TC Genova 1893, Tennis Beinasco, TC Parioli e CT Siena.

SERIE A MASCHILE – Gli ‘scudettati’ in carica del Selva Alta di Vigevano (Hoang, Marcora, Robredo e Baldi le quattro punte di diamante) esordiranno domenica in casa – ore 10 – contro il Match Ball Siracusa, nel girone completato da TC Maglie e Sassuolo. Trovate qui tutti gli altri dettagli della prima giornata nel nostro articolo di presentazione del campionato.

Quanto al team maschile del TC Prato, è inserito nel girone 5 della serie A2 ed esordirà domenica a Pavia, squadra che può contare su nientemeno che Ramos-Vinolas, finalista del torneo di Montecarlo 2017. Il numero uno della squadra maschile pratese è invece un altro slovacco, Filip Horansky, che guida un gruppo di soli compagni toscani (Emiliano Maggioli, Federico Iannacone, Davide Galoppini, Mattia Bellucci e Jacopo Stefanini). Per lo stesso motivo di Kucova, però, Horansky non sarà presente all’esordio; la speranza di Prato è poter contare su di lui nelle prossime settimane.

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Focus

1×10 – Ubi Radio: Wimbledon “amarcord” con Ubaldo Scanagatta

Prima delle due puntate “erbivore” del podcast dedicate al torneo per antonomasia. Ubaldo Scanagatta racconta i suoi primi Wimbledon negli Anni ’70

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Fragole e panna, la "prelibatezza ufficiale" di WImbledon

Nella prima settimana che avrebbe dovuto essere dedicata ai Championships di Wimbledon, Ubi Radio vi porta indietro nel tempo a scoprire i dettagli dietro le quinte delle edizioni passate attraverso le parole di chi ha vissuto di persona le ultime 46 edizioni del torneo più famoso del mondo. Il direttore Ubaldo Scanagatta è stato presente a Church Road ininterrottamente dal 1974, anno nel quale vide la vittoria di Connors sul quarantenne Ken Rosewall e della sua allora fidanzata Chris Evert. Si parlerà di com’era la vita degli inviati a Wimbledon prima di internet e prima dei fax, di cocktail party e feste di contorno con ospiti illustri e di come un biglietto per il mitico Centre Court (o un pass da ospite) era ambito tanto allora quanto oggi.

Sintonizzatevi sulla pagina Spreaker di Ubitennis, oppure sulle principali piattaforme di podcast come Spotify, Apple Podcast e Google Podcast.

 

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