Tutte le strade dello Slam

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Tutte le strade dello Slam

La straordinaria gara per la supremazia Slam tra Roger Federer, Rafa Nadal e Novak Djokovic raccontata nel linguaggio dello sport epico per antonomasia, il ciclismo

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(foto credit: Tennis.com)

Molto probabilmente anche noi come Novak Djokovica sentire le sue parole nella conferenza stampa dopo la vittoria a Melbournesolo tra qualche anno capiremo del tutto la grandezza delle imprese che sono stati in grado di realizzare in tutti questi anni il fuoriclasse serbo e quegli altri due fenomeni – che avevano iniziato a collezionarne già da circa un lustro prima dell’avvento di Nole – che rispondono al nome di Roger Federer e Rafa Nadal. A partire dal livello a cui stanno portando la loro sfida dai connotati ormai epici, quella per la leadership nella classifica che probabilmente conta di più nella storia del tennis, quella dei titoli Slam vinti. Una classifica che già dallo scorso anno li vede sui primi tre gradini del podio – dopo che Djokovic vincendo per la settima volta in Australia si è insediato solitario al terzo posto staccando Sampras – e nella quale attualmente il loro numero di Slam (56) è pari a quelli di Sampras, Borg, Connors, Lendl, Agassi e McEnroe messi insieme. Praticamente, in tre in quindici anni come il meglio di trent’anni di Era Open.

I 55 Slam dei Big Three dal 2004, manca Wimbledon 2003 di Federer (fonte: Eurosport)

In questo articolo ripercorreremo questa avvincente corsa a tre, iniziata “ufficialmente” in Australia nel 2008 quando anche Djokovic iscrisse il suo nome nell’albo d’oro dei vincitori Slam. E crediamo che, per quanto convinto di diventare un campione, in quell’estate australiana di dodici anni fa quel talentuoso teenager serbo mai avrebbe pensato che la vittoria in finale contro Tsonga stesse dando il via a un confronto a colpi di titoli Slam mai visto prima nella storia di questo sport. Una corsa che ripercorreremo però in un modo un po’ diverso al solito, proprio per omaggiarne la grandezza, usando il linguaggio dello sport epico per antonomasia: il ciclismo.

Partiamo perciò da quel gennaio 2008 a Melbourne, quando vincendo la sua prima tappa Slam il 20enne Djokovic fece anche il suo ingresso nella prestigiosa classifica, con un distacco di undici lunghezze dal 26enne Federer – che contava cinque trionfi a Wimbledon, quattro a New York e tre in Australia – e un paio dal 21enne Nadal, che aveva già infilato le prime tre perle della sua collana di vittorie in quello che stava cominciando a diventare il suo giardino di casa, il Roland Garros. In realtà, in quel momento storico sembrava si trattasse di una gara individuale dello svizzero, praticamente un record dell’ora con nel mirino il primato assoluto di 14 Slam di Pete Sampras. Che Roger avrebbe eguagliato l’anno successivo con il suo unico sprint vincente sulla terra francese, che gli avrebbe regalato anche il tanto agognato Career Grand Slam, per poi superarlo un mese dopo con il sesto trionfo ai Championships.

 
Roland Garros 2009: Federer bacia la Coppa dei Moschettieri appena vinta e raggiunge il record di titoli Slam di Sampras

Tornando alla vittoria di Djokovic, lì per lì sembrò il guizzo di un talentuoso sprinter che riesce a imporsi in una classica, non certo il primo sigillo di un passista-scalatore pronto a puntare alla vittoria nella gara a tappe più prestigiosa. Il resto dell’anno e nelle due stagioni successive Djokovic rimase infatti nelle retrovie (se così si possono definire una finale e quattro semifinali), mentre invece imponendo un ritmo infernale – vinsero dieci degli undici Slam a disposizione: sei Rafa, quattro Roger – gli altri due andarono in fuga, allungando sino al massimo vantaggio sul serbo: +15 per Federer, sempre più primatista solitario, +8 per Nadal, che con i tre Slam consecutivi vinti nel 2010 entrò di prepotenza tra i primi dieci della classifica. Soprattutto però lo spagnolo, realizzando a sua volta il Career Grand Slam con il trionfo a New York nel 2010 (il suo primo e ancor oggi unico Australian Open lo aveva conquistato l’anno prima, superando con un poderoso allungo nel parziale decisivo Federer in finale, quella del commosso “God, It’s killing me…” pronunciato dallo svizzero dopo il match), si dimostrò capace di vincere su tutti i terreni, candidandosi seriamente a competere per la classifica generale, dato che i sette Slam di distacco erano equilibrati dai cinque anni in meno sulla carta d’identità.

Ma il velocista Nole, cambiata alimentazione per superare l’intolleranza al glutine che lo aveva reso vulnerabile nelle tappe più lunghe e faticose, era pronto anche lui a confrontarsi sui tracciati più duri e a competere per la classifica generale della gara a tappe che regala l’immortalità tennistica. Il clamoroso triplete del 2011, con cui entrò definitivamente tra i grandi di questo sport, gli permise di accorciare notevolmente il distacco, che poi nel triennio successivo rimase sostanzialmente invariato rispetto allo spagnolo mentre riuscì a ridurre ancora un pochino quello dallo svizzero, ancora comunque da doppia cifra (+10).

Wimbledon 2014: Djokovic batte Federer in finale e si porta a 10 titoli Slam di distacco

I cinque Slam vinti tra il 2015 e la prima metà del 2016, con i due grandi avversari in crisi e fermi sui pedali (nessun Major nel biennio, dopo dieci anni in cui almeno uno dei due una tappa Slam se l’era portata a casa) parvero ai più il preludio ad un imminente aggancio. Soprattutto su Rafa, che – tra un infortunio e l’altro – dopo l’ultimo scatto vincente del 2014 a Parigi era riuscito ad ottenere solo un paio di dignitosi piazzamenti (quarti di finale in Australia e in Francia nel 2015) e a quel punto era in vantaggio di due Slam, esattamente come all’inizio di questa lunghissima gara a tappe che stava durando da più di otto anni. Più rassicurante il vantaggio di cinque Slam di Roger. Rassicurante ma non troppo, dato che l’ultima vittoria del quasi 35enne svizzero risaliva praticamente a quattro anni prima (Wimbledon 2012) e visto il passo tenuto da Djokovic negli ultimi due anni. A dare una mano a Federer in quegli anni arrivò per sua fortuna il gregario diventato finalmente campione, Stan Wawrinka, che battendo il serbo nei quarti in Australia nel 2014 (e già che c’era anche Nadal in finale) e soprattutto nella finale di Parigi 2015, non consentì al tennista belgradese di ridurre ulteriormente il distacco in classifica dal connazionale.

La situazione a metà 2016 (fonte: ATP Tour)

Dopo aver finalmente conquistato l’unica classica che gli mancava, il Roland Garros, e realizzato a sua volta il Career Grand Slam e addirittura l’impresa di detenere tutti e quattro i titoli Major – riuscita prima nell’Era Open solo a Rod Laver nel 1969 – nella seconda metà del 2016 il campione belgradese “scoppiò”, con i primi segnali di crisi che si palesarono a neanche metà percorso della frazione successiva, quella che si snoda lungo Church Road, con una sconfitta prima dei quarti – anche stavolta al terzo turno – che non si verificava dall’Open di Francia 2009. Sembrò proprio che la fatica della rimonta si fosse fatta sentire tutta all’improvviso, sia a livello fisico (vedasi i problemi, con conseguente operazione, al gomito) che mentale (leggasi il completo cambio del team). Con le gambe (e la testa) svuotate Nole non riuscì più a reggere il ritmo.

Invece – dopo essersi presi rispettivamente sei e tre mesi di stop dalle gare nella seconda parte del 2016 per recuperare dai rispettivi infortuni – Federer e Nadal tra il 2017 e la prima metà del 2018 tornarono di colpo ad alzarsi sui pedali e a scattare, allungando insieme – tre Slam a testa – e staccando di nuovo, rispettivamente di otto e cinque lunghezze, il serbo. In quel momento sembrò proprio che Nole avesse perso definitivamente la ruota e che quella fosse la fuga decisiva, destinata a risolversi con uno sprint tra i due storici rivali, sebbene i tre Slam di vantaggio parevano consentire a Roger – che con la seconda affermazione consecutiva a Melbourne, sesta in totale, aveva raggiunto la leggendaria quota di venti trionfi Slam – di controllare con relativa tranquillità il tentativo di rimonta di Rafa, anche se per lo svizzero l’ultimo chilometro della carriera era molto più vicino che per il maiorchino.

La situazione a giugno 2018 (fonte: ATP Tour)

Invece, non senza difficoltà (leggasi la sconfitta contro Cecchinato a Parigi che gli fece venire il pensiero di abbandonare la corsa), Nole strinse i denti, rimise in piedi il suo storico team con alla guida dell’ammiraglia il fidato Marian Vajda, superò la crisi e si mise giù a testa bassa a spingere sui pedali. E, da vero specialista della cronometro, iniziò nuovamente a recuperare progressivamente il distacco. Grazie anche a quella vittoria al fotofinish nella semi di Wimbledon contro Rafa, probabilmente quello che ci voleva in termini di fiducia per sentirsi in grado di cambiare rapporto e tornare a scattar via agile lungo i tornanti successivi. Tanto che alla fine dell’anno, con in bacheca gli Slam n. 13 e 14 (eguagliato l’idolo Sampras), iniziò di nuovo a vedere i rivali alla fine del rettilineo.

Si arriva così alla stagione scorsa, che vedeva le vittorie di tappa tutte appannaggio (due a testa) della coppia inseguitrice ispano-serba. Con Nadal che dopo tanto rincorrere – per lui tutto era iniziato nel 2005, dopo la prima vittoria parigina – trionfava in volata su Medvedev a New York e si metteva finalmente alla ruota di Federer. E cominciava seriamente a pensare di superarlo in progressione, visto la favolosa seconda parte di stagione culminata nella riconquista del trono ATP. Mentre invece lo svizzero rimaneva sui pedali e con il pensiero a quella vittoria sfuggita ad un centimetro dal traguardo qualche mese prima, con i due match point consecutivi annullati da Djokovic nella fantastica finale di Wimbledon, che gli avrebbe permesso l’ennesimo allungo sui rivali.

Rafa Nadal con il trofeo di n.1 del mondo di fine anno (via Twitter, @atptour)

Ma nell’ultima tappa australiana, la 43esima da Melbourne 2008, lo spagnolo ha dovuto riporre momentaneamente nel cassetto i sogni di aggancio, cedendo nei quarti ai poderosi attacchi di Dominic Thiem. Che poi in finale, quando già stava pregustando di tagliare per la prima volta in carriera un traguardo Slam a braccia alzate, si è dovuto inchinare al colpo di reni di Djokovic proprio prima della linea d’arrivo. Il serbo metteva così per la 56esima volta il nome di uno dei tre fenomeni in un albo d’oro Major, la tredicesima nelle ultime tredici tappe. Peraltro la loro striscia-record di vittorie è di diciotto Slam consecutivi, tra l’Australian Open 2005 di Safin e lo US Open di Del Potro del 2009, alla quale curiosamente il serbo ha contribuito solo con quel primo Australian Open da cui siamo partiti. Con l’ultimo, invece, Nole si è portato a -3 da Roger e a -2 da Rafa. Non era mai stato così vicino.

E mentre par di sentire la voce del mitico Adriano De Zan che riepiloga la situazione nel gruppetto di testa (“Ecco Federer, poi a ruota Nadal, poi a chiudere il gruppo Djokovic…”), viene spontaneo chiedersi cosa ci riserveranno le prossime tappe di questa emozionante gara. Proviamo allora ad immaginarlo, almeno per i prossimi due appuntamenti Slam dell’anno.

La situazione dopo l’ultimo Australian Open vinto da Djokovic (fonte: The Journal)

La prossima frazione, l’Open di Francia, potrebbe portare a uno dei tre seguenti scenari. Il primo è quello che vede l’iberico fare tredici in tutti i sensi, sia come titoli al Roland Garros sia perché con la vittoria aggancerebbe a quota 20 Roger, esattamente ad undici anni di distanza da quando lo svizzero raggiunse la vetta eguagliando i 14 titoli di Sampras. Il secondo vede il bis parigino di Djokovic, che così si metterebbe a ruota di Nadal. Infine l’ultimo, quello classico della vittoria del terzo incomodo, il cui profilo più accreditato è quello di Thiem, finalista nelle ultime due edizioni e che dopo Melbourne sembra pronto a spodestare, novello Bernard Thévenet, il cannibale in terra (e soprattutto sulla terra) francese. Proprio come il ciclista francese fece da quelle parti nel 1975 con il cannibale per antonomasia, Eddy Merckx, conquistando il suo primo Tour de France. L’eventuale primo trionfo dell’austriaco consentirebbe a Federer, che salterà la tappa in terra francese in seguito all’operazione al ginocchio destro, di rimanere in testa alla classifica generale mantenendo immutato il vantaggio sui due inseguitori.

Subito dopo ci sarà quella che forse stavolta – questa frase viene infatti ripetuta regolarmente da sei Wimbledon a questa parte, dopo che Federer nel 2013 perse clamorosamente al secondo turno da Stakhovsky e nel frattempo ha vinto altri tre Slam, di cui due sul cemento australiano – potrebbe essere effettivamente l’ultima possibilità per il passista svizzero diventato giocoforza velocista con il passare degli anni (sì, lo sappiamo che di solito accade il contrario: ma c’è qualcosa di normale quando si parla di Roger Federer?) di alzare per l’ennesima volta – sarebbe la ventunesima – le braccia sotto lo striscione del traguardo.

Lo stop forzato dei prossimi mesi non dovrebbe influire sulle chances del fuoriclasse di Basilea di conquistare per la nona volta la classica londinese, o almeno questo è quello che si augurano tutti i tifosi del fuoriclasse di Basilea, che sperano anzi di ritrovarlo a Wimbledon nelle stesse scintillanti condizioni di forma che gli consentirono di trionfare a Melbourne nel 2017 al rientro dall’altro stop. Ma, a seconda di quale scenario parigino si sarà avverato nel frattempo in sua assenza, potrebbe anche consentire a Rafa di superarlo (il che vorrebbe dire vincere nuovamente a Wimbledon a dieci anni dall’ultima volta: ma anche in questo caso, vedendo di chi stiamo parlando, vi pare così impossibile?) o a Nole di affiancare l’iberico – vincendo il terzo titolo consecutivo, sesto in totale, sull’erba londinese – e a portarsi ad una sola incollatura da Federer.

Insomma, dopo più di dodici anni di scatti, allunghi, fughe e rimonte appassionanti, sembra proprio che questa gara debba riservarci ancora le emozioni più grandi. Chissà se uno dei tre tenterà uno scatto a sorpresa all’ultimo chilometro, quello che consente di fare il vuoto e permette di arrivare al traguardo alzando le braccia ben prima della linea, oppure questa gara finirà con il più classico degli sprint al fotofinish. Comunque vada e chiunque dei tre sarà il vincitore, dal ciglio della strada – mentre loro continuano a salire lungo i tornanti che portano all’immortalità tennistica – il nostro applauso di ringraziamento va a tutti e tre questi leggendari campioni per lo spettacolo sportivo e il pathos agonistico che la loro rivalità ha regalato e continua a regalare a tutti gli appassionati di tennis.

Djokovic, Nadal e Federer

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Tennisti al verde: l’ATP pensa a una “cassa integrazione”?

La pausa si prolunga e c’è chi reclama a gran voce un intervento dell’ATP. Un anticipo sulla pensione o sui prize money futuri la soluzione?

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Lo stop forzato dei circuiti ATP e WTA sta causando immensi grattacapi a tutti coloro che gravitano nell’orbita del tennis professionistico. C’è ancora un grosso punto interrogativo su quando sarà possibile ritornare a una parvenza di normalità e nel frattempo tutti i componenti del circo tennistico cominciano a fare due conti, a partire dai giocatori.

I tennisti sono liberi professionisti, i cui introiti sono strettamente legati alla possibilità di competere e di vincere: se non ci sono tornei, gli introiti si riducono a zero, almeno per quel che riguarda i montepremi ufficiali. Qualcuno può contare su rendite da sponsorizzazioni, le quali però tendono a essere legate alle apparizioni nei tornei, soprattutto quelli importanti, soprattutto nei turni avanzati. Più si scende nel ranking, più le cifre garantite dagli sponsor e non legate ai risultati ottenuti in campo si fanno più basse. E poi bisogna considerare anche le persone che fanno parte dei vari team: gli allenatori, i preparatori fisici, i fisioterapisti, i quali sono stipendiati dai giocatori stessi (qualche volta da più di uno, dato che non sono rari i casi di condivisione) e che anch’essi spesso e volentieri hanno una parte “variabile” dello stipendio legata alle vincite del giocatore assistito.

Il quotidiano francese l’Equipe ha parlato con Morgan Menahem, 45 anni, ex agente di sportivi di alto livello come Jo Wilfried Tsonga, Julien Bennetteau e il cestista Tony Parker, il quale ha suggerito un intervento da parte dell’ATP (non ha parlato del Tour femminile) che potrebbe attivarsi distribuendo una sorta di contributo una-tantum, in funzione della durata dello stop, che potrebbe essere ricavato dal fondo pensione dell’ATP.

 

Attualmente, ogni anno 165 giocatori (125 in singolare e 40 in doppio) beneficiano di un versamento a loro nome nel fondo pensione pari a una somma fissa uguale per tutti decisa dall’ATP a fine anno. Fino al 2018 un giocatore doveva aver ottenuto il diritto al contributo per almeno cinque anni prima di poter aver diritto alla pensione, mentre ora anche con tre o quattro anni di “contributi” si può beneficiare di una parte della somma versata. I giocatori che hanno maturato il diritto possono iniziare a ricevere la loro “pensione” a partire dal cinquantesimo compleanno.

In questo periodo si potrebbero utilizzare il denaro dei fondi pensione per elargire un contributo ai giocatori momentaneamente disoccupati, e la somma potrebbe essere restituita sotto forma di una pensione leggermente più bassa per gli aventi diritto oppure attraverso un “rabbocco” da effettuare in un futuro più immediato quando la situazione si dovesse normalizzare.

La possibilità concreta che i tornei del Grande Slam possano non disputarsi rappresenta uno spauracchio non di poco conto per tutti quei giocatori che navigano al di sotto del 120°-130° posto nel ranking, che rappresenta un po’ lo spartiacque tra chi riesce a guadagnare con il tennis e chi invece va in perdita ogni anno, secondo quanto rivelato diverso tempo fa da tennisti, tecnici e allenatori (potete farvi un’idea leggendo questo pezzo). Il solo montepremi delle qualificazioni dei tornei dello Slam rappresenta un introito irrinunciabile da parte di quelli che normalmente frequentano tornei Challenger e ITF: un terzo turno nel tabellone cadetto al Roland Garros, per esempio, elargisce un montepremi di 24.000 Euro (meno le tasse), più eventuali bonus derivanti dalle sponsorizzazioni che possono ammontare anche loro a svariate migliaia di Euro. Si tratta di somme indispensabili per poter affrontare tutte le spese della stagione agonistica, tra viaggi, alberghi, spese per gli allenatori e le incordature. Si calcola che un giocatore europeo in tabellone al Masters 1000 di Indian Wells (poi cancellato) e che si fosse recato in California con il proprio team prima del torneo abbia già speso almeno 15.000 euro tra voli, spese e stipendi per il proprio team.

Indian Wells (via Twitter, @BNPPARIBASOPEN)

Chiaramente non ci sono soluzioni semplici a questo problema difficilmente anticipabile e del quale non si intravede la fine. Sempre parlando a l’Equipe, il tennista francese Elliot Benchetrit, n. 208 della classifica, propone una soluzione che vedrebbe i tornei dello Slam anticipare il prize money del primo turno di qualificazione a tutti gli aventi diritto, per poi sottrarre la somma alla data effettiva di svolgimento della competizione. “L’ATP deve trovare una soluzione, anche se capisco che si trovi invischiata in una situazione molto complicata. Credo si dovrebbe decidere a chi eventualmente pagare un contributo in base alla media del ranking degli ultimi anni, non solamente in base all’ultima classifica. Per quel che mi riguarda mi va abbastanza bene perché ho fatto dei buoni risultati negli ultimi tornei dello Slam e quindi sono riuscito a monetizzare [è arrivato al secondo turno del Roland Garros 2019 partendo dalle qualificazioni, riuscendo poi ad entrare in tabellone sia a Flushing Meadows sia all’Australian Open n.d.r], ma in questo periodo è necessario risparmiare il più possibile”.

C’è anche un’altra idea, ancora più radicale, avanzata sempre da Menahem: utilizzare una parte del montepremi delle ATP Finals per distribuendolo a tutti i primi 300 della classifica. “Se l’ATP distribuisse 15.000 dollari ai primi 300 del ranking, la spesa complessiva non arriverebbe nemmeno a un terzo del montepremi totale delle ATP Finals”. La kermesse di fine anno del circuito maschile è l’unico evento controllato direttamente dall’ATP, e dal quale l’associazione ricava buona parte del proprio fatturato, attraverso sponsorizzazioni e diritti TV. “I primi otto giocatori del mondo che arriveranno a Londra – continua Menahem – dovrebbero aver già guadagnato vicino ai 5 milioni di dollari una volta arrivati alle finali [ammesso e non concesso che si giochi almeno metà stagione n.d.r], senza contare tutto quanto guadagnato in sponsorizzazioni e gettoni presenza”. Potrebbero quindi essere nella posizione migliore per fare un sacrificio a favore di tutti gli altri che invece navigano in acque molto meno tranquille dal punto di vista finanziario.

In un mondo fortemente orientato al principio del “winner takes it all” come il tennis, dove il prize money totale è concentrato principalmente nelle mani di un numero molto ristretto di giocatori, questa mossa “assistenzialista” da parte dell’ATP (che dovrebbe necessariamente passare per l’approvazione da parte dei Top 10 e del Players’ Council) potrebbe rappresentare un’inversione di tendenza quantomai opportuna in questo momento di grande incertezza. Per non rischiare di trasformare il circuito professionistico in un circuito itinerante di una dozzina di persone come ai tempi di Jack Kramer.

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Quel campo da tennis tra la guerra e il cielo

Nel 1943 l’Albergo Vittoria di Beaulard ospitò una clinica dove si curavano ebrei, partigiani e tedeschi sotto lo stesso tetto. Con un campo da tennis sullo sfondo e la speranza di un futuro migliore

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Il campo da tennis dell'Hotel Vittoria

“A invogliarmi, d’un tratto, a tirar fuori la racchetta e i vestiti da tennis che riposavano in un cassetto da più di un anno, forse non era stata che la giornata luminosa, l’aria leggera e carezzevole di un primo pomeriggio autunnale straordinariamente soleggiato. Ma nel frattempo erano accadute varie cose” ( Il Giardino dei Finzi Contini)

Lo chiamavano l’albero delle scimmie. E le scimmie rispondevano al nome di Thea, Lella, Carla, Anna e Maria, cinque sorelline che dal ramo più alto di un grande noce assistevano rapite a quelle infinite sfide sul campo da tennis in terra rossa posto sul retro dell’ “Albergo Vittoria”, dal nome che i loro nonni Giuseppe e Teresa Cerutti avevano scelto per quella che sarebbe diventata la loro mamma e per la pensione di Beaulard, Val di Susa a pochi chilometri dal confine francese.

Quel campo da tennis però racconta anche altro, eco dei venti di guerra che solo qualche anno prima aveva lasciato le sue tracce in Val di Susa. Racconta di alcune buche scavate nei suoi dintorni per nascondere il vino e le masserizie dalle razzie dei tedeschi e per celare strumenti di lotta dei partigiani. E di sfide a rincorrere una pallina bianca tra ufficiali germanici e misteriosi ospiti dell’albergo.

 

Il campo sorgeva tra prati, panchine e alberi ma rimaneva un sogno proibito per le cinque nipoti di “Pinotto”, essendo riservato ai clienti della pensione e ai villeggianti di Beaulard, cui veniva concesso di scambiare qualche colpo, previa consumazione di panini, cedrate e caffè.

Vittoria Cerutti con un’amica e delle racchette improvvisate

Sono gli anni ’50 e l’Italia prova a ripartire e a concedersi un sorriso di speranza. E così le sfide dei tornei estivi con in palio l’ambito trofeo di un vassoio di dolci della pasticceria Ugetti di Bardonecchia, si consumavano tra il tifo delle ragazzine per i giovanotti villeggianti e le incursioni del raccattapalle d’eccezione. Appena un diritto maldestro mandava la palla oltre la rete di cinta dell’albergo, ecco che Leed, il pastore tedesco di casa, si lanciava trai frutteti e i trifogli per riportare in campo l’oggetto del contendere.

Luglio 1943: Torino è sotto scacco, vittima dei bombardamenti inglesi. Il Professor Arturo Pinna Pintor, fondatore nel 1904 dell’omonima e famosa clinica, prende l’inevitabile decisione di trasferire tutto in una località più sicura. La scelta cade su Beaulard, “Località amena e sicura, comodità ferroviaria. Posto pubblico telefonico intercomunale in Clinica” come recita il comunicato pubblicitario inserito su La Stampa del 24 agosto 1943 e l’Hotel Vittoria viene individuato come il luogo ideale dove ricollocare le attività sanitarie della clinica.

Le prime ad approdare a Beaulard sono le quattro suore e infermiere carmelitane ma c’è un grosso problema. Non si trova un medico disponibile a prendere le redini della struttura, perché girano strane voci su quella piccola pensione in Val di Susa. Alcune persone vengono ricoverate ma nelle carte non si trovano i documenti clinici relativi alle patologie, e anche alcuni cognomi sono stranamente cangianti. Sono ebrei, accolti sotto mentite spoglie e ospitati nella struttura tra le montagne.

Le difficoltà però sono a un passo dall’indurre Pinna Pintor a chiudere la clinica, quando finalmente il neolaureato dott. Matteo Lincoln Briccarello accetta l’incarico di dirigere la struttura per lo stipendio di 800 lire al mese. E così nel febbraio del 1944 il giovane dottore viene accolto alla stazione del treno da Giuseppe Cerutti e dalla piccola nipotina Thea che con una carriola lo aiutano a trasportare i bagagli in albergo.

Inizia così, in un piccolo anfratto tra le montagne, una storia intrisa di umanità e solidarietà, mentre il mondo non ha ancora capito quale sarà il suo destino. Una storia fatta di visite notturne in montagna del dott. Briccarello per assistere dei partigiani rifugiati o di bambini accorsi da tutta la valle per operarsi alle tonsille.

Il dott. Briccarello non nasconde sin da subito le sue simpatie e così per l’Hotel Vittoria transitano verso il confine vari gruppi di partigiani, come raccontato nel suo “Diario” da Ada Gobetti, staffetta partigiana in Val Germanasca e in Val di Susa in quegli anni e che diverrà, dopo la Liberazione, la prima donna ad essere nominata vicesindaco di Torino come rappresentante del Partito d’Azione.

Hotel Vittoria Beaulard

I tedeschi di stanza ad Oulx fiutano però quello che sta succedendo a Beaulard e tendono un tranello al dottore, invitandolo in paese con una scusa. Lì lo minacciano ma Bricarello se la cava, salvando la vita ad un soldato tedesco ferito. 

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 il contingente tedesco occupa la Val di Susa, ma è meno feroce di quello sul fronte o come in altre zone non lontane come la Valle d’Aosta. Ed ecco che le mura dell’Hotel Vittoria raccontano del capitano viennese Hans Lanperle che mette da parte pezzi di pane per i bambini dell’albergo, che gioca infinite partite a poker con gli ospiti senza nome dell’albergo che fingeva di non sapere essere ebrei.  E alla fine sono proprio i tedeschi a impedire la chiusura della clinica, per poter disporre di una struttura di pronto intervento sia per i civili sia per i militari.

Arriverà il 25 aprile del 1945 e la fine delle ostilità. La clinica non lascia subito l’Hotel Vittoria, perché ci sono ancora i pazienti da trasferire a Torino, tra essi Mario Lamberto Zanardi, esponente del Partito d’Azione.

Anni dopo il capitano Lanperle tornerà in vacanza a Beaulard e scoprirà che la famiglia dell’Hotel Vittoria si è allargata. Ritorna d’incanto protagonista quel campo da tennis che sbuca trai noci e i trifogli. Non c’è più la guerra, non c’è più bisogno di far finta di non vedere, di far finta di non sapere chi è che dorme sotto il tuo stesso tetto, chi cala il poker e chi ti chiama a rete con una palla corta.

Ci sono cinque ragazzine arrampicate su un albero che guarda il cielo, c’è anche un cane che raccoglie le palline. Perché è la gente che fa la storia, quando è il momento di scegliere e di andare. 

Settant’anni dopo l’Hotel non c’è più e le cinque figlie di Vittoria sono diventate nonne. Ma il ricordo di quel rettangolo rosso con le linee di gesso, accarezzerà ancora a lungo la ruga del sorriso sui loro volti.


Questo racconto nasce dagli appunti e dalle ricerche di Carla Di Matteo, figlia di Vittoria che ha dato il nome all’hotel, nipote di Giuseppe Cerutti e…zia dell’autore dell’articolo.

 “Diario Partigiano” di Ada Gobetti“

“La casa di cura di Beaulard 1943-1945” di Edoardo Tripodi su “Panorami”

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Editoriali del Direttore

Impasse Coronavirus: che impatto su Federer, Venus e Serena Williams, i Bryan, Nadal, Djokovic?

Dopo i tanti ritiri dell’ultimo biennio (Berdych, Ferrer, Almagro, Baghdatis), molti ipotizzavano che nel 2020 ci fosse il canto del cigno per tante star del tennis. Giocheranno ancora nel 2021?

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Avvertenza ai lettori. Evitino di leggerlo tutti coloro che, dopo aver letto il titolo, si appresterebbero a dire che sto, stiamo cercando di acchiappare clic. Cerchiamo semplicemente di trattare quegli argomenti che ci accorgiamo – in tempi di Coronavirus e di tennis off limits per chissà quanto tempo ancora – vengono discussi fra gli appassionati che sono bombardati da bollettini più o meno catastrofici sui contagi e ogni tanto vorrebbero anche distrarsi un po’ con qualche argomento più leggero.

Avverto subito di seguito i lettori superstiti per correttezza, o onestà intellettuale come ormai si usa dire, che non ho notizie certe sulle ipotesi che sto per fare, ma che tuttavia uso le previsioni che da più parti del microcosmo tennistico venivano fatte. Non anni fa, ma fino a pochissimo tempo fa. Direi fino alla cancellazione del torneo di Indian Wells – come vola il tempo, sembra un secolo fa! – quando sembravano ancora attendibili, attendibilissime. E tuttavia da qualche dato, da qualche aspetto curioso, da qualche considerazione che ho in testa, penso che una amichevole discussione dovrebbe poter scaturire.

Comincio con il ricordare che fra 2019 e inizio 2020, a far fronte all’inattesissimo, sorprendente, quasi inspiegabile “comeback” di Kim Cljisters si sono verificati tanti ritiri di giocatori noti, a cominciare da un paio di “sempreverdi” top-ten, David Ferrer e Tomas Berdych, per proseguire con Nicolas Almagro, Mikhail Youzhny, Marcos Baghdatis, ma anche Victor Estrella Burgos e Max Mirny. E fra le donne la più famosa è certo l’ex n.1 del mondo Maria Sharapova, ma anche Sweet Caroline Wozniacki, Dominika “Cipollina” Cibulkova. Nel 2018 aveva detto basta Tommy Haas, le nostre Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Karin Knapp, Nadia Petrova e chissà quanti/e dimentico… aggiungete pure voi.

 

Ma cosa si prevedeva che sarebbe successo nel 2020 e oltre? Per quanti questo sarebbe stato l’anno dell’addio? Beh, i gemelloni sovrani del doppio Bryan, 42 anni il prossimo 29 aprile – Bob 119 titoli di doppio e Mike 124 – avevano annunciato che avrebbero giocato l’ultimo US Open per poi appendere la racchetta al chiodo dopo essere stati insieme n.1 del mondo di specialità per 438 settimane (ma Mike lo è stato per 506), di cui 139 consecutive: ennesimo record. Altro record: per 10 anni hanno chiuso la stagione da n.1. Potrebbero rivedere i loro piani e giocare le Finali di Davis a novembre? Anche se adesso perfino la nuova Coppa Davis rischia di saltare, sebbene a Madrid la si giochi quando più tardi non si potrebbe. Ma nessuno può giurare che l’effetto Coronavirus, che in Spagna sta imperversando quasi come in Italia, sia davvero finito, anche se tutti ce lo auguriamo.

Dai 42 anni dei Bryan, andando a ritroso dai più anziani e soffermandosi sugli ex n.1 ecco Venus Ebony Williams. Il 17 giugno Venus compierà 40 anni. Pur avendo vinto 7 Slam (in 16 finali), fra cui 5 Wimbledon, Venus è stata n.1 del mondo in tre occasioni ma complessivamente soltanto per 11 settimane, una differenza enorme con Serena che lo è stata per 319 (9 più di Roger Federer!) e certo gliene ha sottratta più d’una. Beh Venus mi aveva fatto intendere un anno fa che il suo obiettivo era partecipare ancora una ultima volta alle Olimpiadi. Già medagliata d’oro 4 volte (come soltanto la sorella Serena) con un oro in singolo e tre in doppio (più una medaglia d’argento in doppio misto. Record per il tennis, a pari merito con
Kitty McKane Godfree), lei che era già la sola tennista a potersi vantare di aver vinto una medaglia in 4 Olimpiadi diverse (da Sydney 2000 in poi), se fosse riuscita a vincere un’altra medaglia anche a Tokyo avrebbe stabilito un record probabilmente imbattibile. In 14 finali di Slam in doppio femminile lei e Serena non ne hanno persa una.

Le due sconfitte patite con una ragazzina che avrebbe tranquillamente potuto essere sua figlia, la quindicenne Coco Gauff in due Slam, Wimbledon e Australian Open, non l’hanno turbata al punto da dichiararsi pronta al ritiro, però anche se la classifica “ghiacciata” dal virus la vede oggi e per chissà quanto soltanto n.67 del mondo, io confesso che sarei molto ma molto sorpreso se con le Olimpiadi slittate al 2021 Venus non avesse già detto “no mas”. Oltretutto riguardo a Tokyo 2020 da disputare nel 2021 – i giapponesi non vogliono buttare a mare i loghi e tutto il materiale pubblicitario contrassegnato dal 2020 – non si sa ancora quale possa essere la data. Chi dice giugno (quando ci saranno europei di calcio, Giro d’Italia, per citare i primi eventi che mi vengono a mente…), chi dice marzo, quando per almeno uno dei due Masters 1000, Indian Wells oppure Miami si tratterebbe di un nuovo disastro, chi dice la stessa data che era stata programmata per quest’anno.

Venus Williams – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A PAGINA 2: CI SARANNO ROGER FEDERER E SERENA NEL 2021?

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