Uno contro tutti: la seconda parte del regno di Sampras, Rios unico re senza corona

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Uno contro tutti: la seconda parte del regno di Sampras, Rios unico re senza corona

Nel triennio 1996-1998 Pete è meno dominante rispetto al passato ma si conferma N.1 del mondo seppur con vari intervalli. Rios prende il N.1 per sei sole settimane ma unico di questa rassegna senza titoli Slam

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Nel lungo regno di Pete Sampras, caratterizzato dal record di sei stagioni consecutive chiuse in vetta al ranking, si alterneranno sul trono altri tennisti, diversi dei quali non faranno quasi in tempo a rendersi conto dei loro privilegi che già saranno stati scalzati. Nella puntata precedente abbiamo raccontato dell’avvento (il primo, a cui ne seguiranno altri) di Andre Agassi e del blitz di Thomas Muster. È proprio con la vittoria dell’austriaco a Estoril e la successiva abidcazione che avevamo chiuso ed è da lì che riprendiamo il filo del racconto.

Pete apprende di essere tornato re nel viaggio tutto orientale tra Hong Kong e Tokyo. In Giappone Sampras festeggia conquistando il titolo ma la prima parte dell’estate porta solo tempesta. Le due sconfitte con Ulihrach e Kafelnikov a Dusseldorf vengono archiviate come rodaggio mentre la scalata alla montagna del Roland Garros passa attraverso vittorie sofferte ma significative contro due ex-campioni del torneo (Bruguera al secondo turno e Courier nei quarti, quest’ultimo battuto recuperando da 0-2) nonché l’amico Todd Martin (di nuovo al quinto). La semifinale è il suo miglior piazzamento in carriera nello Slam rosso e il sogno di mettere a segno il Career Slam si fa ogni giorno più concreto ma è di nuovo Yevgeny Kafelnikov a fermarlo, peraltro senza attenuanti (7-6 6-0 6-2).

Se Parigi rappresenta sempre una sfida, Wimbledon è da tre anni una certezza che viene però incrinata dalle due magiche settimane di Richard Krajicek. Talento e potenza in egual misura, l’olandese gioca una grande partita nei quarti e interrompe a quota 25 la striscia di vittorie consecutive ai Championships. Con un best-ranking in carriera di n.4 e un numero di infortuni da record, Krajicek avrà il privilegio di essere quello (tra i 33 che hanno chiuso la carriera in vantaggio negli head-to-head) che ha battuto Sampras più volte: ben 6 in 10 confronti.

Smaltite le delusioni europee, per il n.1 del mondo è il momento di tornare a salire. Sconfitto dallo svedese Enqvist nei quarti a Cincinnati, Sampras prepara al meglio gli US Open conquistando a Indianapolis il 41° titolo. A New York c’è spazio per un altro incontro che resterà nell’epica della carriera di Pete, quello che lo vede opposto nei quarti di finale allo spagnolo Alex Corretja. Fino a quel momento, fatta eccezione per i cinque set disputati contro Jiri Novak, il suo torneo è stato abbastanza tranquillo. Quel giorno, però, Corretja, pur lontano dall’amata terra, ha due marce in più. Sampras non sta benissimo ma a “peggiorare” il suo stato contribuisce l’iberico, che lo tiene sul campo per ore e gli strappa secondo e terzo set per 7-5 dopo aver perso il primo al tie-break. La solita afa newyorchese non aiuta Pete, che pure fa suo il quarto parziale per 6-4 prima di affidarsi al servizio per restare aggrappato alla partita e trascinarla al tie-break.

Nelle fasi iniziali del gioco decisivo, Sampras è costretto a fermarsi e vomita sul campo ma non vuole arrendersi e continua, arrivando a match-point sul 6-5. Qui Corretja lo costringe all’errore e con un dritto vincente si porta a sua volta a un solo punto dal match. Pete si piega sulle ginocchia ad ogni scambio e la disperazione gli consiglia di attaccare appena possibile; Corretja gli mette un insidioso rovescio in back che Sampras si toglie dalle stringhe e sul passante successivo dello spagnolo si allunga nella volee di dritto del pareggio (7-7). È evidente che l’americano non ce la fa più ma ha già preso un warning per perdita di tempo e tira la prima senza caricare il movimento; la palla esce e sulla seconda, aspettandosela debole, Corretja fa due passi dentro il campo per aggredire.

Tutto può aspettarsi, Alex, tranne un servizio che scheggia la linea laterale per schizzare lontano imprendibile; il pubblico non sta più nella pelle e adesso lo spagnolo, angosciato, vuole a tutti dare profondità alla sua battuta, per far colpire l’avversario senza dargli la possibilità di spingersi a rete. Ma la profondità è troppa e il doppio fallo lo mette in ginocchio, regalando la semifinale a Sampras. Mentre in campo Sampras non ha nemmeno la forza di esultare, lo fanno per lui in tribuna la fidanzata Delaina Mulcahy e Paul Annacone, che all’angolo del numero 1 ha preso il posto del povero Tim Gullikson. Passata la paura, Sampras si riprende e vince il torneo battendo in finale Chang in tre set.

 

Fatta eccezione per l’eliminazione al primo turno a Bercy, il finale di stagione di Pete è esaltante. Dopo il titolo a Basilea, Pete trova nel “vecchio” Boris Becker un avversario di grande spessore che lo batte in cinque set nella finale di Stoccarda e in due tie-break nel round-robin del Masters di Hannover. Qui però, proprio come accadde nel 1994, Sampras lo ritrova in finale e mette in bacheca la terza laurea da maestro imponendosi per 6-4 al quinto set in una delle più belle partite giocate nella storia della manifestazione.

Anno nuovo (il 1997), vita vecchia per il re Sampras che apre le ostilità mettendo a referto il nono titolo slam in quel di Melbourne. Nelle fasi centrali del torneo sono Dominik Hrbaty e Albert Costa a spingerlo fino al quinto set ma in realtà lo statunitense è in controllo per l’intera durata della manifestazione e l’atto conclusivo con il sorprendente Carlos Moya (l’altro spagnolo, insieme a Berasategui, ad aver giocato una finale Slam nell’Era Open senza essere testa di serie) è giusto una formalità. La fiducia del numero uno si esprime con altre due vittorie (a San Josè e Philadelphia) ma all’improvviso si smarrisce nel Double Sunshine: a Indian Wells si fa estromettere dal ceco Bohdan Ulihrach mentre a Miami incappa in un Bruguera eccellente anche lontano dalla terra rossa. Già numero 3 del mondo (in agosto 1994) e due volte campione al Roland Garros, il miglior risultato di Sergi sul duro rimane la finale persa contro Agassi ai Giochi Olimpici di Atlanta 1996 ma in Florida lo spagnolo è in gran spolvero e si impone in tre set molto tirati per poi cedere in finale a Muster.

Sul rosso europeo, per Sampras le cose vanno ancora peggio: tre sconfitte consecutive (Monte Carlo, Roma e Dusseldorf) accompagnano l’americano al Roland Garros dove uno dei tanti svedesi che sembrano tutti uguali, Magnus Norman, lo elimina al terzo turno. Il passaggio all’erba prevede una tappa al Queen’s ma il rodaggio pre-Wimbledon non è di quelli sperati dal leader del ranking, che batte Frana al debutto, salta il secondo turno per il forfait di Brett Steven e nei quarti cade vittima di uno dei pochi svedesi che amano l’erba, Jonas Bjorkman. A Wimbledon, dove per la prima volta in quattro anni Pete non difende il titolo, Sampras non incontra nessun avversario tra i primi 15 del mondo e i due a impensierirlo maggiormente sono Korda negli ottavi e Becker nei quarti, contro i quali perde gli unici tre set del suo torneo (tutti al tie-break, due il ceco e uno il tedesco) prima di dominare sia Woodbridge che Pioline.

Il decimo Slam restituisce il sorriso al campione statunitense che a Cincinnati, alla ripresa, spazza via la concorrenza mentre a Indianapolis conferma di soffrire il gioco di Larsson; lo svedese piazza diciotto ace e nel tie-break del terzo set si porta sul 6-0 prima di vedersi annullare cinque match-point e prevalere solo al sesto, quando la paura sembrava averlo attanagliato. I primi tre turni agli US Open scivolano via senza patemi ma agli ottavi sbatte contro un giocatore in grado di creargli più di un grattacapo: Petr Korda. Pur essendo in svantaggio negli H2H per 11-4, il ceco si è già reso protagonista di tre grandi partite contro Sampras terminate al quinto set: la vittoriosa semifinale della Grand Slam Cup ’93, la finale di Indian Wells dell’anno dopo e il già menzionato ottavo a Wimbledon qualche settimana addietro. A Flushing Meadows la storia si ripete e la conclusione non può che essere al tie-break decisivo, dopo che Sampras è stato avanti di un break (3-0) all’inizio del quinto set. Qui il mancino ceco si dimostra più freddo e il numero uno mondiale vede sfumare così la possibilità di centrare il tris consecutivo nello Slam di casa, dopo esserci riuscito invece a Wimbledon.

Prima di chiudere la stagione giocando sotto un tetto, Pete è protagonista nella vittoriosa semifinale di Davis Cup; a Washington, contro l’Australia di Rafter, Philippoussis e dei “Woodies”, gli Stati Uniti chiudono in vantaggio 2-0 la prima giornata e, dopo aver perso il doppio, è proprio Sampras a dare il punto decisivo al suo team imponendosi in quattro set al neo-campione degli US Open Patrick Rafter. Approdato in Europa, il n.1 del mondo fa (quasi) un sol boccone dei tornei indoor a cui partecipa: oltre alla prestigiosa, nonché unica nella storia, doppietta dei due Masters (a Monaco la Grand Slam Cup battendo di nuovo Rafter in finale e ad Hannover l’ATP World Tour Championship, conquistato nonostante il passo falso iniziale contro Moya e imponendosi in finale a Kafelnikov) Sampras vince anche a Parigi-Bercy e l’unico a causargli un dispiacere è la bestia nera Krajicek, che gli rifila un doppio 6-4 al terzo turno di Stoccarda.

Soddisfatto ma logorato nel fisico, il campione americano vola a Goteborg dove la Svezia attende gli USA per la finale di Coppa Davis. Allo Scandinavium si gioca sul taraflex e la mossa dei padroni di casa si rivela azzeccata: Jonas Bjorkman, che sta attraversando il momento migliore della sua carriera da singolarista, porta in dote il punto iniziale battendo Chang e nel secondo singolare un infortunio al polpaccio costringe Sampras al ritiro all’inizio del terzo set contro Larsson. Il giorno dopo la Svezia si aggiudica il doppio e festeggia anzitempo la conquista della sua sesta insalatiera d’argento.

Nell’Era Open, due mancini in finale agli Australian Open c’erano stati solo ventun anni prima, quando Vilas aveva sconfitto Tanner nella prima delle due edizioni disputate nel 1977. Il 1998 del grande tennis inizia dunque con il sorprendente successo di Petr Korda su Marcelo Rios a Melbourne. Mentre il ceco avrà quell’anno grossi problemi con la giustizia sportiva e verrà squalificato per un anno dopo essere risultato positivo a un controllo antidoping a Wimbledon, il bizzoso ed eclettico cileno meriterà i titoli in prima pagina per il suo redditizio blitz “coast-to-coast” tra la California e la Florida.

Ma, prima di incensare Rios, facciamo un passo indietro e torniamo a Sampras, sconfitto a Melbourne nei quarti da Karol Kucera e in finale a San Josè dal n.71 del mondo, un connazionale che sta faticosamente riemergendo dalle tenebre: Andre Agassi. A Philadelphia, finalmente, Pete torna al successo ma nel Sunshine Double rimedia due brutte battute d’arresto contro Muster e Wayne Ferreira. Quest’ultima, in particolare, brucia perché Sampras non capitalizza due match-point nel tie-break del secondo set (il secondo con un doppio fallo) e finisce per cedere al sudafricano 0-6 7-6 6-3 sul centrale di Crandon Park a Miami.

Di per sé, le sconfitte dello statunitense non avrebbero effetti collaterali se nel frattempo Marcelo Rios non mettesse a segno l’impresa di alzare il trofeo sia a Indian Wells (battendo Rusedski in finale) che a Key Biscayne (contro Agassi). Il cileno è il quarto nella storia ad alzare i due trofei nello stesso anno (ci sono già riusciti Courier nel ’91, Chang l’anno dopo e Sampras nel 1994) e i punti guadagnati lo fanno diventare, il 30 marzo 1998, il 14° numero 1 della storia. Nelle sue prime quattro settimane da leader, Rios giocherà un solo incontro (in Davis, battendo l’argentino Hernan Gumy) perché le storture del sistema che determina il ranking riconsegnano il trono a Sampras, nonostante Pete abbia subìto una batosta tremenda al secondo turno di Monte Carlo per mano del magico Fabrice Santoro (doppio 6-1).

L’americano rimedia alla figuraccia volando ad Atlanta per conquistare il suo terzo – e ultimo – titolo in carriera sulla terra rossa ma al ritorno in Europa lo attendono nuovi contrattempi: giustificabile quello di Roma, dove perde con Chang nei quarti, assai meno quello del Roland Garros, dove a eliminarlo al secondo turno è il paraguaiano Ramon Delgado. Il sudamericano, n.97 del ranking, chiuderà la carriera con una sola finale ATP (persa a Bogoità) e un record di 2-21 nei confronti dei Top-10 (l’altro successo lo otterrà al primo turno degli US Open 2003 contro Grosjean) ma il suo mercoledì da leone a Parigi resterà per sempre: 7-6 6-3 6-4 e per Pete è l’ennesima bocciatura nell’unico Slam che manca al suo palmares.

Nemmeno l’erba del Queen’s è amica di Sampras, vittima dell’australiano Woodforde, ma a Wimbledon il giardiniere vuole affiancarsi a Borg nel numero dei titoli e la quinta coppa arriva dopo una sofferta finale contro Goran Ivanisevic. Mentre Pete torna negli States per preparare l’estate sul duro, Rios resta in Europa e i punti ottenuti sulla terra lo riportano in vetta al ranking il 10 agosto, data di inizio del torneo di Cincinnati. In Ohio il cileno perde subito con Vacek mentre a Indianapolis le cose vanno appena meglio ma la vittoria all’esordio su Bob Bryan non basta: nel turno seguente Rios perde con Byron Black e la sua breve esperienza sul trono si chiude lì. Sei settimane e appena quattro incontri fanno di Marcelo una meteora in questa rassegna, così come non depone a suo favore il primato di essere – ancora oggi – l’unico tra i 26 numeri 1 a non aver mai vinto un titolo dello Slam in carriera.

Nella prossima puntata chiuderemo il discorso relativo a Pete Sampras e ci spingeremo fino alle soglie del nuovo millennio.


TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – QUINDICESIMA PARTE

1997SAMPRAS, PETEULIHRACH, BOHDAN67 57INDIAN WELLSH
1997SAMPRAS, PETEBRUGUERA, SERGI75 67 46MIAMIH
1997SAMPRAS, PETELARSSON, MAGNUS63 26 36MONTE CARLOC
1997SAMPRAS, PETECOURIER, JIM67 46ROMAC
1997SAMPRAS, PETEPHILIPPOUSSIS, MARK64 46 10 RIT.WORLD TEAM CUPC
1997SAMPRAS, PETENORMAN, MAGNUS26 46 62 46ROLAND GARROSC
1997SAMPRAS, PETEBJORKMAN, JONAS63 36 46QUEEN’SG
1997SAMPRAS, PETELARSSON, MAGNUS67 64 67INDIANAPOLISH
1997SAMPRAS, PETEKORDA, PETR76 57 67 63 67US OPENH
1997SAMPRAS, PETEKRAJICEK, RICHARD46 46STOCCARDA INDOORS
1997SAMPRAS, PETEMOYA, CARLOS36 76 26MASTERS H
1997SAMPRAS, PETELARSSON, MAGNUS63 67 12 RIT.DAVIS CUPS
1998SAMPRAS, PETEKUCERA, KAROL46 26 76 36AUSTRALIAN OPENH
1998SAMPRAS, PETEAGASSI, ANDRE26 46SAN JOSEH
1998SAMPRAS, PETEMUSTER, THOMAS57 36INDIAN WELLSH
1998SAMPRAS, PETEFERREIRA, WAYNE60 67 36MIAMIH
1998SAMPRAS, PETECHANG, MICHAEL26 67ROMAC
1998SAMPRAS, PETEDELGADO, RAMON67 36 46ROLAND GARROSC
1998SAMPRAS, PETEWOODFORDE, MARK36 26QUEEN’SG
1998SAMPRAS, PETEAGASSI, ANDRE76 16 26CANADA OPENH
1998RIOS, MARCELOVACEK, DANIEL36 26CINCINNATIH
1998RIOS, MARCELOBLACK, BYRON75 16 57INDIANAPOLISH

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Lo Slam racconta: Wimbledon 1969, il canto del cigno Gonzales

Si narra fin dall’antichità che il cigno all’approssimarsi della fine esprima nella disperazione il meglio del suo canto. Nessuno sa se sia veramente così ma quella volta per Big Pancho lo fu per certo…

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Wimbledon, martedì 24 giugno 1969, pomeriggio.

 

Un Centre Court gremito attende l’ingresso in campo dei contendenti, siamo al primo turno e l’erba del campo è ancora di un verde splendente, amichevole, rilassante.

È verde anche l’età di uno dei due protagonisti dell’ennesima storia che quel luogo magico sta per raccontare.

Charlie Pasarell ha appena compiuto 25 anni, nato a Portorico nel 1944 frequenta la UCLA insieme ad Arthur Ashe e nel 1966 viene classificato n°11 al mondo. L’anno prima di quel che sta per avvenire ha vinto il torneo NCAA.

Sui prati dell’All England Club ha già battuto gente come Santana o Rosewall e in quell’estate del 1969 è un tennista ormai solido e affermato, un combattente dal gran servizio difficile da battere per tutti, soprattutto sul veloce. Sta per entrare nella storia del tennis ma non lo sa ancora.

È però dall’altro lato del campo che si appuntano gli sguardi dei presenti quando tutto ha inizio. Bello come un dio, alto come una torre, la guancia sinistra segnata da una cicatrice e il volto scavato da 41 anni di vita sempre al limite, Ricardo Alonzo Gonzales – per tutti Pancho – ha dominato il tennis per quasi dieci anni consecutivi.

Senza che nessuno lo sapesse, perché tutto questo avveniva nella realtà parallela del circuito pro, che a partire dai tardi anni ’20 fino al 1968 affiancò il tennis ufficiale.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale tutti i più grandi, con poche eccezioni come quelle di Pietrangeli ed Emerson, attraversarono lo specchio per diventare fantasmi, scomparire dai giornali e dalle eleganti club houses dei circoli più prestigiosi e poter vivere ufficialmente del loro talento. 

Lì, nella nebbia, difficilmente visibili ma riconoscibilissimi dal suono puro che la pallina faceva sulle loro corde c’erano Sedgman, Rosewall, Hoad, Laver, Segura, Trabert. E Pancho li ha battuti tutti senza pietà.

Nato a Los Angeles nel 1928 grazie al padre che aveva trasferito la famiglia dal Messico, Gonzales ebbe una vita da star hollywoodiana e adeguato numero di mogli. Ma senza il tennis si sarebbe certamente perso.

Completamente autodidatta, abbandona la scuola presto e ciò gli sbarra le porte della federazione giovanile americana, governata da quel Perry Jones che era solito dire: “…per capire se un giovane ce la può fare nel tennis lo porto sul tetto e lo butto di sotto. Se sopravvive allora ha delle possibilità”.

Gli anni dell’adolescenza lo vedono quindi abbandonato a sé stesso, lontano da scuola e da casa, dove il padre lo aspetta per punizioni sempre più frequenti. 

Sarà il tennis la sua bussola, la racchetta a indicare la strada. Certo le avventure del giovane Pancho sono spesso al confine con la legalità – “You don’t know the thrill of going out the back window when someone’s coming in the front door” – ma la gran parte del suo tempo lui la spende all’Exposition di Los Angeles, un parco pubblico all’ombra del Coliseum con otto campi in cemento e un negozietto di racchette gestito da Frank Poulain, un vero amico per tutta la vita. Un rifugio sicuro dove passare la notte o nascondersi dagli ispettori scolastici.

Gonzales guarda, ripete e impara. Fisico, coordinazione e riflessi sono in dono di Dio e a vent’anni è pronto.

Vince i campionati statunitensi nel 1948 e ancora l’anno dopo in una storica finale contro la sua bestia nera Ted Schroeder. È in cima al mondo, gioca un tennis fantastico fatto di servizi tonanti e discese a rete, back di rovescio a passo di tango e riflessi felini. È come trovarsi a rete un enorme gatto con la racchetta.

In quel 1949 Jack Kramer e il mondo pro bussano alla sua porta, non è il momento giusto ma Pancho ha famiglia e bisogno di soldi, soldi che solo Jack gli può garantire. 

Per settantacinquemila dollari più una percentuale sugli incassi si impegna a incontrare in un tour di oltre cento incontri il campione dei pro, ma Kramer è ancora un osso troppo duro per Pancho, che viene massacrato per 96 incontri a 27. 

In quegli scontri epici il destino del perdente era l’oblio perché la formula prevedeva sempre un campione sfidato dal migliore dei cosiddetti amateurs. 

La fredda logica del tennis professionistico lo stritola

Sono anni duri per il nostro, sperpera in fretta i soldi guadagnati e si arrangia dando lezioni a star di Hollywood che in realtà lo vogliono nel loro letto. A ventitré anni sembra un uomo finito ma la bussola indica sempre la rotta giusta. Non ha mai smesso di allenarsi e l’amara esperienza del 1949 l’ha reso duro e spietato, “…always hungry and angry”. Partecipa e vince quei pochi tornei che i pro organizzano in stagione ma nulla più fino a quando Kramer lo chiama per lanciare un testa a testa contro Tony Trabert, campione di Wimbledon e Parigi nel 1955. Pancho non ha mai giocato meglio, non è mai stato più cattivo e affamato di così. Schiaccia l’avversario senza rivolgergli la parola per tutta la durata del tour, alla fine del quale il solitamente civile, manierato e gentile Trabert gli urla in faccia:

Somebody’s going to flush you down the toilet before your life’s over–and I just might be the one to pull the handle.” [Qualcuno ti farà passare per lo scarico di un water prima o poi, e io potrei essere quello che tira la leva]

Contro Pancho era sempre così, si prendeva ogni vantaggio possibile e poco importa se questo significava influenzare arbitri e giudici con la sua magnetica personalità o spaventare l’avversario col suo ghigno selvaggio. Quando non ci riusciva erano guai.

Ecco al proposito un gustoso scambio di battute fra due dei pochi amici di Gonzales nel circo dei pro, Francisco Segura e Alex Olmedo:

Segura says laughing “In 1952 I had the day of my life and beated Gonzalez at a pro-event 6-2, 6-2, 6-2. He wouldn’t talk to me for days”.
[Segura dice ridendo “Nel 1952 ho giocato il tennis della mia vita e ho battuto Gonzalez in un evento pro per 6-2 6-2 6-2. Lui non mi ha parlato per giorni]

“Days? “I was one of his friends, and when I beat him, he wouldn’t talk to me for three months”, says 1959 Wimbledon champion Alex Olmedo.
[“Per giorni? Io ero uno dei suoi amici e quando lo battevo non mi parlava per mesi” dive il campione Wimbledon 1959 Alex Olmedo]

Così lo ritroviamo in quel pomeriggio avanzato di fine giugno, un paio di matrimoni dopo, a tener viva la sua leggenda. E ci riuscì, oh se ci riuscì! 

Cinque ore e dodici minuti sull’erba sono eterni e infatti la partita dura due giorni.

Il gioco viene interrotto per oscurità non appena Pasarell conquista il secondo set per 6-1 dopo aver vinto il primo 24-22 (il tie-break non esisteva ancora…bei tempi). 

È ormai buio quando Pancho torna furioso nella sua camera d’albergo, possiamo quasi vederlo trascorrere sveglio buona parte della notte, sigarette e qualche vodka per distendere i nervi e lasciar vagare i pensieri. 

Improvvisamente un ricordo: Buenos Ayres, metà anni ‘50, notte fonda, un tendone da luna park ghiacciato con luci bassissime e poche persone sui gradoni di cemento. A bordo campo Tony Trabert e Jack Kramer hanno scovato un bidone e ci hanno acceso un fuoco dentro per scaldarsi mentre guardano l’incontro. Sul rettangolo Pancho e Frank Sedgman lottano per puro onore, perché quella sera l’incasso sarà magrissimo. Alla fine di una lotta selvaggia è Gonzales a prevalere 22-20 al quinto, Kramer e Trabert sono surgelati perché il fuoco si è spento da tempo. 

…E Frank era cento volte più forte di questo Pasarell” si dice, “domani vinco io”.

E domani arriva. 

Il terzo set è la chiave, Gonzales parte alla battuta ma l’altro non crolla fino al trentesimo gioco, quando un doppio fallo gli è fatale. Pasarell cede d’infilata anche il quarto set. Il quinto non si può dimenticare.

Stavolta Pancho insegue nel punteggio ed è come giocare in equilibrio su una vasca di piranhas. Ma lui lo ha sempre fatto, il tennis è sempre stato il modo per sottrarsi a una vita da strada e lui con le spalle al muro si trova perfettamente a suo agio. Annulla qualcosa come sette match point, aggrappato al suo mitologico servizio, alla volée, ai refoli di vento che spingono fuori un paio di lob millimetrici di Pasarell. Charlie ha già perso quando come acqua l’ultima occasione gli scorre fra le dita. Cede di fila gli ultimi undici punti e mentre cammina verso la rete per la stretta di mano ci piace pensare che in quel triste momento abbia comunque sorriso.

Ora era certo di essere entrato nella storia.

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Flash

Le future stelle del tennis mondiale sono tra questi adolescenti?

La ricerca di giocatori d’élite è così competitiva che l’IMG, l’agenzia che una volta faceva capo al tennis, sta coltivando preadolescenti per scovare i prossimi prodigi, dando loro accesso ai rappresentanti dei pro tour e della Nike

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tennista under 12 (foto Instagram @tatoiclub)

di Matthew Futterman, NY Times 1 Maggio, 2022

ACHARNES, Grecia – Ammirate Dominik Defoe. Dieci anni e appena più alto della rete. Riccioli dorati lunghi fino alle spalle che rimbalzano nell’aria mentre insegue e schiaccia palle da tennis meglio di qualsiasi altro bambino della sua età.

Defoe ama giocherellare con il GPS nell’auto di sua madre, così la mattina, quando vanno a scuola, il telefono lo indirizza sempre al Roland Garros, sede dell’Open di Francia. Lo fa così spesso che sua madre ormai sa perfettamente la distanza che separa la sede del Roland Garros dalla loro casa in Belgio: 2 ore e 47 minuti in macchina.

 

Defoe era quasi in lacrime all’inizio di quest’anno quando ha ricevuto uno dei 48 inviti da IMG, il conglomerato dello sport e dell’intrattenimento, per partecipare al primo torneo Future Stars Invitational presso il prestigioso Tatoi Club nella periferia nord di Atene. L’evento, per ragazzi e ragazze dai 12 anni in giù, è sia un torneo sia una settimana di formazione che darà il benvenuto a Defoe e ai suoi eccelsi coetanei, completa di seminari condotti da dirigenti della Nike e dei tour professionistici maschili e femminili, l’ATP e la WTA.

La corsa per trovare le prossime stelle dello sport è arrivata a questo: con somme a otto cifre potenzialmente in gioco, agenti e scout stanno valutando e coltivando giocatori anche più giovani di 10 anni che hanno appena iniziato a competere seriamente. Future Stars è il più recente e stravagante tentativo di reclutamento di IMG, la società che ha essenzialmente inventato il business della rappresentanza sportiva e dominato il tennis per anni.

“Nessuno vuole fare un torneo per bambini di 11 e 12 anni”, ha detto Max Eisenbud, che dirige il dipartimento tennis della società. “Preferirei aspettare, ma la concorrenza ci ha costretti“.

Per anni, gli agenti della IMG hanno scovato le future stelle in due modi: Tweens e giovani adolescenti (Maria Sharapova per esempio) si presentavano alla sua accademia a Bradenton, in Florida, una volta il primo campo di allenamento in questo sport, alla ricerca di cospicue borse di studio; oppure gli agenti si presentavano a Tarbes, in Francia, per Les Petit As, il primo torneo del mondo per giocatori più giovani di 14 anni. Sembrava quasi come scegliere tra una cucciolata.

Durante gli ultimi 10 anni, però, le accademie rivali hanno aperto in tutta Europa e l’IMG si è concentrato più sul profitto delle famiglie che pagano le tasse scolastiche piuttosto che sul fare scommesse a lungo termine sugli adolescenti. Inoltre, negli ultimi anni, quando Eisenbud e i suoi colleghi hanno fatto i loro viaggi annuali a Les Petit As, hanno scoperto che quasi tutti i giocatori più promettenti avevano già firmato contratti con altre società, molti dei quali erano operazioni ben finanziate che offrivano generose garanzie, e che a volte si estendevano ben oltre la copertura del costo annuale di circa 50.000 dollari per l’allenamento e i viaggi nel circuito junior.

Così, in tempi difficili per il tennis, IMG sta puntando sui più giovani, anche se la ricerca di talenti preadolescenti può essere quasi impossibile e altamente rischiosa, poiché aumenterebbe la pressione sui bambini che già investono molto su sé stessi e, in alcuni casi, si fanno carico degli impegni finanziari che gravano sulle famiglie.

Se stelle come Naomi Osaka e Bianca Andreescu, campionesse dei tornei del Grande Slam ventenni, hanno dovuto prendersi delle pause dal tennis per curare la loro salute mentale, non è azzardato pensare ai rischi derivanti dall’aumentare le aspettative in modo così esplicito per bambini in età preadolescenziale. Durante un discorso dedicato alle ragazze e a come rimanere fisicamente e mentalmente in salute, Saga Shermis, specialista di sviluppo degli atleti per la WTA, ha detto che si aspetta di vederli nel circuito nei prossimi anni. Può essere già molto.

“A questa età stanno ancora imparando”, ha detto Adam Molenda, allenatore della federazione polacca di tennis, dopo aver visto due delle sue giocatrici, Antonina Snochowska e Maja Schweika, giocare per un’ora lunedì. “Non si può mai dire chi ce la farà. La vita è piena di sorprese”.

E di decisioni.

Grace Bernstein, una giovane atleta svedese, ha attraversato il campo e ha lanciato palle contro un ragazzo mentre sua madre guardava dalla recinzione. Sia che giochi a tennis o a carte, Bernstein compete senza sosta, ha detto sua madre Catharina, ex giocatrice la cui classifica in singolo ha raggiunto il best ranking di 286 nel 1991. Lei gioca in un’accademia gestita da Magnus Norman, un passato da secondo giocatore al mondo. È anche un’ottima giocatrice di calcio.

“Va avanti e indietro, ma per ora c’è il tennis, quindi gioca a tennis”, ha detto Catharina Bernstein.

Per alcuni, fama e fortuna possono davvero sembrare inevitabili. Eisenbud ha notoriamente messo la firma su Sharapova quando aveva 11 anni, dopo averla vista colpire la pallina per 45 minuti con un’intensità e un’impeccabilità mai riscontrata prima. Carlos Alcaraz, che ha compiuto 19 anni il 5 maggio ed è già il giovane giocatore più promettente del circuito, era stato ritenuto degno di investimento già da piccolo, un undicenne da non perdere. Eisenbud era sicuro che il primo giocatore su cui aveva puntato, Horia Tecau della Romania, fosse destinato a grandi traguardi. Tecau è diventato uno specialista del doppio, ma non è mai entrato nei primi 300 in singolare.

Eisenbud ha dato alla luce il suo piano 18 mesi fa: una competizione sontuosa con la maggior parte delle spese coperte e tutti i vantaggi di un evento professionale – raccattapalle, giudici di sedia, campi in terra rossa immacolata, accessori Beats e Nike per tutti i bambini.

“Vogliamo trattarli come atleti professionisti”, ha detto Elli Vizantiou, l’amministratore delegato del Tatoi Club.

Non dimenticando del tutto che sono bambini, erano previste anche una caccia al tesoro, cene di gruppo ogni sera e un tour del Partenone. IMG ha portato Alcaraz, fresco della sua vittoria nella finale degli Open di Barcellona, per farlo giocare contro Hubert Hurkacz, il 14° giocatore del ranking maschile.

Assemblare il campo delle Future Stars ha richiesto mesi di interviste con allenatori e funzionari delle federazioni di tennis di tutto il mondo, valutando curriculum e risultati dei tornei, e setacciando i video, alla ricerca della magica combinazione di atletismo e abilità. Anche la creazione di un campo rappresentativo a livello globale era importante. Trovare un futuro giocatore top 50 da un paese o un gruppo demografico che non ha mai prodotto una stella del tennis potrebbe essere innovativo e incredibilmente redditizio.

I giocatori dovevano venire con un accompagnatore, che nella maggior parte dei casi era un genitore, e un allenatore, dando a IMG la possibilità di costruire nuove relazioni.

Eisenbud ha esortato gli allenatori a tempestare di domande l’allenatore italiano Riccardo Piatti, che ha condotto un seminario di allenamento, descrivendolo come il “migliore” al mondo.

Piatti ha trascorso la mattinata di martedì con gli occhi puntati su Tyson Grant, un giocatore top under 12 con la cui famiglia lavora da quasi sette anni. Piatti supervisiona anche l’allenamento della sorella 14enne di Tyson, Tyra, che è già cliente IMG. Il padre di Tyson e Tyra, Tyrone Grant, è alto quasi due metri e ha giocato a basket professionalmente per 10 anni in Europa. Con buoni geni, un inizio precoce e la guida di un allenatore rinomato, Tyson Grant potrebbe essere una scommessa vincente.

Qualche campo più in là, Haniya Minhas stava abilmente tirando uno dei suoi grandi rovesci, che inizia con il manico della racchetta appena appoggiato sull’anca posteriore.

“Il mio colpo preferito”, ha detto. “Tutti mi dicono di allungare le braccia, ma a me piace come lo faccio”.

Minhas, 11 anni, è pakistana e musulmana. Gioca con un hijab, maniche lunghe e calzamaglia, e sembra già un cartellone pubblicitario.

Vince tornei da quando aveva 5 anni. La sua ricerca di una competizione adeguata l’ha portata dal Pakistan, dove c’è poco supporto per lo sport femminile e dove ha gareggiato contro e battuto tutti i ragazzi della sua età, alla Turchia. Sua madre, Annie, ha detto che lei e sua figlia vogliono dimostrare che qualcuno che ha un aspetto e si veste diversamente dalla maggior parte dei giocatori e viene da un paese che non ha mai avuto una stella del tennis può battere chiunque. Si aspettano un contratto quando Haniya compirà 12 anni.

“Stiamo cercando di cambiare il modo di pensare”, ha detto Annie Minhas.

Teo Davidov ha un asso nella manica. Davidov, probabilmente il miglior giocatore sotto i 12 anni, vive in Florida. I suoi genitori si sono trasferiti dalla Bulgaria al Colorado 10 anni fa, quando suo padre ha vinto la green card alla lotteria. Nato destrorso, colpisce i dritti su entrambi i lati e può servire anche con entrambe le mani. Suo padre e allenatore, Kalin, ha cercato di rendere Teo ambidestro nel tennis quando aveva 8 anni perché era iperattivo. Kalin pensava che stimolando l’emisfero destro del suo cervello, che controlla l’attenzione e la memoria, e il lato sinistro del corpo, con esercizi per la mano sinistra, Kalin si sarebbe calmato.

Speriamo che aiuti anche il suo gioco”, ha detto Kalin Davidov. La tecnica è devastante per ora, ma un top player non ha mai avuto successo giocando in quel modo.

I Davidov hanno conosciuto Eisenbud e IMG per la prima volta tre anni fa, dopo che Kalin ha postato su Facebook un video del gioco a due mani di suo figlio. Il telefono squillò ben presto. Babolat, il produttore francese di racchette, è uno sponsor.

Michael Chang, che ha vinto l’Open di Francia nel 1989 a 17 anni, è venuto con sua figlia, Lani, che ha esibito una smorzata terribilmente familiare per poi rifugiarsi nella lettura di romanzo di Rick Riordan sulla navetta che portava dai campi e all’hotel. Chang ha detto che il circuito per i giovani juniores si è completamente trasformato rispetto alla sua infanzia, con molti più viaggi e competizioni internazionali.

Stanno avendo un assaggio di come sia”, ha detto.

Gunther Darkey, un ex professionista di medio livello dalla Gran Bretagna, ha portato suo figlio, Denzell, un elemento promettente nonché uno dei pochi juniores neri d’élite per la Lawn Tennis Association. Alcaraz ha un fratello di 10 anni, Jaime, che era abbastanza bravo da ricevere un invito, così come Meghan Knight, la figlia di un noto giocatore di cricket inglese.

Devi essere il tipo di persona che da 9 anni può migliorare costantemente pur subendo sconfitte ogni settimana per 10 o 15 anni”, ha detto Seb Lavie, che ha portato due giocatori dalla sua accademia di Auckland, in Nuova Zelanda.

Dominik Defoe ha insistito sul fatto che è pronto a tutto per farcela. Era il più piccolo dei ragazzi. Gioca ancora con una racchetta da junior e ha faticato a tenere il passo di Grant nella sua prima partita. I suoi avversari cercano tutti di colpire con pesanti topspin per seppellirlo a fondocampo. Lui respinge la palla con un breve salto prima che questa gli arrivi sopra la testa.

Defoe, che parla correntemente quattro lingue, ha promesso a sé stesso che avrebbe vinto l’Open di Francia. La sua esistenza si basa sull’idea di darsi qualunque possibilità affinché il suo sogno si realizzi.

Frequenta la scuola al mattino per le lezioni di matematica e di lingua, ma lavora indipendentemente sul resto dei suoi studi per avere più ore da dedicare al tennis. Studiando da vicino i professionisti, ha deciso di non avere un giocatore preferito, ma di voler costruire un giocatore composito che ha il dritto di Dominic Thiem, il servizio di Nick Kyrgios, il rovescio di Novak Djokovic, l’atteggiamento di Rafael Nadal, il gioco a rete di Roger Federer e il gioco di piedi di Felix Auger-Aliassime. Tiene tutto scritto su un diario.

Quando siamo venuti qui mi ha detto che questo torneo è come un viaggio in treno”, afferma sua madre, Rachel, che è stata la sua prima allenatrice. “Questa è solo una fermata, una stazione, ma la corsa prosegue”.

Traduzione di Alice Nagni

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Il prosieguo del ricordo si può ascoltare al seguente link su Intesa Sanpaolo

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Il punto non era mai così importante come l’eleganza del gesto bianco. Sì, su quegli adorati prati londinesi, ma anche su quelli più spartani della periferia di Melbourne, lui amava tuffarsi sempre e comunque quasi fosse Boris Becker.

Un campo in erba? Attrazione fatale.
La volée era finita fuori? Pazienza
“.

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