Uno contro tutti: Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras

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Uno contro tutti: Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Oggi introduciamo il dodicesimo e il tredicesimo, Andre Agassi e Thomas Muster, saliti in vetta rispettivamente nel 1995 e nel 1996

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Sono statunitensi i due migliori tennisti del mondo all’inizio del 1995 e sono ai due estremi del tabellone del primo Slam stagionale, gli Australian Open. Pete Sampras difende il titolo conquistato l’anno precedente mentre Andre Agassi può solo guadagnare punti in quanto il suo ’94 era iniziato in febbraio. Il numero uno del mondo supera tranquillamente i primi due turni ma, dopo l’allenamento che precede la sfida dei sedicesimi con Lars Jonsson, Tim Gullikson (il suo coach) accusa un malore. In un primo momento non sembra nulla di serio ma con il passare dei giorni la situazione peggiora e Tim è costretto a lasciare l’Australia per tornare a Chicago.

Aiutato nell’occasione da Paul Annacone, Sampras accusa il colpo ma sa che deve lottare per sé e per Tim. Arrivano così due rimonte consecutive da 0-2, contro il solito Magnus Larsson e contro l’amico Jim Courier nei quarti, in un sfida in cui Pete non riesce a trattenere lacrime di commozione. In semifinale Sampras è di nuovo costretto a risalire la china ma stavolta Chang gli sottrae solo il parziale d’apertura; in finale però il nuovo Agassi guidato da Brad Gilbert ha qualcosa in più e lo batte in quattro set.

Nonostante i moltissimi punti da difendere, fino al “Sunshine Double” Sampras riesce a tenere dietro di sé Agassi nel ranking. Pete perde in semifinale a Memphis con Todd Martin mentre a Philadelphia, non senza curiosità, a eliminarlo è l’olandese Paul Haarhuis, a un anno di distanza dall’analoga impresa riuscita dal partner di doppio Jacco Eltingh. I primi due si ritrovano di fronte nelle finali di Indian Wells e Key Biscayne dividendosi la posta (Andre trionfa in Florida dopo aver perso in California) e dalla stessa parte della rete nella trasferta di Palermo valida per i quarti di finale della Coppa Davis.

A quel punto Sampras sceglie il riposo e il 10 aprile Agassi diventa il dodicesimo leader ATP della storia, debuttando a Tokyo con una vittoria agevole contro il connazionale Tommy Ho. In Giappone, Andre perde in finale con Courier e di nuovo da un connazionale – Chang – perde l’ultimo atto sulla terra di Atlanta. Per poter archiviare il primo titolo da n°1, l’ex kid di Las Vegas dovrà attendere nientemeno che il 23 luglio a Washington; nel frattempo, ha dovuto arrendersi a Bruguera e Kafelnikov sulla terra di Amburgo e Parigi mentre a Wimbledon ha raggiunto le semifinali, vittima di Becker.

Sul cemento di casa, Agassi si trasforma e arriva a Flushing Meadows forte di un poker che ne evidenzia l’ottima condizione e ne accresce la fiducia, visto che a cadere al suo cospetto sono – tra gli altri – proprio Sampras (negli Open del Canada a Montreal) e Chang (a Cincinnati). Oltre a Washington e i due “Super 9”, Andre chiude la quaterna a New Haven e si presenta agli US Open da favorito per difendere il titolo conquistato l’anno precedente. Le fatiche estive iniziano però a farsi sentire fin dal secondo turno, quando lo spagnolo Alex Corretja lo fa tremare portandosi sul 2-1 prima di subire la reazione di Agassi che gli lascia appena due giochi negli ultimi set.

Sul binario parallelo, nemmeno Sampras viaggia in prima classe e sia l’australiano Philippoussis (al terzo turno) che il solito Courier (in semifinale) lo mettono alle strette. Tuttavia, la finale annunciata tra i primi due tennisti del mondo viene rispettata anche se i bookmakers verranno smentiti. La stanchezza accumulata nella durissima semifinale con Becker e un malanno al costato non mettono Agassi nella condizione di opporre adeguata resistenza a un Sampras invece tirato a lucido e desideroso di riscatto: Pete vince 6-4 6-3 4-6 7-5 e torna a rivedere le stelle che illuminano la vetta mondiale ma per scalzare l’amico-nemico dovrà attendere ancora due mesi.

 

Demotivato e acciaccato, Agassi si limita a giocare in Davis contro la Svezia e – un mese più tardi – si presenta a Essen dove viene fermato da MaliVai Washington: le sue prime trenta settimane da re finiscono in Germania mentre inizia un declino che sembra inarrestabile. Sembra solo però. Ad approfittarne, ovviamente, è di nuovo Sampras che festeggia con il 36° titolo in carriera (ottenuto a Bercy) il ritorno in vetta anche se alla Festhalle di Francoforte, dove si gioca per l’ultima volta il Masters prima del trasferimento ad Hannover, sono altri a fare festa. Il n.1 perde un match nel round-robin (con Ferreira) che lo spedisce contro un avversario che non lo batte da tre anni e mezzo e sei incontri: Michael Chang. Ma il più giovane campione Slam della storia ha buona memoria e si ricorda che, a inizio carriera, era sempre lui a uscire vittorioso dagli head-to-head con Pete; così, sbagliando pochissimo, “Michelino” si impone con un doppio 6-4 e conquista la sua prima e unica finale al Masters, dove perderà con il beniamino di casa Boris Becker.

Prima di chiudere la terza stagione consecutiva in vetta al ranking, Sampras è il primattore della finale di Davis che gli statunitensi giocano sulla terra rossa dello Stadio Olimpico di Mosca; dopo il sofferto debutto contro Chesnokov (battuto solo 6-4 al quinto), Pete domina il doppio in compagnia di Todd Martin e infine ottiene il terzo e decisivo punto contro Kafelnikov. Per Sampras è la seconda insalatiera dopo quella del 1992, la prima però da protagonista assoluto: sette gli incontri disputati tra singolare e doppio e altrettante vittorie. Stanco e appagato, Pete scende in campo anche nella Grand Slam Cup ma, dopo aver battuto al primo turno Patrick McEnroe, dà forfait nei quarti dove avrebbe dovuto affrontare Goran Ivanisevic.

Un anno prima, il 12 febbraio 1995, Thomas Muster era il diciottesimo tennista del ranking e a Dubai aveva appena perso dal n.526 mondiale. Certo, anche se decaduto, Pat Cash sul fondo rapido dell’emirato poteva sempre dire la sua contro un giocatore che costruiva le sue fortune quasi esclusivamente sulla terra rossa. Del resto, i numeri fotografavano al meglio la realtà del mancino di Leibnitz: dei 23 titoli conquistati in carriera, solo uno (Adelaide 1990) era arrivato lontano dal rosso. Certo, tra le 7 finali perse si annoveravano anche le due sul tappeto di Vienna e, soprattutto, quella non giocata nel 1989 a Key Biscayne contro Lendl, il tutto grazie all’eccesso di alcool nel corpo di tal Robert Norman Sobie, un 37enne che – alla guida di una Lincoln Continental – che aveva urtato violentemente l’automobile che stava trasportando l’austriaco; dopo un volo di diversi metri, Muster si era trovato con il ginocchio sinistro a pezzi e buone probabilità di non poter mai più giocare a tennis.

Thomas Muster e la dura sfida di tornare in campo dopo il grave infortunio

Invece, allenandosi anche con la gamba ingessata, Muster aveva reagito ed era tornato più forte e determinato di prima. Ecco perché non poteva essere preoccupato per quella sconfitta con Cash o per quella successiva con Larsson; perché anche quell’anno stava arrivando la terra e lì Thomas si sarebbe dimostrato quasi imbattibile, con un bilancio finale di 65 vittorie (sì, avete letto bene) e appena 2 sconfitte (entrambe in montagna, con Corretja a Gstaad e con Albert Costa a Kitzbuhel). Eppure, anche se la terra lo aveva portato al terzo posto del ranking, era stato il dodicesimo titolo a fare la differenza, quello ottenuto nell’Eurocard Open di Essen – appartenente alla categoria degli attuali Masters 1000 – battendo Sampras in semifinale. Sul sintetico.

Detto ciò, non era per niente prevedibile che Thomas Muster, approfittando anche della brutta china presa da Agassi, potesse diventare numero 1 del mondo. Invece, dal 12 febbraio al 13 aprile l’austriaco si siede sul trono. Da primo della classe, il calendario gli propone una nuova amarezza a Dubai (dove a batterlo è il non meno sfortunato Sandon Stolle, n.161 ATP) e altre due sconfitte a Indian Wells (Voinea) e Miami (Nicolas Pereira) ma anche la soddisfazione di giocare e vincere un torneo sulla terra, a Estoril. Muster sarà il primo di cinque nuovi numeri 1 che disturberanno con qualche notte insonne il lungo regno di Pete Sampras. In tutto, nell’arco di oltre tre anni, queste effimere falene sapranno ritagliarsi uno spicchio di immortalità pur nella complessiva caducità dei loro voli, che sommeranno appena 21 settimane complessive. Ma entreremo nel dettaglio di questo triennio nella prossima puntata.


TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – QUATTORDICESIMA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1995SAMPRAS, PETEAGASSI, ANDRE64 16 67 46AUSTRALIAN OPENH
1995SAMPRAS, PETEMARTIN, TODD64 67 46MEMPHISH
1995SAMPRAS, PETEHAARHUIS, PAUL46 46FILADELFIAS
1995SAMPRAS, PETEAGASSI, ANDRE63 26 67MIAMIH
1995AGASSI, ANDRECOURIER, JIM46 36TOKYOH
1995AGASSI, ANDRECHANG, MICHAEL26 76 46ATLANTA  C
1995AGASSI, ANDREBRUGUERA, SERGI36 16AMBURGOC
1995AGASSI, ANDREKAFELNIKOV, YEVGENY46 36 57ROLAND GARROSC
1995AGASSI, ANDREBECKER, BORIS62 67 46 67WIMBLEDONG
1995AGASSI, ANDRESAMPRAS, PETE46 36 64 57US OPENH
1995AGASSI, ANDREWASHINGTON, MALIVAI64 16 16ESSENS
1995SAMPRAS, PETEFERREIRA, WAYNE67 64 36MASTERS S
1995SAMPRAS, PETECHANG, MICHAEL46 46MASTERS S
1996SAMPRAS, PETEPHILIPPOUSSIS, MARK46 67 67AUSTRALIAN OPENH
1996MUSTER, THOMASSTOLLE, SANDON16 63 67DUBAIH
1996MUSTER, THOMASVOINEA, ADRIAN36 57INDIAN WELLSH
1996MUSTER, THOMASPEREIRA, NICOLAS67 46MIAMIH

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La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

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Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

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Storie di tennis: un diritto di troppo

Da Giorgio de Stefani a Teodor Davidov, undicenne bulgaro che gioca due dritti (come l’ex numero 1 italiano) e serve con due mani diverse. Il futuro del tennis o solo un curioso vezzo?

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Friedrich Wilhelm Nietzsche è il padre di una delle più audaci teorie filosofiche di tutti i tempi nota con il nome di “eterno ritorno”. Secondo il filosofo tedesco, il tempo non si muove su una linea retta indirizzata verso un’ineludibile fine, bensì in un incessante moto circolare e la storia – che ne è figlia – è quindi destinata a ripetersi all’infinito.

Immaginiamo quindi il suo gaudio nel vedere la sua teoria indirettamente confermata da un giovanissimo tennista statunitense che ripropone sul campo le gesta di un tennista italiano che visse il suo apogeo tennistico negli anni ’30 del secolo scorso. Cosa accomuna questi due tennisti così lontani nel tempo e nello spazio? L’esecuzione del rovescio o – per meglio dire – la non esecuzione di quel colpo.

Il tennista italiano di cui stiamo parlando è Giorgio de Stefani, che fu numero uno del tennis italiano dopo il ritiro del barone Uberto De Morpurgo – avvenuto nel 1933 – sino al 1936. De Stefani disputò 66 partite di Coppa Davis vincendone 44 e battendo giocatori del calibro di Hopman e Perry; giunse in finale al Roland Garros nel 1932 dove fu sconfitto in quattro set da uno dei moschettieri di Francia, Henri Cochet. In un’epoca in cui non esisteva la classifica fatta dal computer bensì dai giornalisti sportivi, de Stefani nel ’34 fu giudicato nono giocatore al mondo dal più eminente tra questi, Arthur Wallis Myers. Nicola Pietrangeli lo affrontò in doppio e commentò cosi il suo stile di gioco: “se gli facevi un pallonetto, non sapevi mai da che parte sarebbe arrivato lo smash”, poichè de Stefani – un mancino naturale – colpiva la palla esclusivamente con il diritto passandosi rapidamente la racchetta da una mano all’altra.

 

Per saperne di più sul nostro connazionale vi rimandiamo a un libro recensito da Ubitennis alcuni anni fa, dal titolo “Giorgio de Stefani: il gentleman con la racchetta” di Francesca Paoletti e per guardarlo in azione su YouTube, dove si possono vedere alcune immagini relative a un suo incontro di Coppa Davis.

Il suo giovanissimo emulo è l’undicenne di origine bulgara Teodor Davidov. A due anni Davidov si trasferì con la famiglia dalla natia Sofia a Denver, dove iniziò a giocare a tennis a 3 anni. Davidov non si limita però a colpire la pallina con il diritto da entrambi i lati del corpo: forte di uno spiccato ambidestrismo serve da sinistra con la sinistra e da destra con la destra.

Vi ricorda qualche professionista in grado di fare altrettanto? Forse un ottimo doppista che in coppia con il fratello vinse il Roland Garros nel 1993? Esatto, proprio lui: Luke Jensen.

Davidov si è messo in luce in un torneo nazionale nordamericano under 12 disputato poche settimane fa e in un baleno, grazie a Internet, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo attirandogli molte attenzioni e qualche commento forse un po’ prematuro; tra gli ultimi quello dell’australiano Paul Mc Namee, uno dei più forti doppisti di sempre e manager sportivo di alto livello, che ha definito la tecnica di Davidov “il futuro del tennis”. 

Non sappiamo se McNamee si rivelerà buon profeta. Sappiamo però che i pochissimi atleti che in epoche recenti hanno percorso quella strada non sono andati lontano. Prendiamo ad esempio il sudcoreano Cheong-Eui Kim che a 21 anni decise di adottare la strategia “a la Davidov” per sorprendere i suoi avversari, spaccando quindi in due il suo gioco: servizio mancino da sinistra e viceversa da destra e niente rovescio. Risultato: a 31 anni langue intorno alla posizione numero 900 dopo avere brevemente assaggiato la top 300 nel 2015.

Un altro giocatore con caratteristiche simili è stato l’italiano Claudio Grassi, ritiratosi pochi anni fa. Carrarese, classe 1985, arrivò ad occupare nel 2011 la posizione numero 300 della classifica mondiale. Mancino naturale era in grado di cambiare la mano dominante nel corso dello stesso scambio e di colpire con il diritto sia dal lato destro che sinistro del corpo, pur essendo in possesso di un discreto rovescio bimane. In un’intervista del 2011 affermò che per lui il cambio di mano era dettato più da ragioni istintive che tattiche e che a suo parere questa strategia ha due grossi limiti: la diseguale potenza delle due braccia e il tempo necessarie a passare la racchetta da una mano che – per quanto possa essere contenuto – può risultare fatale.    

Se nel tennis professionistico moderno in campo maschile l’eliminazione del rovescio dal bagaglio tennistico di un giocatore non ha offerto alcun risultato di rilievo, in campo femminile ne ha dato uno in più. La russa Evgenija Kulikovskaya con i suoi due diritti arrivò infatti ad occupare la posizione numero 91 in singolare nel 2003 e la numero 46 in doppio nel medesimo anno.

Risalendo la corrente del tempo (ma se ha ragione Nietsche rischiamo di farci venire un gran mal di testa) troviamo una giocatrice ben più forte della russa e che come lei colpiva la pallina solo con il diritto: Beverly Baker Fleitz. Fleitz, statunitense, in singolare raggiunse la finale di Wimbledon nel 1955 e nello stesso anno vinse quella di doppio a Parigi. Le classifiche dell’epoca la vedono al terzo posto nel 1954 -1955-1958.

In anni meno remoti, due giocatrici dotate soltanto di diritto si incontrarono al primo turno di Wimbledon edizione 1972: Lita Liem e Marijche Schaar; vinse la prima. Si tratta dell’unica partita disputata con questa peculiarità a livello professionistico.

Altri tempi e altre velocità; de Stefani e Fleitz  raggiunsero risultati importanti in un’epoca in cui la pallina viaggiava ad una velocità nettamente inferiore rispetto all’attuale e consentiva loro di cambiare di mano la racchetta senza compromettere l’esito dello scambio. Il tempo – ancora lui – ci dirà se Davidov saprà emularli; noi gli auguriamo buona fortuna, perché crediamo che il tennis abbia bisogno di nuovi campioni e ancor più di nuovi personaggi.

Questa storia di tennis è dedicata ad Antonella Rosa, tennista ligure che negli anni ’70 giunse sino al numero 132 del mondo, al numero 4 della classifica italiana e al titolo assoluto nel 1976, giocando con due diritti e nessun rovescio. A impostarla in questo modo fu Ido Alberton – storico maestro del Park Tennis Club di Genova – a seguito di un brutto infortunio patito da Rosa alla mano destra.

Antonella ci ha lasciati la scorsa estate a soli 63 anni.  

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Australian Open

Diari australiani: perché l’Australian Open è un torneo speciale. In un luogo speciale

L’eredità australiana, da Evonne Goolagong ad Ash Barty, passando per Rafter e Hewitt. Ma anche la ‘passione’ aborigena e la bellezza di Cate Blanchett

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Evonne Goolagong (foto via Twitter, @Wimbledon)

Il nostro Fede Torre ci ha donato questo racconto sull’Australian Open. Sull’Australia, più che soltanto sul torneo. L’idea era quella di pubblicarlo prima dell’inizio delle ostilità, ma il calendario forsennato del mese down under ci ha costretto a tenerlo in soffitta per un paio di settimane in più. Ve lo proponiamo oggi, per salutare l’edizione appena conclusa dell’Happy Slam e dare appuntamento all’Australian Open 2021.


Ne “La Via dei Canti“, Chatwin analizza i canti tradizionali dei nativi australiani, vedendo in loro una sorta di mappa di linee, strade invisibili, piste del sogno che collegano tutto il continente. Chi in Australia è arrivato alla ricerca di Tyche, deve averla immaginata col volto di Cate Blanchett. Un piano accompagna una voce cavernosa: “Into my arms”, sì, tra le tue braccia. Un bambino difficilmente riuscirà ad abbracciare un mappamondo senza che nulla resti fuori. Se lo si prende dall’equatore, facile l’Australia sfugga. Blues l’anima della musica di Nick Cave, Blue la Jasmine Cate Blanchett, nessuna tristezza, questo è il regno della bellezza.

Paese continente, lontano da molto, lontano da quasi tutto. Unire i punti marroni dal Sud Est asiatico verso Sud, giochino da rivista di enigmistica, ed ecco l’Australia. Down Under dal loro alto, dicono gli inglesi. Australia, terra sognata, sperata ancor prima di essere scoperta e conquistata, dal sapore vintage di Commonwealth, Made in UK. Australiani, la via intrapresa dagli avi da ripercorrere al contrario per inseguire qualche altro mondo. Aussies.

 

“Gli aborigeni si muovevano sulla terra con passo leggero; meno prendevano dalla terra, meno dovevano restituirle” (B. Chatwin). Evonne Goolagong degli australiani ne aveva il sangue, quello vero, primordiale. Tennista australiana, rischiò di vivere nell’ombra del totem nazionale Margaret Smith, 24 Slam in singolare, 19 in doppio e 21 in doppio misto. Evonne aveva personalità e storie da raccontare. La luce da lei emanata fu enorme. “Thunderstruck”. Angus Young e il riff di chitarra perfetto, fulminate le avversarie della Goolagong da un tennis felino, leggero, con zampate improvvise. AC/DC, alternative current/direct current. Evonne Goolagong vinse e perse molto. 18 finali Slam in singolare, di cui “solo” 7 vinte, più titoli in doppio ed altro. La sua vittoria più famosa resta Wimbledon ’80, nove anni dopo la prima e quattro dopo esser divenuta madre, la più prestigiosa l’essere stata ambasciatrice della sua gente, i nativi d’Australia, protagonisti di una storia a molti sconosciuta e da molto dimenticata.

Un boomerang torna indietro, ti si ritorce contro, di certo per stereotipata definizione. Stereotipo vuole che l’Australia sia anche terra di tennisti. 28 Coppe Davis, innumerevoli titoli Slam, un susseguirsi continuo di fenomeni: Frank Sedgman, Lew Hoad, Fred Stolle, Roy Emerson, Ken Rosewall, il GOAT della sua epoca Rod Laver, John Newcombe e altri meravigliosi come Tony Roche, John Alexander, Phil Dent e il “caso” Mark Edmonson, uno dei vincitori Slam più improbabili che riuscì nell’impresa da numero 212 del seeding. Il tennis australiano ha lasciato ai posteri anche coppie di doppio vincenti dai nomi bizzarri, come i Woodies (Woodforde/Woodbridge) e i SuperMac (Mc Namee/Mc Namara). In campo femminile sette Fed Cup, tutte concentrate nel decennio 1964/74, e un elenco di titoli Slam da pallottoliere.

Australia, barriera corallina, onde paradiso di surfisti, parco giochi per grandi squali, bianchi o tigrati. Squali tennisti predatori di trofei, per un periodo improvvisamente placatisi. Pat Cash dei segni li lasciò, ma causa infortuni, durò non abbastanza per gli standard seriali a cui l’Australia aveva abituato. L’arrivo di un nuovo Pat, Rafter, fu pertanto attesa messianica. Ci mise un po’ ad affermarsi, recuperò, vincendo due US Open e passando suo malgrado alla storia per i due Oscar consecutivi a Wimbledon nel ruolo di miglior attore non protagonista nelle finali del 2000 e 2001, quelle dell’ultima vittoria di Sampras e la “finalmente” di Ivanisevic. Rafter giocava bene, giocava “bello”, perfetto spot della scuola tennistica australiana.

Pat Rafter – Wimbledon 2001 (foto @Gianni Ciaccia)

Mark Philippoussis ne fu di questa, una versione aggiornata in potenza. Problemi continui alle ginocchia, ne resero incompiuta e zoppa la carriera. Toccò ad un figlio d’arte, creativo della maleducazione, riprendere le fila del discorso Slam: Lleyton Hewitt. Urla, pugnetti, aggressioni verbali, provocazioni gratuite, esultanze eccessive, spropositate ed un tennis al rimbalzo che nulla aveva a che fare con la gestualità tradizionale dei suoi precursori, ne fanno lo spartiacque tra l’Australia del tennis che fu, quella delle nuove leve a venire e dei Kyrgios e de Minaur che son venuti già.

Australiana vera per tennis, comportamento e DNA è Ashleigh Barty, australiana moderna, muscolata e da gesti ruvidi Samantha Stosur. Il tennis femminile australiano non è rimasto propriamente a guardare tra una oriunda e l’altra. Modula la voce Lisa Gerrard, il cangiante volto della Kidman, quello unico di Margot Robbie, Uluru e le declinazioni del rosso. A balzi procedono i canguri, lenti e ponderati i gesti del koala, a spallate i Wallabies alla ricerca della palla ovale. Blues l’anima della musica di Nick Cave, Blue la Jasmine Cate Blanchett, non vi è tristezza, si impone la bellezza.

Melbourne non riesce ad essere prima. Seconda città più popolosa dell’Australia dopo Sydney, nessuna delle due ne è Capitale. Lo è nel tennis. Sede dello Slam australiano, qui stanziatovi dopo che per anni si è disputato in diverse città. Dal 1972 al 1987, nello stadio di Kooyong, dal fascino vintage del lown tennis che odora di the sorseggiato in bianchi calzoni lunghi. Nel 1988 ci si trasferisce nel nuovo stadio di Flinders Park, ora Melbourne Park. Si cambia anche superficie, passando dall’erba al cemento. Questo impianto è il più avveniristico dei quattro dello Slam, il primo ad essersi dotato di coperture mobili. La sua costruzione ha rappresentato la pietra miliare su cui rilanciare lo Slam australiano, per anni ridotto a livelli partecipativi davvero miseri. Dal 1987 inoltre si è decretato il suo definitivo collocamento in gennaio, Rinascita completata. Il tavolo Slam non ha più tre gambe, ma solide quattro.

“I bianchi, per adattare il mondo alla loro incerta visione del futuro, continuavano a cambiarlo; gli aborigeni dedicavano tutta la loro energia mentale a mantenerlo com’era prima” (B.Chatwin). Non son riusciti a evitare che per il resto del mondo, loro fossero già domani.

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