Uno contro tutti: Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras

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Uno contro tutti: Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Oggi introduciamo il dodicesimo e il tredicesimo, Andre Agassi e Thomas Muster, saliti in vetta rispettivamente nel 1995 e nel 1996

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Sono statunitensi i due migliori tennisti del mondo all’inizio del 1995 e sono ai due estremi del tabellone del primo Slam stagionale, gli Australian Open. Pete Sampras difende il titolo conquistato l’anno precedente mentre Andre Agassi può solo guadagnare punti in quanto il suo ’94 era iniziato in febbraio. Il numero uno del mondo supera tranquillamente i primi due turni ma, dopo l’allenamento che precede la sfida dei sedicesimi con Lars Jonsson, Tim Gullikson (il suo coach) accusa un malore. In un primo momento non sembra nulla di serio ma con il passare dei giorni la situazione peggiora e Tim è costretto a lasciare l’Australia per tornare a Chicago.

Aiutato nell’occasione da Paul Annacone, Sampras accusa il colpo ma sa che deve lottare per sé e per Tim. Arrivano così due rimonte consecutive da 0-2, contro il solito Magnus Larsson e contro l’amico Jim Courier nei quarti, in un sfida in cui Pete non riesce a trattenere lacrime di commozione. In semifinale Sampras è di nuovo costretto a risalire la china ma stavolta Chang gli sottrae solo il parziale d’apertura; in finale però il nuovo Agassi guidato da Brad Gilbert ha qualcosa in più e lo batte in quattro set.

Nonostante i moltissimi punti da difendere, fino al “Sunshine Double” Sampras riesce a tenere dietro di sé Agassi nel ranking. Pete perde in semifinale a Memphis con Todd Martin mentre a Philadelphia, non senza curiosità, a eliminarlo è l’olandese Paul Haarhuis, a un anno di distanza dall’analoga impresa riuscita dal partner di doppio Jacco Eltingh. I primi due si ritrovano di fronte nelle finali di Indian Wells e Key Biscayne dividendosi la posta (Andre trionfa in Florida dopo aver perso in California) e dalla stessa parte della rete nella trasferta di Palermo valida per i quarti di finale della Coppa Davis.

A quel punto Sampras sceglie il riposo e il 10 aprile Agassi diventa il dodicesimo leader ATP della storia, debuttando a Tokyo con una vittoria agevole contro il connazionale Tommy Ho. In Giappone, Andre perde in finale con Courier e di nuovo da un connazionale – Chang – perde l’ultimo atto sulla terra di Atlanta. Per poter archiviare il primo titolo da n°1, l’ex kid di Las Vegas dovrà attendere nientemeno che il 23 luglio a Washington; nel frattempo, ha dovuto arrendersi a Bruguera e Kafelnikov sulla terra di Amburgo e Parigi mentre a Wimbledon ha raggiunto le semifinali, vittima di Becker.

Sul cemento di casa, Agassi si trasforma e arriva a Flushing Meadows forte di un poker che ne evidenzia l’ottima condizione e ne accresce la fiducia, visto che a cadere al suo cospetto sono – tra gli altri – proprio Sampras (negli Open del Canada a Montreal) e Chang (a Cincinnati). Oltre a Washington e i due “Super 9”, Andre chiude la quaterna a New Haven e si presenta agli US Open da favorito per difendere il titolo conquistato l’anno precedente. Le fatiche estive iniziano però a farsi sentire fin dal secondo turno, quando lo spagnolo Alex Corretja lo fa tremare portandosi sul 2-1 prima di subire la reazione di Agassi che gli lascia appena due giochi negli ultimi set.

Sul binario parallelo, nemmeno Sampras viaggia in prima classe e sia l’australiano Philippoussis (al terzo turno) che il solito Courier (in semifinale) lo mettono alle strette. Tuttavia, la finale annunciata tra i primi due tennisti del mondo viene rispettata anche se i bookmakers verranno smentiti. La stanchezza accumulata nella durissima semifinale con Becker e un malanno al costato non mettono Agassi nella condizione di opporre adeguata resistenza a un Sampras invece tirato a lucido e desideroso di riscatto: Pete vince 6-4 6-3 4-6 7-5 e torna a rivedere le stelle che illuminano la vetta mondiale ma per scalzare l’amico-nemico dovrà attendere ancora due mesi.

 

Demotivato e acciaccato, Agassi si limita a giocare in Davis contro la Svezia e – un mese più tardi – si presenta a Essen dove viene fermato da MaliVai Washington: le sue prime trenta settimane da re finiscono in Germania mentre inizia un declino che sembra inarrestabile. Sembra solo però. Ad approfittarne, ovviamente, è di nuovo Sampras che festeggia con il 36° titolo in carriera (ottenuto a Bercy) il ritorno in vetta anche se alla Festhalle di Francoforte, dove si gioca per l’ultima volta il Masters prima del trasferimento ad Hannover, sono altri a fare festa. Il n.1 perde un match nel round-robin (con Ferreira) che lo spedisce contro un avversario che non lo batte da tre anni e mezzo e sei incontri: Michael Chang. Ma il più giovane campione Slam della storia ha buona memoria e si ricorda che, a inizio carriera, era sempre lui a uscire vittorioso dagli head-to-head con Pete; così, sbagliando pochissimo, “Michelino” si impone con un doppio 6-4 e conquista la sua prima e unica finale al Masters, dove perderà con il beniamino di casa Boris Becker.

Prima di chiudere la terza stagione consecutiva in vetta al ranking, Sampras è il primattore della finale di Davis che gli statunitensi giocano sulla terra rossa dello Stadio Olimpico di Mosca; dopo il sofferto debutto contro Chesnokov (battuto solo 6-4 al quinto), Pete domina il doppio in compagnia di Todd Martin e infine ottiene il terzo e decisivo punto contro Kafelnikov. Per Sampras è la seconda insalatiera dopo quella del 1992, la prima però da protagonista assoluto: sette gli incontri disputati tra singolare e doppio e altrettante vittorie. Stanco e appagato, Pete scende in campo anche nella Grand Slam Cup ma, dopo aver battuto al primo turno Patrick McEnroe, dà forfait nei quarti dove avrebbe dovuto affrontare Goran Ivanisevic.

Un anno prima, il 12 febbraio 1995, Thomas Muster era il diciottesimo tennista del ranking e a Dubai aveva appena perso dal n.526 mondiale. Certo, anche se decaduto, Pat Cash sul fondo rapido dell’emirato poteva sempre dire la sua contro un giocatore che costruiva le sue fortune quasi esclusivamente sulla terra rossa. Del resto, i numeri fotografavano al meglio la realtà del mancino di Leibnitz: dei 23 titoli conquistati in carriera, solo uno (Adelaide 1990) era arrivato lontano dal rosso. Certo, tra le 7 finali perse si annoveravano anche le due sul tappeto di Vienna e, soprattutto, quella non giocata nel 1989 a Key Biscayne contro Lendl, il tutto grazie all’eccesso di alcool nel corpo di tal Robert Norman Sobie, un 37enne che – alla guida di una Lincoln Continental – che aveva urtato violentemente l’automobile che stava trasportando l’austriaco; dopo un volo di diversi metri, Muster si era trovato con il ginocchio sinistro a pezzi e buone probabilità di non poter mai più giocare a tennis.

Thomas Muster e la dura sfida di tornare in campo dopo il grave infortunio

Invece, allenandosi anche con la gamba ingessata, Muster aveva reagito ed era tornato più forte e determinato di prima. Ecco perché non poteva essere preoccupato per quella sconfitta con Cash o per quella successiva con Larsson; perché anche quell’anno stava arrivando la terra e lì Thomas si sarebbe dimostrato quasi imbattibile, con un bilancio finale di 65 vittorie (sì, avete letto bene) e appena 2 sconfitte (entrambe in montagna, con Corretja a Gstaad e con Albert Costa a Kitzbuhel). Eppure, anche se la terra lo aveva portato al terzo posto del ranking, era stato il dodicesimo titolo a fare la differenza, quello ottenuto nell’Eurocard Open di Essen – appartenente alla categoria degli attuali Masters 1000 – battendo Sampras in semifinale. Sul sintetico.

Detto ciò, non era per niente prevedibile che Thomas Muster, approfittando anche della brutta china presa da Agassi, potesse diventare numero 1 del mondo. Invece, dal 12 febbraio al 13 aprile l’austriaco si siede sul trono. Da primo della classe, il calendario gli propone una nuova amarezza a Dubai (dove a batterlo è il non meno sfortunato Sandon Stolle, n.161 ATP) e altre due sconfitte a Indian Wells (Voinea) e Miami (Nicolas Pereira) ma anche la soddisfazione di giocare e vincere un torneo sulla terra, a Estoril. Muster sarà il primo di cinque nuovi numeri 1 che disturberanno con qualche notte insonne il lungo regno di Pete Sampras. In tutto, nell’arco di oltre tre anni, queste effimere falene sapranno ritagliarsi uno spicchio di immortalità pur nella complessiva caducità dei loro voli, che sommeranno appena 21 settimane complessive. Ma entreremo nel dettaglio di questo triennio nella prossima puntata.


TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – QUATTORDICESIMA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1995SAMPRAS, PETEAGASSI, ANDRE64 16 67 46AUSTRALIAN OPENH
1995SAMPRAS, PETEMARTIN, TODD64 67 46MEMPHISH
1995SAMPRAS, PETEHAARHUIS, PAUL46 46FILADELFIAS
1995SAMPRAS, PETEAGASSI, ANDRE63 26 67MIAMIH
1995AGASSI, ANDRECOURIER, JIM46 36TOKYOH
1995AGASSI, ANDRECHANG, MICHAEL26 76 46ATLANTA  C
1995AGASSI, ANDREBRUGUERA, SERGI36 16AMBURGOC
1995AGASSI, ANDREKAFELNIKOV, YEVGENY46 36 57ROLAND GARROSC
1995AGASSI, ANDREBECKER, BORIS62 67 46 67WIMBLEDONG
1995AGASSI, ANDRESAMPRAS, PETE46 36 64 57US OPENH
1995AGASSI, ANDREWASHINGTON, MALIVAI64 16 16ESSENS
1995SAMPRAS, PETEFERREIRA, WAYNE67 64 36MASTERS S
1995SAMPRAS, PETECHANG, MICHAEL46 46MASTERS S
1996SAMPRAS, PETEPHILIPPOUSSIS, MARK46 67 67AUSTRALIAN OPENH
1996MUSTER, THOMASSTOLLE, SANDON16 63 67DUBAIH
1996MUSTER, THOMASVOINEA, ADRIAN36 57INDIAN WELLSH
1996MUSTER, THOMASPEREIRA, NICOLAS67 46MIAMIH

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Lo Slam racconta: Australian Open 1953, la grande vittoria del piccolo maestro

Settant’anni fa, nel caldo torrido dell’estate australe, un piccolo uomo che non sbagliava mai entra nella storia del gioco. Non ne uscirà mai più

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Il maestro Caporali, il mio primo istruttore al TC Milano, ci prendeva a pallinate se non piegavamo abbastanza le gambe ma a fine lezione, davanti a una spuma fresca, si faceva perdonare raccontandoci la storia del tennis a puntate. La completezza di Tilden, la leggenda dei Moschettieri di Francia, la breve onnipotenza di Don Budge, l’imbattibilità di Power Jack Kramer e i grandi australiani. Li conosceva tutti e sapeva raccontare, il maestro Caporali. Per lui Ken Rosewall era il migliore di tutti.

Sarà stato il potere dell’imprinting o la mia fervida immaginazione di teenager, del resto eravamo alla fine degli anni ’70, ma quel nome secco e dolce come un grande vino o come uno qualsiasi dei suoi inimitabili rovesci non mi è più uscito dalla testa.

A quei tempi Ken impartiva ancora lezioni ai quattro angoli del mondo, capace ancora fra il ’76 e ’77 di battere Ilie Nastase e Vitas Gerulaitis. Nell’ultimo torneo disputato, il New South Wales Championships, raggiunse la finale a 47 anni. (Qui il direttore Scanagatta ne ha raccontato la storia e gli aneddoti, in occasione dell’86esimo compleanno).

 

Rosewall non fu mai un emotivo, in una carriera eterna nessuno può dire di averlo mai visto andare oltre una smorfia di disappunto e sempre per un suo errore, mai per una decisione dubbia dell’arbitro. A fine viaggio ci piace però pensare che dietro quella scorza indurita dal tempo la sua mente sia volata per un istante a quel magico 1953…

Kenneth Robert Rosewall nacque il 2 novembre 1934 a Sydney, due settimane prima di Lewis Hoad che sarà sempre considerato il suo gemello. Solo anagraficamente però, perché sotto ogni altro aspetto i due furono opposti. In campo Lew era un carro armato che faceva i buchi per terra mentre Ken non superava il metro e settanta e piazzava i colpi su una moneta. Fuori dal campo il biondo Hoad “…era capace di bere tanto grog da irrigare il Nullarbor Plain (regione arida dell’Australia meridionale), Ken non si ubriacò mai”.

Ubaldo Scanagatta insieme a Ken Rosewall (a destra), 8 titoli Slam, e Frank Sedgman (a sinistra), 5 titoli Slam, tutti e 3 indossano la cravatta dell’International Club

Rosewall strinse per la prima volta il manico in cuoio di una racchetta da tennis all’età di tre anni e non ha mollato più la presa, la sua è la storia di un predestinato.

Il padre sega il manico di una racchetta per permettergli di utilizzarla e lo imposta da destrorso nonostante lui sia un mancino naturale. L’apprendistato assume subito un carattere militaresco: sveglia alle quattro del mattino, tre ore prima della scuola e altrettante dopo. Il resto della giornata contro il muro della drogheria di famiglia. I passeggeri della linea bus 57 di Sydney vedono ogni giorno quel piccoletto nero di capelli e olivastro di carnagione palleggiare. Non sbaglia mai.

Tecnicamente non aveva punti deboli eccetto il servizio, che migliorerà costantemente in precisione e profondità per tutta la carriera. Il rovescio invece appartiene di diritto al MoMa di New York. Sì, perché quelle traiettorie secche e abbacinanti, colpite con il piatto corde lievemente aperto, appartengono per acclamazione alla migliore arte moderna del nostro secolo. Un taglio di Fontana sulla tela verde di un campo da tennis.

Si crede erroneamente che all’epoca in Australia si giocasse solo su erba ma in realtà era così solo nei grandi e costosi club privati. Per questo motivo Rosewall, formatosi sui campi in terra comunali, acquisì inizialmente un totale controllo dei colpi di rimbalzo avvicinandosi solo in un secondo momento alla rete. E lo fece così bene da comporre col gemello Hoad una delle coppie più forti di tutti i tempi. Nel 1952 i due diciassettenni giocarono un ottavo di finale epico a Wimbledon contro gli statunitensi Savitt-Mulloy, freschi finalisti di Parigi.

Cinque set di battaglia incruenta, con migliaia di corpi che man mano si affastellavano sugli spalti per assistere al prodigio. I gemelli stregoni inchiodano ai corridoi gli avversari con risposte millimetriche, fuggono avanti e vincono al quinto sopravvivendo a un match point prima del 7-5 finale sottolineato da un ruggito liberatorio del solitamente freddo pubblico d’Albione. Più di un cronista racconta lo sguardo allibito degli yankee per gli angoli impossibili trovati da Ken o le risposte d’incontro di Lew su prime di servizio cannonball.

L’anno seguente Rosewall diventa grande

Lo Slam di inizio anno si gioca sull’erba del Kooyong Stadium, periferia di Melbourne, in quelli che gli aussies chiamano i “ centuries days” con riferimento alla temperatura media di 100 gradi fahrenheit. Sono quasi 38 gradi nostri…

Parliamo di tempi lontani, le tratte aeree si stavano ancora affermando e il viaggio in nave portava via settimane. Nella sua traversata inaugurale per il Grande Slam 1938 Don Budge per ammazzare il tempo si era portato il grammofono e la sua intera collezione di dischi jazz. Per conseguenza i partecipanti al torneo erano in maggioranza australiani ma fra le teste di serie di sett’ant’anni or sono troviamo un discreto pezzo di storia del tennis.

Lewis Hoad, a detta di Kramer e Gonzales – non i primi due che passano per strada – nei giorni di vena era inarrivabile per chiunque; Vic Seixas trionferà a Wimbledon solo pochi mesi dopo e Mervyn Rose sarà un campione Slam sia in singolo che in doppio. C’era anche il nostro Fausto Gardini, che non si spaventava davanti a nulla, figuriamoci giocare in un forno dall’altra parte del mondo.

Il piccolo maestro li mise in fila tutti.

Rosewall gioca un torneo magistrale dal primo momento. Calmo e concentrato, velocissimo e letale arriva alla semifinale contro Seixas perdendo un solo set. Lo statunitense va per i trent’anni ed è classificato al tempo fra i primi tre del mondo ma sta per incontrare la sua nemesi: non lo batterà mai. Ricordate la geniale dichiarazione di Vitas Gerulaitis al termine della vittoria contro Connors al Masters 1979?

“E che serva di lezione a tutti. Nessuno batte Vitas Gerulaitis 17 volte di fila”. Un capolavoro di autoironia degno del miglior Woody Allen.

Lo statunitense è un net-rusher, conquista la rete e la difende con le unghie. Ken lo sa bene, ha iniziato a batterlo l’anno precedente ai campionati americani e non smette certo ora. Serve a Seixas una serie infinita di lob perfetti che cadono mezza spanna prima della linea di fondo alternati a cross corti anticipati che mandano subito in tilt il piano gara dell’avversario. Il terzo set è un’altalena decisiva, i due si scambiano il comando con un break di vantaggio ma alla fine si arriva sul 5 pari. I grandissimi decollano quando conta e improvvisamente Ken, con astuzia volpina, smette di lobbare. Si è accorto che l’altro se li aspetta e ha una posizione più staccata da rete, così in quel fatidico undicesimo gioco lo passa tre volte con cortissimi cross prendendosi il suo servizio e il set.

Il quarto è una formalità, Rosewall vola 5-2, paga un attimo di emozione e chiude 6-4 con il suo segno distintivo, una rasoiata rovescia down the line che alza una nuvoletta di gesso all’incrocio delle righe. Dall’altra parte del tabellone Il gemello Hoad, l’unico che avrebbe realmente potuto battere il Ken di quei giorni, paga uno dei suoi celebri momenti di assenza mentale perdendo presto contro il connazionale Wilderspin in tre set secchi, dopo essere stato in vantaggio 5-1 nel primo e 3-1 nel terzo. Del resto Rex Bellamy, corrispondente per The Times negli anni ’60, aveva perfettamente centrato il punto sulla fondamentale differenza fra i gemelli australiani.

“Lew – scrisse – appariva spesso distratto nei momenti importanti mentre Ken trattava ogni punto come se fosse un match point. Giocava come se un errore non forzato fosse punibile con la morte…”.

E venne il giorno

L’avversario di Ken in finale è il connazionale mancino Mervyn Rose, sopravvissuto a due battaglie sfiancanti nei quarti e in semi contro Richardson e Ayre. Forse per questo l’atto decisivo del torneo si risolve in una marcia trionfale per il nostro, che vince i primi nove giochi consecutivi e chiude 6-0, 6-3, 6-4.

A detta di chi vide l’incontro Rose giocò molto al di sotto delle sue possibilità ma il genio tattico del ragazzo fu ancora una volta decisivo. A sorpresa Ken si trasforma in attaccante, scende continuamente a rete dietro a profondissimi slice sul debole rovescio avversario e quando le parti si invertono fulmina Rose da entrambi i lati.

Poco dopo l’inizio è già finita. “Quel piccolo diavolo avrebbe infilato la pallina nella cruna di un ago oggi…”, dichiarò lo sconfitto amaramente. Errore. Lo avrebbe fatto per i ventisette anni seguenti…

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Roger Federer diventa un’opera d’arte: ecco l’installazione dell’artista Ugo Rondinone

Il campione svizzero sfida la gravità per il nuovo documentario “Portrait of a Champion”, basato sulla composizione dell’artista italo-svizzero Ugo Rondinone

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Roger Federer - Wimbledon 2021 (credit AELTC/Simon Bruty)

Dal ritorno alle passioni giovanili, rimaste per troppo tempo amori confinati nel dimenticatoio, passando per il glamour delle passerelle – in vista dei preparativi del Met Gala – e fino ad arrivare a raffigurare una fonte d’ispirazione per la propria canzone d’esordio; il passo è brevissimo per trasformarsi anche in un’opera d’arte sospeso nell’aria con l’unico aggancio rappresentato da un paio di funi (come riporta La Gazzetta dello Sport).

Davvero, Roger Federer da quando ha appeso la racchetta lo scorso settembre non si sta facendo mancare alcunché vivendo le più svariate esperienze. Dopo l’obbligatoria tappa alla settimana della moda parigina in occasione dell’Haute Couture, il campione svizzero è apparso nel trailer del documentario “Portrait of a Champion” – disponibile per la visione dal 31 gennaio – in cui racconta il percorso personale che lo ha accompagnato durante l’intero iter propedeutico alla realizzazione dell’istallazione: “Burn Shine Fly” dell’artista Ugo Rondinone.

L’IDEA DIETRO L’OPERA – Per dare vita ad una delle sette sculture realizzate dall’artista svizzero di origini italiane, ispiratosi per la creazione di quest’opera ai trapezisti poiché l’idea che voleva trasmettere attraverso questa serie di sculture era quella dell’effetto che viene prodotto quando si è in volo, Federer – il quale nel complesso artistico rappresenta il “Cloud Six“, ovvero la sesta parte della composizione – è stato appeso al soffitto con un’imbracatura in modo tale che il suo corpo potesse venire catturato in diverse pose mediante la tecnologia 3D, provvista di uno scanner ad alta rifinitura.

 

Il 41enne nativo di Basilea ha così dovuto trascorrere innumerevoli ore all’interno di uno stampo, apposito a ricreare una copia esatta del proprio corpo. Il medesimo procedimento è stato poi anche apportato per il viso del 20 volte campione Slam dopo averlo necessariamente ricoperto di silicone: “Penso che quando si hanno 41 anni e si è in viaggio da ben venti, avere l’opportunità di lavorare con qualcuno come Ugo è un qualcosa di entusiasmante perché ti porta completamente fuori dalla realtà per catapultarti in un altro mondo” – queste le parole di Roger, a commento della serata indetta per annunciare l’uscita ufficiale del documentario, per poi chiosare – “Forse è un mondo in cui non mi sento così a mio agio ma perché per me l’arte è nuova e ho per questo ancora tanto da imparare su di essa… L’arte è qualcosa che mi entusiasma davvero tanto e voglio saperne sempre di più poiché sono una persona molto curiosa della vita, e quindi di tutti i suoi aspetti“.

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Federer torna a sciare dopo 15 anni e Lindsey Vonn lo incoraggia

Su Instagram, Roger Federer documenta il ritorno alla pratica di una disciplina sportiva da sempre sua grande passione

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Roger Federer a Venezia (Twitter - @rogerfederer)
Roger Federer a Venezia (Twitter - @rogerfederer)

E’ bello tornare sulle piste dopo quindici anni“, con tanto di hashtag: nuovi inizi.

Nonostante l’intero mondo del tennis sia pienamente concentrato sul primo Slam dell’anno in quel di Melbourne, un post pubblicato su un account Instagram accompagnato dalla didascalia che fà da incipit al nostro articolo non poteva lasciare indifferenti gli appassionati della racchetta.

Questo perché il protagonista di tale condivisione via social è un’assoluta icona planetaria – ultimamente è stato annunciato che presiederà il Met Gala in compagnia di Penelope Cruz e Dua Lipa che è stata in grado di sconvolgere e segnare il mappamondo tennistico come nessuno prima di lui, ovviamente stiamo parlando di Roger Federer.

 

Il campionissimo svizzero, pur avendo oramai posto fine alla propria carriera da diversi mesi, fa – e farà – sempre notizia. Così come, allo stesso modo, è inconfutabile la seguente tesi: la passione che avverte per lo sport, il 20 volte vincitore di un Major travalica i confini della disciplina che lo ha visto regnare per quasi un ventennio.

Una profonda ammirazione per il gioco, qualsiasi esso sia, che è facilmente riscontrabile nelle antiche passioni del 41enne di Basilea. Infatti dopo averlo visto a Dubai con il suo ex coach e grande amico Severin Luthi cimentarsi nella disciplina più in voga degli ultimi anni, il padel, (per i puritani del nostro sport, questo avvenimento è stato raccapricciante oltre che un atto barbaro all’eleganza tennistica che Roger rappresenta), è ritornato a praticare uno dei suoi primissimi amori: lo sci.

Federer fin da giovanissimo ha frequentato le piste da scii, prima di optare definitivamente per il tennis. Purtroppo però, anche e soprattutto a causa del grave infortunio che subì alla schiena dovette interrompere questo suo hobby e rinunciarvi per un lasso di tempo davvero lungo. Finalmente però ora, appesa la racchetta, può ricominciare da dove aveva lasciato pur comunque dovendolo fare gradualmente. Dopo le operazioni al ginocchio, difatti, almeno per il momento non può sciare sui percorsi più articolati e complessi poiché le sollecitazioni alle articolazioni a cui andrebbe incontro sarebbero ancora troppo pesanti da sopportare senza rischiare un nuovo infortunio. Non a caso poco dopo il ritiro dichiarò: “Ho un pò di paura nel praticare altri sport, perché il mio ginocchio non sta ancora benissimo“.

Il processo per tornare a sciare a pieno regime è dunque ancora lungo, tuttavia alcuni commenti al suo post potrebbero averlo ulteriormente motivato in questa sua personale sfida. Due leggende dello scii alpino del calibro della statunitense Lindsey Vonn e del connazionale Beat Feuz – entrambi ori olimpici nella discesa libera, la prima a Vancouver 2010 mentre il secondo a Pechino 2022 – gli hanno dedicato questi messaggi di sprono: “Dai Roger, è come guidare la bicicletta“, “C’è un posto disponibile nel tuo team?“.

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