La vita di un allenatore nella bolla dello US Open: "Sembra di essere in un circolo che per puro caso si trova a New York"

Interviste

La vita di un allenatore nella bolla dello US Open: “Sembra di essere in un circolo che per puro caso si trova a New York”

Ubitennis ha intervistato due coach di giocatrici che si trovano a New York sulla loro esperienza nell’affrontare le condizioni dettate dalla pandemia

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Garry Cahill

L’intervista è stata realizzata da Adam Addicott di ubitennis.net. Qui l’originale

Ecco alcune delle restrittive misure implementate allo US Open: è necessario isolarsi nella propria stanza subito dopo ogni test, accettare di rimanere entro dei precisi confini (pena l’espulsione dal torneo) e pagare per la security 24/7 nel caso si voglia affittare una casa ad uso privato.

La tappa dello Slam newyorkese prende vita in una situazione globale senza precedenti a causa della pandemia da COVID-19. Gli Stati Uniti conoscono fin troppo bene la gravità della malattia, avendo registrato più di sei milioni di casi e un record di 194.743 decessi. Il fatto che lo US Open e i tornei che gli fanno da apripista si disputino, è già di per sé una conquista. Tutto questo nonostante alcuni giocatori come Ashleigh Barty (N.1 del ranking WTA), Rafael Nadal (N.2 ATP) e Simona Halep (N.2 WTA) abbiano optato per la rinuncia al torneo proprio per timori legati alla salute.

 

Coloro che sono invece atterrati a New York si trovano (o si sono trovati) in un ambiente molto poco familiare, nonostante si tratti pur sempre di un evento a cui partecipano ogni anno. E non sono i soli giocatori ad essere condizionati da queste nuove condizioni.

In Adam Lownsbrough, allenatore di Miyu Kato, numero 72 al mondo nella classifica di doppio WTA, e in Garry Cahill, mentore della russa Vitalia Diatchenko (108 WTA), Ubitennis ha trovato due allenatori con cui parlare di come davvero sia la vita in questo momento nel tour, considerando le restrizioni imposte dalla minaccia del virus.

“A viaggiare in aereo per la prima volta dopo sei mesi, chiunque si sentirebbe un po’ nervoso, specialmente considerando le distanze, ma siamo consapevoli dei rischi – racconta Lownsbrough parlando della decisione di andare a New York –. In seguito all’arrivo all’hotel e al sito [dello US Open, ndr], abbiamo trovato regole chiare e certe per tutto. Si percepisce chiaramente come gli organizzatori vogliano che tutto fili liscio, e come si sia fatto tutto il possibile per garantire delle procedure chiare e un certo livello di comfort a tutti i presenti. Nel luogo del torneo le cose sono un po’ differenti, ma gli spazi disponibili fanno sì che si possa mantenere il distanziamento sociale. Al ristorante si usando codici a matrice [QR code] per ordinare, così che una volta seduti ci si debba alzare soltanto per andarsene”.

Anche Cahill, noto fra l’altro per la collaborazione con l’ex tennista e compatriota Connor Niland, ammette di essere stato preoccupato all’arrivo. Al contrario di altre parti degli Stati Uniti, però, New York è riuscita a limitare la crescita del contagio e anche a prevenire ondate improvvise nelle ultime settimane: “Penso che nessuno sapesse cosa aspettarsi [da questa situazione], ma in un certo senso è più facile del previsto, c’è meno gente, è più comodo girare a piedi e ci sono meno code ai ristoranti – affermanon ho visto nessuno trasgredire alle regole, sembra che ci sia un certo rispetto. Tutti vogliono la stessa cosa, ovvero che le competizioni siano sicure”.

A causa della pandemia, il Billie Jean King Tennis Center ha ospitato anche il Western & Southern Open. All’arrivo, ogni partecipante o accompagnatore viene testato e ad ognuno viene chiesto di rimanere in autoisolamento fino al referto, generalmente ottenuto in 24 ore. Anche nel caso il risultato fosse negativo, i test vengono ripetuti durante la permanenza degli interessati. Il primo positivo è stato un preparatore atletico, Juan Galvan, cosa che ha costretto i giocatori che lavorano con lui, Guido Pella e Hugo Dellien, a fare la quarantena, pur essendo risultati negativi a molteplici tamponi. Si è successivamente unito Benoit Paire, primo (e finora unico) giocatore positivo al virus.

Cahill, dal canto suo, ha dovuto aspettare più del solito per ottenere i risultati del proprio test. Dopo essere stato testato secondo procedura la domenica, Cahill e il suo team hanno ricevuto il via libera solo martedì mattina. Non è chiaro il motivo del ritardo, ma va comunque considerato che i medici hanno condotto fino ad ora più di 13.000 test. L’impressione che tutto questo ha lasciato a Lownsbrough è positiva: “Il processo è veloce e ben organizzato. I tamponi nasali sono fatti da ogni medico secondo regole molto chiare. Il personale inoltra i risultati tramite messaggio o e-mail. Ripeto, il processo è molto chiaro e lo staff eccellente”.

Rifiuti lasciati sui campi…

La USTA, che controlla lo svolgimento dello US Open, ha posto molta enfasi sulle regole, durante l’anno della pandemia, ma quanto strettamente vengono seguite tali regole? Anche negli ultimi giorni si sono avuti aggiustamenti nelle procedure. Le regole che impongono di mantenere le maschere sul sito del torneo sono state un po’ rilassate per via delle condizioni umide, ma nessuna concessione viene fatta sul distanziamento sociale. Addirittura, quest’anno la USTA ha assunto un gruppo di “social distance ambassadors” per assicurarsi che ognuno mantenga le distanze.

Sembra che i protocolli vengano seguiti, ma ci sono comunque imprevisti come ad ogni altro torneo, per quanto si spera di entità contenuta: una delle sessioni di allenamento di Lownsbrough è iniziata trovando dei rifiuti lasciati dal team presente sul campo di gioco in precedenza. Un comportamento non nuovo nel tour, come testimonia il dibattito sulle bottiglie di plastica nato a Wimbledon nel 2018 dopo un fatto simile.

“La bolla è molto stringente: in teoria, maggiore la severità, maggiore la sicurezza. Da quello che ho visto, ognuno sta rispettando le regole. Alcuni giocatori hanno lasciato dei rifiuti sul campo prima della nostra sessione (asciugamani usati, grip, bottiglie) che in quanto oggetti potenzialmente contaminanti avrebbero richiesto maggior attenzione, ma a volte chiedere educazione è chiedere troppo… – ammette – stiamo affrontando una pandemia, quindi dobbiamo proteggere sia noi stessi che le persone attorno. Ci sono cose più dure nella vita rispetto ad indossare delle mascherine, lavarsi le mani, mantenere le distanze, ecc… È ridicolo che alcuni non riescano a fare nemmeno questo piccolo sforzo”.

Sia Lownsbrough (36) che Cahill (47) non sono dei novellini nel tour. Entrambi hanno alle spalle molti Slam e i relativi viaggi, ma come per altri loro colleghi, è la prima volta che affrontano tutto questo durante una pandemia. Sicuramente la bolla sarà una nuova esperienza per loro, ed è il caso di chiedersi se ci sia anche qualche vantaggio annesso: “Un ovvio beneficio che si ha sul posto è la possibilità di avere più spazio libero per gli spostamenti, così da avere un’atmosfera più rilassata, meno frenetica, anche se in generale sembra tutto molto simile agli eventi degli anni precedenti – commenta Lownsbrough –. Anche l’accesso ai campi di allenamento non è impattato, dal momento che l’assenza degli spettatori non fa alcuna differenza in questo senso. È più facile muoversi, minori tempi di attesa, più sedili liberi, e si può anche ricaricare il telefono più facilmente!”

Adam Lownsbrough

Il verdetto finale sull’evento

Ora che entrambi gli allenatori hanno provato la vita all’interno della bolla, possono dire che l’esperienza è all’altezza di tutte le aspettative che aveva generato? LA USTA sarà sotto scrutinio da parte di molti, nelle prossime settimane, compresi gli osservatori degli Slam rivali, a loro volta al lavoro in questi giorni sui loro piani anti-COVID: l’Open di Francia comincerà infatti due settimane dopo la conclusione dello US Open.

L’opinione di Lownsbrough è che le aspettative siano state confermate, con l’allenatore convinto che ora le responsabilità ricadano più sugli ospiti presenti a vario titolo che sugli organizzatori: “Penso che la USTA abbia fatto un buon lavoro, fino ad ora. Da quello che posso vedere, tutto è opportunamente organizzato. Ora sta a noi allenatori, giocatori, fisioterapisti, seguire le regole”, conclude.

Cahill, al contrario, sente di poter avanzare qualche suggerimento relativo a piccoli accorgimenti che avrebbe voluto vedere già implementati: “Forse [sarebbe stato opportuno] avere uno o due hotel aggiuntivi, dato che il Marriott è completamente occupato dai giocatori. Penso anche che sarebbe stato più comodo se agli atleti fosse stato permesso l’accesso ad uno o due ristoranti, giusto per poter uscire dall’hotel, ma mi rendo conto che sarebbe stato difficile da controllare”, riflette.

E per quello che riguarda l’impatto sugli atleti? Alcuni commentatori si domandano se l’assenza dei fan possa livellare i valori in campo, anche considerando i sorteggi; si pensi ad esempio ad una Serena Williams spinta dall’adrenalina creata da uno stadio gremito di newyorkesi – quando viene a mancare quella cornice, cosa potrebbe succedere? “Non penso che questo possa cambiare molto le cose, semmai sarà l’aver giocato meno nel corso dell’anno ad aiutare gli atleti meno quotati”, è il commento di Cahill.

“Ad essere onesti – concorda Lownsbroughnon ci sono molti eventi WTA con grande pubblico, quindi siamo abbastanza abituati ad una situazione simile. Naturalmente, con il pienone sarebbe stato tutto molto più colorito e divertente, ma i tennisti sono tutti atleti professionisti e si concentreranno sul gioco a prescindere dal ranking o dalla presenza degli spettatori”.

Qualsiasi cosa succeda nelle prossime settimane, lo US Open di quest’anno occuperà un posto speciale nella storia del tennis per una moltitudine di ragioni. Alcuni vorrebbero che il nome del torneo fosse seguito da un asterisco a ricordare l’assenza di alcuni top player. In questo senso fioccano paralleli con Wimbledon 1973, anno in cui una percentuale dei migliori boicottò l’evento per supportare colleghi a cui la propria federazione aveva negato la partecipazione. Forse il modo migliore per riassumere lo US Open 2020 è nella freddura di Cahill: Non sembra di essere allo Slam di New York, è più come essere in un circolo che per puro caso si trova a New York”.

Tradotto da Michele Brusadelli

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Interviste

Alberto Mancini, nuovo coach di Fognini: “Mi ha preso perché è motivato”

Intervista esclusiva all’argentino, ex n.8 ATP, che non ha dubbi. Da Maradona a Fognini, due talenti diversi, non facili da gestire. “Con il lavoro, quando si hanno i mezzi di Fabio, si possono raggiungere grandi risultati anche a 33 anni”

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A pochi giorni dall’inizio della collaborazione con Fabio Fognini, ho intervistato il nuovo allenatore del tennista ligure. Alberto Mancini è stato n.8 del mondo. Ha vinto tre tornei ATP in carriera – Bologna nel 1988, Montecarlo (battendo Wilander e Becker) e Roma cancellando match point a Agassi, entrambi nel 1989 – e ha giocato i quarti al Roland Garros, suo miglior risultato nei tornei dello Slam. A Roma ha giocato anche un’altra finale nel 1991, ritirandosi con Emilio Sanchez nel terzo set, a Key Biscayne è stato sconfitto nell’ultimo atto da Chang, a Kitzbuhel da Sampras e a Stoccarda da Stich.

Capitano della squadra argentina di Coppa Davis, ha portato i biancocelesti due volte in finale, nel 2006 e 2008. Dopo aver perso in casa con la Spagna di Lopez e Verdasco decise però di dare le dimissioni. Ha allenato Mariano Puerta, poi nel biennio 2003-04 Guillermo Coria e negli ultimi quattro anni e mezzo Pablo Cuevas. 

Mancini si trova da tre giorni a Sanremo per allenare Fognini, con il quale è venuto in contatto grazie a Ugo Colombini, manager del tennista italiano.

 

L’INTERVISTA – Mancini ricorda le sue vittorie, alcuni degli avversari battuti – soprattutto nel suo anno migliore, il 1989, a Roma e Montecarlo – i problemi alla spalla verso metà anni Novanta, i momenti difficili, i rapporti con i giocatori di quel tempo frequentati dall’epoca junior: Davin, Perez Roldan, e Martín Jaite, un pochino più anziano.

Gli ho chiesto ricordi e aneddoti su Maradona, un mito, scomparso il 25 novembre. Mancini è tifoso del Newell’s di Rosario, anche se è nato a Missiones, nel nord: “Ma io giocavo a tennis dacché avevo 5 anni, per via di mio fratello, mio padre. I miei idoli erano Vilas, e poi anche Clerc, più che i calciatori…“. Da capitano di Coppa Davis, Mancini ricorda Maradona che veniva negli spogliatoi a incoraggiare la squadra e che trasmetteva grinta e entusiasmo a tutti i componenti. 

Alberto mi ha parlato un po di sé e dei suoi risultati, poi della sua carriera di allenatore soffermandosi soprattutto sul periodo trascorso con Coria che, sotto la sua guida, è diventato numero 4 del mondo partendo dalla posizione 70; i due i sono separati nel 2004, dopo l’Australian Open e prima della finale persa al Roland Garros con Gaudio.

Poi siamo arrivati alla parte che, ovviamente, interessa di più i tifosi italiani e i lettori di Ubitennis. Come è nato il rapporto con Fabio Fognini, come lo ha trovato e con quali ambizioni: mi ha raccontato perché pensa che Fabio abbia voglia e motivazione per restare in alto nelle classifiche mondiali. Mancini ha visto giocare Berrettini e Sinner e mi ha svelato anche cosa pensa di loro.

La moglie e i tre figli di Albertosono rimasti in Argentina, ogni tanto lo seguiranno ma sono abituati al suo lavoro che lo costringe a fare il giramondo. Il rovescio di Fognini lo entusiasma, ma abbiamo parlato anche di cosa si può fare per migliorare il servizio e in particolare la seconda, a cominciare dal lancio di palla. C’è il problema di allenarsi (con la mascherina!) senza sapere se si giocherà in Australia e quando; Alberto mi ha anche raccontato che sono in previsione allenamenti a Bordighera al centro Piatti con Sinner, così come a Montecarlo con Dimitrov, Wawrinka e gli altri giocatori che si allenano nel Principato.

Tutto il resto (vi ho già svelato tanto!), lo trovate nel video completo dell’intervista.

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Focus

Steve Flink: “Medvedev ha meritato, ma occhio a dire che sia la fine di un’epoca”

Il Direttore Scanagatta ha commentato l’epilogo delle ultime Finals londinesi in compagnia del collega. Il russo non è bello da vedere ma sa fare tutto, Thiem ha insistito troppo con il back. Djokovic e Zverev erano distratti da questioni extra-campo?

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Daniil Medvedev - ATP Finals 2020 (via Twitter, @atptour)

La stagione 2020 si è chiusa con la vittoria di Daniil Medvedev, il sesto campione diverso nelle ultime sei edizioni delle Finals, conclusesi con tre match al cardiopalma. Il russo ha dominato il finale di stagione vincendo anche a Bercy, ma la sua vittoria era prevedibile? Il fondatore di Ubitennis e Mr. Flink si sono trovati per parlare del torneo e delle prospettive del tennis maschile per il 2021 nel video di seguito:

LE PARTI SALIENTI DELL’INTERVISTA

0:58 – Ubaldo: “Sei sorpreso o ti aspettavi la vittoria senza sconfitte di Daniil Medvedev ATP Finals?” Steve: “Pensavo che il torneo lo avrebbe vinto Djokovic. Credevo che Tsitsipas, Thiem e Medvedev avrebbero avuto una chance e che Nadal avrebbe giocato bene (come peraltro ha fatto), ma che alla fine avrebbe trionfato Nole. Non avrei potuto prevedere che il russo battesse due set a zero Djokovic nel girone e che poi recuperasse da un set sotto contro Nadal e Thiem: le vittorie sui primi tre del mondo erano qualcosa di non preventivabile. Ritengo però che il successo a Parigi Bercy possa essere stata la miccia”.

 

3:51 – Steve: “Se Thiem aveva mollato nell’ultimo match del girone, Medvedev non lo ha fatto, mentalmente è stato di ferro. Anche in occasione della semifinale contro Nadal, che è riuscito a ribaltare nonostante il maiorchino avesse servito per chiuderla in due set“.

5:27 – Ubaldo: “Entrambe le semifinali sono state incerte. Djokovic ha perso il tiebreak decisivo in cui è stato avanti 4-0, e dopo ben 24 jeux décisifs vinti degli ultimi 26, 16 degli ultimi 17”. Steve: “Il serbo è stato sportivo alla stretta di mano, ma era anche visibilmente scioccato. Ha sbagliato molto nei momenti finali e Thiem lo ha poi sommerso di vincenti, come capitato lo scorso anno nel girone”.

7:40 – Ubaldo: “Parliamo della finale. Dominic si è buttato via in occasione delle palle break avute nel secondo set. Soprattutto in quella in cui ha messo fuori un tocco nei pressi della rete, nonostante secondo lui non fosse così facile come sembrava”. Steve: “Era un continuo serve & volley. Dopo una volée in allungo, palla senza peso poco oltre il nastro e ci arriva a seguito di una rapida rincorsa. Ma oltre a quel momento, anche il tiebreak è stato interessante”. Ubaldo: “Ho notato che ha utilizzato moltissimi slice anziché le sue favolose accelerazioni di rovescio. Certo per togliere ritmo all’avversario, ma Medvedev si è destreggiato bene”. Steve: “Nadal aveva fatto la stessa cosa, forse esagerando”.

11:46 – Ubaldo: “Thiem ha detto che rifarebbe le stesse scelte. Probabilmente è molto complicato variare con continuità ed efficacia, passando frequentemente dal back al topspin”. Steve: “Forse per l’austriaco è stata più dura riprendersi dopo la battaglia contro Djokovic. Il russo sembrava più fresco, e Medvedev è bravo a mischiare le carte in tavola”.

14:34 – Ubaldo: “Steve, sei un ammiratore di Sampras. Medvedev è efficace, spesse volte solido e concentrato, versatile, completo in tutti i fondamentali, ma non ha l’eleganza di Sampras o Federer”. Steve: “Onestamente (non voglio offendere) non assomiglia neanche a Djokovic, Nadal o Thiem. È un gran giocatore, ma esteticamente è il meno bello da vedere – è alto, ha una strana presa per il dritto. Comunque è un ottimo tennista”.

16:54 – Ubaldo: “Alcuni dicono che la vecchia generazione sia ormai in declino e che la partita di ieri rappresenti il cambio della guardia. Che ne pensi?” Steve: “Dobbiamo essere prudenti con i de profundis, come la storia recente ci insegna. Sascha Zverev ha deluso le aspettative a seguito delle Finals 2018, così come Tsitsipas dopo l’anno scorso. È certamente un tassello del puzzle, ma non dobbiamo dargli eccessiva importanza. È un’apertura ad un maggior equilibrio, questo sicuramente. Al prossimo Australian Open in molti potranno fare la voce grossa”. Ubaldo: “Ma l’Australian Open ci sarà? Il governo australiano deve ancora aprire a questa possibilità”. Steve: “Sì, è complicato azzardare una previsione in merito agli eventi in calendario“.

20:51 – Ubaldo: “Hai avuto l’impressione che Djokovic sia stato distratto dalla sfera politica e dalla carica che ha perso nell’ATP Players’ Council?” Steve: “Non credo che la causa della sua sconfitta a un passo dalla finale siano stati i suoi impegni istituzionali. Forse nel girone aveva la testa altrove, ma contro Thiem è stato merito dell’avversario”. Ubaldo: “Non lo so, ho avuto una sensazione leggermente diversa – è stato troppo passivo e poco aggressivo, sempre in difesa”. Steve: “Anch’io pensavo che potesse far girare il match, in particolar modo in risposta. Ma la qualità che ha espresso è stata alta. In generale, nelle ultime settimane, è possibile che le energie profuse durante le riunioni con l’associazione dei giocatori lo abbiano appannato. E significa che ci tiene, non è troppo preso da sé stesso”.

27:24 – Ubaldo: “Parlando ora di Alexander Zverev, pensi che i rumours oltre lo sport possano distoglierlo dal tennis?” Steve: “Difficile da giudicare. Ha vinto entrambi i tornei a Colonia, ha giocato bene a Parigi e non ha sfigurato alle Finals. È molto triste. In queste situazioni speri solo che non sia vero. È senza dubbio un periodo problematico nella sua vita, sbattuto nelle prime pagine dei quotidiani sportivi in tutto il mondo, per qualcosa non legato al suo talento”.

29:14 – Ubaldo: “Vorrei chiudere con un ricordo del primo trofeo delle Finals, chiamate allora Masters Cup, e del suo vincitore all’epoca, vale a dire Stan Smith. È un’opportunità per rammentare che lui è presidente dell’International Tennis Hall of Fame, mentre il nostro compito è aiutare a selezionare altri nomi”.  

32:08 – Ubaldo: “Per concludere, ti chiedo un’ultima parola su questo: Daniil Medvedev è il Maestro 2020”. Steve: “Se lo è meritato. Vedremo come si comporterà nel 2021, soprattutto negli Slam. Sarà ardua per lui al Roland Garros, per niente semplice a Wimbledon, le sue migliori possibilità se le giocherà sul duro”.

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Focus

Il maestro Medvedev: “La mia vittoria migliore, sono riuscito a batterli tutti”

Il russo è raggiante dopo il trionfo alle ATP Finals. A dispetto della sua mancata esultanza alla fine della partita: “Ho deciso che sarà il mio marchio di fabbrica”. Un desiderio per il 2021? “Non perdere nemmeno una partita”

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Daniil Medvedev - ATP Finals 2020 (via Twitter, @atptour)

Questo trionfo alle Finals ha il sapore della definitiva consacrazione per Daniil Medvedev. Non ha perso nemmeno una partita in tutta la settimana sul campo della O2 Arena di Londra. Ha dominato il n.1 del mondo Novak Djokovic nei gironi. Ha sconfitto per la prima volta in carriera Rafa Nadal in semifinale, vendicando la sconfitta patita nella finale degli US Open del 2019. Ha superato, nell’epilogo del torneo, un Dominic Thiem in forma smagliante. Insomma, ha fatto fuori tutti e tre i giocatori che occupano attualmente il podio della classifica mondiale, non perdendo nemmeno un incontro. Una vittoria alla Medvedev, un tennista che quando riesce a trovare la settimana in cui tutto funziona è semplicemente inarrestabile.

Questa è probabilmente la miglior vittoria della mia carriera. E non parlo nemmeno dell’importanza del titolo. Sono riuscito a battere Dominic che ha giocato benissimo. Ho concluso il Master da imbattuto. So di poter giocare bene ma se qualcuno me lo avesse detto ad inizio torneo non gli avrei creduto. È una grande iniezione di fiducia per tutti i prossimi tornei, soprattutto per gli Slam”, ha affermato il 24enne moscovita in conferenza stampa. C’è poi naturalmente da considerare il valore intrinseco del torneo, nel quale partecipano tutti i migliori tennisti del mondo. “Vincere un Master significa che sei in grado di battere tutti quelli che sono in Top 10. Per questo è un grande risultato”, ha proseguito. 

La finale è stata particolarmente combattuta e intensa. Due ore e tre quarti di scambi estenuanti, con una posta in palio molto alta per entrambi i tennisti in campo. Medvedev ha perso il primo set per 6-4. Ma non si è dato per vinto ed è riuscito a riportarsi sotto, conquistando il secondo al tie-break. Nel terzo set, la maggiore freschezza del russo ha fatto la differenza. Penso che oggi Thiem abbia giocato al suo meglio. O almeno questa è stata la mia sensazione”, ha commentato Medvedev. “È andato molto vicino a vincere il secondo set. Io sono riuscito a rimanere mentalmente in partita. Nel terzo set avevo la sensazione che lui fosse stanco. Ha cominciato a sbagliare qualche palla in più, e correre un po’ più lento. E stancare Dominic in un match al terzo set è un grande risultato”. 

 

La parentesi delle Finals a Londra si è così curiosamente chiusa come era cominciata nel 2009, ovvero con la vittoria di un tennista russo. 11 anni fa era stato Nikolay Davydenko ad imporsi dalla O2 Arena, battendo in finale Juan Martin Del Potro, quell’anno vincitore degli US Open a Flushing Meadows. “Non lo sapevo”, ha confessato Medvedev rispetto a questa coincidenza. “Davydenko ha commentato questa finale per la TV russa. Ci siamo parlati dopo la partita. Ero molto sorpreso e contento di poter parlare con lui perché è stato uno dei miei idoli. Mi ricordo quando ha vinto qua a Londra. Giocava in maniera incredibile”. E i due condividono in effetti la capacità di esprimere un tennis disarmante per gli avversari. Un tennis che bada poco all’apparenza e tanto alla sostanza. 

Nonostante questo fosse il più grande successo della sua carriera, Medvedev non lo ha festeggiato granché in campo. Nessuna esultanza, niente braccia al cielo. Dopo il match point, si è semplicemente avvicinato alla rete a stringere la mano al suo avversario. Il russo ha rivelato che questo modo di (non) celebrare le vittorie è assolutamente studiato, tanto quanto gli inchini di Agassi o gli applausi al pubblico di Federer.

È qualcosa che ho deciso di fare l’anno scorso. Perché ad un certo punto della loro carriera, tutti decidono di fare qualcosa di diverso, qualcosa che li distingue. Alcuni hanno una loro esultanza. Altri applaudono il pubblico. Molti tennisti fanno dei gesti con la racchetta. Agli scorsi US Open stavo vivendo un rapporto difficile con il pubblico. Così ho deciso di non esultare e che quello sarebbe stato il mio modo di festeggiare da lì in avanti”, ha raccontato. “Probabilmente sono il primo nel tennis. Ci sono alcuni calciatori che non festeggiano i loro gol. Io non festeggio le mie vittorie. È il mio tratto distintivo e mi piace. E abbiamo modo di credere che lo vedremo non esultare ancora tante volte. 

Questa sua stagione, che prima del Masters 1000 di Bercy sembrava un po’ deludente, si è conclusa con il botto. Medvedev però non è tipo che si accontenta e nel 2021 punta ancora più in alto. “I miei tre desideri per la prossima stagione? Come giocatore, la cosa che si desidera è vincere più titoli possibili. Quindi se faccio 20 tornei la prossima stagione, ne vorrei vincere 20. Non penso nessuno ce l’abbia mai fatta. Ma se mi chiedi di esprimere un desiderio per il 2020, questo è il mio desiderio”, ha spiegato, dimostrando la solita grande ambizione. “Il secondo, sempre come tennista, è rimanere in salute. Perché se non sei in salute non puoi giocare e quindi non puoi vincere le partite. Rimanere in salute è fondamentale. Penso che il motivo per il quale ora vediamo carriera molto più lunghe, con tennisti che giocano fino a 35-40 anni è che ci prendiamo molta più cura del nostro corpo. Il terzo? Ruberei il servizio a Karlovic!”. Così di certo gli toccherebbe correre un po’ meno. Anche se non sembra poi dispiacergli così tanto. 

L’ultima conferenza stampa post-partita del circuito ATP si chiude con una riflessione sul 2020 del grande tennis. Un anno assurdo, in cui, per via della pandemia di Coronavirus, Wimbledon non si è giocato, in cui Roland Garros e gli US Open sono stati spostati, in cui di pubblico sugli spalti se ne è visto poco o nulla. In cui insomma tutto è stato diverso. Ma, a sentire Medvedev, in cui tutto poteva non esserci nemmeno.

Penso che ci ricorderemo il fatto che ad un certo punto dell’anno pensavamo che la stagione fosse finita, che non ci sarebbe stato altro tennis da giocare. Fino a due settimane prima degli US Open nessuno sapeva se sarebbero davvero stati disputati. Poi è arrivata la USTA che ha messo in chiaro che il torneo si sarebbe svolto”, ha detto il nuovo campione delle ATP Finals. Penso che il 2020 debba essere quindi ricordato per tutti questi grandi incontri e grandi tornei che si sono riusciti a disputare. Sappiamo che c’è ancora incertezza riguardo a quello che succederà in Australia in gennaio. A maggiore il 2020 deve essere ricordato come un anno fantastico, anche se non ci poteva essere il pubblico alle partite”. E speriamo che nel 2021 ci si possa almeno avvicinare ad una parvenza di normalità. Sarebbe ancora più fantastico. 

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