La vita di un allenatore nella bolla dello US Open: "Sembra di essere in un circolo che per puro caso si trova a New York"

Interviste

La vita di un allenatore nella bolla dello US Open: “Sembra di essere in un circolo che per puro caso si trova a New York”

Ubitennis ha intervistato due coach di giocatrici che si trovano a New York sulla loro esperienza nell’affrontare le condizioni dettate dalla pandemia

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Garry Cahill

L’intervista è stata realizzata da Adam Addicott di ubitennis.net. Qui l’originale

Ecco alcune delle restrittive misure implementate allo US Open: è necessario isolarsi nella propria stanza subito dopo ogni test, accettare di rimanere entro dei precisi confini (pena l’espulsione dal torneo) e pagare per la security 24/7 nel caso si voglia affittare una casa ad uso privato.

La tappa dello Slam newyorkese prende vita in una situazione globale senza precedenti a causa della pandemia da COVID-19. Gli Stati Uniti conoscono fin troppo bene la gravità della malattia, avendo registrato più di sei milioni di casi e un record di 194.743 decessi. Il fatto che lo US Open e i tornei che gli fanno da apripista si disputino, è già di per sé una conquista. Tutto questo nonostante alcuni giocatori come Ashleigh Barty (N.1 del ranking WTA), Rafael Nadal (N.2 ATP) e Simona Halep (N.2 WTA) abbiano optato per la rinuncia al torneo proprio per timori legati alla salute.

 

Coloro che sono invece atterrati a New York si trovano (o si sono trovati) in un ambiente molto poco familiare, nonostante si tratti pur sempre di un evento a cui partecipano ogni anno. E non sono i soli giocatori ad essere condizionati da queste nuove condizioni.

In Adam Lownsbrough, allenatore di Miyu Kato, numero 72 al mondo nella classifica di doppio WTA, e in Garry Cahill, mentore della russa Vitalia Diatchenko (108 WTA), Ubitennis ha trovato due allenatori con cui parlare di come davvero sia la vita in questo momento nel tour, considerando le restrizioni imposte dalla minaccia del virus.

“A viaggiare in aereo per la prima volta dopo sei mesi, chiunque si sentirebbe un po’ nervoso, specialmente considerando le distanze, ma siamo consapevoli dei rischi – racconta Lownsbrough parlando della decisione di andare a New York –. In seguito all’arrivo all’hotel e al sito [dello US Open, ndr], abbiamo trovato regole chiare e certe per tutto. Si percepisce chiaramente come gli organizzatori vogliano che tutto fili liscio, e come si sia fatto tutto il possibile per garantire delle procedure chiare e un certo livello di comfort a tutti i presenti. Nel luogo del torneo le cose sono un po’ differenti, ma gli spazi disponibili fanno sì che si possa mantenere il distanziamento sociale. Al ristorante si usando codici a matrice [QR code] per ordinare, così che una volta seduti ci si debba alzare soltanto per andarsene”.

Anche Cahill, noto fra l’altro per la collaborazione con l’ex tennista e compatriota Connor Niland, ammette di essere stato preoccupato all’arrivo. Al contrario di altre parti degli Stati Uniti, però, New York è riuscita a limitare la crescita del contagio e anche a prevenire ondate improvvise nelle ultime settimane: “Penso che nessuno sapesse cosa aspettarsi [da questa situazione], ma in un certo senso è più facile del previsto, c’è meno gente, è più comodo girare a piedi e ci sono meno code ai ristoranti – affermanon ho visto nessuno trasgredire alle regole, sembra che ci sia un certo rispetto. Tutti vogliono la stessa cosa, ovvero che le competizioni siano sicure”.

A causa della pandemia, il Billie Jean King Tennis Center ha ospitato anche il Western & Southern Open. All’arrivo, ogni partecipante o accompagnatore viene testato e ad ognuno viene chiesto di rimanere in autoisolamento fino al referto, generalmente ottenuto in 24 ore. Anche nel caso il risultato fosse negativo, i test vengono ripetuti durante la permanenza degli interessati. Il primo positivo è stato un preparatore atletico, Juan Galvan, cosa che ha costretto i giocatori che lavorano con lui, Guido Pella e Hugo Dellien, a fare la quarantena, pur essendo risultati negativi a molteplici tamponi. Si è successivamente unito Benoit Paire, primo (e finora unico) giocatore positivo al virus.

Cahill, dal canto suo, ha dovuto aspettare più del solito per ottenere i risultati del proprio test. Dopo essere stato testato secondo procedura la domenica, Cahill e il suo team hanno ricevuto il via libera solo martedì mattina. Non è chiaro il motivo del ritardo, ma va comunque considerato che i medici hanno condotto fino ad ora più di 13.000 test. L’impressione che tutto questo ha lasciato a Lownsbrough è positiva: “Il processo è veloce e ben organizzato. I tamponi nasali sono fatti da ogni medico secondo regole molto chiare. Il personale inoltra i risultati tramite messaggio o e-mail. Ripeto, il processo è molto chiaro e lo staff eccellente”.

Rifiuti lasciati sui campi…

La USTA, che controlla lo svolgimento dello US Open, ha posto molta enfasi sulle regole, durante l’anno della pandemia, ma quanto strettamente vengono seguite tali regole? Anche negli ultimi giorni si sono avuti aggiustamenti nelle procedure. Le regole che impongono di mantenere le maschere sul sito del torneo sono state un po’ rilassate per via delle condizioni umide, ma nessuna concessione viene fatta sul distanziamento sociale. Addirittura, quest’anno la USTA ha assunto un gruppo di “social distance ambassadors” per assicurarsi che ognuno mantenga le distanze.

Sembra che i protocolli vengano seguiti, ma ci sono comunque imprevisti come ad ogni altro torneo, per quanto si spera di entità contenuta: una delle sessioni di allenamento di Lownsbrough è iniziata trovando dei rifiuti lasciati dal team presente sul campo di gioco in precedenza. Un comportamento non nuovo nel tour, come testimonia il dibattito sulle bottiglie di plastica nato a Wimbledon nel 2018 dopo un fatto simile.

“La bolla è molto stringente: in teoria, maggiore la severità, maggiore la sicurezza. Da quello che ho visto, ognuno sta rispettando le regole. Alcuni giocatori hanno lasciato dei rifiuti sul campo prima della nostra sessione (asciugamani usati, grip, bottiglie) che in quanto oggetti potenzialmente contaminanti avrebbero richiesto maggior attenzione, ma a volte chiedere educazione è chiedere troppo… – ammette – stiamo affrontando una pandemia, quindi dobbiamo proteggere sia noi stessi che le persone attorno. Ci sono cose più dure nella vita rispetto ad indossare delle mascherine, lavarsi le mani, mantenere le distanze, ecc… È ridicolo che alcuni non riescano a fare nemmeno questo piccolo sforzo”.

Sia Lownsbrough (36) che Cahill (47) non sono dei novellini nel tour. Entrambi hanno alle spalle molti Slam e i relativi viaggi, ma come per altri loro colleghi, è la prima volta che affrontano tutto questo durante una pandemia. Sicuramente la bolla sarà una nuova esperienza per loro, ed è il caso di chiedersi se ci sia anche qualche vantaggio annesso: “Un ovvio beneficio che si ha sul posto è la possibilità di avere più spazio libero per gli spostamenti, così da avere un’atmosfera più rilassata, meno frenetica, anche se in generale sembra tutto molto simile agli eventi degli anni precedenti – commenta Lownsbrough –. Anche l’accesso ai campi di allenamento non è impattato, dal momento che l’assenza degli spettatori non fa alcuna differenza in questo senso. È più facile muoversi, minori tempi di attesa, più sedili liberi, e si può anche ricaricare il telefono più facilmente!”

Adam Lownsbrough

Il verdetto finale sull’evento

Ora che entrambi gli allenatori hanno provato la vita all’interno della bolla, possono dire che l’esperienza è all’altezza di tutte le aspettative che aveva generato? LA USTA sarà sotto scrutinio da parte di molti, nelle prossime settimane, compresi gli osservatori degli Slam rivali, a loro volta al lavoro in questi giorni sui loro piani anti-COVID: l’Open di Francia comincerà infatti due settimane dopo la conclusione dello US Open.

L’opinione di Lownsbrough è che le aspettative siano state confermate, con l’allenatore convinto che ora le responsabilità ricadano più sugli ospiti presenti a vario titolo che sugli organizzatori: “Penso che la USTA abbia fatto un buon lavoro, fino ad ora. Da quello che posso vedere, tutto è opportunamente organizzato. Ora sta a noi allenatori, giocatori, fisioterapisti, seguire le regole”, conclude.

Cahill, al contrario, sente di poter avanzare qualche suggerimento relativo a piccoli accorgimenti che avrebbe voluto vedere già implementati: “Forse [sarebbe stato opportuno] avere uno o due hotel aggiuntivi, dato che il Marriott è completamente occupato dai giocatori. Penso anche che sarebbe stato più comodo se agli atleti fosse stato permesso l’accesso ad uno o due ristoranti, giusto per poter uscire dall’hotel, ma mi rendo conto che sarebbe stato difficile da controllare”, riflette.

E per quello che riguarda l’impatto sugli atleti? Alcuni commentatori si domandano se l’assenza dei fan possa livellare i valori in campo, anche considerando i sorteggi; si pensi ad esempio ad una Serena Williams spinta dall’adrenalina creata da uno stadio gremito di newyorkesi – quando viene a mancare quella cornice, cosa potrebbe succedere? “Non penso che questo possa cambiare molto le cose, semmai sarà l’aver giocato meno nel corso dell’anno ad aiutare gli atleti meno quotati”, è il commento di Cahill.

“Ad essere onesti – concorda Lownsbroughnon ci sono molti eventi WTA con grande pubblico, quindi siamo abbastanza abituati ad una situazione simile. Naturalmente, con il pienone sarebbe stato tutto molto più colorito e divertente, ma i tennisti sono tutti atleti professionisti e si concentreranno sul gioco a prescindere dal ranking o dalla presenza degli spettatori”.

Qualsiasi cosa succeda nelle prossime settimane, lo US Open di quest’anno occuperà un posto speciale nella storia del tennis per una moltitudine di ragioni. Alcuni vorrebbero che il nome del torneo fosse seguito da un asterisco a ricordare l’assenza di alcuni top player. In questo senso fioccano paralleli con Wimbledon 1973, anno in cui una percentuale dei migliori boicottò l’evento per supportare colleghi a cui la propria federazione aveva negato la partecipazione. Forse il modo migliore per riassumere lo US Open 2020 è nella freddura di Cahill: Non sembra di essere allo Slam di New York, è più come essere in un circolo che per puro caso si trova a New York”.

Tradotto da Michele Brusadelli

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Flash

Sinner: “Molta gente fisicamente è più forte di me, ci devo lavorare”

Il 19enne altoatesino riconosce i suoi limiti dopo la sconfitta agli Internazionali di Roma contro Dimitrov: “Più andavo avanti nella partita, più la condizione fisica andava giù”. Ma la cosa non lo preoccupa: “Non mi metto fretta”

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Jannik Sinner - Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)

Si è arrestata al terzo turno la corsa di Jannik Sinner agli Internazionali d’Italia. Un passo avanti rispetto allo scorso anno quando vinse un solo incontro e risultati del genere si possono ottenere solamente con l’allenamento costate. “In un anno si può crescere parecchio e io devo ancora farlo. Alla fine conta solo crescere, migliorare e fare del proprio meglio; mettere in campo quanto fai in allenamento. Fisicamente devo ancora crescere parecchio, il tennis ovviamente migliora se giochi giorno dopo giorno. Dopo un anno di lavoro è difficile non migliorare. Io lavoro bene ogni giorno perché lo voglio io, non lo faccio per un altro: voglio migliorarmi”.

Dopo questo preambolo rilasciato in perfetta lingua inglese, Jannik ha parlato di più in italiano, e inizialmente si è concentrato sulla partita persa in tre set contro Grigor Dimitrov. “Sapevo che questa era la partita più difficile perché sia io che lui avevamo già fatto due partite qui ed entrambi ci siamo sentiti bene in campo. Gli alti e bassi li devi accettare e devi trovare la soluzione giusta. Oggi è stata una sconfitta dura e io devo cercare di trarne il massimo, parlerò col team e poi vedremo cosa fare. Lui ha giocato bene, anche io ho giocato bene ma non ho giocato da Dio. Su questo non mi posso lamentare; giocare bene tutte le partite non è possibile. Anche con Tsitsipas entrambi non abbiamo giocato al massimo. Lì c’era anche vento e ti devi adattare a ogni condizione. Oggi ho provato a spingere di più verso la fine e sono risalito 5-4; poi quel game lì è andato un po’ così…”.

Il discorso del 19enne si è spostato poi sul fisico, attualmente il suo punto debole. Più andavo avanti nella partita e più la condizione fisica andava giù, quell’aspetto lo devo migliorare per andare alla pari col gioco. Per il momento devo accettare la cosa. Ho perso un paio di partite, questa e quella con Khachanov, che potevo vincere per questo motivo; vedremo cosa ne verrà fuori tra qualche anno. Molta gente fisicamente è più forte di me, così come certi giocatori devono accettare che magari hanno un problemino col dritto o col rovescio. Io ho un problemino col fisico, lo devo accettare e trovare delle soluzioni. La cosa positiva è che sul fisico ci posso lavorare. Io non mi metto fretta, gioco tranquillo. Ci potrò mettere uno, due, anche dieci anni, o forse fra due settimane mi sentirò già meglio”. Ovviamente il coach Riccardo Piatti farà il possibile affinché si propenda più verso questa seconda ipotesi.

 

Da queste parole, pronunciate con la classica pacatezza che lo contraddistingue anche in campo, emerge il ritratto di una persona sì delusa – come ha ammesso lui stesso dicendo che “non era la fine che volevo” – ma il cui spirito da gran lavoratore non viene minimamente intaccato. Anzi forse Sinner sarà ancora più spronato a fare bene e anche Matteo Berrettini, che lo ha incontrato a fine match, può confermare: Era amareggiato, ma già l’ho visto con l’occhio pronto per i prossimi appuntamenti“.

A parlare di lui in conferenza stampa post-partita è stato anche il suo avversario Dimitrov. Al bulgaro è stato chiesto come vede il futuro del giovane azzurro, con la puntualizzazione di non dare la solita risposta banale. Grigor non si è lasciato pregare e da ex enfat prodige ha ammesso schiettamente: “Io dico sempre che finché non diventi un campione non puoi dire di essere un campione. Questo è secondo me uno dei più grandi errori commessi quando io stavo emergendo, tutti mi dicevano: ‘Oh, diventerai un campione un giorno, sarai n.1’. Io non ho mai ascoltato questi discorsi e così sta facendo lui. Non dovrebbe ascoltare tutte quelle cose, bensì seguire la sua strada”.

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Focus

Il sollievo di Thiem: “Non ho mai smesso di crederci, ora giocherò più serenamente”

Il neo-campione dello US Open ha parlato del travaglio mentale della prima finale Slam giocata da favorito. “All’inizio ero molto contratto. Continuavo a chiedermi: ‘Avrò un’altra chance?'”

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Dominic Thiem - US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Lo stato d’animo di Dominic Thiem nella conferenza stampa seguita alla vittoria del suo primo Slam è di liberazione, più ancora che felice. Le oltre quattro ore passate in campo contro l’amico Alexander Zverev l’hanno messo alla prova in più modi, dalla tensione iniziale ai crampi finali, passando per il ruolo di favorito della vigilia di cui avrebbe volentieri fatto a meno. L’austriaco, infatti, non si vedeva come il sicuro vincitore: “Io non mi consideravo il favorito, so di cosa è capace Sascha; erano i media ad avermi messo in quella posizione. Il nostro match in Australia era stato equilibrato fino alla fine, quindi mi aspettavo lo stesso tipo di incontro. Oggi l’andamento è stato diverso, soprattutto all’inizio, ma non ho mai smesso di crederci. Ho vinto uno Slam ed è fantastico, non importa contro chi”.

Elementi come i pronostici e l’esperienza delle finali Major raggiunte negli ultimi due anni e mezzo sono stati a suo dire deleteri per la qualità della sua performance, soprattutto all’inizio: Non credo che le finali precedenti mi abbiano aiutato, anzi, forse il contrario, visto quanto ero contratto all’inizio. Il problema è che volevo tantissimo il titolo, ma allo stesso tempo il pensiero di andare a zero su quattro nelle finali mi ronzava in testa. Continuavo a chiedermi, ‘avrò un’altra chance?’ Questi pensieri non ti aiutano a giocare liberamente”.

LA TENSIONE E I CRAMPI

I primi due set, infatti, sono stati un incubo, tanto che era sorto spontaneamente il dubbio che i problemi fisici accusati durante la semifinale contro Daniil Medvedev non fossero stati risolti appieno. Thiem ha però smentito l’ipotesi:Ero al 100% fisicamente, ho avuto qualche problema al tendine d’Achille in semifinale ma è stato risolto alla grande, non avevo alcun tipo di dolore. Il problema erano i nervi. Non ero più abituato a sentirmi così, e non sapevo come liberarmene, ma in qualche modo ci sono riuscito durante il terzo set”. Anche i crampi finali non sono stati il frutto di errori di preparazione o di problemi pregressi: Erano anni che non avevo i crampi, ma erano dovuti al mio stato mentale, non fisico. Ero stato incredibilmente teso per tutto il giorno, oltre che per i primi due set. La mia convinzione è stata più forte del mio corpo, però. Non sono state quattro settimane facili, né per il corpo né per la mente, e parte del grande sollievo finale è anche dovuto a questo”.

 
Dominic Thiem – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

I DOLORI DEL GIOVANE SASCHA

Lo svantaggio iniziale era all’apparenza incolmabile, sia per come stava servendo l’avversario, sia per la condizione quasi senza precedenti in cui versava: nell’Era Open, infatti, solo quattro volte un giocatore aveva rimontato due set in una finale Slam, sempre e solo a Parigi (1974, 1984, 1999, 2004). Sarebbe quindi stato normale accettare l’ineluttabilità della sconfitta, ma non per lui: “Restare in partita e continuare è crederci è stato molto complicato, ma ci sono riuscito – voglio dire, era una finale Slam. Stavo giocando male, braccia e gambe pesanti, ma ho sempre sperato che sarei riuscito a liberarmi a un certo punto. Per fortuna, il contro-break nel terzo non è arrivato troppo tardi, e da lì ho iniziato a crederci sempre di più. Ovviamente crederci non era abbastanza, perché sono sicuro che anche Sascha fosse convinto al 100% di poter vincere, e infatti siamo arrivati al tie-break del quinto”.

Va anche detto che, senza una grossa mano dal tedesco, il comeback non sarebbe stato possibile, soprattutto alla fine, quando Zverev ha servito per il match e affrontato il tie-break quasi senza servizio, limitandosi a cercare di evitare il doppio fallo (alterni risultati) con palombelle anodine: “Per lui era la prima finale, e nessuno dei due aveva dovuto battere uno dei Big Three, e credo che questo pensiero fosse presente nella mente di entrambi. Arrivati al tie-break sapevamo che potesse vincere chiunque, e quindi credo che sia comprensibile che non siamo riusciti a giocare il nostro miglior tennis. Quando ha servito per il match io avevo qualche problema fisico, ma ho pensato che anche lui non fosse più troppo fresco, e quindi speravo di avere un’altra chance, perché lui non stava più servendo come all’inizio – ho affrontato quel game alla grande e sono tornato in partita”.

Il finale è stato talmente drammatico (il Direttore l’ha definito “un copione di Agatha Christie diretto da Alfred Hitchcock”) che i due hanno finito per infrangere il protocollo del distanziamento sociale, finendo abbracciati a dispetto delle raccomandazioni e delle emozioni agli antipodi, una dimenticanza tutto sommato comprensibile: “Siamo grandi amici, abbiamo sia un’amicizia a lungo termine che una rivalità a lungo termine. Questa settimana siamo risultati negativi al tampone 14 volte, una cosa del genere. Volevamo solo condividere il momento, e non penso che questo abbia messo in pericolo nessuno, perciò credo che non ci sia stato niente di male”.

Dominic Thiem e Alexander Zverev – US Open 2020 (via Twitter, @atptour)

CEMENTO MON AMOUR

Nel giorno in cui in patria, a Kitzbuhel si giocava la finale di un torneo di cui lui era il campione uscente, Thiem è diventato il primo austriaco a vincere uno Slam dal Roland Garros del 1995 vinto da Thomas Muster, ma ha sempre pensato di poterne vincere uno? “Ho iniziato a pensare che avrei potuto vincere uno Slam quando ho raggiunto la mia prima semifinale a Parigi [nel 2016, ndr] – da lì ho pensato che potesse essere un obiettivo realistico. Quando ho iniziato a giocare sognavo di farcela, ma era un obiettivo così distante! Poi mi sono avvicinato alla vetta, e mi sono detto, ‘wow, forse un giorno potrò vincere uno dei quattro titoli più importanti del tennis’. Ho lavorato tanto, si può dire che abbia dedicato tutta la mia vita a questo obiettivo, e non vale solo per me, questo è un traguardo anche per il mio team e per la mia famiglia – oggi è il giorno in cui posso restituire molto di quello che hanno fatto per me”.

Molti avevano vaticinato una sua vittoria in un Major, ma quasi tutti avevano sempre pensato che il luogo della consacrazione sarebbe stato Parigi, visto che Dominator nasce come specialista del rosso, e lui era della stessa idea: “Pensavo che le mie chance migliori sarebbero arrivate sulla terra, di gran lunga, ma dallo scorso autunno qualcosa è cambiato: ho vinto Pechino, ho vinto Vienna, ho giocato benissimo alle Finals [perse in finale con Tsitsipas, ndr]; da lì ho capito che il mio gioco si potesse adattare molto bene anche al cemento”. L’uomo che ha cambiato tutto è Nicolas Massù, che l’ha portato prima alla vittoria in un Masters 1000 (Indian Wells 2019) e poi a quella di Flushing Meadows: “Ovviamente Nico ha contribuito tanto a questi miglioramenti. Mi ha fatto cambiare idea su quanto molti dei miei colpi potessero funzionare sul duro. Infatti, credo di aver giocato il mio miglior Slam a Melbourne, prima di questo US Open. In ogni caso l’unica cosa che mi interessa ora è di averne vinto uno, non importa quale!

Una domanda, infine, sulle sue chance al Roland Garros, dove ha perso le ultime due finali contro Nadal – quali saranno gli strascichi, sia positivi che negativi, di New York? “Sarò al 100%, senza dubbio. La grande domanda è la condizione mentale con cui arriverò al torneo, perché non mi sono mai trovato in questa situazione. Ho raggiunto un grande obiettivo, non so come mi sentirò a riguardo nei prossimi giorni. Detto questo, la mia aspettativa è che da ora sarà più facile affrontare i grandi tornei, sarò più rilassato e giocherò liberamente, perché prima di questa vittoria avevo questo tarlo di dover vincere uno Slam”.

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Interviste

Naomi Osaka: “Non pensavo a vincere, volevo solo competere. Celebrerò la vittoria con me stessa”

La campionessa dello US Open in dubbio per il Roland Garros: “Avevo intenzione di giocarli quando sono arrivata qui, ora vedremo”

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Naomi Osaka - Premiazione US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Terzo titolo Slam, secondo allo US Open per Naomi Osaka. La numero 9 del mondo, dopo mesi intensi sia dentro che fuori dal campo, torna a sorridere per un risultato sportivo memorabile. Se due anni fa la sua vittoria a New York era divenuta celebre per le proteste di Serena Williams, questa volta a renderla insolita è stato il contesto. “Questa vittoria ha un sapore complessivamente diverso rispetto a quella del 2018 a causa delle circostanze; l’ultima volta non mi trovavo in una bolla e c’erano molti fan. Alla fine io mi concentro su quello che posso controllare in un campo da tennis. Questo è quanto ho fatto la scorsa volta e penso sia quello che ho fatto anche oggi.”

Trovarsi in una bolla inevitabilmente influisce anche sui festeggiamenti e in questo caso la tennista giapponese ha un piano molto semplice: Celebrerò questa vittoria elaborandola con me stessa. Nelle ultime due occasioni (che per lei erano anche le prime, ndr) non sono stata in grado di farlo, perché ero circondata dal mio team. Mi auguro che, più Slam vincerò e più sarò in grado di celebrare al meglio”. La metafora perfetta di questa sua volontà di ‘elaborare’ la vittoria è il momento in cui si è distesa sul cemento dell’Arthur Ashe, con pochissimi occhi a guardarla – quantomeno dal vivo – e ha semplicemente guardato il cielo respirando a pieni polmoni, come sollevata.

Naomi Osaka – Finale US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

La Naomi che si è presentata a New York quest’anno è sicuramente una persona più coscienziosa nei propri mezzi ma anche più consapevole della propria forza mediatica, un fattore sul quale ha riflettuto soprattutto negli ultimi mesi. “Per me la vita era sempre stata movimentata, orientata sul tennis soprattutto dopo la precedente vittoria allo US Open. La cosa ha accelerato tutto senza darmi tempo per rallentare. La quarantena mi ha dato l’opportunità di pensare molto in generale, su cosa voglio realizzare, sui motivi per cui voglio essere ricordata. Per quanto mi riguarda, mi sono presentata a questi due tornei con questa mentalità e questo mi ha aiutato molto”.

 

La principale conseguenza di questa crescita è la capacità di non lasciare spazio ai rimpianti; la lezione è stata messa in pratica anche in questa finale contro Victoria Azarenka. “Un buon esempio sono il primo e il secondo set della partita odierna. Penso che avrei potuto facilmente lasciarmi andare ma avevo davvero voglia di lottare, di competere. Non so descriverlo bene, non c’erano altri pensieri nella mia mente. Non pensavo davvero alla vittoria, volevo solo competere e in qualche modo mi ritrovo con quel trofeo in mano. Direi quindi che ho davvero cercato di maturare; non ero sicura del processo da intraprendere, ma direi che la lezione che ho imparato dalla vita mi ha fatto crescere come persona”.

Entrando più nello specifico della finale di questo Slam, la vincitrice l’ha descritta così: “Nel primo set ero così nervosa, non mi stavo muovendo con i piedi. Avevo la sensazione di non star giocando affatto… non che mi aspettassi di giocare al 100% ma sarebbe stato bello se fossi stata almeno al 70%. Era come se ci fosse troppa roba nella mia testa. Poi nel secondo set mi sono ritrovata presto in svantaggio e questo non ha aiutato. Mi sono solo detta di restare positiva e non perdere 6-1 6-0, darle almeno una tenue resistenza per conquistarsi quei soldi. Più o meno sono questi i pensieri che mi hanno accompagnata”. In realtà, dopo l’occasione del 3-0 fallita dalla bielorussa nel secondo set, la partita ha cambiato completamente volto.

Sul terzo set, parlando alla stampa giapponese, ha aggiunto: “Direi che un game davvero importante è stato quello del mio break nel terzo set. Sono contenta di averlo fatto all’inizio perché avevo la sensazione che se fossimo arrivate in fondo sarebbe stata molto tirata”. Per quanto riguarda il futuro imminente, Osaka si prenderà un po’ di tempo per riflettere e dunque – già certa la sua assenza agli Internazionali d’Italiaresta ancora in dubbio la sua presenza al Roland Garros. “Avevo intenzione di giocarli quando sono arrivata qui, ma ora vedremo cosa succede”.


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