Gli outfit dello US Open 2020

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Gli outfit dello US Open 2020

Bene (per una volta) Serena Williams. Benissimo Osaka. Agassi è di nuovo tra noi. Djokovic impeccabile… non come in campo. A Berrettini serve più fantasia

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Serena Williams - US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Anche i tennisti sono rimasti loro malgrado in pigiama e pantofole per un sacco di giorni. Niente scarpe, fascette e polsini. Immaginiamo che avranno avuto una voglia matta di tornare a sfoggiare quelle che sono le loro uniformi, come il camice per il dottore, la toga per gli avvocati e la divisa per i poliziotti. A maggior ragione considerando che il primo Slam dell’era post-Covid è stato lo US Open, dove si sa, in termini di outfit, vale un po’ qualsiasi cosa. E noi siamo lieti, a pochi giorni dall’inizio del Roland Garros, di poter tornare a commentare quelli che sono riusciti a scegliere gli abiti migliori e quelli che invece, a forza di girare per casa con quello che trovavano, hanno perso il buon gusto in fatto di vestire.

Serena Williams – Nike

Finalmente! No, Serena non ha vinto il tanto agognato 24esimo titolo Slam – fermata in semifinale da un’ispiratissima Vika Azarenka – ma, per una volta, ha centrato la mise in campo. Nike le ha creato un abito elegante dalle linee abbastanza classiche, mettendo da parte gli eccessi di dubbio gusto. Molto graziosa la gonna dai volant asimmetrici ma senza esagerazioni. Azzeccati i colori: beige per la sessione diurna e rosso carminio per quella serale. Unico neo, l’elastico per capelli col doppio pon pon. Un po’ naïf e fuori contesto ma, trattandosi di un piccolo accessorio, glielo perdoniamo. (Laura Guidobaldi)

Serena Williams – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Novak Djokovic e Lacoste

Lacoste dimostra ancora una volta l’estrema eleganza nella scelta dei completi con i quali presentare a un torneo il suo uomo immagine: il numero uno del mondo Novak Djokovic. Le due versioni disegnate per lo US Open sono complementari: sfondo blu elettrico con il lato destro decorato da righe oblique candide, per i match serali e maglietta total white, con le medesime righe color blu elettrico, per i match giocati sotto il sole di Flushing Meadows. Il pantaloncino si intona di volta in volta al colore delle righe creando un effetto molto chic. Anche a New York, quindi, Lacoste si conferma indiscussa regina di stile nel mondo del tennis, senza strafare ma puntando su uno stile semplice e classico. Il bianco piace sempre molto. Certo il completo con la maglietta candida non passerà alla storia per aver però portato fortuna a Nole nel match contro Carreno Busta, ma questo è un altro discorso!

 
Novak Djokovic lascia il campo dopo lo squalifica – US Open 2020 (via Instagram, @djokernole)

Il coccodrillo colpisce nel segno però anche con la sua collezione “basic”, riservata a tutti coloro che non si chiamino Djokovic. La polo di Daniil Medvedev è ad esempio un riuscito gioco di linee (due verticali, bianche, spezzate a metà) e colori molto classici (il blu sulla spalla e il nero nel resto). Peccato per le scarpe verde acido Nike che ci stanno a dire ben poco. In ogni caso se il russo ha fatto un passo indietro nel risultato rispetto all’anno scorso, fermandosi in semifinale, ha fatto un passo in avanti nel look rispetto alla rivedibile fantasia a ragnatela che gli era stata appioppata nel 2019. (Chiara Gheza)

Daniil Medvedev – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Naomi Osaka – Nike

Nike si ispira a un quadro di Mondrian per infilare Naomi Osaka in una tuta da super eroina. Come consuetudine a New York il modello viene presentato in due diverse varianti: il colore dominante resta in entrambe le versioni il viola, ma le forme geometriche che completano il look sono in un caso salmone e arancione chiaro, nell’altro nere e giallo fluo. La tutina super aderente viene smorzata da un paio di short che Osaka indossa sopra quella che pare essere una seconda pelle. Un completo molto difficile da sfoggiare, ma che Naomi riesce a valorizzare al meglio trasformandolo in uno degli outfit più riusciti e originali di questa edizione dello US Open.

Naomi Osaka – US Open 2020 (photo by Adam Glanzman/USTA)

Naomi a New York si dimostra una vera eroina, non solamente per aver conquistato il suo terzo titolo Slam, ma soprattutto per il coraggio di utilizzare la sua immagine a sostegno della lotta contro il razzismo. Osaka ha giocato sette match e a ogni ingresso in campo ha indossato una mascherina nera con scritto il nome di una vittima del razzismo. Naomi ha alzato al cielo la coppa indossato l’outfit viola, nero e giallo. Una volta rientrata nello spogliatoio è scivolata fuori dalla sua tutina per infilarsi la maglia di un altro eroe dello sport: Kobe Bryant. E così con il numero otto dei Lakers in bella vista è tornata sull’Arthur Ashe per le foto di rito. Perfetta anche nel cambio d’abito finale, insomma. (Chiara Gheza)

Collezione Nike Agassi

Un outfit nel segno dell’amarcord. La collezione dedicata al “Kid” di Las Vegas ci fa rivivere gli anni d’oro del giovane ex campione, rivoluzionario non solo nel maneggiare la racchetta con esasperato anticipo, ma anche nell’osare una mise inedita e “ribelle”. Ed ecco l’acrobatico Shapovalov indossare la celebre T-Shirt con maniche larghe giallo fosforescente, molto anni ’90, che staccano benissimo sul bianco della parte anteriore e il nero sulla schiena. E poi i mitici pantaloncini di jeans, portati sopra gli short aderenti giallo fluo. Il tutto è ovviamente molto psichedelico e futurista, in perfetto stile US Open. Il revival è una bella idea, tuttavia dal punto di vista prettamente estetico e dell’eleganza non era il massimo allora e non lo è neanche trent’anni dopo. Ma almeno “Shapo” non si è ossigenato i capelli e sfoggia un biondo naturale. E niente capelli a spazzola. Decisamente più classy il canadese anche se il cappellino portato al contrario sarebbe sempre da evitare.

Futurista, sgargiante e grintosa anche la collezione femminile. Vika Azarenka indossa magnificamente gli short di colore fucsia. I pantaloncini le portano decisamente bene, li indossava anche quando vinse il suo primo titolo Slam a Melbourne, nel 2012. La canotta, semplice e accollata, anch’essa fucsia, è variegata con “macchie” viola e righe diseguali bianche, con un pizzico di giallo fluo. Semplice ma accesa, essenziale ma esplosiva, proprio come il gioco di Vika in campo. (Laura Guidobaldi)

Vika Azarenka – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Collezione Adidas

Semplicità e sobrietà per la collezione Adidas di fine agosto, con un tocco di vivacità grazie al color ciclamino. Per Sascha Zverev pantaloncini dalla tinta accesa abbinati alla T-shirt grigio chiaro lievemente “spruzzata” di grigio perla, gli conferiscono un’aria un po’ sbarazzina. Anche la fascetta sulla fronte, dello stesso colore degli short, contribuisce a ravvivare un completo decisamente classico.

Alexander Zverev – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Anche la versione Adidas femminile è, come sempre, raffinata. Forse questa volta manca un po’ di originalità ma il gonnellino è comunque vezzoso con, inoltre, un tocco di “grinta”, grazie alla tinta “dégradé” del color ciclamino. Così come è di buon gusto la canotta bianca con il richiamo del colore viola chiaro della gonna sui bordi delle spalline. La fascetta è rigorosamente colorata, come il gonnellino. Tutto molto carino ma non eccezionale. (Laura Guidobaldi)

Karolina Muchova – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Collezione Fila

Fila sceglie un completo spezzato per vestire Sofia Kenin a New York: canotta blu in stile marinara e gonnellino a vita alta verde menta. La tonalità scelta per la gonna è accesa, allegra e fuori dagli schemi. Forse la forma della stessa si potrebbe rivedere poiché sembra troppo corta e troppo aderente, quasi scomoda per muoversi sul campo. Lo stesso outfit, ma con gonnellino svolazzante avrebbe potuto essere tra i più riusciti di questo Slam, in campo femminile.

Sofia Kenin – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Per i maschietti il brand di Biella sceglie un abbinamento più sobrio. Il blu navy per la maglia viene confermato anche in versione uomo. La tonalità molto scura è illuminata da sottili linee orizzontali che decorano l’intera maglietta. Il pantaloncino è invece classico, bianco con un paio di inserti laterali blu e rosso. Diego Schwartzman abbina poi il polsino blu e rosso completando così un outfit perfetto e senza tempo. Non certo il look più originale visto a Flushing Meadows, ma decisamente di classe e, come insegna Chanel, lo stile e la classe non passano mai di moda. (Chiara Gheza)

Diego Schwartzman – US Open 2020 (photo by Mike Lawrence/USTA)

Matteo Berrettini – Lotto

Ennesimo outfit di Matteo Berrettini, firmato Lotto, molto lineare e semplice. Fin troppo lineare e semplice. Maglietta rosso fuoco con bordino navy e stemma dello storico marchio di Treviso in bianco. Pantaloncini navy a richiamo. Nessun fronzolo. Che ne so una striscia sulla maglietta, dei motivi nei pantaloncini. Nulla di nulla. Zero assoluto. Il risultato è inevitabilmente ordinario per non dire banale. E dire che in questi tempi di revival anni novanta Lotto potrebbe attingere ai meravigliosi completi indossati in quegli anni da Boris Becker e Thomas Muster, con i loro motivi colorati e sgargianti, rivisitandoli in chiave moderna. Ci riflettano per favore che cominciamo ad essere stanchi di vedere il nostro bel Matteo vestito in maniera così scialba. (Valerio Vignoli)

Matteo Berrettini – US Open 2020 (courtesy of USTA)

Andy Murray – Castore

Castore è il nome di una montagna del massiccio del Monte Rosa alta oltre 4mila metri e di un sistema stellare facente parte della costellazione dei gemelli. Non si sa a cosa i fratelli Beaton, Tom e Phil, nativi di Liverpool, ex sportivi di alto livello, rispettivamente nel Cricket e nel Calcio, si siano ispirati quando hanno fondato l’omonimo brand d’abbigliamento sportivo. In ogni caso l’obiettivo era puntare in alto. Molto in alto. A quello che probabilmente è uno degli atleti, se non l’atleta, più riconoscibile del Regno Unito, ovvero l’ex n.1 del mondo Andy Murray. Dall’inizio del 2019, il fenomeno scozzese veste infatti gli outfit di questo piccolo ma ambizioso brand locale, con un simbolo formato da due ali.

Andy Murray – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

La collaborazione era partita all’insegna della semplicità, con T-Shirt eleganti e semplici, in puro stile Murray, come quella indossata nello sportivamente drammatico match contro Roberto Bautista Agut agli Australian Open. In questi US Open post-Covid però c’è stato il salto di qualità, con uno degli outfit della seconda edizione della Andy Murray Collection (AMC). Raffinatissima e al contempo aggressiva la maglietta bianca con due righe blu notte abbinata a pantaloncini blu notte con laccetti bianchi. So British. Un outfit non per tutti. In tutti i sensi dato che la combo top-pantaloncini sul sito ufficiale costa in totale 150 euro. Ma si sa, lo stile ha un prezzo. (Valerio Vignoli)

Jan-Lennard Struff – Diadora

Da un paio di stagioni Diadora, marchio iconico nel mondo del tennis, basti pensare alle scarpe di Bjorn Borg o alle polo di Gustavo Kuerten, si è riaffacciata nel tennis che conta. Lo ha fatto con una scelta di testimonial non di primissimo piano ma comunque interessanti: l’esperto olandese Robin Haase, l’esplosivo tedesco Jan-Lennard Struff e il giovane spagnolo Alejandro Davidovich Fokina. Gli outfit sono un trait d’union tra passato e presente. Tagli e fantasie un pò retrò, colori e vestibilità assolutamente contemporanee. La collezione del marchio veneto per questi US Open era tutta giocata sul verde, nelle su diverse sfumature: verde bosco (nel chevron sulla maglietta e nei pantaloncini), verde acceso (nella parte superiore della t shirt) e verde lime (nelle finiture). Un look riconoscibile e di impatto che riporta dritto dritto Diadora al top nel settore. (Valerio Vignoli)

Jan-Lennard Struff – US Open 2020 (courtesy of USTA)

Bonus Off Court – Non sappiamo chi sia e chi abbia fatto l’abito ma vorremmo saperlo al più presto

Per quanto ci si possa vestire in maniera stravagante per seguire una partita di tennis è difficile farsi riconoscere tra la folla. Soprattutto tra quella immensa dell’Arthur Ashe Stadium. Ma quest’anno era tutto diverso come ben sappiamo. E così abbiamo potuto apprezzare come merita questo fenomenale completo a pois multicolori con la cravatta in tinta sfoggiata da uno dei pochissimi spettatori. Non è dato sapere chi sia quest’individuo e cosa ci facesse sugli spalti mentre Medvedev e Rublev se le davano di santa ragione. Dai commenti su Twitter pare possa essere uno degli Chef presenti nella bolla newyorkese. Così come non è dato sapere dove abbia comprato il suo outfit. Fatto sta che è magnificamente kitsch. Numero uno vero. (Valerio Vignoli)

Il calendario compresso di questo 2020 ci impone di darvi appuntamento già tra tre settimane, quando commenteremo le scelte compiute dai vari marchi per il Roland Garros pronto a cominciare: saranno lanciata nuove collezioni o verranno ‘riciclati’ i completini dello US Open, con i quali i giocatori sono scesi in campo anche a Roma? Non molto è trapelato sinora, tranne le scelte di Nike già rese note a maggio – Nadal dovrebbe vestire così; si tratta però di una collezione estiva, pensata prima del rinvio del torneo a settembre. Non resta che attendere la prova del campo.

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Quarantuno anni di Marat Safin: dramma e commedia per una carriera in tre atti

Nel giorno del suo 41° compleanno, riviviamo quelli che forse sono i tre match più importanti della carriera di Marat Safin. Il più grande a rendere ‘irrilevante’ l’avversario, come scrive Sullivan

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Marat Safin - US Open 2000

Non sono molti i tennisti che hanno vinto due prove del Grande Slam e cinque Master 1000 di cui si possa dire: “Peccato che non abbia saputo mettere a frutto tutto il suo talento”. Eppure, nel caso del moscovita Marat Safin, che compie oggi 41 anni, è proprio così: lo scrittore John Jeremiah Sullivan, che lo definisce “fisicamente, il talento più puro nella storia del gioco“, ha scritto di essere arrivato vicino all’odiarlo per la sua incapacità di mettere a frutto il suo potenziale. Perché allora la sua figura continua ad esercitare un fascino irresistibile sugli appassionati, anche a 12 anni dal ritiro? Abbiamo scelto tre partite per cercare di spiegarlo.

Atto I: Safin – Sampras = 6-4 6-3 6-3 (US Open 2000, finale)

Safin si rivela al mondo il 10 settembre del 2000. È il giorno della finalissima dello US Open, raggiunta dal russo battendo Guardiola, Pozzi, Grosjean, Ferrero (cui ha lasciato soltanto cinque game), Kiefer e Todd Martin. Niente male davvero per un ventenne, ma in finale, dall’altra parte della rete, c’è Pete Sampras, che ha già saputo aggiudicarsi, in carriera, 13 prove del Grande Slam (7 titoli a Wimbledon, 4 US Open, 2 Australian Open). Il pronostico sembra scontato, anche se sono in molti a immaginare che Safin saprà dare del filo da torcere a Sampras.
Ciò che colpisce, oltre alla potenza del servizio, è la capacità del giovane russo di colpire con la stessa naturalezza e con un movimento molto simile tanto in diagonale quanto in lungolinea, specie di rovescio. A questo si aggiungono un sorprendente tocco e una buona volée. Se consideriamo anche l’efficacia col dritto, sembra quindi che Safin non abbia punti deboli e, forse, tecnicamente parlando è proprio così.

 

Sampras però si è dimostrato capace di dominare il circuito per molti anni. In semifinale ha sconfitto Agassi, il rivale di sempre, e si presenta in campo col piglio sicuro di chi vuol arrotondare ulteriormente il proprio già invidiabile bottino.
Il fatto è che, parafrasando Brera e la sua descrizione della marcatura di Gentile su Maradona al Mundial ’82, “puoi anche essere l’Iddio della pelota in Terra, ma se un brocco non te la fa toccare, sei un Iddio della pelota che lascia la palla ai brocchi”.

Ecco, diciamo che Sampras nel 2000 potrà anche essere l’Iddio della pallina in Terra, ma se Safin (tutt’altro che un brocco) non gliela fa toccare, è un Iddio della pallina che lascia un punto dopo l’altro, un game dopo l’altro, all’avversario.
Non soltanto infatti il russo è sostanzialmente ingiocabile al servizio, ma scaglia vincenti praticamente da ogni angolo del campo. A fine match, totalizzerà 37 vincenti e soltanto 11 errori non forzati: statistiche veramente impressionanti, in particolare per un ventenne alla sua prima finale Slam.

Il colpo decisivo della finale è però probabilmente la risposta. Nonostante la consueta ottima prestazione di Sampras al servizio, infatti, Marat risponde con continuità, e con aggressività. Non si limita a far partire lo scambio, ma cerca di prendere l’iniziativa, anche contro la prima dell’avversario. A fine match, gli chiedono come sia riuscito a essere così efficace. Risponde: “Pensate che ne abbia un’idea?” E così cominciamo a inquadrare ancor meglio il personaggio.
Tra l’incredulità del pubblico, la finale finisce in tre set: 6-4, 6-3, 6-3 per Safin. Ad ascoltare non soltanto il giudizio dei critici, ma anche le parole dello stesso Sampras, il mondo del tennis sembra aver trovato un nuovo re. Purtroppo, le promesse di quel brillante giorno di settembre saranno mantenute soltanto in parte.

Atto II: Safin-Mantilla = 6-4 2-6 6-2 6-7 11-9 (Roland Garros 2004, 2° Turno)

Sulle ali del successo allo US Open, tra la fine del 2000 e l’inizio del 2001, aggiudicandosi anche il torneo di San Pietroburgo e soprattutto il Master 1000 di Parigi-Bercy, Safin guadagna la prima posizione della classifica ATP, ma la mantiene soltanto per nove settimane; non solo, nel 2000 arriva a una vittoria dal numero uno di fine anno, ma perde la semifinale del Master di Lisbona contro Agassi e subisce il sorpasso all’ultima curva di Guga Kuerten.

Negli anni successivi, il russo mostra una certa discontinuità, fra infortuni, problemi di tenuta nervosa, e soprattutto una condotta non impeccabile fuori dal campo. Tra il 2001 e il 2004 si aggiudica “soltanto”, ancora una volta, il torneo di Parigi-Bercy nel 2002, anche se a dire il vero raggiunge altre due finali Slam, sempre in Australia, nel 2002 e nel 2004. Nel 2004 si inchina senza colpa a Sua Maestà Federer, ma la sconfitta del 2002 con Thomas Johansson, avversario decisamente alla sua portata, pesa sulla coscienza tennistica di Safin come un peccato capitale – molti attribuirono la sua prestazione sottotono alle “Safinette” (copyright Scriba Clerici), tre fanciulle presenti nel suo box e che probabilmente non aiutarono nella preparazione del match.

È con questo spirito che Marat affronta il Roland Garros del 2004, e quella terra battuta da sempre per lui avara di soddisfazioni, anche nei momenti migliori. E dopo aver sconfitto (per ritiro) l’argentino Augustin Calleri al primo turno, si trova di fronte lo spagnolo Felix Mantilla. Semifinalista nell’edizione 1998 del Roland Garros, Mantilla non ha più trovato, negli ultimi tempi, lo stesso smalto, e si trova, in quel momento, alla posizione 93 del ranking mondiale, pur rimanendo un cliente scomodo sulla terra. La giornata, anzi le giornate (il match si svilupperà su due giorni), non sono brillantissime per il russo, ma sufficienti a portarlo in vantaggio di due set a uno. Mantilla però si aggiudica il tie-break del quarto, e si va al set decisivo, al long set. Mantilla chiama il fisioterapista, ma sembra muoversi molto bene in campo. Safin, per usare un eufemismo, non ha l’aria di gradire molto.

Ed è sul 4-3 Safin, servizio Mantilla, 0-15, che si assiste a una scena davvero inusuale: a conclusione di uno scambio molto duro, lo spagnolo pensa di aver chiuso il punto con una volèe corta. Safin però, tignoso, arriva sulla palla e, con un tocco degno dei giorni migliori, si aggiudica lo scambio. Ci si aspetterebbe un urlo di gioia. Invece no. Serafico, Marat si cala i pantaloni. Secondo warning e penalty point. Quella partita Safin la vincerà, 11-9 al quinto. Forse, si pensa, non ha ancora la continuità necessaria per aggiudicarsi di nuovo uno Slam (impresa non semplice perché Federer in quel periodo sembra imbattibile, almeno sul veloce), ma almeno pare proprio che gli sia tornata la voglia di divertirsi e divertire. A modo suo, ça va sans dire.

Atto III: Safin-Federer = 5-7 6-4 5-7 7-6 9-7 (Australian Open 2005, semifinale)

Gennaio 2005, Melbourne, primo Slam della stagione. Safin è in semifinale: lo attende Roger Federer, numero uno al mondo e campione in carica. Come con Sampras nel 2000, il pronostico non lascia molte speranze al russo. Federer vince il primo e, dopo una gagliarda reazione che gli vale il secondo parziale, Safin deve cedere il terzo. Si trova quindi sotto due set a uno. Il quarto set finisce al tie break, e Federer ha match point sul proprio servizio, sembra proprio finita. La qualità della partita è stellare, e proprio la conclusione del quarto set ne rappresenta forse l’apogeo. Eccezionale infatti il modo in cui Safin annulla il match point, con un pallonetto su un’ottima volée corta di Federer. Poi si porta a set point, e lo trasforma. Il pubblico australiano è in delirio, tifavano tutti per il quinto, ovvero perché quella che già si candidava a essere la partita dell’anno potesse prolungarsi ancora.

L’incertezza maggiore per Safin, arrivati al quinto, riguarda la tenuta nervosa. Federer in quel periodo è un vero e proprio schiacciasassi (basti ricordare che nel 2004, 2006 e 2007 si aggiudica tre prove su quattro del Grande Slam, raggiungendo nel 2006 e nel 2007 anche la finale sulla terra di Parigi) e, arrivati al gran finale, sembra possa spuntarla. Ma Safin, quel giorno, è inossidabile. Serve per il match e subisce il break di Federer, ma non cede, non arretra. E infine, sull’8-7 al quinto, trova l’allungo decisivo. In finale troverà Hewitt, idolo di casa, e saprà superarlo per tre a uno dopo aver perso nuovamente il primo.

È il momento più luminoso della carriera di un campione discontinuo e sregolato, che ha detto di aver sfasciato 1055 racchette in carriera, una cifra fuori scala di per sé, ma che diventa parossistica quando si ricorda che Safin si è ritirato a soli 29 anni, nel 2009. E allora perché, tornando alla domanda iniziale, siamo ancora mortalmente attratti? Perché nelle giornate migliori non c’è stato nessuno capace di rendere il gioco dell’avversario “irrilevante” (come scrive ancora Sullivan) come faceva questo tartaro. E forse anche perché quando giocava non si andava à la carte, decideva lui, e per tanti appassionati un attimo di ispirazione e/o imprevedibilità (che si tratti di una stop volley o di uno strip durante il quinto set) è tuttora il motivo principale per amare il tennis nella sua componente più ludica. Buon compleanno, Marat!

Articolo a cura di Damiano Verda

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Perché ci sono pochi allenatori donna?

Laura Vallverdu, Direttore Associato per il Player Development alla Miami Beach Tennis Academy ed ex-coach presso la University of Miami, ha affrontato il tema per Racquet Magazine

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Amelie Mauresmo - Australian Open 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Qui il link all’articolo originale

Come coach, enfatizzo sempre il valore dello sforzo e dell’impegno per le mie giocatrici, sia che le cose vadano bene sia che vadano male. Nel nostro mestiere, i continui alti e bassi richiedono pazienza e le capacità di ascoltare le tue giocatrici, di analizzare la situazione, e di approntare cambiamenti opportuni per costruire migliori risultati in futuro.

Quest’anno, la pandemia ha messo alla prova il mondo del tennis, imponendo uno stop improvviso al modo in cui solitamente portiamo avanti l’attività ma anche un risveglio all’interno delle organizzazioni sportive, che ora sono alle prese con il cambiamento e stanno sperimentando alcune strategie per proseguire in modo migliore. Tra i tanti cambiamenti attualmente in discussione c’è quella su un potenziale rafforzamento dei rapporti tra la WTA e la ATP per lavorare su un fronte unito.

 

È proprio ora che questo accada. Come ex-giocatrice, sia come junior che come professionista, ho sperimentato il tennis a diversi livelli, e con essi diversi gradi di parità tra uomini e donne. È da quando ho iniziato la mia carriera come coach, sin dal 2013 come capo allenatrice della squadra di tennis dell’Università di Miami, che sono curiosa di capire perché la demografia dei coach non sia rappresentativa della popolazione che gioca a tennis sia a livello amatoriale che professionistico. Non solo: perché il tennis, un gioco perfettamente egalitario riguardo i sessi, e che è storicamente più avanti di altri sport in termini di parità tra i generi, non ha più donne coach ad alti livelli?

Ovviamente, le cose hanno iniziato a cambiare nel 2014, quando l’allora N.2 ATP Andy Murray sparigliò le carte puntando su Amelie Mauresmo, due volte campionessa Slam, come suo coach. Tempo dopo, Anabel Medina Garrigues guidò Jelena Ostapenko al Roland Garros 2017, causando una proliferazione di ex-giocatrici di primo livello WTA nel ruolo di coach delle migliori tenniste: Rennae Stubbs e Conchita Martinez con Karolina Pliskova; Lindsay Davenport con Madison Keys; Sandra Zaniewski con Petra Martic; Biljana Veselinovic e Nicole Pratt con Daria Gavrilova; e così via.

Ma nonostante questo, alla fine del 2018 appena l’otto percento delle Top 100 lavoravano con coach donne. Nonostante alcune partnership di alto profilo – Conchita Martinez che si è unita a Garbine Muguruza un anno fa, Lucas Pouille che ha scelto Amelie Mauresmo, e Denis Istomin allenato dalla madre, Klaudiya Istomina – il tennis non è ancora riuscito a rendere questo fenomeno la normalità, soprattutto se paragonato a realtà come quella della NFL, che ha accresciuto la presenza di donne nelle posizioni di leader di alto livello da quando nel 2015 Jen Welter fece la storia diventando la prima capo-allenatrice di sempre.

Garbine Muguruza e Conchita Martinez – Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

La NFL ha lavorato duramente per aumentare il numero dei coach femminili, con 16 donne ufficialmente assunte al momento. Sam Rapoport, il direttore dello sviluppo NFL, ha spiegato a ESPN nell’aprile 2019 che questo sforzo è solo “una goccia nell’oceano, e ci fa capire quale potrebbe essere il futuro”. Ha continuato dicendo che “il piano dei prossimi 10 anni è normalizzare la presenza delle donne a bordocampo nel football. Per noi la prima volta di una donna come coach o come manager non è una notizia su cui concentrarsi. Vogliamo normalizzare la cosa in modo da smettere di parlarne”.

Durante la pandemia, visto il dibattito sulla fusione tra ATP e WTA, la curiosità mi ha spinto ad approfondire questo tema. Ho quindi parlato con Nicolas Pereira, mio amico da sempre, che ha giocato nel circuito ATP, è diventato un commentatore per ESPN nel 2000, e ora lavora come analista per Tennis Channel. “Se abbiamo imparato qualcosa da questa pandemia, è il fatto che il tennis nel suo insieme dovrebbe essere unificato, ha detto. “Se donne e uomini gravitassero negli stessi luoghi con una potenziale fusione tra i due organi, penso che ci sarebbe decisamente una maggiore possibilità di aumentare il numero dei coach femminili nel nostro sport”. Ha poi proseguito: Se ci fossero più eventi combined, sarebbe più facile attrarre pubblicità e sponsor, perché avrebbero decisamente più appeal presso i clienti. E ci sarebbe maggior possibilità che le donne venissero maggiormente considerate in ogni posto di lavoro nell’industria del tennis”.

Nel corso degli anni, vari fattori (calendario compresso, problemi di percezione da parte del pubblico, difficoltà finanziarie, mancanza di inclusione e potenziali interruzioni dell’attività causa gravidanza) hanno scoraggiato le giocatrici dal diventare coach. Rennae Stubbs, un’ex-giocatrice australiana, coach d’élite e commentatrice a tempo pieno per ESPN, quando interpellata sul tema ha risposto molto volentieri.

“Prima di tutto, non c’è dubbio sul fatto che molte ex-tenniste abbiano messo su famiglia una volta smesso di giocare e che questo abbia impedito loro di diventare coach. Non tutte possono permettersi di portarsi dietro la famiglia nei viaggi. In secondo luogo, alcune giocatrici cercano un coach uomo per la maggior forza che imprime alla palla negli allenamenti. Insomma, cercano uomini per fare sia da coach che da sparring. Secondo me non è facile rivestire entrambi i ruoli allo stesso tempo: alcuni coach ci riescono, ma questa è sicuramente una variabile. Inoltre, il fatto di assumere un coach donna è vissuto come un rischio da molti. Ma penso che più questo sarà fatto, più continuerà a succedere”.

Rennae ha concluso così: Ha un valore il fatto che le donne coach abbiano un approccio più realista e più onesto con le giocatrici. In molti casi, le coach possono capirle meglio. Ti faccio un esempio: con Genie Bouchard [la giocatrice che attualmente Stubbs allena, ndr], quando c’è un problema sono la prima a dirle: parliamone. In questo le donne possono avere un rapporto più diretto. Nel mio caso, io ero una giocatrice molto emotiva e quindi posso immedesimarmi nel suo vissuto. Genie è una delle atlete più famose in Canada; da questo deriva una grande pressione, e qualcuno che non ha voglia di immergersi mani e piedi in questo problema non riuscirà ad attingere da lei il massimo del potenziale”.

Che ci sia un lato positivo nella pandemia, visto che ha costretto i due organi di governo del tennis a pensare a una potenziale unione? In questo sport, il fatto che l’ATP abbia fatto lo sforzo di condividere la luce dei riflettori con la WTA riconoscendo l’apporto delle donne ha fatto apparire una luce in fondo al tunnel e ha fornito loro una concreta apertura affinché si sentano più incluse ed accettate.

Il dibattito sul tema è sempre partito dal presupposto che uomini e donne possano lavorare assieme, senza che un sesso prevalga sull’altro. Si è iniziato a parlare di questo quando nel 2014 Andy Murray ha fatto da guida e ha smosso le opinioni nella comunità del tennis, e da allora se ne è parlato sempre di più. Flash forward al 2020, quando i temi dell’inclusione, del dare il giusto valore a ciascuno, dell’avere sensibilità e dell’avere correttezza sono concetti che occupano le prime pagine dei giornali. Questo spirito è stato giustamente traslato anche nel mondo del tennis.

Traduzione a cura di Gianluca Sartori

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ATP

ATP Cup, il programma: l’Italia debutta contro l’Austria il 2 febbraio a mezzanotte

Il giorno successivo, alla stessa ora, ci sarà Italia-Francia. Nel solo Day 1 Djokovic-Shapovalov, Berrettini-Thiem e Medvedev-Schwartzman!

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Lleyton Hewitt - ATP Cup 2020 (via Twitter, @ATPCup)

Sul sito ufficiale della ATP Cup è stata pubblicata la programmazione completa del torneo, il cui inizio è stato rinviato di 24 ore per dare più tempo ai giocatori in quarantena dura di prepararsi dopo due settimane senza allenamenti – nel caso di questo evento, Kei Nishikori e Guido Pella saranno fra i beneficiari dello slittamento.

L’Italia aprirà il torneo contro l’Austria sulla John Cain Arena alla mezzanotte italiana del 2 febbraio (quindi la notte fra l’1 e il 2): il regolamento prevede che prima si affrontino i numeri due delle rispettive squadre (in questo caso Fabio Fognini e Dennis Novak), seguiti dai numeri uno (Matteo Berrettini e Dominic Thiem) e dal doppio (Simone Bolelli e Andrea Vavassori contro Philipp Oswald e Tristan-Samuel Weissborn).

Contemporaneamente, sulla Laver Arena si giocherà Serbia-Canada, mentre la sessione serale non inizierà prima delle 7:30 di mattina italiane con Spagna-Australia e Russia-Argentina. Gli spettatori potranno acquistare il biglietto per un solo campo, in ottemperanza alle norme anti-Covid.

 

Tornando al programma dell’Italia, il secondo incontro (con la Francia) si giocherà, sempre sulla John Cain, a 24 ore di distanza dal primo – . Questo significa che, in caso di passaggio del turno, gli azzurri avrebbero un giorno di riposo prima delle semifinali in programma venerdì 5 febbraio in contemporanea a partire dalle 7:30.

La finale si giocherà sabato 6 alla stessa ora.

Ecco l’orario completo della competizione (il primo incontro è quello della Rod Laver Arena, il secondo quello della John Cain Arena), con i match fra Top 15 fra parentesi:

2 febbraio – a partire dalla mezzanotte italiana
Serbia-Canada (Djokovic-Shapovalov), Gruppo A
Austria-Italia (Thiem-Berrettini), Gruppo C
A partire dalle 7:30
Spagna-Australia, Gruppo B
Russia-Argentina (Medvedev-Shapovalov), Gruppo D

3 febbraio– a partire dalla mezzanotte italiana
Germania-Canada (Zverev-Shapovalov), Gruppo A
Francia-Italia (Monfils-Berrettini), Gruppo C
A partire dalle 7:30
Grecia-Australia, Gruppo B
Russia-Giappone, Gruppo D

4 febbraio– a partire dalla mezzanotte italiana
Germania-Serbia (Zverev-Djokovic), Gruppo A
Francia-Austria (Monfils-Thiem), Gruppo C
A partire dalle 7:30
Grecia-Spagna (Tsitsipas-Nadal), Gruppo B
Argentina-Giappone, Gruppo D

5 febbraio– a partire dalle 7:30 italiane
Vincente Gruppo A-Vincente Gruppo D
Vincente Gruppo B-Vincente Gruppo C (potenzialmente l’Italia)

6 febbraio– a partire dalle 7:30 italiane
Vincente Semifinale 1-Vincente Semifinale 2

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