Julia Goerges parla del ritiro: "Volevo una vita al di fuori del tennis"

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Julia Goerges parla del ritiro: “Volevo una vita al di fuori del tennis”

La ormai ex-tennista tedesca ha partecipato al WTA Insider Podcast per parlare della sua decisione

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Julia Goerges - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Julia Goerges ha annunciato qualche giorno fa il ritiro alla vigilia del trentaduesimo compleanno (che cade il 2 novembre), mettendo la parola fine ad una carriera che l’ha vista raggiungere le semifinali a Wimbledon 2018 e il nono posto delle classifiche, nonché di vincere sette tornei su diciassette finali in singolare (con i fiori all’occhiello di due Premier e soprattutto dell’Elite Trophy del 2017) e cinque su sedici in doppio – ha anche fatto una finale nel misto al Roland Garros del 2014. Negli ultimi giorni, la tedesca ha partecipato al WTA Insider Podcast per parlare della sua decisione, ma anche del successo che ricorda con maggior affetto e del futuro del tennis tedesco quando la generazione sua, di Kerber, di Petkovic e di Lisicki avrà fatto il suo corso.

Onestamente, ogni giocatore dovrebbe essere invidioso della carriera che ha avuto“, ha dichiarato Maria Sakkari.Ha vinto un torneo come Stoccarda, giocato benissimo in tanti Slam ed è anche una grande persona – questa è la cosa più importante per me. Soprattutto ora che ha smesso, questa reputazione è la cosa più importante che possa portare con sé“.

LA SCELTA

In merito a un ritiro che potrebbe sembrare prematuro nel tennis contemporaneo, Goerges ha detto: “Non è stata una decisione improvvisa, era da qualche mese che ci pensavo. Il piano originale era di smettere attorno ai 30 anni, quindi sono riuscita a giocare un po’ più del previsto. Più in generale, però, ho imparato a conoscere anche il mondo al di fuori del tennis. Soprattutto in questo momento, per via di quello che sta succedendo, ho dovuto iniziare a vedere che c’è anche altro nella vita. Ho fatto parte del WTA Tour per 15 anni e ho rinunciato a tante cose che avrei voluto fare, quindi penso che sia arrivata l’ora di passare più tempo con la famiglia e con gli amici. Non significa che lascerò completamente il gioco, ma solo che non parteciperò più alle competizioni. Sto continuando ad allenarmi, ma senza più lo stress dei viaggi e dei tornei“.

 

Julia ha sempre pensato che avrebbe smesso appena la gioia dello stare in campo non ci fosse più stata, e ha confermato di essersene accorta a partire dalle sessioni d’allenamento: “Il fatto è che ho sempre sentito questo bisogno di migliorarmi e di andare in campo ogni giorno a lavorare duro. A un certo punto, però, ho iniziato a divertirmi giocando per massimo tre o quattro giorni di fila, mentre magari il resto della settimana preferivo non prendere in mano la racchetta e concentrarmi sulla preparazione fisica. Da un certo punto di vista mi ha aiutato, perché colpivo meglio giocando meno e riuscivo a ricaricarmi di più dal punto di vista mentale. D’altro canto, però, ho capito di non poter continuare con questo regime per tutto l’anno, perché non sarei riuscita a raggiungere il livello che mi ero prefissata. Il livello è molto più alto adesso di quanto fosse cinque o sette anni fa, e quindi non avrebbe avuto senso continuare solo per rimanere una Top 100, perché se faccio qualcosa voglio farla al 100 o al 110 percento. Sono sicura che potrei avere ancora successo come doppista, ma non mi interessa, perché credo di aver fatto quello che dovevo fare come giocatrice professionista“.

LA CARRIERA

Per Goerges, l’approccio al tennis a Bad Oldesloe, 25.000 anime, è stato prettamente ludico: “Quando ho iniziato a giocare facevo anche nuoto e danza, quindi a un certo punto ho dovuto decidere se provare a diventare una professionista o meno. Sarò sempre grata ai miei genitori per avermi dato questa possibilità, senza di loro non ce l’avrei fatta. Non avrei mai pensato di raggiungere certi traguardi, era sempre stato solo un sogno per me. La prima barriera da infrangere è stata la Top 100, e da lì è tutto un porsi degli obiettivi sempre più alti. Vengo da una piccola cittadina e non avrei mai pensato di trovarmi a giocare di fronte a migliaia di persone nei più grandi stadi del mondo, ma sono orgogliosa di averlo fatto e non ho rimpianti“.

Ha poi aggiunto: “Credo di aver dimostrato tanto, visto che sono riuscita a riprendermi da una serie di anni difficili e ad arrivare in Top 10 e in semifinale in uno Slam. Secondo alcuni avrei potuto fare qualcosina di più nei tornei più importanti, ma sono soddisfatta di ciò che ho ottenuto, perché anche le sconfitte più dure mi hanno resa la persona che sono adesso. Credo che non si possa maturare se si ottiene tutto facilmente“.

La serenità per la decisione presa è un segno della grande chiarezza che Goerges ha sempre avuto riguardo la propria carriera: “Sono tranquilla all’idea di chiudere qui, perché ho sempre detto che avrei continuato finché avessi continuato a divertirmi; ho avvertito che non era più così e per me va bene. Sono uscita dal campo con un grande sorriso e pensando: ‘OK, questo capitolo è finito’. Amo ancora il tennis, ma non è per tutti e ti fa rinunciare a tante cose, quindi credo che arrivi sempre il momento di prendere in un’altra direzione“.

LA VITTORIA A STOCCARDA

Buona parte dell’intervista si è focalizzata sul Premier conquistato nel 2011, il successo che la mise sulla mappa del tennis che conta, e che forse non sarebbe arrivato se non fosse stata in patria: “Quando ho vinto a Stoccarda nel 2011 ho avuto bisogno di una wild card, perché ero N.36 o qualcosa del genere ma il torneo ha sempre avuto un livello altissimo, e quindi anche un ranking come quello non era sufficiente per entrare in tabellone! Avevo giocato in Fed Cup la settimana precedente con Andrea [Petkovic, ndr], credo contro gli Stati Uniti, e quella competizione è sempre molto stancante, soprattutto se giochi davanti al tuo pubblico e subito dopo devi andare a giocare il torneo più importante di Germania“.

All’inizio della settimana io e mia madre eravamo andate a vedere la vettura che il torneo mette in palio, e le avevo detto: ‘Magari domenica potrò guidarla’. Alla fine ho effettivamente vinto la macchina e sono andata da lei, ‘visto? Te l’avevo detto‘. Quello era stato un momento divertente, ma non avevo mai seriamente pensato di poter vincere“.

Il suo percorso fu tutt’altro che semplice, ma una combinazione di buona sorte e sangue freddo furono sue alleate: “Sono stata anche un po’ fortunata perché Vika Azarenka si è ritirata al secondo turno, e più avanti sono riuscita a vincere dei match molto duri come la semifinale con Sammy [Stosur, ndr], contro cui ero andata sotto 0-30 o 0-40 sul 5-5 al terzo. Quindi ci sono stati tanti momenti cruciali. Per quanto riguarda la finale con Caroline, credo di aver fatto delle buone scelte tattiche, e poi il mio gioco ha sempre funzionato contro di lei. Credo che a lei non sia mai piaciuto affrontarmi, e abbiamo avuto alcune grandi battaglie“.

LE ASPETTATIVE E IL FUTURO DEL TENNIS TEDESCO

Proprio quella vittoria inattesa, però, non le fu di grande aiuto, almeno a posteriori: “Fu un grande torneo, ma credo che mi abbia penalizzato un pochino, perché improvvisamente ero in Top 20 e le aspettative si erano alzate, e non c’era nessuno vicino a me che fosse in grado di consigliarmi o di farmi vedere le cose dalla giusta prospettiva. Quando sei giovane, a volte lasci che i media ti influenzino, una cosa che sono riuscita a gestire meglio nella mia ‘seconda carriera’, quando ho imparato dagli errori commessi in precedenza“.

In Germania, le aspettative sul quartetto Goerges-Kerber-Lisicki-Petkovic sono sempre state molto alte, e questo non ha mai giovato: “All’inizio non mi divertivo in conferenza stampa, perché mi chiedevano sempre quando avremmo avuto successo e quando avremmo vinto uno Slam, e anche dopo che Angie ha iniziato a vincere non è stato abbastanza. Credo che ora la stampa stia iniziando a capire quanto la nostra generazione abbia fatto per il tennis tedesco, pur non avendo ottenuto gli stessi risultati di Steffi, ma lei è una leggenda, la sua carriera è irripetibile“.

Se c’è una cosa che si augura, quindi, è che l’unica a imparare dai propri errori non sia stata lei: “Ora non ci sono rimaste molte stagione, e credo che sarà interessante vedere cosa combineranno le giovani che verranno dopo di noi, perché credo che bisognerà dare loro molto tempo e rendersi conto che non è normale avere così tante giocatrici forti nello stesso periodo, quindi non bisogna mettere troppa pressione su chi verrà, soprattutto se fosse una giocatrice sola. Per noi era più facile perché eravamo in quattro, ma comunque a volte ci infastidiva ricevere sempre quelle domande. Quindi spero che alle giovani venga dato il tempo di crescere, ma so che le aspettative sono sempre elevate, come in ogni altra nazione“.

In questo momento, il futuro del tennis femminile tedesco non sembra troppo roseo. Le prime quattro quattro giocatrici tedesche del ranking sono anche le più anziane (Kerber e Siegemund in top 100, Petkovic e Maria appena fuori) e tra le under 21 ce n’è soltanto una in top 500 – Jule Niemeier.

Mentre non è ancora sicura di ciò che farà precisamente, Julia Goerges è conscia di avere ancora bisogno di stimoli: “Voglio comunque continuare a fare qualcosa per tenere attivo il cervello: quando giochi vedi palline da tennis 24/7, gira tutto attorno a questo lavoro, ma adesso è arrivato il momento di fare altro, magari di essere creativa“. Non si può che augurarle buona fortuna.

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WTA Palermo: Ruse non sa più perdere, 12° vittoria di fila e finale contro Collins

PALERMO – La giocatrice rumena centra la seconda finale consecutiva dopo il titolo di Amburgo. Sfiderà ancora Collins, sconfitta ai quarti in Germania

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C’è aria di sport (e pani câ meusa, da assaggiare al mercato Vucciria) anche a Palermo, a oltre diecimila chilometri di distanza dall’epicentro sportivo di queste due settimane, Tokyo, dove si stanno disputando le Olimpiadi. Poco più di quatto ore complessive sono servite per scoprire che la finale della 32° edizione del Palermo Ladies Open sarà un affare tra Danielle Collins – alla prima finale sulla terra battuta, cerca ancora il primo titolo WTA – ed Elena Gabriela Ruse, che sembra aver disimparato la sconfitta e ha vinto la 12° partita consecutiva. Campionessa ad Amburgo partendo dalle qualificazioni, è in finale qui in Sicilia (passata sempre attraverso le forche caudine delle quali) dove ha vinto però una partita in meno, in virtù del ritiro di Teichmann agli ottavi.

Partiamo proprio dalla vittoria di Ruse, che delle quattro ore di gioco odierne ne ha occupate ben tre. A fare da co-protagonista Oceane Dodin, che aveva vinto il primo set ed era riuscita a frenare la rimonta della sua avversaria in ben due momenti del secondo set, salvo poi perdere – a zero – il tie-break che avrebbe potuto darle la vittoria e crollare quindi nel terzo set. Non una partita dai contenuti tecnici memorabili – ne sono prova i ben 22 doppi falli della giocatrice francese, che nel resto del torneo ne aveva commessi altri 30 – ma una partita che si è fatta via via appassionante, e anche più godibile in virtù del sole sempre meno aggressivo.

Dodin era la giocatrice più potente in campo, o quantomeno quella capace di esprimere la maggior velocità sul singolo colpo, ma tante volte l’abbiamo vista sotterrare malamente entrambi i colpi di rimbalzo. Ruse non ha giocato una gran partita, ha anche accusato un mezzo malore dopo il quinto game del secondo set (era in vantaggio di un break, immediatamente svanito al ritorno in campo) a seguito del quale le è stata misurata la pressione, ma sul fatto che lei volesse vincerla più dell’avversaria non c’è mai stato dubbio. Ben incitata dal suo box e da alcuni tifosi dislocati nel resto delle tribune, Ruse ha largamente superato quota venti c’mon nel corso della partita, sbuffato ad ogni errore, incenerito con lo sguardo un gruppo di tifosi troppo rumorosi e proferito a mezza voce qualche frase in rumeno che certamente non aveva i contorni dell’Ave Maria. Dopo aver convertito il match point, ha liberato un urlo tanto acuto da costringere il cameraman a proteggersi dietro l’obiettivo.

 

Insomma, ha tenuto la scena dall’inizio alla fine. Dimostrando grandi doti di mobilità, capacità di colpire in corsa e maggiore abitudine a lavorare la palla per mandare in tilt il fragilissimo cannone avversario. 23 anni, fisico non statuario ma agile e funzionale al suo gioco di rimessa, Ruse forse non diventerà mai una star. Ma probabilmente è destinata a rimanere per tutta la carriera una di quelle giocatrici che non vuoi mai affrontare, specie sulla terra battuta.

Sono morta!” – ha detto Ruse a fine match, – “Ad essere onesta, pensavo che mi sarei ritirata perché mi sentivo davvero male sin dall’inizio. Mi girava la testa, non riesco a immaginare cosa sia successo. Sono così felice di essere in un’altra finale, significa molto per me. Voglio ringraziare il mio allenatore, la mia famiglia, tutti i miei allenatori romeni. Un ringraziamento speciale al mio allenatore di Bucarest e ai miei amici italiani che vengono qui ogni giorno per sostenermi“.

Ha avuto molto meno bisogno di mettere in mostra le sue doti di lottatrice Danielle Collins, che dopo i primi venti minuti disputati a un livello molto alto – da entrambe le giocatrici – nella seconda semifinale contro Shuai Zhang ha alzato di netto i giri del motore, quando era sotto 4-2, finendo per vincere dieci dei successivi tredici game. Decisamente più solida con il servizio (7 ace e il 76% di prime difese, pur avendone messe in campo solo una su due), a un certo punto Danielle ha ritrovato nel borsone il dritto smarrito e ha fatto quello che deve fare la numero uno del seeding, vincere d’autorità. Zhang ha ripreso a colpire qualche buon vincente sul calare del secondo set, col cielo di Palermo ormai scuro, ma Collins aveva smarrito del tutto la voglia di scherzare – ammesso ne abbia, quando va in campo (ci permettiamo di dubitare, visto il temperamento) – e si è presa la finale.

Danielle Collins

La giornata si è poi conclusa lì, perché l’after suitable rest che avrebbe dovuto separare la fine del match dall’inizio della semifinale di doppio con la stessa Zhang in campo si è prolungato ad libitum fino all’annuncio del ritiro della cinese, troppo stanca per scendere in campo dopo le 22.

Sarà quindi ancora Collins vs Ruse, come una settimana fa ad Amburgo con vittoria della rumena in tre set. Oltre al logico sentimento di rivalsa, Danielle (Rose) Collins avrà probabilmente voglia di togliersi dalla spalla la scimmia dei zero tituli in carriera, che per una giocatrice che ha trascorso buona parte degli ultimi tre anni in top 50 è un peccatuccio che deve essere corretto. Sarebbe un peccato, questa volta nostro, dimenticare che in questi mesi ha subito prima una diagnosi di artrite reumatoide e poi quella di endometriosi, storia quest’ultima che si è messa alle spalle appena due mesi fa. Giocherà la sua prima finale in carriera, mentre per la sua avversaria sarà la seconda (ma entrambe negli ultimi sette giorni). Vinca la migliore: si giocherà alle 19:30, col sole basso, alleluja. Anche perché la spiaggia di Mondello dista appena un paio di chilometri e forse è opportuno farci un salto.

Il tabellone completo

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Editoriali del Direttore

Osaka ultima tedofora alle Olimpiadi di Tokyo, con qualche dubbio che si insinua prepotente

TOKYO – Non posso credere che due mesi fa non fosse stato già deciso che lo avrebbe fatto. E allora, anche ammessa la sua innocenza sulla discussa presa di posizione pre-Roland Garros, non sarà stata IMG a preparare quella strategia? Vorrei chiederle…

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Naomi Osaka accende il braciere olimpico - Tokyo 2020 (via Twitter, @usopen)

Non ho la presunzione di aver già individuato, neppur generalizzando, le caratteristiche di un popolo, il giapponese, con cui sono entrato in contatto per la prima volta soltanto da mercoledì sera, quando dopo aver riempito una decina di moduli, cinque in aereo e cinque all’aeroporto, mi ci sono volute quattro ore per uscire dall’ultimo controllo.

Ho pensato a quanto noi italiani ci lamentiamo dell’eccesso di burocrazia che affligge il nostro Paese, ma dopo questa esperienza non credo che – per quanto mi riguarda – mi lamenterò più.

Ho sempre sentito dire, e mi pare di averne avuto continua riprova in queste 48 ore, che la flessibilità non rientri nelle attitudini più precipue del popolo giapponese. Così come quasi maniacale mi è parsa la propensione – in parte apprezzabile quando non diventi eccessiva – a organizzare tutto nei minimi particolari… dai quali però poi non si deflette, caschi il mondo.

 

Arrivo al nocciolo: che due mesi fa, il 24 maggio, gli organizzatori giapponesi non sapessero e non avessero almeno preavvertito Naomi Osaka del fatto che sarebbe stata la più probabile – o anche soltanto una possibile –ultima tedofora per accendere il braciere olimpico e dare il via ai Giochi di Tokyo, scusatemi ma io proprio non ci credo.

Secondo me – che non ho il dono dell’onniscienza – lei era stata preavvertita. E con lei, direttamente o indirettamente, anche la sua società di management, l’IMG, che non è in mano a degli sprovveduti. Tutt’altro. Le Olimpiadi per Tokyo, più di 50 anni dopo quelle ospitate nel ‘64 , erano un’occasione importante, importantissima, dieci anni dopo quel terribile terremoto che l’aveva flagellata. Il Giappone ama lo sport, ha avuto grandi campioni fra i lottatori, i motociclisti, qualche giocatore di baseball, ma al momento nessun atleta gode della popolarità internazionale di Naomi, la tennista più pagata del mondo e le cui dichiarazioni – dall’epoca di Black Lives Matter – sono diventate celebri anche al di fuori del microcosmo tennis.

Ora a me sta umanamente simpatica Naomi. Mi è sempre sembrata anche un tipo genuino, sebbene IMG abbia certamente offuscato un po’ tanta naturalezza creando e facendole indossare quelle mascherine dedicate a vittime del razzismo che Naomi ha mostrato turno dopo turno all’ultimo US Open, certamente frutto di un’operazione di marketing tutt’altro che casuale. Se oggi, avendo pur vinto infinitamente di meno, Naomi guadagna quanto e più di Serena Williams, questo significa che dietro a lei c’è un team che le pensa e le sfrutta tutte. Quest’ultimo colpo di ieri sera non ha prezzo. Farà impennare ancora più le sue azioni.

Ebbene tutto ciò – e scusate se vi apparirò maligno (e ripeterò qui la solita frase Andreottiana che a pensare male si fa peccato ma… a volte ci si azzecca) – mi fa riflettere sulla presa di posizione di Naomi alla vigilia di Parigi. Quando cioè ha detto che non avrebbe più voluto sentirsi obbligata, ed eventualmente multata, a rispondere presente alle rituali conferenze stampa post match.

Con ciò chiedendo una chiara eccezione e un privilegio, capace di suscitare una discriminazione nei confronti di tutti gli altri campioni, uomini e donne, che invece si sottopongono a quelle… forche caudine che poi – a dire il vero – non sono nemmeno tali e per solito si esauriscono in 15 minuti dei quali le domande ne occupano sì e no tre o quattro.

Dapprima Naomi aveva motivato la sua richiesta attribuendola in parte a giornalisti poco preparati che le chiedevano cose cui aveva già risposto tante altre volte, poi li aveva anche accusati di scarsa sensibilità riferendo a quando alcuni colleghi avevano messo un po’ troppo il dito sulla piaga nei confronti di tenniste appena sconfitte. E forse si riferiva anche a se stessa per quelle volte in cui qualcuno l’aveva messa un po’ alla strette chiedendole conto dei suoi risultati piuttosto deludenti conseguiti sulla terra rossa e sull’erba.

In un secondo momento poi Naomi ha tirato fuori l’inedita storia di una sua depressione ricorrente e risalente a un paio d’anni fa. E su questo secondo argomento, mai prima manifestato e soprattutto non palesato a Guy Forget direttore del torneo del Roland Garros e al presidente della federtennis francese Gilles Moretton, le opinioni si erano divise. Chi le credeva e chi no. Chi citava, a mio avviso sbagliando nei modi, ai suoi enormi guadagni dando per scontato che i ricchi… non piangano (anche se è forse vero che i poveri avrebbero qualche motivo serio in più per farlo), chi aveva sposato la tesi che il management di Naomi avesse architettato tutto (un boomerang mediatico?) e quasi senza preavvertirla delle possibili conseguenze, per fare un altro colpo sensazionale (quasi quanto, a suo tempo, le sue foto in bikini sul famoso numero speciale di Sports Illustrated).

Io non mi permetto davvero di dubitare sulla malattia depressiva di Naomi, ci mancherebbe. Quella ante-Parigi è stata comunque un’uscita infelice, perché nella migliore delle ipotesi ha avuto come conseguenza quella di farle saltare sia Parigi sia Wimbledon (tornei cui obiettivamente sarebbe diventato difficile, se non imbarazzante, partecipare a seguito di quanto aveva dichiarato e delle polemiche che ne erano seguite).

Ora è vero che Naomi su quelle due superfici non era considerata una delle primissime favorite, ma è anche vero che in campo femminile può capitare che a Parigi vadano in semifinale quattro giocatrici che mai avevano fatto tanta strada e che in finale Kreijcikova si trovi a vincere la finale su Pavlyuchenkova. Insomma, chi può dire che Naomi non avrebbe potuto fare altrettanta strada?

Dopo aver visto stanotte Naomi accendere la fiamma olimpica mi sono chiesto se il suo team non avesse spinto sull’acceleratore di una mossa magari sentita ma forse non così determinata, pensando di ampliare la risonanza di ciò che ruota attorno a Naomi. Tanti sponsor, tanti soldi.

E qui in Giappone, sarà forse perchè Djokovic viene considerato superfavorito nel torneo maschile e sarà certo perché Naomi è giapponese, e ora più giapponese che mai (ricorderete che quando per legge ha dovuto scegliere un solo passaporto, quello giapponese, c’erano state grandi incertezze per lei cresciuta negli Stati Uniti e poco a suo agio con il giapponese al punto da preferire rispondere in inglese), fatto sta che ancora prima della cerimonia olimpica, le copertine sui magazine e i servizi sulle varie TV, erano molto di più su lei che su Novak.

Ripeto, per non dare adito a dubbi. Forse lei ha sempre detto il vero, ma i suoi agenti hanno cercato di cavalcare l’onda e a giudicare dai risultati di notorietà, dopo che forse all’inizio sembravano aver fatto una topica, forse oggi possono pensare di averla azzeccata. Naomi è magari criticata da qualcuno che non le crede, ma in termini di popolarità è diventata ancora più famosa.

Per quanto mi riguarda, proverò a chiederle questo – anche se dubito che avrò una risposta diretta (più facile che mi dica “Voglio concentrarmi su questa Olimpiade…”): “Ma ti senti meglio, se non guarita, dopo i problemi che ci hai denunciato due mesi fa? Perché, sai, qui la pressione mentale su te mi sembra molto più forte di quanto avrebbe potuto essere a Parigi…”. Figuriamoci se non trova modo di svicolare. IMG l’avrà certo istruita.

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ATP

Vit Kopriva stupisce ancora: è in semifinale all’ATP di Gstaad

Il tennista ceco conferma la bella vittoria con Shapovalov lasciando un solo game a Ymer. Gaston annulla 4 match point a Garin

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La vittoria su Denis Shapovalov negli ottavi di finale non è stata un caso. Il 24enne Vit Kopriva è l’uomo della settimana all’ATP 250 di Gstaad. Il tennista ceco ha vinto i match di qualificazione per il torneo svizzero e ha potuto fare il suo debutto in un evento ATP. Nel suo primo quarto di finale in carriera nel circuito maggiore, sfidava il classe 1998 Mikael Ymer. Il giovane svedese aveva tutti i favori del pronostico, ma è entrato in campo con un atteggiamento molto remissivo. Kopriva invece, forte della striscia di vittorie inanellata negli ultimi giorni, ha dominato la partita, soprattutto con il dritto. Ymer non ha avuto la pazienza necessaria per tenere il palleggio e non è mai entrato nel match.

Kopriva ha chiuso 6-1 6-0 in appena 51 minuti. È il secondo giocatore che nel 2021 riesce a raggiungere le semifinali al suo primo torneo ATP (Juan Manuel Cerundolo ci arrivò a Cordoba). L’ultimo a farcela fu Attila Balazs a Bucarest 2012.

La semifinale della parte bassa del tabellone vedrà incrociare le racchette Hugo Gaston e Laslo Djere. Il giocatore francese, già messosi in mostra lo scorso autunno al Roland Garros, ha infiammato il match contro lo specialista Christian Garin, sconfitto nei quarti di finale anche una settimana fa a Bastad. Il cileno, quarta testa di serie, ha sprecato un break di vantaggio nel terzo set (conduceva 4-2) e ha anche servito per il match sul 5-4. Nel tie-break Gaston è riuscito ad annullare 4 match point, chiudendo 13-11 il gioco decisivo. Anche per lui sarà la prima semifinale nel circuito maggiore.

 

Djere è invece arrivato nel penultimo atto di un torneo ATP per la terza volta nel solo 2021 (sempre sul rosso). Anche lui ha vinto al terzo set, contro il francese Rinderknech. Djere non ha mai perso il servizio in tutto il match, ma dopo aver chiuso 6-4 il primo ha ceduto il tie-break della seconda frazione al numero 100 ATP. Ha dimostrato una certa sicurezza a inizio terzo parziale, nonostante i suoi turni siano stati sotto attacco per due volte di fila. Un nastro fortunoso che gli ha accomodato la palla sul match point gli ha dato la vittoria finale.

In chiusura di programma Casper Ruud ha superato in 3 set Benoit Paire, apparso comunque in netta ripresa come attengiamento in campo. Il norvegese continua la sua eccellente estate sul rosso dopo la vittoria nell’Open di Svezia a Bastad la scorsa settimana. Affonterà Kopriva in semifinale

Risultati:

[Q] V. Kopriva b. M. Ymer 6-1 6-0
[3] C. Ruud b. [6] B. Paire 6-2 5-7 6-3
H. Gaston b. [4] C. Garin 6-4 1-6 7-6(11)
[7] L. Djere b. A. Rinderknech 6-4 6-7(5) 6-4

Il tabellone completo

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