Vika Azarenka, la campionessa nata due volte

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Vika Azarenka, la campionessa nata due volte

La ‘nuova’ Vika Azarenka è una campionessa ritrovata, dopo essere stata a un passo dal ritiro

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Credere in se stessi, sempre. Banale, certo, ma non così scontato. Per Vika Azarenka, questo concetto apparentemente semplice ma essenziale è un mantra che ne ha scandito l’intera esistenza. Se c’è un’atleta che possiede una fiducia incrollabile nelle proprie possibilità è proprio Vika. Ragazza apparentemente algida ma dal fare cortese, la campionessa bielorussa non è poi cosa fredda (anzi, tutt’altro!) ma possiede invece una volontà d’acciaio. Azarenka ha 31 anni e vanta una carriera ormai lunga ma, soprattutto, tennisticamente è nata due volte. Di questo sono capaci solo i fuoriclasse, ovvio, ma in particolare coloro che sono profondamente convinti di poter intraprendere e completare il percorso della risalita. Volli e fortissimamente volli, questo il motto che accompagna la rinascita di Vika Azarenka.

L’ASCESA ALL’OLIMPO DEL TENNIS – Eh sì, perché la campionessa bielorussa, dopo essere stata una delle regine indiscusse del circuito tra il 2012 e il 2013 e (tra alti e bassi) fino al 2016, conosce poi un periodo di grande crisi. Con il suo tennis esplosivo, a tratti inarrestabile, Azarenka si afferma tra le grandi vincendo il suo primo Slam a Melbourne (2012) dopo aver vinto titoli importanti già nel 2009 e nel 2011 (due volte il torneo di Miami, rispettivamente contro Serena e Sharapova). In quella magica estate australiana, Vika sbaraglia tutte le avversarie e vince il torneo facendo un sol boccone di Maria Sharapova in finale, totalmente inerme di fronte al tennis dominante – e anche chirurgico – dell’avversaria. Vittoria che le vale la prima posizione mondiale. Nello stesso anno si issa in finale allo US Open, fermata da Serena in tre set.

Il momento magico continua anche nel 2013, con il secondo sigillo in Australia (batte Li Na in una finale al cardiopalma) e il raggiungimento di un’altra finale newyorkese, ancora persa contro Serena Williams al terzo set. Poi alti e bassi, tra infortuni e cambio di allenatore, fino alla storica doppietta Indian Wells – Miami nel 2016 ottenuta battendo in finale prima Serena e poi Kuznetsova (terza tennista a realizzarla dopo Steffi Graf e Kim Cljisters).

 

Ma il trofeo più bello per Victoria giunge il 19 dicembre 2016, quando nasce Leo, il bimbo avuto dal compagno statunitense Billy McKeague. I due si separano alcuni mesi dopo e comincia una lunga battaglia giudiziaria per la custodia del piccolo, voluta dall’ex compagno, che costringe Vika a mettere in pausa la carriera tennistica per l’impossibilità di lasciare il suolo americano. Salta dunque tutta la stagione 2017 per riprendere infine le gare nella primavera del 2018.

COMEBACK DIFFICILE E RINASCITA – La ripresa si rivela però complicata e tutta in salita. Ritrovare il tennis ‘di ritmo’ che l’aveva fatta schizzare in cima alla classifica non è scontato. Sono due anni di tante sconfitte e qualche rara vittoria. Nel 2018 giunge in semifinale a Indian Wells e nel 2019 disputa la sua prima finale dopo tre anni, a Monterrey. Poi non gioca più dallo US Open 2019 fino al marzo del 2020. La stagione comincia maluccio, con due sconfitte a Monterrey (prima della pandemia) e Lexington, alla ripresa. Poi, improvvisamente, scatta qualcosa.

Dopo aver più volte considerato l’idea di ritirarsi definitivamente dal circuito, la bielorussa fa un ultimo tentativo, supportata dal nuovo coach, il giovane francese Dorian Descloix. Terminato il riposo forzato dovuto alla pandemia, quella che scende in campo in agosto per il torneo di Cincinnati (ma sui campi di New York) è una giocatrice il cui fuoco dentro brucia di nuovo. Tenuta atletica eccellente, timing perfetto nel colpire la palla, una ritrovata profondità e pesantezza di colpi, siluri che schizzano vicino alle righe. Insomma l’ex n. 1 del mondo gioca di nuovo da numero 1. Niente da fare per Donna Vekic, Caroline Garcia, Alizé Cornet e Ons Jabeur, tutte sconfitte in due set. In semifinale, contro Johanna Konta, la bielorussa fatica di più; perde il primo set, rimonta e la vittoria è sua al terzo. In finale, Naomi Osaka, infortunata, dà forfait. Dopo tre anni e mezzo, la Azarenka solleva nuovamente un trofeo, per giunta in un Premier 5. Ma non finisce qui.

I campi di Flushing Meadows, che tanto le hanno sorriso negli anni passati, le portano ancora fortuna. Vika continua imperterrita la sua corsa e si ripresenta pressoché ingiocabile contro Barbara Haas, Aryna Sabalenka e Iga Swiatek (che poi vincerà a sorpresa il Roland Garros). Karolina Muchova la trascina al terzo ma Vika non si scompone; rimonta e vince. Nasconde la palla e Mertens ai quarti e in semifinale travolge Serena Williams alla distanza, vincendo al terzo set. Dodici vittorie di fila per lei, con un tennis che ricorda da molto vicino quello espresso nel 2012 e nel 2013. Vika è una roccia in campo, è tornata a coniugare le giuste misure e la spinta perfetta con le gambe e il resto del corpo. Senza contare la solidità mentale prolungata, che le permette di essere più lucida e nettamente superiore alle avversarie – la vediamo spesso chiudere gli occhi e isolarsi, in panchina, sull’obiettivo da cogliere in campo.

All’ultimo round, però, contro Naomi Osaka – che stavolta scende in campo – forse paga lo scotto di un tale tourbillon e della lunga tensione mentale. Dopo averla stordita nel primo parziale con un rapido 6-1, Vika esaurisce benzina e lucidità e cede alla giapponese per 6-1 3-6 3-6. Il filotto delle 12 vittorie si interrompe ma Vika è comunque raggiante. Per lei è la quinta finale slam in carriera. Protagonista di un comeback da sogno, ritorna in Top 15. Ma, soprattutto, a 31 anni, può ancora considerarsi tra le più forti del circuito. Nonostante il rapido passaggio dal cemento alla terra, a Roma si issa ai quarti di finale – fermata da Muguruza (che disputerà la finale). Non va oltre il secondo turno al Roland Garros ma, nell’ultimo suo torneo della stagione, a Ostrava, si regala un’altra finale (contro la connazionale Sabalenka, che vince il torneo).

In una stagione difficile, quasi surreale, dopo aver ritrovato la serenità nella vita privata, indispensabile per vincere, Vika Azarenka dimostra di poter ancora “graffiare” le avversarie. Chiude l’anno al n. 13 del ranking WTA, tennisticamente rinata e forgiata dall’esperienza accumulata negli anni, che si manifesta anche nei suoi post Instagram, che sfrutta per condividere (oltre ad alcuni momenti della sua vita quotidiana) pensieri sull’importanza di avere fiducia in se stessi, senza mai dimenticare che niente è impossibile. Prima tennista, poi mamma, quindi tennista e mamma: se lo dice una roccia come Vika, possiamo crederci.

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Australian Open

Aslan Karatsev, l’anello mancante del tennis russo

Il n. 114 del mondo ha viaggiato per cinque nazioni prima di incontrare il coach giusto. Rimpianti per un exploit così tardivo? Tutt’altro. “Sono stato molto fortunato”

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Aslan Karatsev - Australian Open 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Se prima del torneo qualcuno avesse previsto due tennisti russi in semifinale agli Australian Open 2021 non ci sarebbe stato granché di strano. Al massimo lo si poteva tacciare di eccessivo ottimismo filo-russo, ma niente di più. Del resto si tratta sempre della nazione fresca vincitrice dell’ATP Cup che può contare su tre tennisti tra i primi 20 del mondo. E infatti ad aver raggiunto questo traguardo sono proprio due giocatori che qualche settimana fa hanno alzato al cielo il trofeo per nazioni targato ATP battendo in finale l’Italia, ma uno dei due non risponde al nome che tutti si aspetterebbero. Quella squadra era composta dal n. 4 Daniil Medvedev, il n. 10 Andrey Rublev, il n. 114 Aslan Karatsev e il n. 123 Evgeny Donskoy. È evidente come la Russia al momento presenti un buco tra i giocatori di vertice e quelli fuori dalla top 100; insomma mancano quelli di medio livello che orbitano tra la 40° la 70° posizione del ranking capaci ogni tanto di portare a casa un ATP 250 e, perché no, piazzare anche un exploit in uno Slam.

Ecco, finalmente la Russia sembra aver trovato questo anello mancante e ce l’ha sempre avuto sotto il naso: il suo nome è Aslan Karatsev, 27 anni, fresco semifinalista degli Australian Open. Di tutti i suoi record messi a segno grazie a questo storico traguardo (ne citiamo solo uno per dovere di cronaca: primo giocatore dell’era Open ad aver raggiunto una semifinale Slam al debutto in un major) abbiamo già scritto in questo pezzo. In questa sede vogliamo raccontarvi qualcosa il più sul personaggio che sta dietro a questi numeri.

Aslan Kazbekovich Karatsev nasce il 4 settembre 1993 a Vladikavkaz, piccola città russa al confine con la Georgia, da genitori di discendenza ebraica. In particolare è il nonno materno ad essere ebreo e quando Aslan ha soltanto tre anni tutta la famiglia si trasferisce proprio in Israele.

 

Inizia a muovere i primi passi tennistici nella città di Giaffa, imparando anche l’ebraico, sua seconda lingua dopo il russo. A 12 anni torna in terra natia insieme al padre trasferendosi a Tanganrog, città portuale che si affaccia sul Mar Nero. Qui le cose iniziano a farsi serie, tanto che Karatsev riesce a trovare uno sponsor che gli permette di allenarsi con maggiore libertà economica. A 18 anni si trascerisce ancora, questa volta in direzione Mosca. Nella capitale russa Aslan inizia una collaborazione con Dimitri Tursunov e lì, considerando il talento che pian piano sta emergendo, viene aiutato a raggiungere la Germania per perfezionare la sua preparazione.

Per la precisione, a 21 anni Karatsev si reca ad Halle e questo ennesimo trasferimento ci offre un primo spunto per capire qualcosa del suo carattere. “Tutto sembrava andare bene e c’erano buoni allenatori, ma non era così per me. Non mi piaceva quella situazione. Per me non ha funzionato, lì ha ammesso il giocatore russo in un’intervista rilasciata lo scorso ottobre a gotennus.ru. Per bilanciare i due anni non troppo felici passati sotto il rigore tedesco, Karatsev decide quindi di provare uno stile completamente opposto e si reca a Barcellona. Neanche il passaggio al calore mediterraneo sembra giovare particolarmente ai suoi risultati; il russo riesce a stare solo a singhiozzo tra i primi 200 giocatori del mondo. Il primo ingresso, alla posizione n. 168, avviene nel marzo 2015 grazie al primo titolo Challenger della carriera vinto sul cemento di Kazan, Russia, ma negli anni successivi fatica a ripetersi a quel livello.

Qui i primi veri ostacoli iniziarono a posizionarsi sul cammino di Karatsev: “C’è stato un periodo di difficoltà per me perché ero infortunato e dopo aver recuperato da quel problema ho ricominciato a giocare ad inizio 2017. Ho però sentito subito dolore al ginocchio. Sono rimasto fermo quasi tre mesi ed è stato il momento più duro della mia carriera”. I periodi di magra sono comunque bilanciati da exploit che lasciano intravedere qualcosa, come i tre titoli Futures vinti tra dicembre 2017 e gennaio 2018 o le numerose finali giocate consecutivamente sempre a livello ITF sul finire del 2018. Questi risultati appena elencati vengono realizzati da un ragazzo ormai ‘adulto’, un 25enne giramondo che aveva avuto un assaggio di diverse culture ma che ancora non è riuscito a trovare il suo equilibrio. È difficile che un tennista a quell’età possa fare dei notevoli progressi a livello di gioco, mentre è più probabile che il miglioramento avvenga sul piano mentale. Spesso, affinché ciò accada basta trovare il giusto luogo dove allenarsi o le giuste persone con cui farlo. Karatsev ci ha messo parecchio, ma alla fine ha trovato entrambe le cose.

Riprendendo il filo del suo peregrinare, dopo la Germania e la Spagna il tennista russo opta per una via di mezzo: Minsk, capitale della Bielorussia, città di stampo sovietico ma volta alla modernità. Qui trova anche un allenatore capace di tirar fuori il meglio da lui: Yahor Yatsyk, figura forse sconosciuta persino alla maggior parte degli addetti ai lavori, ma che fa decisamente al caso suo. Lui è l’uomo giusto per me. Mi ha aiutato molto, soprattutto sulla parte mentale, nel credere maggiormente in me stesso e nel mio stile di gioco. Poi ovviamente anche sull’aspetto tecnico. Mi piace lavorare con lui. Viviamo a Minsk e ci alleniamo lì” ha spiegato Karastev nella conferenza post-vittoria su Grigor Dimitrov. La collaborazione prosegue ormai da tre anni e il team è completato dal preparatore atletico “Luis dal Portogallo”.

La semifinale raggiunta all’Australian Open provenendo dalle qualificazioni è sì un risultato straordinario, ma la sua ascesa era già iniziata, benché a livello più basso, sul finire della stagione 2020. Nel post-lockdown ha infatti ottenuto i migliori risultati della sua carriera: in estate due titoli Challenger sulla terra rossa della Repubblica Ceca e in autunno il secondo turno sia all’ATP 500 di San Pietroburgo che in quello 250 di Sofia. Questo, oltre a una capacità di adattarsi a diverse superfici, fa capire come la fiducia che lo ha portato a vincere cinque incontri consecutivi a Melbourne arrivi da lontano.

Chi in vita sua si sia allenato, per un certo periodo, in cinque nazioni diverse ha chiaramente bisogno di stabilità e serenità in un dato luogo, ed è proprio Karatsev a confermarlo.Credo che la chiave stia nel trovare il giusto team e il giusto coach come l’ho trovato io. Sono stato molto fortunato“. Sì, ha utilizzato proprio il termine ‘fortunato’ per descrivere un incontro avvenuto quando lui aveva 24 anni e molti tennisti, in assenza di risultati tangibili, si sarebbero già ritirati da tempo. “Ci siamo incrociati in un torneo Futures e ci siamo detti ‘Va bene, proviamo a lavorare assieme’. E niente, credo sia davvero una grande fortuna cha l’abbiamo fatto e ora ho un ottimo team intorno a me”.

Il nostro Luca Baldissera, in una delle dirette Facebook con Vanni Gibertini, l’ha definito “un misto tra Nikolay Davidenko e Marat Safin per gli anticipi semi-piatti del primo e la potenza pura del secondo”, e se a questo misto ci aggiungete anche un pizzico di fortuna (per sua stessa ammissione) e tanta fiducia nei propri mezzi (quasi del tutto carente nelle giovani-vecchie promesse NextGen) ecco a voi Aslan Karatsev.

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Francesca Jones: “Sarebbe fantastico continuare a giocare gli Slam, ma…”. E intanto vince la prima partita in WTA

La riconoscenza per il lavoro fatto da Tennis Australia, gli errori di Hawkeye e il futuro prossimo secondo la ventenne affetta da una rara patologia malformativa. Che nel frattempo ha festeggiato la prima vittoria nel circuito maggiore

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Non è andato benissimo l’esordio Slam di Francesca Jones, brillantemente uscita dalle qualificazioni a dispetto della malformazione alle mani e ai piedi. Sconfitta 6-4 6-1 da Shelby Rogers, Francesca ha analizzato lucidamente l’incontro. “Non ho cominciato bene, ma poi sono entrata in partita. Ho sentito che il mio tennis era pari al suo in certi momenti, probabilmente migliore quando gli scambi si allungavano. La grossa differenza è che lei ha un gran servizio e, per me, un solo errore può cambiare l’inerzia a questi livelli” spiega la ventenne n. 245 WTA. “È qualcosa a cui devo abituarmi e ne sarò consapevole la prossima volta che mi troverò a giocare un torneo come questo”.

Non mancano le parole di apprezzamento per l’organizzazione. “È fenomenale che Tennis Australia sia riuscita a far disputare il torneo. È assolutamente un grande esempio per ogni altro evento sportivo nel mondo. Chissà quando avrei potuto giocare il mio primo tabellone principale di uno Slam se Tennis Australia non avesse spinto per farlo”. La sua storia ha fatto il giro del mondo nelle ultime settimane e Francesca è felice per i tantissimi messaggi di sostegno ricevuti. Intanto, cosa rimane di questa esperienza? “Analizzerò con calma il match insieme al mio allenatore, ma credo di aver provato che posso competere a questo livello e adesso si tratta di accumulare quanti più match possibili contro giocatrici come Shelby o anche di livello superiore.

C’è stato un episodio “dubbio” (virgolette necessarie perché in realtà non c’è nulla di dubbio) quando Jones era al servizio nel secondo set, sotto 0-1 e 0-30. Il rovescio di Shelby è lungo di un buon mezzo metro e l’out di Hawkeye live arriva con un po’ di ritardo, per un istante rassicurando Francesca, che viene però immediatamente trafitta dallo 0-40 annunciato dall’arbitro. Beffarda l’immagine digitale che mostra una palla fuori, ma non è quella giusta: è dal lato inglese ma nel corridoio (sul colpo lungo di Shelby, Jones ha rimandato in rete e la palla è ricaduta in corridoio, appunto).

“Non so chi sia responsabile del sistema, ma è estremamente discutibile. Ho visto il replay, non so se fosse Eurosport, era chiaramente fuori. Un enorme cambio di inerzia, ma non starò qui a usare un punto come scusa per il match. Ho visto un altro paio di errori, uno con Evans e Coric. Preferisco l’errore umano e capisco perché venga usato questo sistema, ma deve essere rivisto”. Si dice abitualmente che l’arbitro non possa cambiare la chiamata elettronica, ma non è del tutto vero: succede qualche volta, quando il “falco” non rileva la palla perché troppo lunga, di diversi metri.

Mentre aspettiamo allora che le regole definiscano con precisione il limite di intervento dell’arbitro (cinque metri, overrule; mezzo metro, no; due metri?), torniamo a Francesca, alla quale non piace riposare sugli allori. “Spero che questa bellissima esperienza mi possa aiutare in futuro, se mai mi troverò al Roland Garros o a Wimbledon. Però so da dove vengo e dove sto andando; sarebbe fantastico continuare a giocare negli Slam, ma non è realistico. Tornerò ad allenarmi, a dare tutto ogni singolo giorno sperando di farmi rivedere al più presto, ma nel frattempo continuerò a bussare a qualunque porta mi troverò davanti.

 

LA PRIMA VITTORIA – Una porta intanto si è già aperta, o meglio l’ha aperta Francesca meritandosi sul campo la prima vittoria nel circuito maggiore al primo turno del Phillip Island Trophy, torneo di categoria WTA 250 che nel frattempo ha preso il via sui campi periferici di Melbourne Park e si disputerà in contemporanea alla seconda settimana dell’Australian Open. Francesca ha vinto l’unico turno di qualificazione (avversaria Niculescu) e al primo turno del main draw ha battuto l’undicesima testa di serie Saisai Zheng, per il primo hurrà nel circuito WTA. Il suo cammino si è interrotto al secondo turno contro la rumena Patricia Maria Tig, ma il bilancio della trasferta australiana – quali comprese! – non può che essere, comunque, estremamente positivo.

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Flash

Tu nel tabellone dell’Australian Open: tutto vero. Ma non sei tu, è Li, l’uomo senza classifica

Non è un refuso e neanche un casting: a sfidare Feliciano Lopez sarà la 24enne wildcard australiana Li Tu. Senza ranking ATP, ha ottenuto l’occasione delle vita. E 100.000 dollari per ripartire

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Il tennista australiano Li Tu (Fonte: https://blog.universaltennis.com)

Scorrendo il tabellone principale del singolare maschile, forse qualcuno si sarà soffermato con curiosità sulla casella che riporta il nome TU. Non si tratta di un refuso o di un casting in chiave tennistica: il match di primo turno sarà proprio Tu-Lopez. L’avversario del 39enne spagnolo sarà infatti l’australiano Li Tu, nome molto probabilmente sconosciuto alla gran parte degli appassionati. E non è strano: se infatti andiamo a vedere i risultati a livello ATP del 24enne aussie, attualmente senza ranking ATP, scopriamo che il suo best ranking di n. 1188 risale al novembre 2014 ed il suo miglior risultato sono i quarti di finale raggiunti in un ITF 15K in Australia sempre nel 2014. Anno, questo, anche dei suoi ultimi incontri ufficiali, in un circuito Future in Croazia. Ma allora, come mai un 24enne senza classifica ATP ha ottenuto una wild card in uno Slam?

Facciamo un passo indietro e raccontiamo brevemente la sua storia. Li Tu, grande promessa a livello giovanile, come è capitato a molti junior ha incontrato molte difficoltà nel passaggio al tennis professionistico. “Non ero abituato a perdere da junior. Questo ha influito sulla mia autostima e sul mio modo di allenarmi” ha raccontato di recente. Difficoltà che lo hanno portato a ridefinire le sue priorità, decidendo di concentrarsi sugli studi universitari ed anche sulla carriera di coach a livello giovanile. Con ottimi risultati, dato che alcuni dei suoi allievi si sono fatti notare nelle varie categorie, dagli under 14 agli under 18, a livello nazionale. Questo gli ha permesso di tenersi in allenamento, ma anche – osservando i match dei suoi ragazzi – di rianalizzare la sua carriera e rivedere le sue convinzioni di un tempo. “Ho capito che la differenza tra vincere e perdere spesso la fanno un paio di punti. E questo non deve influire sul giocatore. Certo, si provano sensazioni migliori quando si vince, ma ho capito che non bisogna sentirsi sconfitti perché si perde una partita. Bisogna guardare avanti“.

Un cambio di mentalità che lo ha spinto a darsi un’altra occasione, tanto da decidere di partecipare ai tornei UTR Pro Tennis Series, i tornei di esibizione organizzati dalla Federazione Australiana per consentire ai giocatori australiani di proseguire l’attività agonistica durante il lockdown e anche dopo, per chi aveva deciso di rinunciare ad uscire dal paese dopo la ripartenza del circuito. Gli stessi, per capirci, che hanno permesso a Thanasi Kokkinakis di ritrovare la confidenza con il tennis giocato e addirittura riassaporare il gusto della vittoria. Quello che non gli era riuscito quando era un teenager di belle speranze, gli è riuscito stavolta: scorrendo i risultati di Li Tu nel sito della UTR, sono più di una mezza dozzina le vittorie ottenute negli ultimi mesi del 2020 contro giocatori classificati tra i primi 700 del mondo, come quelle su Blake Mott (attuale n. 481 ATP) e Thomas Fancutt (n. 562). “Non posso credere che siano passati solo cinque mesi da quando ho deciso di riprovarci sul serio” aveva dichiarato a dicembre ad un quotidiano locale. “Ho ottenuto dei risultati incredibili sul finire dell’anno”.

 

Ma la ciliegina sulla torta doveva ancora arrivare, con la vittoria di un paio di settimane fa in un altro torneo di esibizione contro il n. 125 del ranking, Marc Polmans. Ennesimo bel risultato che non è passato inosservato e gli ha già permesso di realizzare un sogno: l’esordio in un tabellone ATP, grazie alla wildcard al Murray River Open di questa settimana, uno dei due ATP 250 di preparazione all’Australian Open che si disputano a Melbourne. Esordio più che dignitoso, considerato che è uscito sconfitto per 6-4 7-6 dopo una bella battaglia contro il portoghese Pedro Sousa, n. 108 ATP.

IL PRIMO SLAM – A stretto giro è arrivata la conferma dei rumors che giravano da qualche giorno: Tennis Australia ha deciso di assegnare proprio a Tu la wildcard per il tabellone principale dell’Australian Open rimasta vacante dopo la rinuncia di Andy Murray, impossibilitato a raggiungere l’Australia in tempo, considerando l’obbligo di quarantena, dopo la positività al coronavirus. Una decisione che oltre a permettere a Li Tu di realizzare quello che è uno dei grandi sogni di qualsiasi tennista, giocare in uno Slam, avrà anche altre (positive) ricadute.

A partire da quelle economiche: la sola partecipazione gli varrà un prize money di 100.000 dollari. Per capire cosa significhi per il Li Tu tennista, i suoi guadagni a livello di tennis professionistico prima dello scorso anno ammontavano a poco meno di 5.000 dollari, i risultati nel circuito UTR gli erano valsi 20.000 dollari, l’eliminazione di questa settimana all’ATP 250 altri 2.700 dollari. Insomma, significa tanto. Ma il primo turno in un Major porta in dote anche 10 punti per la classifica ATP, che significherà il ritorno in classifica dopo più di sei anni e un best ranking attorno alla posizione n. 1000. Se poi ci scappasse la sorpresa contro Feliciano Lopez – che a Melbourne aggiungerà una tacca, la 75°, al suo record di presenze consecutive negli Slam, ma che lo scorso anno è stato sempre eliminato al primo turno – i punti sarebbero ben 45 (e il ranking potrebbe spingersi sino circa alla posizione 600).

Ma c’è anche dell’altro. Ed è probabilmente la cosa che più sta a cuore a Tu, considerando che aveva deciso di intraprendere la carriera di allenatore giovanile e a giudicare da quanto dichiarato la scorsa settimana ai media australiani, quando si era iniziato a vociferare della sua possibile partecipazione allo Slam Down Under. “Voglio essere un esempio per gli juniores che stanno crescendo. Io ho 24 anni, e ci sono ragazzi che all’età di 15-16 anni pensano di avere ancora poco tempo a disposizione… vincere e perdere non è tutto a quell’età.Ben fatto, Li Tu. O, come direbbero da quelle parti, good on ya mate!

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