Storie di rivalità: Federer o Nadal, Evert o Navratilova, McEnroe o Borg. Oppure 1+1=1

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Storie di rivalità: Federer o Nadal, Evert o Navratilova, McEnroe o Borg. Oppure 1+1=1

Testa o croce? Pari o dispari? SInner o Musetti? Agassi o Sampras? Quale delle due Kessler? Non sempre bisogna scegliere: a volte 1+1 fa sempre 1.

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Bjorn Borg e John McEnroe (foto via Twitter, @Wimbledon)

Beatles o Rolling Stones? Lennon o McCartney? Si narra che Paul McCartney avesse rubato le note agli dei. John Lennon, derubato, lo chiamò per suonare nella band da lui formata. Qualcosa da suonare alla chitarra il test. Dopo nemmeno un minuto, pur sapendo cosa rischiava, John non ebbe dubbi e il giovanissimo Paul divenne un Quarryman e quindi un Beatle. Poi il suo alter ego. Lennon/McCartney divenne firma unica. Contrapposizioni, schieramenti, divisioni. Ma davvero son tali o semplici necessarie parti dell’Uno? Armonia dei contrari. Non nacque forse il Big Bang dal silenzio? Non è forse il bianco l’assenza di colori e il nero la loro somma? Un tunnel è tale se in fondo vi è la luce, l’alba regge sempre un tramonto, la quiete la tempesta.

Chris Evert, l’eleganza di un nuovo tennis. Gesti morbidi, femminilità, esponente del nuovo rovescio bimane. “Two Handed Backhand killed the Classic Stars”. Giocatrice dalla regolarità imbarazzante, pressoché imbattibile sul rosso, sarebbe divenuta una delle tenniste che più hanno ispirato le generazioni a venire. Impossibile da imitare la sua antagonista, rivale e nemesi Martina Navatilova. Tennis estroso e capriccioso il suo, ben presto affinatosi in un serve and volley di classe e potenza mai eguagliata in campo femminile. Evert la lineare elegante compostezza, Navratilova il frastuono del genio. Melodia vs Jazz Core. Si incontrarono 80 volte, 43 a 37 per Martina, 18 Slam a testa, la più grande rivalità che il tennis femminile ricordi. La differenza di stili, volée contro passante, attaccante contro regolarista, la sceneggiatura del match perfetto. Kubrick, Lynch, Kurosawa o Tarantino? Bolognese o genovese, fiorentina o milanese? Bianco o rosso? Londra o Berlino, Borges o Calvino? La mamma o il papà? Gassman non volle bene a Carmelo.

Martina Navratilova e Chris Evert – Wimbledon 1978 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Dove non arriva il divino sopperisce il lavoro. Roger Federer diede il buongiorno al mondo agitando una racchetta. Nessuno ebbe dubbi sul suo futuro. Tennista immenso, collante tra il tennis che era e quello che sarebbe stato, avrebbe potuto essere ancora di più se per una parte della sua carriera non avesse dovuto competere con avversari che non lo hanno spinto a migliorarsi per manifesta inferiorità. Il Dio del tennis per non sprecare simil talento gli mandò Nadal. Rafa nacque destro, ma lo zio lo impostò tennisticamente mancino. Gli creò una uncinata di diritto che mandava i destri a giocare nei teloni sul lato del rovescio. Fisico ipertrofico, atteggiamenti e agonismo da lottatore, mano comunque educata che con allenamento ed esperienza sarebbe diventata negli anni sempre più una caratteristica non secondaria del suo gioco. I due avevano tutto per dar spazio ai media per costruire una rivalità.

Personalità e tecnica agli antipodi. Roger elegante nei gesti e nel vestiario, fisico del tennista perfetto, magro, muscolato il giusto, leggero ed elastico. Da decatleta il fisico di Rafa come appariscente i gesti e il look. I match tra i due agli inizi avevano uno schema fisso: Nadal che schiaccia nell’angolo Federer martellandogli il rovescio e questi che si intestardisce ad affrontarlo frontalmente finendone sommerso. Roger avrebbe poi capito che fare a pallate con Rafa aspettando lo spiraglio per lasciare andare il diritto e venirne fuori era dare testate ad un muro. Messa a punto la sua versione di tennista contro balzo-rete, avrebbe risistemando gli equilibri, dando vita a match decisamente meno scontati nelle dinamiche e spesso memorabili, come la finale agli Australian Open del 2017.

L’abbraccio tra Roger e Rafa dopo la finale a Melbourne del 2017

In questa rivalità non è riuscito ad infilarsi Djokovic pur essendo dei tre quello con più vittorie all’attivo negli scontri diretti e con buone possibilità di battere il loro record di vittorie negli Slam. Non che non abbia titoli, personalità e qualità, Djoko, o che si possa negare una rivalità con gli altri due, ma quella di Fedal è troppo radicata da poter essere in breve tempo estirpata o ammetterne altre di pari grado. Il tempo metterà forse le cose al proprio posto. L’uomo ha bisogno di eroi e abbattere i totem non è mai facile insegna Freud. Federer e Nadal sono anche amici, la rivalità è essenzialmente costruita e alimentata ad arte dai media. Scatenare tifoserie è utile al marketing e al sistema tennis tutto. Indubbio è che la presenza dell’uno abbia aiutato a fare dell’altro un tennista migliore.

Sergio Leone faceva del cavaliere solitario il proprio bounty killer. Sguardo fiero, sprezzante, magnifico Eastwood, come sprezzanti le pistole del punk della Westwood. Sampras comparve sulla scena del tennis facendosi affibbiare il nomignolo di “pistol” Pete. Facendo fuori prima Lendl e poi McEnroe, spazzò via i protagonisti del decennio precedente intascando uno Slam come taglia. Con calma avrebbe raccolto anche le taglie di Becker ed Edberg e della loro “volleatoria” rivalità, ben avviando una carriera che lo avrebbe portato a vincere 15 Slam. Ebbe come primo avversario Goran Ivanisevic, ma fu una brevissima rivalità. Goran lo seguiva a ruota per talento, ma la testa gli andava per fatti suoi. Sarebbe stato un avversario più credibile Jim Courier, ma la sceneggiatura aveva già il nome dell’antagonista: Andre Agassi.

Come avvenuto anni dopo per Federer e Nadal, Pete ed Andre erano agli antipodi in tutto: tipo di tennis, stile, look, atteggiamenti. Innescavano un immaginario completamente differente. Come sarebbe accaduto con Rafa e Roger, era quello più classico e sobrio apparente bravo ragazzo ad essere più estroso in campo. Agassi avrebbe avuto miriadi di imitatori, lanciato mode, idolo dei bambini e dei neotennisti come anni dopo Nadal. Pete ne ebbe decisamente meno anche per il suo tennis di difficile serialità. Uno di questi si chiamava Roger Federer che ne ebbe ammirazione tale da scegliere anche lo stesso modello di racchetta. Shapovalov e Tsitsipas ringraziano i due giganti di essere esistiti, come prima fatto da Dimitrov ed ora da Musetti. Che il tennis li abbia in gloria per non disperdere il filo di questa narrazione.

 
Sampras e Agassi – US Open 1990

“La Grande Bellezza” è figlia de ”La Bella Vita” o solo parenti o semplici amici? L’ambient moderno è nipote della musica da arredamento della prima metà del ‘900? Una epopea è riproducibile dando il ruolo di protagonisti a nuovi attori? Panatta e Barazzutti, Pennetta-Vinci barra Schiavone, Sinner e Musetti, il futuro italiano che sa di presente. Ingredienti a sufficienza per creare dicotomia. Esce veloce la palla a Sinner dai piedi veloci sulla linea di fondo, nuovo step di tennis moderno senza fronzoli, sbrigativo fatto di botte veloci ed anticipate. Non fa mai due colpi uguali di fila Musetti, prendendo quel che gli gira dal suo baule pieno del completo repertorio del tennis. Rovescio bimane Sinner, ad una mano Musetti, diversissimi anche esteticamente. Vinceranno cosa? Chi di più? E Berrettini? Divisi i tavoli dei bar dei circoli le fazioni. I due sono amici e si rispettano non disdegnandosi supporto e complimenti. I giovani han sempre qualcosa da insegnare.

John McEnroe e Bjorn Borg, la madre di tutte le rivalità. In realtà la cosa riguardava più John, Bjorn, avremmo scoperto poi, era già troppo impegnato a gestire la rivalità con se stesso. Borg era bello ed invincibile, icona assoluta del tennis, inscalfibile mentalmente, atleta perfetto. McEnroe gli si pose al cospetto da bambino capriccioso genio della racchetta. Il ritiro di Borg sarebbe stato per lui la fine di una parte di sé stesso. L’avrebbe salvato la rivalità con Ivan Lendl. I due si detestavano ed ognuno avrebbe preferito qualsiasi supplizio pur di non perdere dall’altro. Purtroppo per loro ognuno avrebbe dato e preso batoste e che nessuno mai nomini con McEnroe nei paraggi, la finale di Parigi del 1984.

Monica Seles contro Steffi Graf e la fine, momentanea, del regno della tedesca. Una rivalità che ha per ricordo indelebile l’accadimento che ne ha segnato la fine. Ad Amburgo Seles viene accoltellata mentre è seduta al cambio campo da un folle tifoso di Steffi. Era il 1993, Monica aveva appena 19 anni e già vinto 8 titoli Slam. Nessuno sa cosa sarebbe stato la sua vita se avesse evitato quel giorno, quanto ancora avrebbe potuto vincere in un campo da tennis e quanto diversa sarebbe stata lei, in quanto persona e donna, fuori. Testa o croce? Pari o dispari? Quale delle due Kessler? Impazzivano i nostri nonni. Non sapevano che le Kessler non erano due, perché 1+1 a volte fa UNO. Dadaumpa.

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ATP

ATP Washington: Auger-Aliassime si prende la rivincita su Seppi

Seppi ci mette il cuore ma non va come a Parigi: questa volta passa il canadese. Jannik Sinner conosce il nome del suo avversario: sarà Ruusuvuori

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Andreas Seppi non concede il bis della sfida all’ultimo Roland Garros e viene sconfitto in rimonta da un Felix Auger-Aliassime partito malissimo e in piena confusione ma progressivamente salito di livello, capace di mettere grande pressione al nostro a partire dal servizio – decisivo per invertire la freccia del match nel secondo set – e da lì facendosi viepiù solido e con le idee chiare su cosa fare. 2-6 6-2 6-2 a favore del ventenne di Montreal, per due ore di lotta assolutamente godibili in cui Seppi, a dispetto del netto punteggio dei due parziali conclusivi, si è battuto con onore ed è stato sempre vicino a poter rientrare, ma la qualità e la fisicità dell’avversario non gli hanno perdonato alcune imprecisioni.

IL MATCH – Felix comincia al servizio ed è subito chiaro che non vuole permettere all’avversario di intrappolarlo nelle ragnatele di scambi che sa tessere con grande intelligenza e accuratezza. Nei primissimi giochi si presenta così a rete con inaspettata frequenza, ma Andreas non ci mette molto a carburare con il passante. Il canadese regala con i fondamentali e al terzo game il nostro ha già la testa avanti. Non sbaglia praticamente nulla, Seppi, ma di sicuro l’altro si guarda bene dal dargliene il tempo – un ATM di gratuiti impazzito che vorresti avere con te una borsa perché le tasche sono ormai traboccanti. In risposta sul 5-1, la Seppia nazionale si esibisce pure in un passantino a una mano che stroncherebbe le ambizioni di un toro, ma FAA è bravo almeno ad annullare i due set point consecutivi, situazione che lo può rendere pericoloso. Infatti conquista i primi due “15” del game successivo e tocca ad Andreas metterci qualcosa in più, compito che esegue alla perfezione assicurandosi il parziale.

Più convinto e meno falloso alla ripresa, Auger-Aliassime approfitta di alcune imperfezioni azzurre per lo strappo che lo porta avanti 3-0. Seppi muove il punteggio, ma al quinto game non approfitta di un avversario che, dopo lo slancio iniziale, sembrava pronto a concedere nuovamente qualcosa. Si tratta solo, per così dire, di adeguarsi a un rivale che adesso sta giocando davvero; magari non da fenomeno, ma ha saputo costruirsi fiducia attorno al servizio. Adeguamento che non arriva e allora Felix restituisce il 6-2: peccato, sia perché sarebbe stato interessante vederlo servire per chiudere il set, sia perché significa inseguire nella partita finale.

 

Come previsto, Auger riparte molto tranquillo, spinge, contiene, trova grande profondità limitando gli errori e con estrema facilità si issa sul 2-0. Seppi non ci sta, si fa aggressivo tornando a vincere due punti in un turno di risposta, evento che non si verificava dal primo set; ecco allora il doppio fallo seguito da un altro errore che rimette momentaneamente in corsa il trentasettenne. Grande intensità negli scambi, anche un po’ di fortuna per Felix, ma il suo vantaggio è ristabilito con merito, mentre Andreas, sull’1-3 come nella seconda partita, non capitalizza una situazione potenzialmente favorevole. E, di nuovo, Auger-Aliassime stringe i tempi per chiudere in risposta; Seppi annulla quattro match point, addirittura uno con il dritto in salto e un altro con l’ace di seconda, ma deve arrendersi al quinto assalto. Agli ottavi, Felix troverà il vincente tra Frances Tiafoe e Jenson Brooksby.

GLI ALTRI MATCH – Dopo le due finali consecutive in Messico e ad Atlanta che lo hanno portato in top 100, Brandon Nakashima parte con il piede giusto anche al Citi Open nel giorno del suo ventesimo compleanno, regolando con un doppio 6-3 un Alexei Popyrin in pieno periodo di crisi dopo un buon avvio di stagione. Dal successo su Jannik Sinner a Madrid, infatti, il ventunenne di Sydney è alla nona sconfitta a fronte di un sola vittoria. Punteggio in equilibrio nel primo set fino all’ottavo gioco, quando un punto vinto dopo l’iniziale risposta con il telaio fa capire a Nakashima che il momento è propizio. In realtà, non ci mette tantissimo del suo, a parte un tentativo di controsmorzata che fingiamo di non aver visto, perché un doppio fallo e due brutti dritti dell’altro gli danno il break che subito conferma facendo suo il parziale. Omaggiato di una wild card, Brandon serve bene (8 ace e soprattutto vince complessivamente tre punti su quattro), muove la palla con attenzione, sbaglia poco, capisce il momento di prendere la rete; Popyrin, invece, mette pochissime prime, commette anche sei doppi falli, il dritto – il suo colpo preferito – va un po’ dove capita. Non è quindi una sorpresa il break sul 2 pari e nemmeno quello del game che conclude la sfida, giocato da Alexei con evidente rassegnazione.

Senza mai riuscire a strappargli la battuta, Feliciano Lopez si arrende a Denis Kudla in tre set, che ha concesso e appunto salvato 6 palle break. Lopez inizia a carburare al servizio quando lo ha già ceduto al secondo game, complici un doppio fallo e un tocco naturalmente elegante che atterra in corridoio per una quantità dolorosa di decimetri. Per lo statunitense, il game più duro al servizio è quello che si allunga sul 5-3; dopo tre set point, un dritto affossato regala a Lopez la palla per riaprire il discorso, ma scompare nel lampo di un ace e al quinto tentativo Kudla si prende il parziale. Nel secondo, entrambi si affidano con successo alla battuta, ma Denis ha parecchi rimpianti sul 5 pari alla seconda opportunità consecutiva: Feli si consegna dopo la volée in allungo, ma il comodo passante di dritto colpito con i piedi ben dentro il campo finisce largo di un metro. L’occasione enorme non gli lascia però strascichi nella mente, forse perché mancata con il colpo meno sicuro. Nel tie-break, il passantone bimane che pareggia il conto dei mini-break è vanificato dall’errore di dritto che spedisce Lopez a doppio set point. La prima esterna fa il suo dovere rimandando tutto al terzo set. Kudla ne ha di più e un suo bel punto in recupero seguito dallo smash spagnolo fallito gli valgono il 4-2, vantaggio che conserva fino alla stretta di mano.

Dai match che si sono giocati nella serata italiana è emerso anche il primo avversario di Jannik Sinner, che nel frattempo ha passato il primo turno del doppio assieme a Korda (vittoria al super tie-break contro Paire e Withrow): sarà Emil Ruusuvuori, che ha battuto in – facile – rimonta l’indiano Gunneswaran, che aveva vinto il primo set.

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Flash

WTA Cluj-Napoca, subito fuori Martina Trevisan

L’azzurra, quarta del seeding, si arrende in due set a Kristyna Pliskova. Eliminata anche la tds n. 1, Alizé Cornet

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Ancora non arriva la seconda vittoria per Martina Trevisan in un torneo del Tour principale che non sia il Roland Garros (la prima a Charleston 2019). La ventisettenne fiorentina, quarta favorita del seeding nel WTA 250 di Cluj-Napoca, si arrende a Kristyna Pliskova con un doppio 6-4 in poco più di un’ora e mezza. La gemella mancina della n. 7 del mondo ha messo in campo poco più di metà delle prime, ma si è affidata proprio al servizio per uscire indenne dalle situazioni più delicate.

14 gli ace piazzati dalla 184 cm di Louny, volata subito 4-0 senza però riuscire a trasformare nessuna delle tre palle break per mettere la parola fine al primo parziale. Tenuto quel servizio, Martina, che ha dovuto rinunciare alle Olimpiadi per una frattura da stress al piede sinistro, richiede il MTO per farsi trattare la coscia destra. Kristyna forse si distrae e non chiude con la battuta a disposizione sul 5-2. Due giochi dopo, l’azzurra raggiunge l’avversaria sul 30 pari sfoderando un drittone mancino tutt’altro che banale, ma Pliskova la risolve alla sua maniera: con due ace consecutivi si assicura il set.

Il punteggio segue il servizio nel secondo parziale, nonostante Martina, di nuovo in top 100 dopo i quarti al “125” di Belgrado, soffra nei primi due turni. È però proprio lei a procurarsi una ghiotta doppia occasione di salire 5-3, rispondendo aggressiva alle seconde ceche. La n. 123 WTA, pianta subito un ace e, se sul 30-40 la prima non entra, la seconda con una gran curva esterna provoca l’errore in risposta. Break mancato, break subito, anch’esso non sfruttando due opportunità consecutive, in un gioco segnato anche dal settimo doppio fallo di Trevisan. Non si dà per vinta, la nostra, e guadagna di nuovo il 15-40 quando l’altra serve per chiudere. Il punto del rientro sembra ormai cosa fatta; tuttavia, invece del campo aperto contro una che non è esattamente Marcell Jacobs, il dritto al volo poco lucido cerca un contropiede inesistente. Brava Pliskova sull’altra e su un’ulteriore palla del 5 pari, e può così chiudere al primo match point. Al secondo turno troverà la polacca Katarzyna Kawa.

 

Tra gli altri incontri in programma, spicca la sconfitta della prima testa di serie, Alizé Cornet, a quanto pare arrivata in Romania solo lunedì a causa dell’overbooking di Lufthansa.

Pensavo di averle viste tutte nei miei vent’anni di viaggi. Mai buttata fuori da un volo, però.

Visto il carattere che Cornet mostra in campo, ai tedeschi piace vivere pericolosamente… A darle un dispiacere il giorno successivo è invece Mayar Sherif, la venticinquenne egiziana con un’impugnatura di dritto da lasciare perplesso Alberto Berasategui che usa anche per depositare le smorzate, ovviamente colpendo con l’altra faccia del piatto corde. In ogni caso, tra dritti carichi, rovesci filanti e parecchi errori francesi, Sherif si impone 6-2 6-4.

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Al femminile

Tokyo 2020: le Olimpiadi delle giocatrici ritrovate, da Bencic a Vondrousova

Belinda Bencic e Marketa Vondrousova era reduci da un 2020 di crisi, ma ai Giochi di Tokyo hanno saputo riproporre il loro miglior tennis

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Belinda Bencic - Olimpiadi di Tokyo

Belinda Bencic ha vinto la medaglia d’oro nel tennis femminile alle Olimpiadi di Tokyo, al termine di una settimana ricchissima di spunti, tecnici ed extratecnici. E non si è discusso solo durante il torneo, ma anche prima. Procediamo con ordine, e cominciamo con il tema più interessante emerso alla vigilia.

1. Il valore del tennis alle Olimpiadi e le polemiche nella Repubblica Ceca
Un primo tema, che regolarmente aleggia sul torneo olimpico ogni volta che va in scena, è stabilire il suo peso rispetto agli altri classici appuntamenti del tennis. Quanto vale la vittoria olimpica rispetto a uno Slam? E rispetto al Masters? Di più o di meno?

Per quanto mi riguarda ho una idea piuttosto drastica sul rapporto tra i diversi sport e le Olimpiadi: secondo me gli sport per i quali la competizione olimpica non risulta la più importante per un atleta, semplicemente non dovrebbero far parte delle Olimpiadi. Per esempio, alle Olimpiadi sarebbe meglio non avere il calcio (nel calcio i Mondiali valgono più delle Olimpiadi); e per la stessa ragione nemmeno il tennis. Perché non penso che una tennista baratterebbe un titolo a Wimbledon con una vittoria alle Olimpiadi.




 

Ma questa è la mia posizione del tutto personale, che conta zero. Fra le tenniste le sfumature sono diverse e variegate, in parte determinate dalla cultura sportiva di provenienza. Infatti ci sono nazioni dove le Olimpiadi sono considerate il massimo dello sport, sempre e comunque, con notevoli conseguenze sul modo di pensare. Per esempio Li Na, giocatrice che ha avuto un ruolo epocale per lo sviluppo del tennis in Cina, raccontava che nel suo paese il tennis aveva ricevuto un grande impulso dopo che ad Atene 2004 Li Ting e Sun Tiantian avevano vinto il titolo del doppio femminile. Li Ting e Sun Tiantian: alzi la mano, tra gli appassionati di tennis italiani, chi si ricorda di loro.

La testimonianza di Li Na ci conferma che in alcune nazioni l’Olimpiade ha un fascino e un valore che travalica il puro aspetto tecnico. E penso che qualcosa di simile non si avverta solo in Cina, ma anche nell’Europa dell’Est (diciamo oltre la vecchia cortina di ferro). Una grande giocatrice come Elena Dementieva ha sempre considerato la vittoria alle Olimpiadi di Pechino 2008 come una impresa sufficiente a dare senso a tutta la sua carriera, che pure si è conclusa senza Slam.

Però anche nell’Est Europa le posizioni non sono tutte unanimi, e oggi ci sono tenniste con una scala di valori differenti. Per capirlo, racconto come sono andate le cose quest’anno in Repubblica Ceca, la nazione che al momento ha più giocatrici ai vertici della classifica mondiale (quattro nelle prime 23 del ranking: Pliskova, Kvitova, Krejcikova, Muchova).

Sino a qualche mese fa, sembrava che i quattro posti (il massimo consentito) per le Olimpiadi fossero assegnati: come singolariste, in base al ranking sarebbero andate in Giappone Pliskova, Kvitova, Muchova e Vondrousova. Sempre che nessuna avesse deciso di rinunciare, perché Pliskova non sembrava particolarmente entusiasta per l’impegno. Sin dall’inizio del 2020, quando ancora non si sapeva che le Olimpiadi sarebbero state rinviate, aveva espresso dubbi sulla partecipazione.

Ricordo che Pliskova aveva rinunciato a Rio 2016, ufficialmente per non correre il rischio di contrarre il virus Zika. In quell’agosto di cinque anni fa, evitando la trasferta in Brasile, Karolina si era preparata al meglio per lo US Open 2016, nel quale avrebbe raggiunto la finale, punto di partenza fondamentale per diventare qualche mese dopo numero 1 del mondo. Invece Kvitova, medaglia di bronzo a Rio, non aveva mai espresso dubbi sulla trasferta in Giappone, malgrado a Tokyo fosse previsto un clima ancora più caldo della edizione brasiliana.

Questo sino a giugno 2021. Ma proprio in extremis le cose cambiano. La prepotente salita in classifica di Krejcikova (vincitrice a sorpresa del Roland Garros), e i punti in scadenza della edizione Slam del 2019 rimescolano le carte: di fatto, Krejcikova scalza Vondrousova. Dunque in vista di Tokyo, la classifica WTA recita: Pliskova 10, Kvitova 11, Krejcikova 15 e Muchova 22. Escluse dal singolare Vondrousova 41, Bouzkova 50 e Siniakova 75. L’articolo di Ubitennis uscito il 16 giugno, fotografa alla perfezione lo stato delle cose.

Tutto appare ormai definito, quando arriva il colpo di scena: il 21 giugno si scopre che Marketa Vondrousova ha deciso di fare ricorso al ranking protetto (previsto per chi ha subito lunghi stop per infortuni), e grazie a questo “jolly” è ammessa di diritto nel quartetto ceco. Un ranking protetto che fa riferimento a due stagioni prima, quando a causa di un infortunio al polso non aveva giocato da luglio a dicembre 2019. Il diritto non è ancora scaduto, e ITF lo conferma. Al momento dell’infortunio, Vondrousova era numero 14 WTA (reduce dalla finale persa al Roland Garros contro Barty). Marketa aveva custodito quella virtuale posizione numero 14 in attesa del torneo con l’entry list più severa, il torneo che davvero le stava a cuore: le Olimpiadi.

Con Pliskova, Kvitova e Krejcikova che decidono di partire per il Giappone, la scelta di Vondrousova ha una conseguenza automatica: a Tokyo non potrà andare Karolina Muchova. Numero 22 del mondo, eppure fuori dai Giochi. Nella Repubblica Ceca la decisione di Vondrousova viene aspramente criticata: è accusata di essere egoista, di avere utilizzato un escamotage per far fuori una compagna ben più avanti di lei in classifica. E di sicuro l’esito di Wimbledon non aiuta a calmare le acque: Muchova raggiunge i quarti di finale, mentre Vondrusova perde malamente al secondo turno contro una wild card locale, la numero 338 Emma Raducanu.

Volete sapere cosa ne penso? A me, un utilizzo così posticipato del ranking protetto, suona un po’ contro lo spirito della norma. Ma in punta di diritto nessuno può accusare Marketa: le regole glielo consentono. E così a Muchova non rimane che pubblicare un tweet di rammarico: “Sono delusa dal fatto di non poter giocare alle Olimpiadi di Tokyo. Non vedevo l’ora. Ma devo rispettare le regole ITF e tiferò da casa per la squadra ceca”.

Dopo questa vigilia avvelenata, arriva il momento del torneo. E i risultati ribaltano completamente la situazione. Al secondo turno Kvitova si dissolve nel caldo-umido di Tokyo, subendo contro Van Uytvanck un parziale conclusivo di dieci game a zero (5-7, 6-3, 6-0). Al terzo turno Pliskova perde contro Camila Giorgi (6-4, 6-2), come già accaduto a Eastbourne. Anche Krejcikova si ferma al terzo turno, sconfitta dalla futura vincitrice Bencic (1-6, 6-2, 6-3). Mentre Vondrousova, la reietta Vondrousova, diventa eroina nazionale regalando a se stessa e al proprio paese la medaglia d’argento; dopo avere battuto, fra le altre, Naomi Osaka.

Evidentemente Marketa teneva moltissimo a partecipare alle Olimpiadi, altrimenti non avrebbe speso il “jolly” per un evento che non distribuisce punti WTA e nemmeno montepremi, oltre tutto mettendo a rischio i rapporti interpersonali della squadra ceca (il team che ha vinto più volte la Fed Cup negli ultimi anni).

Se associamo questa vicenda alle lacrime inconsolabili della polacca Iga Swiatek (eliminata al secondo turno), che per il 2021 aveva dichiarato di puntare innanzitutto alle Olimpiadi, abbiamo un quadro più variegato su come venga considerato questo evento dalle protagoniste. In sostanza c’è chi ha rinunciato a Tokyo pur avendo diritto di esserci (Kenin, Andreescu, Azarenka, Serena, Kerber, Keys, etc.) e chi, come Vondrousova, non ha lasciato nulla di intentato pur di essere presente.

a pagina 2: Le condizioni di gioco e l’esempio di Camila Giorgi

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