Gigante Sinner: rimonta, annienta, è in finale. Solo Nadal a 19 anni era così (Scanagatta). Sinner in finale. "Risultato incredibile e in quell'ultimo game ho tirato a tutta forza" (Crivelli). Sinner sempre a 1000. E' una finale da sogno (Mastroluca). Il gioiello di Sinner. E' finale! (Azzolini). Sinner, il futuro è adesso. Rimonta da campione (Rossi). Sinner inarrestabile. Vola in finale a Miami (Schito, Piccardi, Semeraro, Valesio)

Rassegna stampa

Gigante Sinner: rimonta, annienta, è in finale. Solo Nadal a 19 anni era così (Scanagatta). Sinner in finale. “Risultato incredibile e in quell’ultimo game ho tirato a tutta forza” (Crivelli). Sinner sempre a 1000. E’ una finale da sogno (Mastroluca). Il gioiello di Sinner. E’ finale! (Azzolini). Sinner, il futuro è adesso. Rimonta da campione (Rossi). Sinner inarrestabile. Vola in finale a Miami (Schito, Piccardi, Semeraro, Valesio)

La rassegna stampa del 3 aprile 2021

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Gigante Sinner: rimonta, annienta, è in finale (Ubaldo Scanagatta, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

Pazzesco Jannik Sinner, davvero. Giocava la sua prima semifinale di un Masters 1000, contro un avversario molto più esperto di lui, ancorchè battuto già 3 settimane fa a Dubai, lo spagnolo Bautista Agut, n.12 del mondo ma da anni sempre compreso fra il n.8 e il n.12, e lo ha ribattuto. Ancora in tre set, ancora rimontandolo. 57 64 64 in 2 h e 29 minuti, dopo essere stato in svantaggio di un set ed essersi trovato sul 3 pari del secondo sotto per 0-40, e aver lì salvato 4 pallebreak che lo avrebbero probabilmente tramortito… se non fosse che questo ragazzo di 19 anni e mezzo e solido come lo sono certi montanari della sua valle, la Val Pusteria, non muore mai, non si arrende mai. In tutta la partita Sinner si è concesso un unico passaggio a vuoto, dall’1 a 0 per lui allo 0-15. Lì ha ceduto 4 punti a fila e sull’1 pari del terzo set ha perso il servizio a zero. Sotto 2-1 ha subito a zero anche il successivo game di battuta di Bautista Agut. 3-1 e 0-15 12 punti consecutivi volati via in un attimo. Roba da matare un toro. Niente affatto. Come se nulla fosse Sinner ha ricominciato a sparare bordate di dritto e rovescio e sul 2-3 è stato lui a strappare a zero la battuta allo spagnolo che pure non mollava un centimetro. […] Ci sono stati due game interlocutori dal 3 a 3, con chi batteva che ha tenuto il servizio senza troppi patemi. E sul 4 pari Sinner ha giocato un game spettacolare contro Bautista Agut che ha dato per la prima volta la sensazione di essere come intimidito contro un giovane che non aveva più paura di niente e pareva incredibilmente centrato. Probabilmente ha immaginato di poter fare la stessa fine che a Dubai. E proprio questo è quello che successo, perchè Sinner sul 5-4 ha risposto con una aggressività paurosa vincendo 4 punti su 4 e lasciando trasecolato, come colpito da una serie di pugni da ko il suo ben più esperto avversario. Eh sì che Bautista (32 anni) non ha davvero perso il match. E’ stato Sinner a vincerlo. Nei quarti lo spagnolo aveva battuto il grande favorito, il russo Medvedev, n.2 del mondo. E lo aveva battuto per la terza volta. Una bestia nera per il russo. Jannik è il secondo italiano capace di arrivare in finale a un Masters 1000. II primo era stato Fabio Fognini a Montecarlo nel 2019 (torneo poi vinto sul serbo Lajovic: ma in precedenza Fabio aveva battuto Nadal). Sinner da n. 31 ora è già virtualmente n.21 comunque finisca la finale domani. Ma Jannik è un fenomeno e ormai l’hanno capito tutti. Di traguardi ne centrerà sicuramente tanti altri. In finale giocherà domani contro il vincente di Rublev e Hurkacz, un russo contro un polacco giunto a sorpresa in semifinale dopo aver battuto Tsitsipas. Ma Sinner ha le stesse chance di vincere del suo avversario, anche se certo Rublev, n.8 del mondo, ha più esperienza di lui. Su www.Ubitennis.com le interviste di Sinner e del suo avversario di finale.

Solo Nadal era così a 19 anni (Ubaldo Scanagatta, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

 

 A 19 anni e mezzo ho visto soltanto Rafa Nadal giocare a questi livelli e con altrettanta solidità. Ma Rafa era un mostro e lo ha dimostrato in 20 anni di straordinaria carriera. Il tennis di Sinner assomiglia di più a quello di Djokovic, e non solo perché anche lui è destro, ha il rovescio più sicuro del dritto, viene a rete proprio quando è necessario – ma il più delle volte non lo è perché fa il punto da fondocampo – e non è mancino come Rafa. Ma quando vidi per la prima volta Djokovic, diciottenne a Montecarlo – e da teenager era l’unico fra i primi 100 del mondo (classe 1987 il serbo era n.83 a fine 2005) – Novak non mi dette la stessa impressione di solidità, soprattutto mentale, che mi dà oggi Sinner, capace di rovesciare match che sembrano persi e di giocare gli ultimi game di match importantissimi come se ne avesse giocati mille. […] Mi chiedo dove potrà arrivare Sinner nel pieno della sua maturità fisica, fra 7 o 8 anni, se già adesso è capace di giocare così. Di ragionare così. Se vince a Miami entra fra i primi 20 del mondo, ma intanto è già fra i primi 7 della ATP Race se si guardano i risultati di quest’anno. Vorrebbe dire che sarebbe già qualificato per le finali ATP che si giocheranno per la prima volta a Torino a novembre. Djokovic chiuse il 2006 a n. 16. Sinner gli sta avanti. In Italia uno così non lo abbiamo mai avuto

Sinner in finale (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il vento è dalla tua parte, Jannik. Folate che accompagnano un talento fuori dall’ordinario, adamantino, che non soffre della leggerezza della gioventù e anzi si sublima quando l’erta del match si fa più ardua e faticosa, in quel luogo dello spirito in cui non possono bastare la tecnica e la tattica e devi cavare le energie decisive dal sangue, dalla carne e soprattutto dalla mente. A Miami, ora possiamo gridarlo a gran voce senza strozzare la gioia nel petto, è nato definitivamente un campione, avvolto come neanche nei sogni più belli dal tricolore italiano. L’inizio del mito[…] Più che storia, l’inizio di una leggenda: dal 1990, anno della creazione di questa categoria di tornei, soltanto tre giocatori prima di lui a Miami erano arrivati così lontano da teenager. E sono nomi da brividi: Agassi nel 1990, Nadal nel 2005 e Djokovic nel 2007. Non solo: su quel cemento, Federer e Rafa conobbero per la prima volta in carriera il piacere di una finale 1000 (persa, dunque lui può fare meglio). Una compagnia regale. Che Jannik si guadagna con un’altra prestazione meravigliosa, un nuovo inno elevato alla volontà di non arrendersi, di piegare a sé il destino con la forza della predestinazione e della sopraffina classe tennistica. Fino ad annichilire le ambizioni del robottino spagnolo Bautista, abituato da anni a veleggiare a cavallo tra i primi dieci del mondo eppure impotente quando il rosso satanasso di Sesto Pusteria decide di sottrargli una vittoria di cui aveva avvertito nitidamente il profumo. Certo, il palcoscenico è ingombrante per entrambi quando mettono la testa fuori dagli spogliatoi, e il primo a risentire dei nervi arricciati è Jannik, che perde il servizio già nel game d’apertura. Robertino, l’allevatore di cavalli che due anni fa fu costretto a rinviare la festa di addio al celibato perché si spinse fuori programma fino alle semifinali di Wimbledon, mette in campo le qualità che gli si riconoscono da sempre: solidità, gambe, capacità di farti giocare sempre un colpo in più senza regalarti nulla. Eppure Sinner risale, torna in vantaggio 4-3, ma nel 12° game un piccolo passaggio a vuoto regala il set al rivale. Il sogno delle Finals Contro un maratoneta che ti strangola con la sua ragnatela, ritrovarsi impigliato in un match che deve ovviamente allungarsi per concederti delle speranze potrebbe rivelarsi letale ma Jannik, ormai è chiaro, non ha 19 anni, perché vive in una sua dimensione senza tempo, dove le spine delle complicazioni diventano carburante per innalzare livello e competitività. Bautista ha un calo, ora concede di più, eppure sul 3-3 del secondo set si procura quattro palle break assai simili a una sentenza definitiva. Annullate d’imperio da Jannik, che nel decimo game approfitta di un po’ di confusione dell’ex calciatore della cantera del Villareal e riporta la sfida in carreggiata. Si ricomincia da zero. Toccato nel vivo, lo spagnolo prova a far valere il peso della classifica e dell’esperienza, abbandona le confortevoli soluzioni d’attesa e molla gli ormeggi. Più incisivo e profondo, ottiene così il break del 2-1. In un duello così teso ed equilibrato, il vantaggio rischierebbe di scavare il baratro anche contro avversari ben più scafati di quell’irriducibile ragazzino, e invece il pestifero italiano non si sgonfia, resta attaccato alla contesa e nel sesto game ottiene il controbreak addirittura a zero. Ora è saltata la linea di confine, perché Bautista è consapevole che l’opportunità gli sta sfuggendo di mano e lui adesso si ritrova a servire per rimanere nel match. Un incubo che si materializza subito: sul 4-5, Sinner gli appioppa tre pugnalate con il rovescio incrociato che lo lasciano a due metri dalla palla. Game over. Inchino alla nuova stella azzurra, che si assicura 138.000 euro e soprattutto 600 punti Atp che lo proiettano al numero 21 del mondo. Se in finale batterà Rublev o Hurkacz, che si sono affrontati nella notte, salirà al numero 14. Ma è un altro il numero delle meraviglie: 6. La sua posizione nella Race annuale, quella che porta alle Finals di Torino. Roba da stropicciarsi gli occhi.

“Risultato incredibile. E in quell’ultimo game ho tirato a tutta forza” (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

[…] Di fronte alla partita che poteva regalargli la finale fin qui più importante della carriera dopo le vittorie nei 250 di Sofia e Melbourne 1 e contro un avversario ostico ma già sconfitto appena 15 giorni fa, Jannik non si è lasciato travolgere dall’impeto delle emozioni e ha rovesciato con la forza dirompente del suo tennis e soprattutto della sua testa le sorti di un confronto quasi segnato in almeno due circostanze, a metà del secondo set e all’inizio del terzo. Non ci sono più parole, se non quelle che pronuncia lui a caldo: «Sono in finale, è incredibile: sono davvero molto contento. Non è facile giocare la prima semifinale in un Masters 1000 e Roberto è un rivale molto solido, quindi uscire vincitore da un match del genere significa molto per me. All’inizio eravamo entrambi un po’ tesi, poi abbiamo giocato meglio, anche se non era facile per il vento. Dopo il primo set ho cercato di servire meglio, di muoverlo un po’ di più, di mischiare le carte e credo sia stata questa la chiave». Fino a quel meraviglioso, ultimo game: «Grazie al game precedente quando ero in battuta, ho trovato bene il ritmo, poi lui ha servito delle seconde e ho semplicemente cercato di cogliere l’occasione aggredendo perché ero comunque avanti 5-4. Credo sia stata la decisione giusta». Parola di coach Rendere semplici le situazioni complicate, la dote più grande del campione. Per questo coach Piatti può gongolare: «Jannik deve solo continuare a giocare a tennis, deve divertirsi e continuare così. Ha tanta strada davanti, ha giocato una sessantina di partite a livello professionistico e lo potremo definire un tennista completo quando ne avrà giocate 150. Più si avvicina e più avrà una conoscenza ottima della gestione della partita, ora sta ancora imparando partita dopo partita». Eppure la mente, giustamente, allarga già gli orizzonti: «Dopo Miami prepareremo bene la stagione sulla terra, saremo a Montecarlo e Barcellona ma farà una preparazione specifica. Poi giocherà a Madrid, Roma e Parigi. Cercherà di conoscere il più possibile la superficie, dove può solo migliorare». E dopo la campagna sul rosso, si potranno liberare i sogni: «La corsa per le Finals di Torino si scalderà dopo Wimbledon, se Jannik sarà in buona situazione allora programmeremo la stagione pensando al Masters». E mette i brividi solo a pensarci.

Sinner sempre a 1000. E’ una finale da sogno (Alessandro Mastroluca, Il Corriere dello Sport)

[…] Jannik Sinner ha appena scritto la storia del tennis azzurro. Ha sconfitto Roberto Bautista Agut 5-7 6-4 6-4 nella sua prima semifinale in un Master 1000. E’ diventato il secondo italiano in finale in questa categoria di tornei, il primo in assoluto a farcela su una superficie diversa dalla terra battuta. L’unico precedente risale al 2019, quando Fabio Fognini conquistò il titolo a Montecarlo. Quella finale si giocò la domenica di Pasqua. Sinner giocherà a Miami la sua, di finale, la domenica di Pasqua. Coincidenze che fanno gà sognare. LA PARTITA. “E’ incredibile, sono contentissimo. Non è facile giocare la prima semifinale in un 1000. Vincere oggi vuol dire davvero tanto per me – ha detto Sinner nell’intervista a caldo – . All’inizio eravamo entrambi un po’ tesi. C’era anche vento, ho cercato di servire meglio e di farlo muovere di più”. Nel primo set, l’emozione per la prima semifinale in un torneo così importante si sente. Sinner subisce il break in avvio, recupera lo svantaggio ma cede ancora il servizio. Il 7-5 in 51 minuti è il risultato di un avversario più solido e del suo diritto un po’ meno efficace di quanto visto in settimana. SCATTO Sinner però è pienamente dentro la partita, consapevole della situazione in ogni punto. E quando il momento può risultare decisivo, scatta qualcosa. […] Prende sempre più fiducia Sinner, che nel torneo ha giocato quasi un terzo dei colpi con i piedi ben dentro il campo. Bautista, invece, gioca il primo brutto game di servizio quando conta di più. Il break al decimo gioco risolve il secondo set: dopo due ore si va al terzo. La tendenza non cambia. L’equilibrio resta assoluto fino al 4-4. In quel momento, hanno vinto 90 punti a testa. Bautista Agut accarezza la sua 19ma finale ATP sarebbe la nona per un giocatore spagnolo a Miami, terra straniera in singolare maschile per gli iberici che qui non hanno mai vinto (otto finali, otto sconfitte). VINCENTI DA KO. Da quel 4-4, però, Sinner cambia marcia e porta il match in un luogo che Bautista Agut non conosce. Sconfitto già due settimane a Dubai, lo spagnolo assiste a un’esibizione di ferocia dell’azzurro che ha gli occhi della tigre nell’ultimo game. Sinner chiude il match con tre vincenti: rovescio, dritto, rovescio. Tre colpi da ko tecnico. «Nel penultimo game, al servizio, ho sentito un po’ più di ritmo ritmo. Allora nel successivo, in risposta, ho pensato di dare il tutto per tutto. In fondo, anche se l’avessi perso saremmo andati 5 pari” commenta a caldo dopo la partita. Invece, l’uomo con i capelli da ragazzo, il ragazzo con la testa da campione, la vince senza arrivarci sul 5-5. Ci riesce perché sa come si vince. Perché, come ha detto dopo la maratona con Karen Khachanov, stare tanto tempo in campo è un privilegio. RECORD. Al terzo Masters 1000 in carriera, a 19 anni, 7 mesi e 9 giorni, Sinner diventa così il quinto finalista più giovane in questa categoria di tornei. Lo precedono solo Michael Chang (Toronto 1990), Rafa Nadal (Miami 2005), Richard Gasquet (Amburgo 2005) e Andrei Medvedev (Parigi-Bercy 1993). Tre è il numero perfetto, si dice. Tre è anche il numero delle finali che Sinner ha raggiunto in carriera. Le prime due le ha vinte, a Sofia nel 2020 e a Melbourne nel 2021, nel derby per il titolo contro Stefano Travaglia. Con questo risultato, è sicuro di salire almeno al numero 21 del ranking ATP che la prossima settimana accoglierà tra i primi 100 del mondo anche Gianluca Mager Saranno dieci, dunque, i top-100 italiani. Un altro record, un altro capitolo di storia per coach Riccardo Piatti, per Andrea Volpini che lo accompagna a Miami insieme al fisioterapista e osteopata Claudio Zimaglia. Una festa per il rinascimento del tennis italiano

Il gioiello di Sinner. E’ finale! (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Un rosso dalle grandi accelerazioni… […] Ma oggi, e ancor più domani, in finale, è il turno di Jannik Sinner, il diciannovenne anziano dei due pargoli del nostro tennis, il rosso delle accelerazioni che ricordano la rossa, partito dalla Val Pusteria e giunto all’Accademia Piatti sul mare di Bordighera evidentemente passando da Maranello. E’ toccato a lui ribaltare partita e pronostico contro lo spagnolo “che non sarà mai Nadal” Roberto Bautista Agut, numero sette del torneo e 11 del ranking, per salire agli onori del match decisivo in un Masters 1000. Era entrato a vele spiegate tra i sei italiani semifinalisti nella categoria più alta dei tornei ATP dall’anno della sua fondazione (1990). Lui con Gaudenzi (Montecarlo), Seppi (Amburgo), Fognini (tre volte, una a Miami e due a Montecarlo), Berrettini (Shanghai) e Volandri (Roma). Ma quel passo in più che serve per raggiungere la finale, Sinner lo condivide ora con il solo Fognini, che due anni fa si fece largo fra Nadal e Zverev per poi vincere il Masters del Principato. Non solo, la messe di statistiche riviste e corrette che il risultato strappato a Bautista, con una sgassata nel terzo set e un sorpasso talmente rapido e circostanziato da rendere lo spagnolo incapace di capire prima ancora che prevedere che cosa stesse per succedere, è a dir poco impressionante. Jannik è da ieri il numero 21 del mondo, ma anche il numero 6 della Race, la classifica da cui pescare gli otto per le ATP Finals di Torino. È il tennista italiano più giovane a raggiungere una finale Masters, il primo italiano a farcela sul cemento, il più giovane a riuscirvi dal 2005 di Nadal, e il quarto teenager dopo Hewitt, Nadal e Djokovic. Guarda un pò tre tennisti poi diventati numeri uno. Tutto grazie a un uso appropriato del turbo che Jannik possiede per vie naturali, e che gli ha permesso di prendere in mano il match quando lo spagnolo, avanti 3-1 nel terzo, sembrava in grado di chiuderla. Lì Sinner ha saputo dare al suo tennis quell’accelerazione che Bautista era riuscito a contenere, ha forzato i tempi, ha scelto la via breve, a rischio di andare a sbattere sulla grande muraglia costruita dallo spagnola. […] L’arte dell’essere campioni, in effetti, va oltre íl comodo disbrigo delle operazioni promosse dagli avversari, anzi, essa assume la massima consistenza artistica proprio nel rendere quel compito talmente ostile per gli stessi concorrenti da scombiccherare la gran parte dei loro piani. Due volte Bautista ha giocato contro Sinner (l’altra a Dubai) e due volte ci ha perduto. ll suo piano prevedeva di colpire lungo e non offrire al nostro quei centimetri utili a caricare i colpi. Vi è riuscito a lungo. Non è stato facile per Jannik. Le sue repliche non sono apparse scorrevoli come nei giorni passati. Lo spagnolo è giocatore di corsa ma non ha un colpo che possa cambiare il destino di una partita. Sinner ce l’ha, ed è stata intelligente la scelta di Bautista di fare in modo che il nostro non riuscisse a utilizzarla. Intelligente, ma non decisiva. Perché Jannik è stato calmo, ha provato più di una volta a cambiare le carte in tavola, e ha sfondato il muro quanto il tempo sembrava scaduta. Sul 5-4 del secondo, con un break ottenuto di forza. «E’ una finale importante, ci tenevo. Ma è stato un match difficile, contro un tennista che mi ha costretto a ribaltare più volte il match». Finale contro Rublev, o contro Hurkazs. Quando leggerete l’articolo già saprete. Ma il russo è il favorito. E darebbe alla finale una colorazione particolare. Due rossi in campo. Ma uno solo però con un motore Ferrari.

Sinner, il futuro è adesso. Rimonta da campione (Paolo Rossi, La Repubblica)

C’è del rosso che incendia il cielo di Miami. Sono i capelli di Jannik Sinner e il fuoco del suo tennis. Ieri sera, incollando l’Italia alla tv per due ore e mezza per vederlo trionfare sullo spagnolo Bautista Agut 5-7, 6-4, 6-4 e conquistare la finale di un torneo Masters 1000, ci ha confermato perché siamo innamorati di questo ragazzo 19enne e della sua unicità: in lui vediamo il delicato tentativo di realizzare qualcosa di possibile in quell’impossibile che per noi è la vita. […] In realtà Sinner è un meraviglioso animale sportivo. Mentre gioca ha la capacità di riconoscersi nella trasformazione della partita. Il match di ieri sera, che ha accompagnato la cena di qualche milione di italiani appassionati della racchetta, lo ha confermato: Bautista Agut, figlio di un ex calciatore (è sponsorizzato dal Villarreal), è il classico `muro di gomma’ di scuola spagnola: un ribattitore di grande qualità e gambe. Oltre che di esperienza. Con quella ha strappato il primo e poi, sulla scia, s’era involato su un 3-1 che avrebbe tramortito chiunque. Ma non Sinner. Lo specialista dell’istante, tennista che riesce a rendere semplici le cose complicate, come se tempo e spazio non fossero uguali. […] L’altoatesino ha un’altra grande qualità: legge il gioco, prima che avvenga. Sugli spalti Volpini e Zimaglia si sono esaltati, ma si immagina lo stesso body language per Riccardo Piatti dal salotto di casa in Italia, trepidante per le sorti del suo ragazzo. Con buona pace delle lezioni di tennis del grande Bill Tilden, che sosteneva nei suoi libri di tecnica che “ci vogliono 5 anni per costruire un giocatore di tennis e 10 anni per renderlo un campione”. Janniskin (come lo chiamano gli amici) corre veloce e brucia le tappe. Con quel suo ciondolare sul campo, il pizzetto che cresce in libertà, a dire al mondo che è più grande della sua età, ha rapito gli italiani, che sono pazzi della sua anomalia. L’amore è pressoché totale, e Alda Merini scriveva che «all’amore non si resiste, perché le mani vogliono possedere la bellezza fino al bacio sublime». Il carpe diem è la bellezza di Sinner. «Sono una persona che non guarda al futuro e non al passato, sempre al presente». Quasi a liberarsi del tempo e vivere il presente, «giacché non esiste altro tempo che questo meraviglioso istante». Così Sinner fila il suo gioco, attinge dai fiumi di energie che gli scorrono nelle vene e brucia il tennis senza fantasia e malinconico degli altri. Ora dovrà onorare la finale in Florida, prevista per domani alle 21, ma il futuro appare più interessante al ritorno in Europa. Coach Piatti ha anticipato il menu, che prevede tanta terra rossa: Montecarlo, Roma, Parigi. Qualunque siano le date (il Covid incombe e modifica i piani). Dicono che molti tennisti soffrano la solitudine, soprattutto in questo determinato momento storico: non è il caso di questo ragazzo, che invece ci convive allegramente, stregando il mondo con i suoi cross di rovescio e un gioco che è talmente mentale da non sembrare tennis, ma gli scacchi.

Sinner inarrestabile. Vola in finale a Miami (Francesca Schito, Il Tempo)

[…]Lo aveva detto Jannik Sinner, diciannovenne dal cuore di ghiaccio come le sue montagne e dal braccio di fuoco, che la semifinale non andava festeggiata. Per questo ha deciso di stupire ancora, centrando la sua prima finale in un Masters 1000 in carriera. Chi lo avrebbe detto che il ragazzo nato tra le Dolomiti avrebbe dato l’ennesima svolta a una carriera da predestinato sui campi della Florida, in quella Miami che aveva già visto un italiano in semifinale (Fognini) ma mai in finale. E guardando i precedenti, c’è sempre Fognini che indica la strada. Solo che quando ha raggiunto, e poi vinto, la finale in un 1000, quello di Monte-Carlo nel 2019, il ligure aveva 32 anni, mentre l’altoatesino ne compirà appena venti il prossimo agosto. Di fronte a lui, a provare a sbarrargli la strada, c’era Roberto Bautista Agut. Lo spagnolo non ruba l’occhio, non esalta le folle, ma con 32 anni suonati ha un bagaglio di esperienza e una solidità di tennis che non possono passare sotto traccia. L’azzurro è andato subito sotto perdendo il servizio nel primo game della partita, poi ha pareggiato i conti nel sesto gioco prima di lasciarsi sfuggire il primo parziale con il break dell’undicesimo gioco. Grande equilibrio nel secondo set, in questo caso è stato il tennista di Sesto a strappare il servizio al suo avversario nel penultimo gioco. Il terzo parziale è stato un tira e molla di emozioni, con il servizio perso a parti alterne e poi l’ennesimo capolavoro dell’italiano che con orgoglio e determinazione ha preso in mano il suo destino e ha piegato lo spagnolo. […] Bautista ha cercato di gestire l’altoatesino giocando con regolarità, ma ha vinto il talento. Sinner domani giocherà con il vincente tra Rublev e Hurkacz che hanno giocato nella notte. «Sono contentissimo – le sue parole ai microfoni di Sky -, era la prima semifinale in un 1000, difficile da giocare. Ho affrontato un giocatore solidissimo come Roberto, è stata una battaglia dura come due settimane fa, vincere questa partita vuole dire molto per me. All’inizio eravamo tutti e due un po’ tesi. Non era facile giocare bene con questo vento, ho cercato di servire meglio e farlo muovere un po’ di più, scombinando un po’ le carte. Nel game prima di quello decisivo avevo sentito il ritmo giusto sul mio servizio, ho pensato che avrei potuto dare il tutto per tutto visto che nel peggiore dei casi saremmo stati comunque sul 5 pari». Da lunedi Sinner sarà almeno numero 21 del mondo e gli italiani in Top 100 saranno 10 grazie al rientro di Gianluca Mager. Al 250 di Cagliari tornerà Berrettini (Musetti. Fabbiano e Zeppieri le wild card) in doppio con il fratello Jacopo. Che momento per il tennis azzurro!

Sinner senza confini a Miami. Abbatte anche il muro Bautista (Il Corriere della Sera)

Impossibilitato a perdere dalla sua personalissima etica e straordinariamente più maturo dei suoi 19 anni, 7 mesi e 17 giorni, Jannik Sinner è quel progetto di campione in avanzamento veloce che nel vento della Florida s’infila in tasca l’ennesimo record: è il primo italiano a qualificarsi per la finale del Miami Open, primo Master i000 della stagione, il secondo in assoluto dopo Fabio Fognini re di Montecarlo 2019. Lo stress test con Bautista Agut, il n.12 del ranking già battuto due settimane fa a Dubai, è superato. L’altra volta poteva essere una sorpresa, questa è la conferma che certifica la qualità del capitale uano. Jannik abbatte il muro spagnolo in tre set (5-7, 6-4, 6-4) aggiungendo un’altra tacca a un percorso di crescita che sta rispettando meticolosamente, con la precisione con cui, bambino, accendeva e spegneva la luce della cameretta di San Candido, prendendola a pallate con la racchetta. On, off. […] «Ero teso, c’era vento, all’inizio non riuscivo a giocare come al solito. Ma adesso che gioia» ha sorriso il barone rosso sotto le lentiggini e la mascherina dopo il corpo a corpo con Bautista, partito con un break (3-1), subito recuperato da Sinner, cui è servito un set di adattamento (7-5 Bautista) per capire come sgretolare il catenaccio dell’uomo di Murcia, spagnolo atipico a suo agio sul cemento. «Lui è solidissimo, è stata una battaglia Dal secondo set ho cercato di servire meglio, muoverlo di più, mischiargli le carte» ha spiegato Jannik, che ha registrato il dritto, messo i piedi dentro il campo, annullato tre mortifere palle break sul 3-3 e poi ha sfruttato un calo dell’avversario esasperato sul 5-4, annettendosi in un colpo solo (drop shot di Bautista sul nastro) break e set (6-4). Nel terzo e partito meglio lo spagnolo, che non ha fatto i conti con il carattere di Sinner, scolpito nella roccia delle sue Dolomiti. Jannik restituisce a Bautista il break a zero (3-3) e sul 5-4 fa il bis, chiudendo con un rovescio incrociato prodotto dai polsi più snodati e sensibili a Ovest della Drava (la qualità delle mani dell’azzurro sarà oggetto di approfondimenti futuri: l’avventura è appena iniziata). Comunque vada a finire, senza Djokovic, Federer e i soliti noti (il n.2 Medvedev è uscito con Bautista), Miami avrà un vincitore inedito. […] Era Pasqua, curiosamente, anche quando Fognini conquistò Montecarlo. Ma un teenager rosso di capelli che da lunedì sarà numero 21 del mondo d restituisce di più, molto di più, il senso della rinascita.

Sinner, rimonta da fenomeno. “Una battaglia, ho rischiato tutto” (Stefano Semeraro, La Stampa)

lluminiamoci dunque di Sinner, senza più se e senza più ma, perché il ragazzo ormai brilla come pochi e stupisce come nessuno. Alex Bublik dopo i quarti l’ha chiamato robot, chiedendosi se fosse umano un adolescente capace di giocare con tanta freddezza i punti che contano, ma senza un cuore enorme e una testa da campione – da numero 1-, senza la capacità animale di fiutare i momenti del match non si vincono partite come quella che ieri Jan a Miami ha asportato a Roberto Bautista Agut, battendolo 5-7 6-4 6-4 e guadagnandosi, a 19 anni e 229 giorni, la sua prima finale in un Masters 1000, la seconda di un italiano dopo quella vinta nel 2019 da Fabio Fognini a Monte Carlo (e guarda caso anche allora era il giorno di Pasqua). E appena il terzo torneo di questa categoria che Sinner gioca – a Nadal e Federer ne servirono una decina per arrivare al big match -, la 69° partita nel circuito maggiore. Ma ha già il passo del veterano, la grinta del serial winner, e ora anche una classifica da vertigini: da lunedì sarà numero 21 del mondo (14 in caso di vittoria in finale), virtualmente è numero 6 nella Race, la classifica che somma i risultati dell’anno solare e qualifica gli 8 migliori per le Atp Finals. […] Se il ranking Atp non fosse “congelato” dalla pandemia, oggi Jan sarebbe già fra i primi 10 del mondo, il migliore di un’Italia che comunque la prossima settimana piazzerà 10 giocatori fra i primi 100 grazie alle semifinali di Gianluca Mager a Marbella. Il dieci per cento del tennis che conta è nel nostro portafoglio, e non è detto che sia finita qui. «Sono molto felice per questa vittoria – spiega, pacifico come un maestro zen, il tono di voce che ricorda il Thoeni della valanga azzurra -. E stata una battaglia, alla fine ho rischiato tutto. Roberto è un giocatore solido, averlo battuto ancora significa molto per me». Contro Bublik il match Sinner l’aveva addentato nel tie-break del primo set. Contro Bautista Agut, n. 12 Atp, lo spagnolo che fa da benchmark ai campioni che aveva già superato due settimane fa a Dubai, è partito nervoso. Distratto dal vento, dal peso della giornata, nel primo set è andato sotto scentrando troppi diritti (17 su 26 errori complessivi), nel secondo ha rischiato il bradisismo sul 3-3 e 0-40, ma in quel cruciale settimo game è riuscito a salvare 4 palle break, tre consecutive, e sullo slancio pareggiare il conto. E nel terzo, dopo un break e un contro break, ha cambiato faccia alla partita e nome al finalista in un solo game, il decimo, quando ha aggredito le palle pensanti di Bautista con due rovesci da ko, lasciandogli la mente tumefatta e il braccio pesante. […]La finale se la giocherà domani contro chi è emerso nella notte dall’altra semifinale tra Rublev e Hurkacz, non una sfida impossibile, anche perché l’impressione è che di mission impossibile, per Jan, ne siano restate davvero poche. «Ma deve ancora migliorare nella gestione della partita – predica coach Piatti, non sai se serio o ironico come Liedholm -. Ha giocato 69 partite Atp, gliene mancano 81: a quota 150 sarà pronto. E di cose grandi allora ne farà». Magari anche prima, coach.

A Miami è nato un fenomeno (Piero Valesio, Il Mattino)

Non è umano. Aveva ragione Bublik. Jannik Sinner batte per la seconda volta in due settimane Roberto Bautista Agut, un top player di fatto, e conquista la prima finale di un 1000 nella sua carriera. A 19 anni. Dopo aver visto le pene di un inferno tremendo per due ore e mezzo, dopo aver commesso 53 errori di cui 31 di dritto. […]Dopo aver dovuto rimontare una situazione di svantaggio in ogni set. Dopo aver giocato un ultimo game da non credere: sentendo la palla in quei quattro punti come mai aveva fatto nelle due e mezza precedenti chiudendo 5-76-4 6-4. Difficile non entusiasmarsi. Difficile non darsi pizzicotti di varia entità per avere certezza di essere nel reale. Sinner è in finale a Miami. Se l’impresa di Fabio Fognini a Montecarlo (primo italiano a vincere un torneo di questa categoria) era stato visto come il raggiungimento dell’obiettivo ricercato per tutta la vita, ciò che Sinner potrebbe centrare nella finale di domani potrebbe essere null’altro che la sigla d’apertura di una carriera da leader. Che è solo all’inizio. FORZA MENTALE Nei primi due set il match è stato quanto di più mentale si possa immaginare. Bautista aveva un solo imperativo categorico: quello di far pesare sulle spalle del giovane avversario la sua età e la sua esperienza. Vuoi battermi di nuovo ragazzino? Allora mangia questa minestra, renditi conto in ogni singolo quindici che non puoi far valere l’esuberanza della tua gioventù. Perché nel braccio di ferro vinco io. Anzi, perdi tu. Il messaggio è stato questo per tutto il match. Non è un caso che sul secondo set point lo spagnolo, quasi vittima di una crisi di coscienza, abbia giocato una palla corta complicatissima rinunciando al suo ruolo di padre padrone: e che l’abbia fallita. Ma nel tennis ci sono meccanismi che si consolidano con l’età e allora ecco che all’inizio del terzo il vecchio Bautista ha pensato bene di ispirarsi all’Atahualpa di Paolo Conte: ha guardato il giovane e gli ha detto: «descansate nino, che continuo io». E ha infilato un parziale di 12 punti a zero. Questioni di mente, di cervello, di ormoni, di età. Specie quando il ragazzo deve ancora affinare molte di quelle armi che gli consentiranno di diventare un giocatore completo. Ma il ragazzo non è umano o forse è diversamente umano. E deve essere stato tremendo per Bautista scoprire sulla sua pelle che il Nino non si era descansato per nulla. E che sarebbe toccato invece a lui farsi da parte per lasciare spazio alla storia vivente che il tennis italiano (e forse non solo) aspettava da più di quarant’anni

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Matteo e Jannik, coppia da urlo (Mastroluca, Crivelli, Azzolini). Medvedev passa ma che fatica (Bertellino)

La rassegna stampa di martedì 25 gennaio 2022

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La nuova era dell’Italtennis (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

E’ grande Italia a Melbourne. Per la prima volta in uno Slam diverso dal Roland Garros, due azzurri centrano i quarti di finale. Jannik Sinner e Matteo Berrettini, che sfideranno rispettivamente Stefanos Tsitsipas e Gael Monfils per avvicinare ancora un po’ il sogno di una finale tutta tricolore, stanno guidando il nuovo boom del tennis italiano dopo la grande stagione degli anni Settanta. Proprio da quella stagione non si vedevano due italiani così avanti in un major. Era il 1973, a Parigi facevano sognare Paolo Bertolucci, eliminato nei quarti, e Adriano Panatta, sconfitto in semifinale, battuti entrambi dallo stesso avversario, quel Niki Pilic per cui poco dopo si sarebbe scatenato a Wimbledon un boicottaggio senza precedenti. Il ventenne Sinner non ha dato alcun segno di particolare durante il suo debutto sulla Rod laver Arena, peraltro contro l’ultimo australiano rimasto in tabellone nello Slam di casa, Alex De Minaur. Il primo set ha marcato la distanza tra il Sinner attuale, formalmente fuori dai primi dieci del mondo ma con un tennis da top player; e un De Minaur che meno di un anno fa era numero 15 del mondo. L’australiano ha giocato anche meglio, non ha sbagliato scelte, riusciva ad anticipare anche in controbalzo le bordate da fondo dell’azzurro. Ma alla fine il set l’ha vinto Jannik, e la partita non è più stata la stessa. «L’aspetto più importante di questa vittoria — ha detto l’azzurro — è stata la mia capacità di trovare una soluzione alle difficoltà iniziali. Mi sono concentrato per iniziare a servire meglio, e fortunatamente à sono riuscito, e poi ho provato a spingere di più e a far muovere Alex. Mi aspettavo una partita lunga, devo dire che ho alzato il mio livello nel secondo e terzo set». l’ha riconosciuto anche il suo avversario. Jannik, ha detto, «ha giocato meglio quando è calata l’ombra su tutto il campo. La sua palla viaggiava di più per tutto il campo e sappiamo tutti quanta straordinaria potenza sia in grado di esprimere». Il 20enne di Sesto Pusteria, che ha promesso di fare il tifo per Matteo Berrettini conto Monfls, affronterà per la quarta volta Tstsipas. Hanno giocato sempre sulla terra rossa, Sinner l’ha già battuto agli Internazionali BNL d’Italia e pensare che oggi parta alla pari o addirittura leggermente favorito non è un’eresia. […]

Un urlo per la storia (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Quando una farfalla sbatte le ali a Melbourne, in Italia cominciano a farsi largo i sogni. Più che teoria del caos, è pratica del talento: dopo Matteo Berrettini, anche Jannik Sinner approda ai quarti degli Australian Open, sigillando un’impresa che in uno Slam al tennis italiano mancava da 49 anni, quando nel 1973 a Parigi furono Adriano Panatta e Paolo Bertolucci a introdursi tra i magnifici otto. Si temeva, per Jannik, l’effetto-casa, inteso come tifo rumoroso e a senso unico a favore del rivale aussie De Minaur, e invece il match è marchiato a fuoco dalla maturità e dalla concentrazione dell’azzurro, dalla sua maggior varietà di soluzioni, dalla capacità di gestire senza apprensioni la palla lineare e pulita di Alex, che evidentemente ne esalta la velocità e la potenza delle controrepliche. Demon dura un set, provando a stuzzicare con pervicacia il dritto di Jan, ma quando il tie break prende la via italiana, la sfida è segnata: da lì, il servizio di Sinner scava la differenza e le sue discese a rete rappresentano un eccellente ed efficace diversivo (addirittura 26 punti su 32). A fine match, una farfalla si posa sul cappellino del numero 10 del mondo e Courier, oggi speaker del torneo, gli ricorderà che successe anche a lui. E poi vinse il torneo. Evocazioni magiche che non scuotono l’umiltà di Jannik: «A 20 anni puoi soltanto crescere. Negli ultimi mesi sono maturato come giocatore, ma soprattutto come persona, che per me è la cosa più importante. Comunque devo crescere ancora tanto sotto qualsiasi aspetto». Intanto però è nei quarti degli Australian Open per la prima volta e con la prospettiva, domani, di una sfida affascinante ma non certo chiusa contro Tsitsipas. Prima, tuttavia, si godrà lo spettacolo dell’amico Berrettini, in campo contro Monfils e avanti 2-0 nelle sfide dirette: «Giocherà in serata, quindi sarò nel letto a guardarmi la partita, come ho già fatto in altre occasioni. Seguire gli incontri di Matteo mi fa solo piacere, perché lo ammiro sia come giocatore sia come persona. Gli dico in bocca al lupo e mi auguro possa vincere ancora». Per incontrarsi, perché no, alla fine di un percorso comune, nell’Eden dei tennisti: una finale Slam. Magari già a Melbourne: «Cosa accadrebbe? Ancora non lo so – confida Jannik – perché non abbiamo mai giocato uno contro l’altro. Speriamo nel futuro di poterlo fare spesso. Matteo è un bravissimo ragazzo e un bravissimo giocatore. Anche il suo team è molto umile e mi piace stare intorno a lui perché credo che posso imparare tante cose. Anche nella Atp Cup, quando l’ho conosciuto meglio e ci siamo allenati insieme diverse volte, ho capito che è una bravissima persona oltre che un ragazzo normale, e io credo che più normale sei e meglio è. In campo è ovvio che vuoi vincere contro chiunque, ma sarebbe più difficile perché un derby avrebbe tante insidie». L’elogio della normalità, che si era riverberato anche dalle parole di Matteo del giorno prima, con annessi i complimenti sentiti a Jannik: «Andiamo d’accordo perché siamo due bravi ragazzi. Ci sentiamo spesso, parliamo delle nostre partite. La nostra non la chiamerei rivalità, semmai sana competizione: a me dà la carica sapere che c’è un altro italiano così forte, mi spinge oltre i miei limiti. Prima o dopo ci affronteremo, e sarà bellissimo. Intanto siamo uno stimolo reciproco per raggiungere risultati sempre più grandi».

Che fenomeno! (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Una farfalla si posa su Jannik Sinner. Sceglie il momento dell’intervista e si lascia inquadrare dalla telecamera. Là sul berretto, vicino al rosso dei capelli che di Semola è certo la parte più floreale. È un segnale, dice Jim Courier, nei panni dell’intervistatore entomologo. «Una magia». Certo è così. Non c’è volo di farfalla che non abbia titillato suggestioni, acceso raffronti, ispirato metafore. Teorie persino. Come quella del caos. Il lieve battito d’ali di una farfalla intorno a Sinner provocherà un uragano dall’altra parte del mondo? Ma è da aruspici stabilire di quali annunci sia portatrice la farfalla di Jannik, e non pare il caso di tentare la sorte, sebbene nel giorno che vede il giovane issarsi al pari dei più esperti una riflessione s’imponga su ogni altra, centrata sul mistero che ogni farfalla porta con sé. L’enigma della metamorfosi. Che il bruco Sinner sia definitivamente asceso allo stadio più elevato della propria trasformazione? Ieri, opposto al pedestre Alex de Minaur nei quarti mostra la trasformazione completata da giovane aspirante a campione. Lo abbiamo visto volare come una farfalla e pungere come un’ape. È anche questo un segnale? Courier non avrebbe dubbi. E sono due gli italiani lassù. L’Italia è – al centro dello Slam. Azzurro Tennis, la proposta colore per la moda dei prossimi anni. L’Austalia non ne ha nessuno. L’ultimo è stato messo alla porta da Sinner con facilità. Alex de Minaur ha gambe buonissime ma in confronto a Sinner sembra giocare con un piumino al posto della racchetta, mentre quello è già passato al randello. Il match è durato un set, il primo, e l’unico in cui coach Lleyton Hewitt si sia dato pena di metter su un’espressione da gran cattivo, che fa tanto bischero ma resta il modo più diretto per ricordare al proprio adepto di essere ostile (nell’animo) almeno quanto lo era lui. Sinner poi ha dilagato, alternando molto bene colpi da fondo a qualche discesa a rete. […]

Medvedev passa ma che fatica (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Il n°2 del mondo, Daniil Medvedev si è issato nei quarti ma non è stata una passeggiata. Contro il sorprendente e atipico Maxime Cressy, n. 70 ATP, giocatore serve and volley nome nuovo di questo inizio 2022 (finalista a Melbourne nell’ATP 250) ha dovuto lottare 4 set trovandosi a un punto dal cedere anche il secondo. II russo ha dovuto contrastare il serve & volley del rivale nato in Francia ma di passaporto americano che ha messo in campo un tennis a dir poco spavaldo e vario negli schemi, quanto alterno (18 ace, 18 doppi falli). Contro un avversario che non ha mostrato cali e ha contribuito allo spettacolo, Medvedev ha fatto valere la legge dell’esperienza, ha giocato anche sul piano psicologico, protestando con il giudice di sedia, chiedendo un time out per il bagno («Non posso fare pipì e per lui niente violazione di tempo?»). Ha provato insomma a destabilizzare l’americano. II solito Medvedev, insomma, ormai anche personaggio. Che se la prende anche con gli organizzatori «Possibile che non abbia ancora giocato, con il mio status, nella Rod Laver Arena?». Per un posto in semifinale sfiderà Felix Auger Aliassime che ha centrato la prima vittoria di sempre dopo 3 sconfitte con il croato Marin Cilic. Primi quarti nel draw femminile di uno Slam, al suo 63° tentativo, per la 32enne nizzarda Alizé Cornet. A Melbourne era arrivata al massimo negli ottavi, nel 2009. Per farlo la transalpina ha battuto l’ex n.1 Simona Halep. Battaglia aspra anche per il caldo torrido che le ha più volte messe in difficoltà, in particolare la Halep. Dopo 2 ore e 35′ e con tanto di pianto liberatorio Alizè si è imposta in 3 set, un altro scalpo importante dopo quello dell’iberica Garbine Muguruza. Alla fine intervista sul campo e siparietto con Jelena Dokic che ha ricordato l’ultimo ottavo giocato dalla transalpina a Melboume; «Era il 2009, tu stavi giocando contro Dinara Safina e la vincitrice sarebbe stata la mia avversaria, e ricordo che tu non sfruttasti un match point; perciò voglio abbracciarti». La Cornet, emozionala, ha risposto: «Mi piaceva tanto il tuo gioco, avrei voluto affrontarti, fu un grande dolore, ma 13 anni dopo sono qui. Dopo mezz’ora eravamo quasi in fin di vita ma abbiamo lottato per 2 ore e mezza. Simona è una vera lottatrice. II sogno si è avverato, non è mai troppo tardi per provarci ancora. Dopo 30′ le mani mi tremavano, non vedevo bene, ma il box mi ha aiutata». 

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Matteo c’è (Pierelli). Berrettini senza limiti (Mastroluca). Berrettini, ace e record: “Sto facendo cose grandi” (Piccardi). Ace e pazienza Berrettini come nessuno (Rossi)

La rassegna stampa di lunedì 24 gennaio 2022

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Matteo c’è (Matteo Pierelli, La Gazzetta dello sport)

Alla fine si ritorna sempre a quella partita lì, che rivelò al mondo intero di che pasta fosse fatto Matteo Berrettini. Era l’estate 2019 e allo Us Open l’allievo di Vincenzo Santopadre diede una decisa sterzata alla sua carriera: la partita vinta al tie-break del quinto set con Gael Monfils lo spedì dritto dritto fra i grandi, prima di perdere in semifinale contro Rafa Nadal, che poi vinse il torneo. Da allora è cambiato tutto: la consapevolezza nei propri mezzi, l’esperienza, la solidità mentale e la finale a Wimbledon contro Djokovic, l’unico capace di fermarlo negli ultimi tre Slam. Maturato Così Berrettini domani, ancora nei quarti, incrocerà le lame un’altra volta con Monfils, battuto anche nell’altro precedente (nell’Atp Cup 2021) ma che non è da sottovalutare: finora non ha lasciato per strada neanche un set. E l’imprevedibile francese è pur sempre uno che ha raggiunto due semifinali Slam (Roland Garros 2008 e Us Open 2016) e che quest’anno, a 35 anni suonati, è partito come meglio non poteva, vincendo anche il torneo di Adelaide.

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Ingiocabile di sicuro, se Matteo riuscirà a servire come ha fatto contro Carreno Busta la strada sarà quantomeno in discesa. Nel match contro lo spagnolo i numeri parlano da soli: 28 ace (sono 80 nel torneo…), 87% dei punti con la prima e una sola palla break concessa in tutto l’incontro durato due ore e 24 minuti, lungo i quali il pur indomito asturiano non ha mai dato la sensazione di poter girare la partita. «Credo che al servizio sia stata una delle prestazioni più importanti della mia carriera. Avevo la sensazione che lui non riuscisse a leggere la mia battuta. Così avevo maggiore libertà di azione e maggiore tranquillità durante lo scambio. Sono stato attento, ho giocato un match molto solido». Che gli ha permesso di diventare il primo italiano capace di raggiungere almeno i quarti di finale in tutti e quattro i tornei dello Slam, un dato che certifica più di ogni altro la qualità dell’allievo di Vincenzo Santopadre, che ha compiuto massi da gigante negli ultimi tre anni.

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Tra l’altro, Berrettini è solo il quarto italiano a raggiungere i quarti di finale agli Australian Open dopo Giorgio De Stefani (1935), Nicola Pietrangeli (1957) e Cristiano Caratti (1991): nessuno di loro si è mai spinto più in là. E forse Matteo ci sarebbe già riuscito lo scorso anno quando si dovette ritirare dal torneo prima di giocare gli ottavi contro Tsitsipas per l’infortunio agli addominali.

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Berrettini senza limiti (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

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Berrettini, che ha servito più ace di tutti all’Australian Open finora, è diventato così il terzo italiano con più quarti di finale Slam all’attivo (5), e il primo ad averne raggiunto almeno uno in tutti i quattro major, traguardo a cui sono arrivati solo in 49 nell’era Open. «Non lo sapevo, me l’hanno detto dopo la partita. Ovviamente mi fa piacere, vuol dire che sto facendo qualcosa di buono – ha commentato – Non avrei mai immaginato di poter realizzare tutto questo, di poter togliere un record a qualcuno». Nello Slam australiano, solo tre italiani prima di lui erano andati così avanti: Giorgio de Stefani (1935), Nicola Pietrangeli (1957) e Cristiano Caratti (1991). Nessuno ha mai centrato la semifinale. Berrettini ha altri due motivi per sognare. Intanto è virtualmente numero 6 del mondo, e sarebbe il suo best ranking. Poi si giocherà da favorito la sfida per la semifinale contro Gael Monfils, benché il francese stia giocando con una serenità che combinata ai talenti multiformi può mettere paura. LA PARTITA. Il numero 1 italiano ha giocato con l’autorevolezza dei campioni, capaci di indirizzare le partite esaltando l’efficacia dei colpi forti nei momenti in cui conta di più. Berrettini ha da subito tolto fiducia allo spagnolo, con almeno un ace a game in otto dei suoi primi dieci turni di battuta. Ha continuato a martellare, come dimostra il 77% di prime di servizio in campo da cui ha ricavato 1’88% di punti. Numeri che rappresentano una condizione necessaria ma non sufficiente a far funzionare lo schema base, la combinazione servizio-diritto che ha spezzato la resistenza del numero 21 del mondo. Carreno ha provato a mettere in campo le sue anni, il suo tennis geometrico, solido, per molti sfiancante. Ma contro un Berrettini così sarebbero servite espiosività in risposta e variazioni in modo da prendere il controllo del gioco. Doti che lo spagnolo non possiede in quantità tali da minare la forza tranquilla dell’azzurro, che ha chiuso con più del doppio dei colpi vincenti, 57 a 27, e anche tre gratuiti in meno, 27 a 30.

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Il prossimo step, la sfida contro Monfs, porta con sé ricordi positivi. Il romano l’ha sconfitto in Australia un anno fa nell’Atp Cup e soprattutto nel 2019, al tiebreak del quinto set, in uno storico quarto di finale dello US Open. Quel successo gli avrebbe fatto vivere la prima semifinale Slam della sua carriera. «Spero di riuscire a ripetere quella prestazione – ha commentato l’azzurro – Gael ha 10 anni più di me, ma fisicamente sembra i più giovane: è in perfetta forma e corre tanto. Ha grande esperienza, ha giocato tante partite di questo livello negli Slam, ma a queste situazioni comincio ad abituarmi anche io». Corteggiato anche da Netflix (la coppia con Ajla Tomljanovic attira l’attenzione dei produttori della docuserie in lavorazione presenti a Melbourne) Berrettini non ha nessuna intenzione di fermarsi qui.

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Berrettini, ace e record: “Sto facendo cose grandi” (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

Se a precederlo, lungo la strada della sua personalissima leggenda, è quel servizio (Ieri 28 ace, un doppio fallo, 87% di punti con la prima), Matteo Berrettini può fare ciò che vuole. «Davvero sono il primo italiano che si qualifica per i quarti di finale in tutti e quattro gli Slam? — chiede dopo aver demolito negli ottavi Pablo Carreno Busta, l’ex top ten che a un certo punto esaurisce le idee: impossibile rispondere a man in black —, beh, mi fa piacere, significa che sto facendo grandi cose. Mai lo avrei immaginato quando da ragazzino venivo qui a giocare il torneo junior sperando, un giorno, di qualificarmi per quello vero. E una grande sensazione». Piccoli gladiatori crescono. I tre set impeccabili con lo spagnolo (7-5, 7-6, 6-4) valgono importanti conquiste: il quinto quarto Slam in carriera, il quarto consecutivo perché un anno fa, in Australia, Matteo era stato costretto al ritiro per un infortunio agli addominali (l’ottima notizia è che Berrettini, dopo Melbourne, non avrà punti da difendere fino ad aprile). Il successo su Carreno Busta, inoltre, permette all’azzurro di scavalcare In classifica il russo Andrei Rublev, eliminato dal vecchio Cilic rivitalizzato dalla Coppa Davis: Matteo diventa numero 6 virtuale, best ranking.

[…]

Dall’altra parte della rete, stanotte, infatti Berrettini trova il funambolico francese Gael Monfils, che a 35 anni, fresco del matrimonio con la collega Elina Svitolina, sta vivendo una seconda giovinezza. A livello Slam, Matteo ha assaggiato il tennis fisico e inesauribile del francese nel 2019, nei quarti all’Open Usa nella stagione della sua esplosione: «So perfettamente cosa aspettarmi — spiega —, una battaglia senza esclusione di colpi. All’epoca, a New York, ero meno consapevole dei miei mezzi: era il mio primo quarto Slam e la mia prima volta sull’Arthur Ashe, che è sconfinato. Oggi mi sento più sicuro, più maturo e gioco meglio a tennis. Monfils sta giocando davvero bene però io non ho usato tantissime energie fisiche e mentali con Carreno, quindi sarò pronto».

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Carreno non è riuscito a leggere il suo servizio («Una delle migliori prestazioni della mia carriera»), permettendogli di affrontare i turni in risposta a mente sgombra. E un Berrettini sereno, diventa un’arma letale. 

Ace e pazienza, Berrettini come nessuno (Paolo Rossi, La Repubblica)

L’urlo di Matteo Berrettini, dall’altra parte del mondo, è di pura gioia. Da oggi può fregiarsi di un altro primato: essere il primo, e quindi l’unico, tennista italiano ad aver raggiunto i quarti di finale di tutti gli Slam.

[…]

Urla dunque, alza orgoglioso il muscolo e ne ha ben donde: i suoi 28 ace spiegano quasi tutto il come ha battuto lo spagnolo Carreno Busta e, durante il match, più d’uno — su Twitter — ha postato e abbinato l’immagine di Berrettini/Thor con il suo martello. Ma non è solo potenza, questo ragazzo romano: sarebbe riduttivo sintetizzare così il suo gioco, nel suo tennis ci sono molti altri ingredienti. E lo conferma il viaggio che il ragazzo di coach Vincenzo Santopadre ha intrapreso: in due anni e mezzo Berrettini ha realizzato alcune cose. Quali? Una semifinale agli Us Open, un quarto di finale al Roland-Garros e la finale a Wimbledon (primo e unico italiano). Oggi, 2022, Melbourne. E stavolta non trova (grazie al governo australiano) Djokovic, l’unico ad averlo battuto negli Slam del 2021.

[…]

In questo Australian Open, di pazienza, Berrettini ne ha già avuta tanta: dal gestire il mal di pancia (ma l’Imodium l’ha molto aiutato) al cercare — fiducioso — la crescita di condizione, fino nel monitorare i postumi della caduta (con caviglia storta) durante il match contro Alcaraz. Per questo il Berrettini di ieri ha spaventato e preoccupato più di qualche rivale candidato al titolo: la fiducia mostrata, dopo lo spavento della possibile rimonta (sempre contro Alcaraz), ha alleggerito l’animo del nuovo numero 6 del mondo (e nel migliore dei casi potrebbe salire di un’altra casella), e ad accorgersene è stato il povero Carreno Busta. E adesso? Si scrive Melbourne, ma si legge New York 2019. Sembra un déjà-vu clamoroso, per lo Slam che lanciò l’azzurro nel firmamento. Ai quarti c’è Gael Monfils e, volendo guardare più in là con il naso, Rafael Nadal. Esattamente come in quegli Us Open.

[…]

“Mi ricorda il percorso fatto, gli affetti di casa e mi tiene saldo nei momenti di sbandamento che il circuito e la vita comunque ti presentano». Anche per questo si è tatuato la rosa dei venti: serve per tenere la bussola, «e anche perché i tatuaggi mi piacciono».

[…]

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Rassegna stampa

Sinner conquista gli ottavi (Crivelli, Azzolini, Mastroluca)

La rassegna stampa di domenica 23 gennaio 2022

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Più forte ragazzi! (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Sorridiamo. Sono ben lontani i tempi in cui per gli italiani la seconda settimana di uno Slam rappresentava un viaggio verso l’ignoto. Lo Slam degli antipodi, per collocazione geografica e temporale, è sempre stato il più ostico, ma il rinascimento azzurro ha scrostato anche queste antiche ruggini e per la terza volta in quattro anni due nostri eroi sono agli ottavi: nel 2018 toccò a Seppi e Fognini, l’anno scorso a Fognini e Berrettini, quest’anno a Berrettini e Sinner. Dunque, tutto l’arco evolutivo delle racchette azzurre, in un passaggio graduale di consegne che adesso spedisce nella fase calda del torneo una coppia d’assi. Perché Matteo, in campo stamattina alle 11 contro lo spagnolo Carreno, e Jannik, domani impegnato contro De Minaur, portano orgogliosi sulle spalle la fiera ambizione di arrivare fino in fondo. Non saranno due incroci semplici, ma la classifica, le qualità tennistiche, la solidità di rendimento delle ultime stagioni indirizzano la bussola verso il tricolore. Certo l’ineffabile Sinner, contro il prossimo rivale australiano, gambe di caucciù e capacità sublime di appoggiarsi al ritmo altrui, non potrà concedersi le pause mentali mostrate contro Daniel. Prima volta agli ottavi a Melbourne, adesso a Jannik mancherebbe solo Wimbledon per completare il piccolo filotto: «Sono molto felice di come stanno andando le cose, il match è stato particolarmente duro. Dopo un’ottima partenza ho iniziato a commettere qualche errore di troppo mentre il mio avversario cresceva, nel secondo set sono calato d’intensità ed era già accaduto nel primo, sul 3-0. Negli Slam può succedere ed è un attimo che l’avversario rientri in partita. Se avessi ottenuto il break nel primo game del secondo set sarebbe andata diversamente. Ma io devo imparare a mantenere un determinato livello per tante ore. Sono arrivato alla seconda settimana, adesso testa al prossimo match che sarà altrettanto duro: vedremo cosa accadrà. Non mi preoccupa il pubblico contro, ma lui in casa gioca sempre bene. Nel giorno di riposo cercherò di gestire bene l’off court. Quando allenarsi, come comportarsi. Io credo di avere tanto margine in qualsiasi cosa. Dovrò alzare di sicuro il livello di gioco». Passando a Berrettini, ieri Matteo si è particolarmente dedicato alla fisioterapia dopo le oltre 4 ore di battaglia contro Alcaraz e la storta alla caviglia destra (senza conseguenze) del quinto set. Lo attende un altro esame non semplice di spagnolo: Carreno, 21 Atp, non prende gli occhi ma è assai solido, sta giocando in fiducia e nelle giornate di grazia può trasformarsi in un muro che rimanda tutto.

Sinner cresce così (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 

Nel suo lungo apprendistato, spinto da un genuino bisogno di apprendere che non può che fargli onore, Jannik Sinner farà bene a ricordarsi di questa serata australiana, nella quale ha fatto la conoscenza di Taro Daniel, giapponese di mamma e passaporto, americano di padre e di nascita. […] Sembra un effetto ottico, Taro Daniel. Appare leggero, ma colpisce duro. Dà l’impressione di essere basso, perché si ingobbisce nelle corse, ma è sopra il metro e novanta. Sui colpi non è mai violento, tende piuttosto a non dare peso alla palla, un’esca alla quale i moderni ribattitori non resistono. Vi si avventano contro e la sbattono in tribuna. Berrettini l’ha incontrato una prima volta a Belgrado, e nel secondo set mancò poco che si addormentasse. Rinvenne a inizio del terzo e risolse la questione con le armi che gli sono proprie, prendendolo a mazzate. Sinner ha fatto lo stesso, uscendo di scena per un set intero, il secondo, nel quale nemmeno sembrava più lui. Poi nel terzo set è tornato a manovrare i colpi, cauto all’inizio poi sempre con maggiore slancio. Alla fine, il giovane Semola ne è sortito bene. Ha vinto a mani basse il quarto e ha agganciato il carro degli ottavi. È la prima volta in Australia. Contro Alex De Minaur, il prossimo avversario, potrà dimostrare che l’assopimento di ieri era stato causato dal tennis mortifero di Daniel, non dalla sopraggiunta stanchezza né da un abbassamento di forma. De Minaur gli offrirà schemi più rapidi, colpi più sostenuti, e lui potrà tornare a spingere come gli pare e piace. «Avrà il pubblico dalla sua ed è giusto così, ma non è la prima volta che mi capita di sfidare il beniamino di casa e devo dire che la cosa non mi mette alcuna pressione. Piuttosto, devo fare di più e meglio rispetto a quanto fatto con Daniel. E’ stato un match complicato, nel quale lui è stato solido e non ha regalato nulla. All’inizio giocavo bene, sentivo la palla, variavo il gioco, poi non sono più riuscito a farlo. Negli Slam il livello del tennis va tenuto alto per molte ore, questo è l’insegnamento che mi è giunto dal match».

Sinner chiama in campo McEnroe (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Una buona abitudine, da conservare e non dare per scontata. Per il sesto Slam di fila, l’Italia vanta due giocatori negli ottavi nel tabellone di singolare maschile. La serie, avviata da Matteo Berrettini, l’ha completata ieri Jannik Sinner navigando anche controvento in una partita piena di insidie nascoste contro il giapponese Taro Daniel. «È stato un match molto duro. Dopo un’ottima partenza ho iniziato a commettere qualche errore di troppo mentre il mio avversario cresceva, devo imparare a mantenere un determinato livello per tante ore» ha detto Sinner che ha chiuso 6-4 1-6 6-3 6-1. Ancora imbattuto nel 2022, a 20 anni e 5 mesi ha già raggiunto almeno gli ottavi in tre Slam su quattro. È il primo Under 21 che, complessivamente, si è spinto quattro volte alla seconda settimana di un major dai tempi di Juan Martin Del Potro tra il 2008 e il 2009. A questo punto sognare non è un azzardo. Sinner sfiderà infatti il suo “amuleto” Alex De Minaur, che ha sconfitto nella finale delle Intesa Sanpaolo Next Gen ATP Finals, il trofeo che l’ha fatto conoscere al grande pubblico, e nel percorso verso il primo titolo ATP a Sofia nel 2020. Sulla KIA Arena, Sinner ha dovuto governare il vento e gestire il tennis spavaldo del giapponese nato a New York e forgiato in Spagna che aveva eliminato Andy Murray in tre set. L’inizio è incoraggiante, ma presto Sinner appare meno reattivo, più lento negli spostamenti. Indietreggia in risposta, palleggia contro un avversario che schizza come una molla e alla prima occasione prende il campo per accorciare ancora di più i tempi di gioco. All’inizio del secondo set, l’azzurro chiede calma rivolto al suo angolo, ma è il primo a perderla. Si inviluppa dentro una serie di errori e scelte confuse, perdendo il primo set del torneo. Ma quando riprende il timone, si rivede la miglior versione di Jannik. E la partita si è rimessa sulle lunghezze d’onda della logica. A quel punto Daniel non ha più avuto chances. «Nel secondo set sono calato d’intensità, nelle partite al meglio dei cinque set può succedere. Basta poco per rimettere l’avversario in partita – ha ammesso l’azzurro – Ma sono arrivato alla seconda settimana, adesso testa al prossimo match che sarà altrettanto duro: vedremo cosa accadrà. Certamente non è semplice giocare con il pubblico contro, e De Minaur in casa gioca sempre molto bene». Anche l’australiano sa bene cosa aspettarsi: «un’immensa potenza di fuoco – ha detto – Devo riuscire a non farmi sbattere da un angolo all’altro del campo e comandare il gioco». Intanto, tiene ancora banco il toto-nomi per individuare chi sarà l’uomo in più che Sinner ha annunciato si aggiungerà al suo staff. Tra i più papabili, anche se spesso sono proprio loro a entrare papi in Conclave e a uscirne solo cardinali, c’è John McEnroe che ha già lavorato con Riccardo Piatti aiutando Milos Raonic a raggiungere la finale a Wimbledon nella stagione migliore della sua carriera. L’icona del tennis USA si era auto-candidato al ruolo, anche solo come super-consulente. Ieri Sinner ha fatto crescere ancora di più le aspettative. «Sappiamo tutti che è una leggenda, quindi sì, mi piacerebbe essere allenato da lui. Vediamo che succede».

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