Roland Garros: Djokovic-Nadal, 3° set da cineteca. Macchè overdose! 58 duelli non ci bastano [VIDEO]

Editoriali del Direttore

Roland Garros: Djokovic-Nadal, 3° set da cineteca. Macchè overdose! 58 duelli non ci bastano [VIDEO]

PARIGI – Alla fine Nadal l’invincibile non ne aveva più. Stroncato fisicamente, ma prima tecnicamente. Ora Nole è a un tiro di schioppo dallo Slam n.19, da Nadal e Federer. Ma nessuno ha vinto più di Tsitsipas quest’anno

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Rafael Nadal e Novak Djokovic - Roland Garros 2021 (ph. ©Cédric Lecocq _ FFT)
 

Io non sono proprio così sicuro che vedrò un’altra partita così. Eppure di partite epiche – che dite? – credo di averne viste davvero tante. Potrei non vederne più così, in particolare, fra Djokovic e Nadal. Il film del terzo set nel regno di Nadal secondo me andrebbe fatto vedere e rivedere in tutte le scuole tennis.

Pur avendo apprezzato a sprazzi anche quella vinta in cinque set da Tsitsipas su Zverev (6-3 6-3 4-6 4-6 6-3 in 3h e 36 m), con il greco che ha dimostrato di possedere un tennis più completo rispetto al tedesco e se non si fosse distratto con tre errori gratuiti nel secondo game del terzo set secondo me avrebbe potuto “uccidere” il match in tre set, mi riferisco alla seconda semifinale, quella finita una decina di minuti dopo le 23, e che Novak Djokovic, vittorioso dopo quattro ore e 11 minuti (3-6 6-3 7-6 6-2) ha definito “la mia miglior partita di sempre al Roland Garros, la più bella ed emozionante, una delle mie tre migliori partite di sempre in carriera”.

Sono frasi pronunciate da uno che ha vinto 18 Slam e che di partite ne ha giocate… soltanto 1.155 nel circuito maggiore (960 vinte con ieri sera, 195 perse).  Avrà esagerato lui, esagero io? Per carità, può essere, però al ritmo in cui ho visto giocare contemporaneamente questi due fenomeni ieri sera, scambi, angoli, pallate, finezze, dal secondo set in poi, non ho ricordanza sulla terra rossa. Eppure credo di avere buona memoria. Certo la finale Lendl McEnroe del 1984 fu fantastica, la semifinale vinta da Nadal su Djokovic 9-7 al quinto nel 2013, forse Wawrinka-Djokovic nel 2015, ma era tutto un altro genere di partite, perfino quella citata del 2013 fra gli stessi contendenti.

 

Leggendo su Ubitennis nella cronaca di Vanni Gibertini che secondo lui il match “non è stato per lunghi tratti straordinario dal punto di vista tecnico” – e come detto io sono d’accordo per buona parte del primo set, nel quale Djokovic è partito malissimo, subito sotto 5-0 anche se nei primi due giochi aveva avuto la palla game e anche per l’ultima parte del quarto, perché Rafa negli ultimi game proprio non ne aveva più… –  a me viene il dubbio di essermi lasciato trasportare dalle emozioni, dall’atmosfera fantastica grazie al pubblico finalmente ritrovato. E anche, forse, dall’emozione di scoprire che anche Rafa Nadal può perdere al Roland Garros perfino se gioca bene. Anche se lui, ecco perché è umano, penserà che avrebbe potuto giocare meglio, subire di meno.

Ma, incluso il finale del primo set e l’inizio del quarto, quei due set centrali sono stati, a parer mio, giocati a un ritmo e a una intensita tale, davvero disumani, che per forza chi aveva subito di più il gioco avrebbe dovuto scoppiare. E ciò a prescindere, a parer mio (quindi discutibilissimo), dall’aspetto anagrafico, dai 35 anni di Rafa che oggi mi aspetto in tanti tirino fuori. Mi direte che due set e mezzo di una partita tre su cinque e chiusa in quattro non possono essere dipinti come un intero match davvero memorabile, e forse ci avete ragione. Ma io continuo a valutarlo eccezionale.

Certo il tennis è uno sport di centimetri e non sempre si possono cogliere senza… il metro. Basta che uno tiri più corto o meno angolato di un paio di centimetri in dieci punti importanti e l’equilibrio si sposta senza che se ne possa avere l’immediata percezione. L’ho scritto altre volte: se seguiste una gara di salto in alto e la TV non vi facesse vedere a che altezza viene messa l’asticella, sareste in grado di distinguere un salto record da uno inferiore di tre centimetri e che quindi non lo è? Basterebbe l’eleganza di un salto a farvi capire che quel salto è migliore di quell’altro?  

Parlo di stile, di eleganza, e subito mi viene in mente il più stiloso di tutti, Roger Federer. Fantastico giocatore sull’erba, mille volte grandissimo anche sulla terra rossa dove per tanti anni è stato secondo solo a Nadal – e questa inferiorità l’ha fatto passare ingiustamente per uno che sulla terra non vinceva abbastanza – ma, per intendersi, io Federer sulla terra rossa non l’ho mai visto giocare così come questi due ieri sera. Come intensità ritmo, recuperi, spinta, cioè tutti quegli aspetti del match di ieri sera messi insieme che mi hanno fatto scattare in piedi un sacco di volte, al colmo dell’ammirazione e dell’incredulità giocare?

So bene che per aver scritto questo molti la considereranno una provocazione, salteranno sulla sedia come morsi da una tarantola e mi daranno del matto, dell’anti-Federer, del nadaliano, del diokoviciano. Pazienza. La penso così, anche non mi ritengo davvero infallibile. Anzi. Eppure anche questi due fenomeni, quante volte li avrò visti? Dovrei mettermi a contarli, ora che Djokovic conduce 30 a 28 i confronti diretti, ma i 17 match giocati negli Slam li ho visti tutti (10 a 7 le vittorie per Rafa dopo ieri) e secondo me su 58 me ne possono essere sfuggiti quattro o cinque, perché salvo cinque quarti di finale e quattro sfide di Round Robin (tra Finals e Davis) gli altri duelli sono sempre stati tutte finali o semifinali.  

Rafael Nadal e Novak Djokovic – Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Certo posso ritenere che il Nadal di qualche anno fa avrebbe retto meglio fisicamente, perché alla fine Djokovic lo ha proprio stroncato sul fisico facendogli fare il tergicristallo, giocando un match tatticamente perfetto, soprattutto con i cross stretti di dritto che hanno martellato il maioechino impedendogli di girare attorno alla palla per colpire di dritto. Se il merito è di Marian Vajda complimenti a lui. Anche se poi le tattiche vanno sapute eseguire.

Ma se Rafa ha subito il tennis di Djokovic e il “golpe” c’è stato, non si può dire che ciò sia accaduto perché lui abbia incontrato una cattiva giornata, come gli era capitato con Rublev a Montecarlo. Nel quarto set, pur essendo andato avanti di un break, Rafa non ne poteva proprio più, perché Djokovic sembrava quello del 2011 quando batté Rafa sette volte di fila, cedendogli appena sei set fra Indian Wells e la famosa interminabile finale di Melbourne 2012 (7-5 al quinto, 5 ore e 53 minuti. In quella serie lo batté anche a Madrid (7-5 6-4) e a Roma (6-4 6-4), quindi sulla terra battuta. Fino a Montecarlo 2012 non ci avrebbe più riperso.

Allora in tanti, ricordo uno per tutti Gianni Clerici, si persuasero che Novak fosse in assoluto più forte di Rafa per il fatto di possedere due colpi da fondocampo ugualmente efficaci al cospetto di Rafa che aveva invece uno straordinario e unico dritto ma non un altrettanto straordinario rovescio. Poi negli anni Rafa è migliorato tantissimo di rovescio (e col servizio) ed è diventato sempre più completo fino a chiudere il gap. E sulla terra nessuno, nemmeno Djokovic che ora è l’unico ad averlo battuto due volte al Roland Garros ma ancora deve vincere il torneo per la seconda volta, mentre Rafa lo ha vinto 13 volte, poteva considerarsi alla sua altezza.

Ora, così fragili sono le credenze umane, già c’è chi dice che Rafa non vincerà più il Roland Garros, che la sua leggenda si è conclusa ieri. Ebbene, io proprio non credo che sia così. Se fino a ieri era il favorito dei più, può bastare una sconfitta a darlo per spacciato nel 2022 sul suo campo?

Ora, a leggere il punteggio, si può anche pensare che sia stata una sconfitta piuttosto netta. Ma chi la pensa così dimentica che Rafa sul 6-5 per lui del terzo set ha avuto un set point. Lì Djokovic ha avuto un coraggio da leone giocando, dopo essere ricorso alla seconda di servizio (non avrebbe potuto attaccarla di più Rafa?) una smorzata bellissima e vincente, quasi che avesse cancellato dalla sua mente le precedenti smorzate boomerang, finite malissimo.

Poi Nole ha vinto il tie-break che ha finito per spostare quasi definitivamente l’equilibrio, dopo che sul 4-3 Rafa si è mangiato una volée facilissima al termine di uno scambio magnifico, incredibile, in fondo al quale forse è arrivato poco lucido dopo corse e rincorse sue e di Nole da far arrossire Usain Bolt. Lì è girato il match. Stefano Semeraro che seguiva la partita vicino a me mi sarà testimone del fatto che all’inizio del tie-break gli ho detto: “Chi vince questo set al 90% porta a casa la partita”. Niente di geniale, sia chiaro, ma lo sforzo di tutti e due era stato tale perché il perdente di quella frazione non subisse un contraccolpo psicologico terribile.

Per un attimo, nel caos della situazione, il pubblico che gridava e scandiva in coro a più riprese “On ne s’en ira pas!” (“Non ce ne andremo!”) e “Dimission Forget!” “Dimission Guy”), perché oramai erano le 22:40, l’ora in cui per Djokovic-Berrettini era stato evacuato lo Chatrier, e si è temuta una nuova sospensione e il “tutti a casa”. Sarebbe scoppiata una seconda Rivoluzione Francese, ve l’assicuro. La partita era talmente bella che nessuno voleva mollarla lì. La gente ha visto uscire Djokovic e ha cominciato a fischiare temendo il peggio. Due minuti primi i colleghi dell’Equipe, seduti davanti a me, mi avevano avvertito: “Il Governo ha decretato il permesso a continuare con il pubblico!”.

Ma la gente non lo sapeva, così quando lo speaker ha cominciato a parlare per annunciare la lieta novella, tutti hanno preso a fischiare, urla che non vi dico, coprendo la sua voce. Finché qualcuno ha sentito e ha cominciato ad esultare, ad abbracciarsi. Il ghiaccio era stato rotto. Al terzo tentativo lo speaker è riuscito a farsi sentire.

Beh, sembrava avesse fatto gol la Francia al Parco dei Principi. Anche coloro che, più rassegnati, si erano avviati verso le uscite sono ritornati giubilanti ai loro posti. Pregustando magari altri due set di spettacolo straordinario. E quando Djokovic è rientrato in campo qualcuno lo ha fischiato, ritenendo erroneamente che lui avesse preso la strada degli spogliatoi per… facilitare l’evacuazione generale. Come era accaduto con Berrettini (che ora potrebbe fare causa al Governo francese! Scherzo eh, però perché per Nadal sì e lui no? Vabbè scherzo ancora, anche se sono sicuro che Matteo un pensierino del genere lo avrà fatto).

La gente ha cominciato allora a cantare “Merci Macron, merci Macron!”. E anche così, a volte, che si guadagna il consenso popolare. Erano contenti della decisione gli spettatori, i media, le TV, i telespettatori, i giocatori. Di tennis a spalti deserti non se ne può proprio più. Insomma, come dicevo all’inizio, chissà se rivedrò sulla terra rossa – perché è un tennis diverso da quello sul cemento e sull’erba – un Djokovic-Nadal di questo livello. Io che alla vigilia temevo l’overdose da Djokovic-Nadal dopo 57 capitoli della loro telenovela, ora mi dispero all’idea che possa essere stata l’ultima. Che banderuola! Ma sapete che i due si sono affrontati in totale per 139 ore? Sì, qualcuno ha fatto le somme della durata dei loro incontri in 15 anni. Un pazzo. Cui sono grato.

Rafa ha mancato l’occasione di raggiungere il 29 pari, e forse di staccare Roger Federer nel conto degli Slam vinti. Mentre Novak ha sulla sua strada Tsitsipas, ma se lo batterà sarà per la prima volta – con 19 Major – a un solo passo dalla vetta dei 20 Slam di Roger e Rafa e in piena corsa per la famosa questione del GOAT. Anche se dubito fortemente che al Roland Garros gli venga mai eretta una statua alta tre metri come è stato fatto per Rafa Nadal. Se anche dovesse vincere il suo secondo Roland Garros, diventando così il primo giocatore dopo Rod Laver ad aver vinto due volte tutti gli Slam, Novak non potrà mai vincerne tredici.

Poiché neppure Novak è più un bambino (34 anni) viene da chiedersi se questo sforzo di 4h e 11 m e con tante tensioni, che fa seguito a quello compiuto con Berrettini (3h e 28 m), potrà minarne la freschezza domenica alle 15 quando affronterà in Stefanos Tsitsipas il primo greco della storia a giocare una finale di Slam, il più giovane con i suoi 22 anni dacché Andy Murray giocò la sua prima finale Slam all’Australian Open 2010, nonché il più giovane al Roland Garros dopo il ventiduenne Nadal nel 2008.

Non è la prima volta che mi trovo a giocare una finale di Slam dopo una grande battaglia in semifinale, non sono proprio fresco adesso, ma le mie capacità di recupero sono piuttosto buone” ha detto Djokovic perché Tsitispas non si illudesse di trovarsi di fronte un guerriero dimezzato, ferito. Su come Tsitsi abbia raggiunto la finale vi rimando all’eccellente cronaca di Antonio Ortu. Però il livello tecnico della prima semifinale, paragonato alla seconda, mi è parso decisamente inferiore. L’ha vinta il giocatore capace di fare più cose, di venire a rete a prendersi i punti importanti. Ma se non avesse annullato le tre palle break d’inizio quinto set non so come sarebbe andata a finire.

Stefanos Tsitsipas – Roland Garros 2021 (via Twitter @rolandgarros)

I precedenti parlano a favore di Novak, 5-2 e due vittorie sulla terra rossa. La prima qui a Parigi per 6-1 al quinto in una delle tre semifinali Slam fin qui perse dall’ateniese, ma nella seconda a Roma poche settimane fa, Tsitsipas, che lunedì sarà comunque n.4 del mondo – è stato a un passo dal vincere in due set e anche in tre. Nole starà in guardia. Nessuno ha vinto più di Tsitsipas quest’anno sulla terra rossa: 22 vittorie a fronte di 3 sole sconfitte (una a Barcellona con il match point con Nadal, l’altra con Djokovic a Roma 4-6 7-5 7-5 e poi con Ruud a Madrid).

Per le interviste dei protagonisti delle semifinali di ieri, Ubitennis vi offrirà come al solito la traduzione nel corso della mattinata. Oggi Ladies Day, mi aspetto, da Pavlyuchenkova (n.32 Wta) e Krejickova (n.33 e non è uno scherzo, ma uno stranissimo caso), che non si sono mai incontrate e due delle tante “ova” del circuito WTA, una battaglia più di nervi che di grande spettacolo. D’altra parte nessuna delle due aveva mai raggiunto neppure una semifinale d’uno Slam – eppure la Pavlyuchenkova di Slam ne ha giocati 52! –  che aspettarsi da una finale… se non che a vincerla, per la sesta volta consecutiva a Parigi, sarà una regina inedita, mai incoronata?

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Editoriali del Direttore

“Tiafoe e Sock due veri trogloditi per sparare addosso a Federer e Nadal”. Lo ha detto Panatta. Non sono d’accordo, ma Panatta è Panatta…

Le parole di Adriano Panatta, che trovo “populiste” anche se può dire quello che vuole, pesano più della mia opinione. Totalmente contraria. Forse sbaglio, ma credo che Roger Federer la pensi come me

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Roger Federer (destra) con Rafael Nadal (sinistra) - Laver Cup 2022 Londra (foto Twitter @lavercup)

L’addio di Roger Federer al tennis giocato – anche se solo a quello agonistico – ha fatto scrivere fiumi di parole. (Non era il titolo di una canzone che vinse il festival di Sanremo?). Più mari che fiumi, a dire il vero. Era inevitabile che fosse così trattandosi del personaggio tennistico più carismatico del terzo millennio. E probabilmente non solo di quello.

Pensare di poter scrivere ancora qualcosa di originale, di inedito, su Roger, sulla sua carriera e su quello che ha significato per il tennis sarebbe estremamente presuntuoso. E io, pur tirato per la giacchetta da diversi affezionati lettori che mi hanno rimproverato di aver scritto poco dacché Roger ha dato il suo fatidico annuncio – questo però l’ho scritto – non credo sia il caso di aggiungere tante altre parole, tanti altri elogi più o meno scontati.

L’importante era dare spazio al suo ritiro, pubblicare molti articoli, scritti anche meglio del mio, su Ubitennis. E quando me l’hanno chiesto, ho accettato di rispondere a varie radio e TV che hanno voluto interpellarmi.

 

Posso semmai dire quel che potevate intuire anche se non ve l’avessi detto io: e cioè che ogni partita di Federer faceva schizzare i live di Ubitennis in termini di commenti. Ogni giorno in cui giocava lui registravamo molte ma molte più visite che per gli altri match. Era facilissimo rendersene conto guardando i dati delle visite negli Slam, quando lui giocava un giorno sì e uno no.

 Ogni articolo che lo riguardava, nei giorni buoni come quelli meno buoni, veniva – e viene – più letto di quasi tutti gli altri. Anche dei tennisti italiani. È stato un campione transnazionale. Salvo quando ha giocato in Spagna contro Nadal, ha giocato sempre in casa. Perfino a Londra contro Andy Murray, in certe occasioni.

Quando dico, di conseguenza, che Roger ci mancherà, e ci mancherà molto, è una constatazione certamente sentimentale e ricca di sincero affetto. Ma non solo.

Devo però anche confessare in tutta onestà che se nel 2016, quando lui per via dei suoi primi seri guai fisici ebbe una pessima annata dominata nella prima parte da Djokovic e nella seconda da Murray, temevo che l’inevitabile declino di Federer avrebbe avuto pesanti ripercussioni sugli indici di presenze dei lettori su Ubitennis, poi invece mi sono potuto tranquillizzare. 

E non solo perché il tennis ha sempre dimostrato di essere sempre più forte di tutti i suoi campioni, anche quelli più straordinari e di non risentire poi eccessivamente della scomparsa agonistica di Laver e Newcombe, di Nastase e Smith, di Borg e McEnroe, di Lendl e Connors, di Becker e Edberg, di Sampras e Agassi. Quindi reagirà anche alla “scomparsa” agonistica di Federer, Nadal, Djokovic.

Infatti fra il 2017 del suo grande e certamente abbastanza inatteso ritorno di Federer insieme a quello di Nadal (in quell’anno hanno vinto 2 Slam ciascuno) e poi il 2018 con la semifinale al Roland Garros di Cecchinato che – l’ho scritto mille volte – ha dato l’abbrivio alla rinascita del tennis italiano caratterizzata dagli exploit di Berrettini, Sinner e poi Sonego e Musetti, ho capito che Ubitennis sarebbe sopravvissuto persino all’abbandono di Federer.

Anche sulla celebrazione federeriana di venerdì notte durante la prima giornata di Laver Cup avrete visto e letto e di tutto. Su Ubitennis e altrove.

Io voglio accennare soltanto a una serie di commenti che mi sono giunti all’orecchio, prima da un amico tifoso di Federer che stimo, ma il cui commento non condivido, anche se poi a quello si è accodato uno assai più pesante, firmato Adriano Panatta.

Questo caro amico mi ha scritto sul mio whatsapp: ”Ma io dico… organizzi tutto per dare l’addio a uno dei più grandi giocatori della storia del tennis e gli fai perdere l’ultima partita con Tiafoe che gli tirava addosso a lui e a Nadal??? Da tifoso di Federer trovo che abbia rovinato la serata… in una esibizione come quella di venerdì credo che possa essere abbastanza normale e non disdicevole mettersi d’accordo… soprattutto per una occasione così.

Sui social ho poi trovato una miriade di commenti sullo stesso tono e assai critici nei confronti di Frances Tiafoe, reo di aver centrato Federer con una pallata e di non essersi risparmiato con le sue bombe di risposte. mettendo in difficoltà evidente sia Federer sia Nadal. Come del resto Jack Sock che sul matchpoint per il World Team (che avrebbe poi vinto 13-8 la sua prima Laver Cup su Team Europe grazie alla rimonta compiuta nell’ultima giornata quando le 3 vittorie valevano 3 punti ciascuna) ha infilato Rafa Nadal, reo di essersi mosso dal lungolinea con troppo anticipo.

A un certo punto, durante un cambio di campo, ho sentito Nadal che confessava ai suoi compagni di squadra: “Gioco poco il doppio e ho giocato poco ultimamente, ma non riesco a vedere in tempo dove va il dritto di Sock!” 

Io, prima di sapere che cosa avesse detto Panatta, avevo risposto così a questo mio amico: “Rispetto il tuo parere, ma resto dell’idea che il miglior modo di rispettare lo sport e uno sportivo è quello di dare in ogni occasione il meglio di se stessi. E vincere se si può. È un po’ il discorso di chi era solito consigliare a un giocatore molto più forte di non dare 6-0 all’avversario ma di fargli fare un game per non umiliarlo. Secondo me regalargli quel game – anche sapendo nasconderlo – era una umiliazione ancor peggiore.

Tieni poi presente, amico mio, che Roger è il co-organizzatore della Laver Cup – lo sarà anche negli anni prossimi – e si è sempre esposto per dimostrare che il suo evento è vera competizione, che i giocatori si battono fino all’ultimo per orgoglio e prestigio. Non giocano la Laver Cup, sebbene non ci siano punti e soldi al di fuori degli ingaggi, come se fosse una esibizione. Al suo primo avvento la Laver Cup fu considerata da molti opinionisti una mezza baracconata. Se il doppio americano avesse perso apposta, ecco che il discorso avrebbe potuto riaprirsi. E Federer più di chiunque altro non lo avrebbe voluto. Avrebbe semmai voluto trasformare il matchpoint con un ace, questo sì e di sicuro. Ma non ne è stato capace e il matchpoint è sfumato. Lui stesso, parlando con i propri compagni al cambi campo ha ironizzato: ‘Avete visto come sono stato lento?’ e ci ha fatto una risata sopra”.

Ciò scritto e sostenuto a chiare lettere, anche se io ritengo che Federer (e nessuno del suo team organizzativo) mai avrebbe potuto invitare (e neppure suggerire) Tiafoe a “non tirargli addosso” – vi immaginate se un giorno quello scavezzacollo avesse rivelato un imbarazzante retroscena del genere? – forse se Tiafoe avesse un tennis meno di potenza e più di tocco nella risposta magari sia lui sia Sock avrebbero sparato meno cannonballs. Tiafoe un gran tocco ce l’ha solo a rete (ma anche in qualche lob): ha fatto drop-volley fantastiche. Altro che troglodita!

Ma quando si gioca, e soprattutto in doppio quando si ha pochissimo tempo per riflettere e reagire e perfino in doppio misto si impara a indirizzare i proprio colpi più violenti sulla donna pur rischiando l’accusa di scarso fair-play, i casi sono due: o si gioca per vincere oppure no.

Al mio amico ha fatto eco, assai più pesante e meno delicato, anche Adriano Panatta al meeting organizzato dalla Gazzetta a Trento. Adriano ha detto:

“Ho trovato di cattivo gusto, volgare e villano che quei due americani tirassero a tutta forza in faccia a Federer e Nadal… Lo fanno solo perché non sono capaci di fare altro.  Non sanno minimamente cos’è il tennis. Nemmeno lo possono capire. Sono dei trogloditi del tennis, ma soprattutto due villani nei confronti di due campioni del calibro e dell’educazione di Federer e Nadal. Ho pensato: Dio perché non mi dai la possibilità di entrare in campo come quando avevo 25 anni…”.

Secondo me sono commenti… populisti. Che troveranno un mare di consensi fra i tifosi di Federer. E fra gli estimatori a scatola chiusa di Adriano Panatta. Ma che, mi permetto di ipotizzare, non troverebbero il consenso dello stesso Federer.

Il tennis della Laver Cup non doveva trasformarsi nel… wrestling, sport nel quale i protagonisti sul ring si mettono d’accordo nel fare più spettacolo possibile, ma il vincitore è già deciso in partenza. E di solito vince l’attore più apprezzato, più amato dal pubblico, perché così vuole lo show.

Federer avrebbe preferito vincere, questo è sicuro, perché non c’è campione che ami perdere. Ma non avrebbe preferito vincere grazie a un gentile omaggio degli avversari.

Jack Sock – vorrei dire a Panatta – è un campione, non un troglodita. Panatta è stato ingeneroso e ingiusto, o forse disinformato

Nonostante mille infortuni abbiano danneggiato la sua carriera, fermandolo per più anni, Jack Sock è stato n.8 del mondo in singolare e n.2 in doppio: ha vinto in questa specialità due volte Wimbledon, 2014 e 2018, una l’US Open 2018 in mezzo a 17 tornei… più i 4 da singolarista incluso un Masters 1000… e alle finali ATP 2017 lui è giunto in semifinale. Quando nessun italiano era riuscito a vincerci un match prima di Berrettini e Sinner. Nei doppi Sock ha anche conquistato una medaglia d’oro e una di bronzo alle Olimpiadi di Rio. Insomma, magari l’Italia avesse avuto trogloditi come lui. Che non tira solo forte, anche se il suo dritto fa paura, ma ha dimostrato anche pregevolissimi colpi di tocco sottorete. Nessun tennista, se non erro, ha procurato tanti punti al proprio team quanti Jack Sock nei 5 anni di Laver Cup… tanto che forse Europe Team, che pure schierava i Fab Four (a mezzo servizio…) in futuro dovrebbe probabilmente pensare a selezionare almeno un grande doppista del suo stesso livello.

Quanto a Frances Tiafoe, che ha procurato al World Team nella Laver Cup, la vittoria decisiva annullando 4 matchpoint a Tsitsipas e vincendo tutti i tiebreak giocati, è giovanissimo, è fresco reduce da una semifinale all’US open dove ha costretto al quinto set (vincendo due tiebreak su due) il n.1 del mondo Carlos Alcaraz, tennista che Panatta ha mostrato di apprezzare più di ogni altro.

Che doveva fare il giovane Tiafoe, chiamato all’ultimo tuffo a rappresentare Team World? Tirare più piano quando lui è abituato a anticipare a tutta forza le risposte e le palle che gli arrivano corte a metà campo?

Frances ha dimostrato, nei recuperi sulle palle corte e a rete, di avere non solo gambe e potenza, ma anche straordinarie doti di tocco. Doveva giocare più piano quando poteva tirare forte? Ma allora tanto valeva arrendersi subito all’idea che, per malinteso senso del rispetto nei confronti di Roger Federer, bisognava perdere.

Ribadisco: a Federer per primo, e non solo a McEnroe o al sottoscritto, non sarebbe piaciuto. E anche se a pronunciare parole in libertà nel corso di un incontro organizzato non costa nulla, non condivido per nulla quel che ha detto Adriano e mi piacerebbe sentire prossimamente che cosa  pensano sull’argomento altri campioni che non si preoccupassero soltanto di mostrarsi “politically correct”. Sarei curioso di sentire anche Paolo Bertolucci, l’amico inseparabile di Adriano. La pensa come lui? Glielo chiederò, sperando che mi risponda.

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Coppa Davis

Coppa Davis: l’Italia prima di quattro team a Bologna, ma potrebbe essere prima fra le otto di Malaga?

Perché no? Berrettini è supersolido. Strappargli il serviziò è un’impresa. Ma per un’Italia campione a Malaga Sinner deve crescere e non subire 7 break come a Bologna e New York. Due mesi sono pochi. Questa squadra è fortissima per anni

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Foto @RDO

Bravi, bravi azzurri. Missione compiuta. Non era scontata una settimana fa. Lo era diventato nel weekend.

Questa domenica francamente non ci poteva essere suspence, anche se c’erano i soliti banalissimi commenti del tipo “La palla è rotonda, non si sa mai, gli svedesi hanno battuto l’Argentina”.

Matteo Berrettini non poteva avere problemi con il meno forte dei fratelli Ymer, Elias, e infatti nei suoi dieci game di servizio ha perso solo sei punti. Due quando ha messo la prima (38 volte) e 4 quando ha fatto ricorso alla seconda (11 volte). Prestazione impressionante, sebbene in fase di risposta può sempre progredire, come ha osservato nel video con me Vincenzo Santopadre. Ma come poteva perdere? Gli sono bastati un break per set per vincere 6-4, 6-4, break nel nono  game del primo set e nel quinto del secondo per sbrigare comodamente la pratica. Senza ovviamente correre il minimo pericolo di un controbreak. Elias non è Mikael. Ci corre come il giorno e la notte, come ha potuto verificare più tardi – a sue spese – Jannik Sinner che contro il ventiquattrenne Mikael ha perso dopo sei successi in Davis la propria imbattibilità in singolare: 6-4,3-6,6-3. In doppio Jannik aveva perso già 3 volte su tre. Ma che Jannik non fosse il miglior Jannik lo si era già visto con Cerundolo, quando  pur vittorioso, 6-3,2-6,6-3, non aveva affatto convinto.

 

Fortunatamente quella vittoria di Berrettini e il conseguente 1-0 sulla Svezia ci bastava per sconfiggere l’ipotesi che la Svezia riuscisse nella mission impossible di batterci 3-0: cioè il risultato che le avrebbe consentito di chiudere il girone “bolognese” al primo posto, relegando noi al secondo ed eliminando la Croazia.

In un’ora e un quarto esatta Matteo ha sbrigato la pratica. L’Italia è prima, la Croazia è seconda. Le due squadre saranno a Malaga dove la fase finale comincia il 22 novembre, anche se l’Italia non gioca contro gli Stati Uniti fino a giovedì 24, giorno di festa per gli americani: è il Thanksgiving. Un primo ostacolo certamente duro. Forse più duro dell’eventuale secondo in semifinale.

La Croazia, vittoriosa 2-1 sull’Italia a Torino grazie alla vittoria di Gojo su Sonego e poi al doppio Pavic e Mektic, nonchè finalista un anno fa a Madrid (quando a vincere fu lo squadrone russo di Medvedev e Rublev, quest’anno banditi per via dell’aggressione russa all’Ucraina), sarà squadra temibilissima se rispolvererà Cilic al fianco di Coric e del solito duo Pavic-Mektic. Ma non l’affrontiamo di certo né nei quarti né nell’ipotetica semifinale.

Nei quarti contro gli azzurri gli USA potrebbero schierare Tiafoe al fianco di Fritz e hanno un doppio molto temibile in Sock e Ram. Chissà a fine novembre, dopo le finali ATP di Torino, se il n.1 azzurro sarà ancora Sinner oppure invece Berrettini?

C’è ancora un paio di migliaio di punti che potrebbe sovvertire ogni ordine, degli azzurri fra loro, degli azzurri con gli altri rivali che ancora aspirano a giocare a Torino e che da qui al 14 novembre si batteranno per conquistare quei tre posti che non sono ancora assegnati perché 5 sono già prenotati da Alcaraz, Ruud, Nadal, Tsitsipas e Djokovic.

E se battessimo gli Stati Uniti? Ci toccherebbe o il Canada, che schiera Auger Aliassime ma fin qui mai Shapovalov, oppure la Germania che ha battuto l’Australia. Questa sarebbe una sfida che potrebbe essere influenzata anche dallo stato di forma di Sascha Zverev: sul veloce indoor non ce ne sono tanti che giocano meglio di lui. Ha ancora due mesi per recuperare la condizione. Ma Struff n.2 non vale il nostro n.2, chiunque esso sia. E neppure il n.2 canadese Pospisil lo vale. Per questo dico che è più difficile battere gli USA che Canada o Germania. E anche con gli USA saremmo comunque favoriti, se si giocasse oggi. Ma mancano due mesi e la situazione può cambiare

Confesso che sono rimasto un po’ disorientato per la sconfitta patita da Sinner con Mikael Ymer. E’ chiaro che Jannik non aveva recuperato appieno dal trauma della partita persa con il matchpoint con Alcaraz. Io avevo scritto, dando sfogo alla mia immaginazione, tanti possibili pensieri che potevano aver affollato la mente di un ragazzo di 21 anni che aveva sognato di vincere il suo primo Slam, che aveva raggiunto il matchpoint contro chi non sarebbe diventato n.1 del mondo se avesse perso da lui.

Un fiorentino over 70 e un altoatesino di 21 anni appartengono a mondi troppo diversi perché i pensieri che affollano la mente dell’uno e dell’altro abbiano qualcosa in comune. Vi riscrivo qua i miei attribuiti surrettiziamente a lui (senza il suo benestare ovviamente e se lui ci dirà quelli suoi veramente provati ve li riferirò.

Ci sta di perdere una partita anche con il n.98 del mondo, nel giorno in cui non si gioca bene. E Jannik ha ammesso per primo che non ha certamente giocato bene. Senza invocare alibi che pure forse ci sono.

Ormai il tennis è così livellato che il n.98 può benissimo battere il n.11 senza che nessuno gridi allo scandalo o possa sbeffeggiare lo sconfitto come magari sarebbe successo una volta.

Io mi ricordo bene le imprecazioni che da direttore del torneo di Firenze –i cui incassi erano strettamente legati alla presenza di Panatta nelle fasi finali –mi trovai a lanciare quando in quattro edizioni del “mio” torneo Panatta perse da Dibley, Benavides, Fagel e Winitsky, giocatori (salvo forse il primo, l’australiano che aveva un gran servizio per l’epoca, 177 km l’ora! Le racchette erano di legno…), ma allora davvero il gap fra quelli che erano forti e gli altri era ampio, amplissimo. Quindi le sconfitte di un Panatta fuori condizione perché poco allenato, meritavano qualche nota di biasimo in più. E io ero inferocito. Molto più di lui.

Oggi invece per perdere con un giocatore molto peggio classificato basta in realtà pochissimo. I confini sono quasi impercettibili. La profondita del tennis maschile soprattutto è notevolissima. Una volta il numero 100 era quasi più un dilettante che un professionista.

Tutto ciò premesso però…c’è un però. Jannik ha vinto il secondo set, nell’entusiasmo generale, con il pubblico che invocava il suo nome, ma ciononostante ha perso subito il servizio nel primo game del set decisivo.

Recupera il break, ma ne subisce un altro nel quarto game. Recupera anche quello…ma riperde, per la terza volta nel terzo set e per la settima nel match di nuovo il servizio.

Insomma, nel giorno in cui Berrettini perde in un match che conta per il passaggio da prima della casse 6 punti in tutto, servendo il 75% di prime palle, vale a dire 3 ogni 4, Sinner perde sette volte il proprio game di battuta (non sette punti, sette game) servendo il 53% di prime, vale  a dire una ogni due.

Se i punti fatti con il servizio dipendono anche dalla qualità degli avversari – e come detto Mikael è di altra pasta rispetto a Eliah – le percentuali di prime dipendono sono da chi batte.

Matteo che rischia moltissimo la prima di servizio, battendo costantemente sopra i 200 km l’ora, ha servito anche il 78% di prime nella sua vita – quella con Elias è stata la quarta prestazione di sempre in termini di percentuale – e c’è chi lo definisce un robot per questa sua capacità che assomma tecnica e concentrazione.

Jannik è ancora molto lontano da quelle percentuali. Sta lavorando su tante cose, che abbia anche un po’ di confusione in testa ci sta.

Jannik ha spiegato – guardate il video della sua intervista -che effettivamente quando si gioca un match meno importante manca un po’ di adrenalina, di carica nervosa. “Non voglio togliere nulla a lui, è un amico e ha giocato molto bene” ha detto con apprezzabile fairplay. Ma è certo che ha giocato male anche perché dentro di sé non sentiva una super-motivazione. Anche se a dire il vero, ciò sarebbe stato più comprensibile se avesse giocato sul campo 17 di un qualche torneo davanti una cinquantina di spettatori. Giocando invece in casa davanti a un pubblico entusiasta come quello bolognese, è strano che non ne abbia avvertito la carica. Forse, come ha anche accennato, è stato lo stress della trasferta americana, l’amara conclusione…anche se all’inizio dell’US Open avrebbe probabilmente firmato per raggiungere il traguardo dei quarti.

Anche nelle cinque pallebreak per raggiungere il 4 pari nel terzo non è davvero stato il miglior Sinner. Ecco, secondo me Jannik – dei cui margini di progresso tanto spesso capita di parlare – deve migliorare soprattutto nella gestione dei punti importanti. Primi game di servizio di un set, quando si serve per il set o per il match, nelle palle break proprie e degli altri. Lì, in quelle occasioni, anche se ci si è trovati da cronisti tante volte anche ad acclamare il suo coraggio, è ancora un tantino troppo fragile, troppo discontinuo. Ma è giovane, 21 anni sono pochi per raggiungere i massimi livelli. Non tutti sono Nadal. Anche Roger Federer, classe 1981, ebbe un 2002 così così, nell’anno dei suoi 21 anni, sebbene avesse già lasciato intravedere nel 2001 battendo Sampras il suo grande talento.

Diamo tempo al tempo, in conclusione. Se gli bastassero i prossimi due mesi a fare un grande salto di qualità, per presentarsi solidissimo e fortissimo a Malaga, meglio, molto meglio per lui e per tutti. Per sognare la conquista di una seconda Coppa Davis, a 46 dalla prima di Santiago, non c’è comunque soltanto il 2022. Con questa squadra, in cui non solo Sinner deve migliorare, e certamente migliorerà, i sogni non sono miraggi.

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Editoriali del Direttore

50 anni fa… Bertolucci come Musetti, Barazzutti come Sinner, Panatta come Berrettini. Quante analogie. Ma è tutta colpa di Pietrangeli

Musetti è quello che gioca il tennis più bello ma oggi è il meno forte. Sinner sbaglia e diverte poco. Berrettini è esplosivo ma se non vanno servizio e rovescio… E Canè-Fognini?

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Lorenzo Musetti – Davis Cup by Rakuten Bologna Group Stage 2022 at Unipol Arena (Photo by Ion Alcoba / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Quest’articolo me l’ha involontariamente ispirato Nicola Pietrangeli, alias mister Davis, quando l’ho intervistato venerdì sera.

Se guardaste il video sentireste che cosa Nicola dice senza peli sulla lingua come di consueto dei giovani giocatori azzurri che in questo momento sono protagonisti del cosiddetto Rinascimento del tennis italiano e stanno suscitando un entusiasmo incontenibile fra grandi e piccini a giudicare da quanto sto constatando in questi giorni a Bologna, dove quasi ogni punto azzurro nella Unipol Arena viene sottolineato da boati pazzeschi, neppure fossero tutti gol di Champions.

Ma forse un po’ Champions i nostri cominciano a esserlo davvero. E se vincessero la Coppa Davis questo loro status verrebbe certamente consacrato, anche se quelli della Squadra obietteranno che la loro Coppa Davis era un’altra cosa. Ed è vero, anche se le squadre che batterono in quell’indimenticabile 1976 – indimenticabile soprattutto per Adriano Panatta – Polonia, Jugoslavia, Gran Bretagna, Australia, Cile a dire il vero non erano team forti come quelle che l’ItalDavis del 2022 potrebbe affrontare a Malaga dal 22 novembre al 28. Un passo alla volta però. Intanto andiamo a Malaga dove, dopo aver battuto come da scontato pronostico i fratelli svedesi d’Etiopia Ymer – che sia scontato non lo dice Volandri né nessun altro, la responsabilità me la prendo io – e chiudendo così il nostro girone da primi, troveremo nei quarti gli Stati Uniti di Fritz, forse Tiafoe se lo recuperano (oppure uno fra Paul, Opelka o Isner) e il temibile duo Sock-Ram.

 

In un’altra video intervista Paolo Lorenzi dice – e io condivido – che dovendo scegliere fra il duo Sinner-Berrettini e qualunque duo americano, lui sceglierebbe la coppia di singolaristi italiani. Lui si manifesta ottimista anche sul doppio Fognini-Bolelli vs Sock-Ram, coppia… sincopata da discomusic. Io su questo resto invece un po’ perplesso anche se ho ammirato i nostri contro gli olimpionici Pavic-Mektic (prima che perdessero invece con Zeballos-Gonzalez).

Ma dopo questa lunga digressione torno ab ovo, e alla video-opinione espressa dal grande Pietrangeli (cui mi sono ahimè dimenticato di chiedere se non si fosse sentito un po’ bistrattato dal docufilm di Procacci, La Squadra, dove i suoi ex giocatori gli sparano un po’ molto addosso).

Musetti è il tennista che gioca meglio a tennis… ma non è il più forte. I più forti sono gli altri due, Sinner e Berrettini”. E poi si è sbilanciato su chi fra i due leader gli sembrasse più forte, ma io qui non ve lo dico sennò il video non me lo guardate!

Ma io ho fatto un salto all’indietro di quasi mezzo secolo – anno più anno meno – e mi sono detto che per me il tennista di allora che giocava meglio a tennis ma non era il più forte… era Paolo Bertolucci. A soffiare il posto in Davis a Paolo – come è successo qui a Bologna per l’appunto a Musetti – detto già allora “Braccio d’oro” quando ancora Bud Collins non lo aveva ribattezzato “Pasta Kid” fu Corrado Barazzutti che secondo me giocava meno bene a tennis, ma era però più solido, sotto più aspetti: per ambizione, grinta (il “Soldatino”), per spirito di sacrificio e costanza negli allenamenti, per regolarità e fisico sul campo. Barazzutti era più Sinner, Musetti è più Bertolucci.

Prima di dire che io all’inizio ero più “bertolucciano”  che “barazzuttiano”, mentre Rino Tommasi che aveva la vista più lunga la pensava al contrario – ma poi mi arresi come si rassegnò Bertolucci all’idea di fare il doppista della squadra – accenno alla terza similitudine a distanza di mezzo secolo, quella forse più discutibile, che concerne Adriano Panatta e Matteo Berrettini. La ritrovate alla fine dell’articolo.

Per la mia posizione pro Bertolucci, che in Davis ha vinto 8 singolari su 10 anche se tutti ricordano soltanto i suoi doppi al fianco di Adriano, a distanza di tanti anni riconosco che ero probabilmente influenzato da una ragione principale: da junior e da teenager di seconda categoria avevo incontrato Paolo due volte e avevo perso nettamente, facendo pochi game, ma soprattutto venendo dominato sul piano del gioco, senza che riuscissi mai a trovare una minima chiave tecnico-tattica per dargli fastidio. Aveva colpi pesanti, non solo quel magnifico rovescio, li alternava con smorzate superbe perché certo non gli mancava il tocco e  se andavo a rete non potevo faro sul rovescio e comunque mi infilava. Eppure avevo battuto due volte su due Roberto Lombardi che a quei tempi giocava abbastanza alla pari con Paolo…

Invece quando, a 23 anni affrontai Barazzutti agli Assoluti di Perugia 1973, e Corrado ne aveva 20 ed era così forte che in quel torneo avrebbe raggiunto la finale contro Panatta, non ebbi mai la sensazione che lui fosse ingiocabile come Paolo. Sapevo ovviamente che era molto ma molto più regolare di me, che non avrei avuto alcuna chance di lottare da fondocampo e di fare una gara di corsa e decisi allora di fare una partita tutta d’attacco, serve&volley dalla prima palla all’ultima (fu anche ripresa dalla Rai, telecronista Guido Oddo), salvo qualche palla corta per chiamarlo a rete (come faceva molto meglio di me il mio consocio del CT Firenze Pierino Toci che lo batté infatti diverse volte).

Si giocava tre set su cinque e persi 3 set a zero, 7-5,6-2,7-5, ma dopo aver condotto 5-2 sia nel primo sia nel terzo set. Gli andavo a rete sul rovescio, seguendo il servizio, e lui giocava sempre la risposta in lungolinea. Io ci andavo prima. Insomma persi come era ampiamente previsto, anzi scontato, e magari lui mi avrà anche sottovalutato – sebbene non fosse suo costume sottovalutare nessuno… semmai per pigrizia Paolo avrebbe potuto farlo – ma non mi dette alcuna impressione di irresistibilità. Sbagliava molto meno di me, correva molto più di me. Non avrei mai detto che Corrado sarebbe diventato n.7 del mondo. Mentre non mi sorpresi affatto quando vidi Bertolucci vincere tre volte il torneo di Firenze, arrivare in semifinale a Roma, nei quarti a Parigi, trionfare a Amburgo, salire fino a n.12 delle classifiche ATP nell’agosto 1973. Un mese prima che io giocassi con Barazzutti.

Poi, può anche essere che ad influenzarmi fosse anche il fatto di aver giocato tre tornei di doppio al fianco di Paolo, vincendoli tutti e tre, sia pure a livello junior o di seconda categoria. E ai campionati a squadre di prima Paolo e io battemmo 6-0 al quinto Victor Crotta (davisman in Russia proprio in doppio accanto a Marzano) e Giorgio Fachini, che era metà della seconda coppia italiana alle spalle di Pietrangeli Sirola: l’altra metà era Michele Pirro. Merito di Paolo naturalmente, però anch’io nel mio piccolo feci la mia parte.

Giocando al fianco di Paolo potevo apprezzare la sua grande classe, in risposta soprattutto, ma anche a rete e dappertutto.

Mi ritrovai a giocare invece in doppio contro Barazzutti, a Bari di sicuro, lui con Francesco d’Alessio che lo aveva ingaggiato e io con Roberto Pellegrini con il quale avevamo vinto i campionati italiani di seconda categoria e perdemmo dopo essere stati ben avanti, direi due set a uno e break, ma posso sbagliare. Ma certo è che anche lì Barazzutti non mi parve nulla di eccezionale, né al servizio, né nella risposta (salvo la grande regolarità), né a rete nelle volée. Cioè, mi spiego: lui faceva poca figura, ma era terribilmente continuo ed efficace.

A Paolo e alla sue chances di essere il secondo singolarista di Coppa Davis nocque una vittoria! Accadde a Baastad 1974: vinse soltanto 8-6 al quinto contro uno dei mille Johansson schierati dalla Svezia, Leif, biondo come tutti i veri vichinghi, pallido slavato. Per la Svezia, in quella semifinale di Davis zona A, giocava un certo Bjorn Borg. Che batté 6-4,4-6,9-7,6-3 Panatta, nonostante ne soffrisse il gioco, tant’è che ci perse 6 volte su 16 e tutte le due che lo incontrò al Roland Garros, 1973 e 1976, le sole due sconfitte a Parigi di Bjorn.

Quel rischio di sconfitta evitata per miracolo e che avrebbe potuto compromettere il successo dell’Italia che invece approdò alle semifinali contro il Sud Africa – si perse a Johannesburg – persuase Mario Belardinelli che da allora in avanti sarebbe stato più saggio schierare sempre Barazzutti in singolare per tenere fresco Paolo per il doppio.

Mi aspettavo allora una diversa reazione d’orgoglio di Paolo, un impegno maggiore come singolarista per non cedere il passo a Corrado, ma Paolo, sia pur senza mollare, secondo me decise più o meno inconsciamente di lasciar perdere. Ma a me non tolse mai la convinzione, anche se nel tennis contano i risultati e non l’eleganza né lo stile, che avrebbe potuto fare molto di più. Oggi nessuno sembra vaticinare per Musetti un avvenire migliore di quello di Sinner, però capisco Pietrangeli quando dice che gli piace di più vedere giocare Musetti e che il tennis del carrarino è più bello. Che sia per via del rovescio a una mano? Quello di Pietrangeli era fantastico. Sull’unico setpoint che conquistai contro Nicola a Napoli, altra sconfitta in tre set di un match tre su cinque – quanti ne ho persi! – mi infilò di rovescio come un tordo. Non lo vidi neppure arrivare.

Arrivo dopo queste interminabili digressioni a Panatta e Berrettini. Certo molto diversi come giocatori. Diverse racchette, diversissime prese nell’impugnare il dritto. Quella continental che aveva Panatta non ce l’ha più nessuno. Simili però i rovesci slice, e gli approcci a rete. Nonché la capacità di mascherare la smorzata. E si riconosceva la buona giornata di Adriano immediatamente dalla giornata del rovescio. Se funzionava il rovescio funzionava tutto. Se era in ritardo sulle gambe –altra analogia con Matteo – era fritto. Se arrivava a rete per gli avversari passarlo era un problema quasi irrisolvibile. Come lo è passare Berrettini. Il metro e 96 di Berrettini oggi equivale al metro e 83/84 di Panatta 50 anni fa. Se a Adriano entrava il servizio erano dolori per tutti. Idem Berrettini.

Panatta ha fatto più risultati importanti di Barazzutti, ma Barazzutti è stato più continuo. Per ora Berrettini – analogamente – ha fatto più risultati di Sinner: una finale a Wimbledon, tre semifinali in tre Slam diversi, mentre Jannik finora si è sempre fermato nei quarti, in tutti i Majors. Ma Sinner è 5 anni più giovane di Berrettini, così come Barazzutti era 3 anni più giovane di Panatta. Qualche similitudine mi pare ci sia, quantomeno abbastanza da giustificare un titolo che sulle prime vi può essere apparso… poco indovinato o addirittura provocatorio. Ma io mi sono divertito a scriverlo. Spero anche voi a leggerlo.

Post scriptum molto post: anche perchè si riferisce a epoca più recente e non a 50 anni fa. Nel cercare analogie, anche se i risultati non sono paragonabili (come non lo erano neppure quelli delle similitudini fatte sopra), che ne dite di Paolo Canè e Fabio Fognini? Non c’è dubbio che Fognini è stato più forte, però anche Canè (salito a n.26 e non n.9) nelle sue giornate migliori era capace di giocare un tennis super brillante, talentuoso, fantasioso, spettacolare, imprevedibile, tutt’altro che robotico. Tale da meritare il prezzo del biglietto. Soprattutto in Coppa Davis. Come a Cagliari con Wilander o a Prato con Pernfors. Ricordate Bisteccone Galeazzi che si entusiasmava per… il Turbo-Rovescio di Paolino La Peste? Come per Fabio tutti dicevano sempre: ah se fosse stato più continuo, ah come mai non ha vinto molto di più, non ha sprecato molto di tutto quel talento? La testa, i nervi…Clerici aveva ribattezzato Paolino addirittura “Neuro”. A Fognini, o Fogna che dir si voglia, è stato detto e scritto di tutto, per tutte le volte in cui perdeva la testa, in cui si comportava male. A suo tempo anche a Canè. Ma la mia similitudine, come tutte le altre, non va certamente presa alla lettera, non va scandagliata in profondità. E’ stato, più che altro, un divertissement. Con la speranza che nessun si offenda per essere stato paragonato a qualcun altro. I campioni hanno sempre un discreto ego. Non vorrebbero mai essere paragonati a qualcun altro. Ed è vero che tutti sono, in realtà, esemplari unici.

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