Djokovic re di Parigi. Ora è a due passi dalla storia (Crivelli, Azzolini, Mastroluca, Semeraro, Grilli)

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Djokovic re di Parigi. Ora è a due passi dalla storia (Crivelli, Azzolini, Mastroluca, Semeraro, Grilli)

La rassegna stampa di lunedì 14 giugno 2021

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Missione Grande Slam (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Questa non è Rodi. Qui non basta saltare lontano e arrivare a un passo dal sogno, dall’impresa che ti cambia la vita e ti porta dritto nei libri di storia. Questo e il Roland Garros, questo è uno Slam, e il colosso non crolla nemmeno sotto gli scossoni più pesanti; anzi, ritrova la saldezza sul suo piedistallo dorato proprio quando gli strali del giovane Apollo greco sembravano avergli sottratto equilibrio e fermezza. Djokovic è il re di Parigi, a Tsitsipas non riesce la rivoluzione dopo averla accarezzata per due set, dopo aver bussato alla porta di una nuova era riuscendo perfino a schiuderla, prima di vedersela sbattuta in faccia da un fenomeno che, ormai è chiaro, scorge all’orizzonte il trono di più forte di sempre e l’obiettivo più alto. il Grande Slam. Lo dicono i numeri e i primati che corredano un trionfo sofferto, maturato in 4 ore e 11 minuti e dove alla fine l’eroe serbo risulterà più energico e presente a se stesso della giovane divinità ateniese. Nole coglie il secondo successo al Bois de Boulogne dopo quello del 2016, diventando il terzo giocatore di sempre, con Emerson e Laver, ad aver conquistato tutti gli Slam per almeno due volte e soprattutto sale a 19 Majors, a una sola lunghezza dai dioscuri Nadal e Federer e con il vantaggio dell’età e di una competitività più marcata su tutte le superfici, a cominciare dall’erba di Wimbledon tra due settimane, dove potrebbe completare l’aggancio. E riscrivere il romanzo del tennis. Come già contro il favoloso Musetti delle prime due ore della sfida negli ottavi, il Djoker si ritrova a remare affannato dopo aver avuto l’opprtunità di chiudere il primo set sul 6-5 e servizio, sprecata con un game orribile. Nel tie break, poi, risale dal 2-5 al 6-5, ma l’altro sul set point lo fulmina con una prodezza di dritto che chiama gli osanna dalle tribune, schierate massicciamente per il greco. All’improvviso Novak appare svuotato, come se la battaglia epica con Nadal lo avesse prosciugato di ogni stilla di energia. Ma gli Slam sono davvero un altro sport, è la forza mentale a muovere le gambe, soprattutto quando la via verso il traguardo si accorcia. Essere conservativo a Stefanos non basta più, adesso servirebbe un po’ di coraggio in spinta, perché Nole ha ritrovato la battuta, le letture di quella dell’avversario e con il palleggio più lungo sta obbligando Tsitsi a pensare troppo. E infatti l’Apollo di Atene si scioglie. Perciò, nonostante gli applausi per Tsitsipas ritmino la partita fino all’ultimo punto, Parigi si inchina di nuovo al Djoker, molto misurato nell’esultanza. Dieci anni fa, di questi tempi, mentre Nadal festeggiava il sesto trionfo al Roland Garros e il nono Slam complessivo e Federer si era già annesso 16 Majors, Djokovic era a quota due. Adesso, dopo aver completato la doppietta Australian Open-Parigi, non solo si è inserito in corsia di sorpasso, ma può addirittura sognare il Grande Slam che chiuderebbe definitivamente la corsa al ruolo di più grande di tutti i tempi. Coach Vajda non gira intorno all’argomento: «Il Grande Slam è un obiettivo, certo. Temevamo la stagione sulla terra, perché negli ultimi anni ci aveva dato poche soddisfazioni, ma adesso che e in salute, calmo e rilassato, non deve porsi limiti. Io e Goran Ivanisevic (l’altro coach. ndr) abbiamo deciso che se Novak realizza il Grande Slam, ci mettiamo in pensione». E potrebbe non essere uno scherzo.

DicianNole Slam! (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 

Il messaggio di Novak Djokovic sale lassù. Indica l’alto dei cieli con la racchetta, e distribuisce al pubblico il sacro anelito da cui si sente ispirato. I complimenti gli tornano di rimbalzo da Thomas Pesquet, l’astronauta francese impegnato dallo scorso aprile a bordo della stazione spaziale nel quadro della missione Expedition 65. Lo inquadrano mentre mostra una pallina del torneo. Si vede che passava di li, mentre Nole espletava la liturgia della sua ennesima vittoria, la diciannovesima della serie nello Slam, l’ottantaquattresima di una carriera che da tempo lo ha iscritto al circolo dei più forti. La finale si chiude con un atto di devozione. C’è la moglie Jelena in sommessa preghiera ormai da metà del 2° set. E mamma Dijana che alliscia l’immaginetta della Santa Madre, che ha rivelato essere particolarmente utile nelle disfide con Federer. Di certo funziona anche con Stefanos Tsitsipas. È il secondo major della stagione, e vale metà Grand Slam. Nole si cinge di un alloro davvero unico nel tennis. È il secondo in Era Open che vince almeno due volte tutti i titoli dello Slam. L’altro si chiama Rod Laver, e di Grand Slam ne ha colti due, nel 1962 il primo, nel 1969 il secondo. Non c’è viatico migliore per un atleta fermamente intenzionato a scalare la vetta del suo sport, che il pubblico non gli ha mai voluto consegnare, preferendogli Federer e Nadal. «Vedremo alla fine, i numeri delle nostre carriere», aveva avvisato il serbo. Gli manca un titolo per raggiungere la ditta Fedal, ferma a 20 vittorie per ognuno dei soci. Gliene mancano due, consecutivi, per firmare il Grande Slam. […] Lo sgambetto al Re era nei piani di Tsitsipas, a dir poco furibondo con se stesso. I due non si sono amati granché, nel corso delle 4 ore e 11 minuti della finale. Aldilà delle dichiarazioni di convenienza che si fanno nel corso della premiazione, a Nole non è piaciuto che il greco abbia sempre lasciato che fosse l’arbitro a decidere sulle palle contese, senza mai concedere il punto su quelle che sapeva avessero toccato la riga bianca. E a Stefanos non è garbato il rimprovero di Nole. Ma non su questi aspetti di secondaria importanza si è deciso il match. Tsitsi l’ha condotto con grande impeto fino al 2-0, rimontando nel primo (break al dodicesimo gioco) e dominando quasi a mani basse il secondo, ma gli è costato caro quel filo di rilassamento che ha fatto seguito alla condizione di superiorità fin lì messa in mostra. La replica di Djokovic poteva attendersela, ma non è stato in grado di valutarne la portata, né le conseguenze. Durissimo e forse decisivo il quarto game del terzo set, con il greco d’improvviso appeso a un filo dopo aver condotto 40-15: 11′ e 23″; 18 punti di autentico corpo a corpo, con Nole che ha ribaltato la situazione e ha firmato il break alla terza palla utile. «Non so bene cosa sia successo. D’improvviso non mi sono più sentito a mio agio. Mi muovevo bene, ma i colpi non erano più gli stessi, quasi le gambe o le braccia, si fossero rattrappite. È la prima volta che mi capita, ho cercato di ritrovare la tranquillità dei primi 2 set, non ne sono stato capace. Sono davvero dispiaciuto. È come se avessi subito un blocco, che mi ha trascinato via dal gioco e strappato dalle mani una partita che sentivo mia».

Djokovic il signore degli Slam (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Sul regno di Novak Djokovic non tramonta ancora il sole. Il numero 1 del mondo, e prossimo numero 1 anche della Race che considera i soli risultati del 2021, allunga la lista dei primati da leggenda. Al Roland Garros, ha conquistato il diciannovesimo Slam, solo uno in meno di Roger Federer e Rafa Nadal. È il terzo nella storia del gioco, primo nell’era Open con almeno due titoli all’attivo in ciascuno dei quattro major. Al suo avversario in finale, il greco Stefanos Tsitsipas che in stagione ha ottenuto più vittorie di tutti, non è bastato iniziare con un vantaggio di due set. Djokovic è scivolato, è caduto rischiando anche di farsi male sfiorando il paletto della rete nella prima parte del match, ma si è rialzato. E l’immagine della partita, di una finale conclusa 6-7(6) 2-6 6-3 6-2 6-4 dopo oltre quattro ore di gioco. «Non è facile. Ho fatto del mio meglio. Penso di aver giocato una buona prima finale. Complimenti a Novak, ha dimostrato ancora una volta che campione sia. Spero un giorno di ottenere la meta di quello che ha ottenuto» ha detto Tsitsipas durante la cerimonia di premiazione. A consegnare il trofeo c’erano anche gli ex numero 1 del mondo Jim Courier e Bjorn Borg. «E’ un privilegio essere qui con campioni che hanno scritto pagine importanti di storia di questo sport – ha detto Djokovic – Stefanos sarà ancora più forte dopo questa partita: so cosa si prova a perdere una finale Slam, sono le occasioni in cui impari di più. In Grecia, il futuro del tennis è in buone mani». […] «Dopo i primi due set, ho iniziato a giocare molto corto e davvero non so perché», ha dichiarato il 22enne, certo non consolato dalla prospettiva di salire al numero 4 del ranking dalla prossima settimana. «Ho perso un po’ il mio gioco e vorrei davvero capire come sia successo. Stava andando tutto bene, sento di aver perso una buona opportunità per fare qualcosa di meglio». Oggi il greco può dirsi un top player, ma per diventare campione serve ancora tempo.

Djokovic, il Migliore ribalta Tsitsipas (Stefano Semeraro, La Stampa)

Il tennis è ancora cosa loro, anzi al momento meglio dire sua, di Novak Djokovic. Il concetto di resilienza fatto persona, una creatura a metà fra un computer e il mago Houdini. Come aveva fatto in ottavi contro Musetti, ieri ha rimontato due set anche a Stefanos Tsitsipas in finale, la prima Slam del greco e la prima in cinque set a Parigi dal 2004, l’ultimo anno “B.N” (before Nadal). Nessuno nell’era Open aveva mai conquistato uno Slam rimontando due volte due set, e questo è solo uno dei prodigi di Mister Djokovic, che vincendo 6-7 2-6 6-3 6-2 6-4 il suo secondo Roland Garros (l’altro nel 2016), è diventato il terzo tennista di sempre a prendersi almeno due volte tutti quattro gli Slam dopo Laver ed Emerson (anni ’60). Questo è il suo 19esimo Slam, contro i 20 di Nadal e Federer. Ormai ha preso la scia dei due favolosi compari e a Wimbledon può raggiungerli, agli Us Open addirittura superarli, chiudendo così il Grande Slam, l’impresona compiuta nella storia solo da Don Budge (1938) e Rod Laver (1962 e’69) e che Rafa e Roger hanno sempre fallito. «E’ un obiettivo possibile», dice coach Vajda. Nella semifinale da leggenda contro Nadal aveva messo la testa davanti al rivale di sempre, ieri ha fatto capire all’erede designato che non è ancora cosa. […] «Questa volta ho imparato che vincere due set non significa nulla», ha detto Stefanos, nuovo numero 4 del mondo. Novak, ricevuta la coppa da Borg e Courier, non si è nascosto: «Non sono giovane come Stefanos, che di Slam ne vincerà tanti in futuro. Ma credo di avere ancora parecchio da dare». Soprattutto da prendere.

Djokovic non abdica mai: è da Grande Slam (Paolo Grilli, La Nazione)

Quella di leggenda del tennis ce l’ha in tasca da tempo. Ora Novak Djokovic si merita pure la patente di indistruttibilità. Un’altra volta la nuova generazione della racchetta viene respinta in un angolo, con un saccone colmo di rimpianti sulle spalle: è il serbo a vincere il Roland Garros, il suo 19esimo Slam, dando una prova mostruosa di forza e resilienza. Sì, questo termine oggi così abusato si attaglia perfettamente a ‘Nole’, capace anche nella finale contro Tsitsipas di rimontare da una situazione ormai compromessa distillando tutta la sua classe. Era successo contro Musetti, quando si era trovato sotto due set a zero, e anche nella semifinale contro Nadal ‘Djoker’ era sotto di un set: uno svantaggio letale per tutti, contro il re di Parigi pronto ad afferrare il suo 14esimo successo nella Ville Lumiere, ma non per lui. E ne è uscito un match memorabile. E’ finita ieri 6-7, 2-6, 6-3, 6-2, 6-4 la maratona di più di quattro ore che ha premiato il serbo, assai meno tifato dagli spalti del rivale greco. Molti speravano in una rivoluzione francese ad opera dell’aitante ellenico, uno dei talenti più accreditati a ereditare il trono del tennis, ma ci sarà ancora da aspettare. Perché Djokovic, così come Nadal, può contare ancora su un impasto impagabile di freschezza atletica e capacità chirurgica di dominare le fasi della partita più importanti. Tsitsipas ha letteralmente incantato nei primi due set, con un servizio di rara efficacia e una consistenza rara in ogni colpo. Poi però si è fatta strada l’esperienza di Novak, e a un certo punto è parso chiaro a tutti che solo Djokovic avrebbe potuto mettere in bacheca il trofeo, il suo secondo a Parigi. Ha già vinto in Australia nel 2021: il sogno Grande Slam è concreto. Rafa e Roger sono solo a un passo, a quota 20 Major.

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Djokovic perde bronzo e nervi (La Nazione). Djokovic neanche il bronzo. Bencic trionfa nel femminile (Bertellino). Torino ha già vinto la sfida. Atp Finals da tutto esaurito (Bertellino). «Io e Panatta, inserparabili gemelli diversi» (Salvadori)

La rassegna stampa di domenica 1 agosto 2021

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Djokovic perde bronzo e nervi (La Nazione)

Alla fine Novak Djokovic ha perso anche la finale per il bronzo e il controllo di se stesso. Dopo aver perso la semifinale contro il tedesco Alexander Zverev, il serbo è stato battuto anche nella finale per il bronzo dallo spagnolo Pablo Carreno Busta con il punteggio di 6-4, 6-7 (6-8), 6-3, dopo aver mostrato il lato oscuro della sua forza in un momento di rabbia durante il match. A un certo punto il campione serbo ha perso la calma e ha lanciato la racchetta letteralmente sugli spalti, deserti causa emergenza covid, poi l’ha spaccata contro un paletto. In un torneo del circuito professionistico un simile comportamento sarebbe stato punito severamente. Alla fine Djokovic ha anche dato forfait nella finalina del doppio misto per un problema alla spalla.

Djokovic neanche il bronzo. Bencic trionfa nel femminile (Roberto Bertellino, Tuttosport)

 

Dopo la sconfitta nella semifinale del torneo olimpico Novak Djokovic ha mancato anche l’appuntamento con il bronzo, andato allo spagnolo Pablo Carreno Busta al termine di una lotta serrata (6-4 6-7 6-3). Da una parte non il miglior Djokovic, che ha lamentato anche un problema alla spalla in ragione del quale non è poi sceso in campo nella “finalina” del doppio misto, dall’altra uno spagnolo perfetto nel ritmo e nelle motivazioni. «Sono molto rammaricato per non aver vinto alcuna medaglia per il mio Paese – ha detto il n° 1 del mondo – e non aver portato a termine l’incarico che avevo. Il mio livello di tennis è calato, sia mentalmente che fisicamente, ma non rimpiango di essere venuto all’Olimpiade. Credo che nella vita tutto accada per un motivo. Ho patito in carriera sconfitte molto dolorose, comprese quelle olimpiche e so che in qualche modo mi hanno reso più forte». Chi invece si ricorderà a lungo di Tokyo 2020 è la svizzera Belinda Bencac, n° 12 WTA, che ha conquistato l’oro superando in finale e in tre set la ceca Marketa Vondrousova. Match dagli alti contenuti emotivi gestito meglio dalla svizzera, al successo più importante in carriera, che ha servito con buone percentuali, ha risposto con più efficacia ed è stata più propositiva.

Torino ha già vinto la sfida. Atp Finals da tutto esaurito (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Torino piace e l’evento che andrà ad ospitare per il primo dei cinque anni di assegnazione dal 14 al 21 novembre, le Nitto ATP Finals, lo dimostra. La sensazione è proprio questa, ovvero che la città sabauda attragga per le sue valenze sportive ma anche per la sua storia e per la sua capacità di accogliere, già salite alla ribalta mondiale in occasione delle Olimpiadi invernali del 2006 che sotto questo punto di vista hanno rappresentato una svolta epocale. I dati legati al più importante torneo del circuito che chiuderà la stagione in corso e quelle a venire sono incoraggianti, soprattutto quelli della prevendita. Quando mancano ancora 104 giorni all’inizio, siamo già al “sold out”: un successo che forse sta andando al di là delle più rosee aspettative, ma conferma quanto ci sia voglia di vivere l’appuntamento, in città e nel mondo (oltre il 20% delle richieste arriva dall’estero e in un momento di pandemia come quello che stiamo attraversando non è un particolare da poco). ll prologo delle Nitto ATP Finals sarà la settimana prima, questa volta a Milano con le “Intesa Sanpaolo Next Gen ATP Finals”. In gara i migliori otto under 21 del mondo. Il campione uscente è Jannik Sinner, che avrebbe ancora diritto di essere della partita, al pari di Lorenzo Musetti. Sinner è al contempo in corsa (13°) nella Race to Turin per essere del grande evento, al quale al momento è qualificato Matteo Berrettini, n.3 della classifica annuale alle spalle di Novak Djokovic e Stefanos Tsitsipas. Seguono Rublev, Zverev, Medvedev, Nadal, con Hubert Huricacz a chiudere la lista.

«Io e Panatta, inserparabili gemelli diversi. Mi indicava le ragazze in tribuna (e ci usciva)» (Enrico Salvadori, La Nazione)

Nel nostro immaginario Paolo Bertolucci non ha quei 70 anni che compie martedì prossimo. Per noi è l’eterno ragazzo pieno di classe e di qualche chilo in più, che ci ha fatto sognare nella Coppa Davis vinta tra mille polemiche non sportive nel 1976 e che regalava giocate sopraffine su tutti i campi di tennis del mondo. Panatta-Bertolucci: l’uno il completamento dell’altro. Quell’alchimia fatta di amicizia ma anche di solenni litigate, di un rapporto che ha sempre resistito fuori dal campo. Nato nel 1962 quando Paolo (di un anno più giovane) e Adriano incrociano per la prima volta la loro strada in un torneo giovanile a Cesenatico. L’amicizia vera tra Paolo e Adriano nascerà due anni dopo nel centro federale a Formia diretto da Mario Belardinelli, il loro secondo padre e che fu il maestro di tennis del Duce a villa Torlonia. Un college dove divideranno la camera oltre che i sogni. Come è stato, Paolo, il suo rapporto con Panatta? «Abbiamo litigato un sacco di volte dentro e fuori dal campo ma è una persona talmente buona che non puoi non volergli bene. L’amicizia si è cementata dalle nostre reciproche debolezze. Ci siamo sorretti a vicenda: lui era troppo bello, io troppo normale. Siamo diversi anche di estrazione perché lui proviene da una famiglia socialista, io sono di fede liberale. Mi piaceva Malagodi. Uno schema che si rifletteva anche in campo: io giocavo a destra, lui a sinistra».

Compagni di doppio per oltre un decennio, testimoni di nozze l’uno dell’altro. II destino vi ha accomunati anche nella destinazione degli ultimi anni visto che vi ha portati in Veneto: Paolo a Verona, Adriano a Treviso.

Ci siamo completati e abbiamo avuto soddisfazioni che ci hanno realizzato sia nello sport che fuori del campo. Una volta a Londra nel presentarci dissero che Adriano era uno degli uomini più affascinanti d’Europa e io ero quello più basso. Nel nostro tipo di giocare io ero quello che preparava e lui piazzava il punto vincente. Che non era solo la sua celebrata “veronica” ma anche il colpo del ciuffo. Prima di battere si spostava i capelli con la mano e le donne impazzivano. Una volta, in Spagna, stavamo giocando e lui mi dice: “La vedi quella in tribuna, stasera esce con me”. lo gli rispondo di concentrarsi sul gioco e cercare di vincere. La sera la signora, che era sposata con figli, lo raggiunse in albergo. II problema è che arrivò il marito e ci volle tutta l’abilità di Adriano per districarsi senza conseguenze da quella situazione. Anche Bjorn Borg piaceva molto alle donne, ma lo costringemmo a rifare il guardaroba perché all’inizio girava con jeans, maglietta e degli improponibili zoccoli svedesi.

Torniamo al tennis. Anche la decisione di giocare il doppio decisivo della Davis vinta nel 1976 a Santiago con la maglietta rossa per fare un dispetto al dittatore cileno Pinochet è nata da un’idea di Adriano che l’ha convinto.

lo all’inizio credevo che fosse un rischio troppo grosso. C’era un clima molto pesante ma volevamo dare un segnale forte dopo aver deciso giustamente di giocare. Fu il coronamento di un grande cammino. Noi due, con Barazzutti e Zugarelli che completavano la squadra, eravamo come i Beatles. Eravamo così diversi eppure creammo un gruppo granitico nel tennis, che è uno sport di forte individualismo.

Nei settant’anni di Paolo Bertolucci un ruolo importante lo gioca anche il cibo. Oltre che ‘Braccio d’oro’ la chiamavano ‘Pasta Kid’.

II nomignolo me l’ha affibbiato Bud Collins, giornalista molto popolare del Boston Globe. Mi piacque, mi specchiavo in quella definizione e infatti l’ho scelto come titolo della mia autobiografia. A quel tempo ero davvero goloso e spesso capitava che per giorni bevevo solo dei litri di spremuta di pompelmo per perdere chili, per cui ho sofferto la fame.

Paolo Bertolucci, che è arrivato a toccare il dodicesimo posto nella classifica mondiale nel 1983, a 32 anni, decide di smettere. Perché?

Incisero due fattori: il dolore e la noia. Avevo ormai la schiena e le gambe a pezzi. Ero stufo di preparare borse e di andare a giocare in giro per il mondo. II tennis romantico era ormai al tramonto e un’esistenza così era davvero pesante. La decisione la presi nel 1982 e programmai l’ultimo anno in piena spensieratezza. Abbinando oltre al gioco anche la buona cucina. Un viaggio in cui toccai tutta l’Italia per giocare e gustare le prelibatezze dei migliori ristoranti. Ingrassai oltre undici chili. Dal giorno in cui ho detto stop non ho più giocato.

Qualcuno ha ipotizzato che nella sua decisione abbia inciso l’indolenza.

Lo smentisco categoricamente. lo ho sempre dato tutto e avevo due punti di forza che erano il rovescio e la velocità dei piedi nei primi tre metri. Non ero un giocatore da lunga distanza, la mia autonomia atletica era abbastanza limitata per questo mi sono espresso meglio nel doppio.

Che cosa si attende di regalo per i suoi settant’anni?

Un bel regalo me lo hanno già fatto Matteo Berrettini e tutti i tennisti della nouvelle vague italiana che mi hanno fatto tornare indietro nel tempo e rivivere sensazioni che avevo dimenticato. Ho la fortuna di raccontare da tempo le imprese di Federer, Djokovic, Nadal ma quando ci sono nel mezzo gli azzurri è un’altra cosa. L’emozione di Berrettini in finale a Wimbledon è stata fantastica. Nelle ore della vigilia ho riavvolto il nastro, sono tornato alle attese prima delle nostre grandi partite. Ho avuto quella scarica di adrenalina che avevo quando giocavo e che ti fa restare sempre giovane.

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Niente Golden Slam, Djokovic va a casa (Crivelli). Anche gli invincibili perdono (Mastroluca). Non sarà uomo d’oro (Azzolini)

La rassegna stampa di sabato 31 luglio 2021

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Niente Golden Slam, Djokovic va a casa (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il fragore dei tuoni che accolgono i primi scambi della semifinale nobile del torneo olimpico diventa un labile fremito rispetto a quello che due ore più tardi accompagnerà l’uscita dal campo a testa bassa della divinità devastata: Djokovic è fuori dall’Olimpiade, sconfitto da Zverev in semifinale. Il sogno di realizzare il Golden Slam, la vittoria dei quattro Major e dell’oro olimpico nello stesso anno, impresa leggendaria riuscita soltanto a Steffi Graf nel 1988, si sfalda a metà del secondo set, quando il numero uno del mondo appare in totale controllo del match, avanti 6-1 3-2 con un break da gestire. Ma nel sesto game perde per la prima volta il servizio, tra l’altro a zero, e da quel momento, improvvisamente irriconoscibile, quasi svuotato, impacciato anche nei movimenti. subisce un parziale di 10 game a uno, quasi fosse il tennista della domenica chiamato all’ultimo per scaldare il più forte del circolo. Un tonfo clamoroso che oscura le ambizioni di un altro grande protagonista dei Giochi e soprattutto lo priva dell’opportunità di scrivere una storia immortale: resta l’obiettivo del Grande Slam, che da solo basterebbe a consegnarlo al gotha dei più grandi sportivi di tutti i tempi, ma la prima sconfitta dopo 22 successi di fila (l’ultimo a fermarlo era stato Nadal a Roma) apre più di una crepa nelle granitiche convinzioni del Djoker, che per di più a New York si troverà a gestire una pressione indicibile, con il traguardo così vicino dopo i trionfi in Australia, a Parigi e a Wimbledon. Va detto che da quel sesto game del secondo set Zverev ha abbandonato ogni remora tecnica, è salito enormemente con il servizio e ha cominciato a spingere ogni colpo a rimbalzo, finendo il match con 30 vincenti di cui 17 di dritto; rimane comunque l’inattesa sensazione di impotenza di Nole, peraltro mai troppo a suo agio quando le condizioni climatiche, come a Tokyo, sono quasi al limite per caldo ed umidità. «Sto provando sensazioni orribili, non posso avere pensieri positivi. Però alla fine è soltanto sport, e lui ha giocato meglio. Il mio servizio è calato vertiginosamente e il mio gioco è collassato ». Poche parole, quasi di circostanza, e volto scurissimo. Solo con giornalisti serbi si aprirà un po’ di più: «Dopo Londra, mi sono sentito svuotato, perché la stagione è stata molto intensa. Sono venuto qui perché rappresentare la propria nazione è l’orgoglio più grande, speravo che tornando a giocare avrei ritrovato lo spirito giusto, e invece all’improvviso ho avuto questo cedimento. Ma adesso non è il momento di pensare troppo al futuro, cercherò soltanto di recuperare in fretta».

Anche gli invincibili perdono (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Anche Novak Djokovic è umano. Dopo 23 vittorie consecutive, íl numero 1 cade e abbandona íl sogno del Golden Slam, l’impresa di vincere tutti i major e l’oro olimpico nello stesso anno, riuscito nella storia del tennis solo a Steffi Graf nel 1988. Si è fermato a un set dalla certezza della medaglia, ma si dovrà al massimo accontentare di due bronzi: in singolare e doppio misto. Djokovic si è arreso alla distanza, 1-6 6-3 6-1 contro Alexander Zverev, sicuro almeno di eguagliare il, miglior risultato per un tedesco nel tennis alle Olimpiadi, l’argento di Tommy Haas a Sydney 2000. In quella finale, perse contro Yevgeny Kafelnikov, primo russo a entrare in Top 10. La sfida Germania-Russia si ripeterà a Tokyo: contro il numero 5 del mondo, infatti, domenica ci sarà Karen Khachanov, numero 25, che ha battuto 6-3 6-3 lo spagnolo Pablo Carreno Busta. Zverev ha vinto quattro Masters 1000 e le Nitto ATP Finals 2018, ma il pianto di gioia dopo il successo di ieri dimostrano tutto il fascino delle Olimpiadi. Conquistare una medaglia ai Giochi, ha spiegato, «è una sensazione straordinaria. Vai in campo per tutti i tuoi tifosi, per tutta la nazione. È incredibile, sembrava impossibile battere Djokovic in questo torneo». Alla fine della partita, al momento della stretta di mano, Il tedesco ha confessato l’ammirazione per il serbo, che a Wimbledon ha eguagliato i venti titoli Slam di Roger Federer e Rafa Nadal. «Gli ho detto che è il più grande di tutti i tempi e lo resterà — ha spiegato – Capisco che stava inseguendo la storia, so come si sente in questo momento». Dopo la sua terza sconfitta in semifinale alle Olimpiadi, Nole non ha cercato scuse. «Lo sport è così. Lui ha giocato meglio, bisogna dargli merito per aver cambiato la partita. Ha servito benissimo, il mio servizio invece è calato drasticamente. Non ho ottenuto quasi nessun punto diretto dal 3-2 nel secondo set, e il mio gioco è andato in pezzi». Da quel momento, infatti, il numero 1 del mondo ha cercato la rete ad ogni occasione disponibile, come chi vuole accelerare i tempi per accorciare una sofferenza. Zverev, al contrario, ha preso il controllo del gioco e degli scambi, ritrovando l’efficacia dei suoi colpi migliori e la sicurezza per affondare sistematicamente con il diritto.

Non sarà uomo d’oro (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Forse sarà “Grand” un giorno. Forse. Ma non sarà mai Golden. Che terribile insolenza da parte di un destino quanto mai cinico e sempre più baro, nei confronti dell’uomo – parole di mamma Dijana – «scelto da Dio» per essere il tennista più grande di sempre. Ma è successo, l’incantesimo s’è rotto, sebbene a Novak Djokovic resti la corrida per il Grand Slam, che è qualcosa insieme di grandioso e di disumano. Ha vinto a Melbourne, a Parigi e a Wimbledon, può vincere gli US Open, ma è stato spazzato via dal torneo olimpico che l’avrebbe insignito del titolo di Golden Slammer, assegnato finora alla sola Steffi Graf. Curioso, è stato un tedesco a metterlo al bando. Il demone Sascha Zverev, che relega Djokovic alla finalina per il bronzo, la stessa che giocherà anche per il podio del misto, accanto a Nina Stojanovic, dato che la giornata è stata così perversa da spingerlo al suicidio tennistico contro Zverev, per poi consegnarlo già frullato alla semifinale del misto, persa contro Karatsev e Vesnina. Che cos’è successo? Non è domanda di poco conto, credeteci. Su di essa s’ingarbugliano un bel po’ di riflessioni, a cominciare da quelle dei molti – moltissimi – che sull’onda della finale a Wimbledon avevano dato per scontato il seguito di vittorie “grandi” e “dorate” del Djoker. Fioccheranno scuse, nei prossimi giorni, da parte di chi si è spinto troppo con i pronostici? Possibile. Un bel detto, tipo “i pronostici li sbaglia solo chi li fa” non si nega a nessuno. Il problema, però, potrebbe essere più serio di quanto non appaia da questa sconfitta, che ha fatto confessare a Nole di sentirsi «malissimo». «Sul 6-1, 3-2 mi sono sentito come svuotato, ho perso il mio gioco, mentre Zverev ha cominciato a colpire meglio di me. Non mi resta che tentare di portare alla Serbia i due bronzi che restano». In realtà, il 6-1 del primo set aveva preso forma anche grazie alle molte concessioni fatte da Zverev, ma Nole era apparso quello dei giorni migliori, con una replica vincente sempre a portata di racchetta. E il 3-2 del secondo, era già il frutto di un break, a ribadire che il dominio proseguiva inesorabile. Lì, invece, la recita si è interrotta e Zverev ha messo a segno 4 break consecutivi, utili a recuperare il disavanzo e portarsi largamente avanti nel terzo. E’ sembrato, in quei frangenti di assoluta crisi fisica e mentale, il Nole già visto contro Musetti, Berrettini e Tsitsipas al Roland Garros, non diverso dal Nole del primo set della finale di Wimbledon quando Berrettini l’ha ripreso e superato. Il Djokovic dagli occhi sbarrati e i nervi a fior di pelle, che non sa più come opporsi allo straripare dell’avversario e che solo un “toilet break” ha saputo restituire alle partite. Capita anche ai più forti. Non pensavamo però capitasse così spesso al più forte dei forti più forti (eccetera)… Valutazione da tenere in conto per i prossimi US Open, dai quali Nole – lo ha già detto – attende la nomina a Grand Slammer. Sulla quale, però, si agitano da sempre forze oscure, tali da mettere a dura prova gli aspiranti Goat.

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Giorgi, il piacere di stupire (Bertellino). Pure la Osaka cede allo stress (Scognamiglio). Osaka, il fallimento e le lacrime. E il Giappone già prende le distanze (Imarisio)

La rassegna stampa di mercoledì 28 luglio 2021

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Giorgi, il piacere di stupire (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Offrire il meglio del proprio repertorio alle Olimpiadi. Per molti atleti un sogno, per pochi la realtà. Tra questi eletti sta emergendo nelle giornate di Tokyo 2020 la 29enne maceratese Camila Giorgi, n°61 del mondo, capace di vincere tre match consecutivamente contro avversarie di grossa caratura senza perdere nemmeno un set. Sta colpendo la numero uno azzurra per quella continuità di rendimento che spesso le ha fatto difetto in carriera impedendole di raggiungere traguardi che il suo talento avrebbe invece meritato. L’ultima a cadere sotto i suoi colpi è stata la ceca Karolina Pliskova, recente finalista a Wimbledon e n° 7 WTA. A Camila sono stati sufficienti 75 minuti per avere la meglio 6-4 6-2 sull’ex n° 1 del mondo. Il primo set è stato il più equilibrato, con break e contro-break iniziali (2-2), nuovo break dell’azzurra tenuto fino al termine con grande autorevolezza. La seconda frazione è stata invece un assolo della marchigiana, avanti di due break e a segno al primo match point. Meno errori gratuiti della rivale, 4 palle break convertite su 4, grande efficacia con la risposta e costante capacità di spostare da una parte all’altra del terreno di gioco la nobile avversaria, condizione che da sempre poco predilige: «Molto bene oggi – ha detto in zona mista al termine – con tanto ordine. Qualche errore per alcune scelte sbagliate, ma nel complesso tutto positivo. Una sfida molto diversa dall’ultima, giocata e vinta poco più di un mese fa a Eastbourne sull’erba. Lì la palla rimbalzava poco, qui il cemento restituisce di più». II prossimo ostacolo sarà l’ucraina Elina Svitolina, testa di serie n° 4 e da poco signora Monfils.

Pure la Osaka cede allo stress (Ciro Scognamiglio, La Gazzetta dello Sport)

 

Rimbomba l’eco del dolore di un popolo. Fortissimo. E chissà per quanto tempo ancora si sentirà. Questa doveva essere (anche) l’Olimpiade di Naomi Osaka, scelta per accedere il tripode – a forma di Monte Fuji – nella cerimonia inaugurale di venerdì scorso. Un pugno di giorni dopo, il mondo si è capovolto ed è finito dalla parte sbagliata: negli ottavi del torneo di tennis due rapidi set (6-1 6-4 in 68′) sono bastati alla ceca Marketa Vondrousova – numero 42 del mondo, finalista al Roland Garros 2019 – per sbattere fuori la campionessa idolo del Giappone, numero 2 del mondo. Un altro lutto sportivo da elaborare per il paese organizzatore al pari di quello per l’eliminazione dell’idolo della ginnastica Kohei Uchimura. Poche parole tra le lacrime, prima della fuga. Osaka ha detto: «Da tempo dovrei essere abituata a questa pressione, ma allo stesso tempo qui era più grande, anche a causa della pausa che mi ero presa. Non ho retto. Per me ogni sconfitta è una delusione, ma oggi sento che questa fa schifo più delle altre. Almeno, sono contenta di non avere perso al primo turno». L’ultima frase, prima ancora che di circostanza, suona surreale. Il resto è un romanzo pieno di nervi e lacrime, crisi esistenziali e fantasmi depressivi, paure e responsabilità insopportabili per una fuoriclasse capace comunque di vincere quattro tornei del Grande Slam, 2 Australian Open e 2 Us Open. Non si vede il cielo dal campo centrale, perché la pioggia ha obbligato alla chiusura del tetto, e con il senno del poi sembra un presagio. Non c’è luce nel cuore di Naomi, solo il buio. E il tema non è tanto riavvolgere la trama agonistica di un match in cul la favorita non ha mai trovato una contromossa alle palle corte della rivale, firmando 32 errori gratuiti. Semmai ricordare le origini della relazione non sempre facile tra Osaka e il Giappone a causa delle sue radici (è cresciuta negli Usa, da mamma giapponese e papà haitiano, è sempre stata contro il razzismo e ogni discriminazione) prima che il riconoscimento del ruolo di eroina le venisse certificato dal ruolo di ultima tedofora. Ad appena 23 anni. II massimo, così neanche il migliore degli sceneggiatori avrebbe potuto immaginare questo drammatico seguito. O forse sì? La fine di maggio 2021, in fondo, è l’altro ieri. Quando Naomi decide di disertare le conferenze stampa del Roland Garros, poi il ritiro dal torneo e la rivelazione: «Da dopo l’Us Open 2018 (primo grande trionfo, n.d.r.) soffro di lunghi periodi di depressione». Si era chiamata fuori pure da Wimbledon, mentre aveva deciso di confermare la presenza all’Olimpiade. Voleva che fosse ricordata per sempre e lo sarà, ma non per il motivo che desiderava.

Osaka, il fallimento e le lacrime. E il Giappone già prende le distanze (Marco Imarisio, Corriere della sera)

Quando Naomi Osaka si è avviata a testa bassa verso la rete, il capo della squadra di tennis giapponese ha cominciato a singhiozzare. All’inizio tenendosi la testa tra le mani e scuotendola, poi alzandosi e mostrando il viso rigato di lacrime, mentre si batteva sempre più forte con il pugno sulla bocca dello stomaco, quasi a simulare un seppuku, l’antica punizione che i samurai si infliggevano per espiare le proprie colpe. C’era un patto tanto implicito quanto crudele tra il Giappone e questa campionessa fragile cresciuta negli Stati Uniti, nipponica solo per parte di madre, che non parla la lingua del Paese che l’ha adottata. Tu avrai l’onore di accendere la torcia olimpica durante la cerimonia inaugurale, anche se non sei fino in fondo una di noi. Ma in cambio devi vincere, per diventare il volto di un Giappone moderno e cosmopolita. Soltanto che Naomi non sta bene. Al Roland Garros fu quasi obbligata dalla reazione violenta degli organizzatori dello Slam francese dopo il suo ritiro a rivelare l’esistenza di un disagio mentale che spesso sconfina nella depressione. All’esordio nel torneo olimpico, aveva rivelato di sapere dallo scorso marzo che sarebbe toccato a lei. E chissà se questa lunga attesa ha contribuito a scavarle dentro ancora di più. Ieri non è stata una partita di tennis, ma una agonia. Osaka non ha perso contro l’onesta Marketa Vondrousova, ma contro sé stessa, cedendo al peso che la opprime ormai da mesi. Stringeva il cuore, vederla mentre nella zona mista all’uscita dal campo tentava di trovare le parole. «Non sono stata capace di reggere questa pressione» è riuscita a dire. Gli occhi le si sono riempiti di lacrime. Non è riuscita a proseguire. Per lei il peggio deve ancora venire. C’erano due medaglie che per il Giappone dovevano contenere tutte le altre: Osaka e il ginnasta Kohei Uchimura, 7 medaglie olimpiche, campione a Londra 2012 e Rio 2016. Hanno fallito entrambi, ma solo per Osaka non ci sarà perdono. Mentre la aspettavano, i giornalisti locali già sostenevano in diretta che non essendo una vera giapponese, ignora cosa sia lo Shokunin, il termine che spiega la dedizione di questo popolo per il lavoro. La sua scelta era legata all’immagine di un Giappone più inclusivo e aperto. La sua sconfitta ha generato un’onda contraria non solo sui social. Molti commentatori hanno messo in dubbio la legittimità di una hafu, così vengono definiti i giapponesi di sangue misto, a rappresentare il Paese. All’improvviso, dopo una partita di tennis sbagliata, siamo tornati agli stereotipi, all’orgoglio nazionalista, con tanti saluti alla diversità. Dal finestrino della berlina nera che la portava via, sembrava quasi che Osaka stesse dando un’occhiata al Giappone che la giudicava. E intanto, continuava a piangere.

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