Caso Djokovic: cosa ne pensano il New York Times, l'Equipe e le altre grandi testate internazionali

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Caso Djokovic: cosa ne pensano il New York Times, l’Equipe e le altre grandi testate internazionali

Per John Feinstein del Washington Post: “Nole a un bivio, rischia di essere ricordato come una barzelletta triste”. Il Guardian critica l’organizzazione: “Tiley rifletta sugli innegabili fallimenti di Tennis Australia e del governo vittoriano

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Da Lo Slalom

Con il sostegno della Serbia intera alle spalle, Novak Djokovic aspetta lunedì il verdetto dei tribunali australiani sulla sua esenzione, il suo visto cancellato e la sua espulsione. Intanto, Matthew Futterman sul New York Times ragiona stamattina sul declino di popolarità e la fine del sostegno popolare a quei campioni così tanto new age

In un’epoca meno pericolosa – scrive – un pubblico più indulgente vedeva le visioni non tradizionali della scienza e della salute di Novak Djokovic come caratteristiche bizzarre di un ricercatore iperattivo, con convinzioni fortemente radicate su tutto, dallo sport alla spiritualità. Si è seduto all’interno di una capsula pressurizzata a forma di uovo durante i principali tornei, credendo che avrebbe migliorato la circolazione, aumentato la produzione di globuli rossi e liberato i muscoli dall’acido lattico. Ha sostenuto il concetto che la preghiera e la fede possono purificare l’acqua tossica. Djokovic e altri atleti di alto profilo con approcci alla salute non ortodossi, sono stati fonte di domande per un pubblico che, nel bene e nel male, li ha trattati a lungo come modelli di ruolo. Erano stranezze apparentemente innocue, come la ciotola di gelato all’avocado del quarterback Tom Brady. Ora non più. L’ultima ondata di casi di coronavirus e la lotta in corso per uscire dalla pandemia hanno spostato le percezioni pubbliche: gli atleti iconoclasti che una volta erano visti favorevolmente, stanno incontrando ostacoli ora che vogliono giocare con regole diverse rispetto a tutti gli altri

 

Michael Lynch, ex direttore del marketing sportivo per Visa e consulente di lunga data dell’industria sportiva, ha detto al quotidiano americano che «il pubblico in generale continua a rispondere positivamente se un atleta parla di argomenti che fanno la differenza nella società e migliorano la vita delle persone. Ma se qualcuno prende una posizione che mette a rischio la vita, allora la reazione diventa molto negativa».

Futterman sottolinea come “la fama che deriva dal successo atletico ha fornito a Djokovic e ad altri atleti di spicco che si oppongono ai vaccini contro il coronavirus – come il quarterback NFL Aaron Rodgers e il giocatore di basket Kyrie Irving – piattaforme per promuovere cause in cui credevano e raccogliere milioni di dollari. Ma negli ultimi mesi, i loro profili sono diventati controversi, poiché il loro comportamento e le loro opinioni hanno supportato la disinformazione e messo a rischio la sicurezza pubblica. Per le organizzazioni sportive e le leghe, la posta in gioco è alta. Per più di un decennio, l’accesso ai social media ha dato alle star dello sport la possibilità di avere un grande impatto. Finché ciò che dicevano non era offensivo o polarizzante, hanno fatto pubblicità gratuita e per lo più positiva ai loro sport, alle loro cause e ai loro marchi. La questione della vaccinazione ha cambiato i termini dell’equazione”

In un intervento per il Washington Post, John Feinstein scrive che nessuno ha lavorato più duramente di Djokovic per essere preso sul serio come grande campione. Ora è diventato una barzelletta triste. È il tennista numero 1 al mondo e potrebbe diventare il più grande giocatore di tutti i tempi. C’è chi pensa che lo sia già. Ma ora è anche a un bivio, a un punto dove pochi atleti veramente grandi sono mai arrivati. Aaron Rodgers ha fatto del suo meglio quando è stato sorpreso a ingannare il pubblico sul fatto che fosse stato vaccinato per il coronavirus, Antonio Brown ha fatto un ulteriore passo avanti quando ha presentato una falsa tessera di vaccinazione.

Ma nessuno di loro è stato arrestato dai funzionari di frontiera in Australia e trattenuto in un hotel in attesa di un’espulsione. Come Rodgers e Brown, Djokovic si è messo in un pasticcio imbarazzante perché pensava di essere al di sopra delle regole della decenza e si è rifiutato di ottenere una vaccinazione di cui la maggior parte delle persone capisce di aver bisogno. Djokovic non è stato certamente il solo a creare la debacle di Melbourne. Se credete che a Djokovic non fosse davvero stato concesso un privilegio speciale, allora Craig Tiley ha un terreno di fronte all’oceano che vorrebbe vendervi. Il primo ministro australiano Scott Morrison chiaramente non ha accettato la richiesta di Tiley. Nei suoi giorni migliori – continua il Washington Post – Djokovic è intelligente e premuroso, secondo me pure simpatico. Al suo peggio è incredibilmente stupido per essere una persona tanto brillante. Ha spesso trattato il covid come chi insiste sul fatto che sia poco più di un raffreddore, nonostante i numeri terrificanti in tutto il mondo facciano capire che non è così. Ora l’ha anche trasformato in una questione politica, nella quale non sembrano esserci bravi ragazzi. Djokovic è diventato il protagonista di un incidente internazionale. Potrebbe ancora gareggiare a Melbourne, se lo farà il torneo rimarrà una soap opera con lui in campo. Oppure non giocherà e dovrà affrontare l’imbarazzo di essere espulso

Anche Simon Briggs, sull’inglese Telegraph, indaga nel passato da ricercatore di scienze alternative del serbo e lo fa partendo dalla lettura della biografia, spiegando come uno scettico è diventato una pin-up per il movimento No Vax. Bisogna solo leggere Serve To Win per capire. Questo libro particolare è pieno di filosofia new age, con capitoli intitolati: – Come l’apertura della mia mente ha cambiato il mio corpo. Le nostre personalità, dicono, sono formate dalle storie che ci raccontiamo. È interessante vedere come Djokovic inquadra le sue. Menziona i bombardamenti della NATO su Belgrado durante l’infanzia, che è il modo in cui iniziano i documentari televisivi su di lui. Ma questi elementi della storia sono narrati come un fatto secondario rispetto ai disturbi fisici ricorrenti – allergie, difficoltà respiratorie, seni nasali bloccati – fino a quando ha rinunciato al glutine. Niente di particolarmente strano finora, finché non spiega come è stata diagnosticata la sua intolleranza. Un nutrizionista serbo, chiamato Dr Igor Cetojevic, ha chiesto a Djokovic di tenere il braccio destro ad angolo retto e di resistere alla pressione mentre lo spingeva verso il basso. Poi l’esercizio è stato ripetuto, solo che questa volta Djokovic teneva una fetta di pane sullo stomacoEro notevolmente più debole, scrive Djokovic, che aggiunge come il test kinesiologico del braccio sia stato usato a lungo come strumento diagnostico dai guaritori naturali. Sì, e i medium parlano con i morti. Ecco, Novak. Il cercatore della verità. L’amante della natura. Ecco l’uomo che spezzava le sue partecipazioni a Wimbledon con viaggi al vicino tempio Buddhapadipa per meditare in riva a un lago. Un uomo che due anni fa ha rivelato di avere un amico nei giardini botanici di Melbourne – un fico brasiliano su cui mi piace arrampicarmi. Lo spiritualismo da jet-set di Djokovic potrebbe sembrare affascinante di per sé. Ma il suo effetto collaterale è stata la credulità”

L’editorialista del Telegraph dice che Serve To Win descrive un cosiddetto ricercatore che prende due bicchieri d’acqua e dirige energia amorevole verso uno, mentre impreca con rabbia verso l’altro. Dopo alcuni giorni – sono le parole di Djokovic nel suo libro – il bicchiere pieno di rabbia si tingeva di verde, l’altro bicchiere era ancora luminoso e cristallino. Le eccentricità di Djokovic hanno ostacolato la sua carriera? – si domanda Briggs. Se Djokovic fosse solo un giocatore professionista, le sue convinzioni pseudo-scientifiche non sarebbero altro che una bizzarra nota a piè di pagina. Invece è un potente modello, in particolare nei Balcani. Migliaia di persone hanno probabilmente emulato la sua posizione sui vaccini. Alcuni rischiano di subire delle conseguenze. Non aspettatevi che cambi. È un personaggio testardo, abituato a fare a modo suo. Non rinuncerà facilmente alla filosofia che – nel bene e nel male – lo ha reso l’uomo che è.

L’Equipe dedica stamattina due pagine al numero 1 serbo, domandandosi se la sua carriera potrà proseguire regolarmente, senza vaccinarsi. Nel suo commento, Frank Ramella scrive: Djokovic non è politicamente corretto. Djokovic vuole restare fedele ai suoi valori. Nonostante tutto il lavoro fatto sullo sviluppo personale, ribolle dall’interno verso l’esterno e non si trattiene. Questo è un po’ il motivo per cui è stato eliminato agli US Open 2020, quando il suo tiro furioso ha colpito accidentalmente una giudice di linea. Fu il primo sorprendente intoppo nella sua ricerca del record di Slam. Il numero 1 del mondo è anche convinto che il corpo porti dentro sé le capacità di automedicarsi. Ha ritardato per questo fino all’ultimo momento un’operazione al gomito, diventata indispensabile dopo i fallimenti delle soluzioni alternative. In questa prospettiva si deve intendere il suo categorico rifiuto del vaccino. Ed è per questo che potrebbe perdere l’occasione di aggiudicarsi un potenziale 21esimo titolo del Grande Slam. Un secondo incredibile intoppo nel suo cammino. Che storia!

Tumaini Carayol, firma del tennis per il Guardian dice stamattina che il numero uno al mondo è spesso il peggior nemico di se stesso, ma non è l’unico da incolpare nel caos che si sta verificando a Melbourne. La sua abilità che lascia senza fiato sul campo, è abbinata alla sua frequente tendenza all’auto-sabotaggio. Si dice spesso dei migliori giocatori che i più grandi avversari siano loro stessi. Djokovic porta il ragionamento a nuovi livelli. Insegue la storia e il record di 21 titoli del Grande Slam, eppure è così preso dalla scienza alternativa da essere disposto a complicare le sue possibilità, arrivando non vaccinato al confine di uno degli Stati più rigidi al mondo. È arroganza, è l’ostinata fiducia in se stessi che guida il suo tennis, ma che spesso lo porta anche fuori strada. Le decisioni che prende, evidenziano la necessità di avere persone giuste intorno a dare consigli saggi. Sembra improbabile che Djokovic guarderà a questo episodio come a un’opportunità per crescere. Il più delle volte, le ingiustizie che sente di aver subito hanno avuto l’effetto opposto, rafforzando la sua determinazione, riaffermando la convinzione di essere un uomo contro il mondo. Mentre Djokovic continua a ricevere disprezzo, tutte le istituzioni coinvolte meritano critiche. Tiley rifletta sugli innegabili fallimenti di Tennis Australia e del governo vittoriano, con esenzioni mediche che non hanno avuto alcun effetto sulla politica federale alla frontiera. I fallimenti di Tennis Australia e del governo dello stato di Victoria non assolvono però il governo federale, nel battibecco tra enti locali e federali. Il giorno prima dell’arrivo di Djokovic in Australia, al primo ministro del paese Scott Morrison era stato chiesto in conferenza stampa cosa pensasse. Rispose che si trattava di un problema per lo stato di Victoria. In un giorno ha cambiato la sua posizione. Si potrebbe ragionevolmente concludere che solo allora si è reso conto dei punti politici che avrebbe guadagnato agendo con decisione. Ci sono 36 rifugiati nello stesso hotel di Djokovic. Alcuni sono bloccati in albergo da otto anni e da allora sono stati trattati in modo ripugnante dallo Stato australiano. Meritano l’attenzione e la compassione che il breve soggiorno di Djokovic sta generando.

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“Chi l’ha visto?” Hyeon Chung e il sogno proibito

Con l’Australian Open ormai alle porte dedichiamo questa puntata di “chi l’ha visto?” a Hyeon Chung, protagonista nel 2018 di una delle cavalcate più sorprendenti nella storia del torneo

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Hyeon Chung - US Open 2019 (foto via Twitter, @ATP_Tour)

Il protagonista di questa puntata di “chi l’ha visto?” è Hyeon Chung. Dopo un lungo periodo in cui il suo nome è rimasto nel dimenticatoio, proprio in questi giorni hanno fatto scalpore le dichiarazioni da parte del padre del giovane tennista coreano che ha rivelato come per suo figlio in questo momento sia possibile solo fare fisioterapia e stretching. La sua ultima apparizione su un campo da tennis risale a settembre del 2020 quando al secondo turno di qualificazioni si dovette arrendere al modesto argentino Renzo Olivo in due set. A gennaio del 2021 è dovuto ricorrere a un’operazione alla schiena per un problema che si trascinava da anni. Andare sotto i ferri pare non aver risolto i suoi problemi dal momento che nel 2021 non è mai sceso in campo. Il suo caso ricorda da molto vicino quello di Jared Donaldson. Non è dato sapere con esattezza se il problema alla schiena del coreano è cronico come quello al ginocchio di Jared ma se così fosse la carriera di Chung sarebbe a serio rischio. Curiosamente anche Hyeon, esattamente come Donaldson, era uno degli otto partecipanti alla prima edizione delle Next Gen Atp Finals nel 2017. A Milano addirittura il coreano vinse il titolo dando l’impressione di essere, tra i giovani, quello più pronto a mettere in seria difficoltà i big.

The professor

Il primo avvicinamento al tennis da parte di Chung arriva quando è ancora un bambino. Assieme alla sua famiglia un giorno il giovane Hyeon si reca dal dottore perché fa fatica a vedere sia da vicino sia da lontano. Quando gli viene diagnosticata una forma di astigmatismo, una patologia derivante da un difetto di curvatura della cornea, il dottore gli consiglia di “concentrarsi su qualcosa di verde” per migliorare la sua vista. Nonostante il tennis fosse a quel tempo uno sport piuttosto sconosciuto in Corea del Sud, il padre di Hyeon si era già dilettato con la racchetta in giovane età e così suo fratello maggiore. Chung però aveva mostrato talento anche nel taekwondo ma decise di fare una scelta controcorrente dedicando tutta l’attenzione solo sul tennis. Per quanto il tennis abbia aiutato la sua vista Chung ha un livello molto alto di astigmatismo, così deve indossare gli occhiali ogni volta che scende in campo. Questo particolare look gli ha fatto guadagnare il soprannome di “the professor”.

Nel 2008, all’età di 12 anni Chung non solo si aggiudica il prestigioso torneo giovanile “Eddie Herr” ma si ripete al “Junior Orange Bowl U12” dove batte consecutivamente Thanasi Kokkinakis e Borna Coric. È curioso notare come anche le carriere dell’australiano e del croato siano state martoriate da tanti infortuni. La vittoria di questi due prestigiosi eventi giovanili gli fa meritare la chiamata da parte di Nick Bollettieri per allenarsi assieme a suo fratello maggiore all’accademia di Bradenton. Guardando uno dei video d’allenamento di Chung a tredici anni alla “Nick Bollettieri Academy” impressiona la capacità del giovane coreano di anticipare la palla con il già fenomenale rovescio bimane.

 

Hyeon comincia a essere considerato una delle promesse più importanti quando raggiunge la finale del torneo Junior di Wimbledon nel 2013. Edizione molto conosciuta da parte degli appassionati italiani dal momento che la corsa del coreano si interrompe in finale contro Gianluigi Quinzi che diventa il secondo italiano dopo Diego Nargiso a vincere il titolo Junior a Wimbledon. Leggendo i partecipanti di quell’edizione c’è da stropicciarsi gli occhi. La testa di serie numero 1 è Nick Kyrgios che l’anno seguente batterà Rafael Nadal proprio sui prati di Church Road. Nel 2013 l’estro dell’australiano si scontra però contro la solidità di Chung che lo demolisce con un doppio 6-2.  Alla fine di quella stagione per Hyeon arriva la prima possibilità di competere in un torneo ATP quando viene omaggiato di una wild card in Malesia ma perde in due set contro l’esperto argentino Federico Delbonis.

La gavetta nei challenger

Nel 2014 Chung si aggiudica il primo torneo importante della carriera, il Challenger di Bangkok. Nella strada per il titolo sconfigge la testa di serie numero 1 Go Soeda, molto più esperto in quel tipo di palcoscenico. Il 2015 è la stagione che si rivela quella della svolta. Comincia a prendere confidenza con i tornei più importanti raggiungendo il secondo turno a Miami e vincendo la prima partita della carriera in uno slam allo US Open contro James Duckworth. A New York al secondo turno obbliga la testa di serie numero 5 Wawrinka a tre tie break. “Onestamente non conoscevo molto il suo gioco” ammette lo svizzero dopo la faticosa vittoria “sapevo dei suoi risultati ma non l’avevo mai visto giocare”. L’effetto sorpresa per poco non gioca un brutto scherzo al campione del Roland Garros che sapeva poco su Chung probabilmente per il fatto che è a livello Challenger che il coreano sta ottenendo nel 2015 i suoi migliori risultati. Quattro titoli vinti che lo catapultano al numero 51 del mondo con più di 120 posizioni scalate dall’inizio dell’anno. Grazie a questi risultati ottiene il premio come “Atp Most Improved Player”.  Curiosamente alla fine di quella stagione Chung deve prestare servizio militare in Corea. Grazie ai successi ottenuti in campo svolge solo quattro settimane di “basic training” invece dei due anni normalmente richiesti.

Hyeon Chung – Montreal 2015

Nel 2016 ci si aspetta che il giovane coreano riesca a emergere definitivamente anche a livello ATP. Dopo i primi mesi della stagione caratterizzati da alti e bassi purtroppo Chung deve fermarsi per più di tre mesi dopo il Roland Garros per un infortunio agli addominali. Il fisico comincia a dare i primi segnali di quello che sarà un vero incubo in futuro per il talento di Suwon. Sorprende vedere Chung in difficoltà dal punto di vista degli infortuni perché, sin da giovane età, uno dei suoi punti di forza era considerato proprio il fisico. Tanta forza combinata a un’ottima esplosività lo rendevano un autentico martello da fondo campo. Il primo infortunio importante della carriera viene superato giusto in tempo per aggiudicarsi due Challenger alla fine del 2016 e “salvare” la classifica. A fine anno Hyeon perde tante posizioni ma riesce, nonostante le difficoltà, a chiudere a ridosso dei primi 100 giocatori del mondo.

Contendendo lo scettro a Kei

Nel 2017 Chung riesce a giocare più tornei rispetto all’anno precedente ma i problemi fisici sono dietro l’angolo. La sfida per il giovane coreano non è solo quella di ottenere i primi risultati importanti ma di cercare di avere una discreta continuità.  I primi mesi della stagione sul cemento sono avari di soddisfazioni mentre sulla terra battuta Hyeon comincia a farsi un nome. A Barcellona partendo dalle qualificazioni batte Gulbis, Pella, Istomin e Kohlschreiber senza cedere nemmeno un parziale. Agli ottavi di finale si toglie lo sfizio di battere in due rapidi set Zverev che poche settimane dopo avrebbe vinto a Roma. Colpisce il modo in cui il coreano riesce a mettere a nudo tutti i difetti del giovane tedesco. Chung tiene benissimo lo scambio e Zverev, come spesso gli è capitato nel corso della carriera, s’incarta soprattutto dalla parte del dritto diventando molto passivo e lasciando l’iniziativa al giovane coreano. Chung non eccelle particolarmente in nessun colpo ma è difficile trovargli un punto debole da fondo campo, soprattutto quando trova un giocatore come Zverev che lo “mette in ritmo”. Ai quarti di finale affronta Nadal. Il primo set è molto combattuto, Chung è bravissimo a non perdere campo sulla diagonale del rovescio e si arrende solo al tie-break. Nel secondo la fatica si fa sentire e il maiorchino chiude facilmente 6-2.

Il torneo di Barcellona non è un fuoco di paglia. Ottiene la sua prima semifinale a livello ATP qualche settimana più tardi a Monaco di Baviera e, partendo dalle qualificazioni, raggiunge anche gli ottavi a Lione dove si deve arrendere a Tomas Berdych. Al Roland Garros conclude la sua stagione da sogno sulla terra rossa raggiungendo per la prima volta il terzo turno in un torneo dello Slam. Qui gioca una grandissima partita contro la testa di serie numero 8 Kei Nishikori che riesce ad aggiudicarsi la contesa dopo quasi quattro ore di battaglia spalmate su due giorni. Dopo essere rapidamente volato in vantaggio per due set a zero il giapponese, mano a mano che la partita si allunga comincia a soffrire la solidità del coreano molto più a suo agio nelle condizioni lente e pesanti di quel grigio sabato parigino. Chung vince il terzo set e si porta velocemente sul 3-0 nel quarto set prima che la pioggia rimandi il match al giorno seguente. La sospensione non evita a Nishikori il bagel nel quarto set ma sicuramente lo aiuta per essere più fresco nel quinto set che si aggiudica per 6-4. “La pioggia mi ha aiutato molto, nel quarto set ero senza energie e sapevo che al rientro dalla pausa avrei dovuto provare qualcosa di diverso per vincere” ammette Nishikori mentre per Chung la sconfitta si rivela un ulteriore step nella sua crescita.

Nonostante gli infortuni la crescita continua

Un piccolo infortunio lo costringe a saltare tutta la stagione sull’erba. Sarebbe stato interessante vederlo all’opera sui prati dove sicuramente avrebbe dovuto giocare più aggressivo, soprattutto con il dritto. Per ogni giocatore è difficile tornare dopo un infortunio ma per Chung, che fa del ritmo e della condizione fisica la base del suo gioco, è ancora più complicato. il 2017 finisce senza particolari acuti ma con un dato significativo. Nel corso di dieci tornei, dal torneo di Atlanta a Parigi Bercy, Chung perde al primo turno solo tre volte vincendo sempre il primo match del torneo nei rimanenti sette tornei. In solamente due di questi sette tornei è in grado però di spingersi oltre il secondo turno. Se il 2017 doveva essere l’anno in cui Chung riusciva a partecipare regolarmente ai tornei più importanti del mondo il 2018 dovrà essere la stagione dei primi exploit. Comunque il 2017 si conclude con la vittoria alla prima edizione delle Next Gen ATP Finals. Il discutibile formato non rende i risultati attendibili, ciò nonostante sconfigge Shapovalov, Medvedev e Rublev.  A fine 2017 Nick Bollettieri, suo ex allenatore all’accademia di Bradenton dice: “a essere sincero, non mi sarei mai aspettato di vederlo dov’è ora ma sin da piccolo era un gran lavoratore. Gli piaceva scherzare fuori dal campo ma nel momento in cui iniziava l’allenamento era molto concentrato”.

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Australian Open

Le dichiarazioni dei tennisti sul caso Djokovic, dal no comment di Tsitsipas alla difesa di Kyrgios e Zverev

L’australiano ribadisce il suo nuovo amore per Djokovic: “Voglio che Nole vinca il torneo”. Critico De Minaur, più diplomatici Medvedev e Osaka

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Alexander Zverev - ATP Cup 2022 Sydney (foto Twitter @ATPCup)

La vicenda relativa a Novak Djokovic continua a far tenere il mondo del tennis e non solo con il fiato sospeso. Non è ancora chiaro il destino del campione serbo, che al momento si trova detenuto nel Park Hotel di Carlton, il centro di detenzione per gli immigrati in attesa di giudizio fornito dal governo australiano. Il ricorso di Djokovic presso la Corte Federale sarà nella notte italiana (e mattinata australiana), ma in attesa del verdetto molti suoi colleghi si sono espressi durante il Media Day su una situazione che sta sicuramente condizionando l’ambiente attorno all’Australian Open.

LA BROMANCE CON KYRGIOS

Mentre delle parole di Nadal abbiamo raccontato questa mattina, molto più esplicito nel suo supporto a Djokovic è stato il padrone di casa Nick Kyrgios, in passato molto critico verso il numero uno del mondo ma che dall’inizio della vicenda non ha fatto altro che dare ragione nelle sue dichiarazioni al tennista serbo. “È tornato in detenzione ed è assurdo. Siamo amici ora. Non vedo l’ora che l’estate australiana sia finita, così potremo giocare. La festa che farà dopo Melbourne sarà fottutamente pazza. Affitterò una casa e sarà fuori di testa, c****“. Il tennista australiano ha continuato così le sue dichiarazioni su Instagram, nel suo tono sempre esuberante. “Voglio che Nole vinca il torneo. Sarebbe pazzesco. Voglio poter girare per Melbourne con la maglia “Idemo Nole” e una mascherina con sopra Djokovic. Se i cittadini di Melbourne non fossero stati così colpiti dalle restrizioni non sarebbe diventato un problema così grande [l’arrivo di Djokovic ndr]. Io capisco che ognuno ha le sue opinioni, ma mi dà fastidio che persone come Tsitsipas o Nadal e altri lo stanno trattando come Novak Djokovic, non come un essere umano“.

LE PAROLE DEGLI ALTRI GIOCATORI

Molto più duro un altro aussie, vale a dire Alex De Minaur: “Gli australiani hanno dovuto passare un brutto momento. […] Se volevi venire qui dovevi essere vaccinato con due dosi. Stava a lui, al suo giudizio e alle sue scelte“. Molto più diplomatici e distaccati, invece, due delle giovani stelle più importanti del tennis mondiale, Stefanos Tsitsipas e Naomi Osaka. La tennista giapponese si è espressa così sulla questione: “Penso che sia una situazione spiacevole. Ad esempio, è un giocatore così eccezionale, ed è un po’ triste che alcune persone possano ricordarlo in questo modo“. Osaka non ha messo bocca sulla gestione del governo australiano: “La gestione della cosa sta a loro“. Sembrano quasi scocciati dalla situazione mediatica generata dal caso-Djokovic De Minaur e Tsitsipas: “Non lo nascondo, è su ogni giornale da un paio di settimane e ne parla chiunque“, ha detto il tennista greco, che nei giorni scorsi aveva detto qualcosina di più, “[…] Si è parlato poco di tennis in queste due settimane, e non è una bella cosa“. Durante la conferenza pre-torneo il finalista del Roland Garros ha anche detto: “Sono qui per parlare di tennis, non di Djokovic”.

 

I RIVALI IN CIMA ALLA CLASSIFICA

Non poteva mancare l’opinione dei numeri due e tre della classifica mondiale, Daniil Medvedev e Alexander Zverev. Il tennista tedesco si è mantenuto lontano dalle polemiche, pur facendo trasparire un tiepido supporto verso Djokovic. “Non credo che sarebbe venuto qui se non avesse pensato che sarebbe stato in grado di giocare e se non avesse pensato di avere i documenti giusti per stare nel Paese. […] Non so abbastanza della situazione, ma penso che se non fosse stato Novak Djokovic allora non si sarebbe creata questo dramma. Sul resto non posso commentare perché non sono un politico. Capisco la prospettiva degli australiani e del governo. […] Io penso che non sia molto giusto per una persona venire qui e non poter giocare“.

Sentimento riecheggiato da Medvedev: “Se ha un’esenzione valida per stare in questo Paese e fare quello che vuole, allora dovrebbe giocare. Se l’esenzione non è valida o qualcos’altro non è valido, qualsiasi Paese può negarti l’ingresso. So che il primo ministro ieri ha detto no. Non ho davvero letto perché da nessuna parte. Sarei interessato a sapere il motivo“.

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Djokovic agitatore di popoli? I legali del n.1: “La sua rimozione causerebbe tanto rumore quanto la sua permanenza”

Udienza fissata per domenica mattina. Gli avvocati di Djokovic chiedono una corte completa di tre giudici. Depositate le 268 pagine di obiezioni alla decisione del Ministro

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Novak Djokovic - US Open 2021 (Garrett Ellwood/USTA)

Alle 10.15 di sabato mattina si è tenuto l’ennesimo capitolo della saga che vede protagonista Novak Djokovic e il suo tentativo di difendere il suo titolo al prossimo Australian Open.

Dopo la decisione del Ministro dell’Immigrazione Alex Hawkes di cancellare il visto del campione serbo sulla base di timori per la salute e l’ordine pubblico, un’udienza preliminare presso la Federal Circuit and Family Court con il giudice Kelly (lo stesso della prima udienza, quella vinta da Djokovic) ha spostato la giurisdizione sul caso alla Corte Federale, nell’occasione presieduta dal giudice David O’Callaghan.

Nella sessione procedurale tenuta sabato mattina è stato stabilito il passaggio di consegne alla Corte Federale e sono state stabilite le scadenze. La parte del richiedente, ovvero il team legale di Djokovic avrebbe presentato i propri argomenti entro le ore 12.15 dello stesso giorno, mentre il team in rappresentanza del Ministro dell’Immigrazione avrebbe avuto fino alle 22 dello stesso giorno per postare la propria risposta.

 

Richiesta e ottenuta una “Full Court” di tre giudici

L’udienza è stata fissata per domenica mattina 16 gennaio alle ore 9.30 locali (le 23.30 di sabato in Italia), con la parte del richiedente che ha chiesto che il caso sia discusso davanti a una Full Court, ovvero tre giudici anziché uno. Il rappresentante legale del Ministro, Sig. Lloyd, ha obiettato alla richiesta, in quanto ciò impedirebbe una procedura d’appello in caso di decisione avversa al suo cliente. Infatti, se una decisione viene presa da un solo giudice, è possibile secondo l’ordinamento australiano fare appello ad una Full Court con tre giudici; se invece il giudizio viene già reso con il coinvolgimento di tre giudici, non c’è possibilità di appello se non alla High Court, ovvero il livello più alto del sistema giudiziario.

Il giudice O’Callaghan ha fatto sapere la sua decisione sulla mozione nel corso della giornata, mentre le parti lavoravano alla stesura dei documenti: è stata accettata la richiesta del team legale di Djokovic. L’udienza si terrà quindi davanti a una Full Court composta dal Chief Justice James Allsop, dal Justice Anthony Besanko e dal Justice David O’Callaghan.

Poco dopo mezzogiorno, sono stati caricati sul sito predisposto dalla Corte Federale dell’Australia i documenti del richiedente (Djokovic): un fascicolo di 268 pagine contenente i motivi per cui a Djokovic dovrebbe essere permesso di rimanere in Australia e giocare il torneo.

Nella documentazione presentata è stato incluso anche il dossier inviato dal Ministero dell’Immigrazione all’ufficio legale Hall&Wilcox verso le 17 di venerdì pomeriggio nel quale si rendeva nota l’intenzione del Ministro Alex Hawke di esercitare la sua discrezione secondo la Sezione 133 dell’Immigration Act del 1958.

Gli argomenti del Ministro

La documentazione giustifica la decisione del Ministro con il fatto che la presenza di Djokovic in Australia presenta un rischio per la salute del Paese, per l’ordine pubblico e per l’interesse generale dell’Australia.

Interessante come nemmeno in questo caso si entri nel merito di una questione largamente dibattuta nei giorni scorsi, quella della legittimità del motivo per cui Djokovic abbia ottenuto l’esenzione dalla vaccinazione ai fini dell’ingresso in Australia (la semplice positività al COVID-19 nel corso dei precedenti sei mesi e non una “acute illness”, una malattia grave in senso proprio come specificato nei documenti federali)

Il Ministro ha supposto, come ipotesi del suo argomento, che l’esenzione di Djokovic sia valida: “Mi baserò sull’ipotesi che il Sig. Djokovic è entrato in Australia in accordo con le disposizioni nei documenti ATAGI. Sono consapevole che c’è stata una disputa nella Corte del Circuito Federale e della Famiglia in relazione alla decisione del delegato, ma per lo scopo di questo procedimento mi baserò sull’ipotesi che la posizione del Sig. Djokovic sia corretta piuttosto che cercare di arrivare in fondo alla questione in questa occasione”.

Lo stesso è stato fatto per la sua dichiarazione non veritiera nell’Australia Travel Declaration, nella quale non ha rivelato il viaggio in Spagna nel corso dei 14 giorni precedenti all’arrivo in Australia. L’errore è stato fatto dalla sua agente, che ha ammesso la distrazione e si è dichiarata molto addolorata e imbarazzata per l’errore. “Mi baserà sulla ipotesi che Djokovic non ha violato la legge in quella occasione, dal momento che è stato il suo agente a compiere l’errore, anche se il Sig. Djokovic avrebbe dovuto essere più attento” ha dichiarato il Ministro, aggiungendo che la decisione sarebbe stata la stessa anche senza quell’errore nel modulo.

In questo modo il Governo si è tenuto aperta la strada di contestare l’ingresso di Djokovic in Australia sul merito, e non sulle motivazioni permesse dalla Sezione 133 come sta avvenendo ora.

Il Ministro Hawke ha elencato una serie di elementi che sono stati considerati nella sua decisione, tra cui il fatto che Djokovic costituisce un rischio piuttosto basso per quel che riguarda la trasmissione del COVID, così come la natura dell’Australian Open presenti un basso rischio di trasmissione all’interno dell’evento, ma ha anche considerato le opinioni espresse da Djokovic sulla vaccinazione, i suoi comportamenti a Belgrado durante la sua positività, l’organizzazione dell’Adria Tour lo scorso anno e il suo alto profilo che può ergerlo a modello per alcune fette della popolazione.

È stato dichiarato che Djokovic rappresenta “un pericolo sanitario in Australia perché potrebbe alimentare sentimenti anti-vaccino. Viene espressa la preoccupazione che potrebbe portare gli individui a rifiutare la vaccinazione in toto oppure la somministrazione dei richiami, citando anche la diffusione della variante Omicron a supporto. Il Dipartimento della Salute infatti ha indicato che la somministrazione dei richiami vaccinali aumenta la protezione anche contro la nuova variante Omicron.

Inoltre, la popolarità di Djokovic e il fatto che potrebbe essere preso come modello potrebbe incoraggiare i cittadini a ignorare le misure sanitarie, incluse “le precauzioni necessarie dopo che si è ricevuto un risultato positivo a un test COVID-19”. Ovviamente qui il riferimento è al fatto che lui ha ammesso di aver concesso un’intervista dopo aver saputo di essere positivo.

Infine, la sua posizione ormai nota contro la vaccinazione e il suo comprovato atteggiamento a non seguire misure precauzionali dopo un test positivo viene ritenuta una potenziale fonte di rinforzo per il movimento anti-vaccino, e la cancellazione del suo visto sarebbe coerente con la politica del Governo in favore della vaccinazione e delle misure per controllare la pandemia.

Gli argomenti del team Djokovic

La risposta del team legale di Djokovic si basa sostanzialmente su due punti. Il primo ritiene le ragioni del Ministro illogiche perché se si preoccupa degli effetti sulla popolazione che potrebbe causare la continuata presenza di Djokovic in Australia dovrebbe anche considerare gli effetti provocati dalla sua deportazione. Se si considera un rischio, bisogna considerare anche l’altro: il sentimento della popolazione che si oppone ai vaccini potrebbe essere invigorito anche dalla rimozione di Djokovic dall’Australia, se questa dovesse essere considerata ingiusta oppure un atto di persecuzione ideologica o altro ancora.

Il secondo argomento è che non ci sono prove che la presenza di Djokovic in Australia rafforzi il sentimento anti-vaccino. Tuttavia questa è una valutazione di rischio che probabilmente spetta al Governo che, in quanto tale, è deputato alla protezione del territorio. Un giudice sicuramente non dispone degli strumenti (o dell’intelligence) per poter fare un lavoro migliore del governo nel prevedere possibili rischi interni. Quindi questo attacco al ruolo stesso del governo è probabilmente più debole dell’altro.

La telenovela continua: prossima puntata, la presentazione delle risposte del team legale del Ministero dell’Immigrazione.

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