Caso Djokovic: cosa ne pensano il New York Times, l'Equipe e le altre grandi testate internazionali

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Caso Djokovic: cosa ne pensano il New York Times, l’Equipe e le altre grandi testate internazionali

Per John Feinstein del Washington Post: “Nole a un bivio, rischia di essere ricordato come una barzelletta triste”. Il Guardian critica l’organizzazione: “Tiley rifletta sugli innegabili fallimenti di Tennis Australia e del governo vittoriano

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Da Lo Slalom

Con il sostegno della Serbia intera alle spalle, Novak Djokovic aspetta lunedì il verdetto dei tribunali australiani sulla sua esenzione, il suo visto cancellato e la sua espulsione. Intanto, Matthew Futterman sul New York Times ragiona stamattina sul declino di popolarità e la fine del sostegno popolare a quei campioni così tanto new age

In un’epoca meno pericolosa – scrive – un pubblico più indulgente vedeva le visioni non tradizionali della scienza e della salute di Novak Djokovic come caratteristiche bizzarre di un ricercatore iperattivo, con convinzioni fortemente radicate su tutto, dallo sport alla spiritualità. Si è seduto all’interno di una capsula pressurizzata a forma di uovo durante i principali tornei, credendo che avrebbe migliorato la circolazione, aumentato la produzione di globuli rossi e liberato i muscoli dall’acido lattico. Ha sostenuto il concetto che la preghiera e la fede possono purificare l’acqua tossica. Djokovic e altri atleti di alto profilo con approcci alla salute non ortodossi, sono stati fonte di domande per un pubblico che, nel bene e nel male, li ha trattati a lungo come modelli di ruolo. Erano stranezze apparentemente innocue, come la ciotola di gelato all’avocado del quarterback Tom Brady. Ora non più. L’ultima ondata di casi di coronavirus e la lotta in corso per uscire dalla pandemia hanno spostato le percezioni pubbliche: gli atleti iconoclasti che una volta erano visti favorevolmente, stanno incontrando ostacoli ora che vogliono giocare con regole diverse rispetto a tutti gli altri

 

Michael Lynch, ex direttore del marketing sportivo per Visa e consulente di lunga data dell’industria sportiva, ha detto al quotidiano americano che «il pubblico in generale continua a rispondere positivamente se un atleta parla di argomenti che fanno la differenza nella società e migliorano la vita delle persone. Ma se qualcuno prende una posizione che mette a rischio la vita, allora la reazione diventa molto negativa».

Futterman sottolinea come “la fama che deriva dal successo atletico ha fornito a Djokovic e ad altri atleti di spicco che si oppongono ai vaccini contro il coronavirus – come il quarterback NFL Aaron Rodgers e il giocatore di basket Kyrie Irving – piattaforme per promuovere cause in cui credevano e raccogliere milioni di dollari. Ma negli ultimi mesi, i loro profili sono diventati controversi, poiché il loro comportamento e le loro opinioni hanno supportato la disinformazione e messo a rischio la sicurezza pubblica. Per le organizzazioni sportive e le leghe, la posta in gioco è alta. Per più di un decennio, l’accesso ai social media ha dato alle star dello sport la possibilità di avere un grande impatto. Finché ciò che dicevano non era offensivo o polarizzante, hanno fatto pubblicità gratuita e per lo più positiva ai loro sport, alle loro cause e ai loro marchi. La questione della vaccinazione ha cambiato i termini dell’equazione”

In un intervento per il Washington Post, John Feinstein scrive che nessuno ha lavorato più duramente di Djokovic per essere preso sul serio come grande campione. Ora è diventato una barzelletta triste. È il tennista numero 1 al mondo e potrebbe diventare il più grande giocatore di tutti i tempi. C’è chi pensa che lo sia già. Ma ora è anche a un bivio, a un punto dove pochi atleti veramente grandi sono mai arrivati. Aaron Rodgers ha fatto del suo meglio quando è stato sorpreso a ingannare il pubblico sul fatto che fosse stato vaccinato per il coronavirus, Antonio Brown ha fatto un ulteriore passo avanti quando ha presentato una falsa tessera di vaccinazione.

Ma nessuno di loro è stato arrestato dai funzionari di frontiera in Australia e trattenuto in un hotel in attesa di un’espulsione. Come Rodgers e Brown, Djokovic si è messo in un pasticcio imbarazzante perché pensava di essere al di sopra delle regole della decenza e si è rifiutato di ottenere una vaccinazione di cui la maggior parte delle persone capisce di aver bisogno. Djokovic non è stato certamente il solo a creare la debacle di Melbourne. Se credete che a Djokovic non fosse davvero stato concesso un privilegio speciale, allora Craig Tiley ha un terreno di fronte all’oceano che vorrebbe vendervi. Il primo ministro australiano Scott Morrison chiaramente non ha accettato la richiesta di Tiley. Nei suoi giorni migliori – continua il Washington Post – Djokovic è intelligente e premuroso, secondo me pure simpatico. Al suo peggio è incredibilmente stupido per essere una persona tanto brillante. Ha spesso trattato il covid come chi insiste sul fatto che sia poco più di un raffreddore, nonostante i numeri terrificanti in tutto il mondo facciano capire che non è così. Ora l’ha anche trasformato in una questione politica, nella quale non sembrano esserci bravi ragazzi. Djokovic è diventato il protagonista di un incidente internazionale. Potrebbe ancora gareggiare a Melbourne, se lo farà il torneo rimarrà una soap opera con lui in campo. Oppure non giocherà e dovrà affrontare l’imbarazzo di essere espulso

Anche Simon Briggs, sull’inglese Telegraph, indaga nel passato da ricercatore di scienze alternative del serbo e lo fa partendo dalla lettura della biografia, spiegando come uno scettico è diventato una pin-up per il movimento No Vax. Bisogna solo leggere Serve To Win per capire. Questo libro particolare è pieno di filosofia new age, con capitoli intitolati: – Come l’apertura della mia mente ha cambiato il mio corpo. Le nostre personalità, dicono, sono formate dalle storie che ci raccontiamo. È interessante vedere come Djokovic inquadra le sue. Menziona i bombardamenti della NATO su Belgrado durante l’infanzia, che è il modo in cui iniziano i documentari televisivi su di lui. Ma questi elementi della storia sono narrati come un fatto secondario rispetto ai disturbi fisici ricorrenti – allergie, difficoltà respiratorie, seni nasali bloccati – fino a quando ha rinunciato al glutine. Niente di particolarmente strano finora, finché non spiega come è stata diagnosticata la sua intolleranza. Un nutrizionista serbo, chiamato Dr Igor Cetojevic, ha chiesto a Djokovic di tenere il braccio destro ad angolo retto e di resistere alla pressione mentre lo spingeva verso il basso. Poi l’esercizio è stato ripetuto, solo che questa volta Djokovic teneva una fetta di pane sullo stomacoEro notevolmente più debole, scrive Djokovic, che aggiunge come il test kinesiologico del braccio sia stato usato a lungo come strumento diagnostico dai guaritori naturali. Sì, e i medium parlano con i morti. Ecco, Novak. Il cercatore della verità. L’amante della natura. Ecco l’uomo che spezzava le sue partecipazioni a Wimbledon con viaggi al vicino tempio Buddhapadipa per meditare in riva a un lago. Un uomo che due anni fa ha rivelato di avere un amico nei giardini botanici di Melbourne – un fico brasiliano su cui mi piace arrampicarmi. Lo spiritualismo da jet-set di Djokovic potrebbe sembrare affascinante di per sé. Ma il suo effetto collaterale è stata la credulità”

L’editorialista del Telegraph dice che Serve To Win descrive un cosiddetto ricercatore che prende due bicchieri d’acqua e dirige energia amorevole verso uno, mentre impreca con rabbia verso l’altro. Dopo alcuni giorni – sono le parole di Djokovic nel suo libro – il bicchiere pieno di rabbia si tingeva di verde, l’altro bicchiere era ancora luminoso e cristallino. Le eccentricità di Djokovic hanno ostacolato la sua carriera? – si domanda Briggs. Se Djokovic fosse solo un giocatore professionista, le sue convinzioni pseudo-scientifiche non sarebbero altro che una bizzarra nota a piè di pagina. Invece è un potente modello, in particolare nei Balcani. Migliaia di persone hanno probabilmente emulato la sua posizione sui vaccini. Alcuni rischiano di subire delle conseguenze. Non aspettatevi che cambi. È un personaggio testardo, abituato a fare a modo suo. Non rinuncerà facilmente alla filosofia che – nel bene e nel male – lo ha reso l’uomo che è.

L’Equipe dedica stamattina due pagine al numero 1 serbo, domandandosi se la sua carriera potrà proseguire regolarmente, senza vaccinarsi. Nel suo commento, Frank Ramella scrive: Djokovic non è politicamente corretto. Djokovic vuole restare fedele ai suoi valori. Nonostante tutto il lavoro fatto sullo sviluppo personale, ribolle dall’interno verso l’esterno e non si trattiene. Questo è un po’ il motivo per cui è stato eliminato agli US Open 2020, quando il suo tiro furioso ha colpito accidentalmente una giudice di linea. Fu il primo sorprendente intoppo nella sua ricerca del record di Slam. Il numero 1 del mondo è anche convinto che il corpo porti dentro sé le capacità di automedicarsi. Ha ritardato per questo fino all’ultimo momento un’operazione al gomito, diventata indispensabile dopo i fallimenti delle soluzioni alternative. In questa prospettiva si deve intendere il suo categorico rifiuto del vaccino. Ed è per questo che potrebbe perdere l’occasione di aggiudicarsi un potenziale 21esimo titolo del Grande Slam. Un secondo incredibile intoppo nel suo cammino. Che storia!

Tumaini Carayol, firma del tennis per il Guardian dice stamattina che il numero uno al mondo è spesso il peggior nemico di se stesso, ma non è l’unico da incolpare nel caos che si sta verificando a Melbourne. La sua abilità che lascia senza fiato sul campo, è abbinata alla sua frequente tendenza all’auto-sabotaggio. Si dice spesso dei migliori giocatori che i più grandi avversari siano loro stessi. Djokovic porta il ragionamento a nuovi livelli. Insegue la storia e il record di 21 titoli del Grande Slam, eppure è così preso dalla scienza alternativa da essere disposto a complicare le sue possibilità, arrivando non vaccinato al confine di uno degli Stati più rigidi al mondo. È arroganza, è l’ostinata fiducia in se stessi che guida il suo tennis, ma che spesso lo porta anche fuori strada. Le decisioni che prende, evidenziano la necessità di avere persone giuste intorno a dare consigli saggi. Sembra improbabile che Djokovic guarderà a questo episodio come a un’opportunità per crescere. Il più delle volte, le ingiustizie che sente di aver subito hanno avuto l’effetto opposto, rafforzando la sua determinazione, riaffermando la convinzione di essere un uomo contro il mondo. Mentre Djokovic continua a ricevere disprezzo, tutte le istituzioni coinvolte meritano critiche. Tiley rifletta sugli innegabili fallimenti di Tennis Australia e del governo vittoriano, con esenzioni mediche che non hanno avuto alcun effetto sulla politica federale alla frontiera. I fallimenti di Tennis Australia e del governo dello stato di Victoria non assolvono però il governo federale, nel battibecco tra enti locali e federali. Il giorno prima dell’arrivo di Djokovic in Australia, al primo ministro del paese Scott Morrison era stato chiesto in conferenza stampa cosa pensasse. Rispose che si trattava di un problema per lo stato di Victoria. In un giorno ha cambiato la sua posizione. Si potrebbe ragionevolmente concludere che solo allora si è reso conto dei punti politici che avrebbe guadagnato agendo con decisione. Ci sono 36 rifugiati nello stesso hotel di Djokovic. Alcuni sono bloccati in albergo da otto anni e da allora sono stati trattati in modo ripugnante dallo Stato australiano. Meritano l’attenzione e la compassione che il breve soggiorno di Djokovic sta generando.

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Roger Federer, cronaca di un ritiro annunciato

Ripercorriamo l’ultimo anno e mezzo del campione svizzero, dal rientro a Doha del marzo 2021 alla straziante serata d’addio della O2 Arena

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Roger Federer - Laver Cup 2022, Londra (twitter @LaverCup)

Diversamente dalla novella di Garcìa Marquez, cui abbiamo scippato l’idea del titolo, l’addio alle scene di Roger Federer non è finito nel sangue. Eppure era tutto scritto da tempo, come per l’assassinio di Santiago Nasar. È solo che non lo accettavamo, Roger non può ritirarsi, sì certo, Alcaraz, Sinner e quei due satanassi prossimi ai quaranta ancora affamati di trionfi, ma senza Roger il tennis, già agonizzante, morirà – eccolo, il parallelismo cruento col romanzo.

Dunque per diciotto mesi, dal rientro a Doha del marzo 2021 fino a venerdì sera, in noi sul pessimismo della ragione ha prevalso l’ottimismo della volontà, a dispetto di ogni evidenza: Roger continua, il ginocchio è malandato ma non se ne sa molto, facile che sia solo un pretesto per giustificarne l’assenza dai campi, lui che dai campi non dovrebbe mancare mai. E se anche il guaio articolare fosse più invalidante, niente gli impedirà di giocare gli slam, a Wimbledon poi brucherà l’erba per una trentina d’anni ancora, ben oltre i parametri pensionistici della Fornero. Ingenuità soltanto in parte giustificate dalla fede.

Fede che talvolta, spesso, ha vacillato. In Qatar, per esempio, Roger batte Evans agli ottavi – ottimo tennista Daniel – però perde ai quarti con Basilashvili: l’avevamo lasciato che aveva messo paura allo squalo serbo nella semi di Melbourne 2020, 4-1 per Roger nel 1° set, e ora esce in un 250 con uno che faticheremmo a definire vincente. Calma, è un anno e rotti che non gioca, già passare un turno è grasso che cola… e la fede si rinsalda.

 

Altro sisma emotivo a Ginevra, due mesi dopo. Federer si consegna subito a Pablo Andujar – Pablo Andujar! – onestissimo carpentiere della racchetta mai oltre il 32 del ranking, quasi vecchio quanto lui. Più della sconfitta, addolcita dall’attenuante della terra battuta, è il modo: Roger giochicchia come in esibizione, ride ai propri errori, se li commenta in tedesco, la motivazione di un Kyrgios insomma. Qui perdiamo ogni speranza, il ritiro è imminente.

Come ci leggesse i pensieri, Roger si presenta al Roland Garros 2021 tirato a lucido: lo aiuta l’essere nominalmente testa di serie n. 8 – sappiamo del caos-classifica da pandemia – e incrociare Istomin, Cilic e Koepfer, di cui solo l’ultimo lo farà penare. Ma il Maestro è in forma, fisica e tennistica, la garra proletaria di Andujar un brutto ricordo. Si guadagna un posto agli ottavi, e Berrettini sta ancora ringraziando i suoi dei per non averlo dovuto affrontare; già, Roger si ritira prima del match con Matteo così da salvaguardare le giunture in vista di Wimbledon. Lo criticano in molti, mancanza di rispetto per l’avversario, per il tabellone, per il prestigio del torneo, Federer, il tennista più corretto dai tempi di Borg… è che per una volta pensa a sé, lui lo sa, di avere soltanto un paio di colpi in canna e vuole spararli al Luna Park di Londra. In ogni caso perdonaci Roger, se dopo Ginevra ti abbiamo rinnegato è perché i seguaci degli altri due ci assediavano, e poi il gallo ha cantato tre volte…

Alla vigilia dei Championships siamo elettrizzati, poco importa che ad Halle, dove ha presenziato un po’ per tradizione, un po’ per sponsor, un po’ per preparazione all’erba, abbia lasciato vincere Auger-Aliassime – il quale di lì a poco comunque esploderà. Importa la grinta, la faccia concentrata dei tempi migliori, e pure che prima del canadese abbia preso lo scalpo di Ivashka, uno che sui prati non sfigura affatto. A Church Road ci sono i presupposti di competitività: a differenza di quasi tutti, lui conosce ogni filo d’erba del campo centrale, essenziale però è stare alla larga dallo squalo serbo, la ferita inferta nel 2019 ancora non si è rimarginata, se mai lo farà.

Il sorteggio è benevolo, Djokovic è lontano, un eventuale faccia a faccia solamente in finale. Ci confidiamo, nella finale, il Federer visto in Germania rassicura, e poi dai, Mannarino, Gasquet, Norrie, Sonego, Hurkacz e Berrettini, mica Raonic, Isner, Cilic, Kyrgios, Murray, gli erbivori da temere davvero. Tra tutti giusto Mannarino al primo turno ci spaventa, il francese se la cava bene sul verde ed è in giornata buona, i colpi piatti e filanti spostano Roger a destra e a manca costringendolo a un quinto set insidiosissimo. Brutto, molto brutto, gioire per un ritiro, ma quando Adrian si avvicina a rete con la mano tesa, perché il ginocchio – il ginocchio, guarda l’ironia – gli ha ceduto, è come se ci togliessero un quintale di mattoni dalla schiena.

Nei tre turni successivi Roger sciorina la sua dominanza tra le righe di gesso, anche malconcio, anche a 39 anni: dispiace solo per Sonny, che meritava miglior sorte. Siamo ai quarti, e non conteniamo più l’euforia. C’è arrivato anche Nole, ça va sans dire, ma è lassù, e dopo l’ostacolo modesto di Fucsovics, avrà Shapovalov, che se per una volta gioca come ci aspettiamo giochi da almeno tre anni, lo squalo può fiocinarlo eccome. Ciò significherebbe nono titolo a Londra per il re – e 21° titolo slam, di nuovo in testa, tocca a voi raggiungermi ora – perché Hurkacz, Berrettini e Denis si scioglieranno al suo cospetto.

Ma il polacco dalla faccia triste non è d’accordo: si fosse intascato il tie break del 2°, forse Roger avrebbe ritrovato fiducia nel suo tennis, raccolto le ultime energie e vinto al 4°. Non è andata così e l’infamia di quello 0-6 sulla riga del 3° set ne insozzerà il curriculum ventennale, con l’aggravante di rappresentare l’ultimo risultato di un match ufficiale.

Da quel luglio dell’anno scorso poche e scarne le notizie su Roger, sulle sue intenzioni, sull’infortunio al ginocchio – i maligni ne minimizzano la consistenza, sta semplicemente cercando una scusa per uscire dal circuito con dignità. Federer a poco a poco sparisce anche dai social, qualche spot per gli sponsor, qualche spezzone di vita familiare, briciole di pane che noi Pollicini seguiamo devoti e confusi.

La scena allora se la prende tutta Djokovic: Nadal pure è malandato, il Fab4 Murray gioca i challenger, il Fab5 Stan neanche quelli, la ex next-gen annaspa in eterna incubazione, Alcaraz comincia a far parlare di sé ma non è ancora l’alieno che è diventato. Certo, Nole dilapida uno Us Open e un Grande Slam già in saccoccia, sennonché, per una volta, riceve affetto sincero dal pubblico di New York, grazie alle prime lacrime della sua carriera – gli americani si sa hanno il cuore tenero. L’universo torna in asse nel gennaio 2022, Djokovic torna a fare il Djokovic, nel braccio di ferro col governo australiano inanella una serie di figuracce epocali, ma è pur sempre al centro del palco, l’unica cosa che conta per lui.

Scemato il tragicomico thriller downunder, rispunta Rafa, doppietta AO-RG (soltanto il 14°), poi di nuovo Nole col settimo sigillo a Wimbledon (come Sampras, surreale). Roger aleggia ancora sul circuito ma sempre più etereo, sfocato, e l’annuncio di giocare Laver Cup e Basilea è battuto dalle agenzie con l’enfasi eccessiva di chi da tempo ha pronto il pezzo del de profundis.

Noi rogeriani integralisti ridimensioniamo, circoscriviamo, contestualizziamo: terza operazione al ginocchio, non scende in campo da un anno, cosa pretendiamo da lui, che s’iscriva a Gstaad, Washington, Metz come un Rinderknech qualsiasi? Le argomentazioni valide a che si auspichi un ritorno nel 2023 non mancano, eppure una vocina interiore, quella cattiva, quella che se ne impipa dell’amore e della venerazione, ci bisbiglia all’orecchio che trattasi di passerella finale.

In realtà una pre-passerella c’è già stata, proprio a Wimbledon, in occasione della sfilata dei campioni per celebrare i cento anni del campo centrale: lui è uscito per ultimo infiammando la folla, tuttavia pareva un diplomatico svizzero in visita all’ambasciata di Londra, non uno che quel torneo lo volesse ancora giocare e, magari, vincerlo. Pur nell’obbligata fumosità delle dichiarazioni, dai suoi occhi è trapelata una sorta di malinconia, una premonizione, sento che questa è l’ultima volta in cui calco la mia adorata erba da professionista.

Non ci aiuta a recuperare entusiasmo la scomparsa di Roger dalle classifiche ATP, i 360 punti dei quarti 2021 sono vecchi di un anno e volano via, la sua faccia ormai sovrapposta a quella di chissà chi altro. Federer ora è un fantasma, se ne avverte la presenza ma in realtà non esiste, in questo assurgendo letteralmente a oggetto di culto fideistico, non ti vedo però so che ci sei.

A posteriori, i so-tutto-io che avevano pronosticato l’ultimo saluto a Basilea hanno avuto ragione, incuranti del fatto che Roger avesse preventivato tutt’altro: non ci pensava affatto a una stagione di sfilata finale modello Edberg; lui, e la famiglia, e lo staff, e milioni di fanatici, e l’ATP tutta, ci credevano in un percorso soft per rientrare nel 2023 risanato, allenato, carico a pallettoni, pronto a ripetere il miracolo di AO 2017.

Poi le Parche decidono di recidere il filo ancor prima del previsto. Il ginocchio ha una ricaduta, qualcosa a proposito di una formazione anomala di liquido, non conta, ciò che conta è che Roger rinuncia a Basilea. E allora ce lo chiediamo tutti: se salta il torneo di casa, come può ripresentarsi in Australia, con zero match all’attivo in quasi due anni? Senza classifica? In balia di un tabellone che potrebbe accoppiargli al primo turno una trentina di avversari in grado di batterlo, e batterlo male, da umiliarlo più di quanto abbia fatto il 6-0 preso da Hurkacz? Va bene l’amore per il tennis, ma esiste anche l’amor proprio, e Roger non può buttare al vento l’epica del suo ventennio di splendore per elemosinare ancora un po’ di riflettori.

È lì che capiamo, è lì che iniziamo a piangere, poco importa che la Laver è stata confermata, farà il doppio, ché col suo braccio può giocarlo pure in carrozzella.

Paradossalmente il dolore è più mitigato che acuito dalla lettera d’addio urbi et orbi del 15 settembre: la leggerezza e la genuinità delle sue parole ci rinfrancano, nulla di narrativamente memorabile ma tutto di una verità disarmante, impregnata di rispetto e gratitudine per quanto il tennis gli ha regalato. Con la sua voce tranquilla a prenderci per mano.

Così siamo arrivati pronti a venerdì sera. Pronti a vederlo cedere emotivamente e a cedere con lui. Non è stato un crollo, piuttosto un abbandono, inutile ribellarsi a quel tumulto di sensazioni, inutile vergognarsi e nasconderle; Roger l’avrebbe potuto e saputo fare, è un uomo di 41 anni, padre di quattro figli, l’ha fatto altre volte in passato: ma come tante volte in passato ha pianto di gioia, venerdì ha pianto… di gioia, di nuovo. Il suo universo era lì, famiglia staff avversari compagni di strada, più ventimila eletti in rappresentanza di noi a casa. Perché piangere di dolore? Davvero non ci dormirà la notte ad avere meno slam degli altri? O ad aver perso il record di settimane da n. 1? Davvero vivrà nel cruccio di non aver superato Connors nel computo dei tornei vinti? No, nessun dolore, Roger ha pianto di gioia: perché è consapevole del privilegio avuto in dono – l’ha scritto egli stesso senza fastidiose false modestie: il fato gli ha fornito un talento speciale, lui ha soltanto assecondato quel disegno divino.

Insieme a Roger, a tutti noi, tra le luci della O²Arena ha ceduto anche Nadal, lui sì in preda alla disperazione: Rafa perde IL rivale di mille duelli, certo, e forse si è proiettato in un futuro non troppo lontano, quando festeggeremo lui. Ma le lacrime di Rafa erano per un amico, qualcuno cui vuole davvero bene e che per farsi qualche risata d’ora in poi dovrà andare a cercare tra le montagne svizzere.

Ecco, tutto il bene che il mondo ha voluto e vorrà sempre a Roger Federer sta in quell’incontro di mani tra lui e Nadal rubato dalle telecamere: Roger e Rafa, Rafa e Roger, intrecciati come due bambini cresciuti insieme, nella mano libera una racchetta, nel cuore l’idea di rendere la loro e la nostra vita un poco migliore.

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ATP

Gipo Arbino (coach Sonego): “Ecco come Lorenzo ha costruito la vittoria di Metz” [ESCLUSIVO]

Il coach del tennista torinese a Ubitennis: “Questo successo conferma che Lorenzo può competere contro chiunque. Probabilmente non andremo ad Astana”

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Lorenzo Sonego e coach Gipo Arbino a Wimbledon

La vittoria di Metz rilancia in grande stile Lorenzo Sonego, che alza il suo terzo titolo di sempre migliorando sensibilmente il bilancio di una stagione complicata sotto il punto di vista dei risultati e rilanciandosi nel ranking ATP. Ne abbiamo parlato con lo storico coach del giocatore torinese, Gipo Arbino, che a Ubitennis rilascia queste dichiarazioni all’indomani della bella vittoria in terra francese.

Cinque grandi partite di Lorenzo, cosa è stato determinante per presentarsi a Metz in questo stato di forma?

“La cosa fondamentale è stata la preparazione di 12 giorni precedente; abbiamo lavorato molto sia fisicamente che tennisticamente. Abbiamo lavorato sui colpi che dovevano crescere, la risposta e il rovescio, ma anche potenziato i colpi già forti, il dritto e il servizio. Di conseguenza, Lorenzo è arrivato a Metz molto preparato. E abbiamo lavorato moltissimo anche sul piano dell’atteggiamento tattico da tenere in campo: bisogna giocare più aggressivi quando si è avanti ed essere più solidi nelle situazioni di punteggio più rischiose, come 15-30, 30-30, 30-40. Questo è stato un lavoro su cui ci siamo concentrati tanto in allenamento, un concetto fondamentale per tenere il servizio e per prendere i rischi giusti quando si andava a rispondere. E, relativamente alla risposta, il lavoro è stato fatto principalmente sull’idea di rispondere sempre in avanzamento, salvo che in situazioni particolari. Lorenzo è stato bravissimo a gestire ogni situazione in campo”.

 

La non convocazione in Coppa Davis ha costituito un’ulteriore motivazione?

“No, perché sono convinto che si debbano accettare le scelte del capitano. Era lampante che Lorenzo abbia avuto una stagione difficile e la scelta di Volandri si è rivolta verso Sinner, Berrettini e Musetti che hanno una classifica superiore alla sua”.

Cosa rappresenta per Lorenzo questa vittoria nel contesto di questa stagione?

“Questa vittoria dà grandissima fiducia e per noi è una conferma del fatto che il livello di Lorenzo è salito, che si è completato e che può competere ai massimi livelli contro chiunque. Qualcosa che servirà per i prossimi tornei, anche se siamo consci che, essendo alto il livello generale, ci può stare perdere delle partite. Però siamo anche consapevoli della nostra forza”.

Ora Sofia, poi il programma cosa prevede? Quali sono gli obiettivi in termini di ranking da qui a fine anno?

“Ci sono ancora cinque tornei in programma, a partire da Sofia, ed escludendo Astana; probabilmente fermerò Lorenzo per quanto riguarda questo torneo, anche se è un 500. Vorrei che si ricaricasse bene in vista di Firenze, Napoli, Vienna e Bercy, sperando di entrare direttamente in tabellone a Parigi. L’obiettivo è quello di giocare bene: se il livello di gioco c’è, il ranking sarà una conseguenza”.  

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ATP

ATP Ranking: Sinner rientra in top 10, Sonego guadagna 20 posizioni

Jannik Sinner scavalca Hurkacz, Sonego di nuovo in top 50. Paul e Nakashima al best ranking

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Jannik Sinner – Coppa Davis 2022 Bologna (foto: Roberto dell'Olivo)

Mentre l’attenzione del mondo si concentrava  sulla festa d’addio di Roger Federer alla quale secondo Adriano Panatta erano stati invitati anche due ineducati tennisti americani, a poche centinaia di chilometri di distanza Lorenzo Sonego riscattava un’annata sin qui poco felice vincendo il torneo di Metz.

Il successo ha portato in dote a Sonego 20 posizioni in classifica e – grazie alla vittoria ottenuta dal torinese contro Hurkacz in semifinale –  a Jannik Sinner il ritorno al decimo posto. 

Il rientro di Sinner tra i primi 10 giocatori del mondo e la contestuale uscita di Hurkacz sono le uniche novità all’interno della top 20, che oggi si presenta così:

 
PosizioneGiocatoreNazionePunti ATPDifferenza
1AlcarazSpagna6740 
2RuudNorvegia5850 
3NadalSpagna5810 
4MedvedevRussia5065 
5ZverevGermania5040 
6TsitsipasGrecia4810 
7DjokovicSerbia3570 
8NorrieGBR3550 
9RublevRussia3390 
10SinnerItalia32001
11HurkaczPolonia3195-1
12FritzUSA3055 
13Auger-AliassimeCanada2950 
14Carreno BustaSpagna2360 
15BerrettiniItalia2345 
16CilicCroazia2110 
17SchwartzmanArgentina1990 
18KhachanovRussia1990 
19TiafoeUSA1940 
20KyrgiosAustralia1780 

CASA ITALIA

Il numero di tornei ATP vinti dai nostri connazionali nel corso del 2022 è salito a cinque. Lorenzo Sonego si unisce al suo omonimo Musetti (Amburgo), Jannik Sinner (Umago) e Matteo Berrettini (Stoccarda e Queen’s).

Si è invece fermata in finale di fronte a Thiago Monteiro l’avventura di Andrea Pellegrino in uno dei più bei tornei Challenger del mondo: quello di Genova. Il risultato consente comunque al tennista pugliese di raggiungere il proprio best ranking, rappresentato dalla posizione 136.

Questa settimana riparte da Sofia la caccia di Sinner alla qualificazione alle NITTO ATP FINALS; insieme a lui nella capitale bulgara ci saranno anche Lorenzo Musetti, Fabio Fognini e Lorenzo Sonego.

Gli italiani presenti nelle prime duecento posizioni mondiali attualmente sono 18:

ClassificaNomeVariazione
10Sinner1
15Berrettini 
30Musetti 
45Sonego20
57Fognini-3
122Passaro5
136Pellegrino28
137Cecchinato10
145Agamenone3
150Cobolli 
151Nardi-8
157Arnaldi 
162Mager 
170Brancaccio11
171Zeppieri-2
180Maestrelli-2
183Bonadio-9
191Darderi 

NITTO ATP FINALS

Nessuna novità tra le prime 15 posizioni della classifica avulsa che porterà gli otto giocatori migliori della stagione a disputare le NITTO ATP FINALS a Torino.

All’inizio del torneo che conclude la stagione ATP restano sei tornei che mettono in palio complessivamente 2.750 punti: un 1000, due 500 e tre 250.

PosizioneGiocatoreNazionePunti
1AlcarazSpagna6460
2NadalSpagna5810
3RuudNorvegia4885
4TsitsipasGrecia4630
5MedvedevRussia3375
6RublevRussia3055
7Auger-AliassimeCanada2860
8ZverevGermania2700
9HurkaczPolonia2635
10FritzUSA2385
11NorrieGBR2320
12Carreno BustaSpagna2270
13BerrettiniItalia2225
14SinnerItalia2220
15DjokovicSerbia1970

Ricordiamo ai lettori che Novak Djokovic a norma di regolamento attualmente è tra gli 8 potenziali classificati in quanto vincitore di una prova dello Slam; gli basterà arrivare tra i primi 20 della Race per aggiudicarsi un posto.

NEXT GENERATION

La vittoria ottenuta a San Diego permette a Brandon Nakashima di consolidare la sua sesta posizione all’interno della classifica riservata ai migliori under 21 della stagione, attualmente così composta nelle prime 15 posizioni:

PosizioneGiocatoreNazionePuntiNato nelClassifica ATP
1AlcarazSpagna646020031
2SinnerItalia2220200110
3MusettiItalia1266200230
4RuneDanimarca1188200331
5DraperGBR925200150
6NakashimaUsa842200148
7LeheckaRep. Ceca602200174
8TsengTaipei470200188
9PassaroItalia4342001122
10StrickerSvizzera3902002130
11MisolicAustria3402001141
12NardiAustria3202003151
13ArnaldiItalia3132001157
14ZeppieriItalia3122001171
15CobolliItalia2882002150

BEST RANKING

Due statunitensi, un francese e un colombiano (no, non è l’inizio di una barzelletta nda) questa settimana festeggiano il loro best ranking:

GiocatorePosizioneNazione
Paul28USA
Nakashima48USA
Lestienne68Francia
Galan69Colombia

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