Gli auguri di Ubitennis a lettori e tennisti sperando in un 2023 con tre Top 10 [VIDEO]

Editoriali del Direttore

Gli auguri di Ubitennis a lettori e tennisti sperando in un 2023 con tre Top 10 [VIDEO]

L’obiettivo per Ubitennis è centrare 35 milioni di visite. Per il tennis italiano è far meglio del 2021. Diventerà meno difficile lavorare nei tornei FIT (e ATP)?

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Wimbledon - Centre Court sotto la neve (foto Twitter @Wimbledon)
 

Cari amici di Ubitennis

Se venite a leggere Ubitennis anche in questi giorni in cui a tennis non giocano i professionisti vuol dire che siete veramente fedelissimi e affezionati lettori e di conseguenza meritate maggiormente i miei migliori auguri e quelli di tutta la redazione di Ubitennis. Quanto è accaduto in questi ultimi anni, e in particolare per i nostri migliori tennisti in questo 2022, da Sinner a Berrettini che hanno vissuto interi periodi di stop per via di vari infortuni, è l’ulteriore riprova – se mai ce ne fosse bisogno – che per tutti, per loro come per noi, niente è più importante e augurabile di una buona, buonissima salute.

Fra Covid, influenza, sempre più insopportabili mascherine con il persistente timore di contagi noi comuni mortali, fra infortuni muscolari e guai di vario genere i nostri migliori tennisti, il 2022 non è stato davvero un anno così bello da augurarsi una sua replica per il 2023. Tanti miei amici cari non ci sono più… a me certamente mancherà Gianni Clerici, passato a miglior vita il 6 giugno, e non solo lui.

 

Come già ho detto mille volte teniamoci stretti, se non le persone, insieme agli affetti familiari anche le passioni. Qui in questo contesto alludo naturalmente, con i lettori più fedeli di Ubitennis, la passione del tennis.Senza quella non esisterebbe Ubitennis. E l’esistenza di Ubitennis e di tutti gli amici che contribuiscono ad alimentarlo, i collaboratori in primis ma anche voi lettori senza il cui sostegno non potremmo sperare di avere i nostri sponsor, è un forte motivo di orgoglio.

C’è anche, lo confesso, il perdurare di un grande cruccio e cioè quello di constatare che sia da parte della nostra Federtennis sia perfino dall’ATP, tutto quel che facciamo da svariati anni (Ubitennis è nato nel maggio 2008, sono ormai più di 14 anni) per promuovere il tennis, pubblicando 5.000 articoli, audio, video in 12 mesi, non solo li lascia completamente indifferenti, ma addirittura quando dipende da loro ci ostacolano.

Potrebbero consentirci, nel comune interesse, di avere 2,3 o 4 collaboratori di Ubitennis accreditati su certi tornei e invece ce ne danno – e quasi dandoci l’impressione di farci una grazia – unosolo, al sottoscritto, impedendoci quindi in pratica di fare un lavoro migliore, più approfondito, in quei tornei che FIT e ATP gestiscono.

Evidentemente è il prezzo che ci fanno pagare per la nostra autonomia critica, la nostra indipendenza di opinioni e giudizi. Che Ubitennis abbia 30 milioni di visite, quando nessun altro sito giornalistico di tennis in Italia arriva a 5 (e forse neppure a 3), che io collabori anche a due delle radio più diffuse nel panorama nazionale, Radio Sportiva che ha più di un milione di ascoltatori al giorno, Radio Bruno con le sue sette radio associate superi il mezzo milione, non conta nulla per FIT e ATP. Veniamo trattati alla stessa stregua di un sito che ha 100.000 visite l’anno. Ma vi pare giusto? E soprattutto: ha un senso? Danneggiamo qualcuno se con più giornalisti accreditati produciamo più interviste in loco, raccontiamopiù cose? Soprattutto quando altri non riescono, non possono, non vogliono farlo?

Eppure anche al torneo di Firenze, la mia città, sono stati accreditati 35 giornalisti, di cui 27 non si sono mai visti in sala stampa e sui campi e a Ubitennis è stato concesso un solo accredito, al sottoscritto e basta. Idem alle ATP NextGen di Milano (dove non c’erano che pochissimi giornalisti e quasi nessuno straniero). Per alcuni miei collaboratori ho dovuto comprare i biglietti (e naturalmente loro non avevano accesso alla sala stampa né alle interviste). Lo trovo pazzesco. La FIT non avrebbe fra i suoi primissimi compiti istituzionali quello di promuovere il tennis? Lo fa così? Io spero sempre che il futuro possa esser migliore, che l’onestà intellettuale prevalga sulle mediocri rivalse. Mi illudo? Vedremo.

Ubitennis ha sempre cercato di riferire con obiettività ciò di cui si èreso conto, raccogliendo le critiche dei lettori ma raccontando anche i meriti di chi lavora per costruire qualcosa di solido.

Mi piacerebbe stimolare gli appassionati di tennis, i nostri lettori a scrivere a FIT e ATP per invocare trattamenti diversi almeno in termini di concessione accrediti- gli indirizzi mail in FIT dopo la chiocciola hanno federtennis.it, quelli in ATP nome punto cognome chiocciola ATPtour.com, e tutti i nomi sono disponibili sulla ATP Media Guide scaricabile sulla home page del sito ATP – ma a parte il fatto che non so quanti si dannerebbero l’anima per farlo restando scettici sui risultati pratici di tale mobilitazione, purtroppo credo che a meno che arrivassero a centinaia, non avrebbero grandissimo effetto. Meglio che niente però!

Giusto per informarvi sull’andamento di Ubitennis anche quest’anno siamo cresciuti, da 23 milioni di visite del 2021 siamo passati a 30 milioni nel 2022 – sette milioni in più mica uno o due – nonostante quest’anno abbia sofferto di tantissimi handicap.

Alludo ai risultati dei tennisti italiani certamente inferiori rispetto a un anno fa, 5 tornei vinti contro 8 e senza uno storico exploit come la finale di Wimbledon raggiunta da Berrettini né un successo in un Mille come quello di Camila Giorgi all’Open del Canada, Sinner e Berrettini usciti dai top-10 e assenti anziché presenti alle ATP Finals di Torino, cinque tennisti italiani nei top-100 quando nel 2021 ne avevamo avuti anche 10, i diversi tornei importanti cui non hanno potuto partecipare per via di infortuni e Covid, il ritiro definitivo di Roger Federer, le assenze prolungate di Rafa Nadal, ma anche quelle di Novak Djokovic che ha giocato soltanto 2 Slam su 4 e 4 Masters 1000 su 8: Montecarlo, Madrid, Roma e Bercy, quelle dei russi Medvedev, Rublev e Khachanov banditi da certi tornei, Wimbledon in primis ma anche Coppa Davis e defunta ATP Cup, i sei mesi in cui non ha più giocato Zverev che sembrava in grande ascesa, l’ultimo mese di Alcaraz costretto a dare forfait sia a Torino sia a Malaga.

Insomma, se ci si aggiunge quanto accaduto in campo femminile, la n.1 Barty che appende la racchetta al chiodo già a gennaio, Serena Williams che lo fa a settembre, Camìla Giorgi sulla quale si appuntavano tante speranze che fa invece il passo del gambero (solo in parte bilanciata dall’exploit del Roland Garros di Martina Trevisan, semifinalista a Parigi), considero l’ aver avuto 7 milioni di visite in più un grandissimo successo.

Se avesse ragione Lorenzo Musetti che si sente di ambire a diventare n.1 d’Italia ma al contempo prevede per Sinner e Berrettiniun posto tra i top-ten nel 2023, beh questo vorrebbe dire chel’Italia potrebbe avere addirittura tre top-ten a fine anno e tre protagonisti alle ATP finals di Torino. Allora raggiungere i 35 milioni di visite, cioè crescere del 17%, sarebbe un traguardo alla portata di Ubitennis!

Abbiamo tutti collaboratori part-time e volendo coprire 3 turni al giorno di 5/6 ore non sono mai abbastanza. Per questo chi avesse la passione del tennis sapendone abbastanza…della scrittura e del giornalismo e, conoscendo l’inglese, volesse inserirsi in una bella vetrina, imparare un mestiere sul campo e costruirsi un curriculum, beh meglio che di Ubitennis non c’è e può sempre contattarci scrivendo a joinus@ubitennis.com e noi cercheremo di contattarlo appena ci sarà possibile.

Direi per finire che dobbiamo rallegrarci con la FIT per diversi risultati organizzativi raggiunti grazie alla tempestività dimostrata nel sostituirsi ai tornei cancellati in Cina e altrove, finalmente oltre a un gran numero di Challenger ci sono molti più tornei di livello giocati in Italia e non più solo Roma, Finali ATP a Torino e Next Gen a Milano, e Palermo WTA, ma anche Firenze, Napoli e nel 2023 ci sarà anche Cagliari più un Superchallenger a Torino.

E le varie tv, Sky, Eurosport e Supertennis hanno capito che il tennis è uno sport che nel nostro Paese tira sempre di più. Lo hanno capito anche tanti nuovi sponsor, tant’è che molti hanno capito che Ubitennis, con punte vicine alle 200.000 visite al giorno è un media che conviene tenere presente nelle loro pianificazioni. E se lo dico a voi che non siete sponsor ma lettori è solo perché è vero.

Tanti cari e affettuosi auguri di Buone Feste e soprattutto per un grande 2023 a tutti i lettori che condividono con noi la grande passione per questo magnifico sport e grazie naturalmente a tutti quanti ci consentono di seguirlo al meglio, giorno dopo giorno, senza soluzione di continuità anche nei giorni festivi e 24 ore su 24 quando ì tornei si giocano a fusi rovesciati rispetto al nostro, continuate a seguirci, a volerci bene, ma anche tranquillamente a criticarci quando riteniate di doverlo fare in modo costruttivo e a segnalare nostri eventuali errori attraverso i vostri commenti che mi raccomando però siano sempre educati, rispettosi, civili.

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Editoriali del Direttore

Australian Open: due semifinali donne? No, una sola. Djokovic senior? Padrone di pensare, dire e fare ciò che vuole, ma inopportuno

Rybakina e Sabalenka gemelle anche nel modo di vincere. Mentre Srdjan Djokovic ha trovato modo di creare una difficoltà in più a Novak, che non ne aveva certo bisogno. Ma non è la prima volta

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Voglio dire quello che penso sulla vicenda di papà Djokovic che si lascia coinvolgere da un gruppetto di simpatizzanti di Putin. Lo farò qui subito dopo aver commentato il tennis giocato e da giocare.

Le due semifinali femminili mi sono sembrate…una sola, con la seconda copia carbone della prima. Quasi lo stesso punteggio, 7-6 6-3 per Rybakina su Azarenka, 7-6, 6-2 per Sabalenka su Linette, 1h e 43 m la prima, 1h e 42 m la seconda.

Due ragazzone sopra il metro e 82cm (tanto è alta la Sabalenka, la Rybakina è due cm di più), più massiccia e potente la bielorussa di 24 anni (80kg). Più longilinea (73 kg) ma con un servizio non meno efficace la kazaka che fino al 2017 era russa e che dal proprio forte servizio (già con i suoi 9 ace contro i 3 dell’Azarenka, e i suoi 3 doppi falli contro i 6 di Vika, ha ricavato 9 punti in più) ha colto altri frutti importanti.

 

Ha infatti raccolto il 76% di punti quando ha messo dentro la prima, mentre la Azarenka non è andata oltre al 63%. Ha ugualmente subito 3 break, ma la Azarenka ha fatto peggio perché anche a causa della sua debole seconda palla di break ne ha subiti 5. Insomma, ci sono stati 8 break su 21 game. Per il tennis femminile non sono neppure troppi. Semmai è curioso che a leggere i dati statistici sono tutti talmente a favore della Rybakina che il punteggio appare quasi troppo benevolo per la Azarenka: 30 vincenti contro 26 (+4), 21 errori gratuiti contro 27 (+6). E in effetti poi a contare i punti vinti sono 78 quelli di Elena contro i 62 di Vika: 16 punti non sono pochi per un match di 140 punti finito 7-6 (4),6-3.

Ma anche quelli che separano Sabalenka da Linette per il loro 7-6 (1) 6-2, non sono distanti: 71 a 58, 13 punti. Però 6 di quei 13 vengono dal tiebreak vinto 7-1.  E il match ha richiesto 129 punti, 11 meno di quell’altro.

C’è stata la metà dei break, 4 in tutto, perché la Sabalenka (6° ace contro 1, 2 doppi falli contro 1= +4) ha concesso un solo break su 4 palle break, salvandone quindi 3 e strappando 3 volte in 7bp la battuta alla ragazza polacca che comunque il suo torneo lo aveva già vinto battendo una testa di serie dopo l’altra, Kontaveit 16, Alexandrova 19, Garcia 4 e Pliskova 30, e potrà festeggiare questi exploit salendo da n.45 a n.22 quando il suo best ranking era stato 33. La Sabalenka, dal canto suo, ritorna al suo best ranking di n.2 scavalcando Jabeur e Pegula.  Ma era già stata n.2. Se anche vincesse il torneo resterebbe a distanza siderale dalla Swiatek, che ha 10.485 punti e Aryna non potrebbe guadagnarne di più che altri 700 arrampicandosi a 6.100. Quanto alla Rybakina, mai più su di n.12, è già top-ten comunque vada, e potrebbe diventare n.8 vincendo il secondo Slam in carriera dopo Wimbledon superando Bencic e Kasatkina. Sarebbe stata in realtà n.5 del mondo se avesse potuto aggiungere i 2.000 che non ha avuto a Wimbledon e n.2 vincendo il torneo. Ma quei 2.000 è meglio che li dimentichi. Nessuno glieli restituirà, né a lei né a Djokovic che però vincendo il torneo ridiventerebbe comunque n.1 ATP.

E vengo alla questione Djokovic senior. Papà Djokovic è libero di pensarla come vuole. E anche di esprimere i suoi pensieri come preferisce. Le sue azioni e i suoi pensieri non sono comportano alcuna responsabilità per Djokovic junior. I figli non sono responsabili per quello che dicono e fanno i genitori. E viceversa.

Ciò detto papà Djokovic talvolta dice e fa cose inopportune, in qualche modo creando evitabilissimi imbarazzi al figlio, quasi non si rendesse conto che suo figlio era arrivato in Australia quest’anno con qualche apprensione, portandosi inevitabilmente appresso una situazione complessa per quanto accaduto Down Under un anno fa.

Se anche Srdjan è un sostenitore palese di Putin poteva capire che non era opportuno unirsi a quel gruppetto di filorussi (come lui) in un momento in cui l’Australia e Tennis Australia hanno preso la decisione di riaprire le porte a suo figlio ma è stata presa anche la decisione (giusta o sbagliata che sia) di non consentire a bandiere russe e bielorusse di sventolare durante il torneo. Torneo nel quale tennisti russi e bielorussi giocano per sé stessi, senza bandiere e inni.

Papà Djokovic resta padronissimo di essere filoPutin, ci mancherebbe. Magari lo è pure Novak, sebbene lo scorso anno avesse preso una posizione piuttosto critica nei confronti dell’aggressione russa – così come successivamente sarebbe stato critico prima nei confronti di Wimbledon che aveva bandito la partecipazione di tennisti russi e bielorussi ai Championships e poi di ATP che aveva reagito togliendo i punti ATP a tutti i partecipanti al torneo di Church Road – ma considerando che tutti i Djokovic sono comunque ospiti di un Paese e di un’organizzazione che ha preso pubblicamente certe posizioni, beh con un minimo di sensibilità avrebbe potuto astenersi dal mischiarsi a quella manifestazione filo-Putin e filo-russa. Io sono quasi certo che Novak, a prescindere da come la pensa lui stesso (io non lo so), non è stato contento. Ma non è la prima volta che il padre gli combina qualche casino. Ormai, però, la frittata è stata fatta. Nole dovrà rispondere a qualche domanda in più, come è accaduto anche a Vika Azarenka. Ma di sicuro saprà come cavarsela.   

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Australian Open

Australian Open: Djokovic schiaccia tutti i pesi leggeri e medi. Tsitsipas sarà il primo mediomassimo? Rublev? “Un Pitbull stressato”

Così definisce il russo, stoppato nei quarti per la settima volta dal serbo incontenibile, il suo coach Vicente. Il tennis per lui è “come una pistola alla tempia, ma lo ama alla follia”.

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Novak Djokovic - Australian Open 2023 (Twitter @AustralianOpen)
Novak Djokovic - Australian Open 2023 (Twitter @AustralianOpen)

Una settimana fa Novak Djokovic sembrava seriamente infortunato. Ma dopo averlo visto lasciare appena sei game negli ottavi di finale all’australiano Alex De Minaur e sette game nei quarti al malcapitato russo Andrey Rublev, sconfitto 61 62 64, nessuno può dubitare, e neppure lui stesso, del fatto che stia benissimo ed è il grande favorito di un torneo che ha vinto già 9 volte e in cui il rivale più temibile appare essere Stefanos Tsitsipas in una probabilissima finale. Ma lui ha battuto Stefanos 10 volte su 12. E se per caso Khachanov battesse Tsitsipas il bilancio dei duelli diretti è ancor più netto: 8-1. Quell’unica volta in cui il russo prevalse sul serbo fu in occasione della finale di Bercy 2018, quando Khachanov conquistò – ad oggi – il suo unico Masters 1000.

Il modo in cui Djokovic ha surclassato Rublev in 2 ore e 5 minuti è ancora più impressionante di quello con il quale aveva lasciato un game in meno a de Minaur.

Sì, perché de Minaur è un peso leggero, Rublev è almeno un peso medio. De Minaur corre più veloce di tanti, recupera tanto e anticipa quando può, ma non fa quasi mai male. Il dritto di Rublev invece è diretto da peso mediomassimo, è tanta roba. Ma Djokovic, che Gianni Clerici avrebbe descritto come “uno scheletro magro” assimilandolo al “vampiro del Bonacossa” Fausto Gardini, non sembrerebbe poter aver punch da peso massimo e ha dimostrato di non temere i “diretti” di Rublev, schivando quelli e le sole cinque pallebreak conquistate dal russo come faceva il miglior Muhammad Alì contro Joe Frazier.

 

E alla fine, quando l’altro appariva sempre più rassegnato, scoraggiato, lo ha letteralmente demolito.

Così il povero Rublev a digiuno di break è rimasto anche a digiuno di semifinali. Per la settima volta è finito k.o. nei quarti. E se avesse potuto il suo coach spagnolo Fernando Vicente avrebbe gettato l’asciugamano sul ring della Rod Laver Arena.

Per il duo russo-ispanico deve essere stata una gran frustrazione accorgersi di un tale gap. Uno che ha vinto 13 tornei, che è stato anche n.5  del mondo e ora è n.6, uno che è top-10 da più di tre anni e prende con Novak tutte le volte – Belgrado non c’entra (Djokovic era convalescente) – stese memorabili. Due partite a Torino nelle finals, nel 2021 come nel 2022, cinque game ceduti la prima volta, cinque game persi la seconda. E Rublev ha detto: “Novak ha giocato molto meglio qua che a Torino”.

Oggi, infatti, sette game solo perché i set erano tre.

Ma come si spiega un simile gap? Non ci sarà qualcosa anche di psicologico?

Beh, di nervi Andrey non è solidissimo. Vive il tennis con amore sconfinato, ma anche come una magnifica ossessione.

Può essere magnifica un’ossessione? Nel suo caso sì, perché Andrey – che il suo coach ha soprannominato “Pitbull stessato” – racconta di essersi così appassionato al tennis che all’età di sei anni se gli toccava di saltare un giorno di allenamento per via della scuola si disperava e piangeva.

Lui stesso dice: “Il tennis per me è come avere sempre una pistola sulla tempia”.

Però non lo vive come un incubo, anzi. Lo ama talmente che, a sentire ancora Vicente: “Se gli offrissero 100 milioni di euro per smettere di giocare lui li rifiuterebbe” e aggiunge che è impossibile fargli prendere una settimana di vacanze.  Rublev ha confessato: “Le mie sole giornate di riposo sono quando prendo un aereo”.

Quando nel 2018 Rublev fu costretto a fermarsi per 3 mesi per un problema alla schiena, soffrì come un cane ammalato. La sua mamma, Marina Marenko ha detto: “Se qualcosa lo ferma è una tragedia, la stessa che avverte un pittore che non può dipingere. Ad Andrey basta poco per cadere in momenti di depressione”. E Rublev un paio d’anni fa guardava con una punta di invidia il suo vecchio compare Daniil Medvedev insieme al quale è praticamente cresciuto: “Vorrei riuscire a seguire l’esempio di Daniil, anche lui era pazzerello come me a volte, poteva perdere la testa, era super-emotivo, ma poi lui è riuscito a cambiare e io no, o almeno non tanto”.

Beh, chissà se adesso Andrey ha cambiato idea. Lui è sempre top-ten. Daniil invece ne è uscito dopo un 2022 assai negativo. Vero però che Daniil ha vinto uno US Open, è stato finalista in due Australian Open, ha vinto le finali ATP ed è stato n.1 del mondo. Un palmares ben diverso.

“Voglio talmente vincere che spesso non riesco a controllare le mie emozioni e sono capace di far di tutto – dice la vittima di DjokerNole – Prima di un match credo di aver tutto sotto controllo, di essere sul binario giusto, ma poi invece deraglio! Il match mi stressa troppo… Ma sono sempre stato così, anche da ragazzino mi prefiggevo sfide folli… per esempio nel basket riuscire a fare dieci canestri con i tiri liberi. Potevo passare una intera giornata, piangere, soppesare il pallone mille volte, ma non smettevo di provarci finchè ci riuscivo.”

E quando è in campo, ancora oggi, è capace di ripetersi mille volte – come ha raccontato al collega dell’Équipe Romain Lefevre: “Dai, vinci questo punto, se lo vinci vincerai la partita! Devi farcela, devi farcela! Se poi non lo vinco diventa un disastro. Non riesco a nasconderlo. E’ come se acquisti l’ultimo iPhone e lo fai cadere. Ce l’avevi e non ce l’hai più. Lì, il match, l’avevo quasi in pugno e mi scivola via fra le dita”.

Vicente ricorda in particolare un match del Roland Garros contro Fucsovics, vinto ma colto dal panico: “Si era talmente innervosito che per 3 o 4 volte ha preso per sbaglio l’asciugamano del suo avversario! E poi non si è neppure accorto che c’era un cambio dei raccattapalle e ha cominciato a servire mentre quei ragazzi stavano correndo a bordo campo! E certe volte è così nervoso che al cambio campo non vorrebbe nemmeno sedersi, vorrebbe accelerare la disputa del game successivo”.

Io posso dire che è un ragazzo gentile, educato, certamente timido. Nelle prime interviste guardava sempre in basso sul desk che gli stava davanti, con i capelli rossi sugli occhi quasi volesse nascondersi. Quando però impara a conoscerti e capisce che non vuoi metterlo in difficoltà, allora sorride ancor prima che tu gli faccia una domanda. L’altro giorno, quando è venuto a capo di Rune al super tiebreak dopo avergli strappato il servizio sebbene il ragazzino danese avesse servito per il match e avesse avuto anche due matchpoint e fosse poi stato in vantaggio per 5-0 6-2 e 7-3 nel tiebreak …prima che lui gli facesse l’ultimo punto con un fortunosissimo net, ha fatto un sorriso fino ai capelli: “Sotto 5-2 ho pensato che avrei perso il match, per un bel po’. E mi sono come rilassato…Invece stranamente quando lui ha avuto i matchpoint prima del tiebreak ho pensato: ora arrivo al tiebreak! L’ultimo punto? Non mi era mai accaduto nella mia vita. E’ stato il mio momento più fortunato di sempre. Non può esistere un momento migliore che ritrovarsi nei quarti di finale,10-9, rispondere sul nastro e vedere la palla che passa di là. Se oggi fossi andato al Casinò, lo avrei sbancato! Sono stato davvero fortunato, in modo incredibile”.

Ma quando lo si incontra un ragazzo così, spontaneo, in mezzo a tanti montati super egocentrici?

Ha vinto Djokovic, bravo Djokovic. Come sempre. Batterlo sembra quasi impossibile. In Australia e non solo lì. Ma sarebbe tuttavia bello che ci fossero molti più Rublev nel mondo dei grandi tornei e del tennis.

A questo punto sembrerebbe davvero scontata una finale Djokovic-Tsitsipas poiché il greco ha battuto 5 volte su 5 l’altro semifinalista Khachanov, anche se non lo ha mai fatto in uno Slam e in match tre set su cinque.

Khacahanov russo ama autoproclamarsi “Guerriero armeno”, perchè la sua famiglia ha origini armene e l’altro giorno aveva anche espresso la sua solidarietà al popolo armeno che lotta per la propria autonomia dall’Azerbaijan, con una scritta su una telecamera subito dopo aver battuto Tiafoe e Nishioka.

Io ho conosciuto Khachanov quando vinse il torneo jnior di Pasqua a Firenze e vi assicuro che si tratta di un bravissimo ragazzo, simpatico e disponibile. Diverso da Rublev, perchè più sicuro di sè, ma ugualmente ragazzo semplice, senza tanti grilli per la testa. A New York a settembre perse da Ruud in semifinale e si rese conto di aver calato di intensità nel finale di bei 20 km orari sulle prime di servizio. Ha lavorato tantissimo sulla battuta da allora, un lavoro che sta pagando. Contro Tsitsipas che gioca davanti alla sua gente non ha molto da perdere. Si vedrà se il grande lavoro cui si è sottoposto è già sufficiente a ripagarlo. Con Tiafoe lo ha fatto. Con Tsitsipas non si sa se potrà bastare..

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Australian Open

Australian Open: Tsitsipas re dei breakpoint salvati docet in esperienza a Lehecka coetaneo di Sinner. Rino Tommasi diceva…

L’arte di giocare bene i punti importanti. A 24 anni è più facile che a 21. Le 10 vittorie di Sinner che il computer segnala ma… non capisce. Perché mi complimento con Azarenka, Khachanov e Rublev

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La differenza, in un match equilibrato, la fanno sempre i momenti e i punti importanti. E l’esperienza di solito conta per giocarli meglio.

È la scoperta dell’acqua calda? No, perché non intendo vantarmi di alcuna scoperta, ma semplicemente intendo ribadire qualcosa che bisognerebbe sempre tenere a mente, non dimenticare. E invece gli smemorati sono sempre troppi.

Così quando Jim Courier ha chiesto nella Rod Laver Arena al fresco giustiziere dell’ottimo Jiri Lehecka Stefanos Tsitsipas che tipo di spiegazione potesse dare alla sua vittoria il ragazzo di Atene lì per lì ha pronunciato una sola parola: “Experience”. Esperienza, appunto.

 

Stefanos giocherà venerdì la sua quarta semifinale a Melbourne in cinque anni. Il “mini-Berdych” Jiri non aveva mai vinto un match in uno Slam prima di questo torneo.

Senza nulla togliere a Tsitsipas – nel torneo il campione greco ha salvato 43 palle break su 49! – l’inesperienza di Lehecka si può sintetizzare in poche righe di cronaca.

Primo set: serve per secondo e subito si trova a fronteggiare cinque palle break e a cedere il servizio. Va sotto 2-0, 3-0 e non recupera, 6-3.

Secondo set: ha 5 pallebreak, ma non ne trasforma nessuna. Non perde mai il servizio in tutto il secondo set (ceduto soltanto in quel lontanissimo suo primo game di battuta) e approda al tiebreak senza aver concesso la minima pallabreak, quindi in fiducia. Infatti ci approda avendo perso negli ultimi suoi tre turni di servizio appena due punti: 12 punti a 2 su 14 punti. Due games vinti a 15, il terzo a zero. Meglio di così…

Tiebreak del secondo set: come gli tocca battere, per secondo, Tsitsipas si annette subito due minibreak. Lehecka va sotto 4-0. Perde il tiebreak 7-2.

Terzo set: fino al 5-4 per Tsitsipas il greco non conquista neppure lo straccio di una pallabreak. Lehecka invece ne ha 3 di fila sul 3 pari. Insomma, ne ha avute 8 in due set, ne ha concesse zeroVi ricorda mica qualcuno? Magari un match giocato da un tennista dell’Alto Adige contro quello stesso ateniese?

Prima di servire in quel set per la quinta volta, sul 4-5, Lehecka – che, ricordo ancora ai più distratti, non ha più perso il servizio dalla prima volta in cui ha battuto… – ha ceduto in 4 turni di battuta solo 5 punti. Ma quando serve sul 4-5…perde 4 punti su 6, cede il servizio e …fa mesto ritorno in quell’angolo di Cechia dove sono nati o cresciuti Ivan Lendl, Petra Kvitova, il suo idolo Tomas Berdych.

Lehecka ha 21 anni, come Jannik Sinner che ha due mesi e mezzo in più (16 agosto vs 8 novembre 2001). Lehecka ha avuto 8 palle break e ne ha trasformate zero. Jannik ne ha avute 26 e ne ha trasformate 4 – una ogni 8 palle break …e mezzo – mancandone 22.

Chiaro che i due coetanei hanno fatto fin quei percorsi diversi, perché Lehecka ha perso da Nakashima la finale nel torneo dei NextGen solo pochi mesi fa e Jannik vinse invece quello stesso torneo meneghino 3 anni e 3 mesi fa. Motivo per cui le attese per Sinner in patria sono al giorno d’oggi, dopo un 2021 chiuso da top-ten e un 2022 da top 20 (Lehecka è n.71) ben diverse da quelle che i cechi si attendevano a casa loro.

Di certo Lehecka non verrà davvero criticato per le 8 palle break mancatee neppure per aver perso subito il servizio all’inizio contro Tsitsipas (come Sinner). Gli diranno invece: “Caro Jiri, hai 21 anni ma quando ne avrai 24 come Tsitsipas oggi vedrai che certi errori di pure inesperienza non li commetterai più. Magari Tsitsipas – o chi per lui – ti annullerà 6 pallebreak su 8, ma tu ne vincerai 2 e, se avrai imparato anche a non perdere il servizio a freddo quando comincia una partita importante,  chissà che questo genere di partite tu non le porti invece a casa”.

Fra i due coetanei una differenza non da poco infatti si è potuta registrare: Sinner ha vinto due set e Lehecka no.

Pur avendo sottolineato i diversi percorsi dei due coetanei, io non riesco a credere che a 23/24 anni Jannik Sinner non sarà cresciuto in esperienza, in capacità di affrontare e sfruttare diversamente i punti importanti, quelli che oggi Tsitsipas sa gestire alla grande – con i più giovani e inesperti – ma che a 21 non gestiva sempre altrettanto bene. Esempi ne avrei a bizzeffe.

Quindi riapro anche qui quel discorso che ho fatto l’altro giorno e che non tutti mi sembra abbiano capito, quando ho parlato della formichina “miniLendl” Sinner che, soltanto continuando a lavorare pazientemente sui propri limiti – come certo farà, non ho dubbio alcuno – pian piano raggiungerà quei traguardi che oggi manca.

Li manca per un matchpoint a New York (con Alcaraz), per un matchpoint  a Torino (con Medvedev), per un paio di pallebreak da trasformare a Melbourne (con Tsitsipas). Quante volte ho letto in questi giorni il brutto record di Jannik contro i migliori tennisti del mondo: un solo match contro un top 5, un solo match contro i top 16, 4 sconfitte con Medvedev e con Tsitsipas, 2 con Nadal, Djokovic e Zverev.

Ma se ha battuto Alcaraz (2 volte), Rublev (2 volte), Kyrgios, Bautista Agut, Monfils, Zverev, Khachanov, Hurkacz che magari in quel preciso momento non erano top5 o top10, pochi sembrano sottolinearlo. Quasi che quei risultati non contassero, solo perché quei giocatori di primissima fascia erano top-5 o top 10 qualche mese prima o qualche mese dopo. Posso capire che – sempre per dar fiato alle statistiche – non si voglia prendere in considerazione le partite perse con il matchpoint a favore (Medvedev, Alcaraz le prime due che mi vengono a mente) catalogandole come …giornate no, debolezze, bicchieri mezzi vuoti piuttosto che bicchieri mezzi pieni.

Ma ciò detto forse bisognerebbe ricordarsi anche quanto diceva il mio grande maestro Rino Tommasi: “Il computer sa far di conto, ma non capisce di tennis”. Nessuno amava le statistiche più di Rino che ne faceva grandissimo uso e ci scherzava su: “Prima dell’avvento del computer ATP…internet era Rino Tommasi!”, ma poi le statistiche sapeva interpretarle e dargli il giusto peso.

Alludo a quelle dei tennisti di cui ci occupiamo, ma anche a quelle che riguardano i tennisti contro i quali si battono coloro di cui ci occupiamo. Ho ricordato già sopra anche il dato delle 43 pallebreak salvate da Tsitsipas su 49 concesse. Beh, mi sembra un dato significativo, di cui si dovrebbe tener un minimo conto. Per dar meriti a Tsitsipas, ma anche per non attribuire eccessivi demeriti a chi ci gioca contro e lo subisce.

Sinner ha perso da un tennista di 3 anni più anziano che ha raggiunto 4 semifinali in 5 anni in Australia (trascurando tutto il resto, la finale a Parigi, i due trionfi a Montecarlo …).

La finisco qui sperando di non avervi stancato. Certo se penso a che giorni fa sono stato accusato di essere uno sfegatato tifoso di Berrettini e Musetti ma anche di “avercela chiaramente con Sinner – sic! – mi viene proprio da abbozzare un sorriso di rassegnata commiserazione.

Per finire da questo pezzo quasi monografico, mi voglio sinceramente congratulare con mamma Vika Azarenka per aver riguadagnato – dopo tanti anni difficili per motivi familiari – una semifinale in Australia dieci anni dopo l’ultima volta. La seguirò con piacere contro Elena Ribakina che ha forse il miglior servizio fra le donne dacchè Serena Williams ha smesso di essere lei.

Voglio esprimere il mio dispiacere per il problema al polso che ha impedito a Sebi Korda di battersi ad armi pari con Karen Khachanov. I problemi ai polsi per un tennista sono quanto di peggio possa accader loro. E i giocatori che ne hanno sofferto sono stati tantissimi. E non tutti ne sono usciti felicemente. D’altra parte, con i cannonballs che arrivano oggi, sopra i 220 km orari, e con queste palle a volte così pesanti e sgonfie, è dura, durissima.

Sono contento al contempo per Khachanov che è un ragazzo che mi sta molto simpatico e che ho conosciuto e intervistato la prima volta quando vinse il torneo junior di Firenze a Pasqua (lo stesso vinto da Federer e Musetti a 20 anni di distanza).

Khachanov, ex topten e medaglia d’argento ai Giochi Olimpici di Tokyo disputati ne 2021, ha raggiunto la seconda semifinale consecutiva in uno Slam. A New York perse da Ruud. Ha perso 5 duelli su 5 con Tsitsipas, ma mai in tornei dello Slam. Chissà, magari non riuscirà neppure lui a trasformare tutte le palle break che gli capiteranno, ma non sarà una questione di esperienza. Forse potrà dare filo da torcere al ragazzo di Atene che gioca in casa anche a Melbourne. Apprezzo anche, così come Rublev che non ha mai fatto mistero di voler dare un suo contributo a che la guerra fra Russia e Ucraina cessi (e non tutti i campioni russi di varie discipline hanno avuto il coraggio di dire almeno questo), che Khachanov abbia espresso la sua solidarietà al popolo armeno, visto che armena è la sua famiglia. Alle autorità dell’Azerbaijan non sarà piaciuto il suo messaggio scritto sulla telecamera, ai russi neppure, ma ognuno deve essere libero di esprimere le proprie idee, anziché nascondersi dietro un dito…

Domattina Rublev prova a centrare la sua prima semifinale di Slam, ma compito non potrebbe essere più complicato. Djokovic cerca la decima a Melbourne e ogni volta che l’ha raggiunta ha poi vinto il torneo.

Gli ultimi due quarti femminili impegneranno stanotte la ceka Pliskova e la polacca Linette, la bieloroussa Sabalenka e la croata Vekic (5-1 per la Vekic i duelli diretti). Insomma, uscita di scena la favorita n.3 Jessica Pegula, americana, in Australia soffierà il vento dell’Est. Avremo certamente per campionessa una tennista dell’Europa dell’Est. A quando una italiana?

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