Zverev e le occasioni sfruttate: i precedenti di Federer, Nadal, Djokovic e Murray

Sascha Zverev ha vinto due Slam senza affrontare Sinner e Alcaraz. Ma anche Federer, Nadal, Djokovic e Murray hanno avuto alcuni tabelloni favorevoli: il confronto con i Fab 4

Di Carlo Galati
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Alexander Zverev - US Open 2026 (foto X @AustralianOpen)

Per anni ad Alexander Zverev è stato chiesto quando avrebbe vinto uno Slam. Adesso che ne ha conquistati due, la discussione si è spostata su chi non ha dovuto battere per riuscirci. Una domanda legittima, finché serve a capire il valore tecnico di una vittoria; molto meno convincente quando diventa il tentativo di sottrargliela, almeno nel giudizio. Perché le occasioni, nel tennis, bisogna arrivare a prendersele. E la storia dei campioni ai quali oggi viene accostato con tanta diffidenza è piena di tornei nei quali qualcuno, prima della domenica decisiva, aveva tolto di mezzo l’avversario più temuto.

Zverev ha vinto il Roland Garros e lo US Open, ha raggiunto la finale a Wimbledon e la semifinale all’Australian Open. Quattro Slam, quattro presenze almeno tra gli ultimi quattro. La prospettiva di salire al numero uno, resa sempre più concreta dalla chiusura anticipata della stagione di Sinner, ha però riaperto una discussione che le due coppe sembravano destinate a chiudere: quanto è forte davvero Sascha, se i migliori continuano a batterlo?

I numeri danno sostanza all’obiezione. Dopo l’ultima sconfitta con Djokovic a Pechino, il bilancio del suo 2026 con Sinner, Alcaraz e Novak è di zero vittorie e sette sconfitte: cinque con Jannik, una con Carlos e una con il serbo. Con gli avversari classificati tra i primi dieci al momento dell’incontro, contando anche la Laver Cup, il bilancio è invece di due successi e otto sconfitte: le vittorie sono quelle su Fritz nei quarti di Wimbledon e su Shelton nella finale di New York. Il k.o. con Djokovic non entra in quest’ultimo conteggio, perché Nole a Pechino era fuori dalla top 10.

Nei due Slam vinti non ha affrontato nessuno dei tre, mentre a Melbourne e a Wimbledon lo hanno fermato rispettivamente Alcaraz e Sinner. Sono dati che impediscono di raccontare questa stagione come una dimostrazione di superiorità negli scontri diretti. Il salto successivo, però, richiede prudenza: da qui a considerare immeritati i suoi titoli passa tutta la differenza tra valutare un percorso e riscrivere un torneo.

Essere il più forte e vincere di più

Si può ritenere Sinner superiore a Zverev, preferire il tennis di Alcaraz e continuare a riconoscere al tedesco il merito di ciò che ha conquistato. La classifica misura i risultati raccolti lungo un arco di dodici mesi, nel quale entrano anche continuità, sconfitte inattese e disponibilità fisica. Il giudizio su chi vincerebbe una partita con tutti al massimo risponde a una domanda diversa, alla quale ciascuno può dare una risposta motivata.

Il tennis, del resto, affida ai giocatori una porzione di tabellone. Nessuno può scegliere chi troverà dall’altra parte della rete nelle ultime giornate, né pretendere che un rivale superi i turni precedenti per rendere più prestigiosa la propria vittoria. Se il favorito perde, il risultato di chi lo ha battuto entra a far parte della competizione quanto tutti gli altri.

Questo vale anche per il giudizio sugli sconfitti: Söderling, del Potro, Cilic, Raonic, Medvedev o Berrettini meritano di essere ricordati per il tennis che avevano portato in quelle finali. Ridurli al nome del campione che mancava significa cancellare anche il loro torneo.

Federer: l’occasione che diventa obbligo

Il precedente più famoso resta il Roland Garros 2009. Nadal, vincitore delle quattro edizioni precedenti e mai sconfitto a Parigi, viene eliminato agli ottavi da Robin Söderling. Djokovic è già uscito al terzo turno con Philipp Kohlschreiber. Per Federer, fermato da Rafa nelle tre finali precedenti, si apre una possibilità enorme: conquistare finalmente l’unico Major che ancora gli manca.

La possibilità rischia però di durare pochissimo. Negli ottavi con Tommy Haas, Roger si ritrova sotto due set e deve cancellare una palla break sul 3-4 del terzo, quella che manderebbe il tedesco a servire per la partita. Si salva con un dritto, risale e vince al quinto. In semifinale deve giocare altri cinque set con del Potro, dopo essere stato nuovamente in svantaggio, stavolta due set a uno. Soltanto allora arriva la finale vinta con Söderling. L’eliminazione di Nadal aveva cambiato le prospettive del torneo; trasformarle nel Career Grand Slam aveva richiesto tutto Federer.

Otto anni dopo, a Wimbledon 2017, il quadro si ricompone in modo ancora diverso. Nadal perde agli ottavi con Gilles Muller, Djokovic si ritira nei quarti con Berdych per il gomito, Murray cede a Querrey mentre l’anca gli presenta il conto. In finale Federer trova un Cilic fortemente limitato da una vescica al piede sinistro. Circostanze favorevoli, certamente. Dentro quelle circostanze, però, lo svizzero conquista il torneo senza perdere un set, superando anche Raonic e Berdych: due giocatori che su quei prati avevano già dimostrato di poterlo battere.

All’Australian Open 2018 Murray è assente, Djokovic si ferma agli ottavi con Chung, Nadal si ritira nei quarti con Cilic. Chung, a sua volta, abbandona la semifinale con Federer. Il percorso dello svizzero si alleggerisce, ma in finale lo aspetta un Cilic ben diverso da quello menomato di Wimbledon: gli porta via due set e lo costringe a vincere il quinto. Il ventesimo Slam di Roger conserva entrambe le cose, un cammino agevolato e una partita decisiva da conquistare fino in fondo.

Murray e Nadal, tre occasioni molto diverse

Anche il Wimbledon 2016 di Andy Murray si apre quando il favorito più ingombrante esce di scena. Djokovic, che arriva a Londra da detentore di tutti e quattro gli Slam, perde al terzo turno con Sam Querrey. Nadal non partecipa per il polso e Federer viene fermato in semifinale da Raonic. Murray deve risolvere al quinto set il quarto con Tsonga, poi supera Berdych e il canadese, entrambi in tre. Quello resta il suo secondo titolo a Wimbledon, costruito giocando meglio degli avversari che si erano guadagnati il diritto di affrontarlo.

Lo US Open 2017 di Nadal è probabilmente il caso più netto. Djokovic, Murray, Wawrinka, Nishikori e Raonic sono assenti; Federer perde nei quarti con del Potro. Rafa vince il torneo senza incontrare un top 25 e in finale supera Kevin Anderson, numero 32 del mondo e testa di serie numero 28. Il dato descrive un percorso sensibilmente meno impegnativo di altre sue campagne Slam, ed è giusto scriverlo.

La semifinale, però, gli propone proprio del Potro, che aveva appena eliminato Federer e che a New York aveva già vinto. Nadal perde il primo set, cambia l’andamento della partita e lascia all’argentino cinque giochi nei successivi tre. Poi domina la finale. Si può collocare quel successo tra quelli conquistati con minore opposizione nella sua carriera; resta il fatto che l’occasione era disponibile anche per altri e fu lui a sfruttarla.

Ben diverso è il discorso sull’Australian Open 2022. L’assenza di Djokovic, costretto a lasciare l’Australia dopo la cancellazione del visto, pesa enormemente; Federer è fermo. Ma per valutare il torneo di Nadal bisogna poi guardare a ciò che accade in campo: cinque set con Shapovalov nei quarti, la semifinale con Berrettini e soprattutto la rimonta da due set sotto con Medvedev in finale, conclusa dopo cinque ore e ventiquattro minuti. Dall’altra parte della rete c’è il numero due del mondo e campione in carica dello US Open. L’assenza del principale favorito e la grandezza dell’impresa possono stare nella stessa frase, senza che una debba cancellare l’altra.

Djokovic e gli avversari che c’erano

Il Roland Garros 2016 consegna a Djokovic il titolo che aveva inseguito più a lungo. Federer non partecipa e Nadal si ritira per il polso prima di disputare il terzo turno. Il serbo evita così due ostacoli storici, ma nelle ultime due partite batte Thiem e Murray, quest’ultimo numero due del mondo e vincitore degli Internazionali d’Italia poche settimane prima, proprio con Novak in finale. Il primo trionfo parigino di Djokovic completa inoltre una sequenza di quattro Major consecutivi. Sarebbe curioso ridurre un dominio del genere all’elenco degli assenti dell’ultimo torneo.

A New York nel 2018, Federer esce agli ottavi con John Millman e Nadal si ritira in semifinale con del Potro. Djokovic arriva al titolo senza affrontare nessuno dei due. In finale, tuttavia, batte in tre set un del Potro numero tre del mondo, già campione dello US Open e tornato a un livello altissimo. L’argentino riconosce la superiorità di Novak, dopo una partita nella quale aveva dovuto cercare continuamente i propri limiti per tenergli testa. Un avversario diverso da Federer o Nadal può comunque essere un avversario formidabile.

All’Australian Open 2021, Federer è ancora assente e Nadal perde nei quarti con Tsitsipas. La semifinale propone a Djokovic Aslan Karatsev, qualificato e numero 114 del mondo: un abbinamento chiaramente favorevole rispetto alle possibilità della vigilia. La finale, invece, gli mette davanti Medvedev, reduce da venti vittorie consecutive. Novak lo batte 7-5 6-2 6-2. La facilità con cui domina quella partita dice molto sulla sua prestazione, e non può essere usata retroattivamente per sostenere che il russo fosse un rivale di poco conto.

A Wimbledon nello stesso anno, Nadal non c’è e Federer viene eliminato nei quarti da Hurkacz. Djokovic trova in finale Matteo Berrettini, alla sua prima finale Slam, ma già campione al Queen’s e tra gli interpreti migliori del tennis sull’erba di quel momento. Matteo vince il primo set, Novak i tre successivi, raggiungendo Federer e Nadal a quota venti Major. Anche qui, la mancanza degli avversari abituali aiuta a descrivere il contesto; per spiegare il titolo occorre raccontare anche chi c’era e come è stato battuto.

Il limite del paragone

Questi precedenti hanno un confine preciso. La capacità di approfittare di un tabellone favorevole accomuna carriere che, per grandezza, restano diversissime. Federer, Nadal e Djokovic hanno dimostrato innumerevoli volte di saper vincere superando anche gli avversari più forti. Ricordare alcune loro occasioni fortunate non trasferisce automaticamente quella statura a Zverev e non risolve i suoi problemi attuali con Sinner e Alcaraz.

Serve però a mantenere lo stesso criterio di giudizio. La difficoltà di una vittoria si può analizzare, il livello del campione si può discutere, i limiti tecnici si possono indicare anche il giorno dopo un trionfo. Attribuire un valore sportivo alla capacità di sfruttare l’occasione soltanto quando il vincitore ci piace sarebbe un esercizio molto meno serio.

E Zverev, peraltro, aveva già vinto grandi tornei battendo grandi campioni: Djokovic in finale a Roma nel 2017 e alle ATP Finals del 2018, Federer nella finale di Montreal del 2017, ancora Novak nella semifinale olimpica di Tokyo. Il suo rendimento di questa stagione merita un esame severo, ma la sua carriera contiene più elementi di una semplice attesa delle disgrazie altrui.

New York 2020, la prova che riguarda proprio Zverev

Il precedente che chiude meglio il ragionamento è quello nel quale Zverev si trova dalla parte sbagliata della storia. Allo US Open 2020 Federer e Nadal sono assenti; Djokovic viene squalificato negli ottavi dopo aver colpito con una pallata una giudice di linea. Il torneo si apre completamente e Dominic Thiem conquista il suo primo Slam.

In finale, però, deve rimontare proprio Sascha. Zverev vince i primi due set, si fa raggiungere, poi nel quinto trova un’altra occasione enorme: va a servire per il titolo sul 5-3. Gli manca un game. Finisce per perdere al tie-break, al termine di una partita nella quale la tensione aveva consumato entrambi. Una delle occasioni più favorevoli della sua vita diventa una delle sconfitte più dolorose.

È lì che il discorso smette di essere teorico. Un tabellone che perde i suoi favoriti può alleggerire l’impegno tecnico e rendere più pesante quello mentale. Quando il traguardo sembra finalmente alla portata, devi convivere anche con l’idea di poter essere tu a sprecare tutto. Nel 2020 Zverev non era il favorito della finale, ma sul 5-3 del quinto aveva il titolo sulla racchetta. Gli assenti non potevano più impedirgli di vincere. Non bastò.

Sei anni dopo ha vinto a Parigi resistendo fino al quinto set con Cobolli e ha conquistato lo US Open superando Shelton. Chi continua a considerare Sinner e Alcaraz più forti ha argomenti da spendere, a cominciare dagli scontri diretti. Zverev dovrà cercare sul campo le risposte che ancora gli mancano. Nel frattempo, ha dato quella che gli veniva chiesta da anni: quando il torneo si è aperto, è riuscito a vincerlo.

Si può discutere quanto fosse larga la strada. Per sapere quanto fosse difficile percorrerla fino in fondo, basta chiedere allo Zverev del 2020.

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