Una diciottenne fra le prime 50 del mondo: Jelena Ostapenko

Dopo Anastasija Sevastova, numero 36 del mondo nel 2011, il tennis lettone femminile entra di nuovo fra le prime cinquanta del ranking grazie addirittura a una diciottenne: Jelena Ostapenko

Una diciottenne fra le prime 50 del mondo: Jelena Ostapenko

Come scrivevo martedì scorso, per la prima volta dal 2009 sono tornate ad essere presenti fra le prime 50 della classifica WTA tre diciottenni: si tratta di Belinda Bencic, Daria Kasatkina e Jelena Ostapenko. Tutte e tre nate nel 1997, tra il mese di marzo (Bencic), maggio (Kasatkina) e giugno (il giorno 8 Ostapenko).
Dopo aver parlato QUI di Bencic e nell’articolo di sette giorni fa di Kasatikina, chiudo con Ostapenko.

Comincerei con il dire che Jelena Ostapenko non si chiama così. O meglio, si chiama Jelena solo sul passaporto, perché in Lettonia ai nuovi nati si possono dare solo nomi lettoni e quello desiderato dalla famiglia, Aļona, non rientrava tra quelli accettabili; e così la mamma ha ripiegato su Jelena. Ma un conto sono gli obblighi di legge, un conto le decisioni familiari: i genitori chiamano la figlia Aļona, e lo fanno anche tutti quelli che con lei hanno confidenza. E lei stessa si “sente” Aļona.

 

La ragione di questo impiccio burocratico dipende dalle origini della famiglia: malgrado sia nata e cresciuta a Riga, in Lettonia, il cognome Ostapenko lascia facilmente intuire come il padre sia ucraino (ex calciatore professionista, portiere, e dopo il ritiro uomo di affari); e anche la madre non è lettone, ma russa.

La mamma Jelena Jakovleva è stata una tennista di notevoli capacità, in grado di entrare tra le prime dieci della classifica russa negli anni ’90; e quando si è ritirata è poi diventata allenatrice professionista e maestra di tennis.
Il tennis era quindi parte integrante della vita di Aļona/Jelena. Ma sarebbe sbagliato pensare ad una bambina programmata per diventare campionessa come invece, per molti aspetti, è stata Belinda Bencic. In realtà in diverse interviste Ostapenko ha raccontato che i genitori non l’abbiano mai forzata: è stata lei che, sin da piccolissima, amava maneggiare la racchetta e provava a tirare contro i muri di casa. A quel punto (anche per evitare danni domestici) tanto valeva soddisfare la sua passione e portarla a giocare nel club dove lavorava la mamma.

E seguendo la sua inclinazione si è ritrovata privilegiata: perché se non è infrequente il caso di genitori che si trasformano in coach, ben pochi hanno in realtà alle spalle una competenza specifica.
Per Ostapenko partire sin dall’inizio con la guida di una ex top ten russa ha significato avere una marcia in più, ma senza dubbio anche il talento era superiore, tanto è vero che ha iniziato a vincere sin da giovanissima. In Francia si è aggiudicata il “Petits As” 2011, che si può considerare una specie di mondiale under 14 ufficioso (basta guardare chi vi ha preso parte in passato: Federer, Nadal, Murray, Djokovic o Hingis, Davenport, Clijsters, Henin; i nomi sono talmente tanti che solo l’elenco può rendere l’idea).

E così già a quell’età ha ricevuto offerte da diverse agenzie, tra cui la IMG; i contratti avrebbero garantito anche la possibilità di allenarsi gratuitamente in academy americane (inclusa quella di Bollettieri). Ma la mamma ha raccontato in una intervista come queste proposte siano state rifiutate e come sua figlia sia frutto di una formazione esclusivamente lettone. Fino a che è rimasta junior, non solo non ha mai avuto aiuti tecnici stranieri, ma nemmeno cercato basi di allenamento estere: la mamma coach principale, e come hitting partner giocatori locali, che collaborano alla sua formazione, come Kārlis Lejnieks.

Anche da junior proseguono i successi, che culminano con la vittoria in uno Slam nel 2014: a Wimbledon in finale contro Kristina Schmiedlova. Vincendo a Londra entra a far parte del gruppo di promesse del 1997 capaci di aggiudicarsi un Major: Kasatkina (Roland Garros), Bencic (Roland Garros e Wimbledon), Konjuh (Australian Open e US Open) e più recentemente Badosa Gibert (Roland Garros).

L’affermazione sui prati del 2014 conferma una caratteristica del tennis di Ostapenko: ama i campi rapidi, il gioco di attacco e tenere l’iniziativa dello scambio; alla costante ricerca dei vincenti, anche se questo significa andare incontro ad errori non forzati. Delle tre diciottenni top 50 devo confessare che Jelena è quella sulla quale mi sento meno sicuro nella descrizione del suo tennis. Inizialmente avevo l’impressione di averla vista giocare molto poco; poi però mi sono reso conto che tutto sommato non erano poi così poche le partite in cui l’avevo seguita.
In realtà penso che non sia facile inquadrarla in modo davvero preciso anche perché, secondo me, nel suo gioco rimangono tracce di tennis non del tutto maturo; e il modo di condurre lo scambio a volte è ancora particolarmente istintivo: conta soprattutto il singolo colpo rispetto alla costruzione del palleggio attraverso una sequenza articolata tatticamente.

In sostanza Ostapenko è soprattutto una colpitrice in grado di fare punto con i due fondamentali da fondo campo in qualsiasi momento dello scambio, ma non sempre è ponderata la scelta su quando affidarsi a soluzioni definitive e quando invece interlocutorie.
Il servizio è forse un po’ inferiore a dritto e rovescio: una buona prima, precisa e varia nelle direzioni, ma una seconda migliorabile, con a volte la tendenza al doppio fallo.
Da ragazzina il rovescio (bimane) era sicuramente più solido del dritto, ma direi che ultimamente i progressi dalla parte destra sono stati notevoli, tanto che oggi anche con il dritto può sfornare vincenti a ripetizione.
A mio avviso sul piano tecnico in questo momento è meno completa di Bencic e di Kasatkina, in compenso è forse quella in grado di far viaggiare mediamente la palla più veloce.

Non straordinaria a rete, in difficoltà sulle palle meno scontate (ad esempio gli slice, le palle corte e i colpi in avanzamento dentro il campo), ha però una buona mobilità che le consente di reggere anche fasi di contenimento; ma certo non ha l’indole della difensivista.
L’atteggiamento da attaccante è profondamente radicato nel suo tennis, sin da piccolissima. In una intervista successiva alla vittoria al Petits As aveva dichiarato con molta schiettezza di non amare chi pratica un gioco troppo difensivo, e dunque di non poter considerare un modello la numero uno del mondo di allora, Caroline Wozniacki.
Non solo, per lo stesso motivo in quella intervista aveva aggiunto di non apprezzare granché neppure il tennis di Anastasija Sevastova, connazionale che in quell’anno stava vivendo la sua stagione migliore. I suoi idoli erano Henin e Clijsters, e tra le emergenti Azarenka (Vika era ancora senza vittorie Slam). Insomma, una ragazzina con le idee chiare e senza il timore di esprimere giudizi, anche rischiando di scontentare qualcuno.

Questo carattere deciso e vivace è emerso chiaramente a partire dalla seconda metà del 2014, nella fase in cui, abbandonato il tennis junior, è passata stabilmente al professionismo; si hanno notizie di  frequenti lamentele nei confronti dei giudici di linea e di piccoli attriti in campo con diverse giocatrici:

Kristina Mladenovic dopo il match vinto contro di lei a Wimbledon 2015 aveva pubblicato su twitter una foto in cui mostrava una stretta di mano poco ortodossa. Oppure al termine della finale persa a Quebec City Ostapenko  aveva pronunciato un discorso di premiazione rapidissimo, in cui si era dimenticata di fare i complimenti di rito alla vincitrice, Annika Beck.
E così, quando di recente (Auckland 2016) ha avuto una discussione con Naomi Broady, che sosteneva avesse scagliato volontariamente la racchetta contro un raccattapalle, la giocatrice inglese aveva raccolto l’appoggio di alcune colleghe.

Posso sbagliarmi, ma Ostapenko non mi sembra una giocatrice antisportiva: nel match in Nuova Zelanda secondo me la racchetta le era davvero scappata di mano involontariamente; e il disappunto che spesso non riesce a mascherare in caso di sconfitta mi pare derivi da tratti di carattere ancora quasi infantili, e che per questo penso saprà modificare abbastanza rapidamente, con l’inevitabile maturazione professionale che l’esperienza del circuito WTA procura.

Non è facile imparare a perdere, specie quando ci si tiene particolarmente; in compenso gli aspetti positivi di questo atteggiamento sono il grande entusiasmo e la ferma convinzione che sembra mettere nel tennis. Nell’estate 2014 le avevano chiesto:Ti manca la vita di una normale teenager?” Risposta:So quello che voglio: voglio essere una giocatrice di tennis, e le altre cose non contano”.
E se posso aggiungere un ricordo personale, devo dire che l’immagine di felicità più incontenibile a cui ho assistito come inviato l’anno scorso a Wimbledon è proprio sua: quando, intervistata a distanza di almeno un paio d’ore dopo la vittoria contro Carla Suarez Navarro, ancora non riusciva a togliersi dal volto un sorriso beato.

Ma al di là dei giudizi sui comportamenti in campo, vanno rimarcati i risultati ottenuti in due anni di professionismo. Numero 703 nel febbraio 2014, da allora inanella vittorie negli ITF che la portano sino al 306 di fine stagione.
Nel 2015 la crescita continua, e le consente di prendere parte alle prime qualificazioni WTA. La grande sorpresa è a Wimbledon: entra in tabellone grazie alla wild card che gli organizzatori le concedono quale vincitrice del torneo junior dell’anno precedente, e al primo turno lascia appena due giochi alla numero 9 del mondo Suarez Navarro (6-2, 6-0).

Perde al turno successivo da Mladenovic 6-4, 7-5 dopo aver mancato due set point (con relativo disappunto e stretta di mano sui generis).
Supera le qualificazioni agli US Open, dove perde al secondo turno in tre set da Sara Errani, e subito dopo raggiunge la finale a Quebec City (sconfitta da Annika Beck); chiude il 2015 al numero 79 del mondo.

L’inizio di 2016 è difficile, con diversi match persi contro giocatrici alla sua portata; ma improvvisamente si ritrova nel Premier di Doha, dove sconfigge Diyas, Kuznetsova, Kvitova, Zheng, Petkovic perdendo solo in finale contro Carla Suarez Navarro (1-6, 6-4, 6-4). L’exploit le vale appunto l’ingresso nelle prime 50 del mondo (numero 40).

Come dicevo prima, delle tre diciottenni fra le prime 50, a mio avviso è la meno matura, sia sul piano tecnico che tattico. In questi casi si possono considerare le lacune come un problema, un sintomo di qualità complessive inferiori; oppure si possono considerare come delle opportunità, visto che potrebbe esserci maggior spazio di miglioramento rispetto a chi è più avanti nello sviluppo. Mi pare molto difficile fare previsioni: forse solo il tempo ci potrà dire se per lei sarà più veritiera la visione pessimista o quella ottimista.

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