Protagoniste degli ultimi AO. Nel bene e, a volte, nel male

Gli ultimi Australian Open hanno offerto molte storie differenti: tre statunitensi in semifinale, il ritorno di giocatrici che sembravano perse per il tennis, le difficoltà di quasi tutte le top ten. E altro ancora

Protagoniste degli ultimi AO. Nel bene e, a volte, nel male
Mona Barthel e Ashleigh Barty - Australian Open 2017

Tre statunitensi in semifinale e un ritorno sorprendente

Serena Williams
È colpa del mio modo di vedere il tennis che tende a considerare poco gli albi d’oro delle campionesse se dopo gli ultimi Australian Open non ho dedicato molto spazio a Serena Williams. Mi spiego: personalmente giudico le grandi tenniste soprattutto in base al loro gioco, e al ruolo che hanno avuto nei confronti delle più forti avversarie della loro epoca. I record non accendono la mia fantasia, e fatico anche a tenerli a mente.

 

Non sto sostenendo che sia il modo giusto di valutare le giocatrici, però non riesco a correggere più di tanto questa impostazione. Faccio un esempio per spiegare quanto l’abbia connaturata: a distanza di anni, di un match fra due giocatrici mi capita di avere ancora vivi nella memoria alcuni scambi e alcuni colpi, ma di quello stesso match non ricordo più chi ha vinto e chi perso.

Con questo modo di intendere il tennis, sul piano storico valuto Serena Williams così: di gran lunga la prima giocatrice degli anni duemila, estremamente dominante rispetto a quasi tutte le avversarie. E questo indipendentemente dal torneo in più o in meno vinto, o che ancora vincerà.
D’altra parte non credo che con altri successi Serena possa aspirare a diventare la prima di tutti i tempi, per una semplice ragione: non penso sia possibile confrontare epoche diverse per arrivare a definire la numero uno in assoluto.

Però capisco che per molti esperti o appassionati i record siano fondamentali. E visto che oggi si attribuisce grande importanza al numero di Slam vinti, è veramente un traguardo significativo il fatto che Serena sia arrivata a 23 titoli, maggior numero dell’era open (Steffi Graf è ferma a 22) e a un solo Major da Margaret Smith Court, che ne ha 24 (con però 11 Australian Open, torneo che non sempre vedeva al via tutte le migliori). Dunque onore a Serena, alla sua longevità, alla capacità di gestirsi, e alla inesauribile voglia di vincere, che continua a essere il motore del suo impegno a 35 anni compiuti.

Venus Williams
Venus e Serena Williams si sono affrontate in un incontro ufficiale per la prima volta, giovanissime, al secondo turno degli Australian Open 1998. A distanza di 19 anni, e dopo 28 match, si sono incontrate per la ventinovesima volta di nuovo in Australia, addirittura per la finale. La scorsa settimana ho provato a spiegare perché secondo me non è stato positivo per il tennis femminile il fatto che una tennista classificata al numero 17 del ranking e nata nel 1980 sia in grado di arrivare di nuovo in una finale Slam a distanza di otto anni. Però una cosa vorrei fosse chiara: se le avversarie deludono non si può certo farne una colpa a Venus, che a quasi 37 anni dimostra di avere una grande classe e di saper cogliere le occasioni che si presentano per aggiungere alla sua straordinaria carriera nuovi traguardi di prestigio.

CoCo Vandeweghe
Forse CoCo Vandeweghe non è la giocatrice con più tocco e capacità di inventare raffinatezze tra le tenniste emergenti, ma sta dimostrando di sapersi migliorarsi stagione dopo stagione. A venticinque anni appena compiuti ha rafforzato le sua armi migliori (la potenza del dritto, il servizio sempre più dominante, ma anche più vario), è cresciuta nel gioco di volo, e contenuto le debolezze (una certa inaffidabilità del rovescio, le difficoltà di spostamento).
Non solo: agli Australian Open quando è stata messa sotto pressione dalla parte del rovescio ha saputo fare ricorso a uno slice difensivo che le permetteva di recuperare tempo e campo; e grazie a questa soluzione in diverse occasioni è riuscita a girare a proprio favore scambi che la vedevano in difficoltà.

Finora aveva dato il meglio sull’erba (i quarti di finale a Wimbledon 2015, i due tornei di S’Hertogenbosch); vedremo se lo Slam australiano rappresenterà un segno di crescita stabile anche sul cemento.

Mirjana Lucic-Baroni
La storia di Mirjana Lucic-Baroni è stata raccontata più volte. Purtroppo nel tennis femminile non rappresenta l’unico caso di ragazzina di talento con un padre-padrone: ricordo ad esempio le vicende di Jelena Dokic, Timea Bacsinszky, Aravane Rezai, Anna Tatishvili.
Mirjana prima si è trovata ancora minorenne a dover scappare dal padre, trasferendosi in un altro continente, e poi a dover affrontare un contenzioso legale con la IMG (la nota società di management sportivo) che le ha impedito di competere e viaggiare nel circuito dal 2004 al 2007 per mancanza di denaro.

Ha sperimentato le difficoltà fisiche, tecniche e psicologiche che possono colpire una carriera così pesantemente ostacolata da fattori esterni, ma alla fine il talento e la caparbietà si sono rivelati più forti di tutto. Come ho detto per Venus, anche lei è stata molto brava ad approfittare di una campo di avversarie in crisi o limitato, e a togliersi una soddisfazione che, almeno in parte, le ripaga di tanti momenti difficili. Seconda semifinale in carriera, dopo Wimbledon 1999: incredibile, ma vero. E nel suo caso proprio non suona come una frase fatta.

a pagina 2: le altre giocatrici recuperate. Barty, Cirstea, Barthel

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