Uno Slam non è un Premier, anche in WTA

Perché numeri uno del ranking come Caroline Wozniacki e Jelena Jankovic non hanno mai vinto uno Slam? Malgrado il due set su tre in comune, c'è molta differenza tra i quattro Major e gli altri tornei WTA

Uno Slam non è un Premier, anche in WTA
Caroline Wozniacki e Serena WIlliams - Finale US Open 2014

4. Il giorno di riposo e l’influenza sugli stili di gioco
La questione del giorno di riposo di cui parlavo prima, ha una conseguenza indiretta di tipo tecnico. Questa tesi sembra meno oggettiva, ma a conferma della sua fondatezza (almeno per gli anni più recenti) abbiamo la serie storica degli ultimi 40-50 Major: i dati ci dicono che negli Slam le giocatrici difensiviste hanno vinto molto raramente. Cosa che invece non accade nei Premier; tanto è vero che nel ranking ci sono state tenniste di vertice di impronta poco offensiva, che però non sono riuscite a vincere Slam.
In sostanza: negli ultimi dieci-dodici anni fra le difensiviste solo Angelique Kerber è riuscita a vincere Major. Tutte le altre, da Jankovic a Wozniacki, da Radwanska ad Halep, sono per il momento ferme a zero, e non a caso si dice che per cambiare le loro prospettive Slam avrebbero bisogno di rischiare di più (e secondo me alcune di loro potrebbero davvero farcela con una atteggiamento più aggressivo).

Provo a spiegare le cause di questa statistica. Le migliori giocatrici di difesa hanno, per evidenti ragioni tecniche, nella mobilità e nella resistenza fisica i loro punti forti. Questo consente loro di vincere le partite gestendo il palleggio con più margine, prendendosi meno rischi durante lo scambio. In generale le difensiviste sanno che quando la partita si allunga e la resistenza diventa determinante, quasi sempre saranno favorite dalle loro doti fisiche.

 

Nei Premier i turni finali arrivano dopo un torneo in cui si sono giocate le partite senza giorno di riposo: proprio le condizioni che privilegiano la resistenza rispetto alle doti di sprint e reattività; e anche di potenza. Invece con il giorno di riposo in più degli Slam, le attaccanti hanno la possibilità di mantenere una condizione fisica ottimale, senza perdere di brillantezza nelle fasi conclusive del torneo. E i risultati si vedono negli albi d’oro: le giocatrici che possiedono colpi di attacco più efficaci hanno dominato nei Major dell’ultima era tennistica.

Dunque gli stili di gioco basati su potenza e aggressività (e tanti vincenti) trovano negli Slam le condizioni ideali, a differenza degli stili basati su resistenza e costanza (e pochi errori non forzati) che sono favoriti nei Premier, con i match affrontati un giorno dopo l’altro. Non si può nemmeno dire che questa situazione sia strettamente meritocratica: è difficile sostenere, ad esempio, che la potenza sia una dote che merita di essere premiata più della resistenza. Ma così accade: semplicemente il calendario e i programmi di gioco rendono alcune qualità fisico-tecniche più adatte ai Premier, e altre più adatte agli Slam.

5. Uno Slam è uno Slam
Forse questo aspetto è il più importante di tutti, anche se sembra il più banale e il meno tecnico; ma non è così. Il titolo del paragrafo non è una semplice tautologia, ma un concetto che rientra in pieno nella particolarità del tennis, in cui la componente mentale è determinante.

Vale per il peso dei tornei, come per altre situazioni del tennis. Pensiamo ad esempio al calcolo del punteggio: nell’arco di una partita i punti non hanno tutti la stessa importanza, altrimenti non sarebbe possibile vincere i set e i match facendo meno punti dell’avversaria (cosa che invece accade con una certa frequenza). L’avversaria è la stessa, il campo è lo stesso, eppure vincere quel determinato quindici conta di più che conquistarlo in un altro frangente. È strano, forse persino illogico, ma nel tennis è così: ed è una ragione ulteriore che rende la componente mentale tanto importante. Sappiamo che non si vincono per caso quei punti speciali: è la capacità delle campionesse riuscire a vincerli. E lo riconosciamo come un merito.

Un ragionamento analogo si può fare per i tornei. Le partecipanti a uno Slam sono più o meno le stesse dei Premier, ma tutte sanno che vincere in quel momento vale molto di più che farlo nella settimana prima o in quella dopo. Ecco perché conta relativamente che ci si affronti due set su tre, come negli altri tornei. Quando si compete per un Major la maglia del setaccio si fa più stretta, e filtra ulteriormente le capacità di chi scende in campo. E il carattere da campionessa diventa ancora più importante, decisivo.

Ci sono giocatrici che possiamo considerare naturalmente “da Slam”, perché di fronte alla grande pressione si esaltano, aumentano la loro capacità di concentrazione e riescono a dare qualcosa in più rispetto ai match di routine. Oggi penso a nomi come Kvitova e Muguruza (cinque finali Slam disputate e quattro vittorie, sconfiggendo avversarie come Williams e Sharapova). Oppure a Sloane Stephens, che in carriera ha affrontato cinque finali e le ha vinte tutte, US Open inclusi.
Ci sono invece giocatrici che nelle giornate più importanti si sciolgono e non riescono a rendere al massimo. È accaduto a Sabine Lisicki a Wimbledon 2013, a Madison Keys agli ultimi US Open, ma anche a Simona Halep al Roland Garros 2017.

C’è chi riesce a esprimersi bene sin dalla prima grande sfida, e c’è chi invece ha bisogno di diversi tentativi: come è accaduto ad esempio a Kim Clisjters, che ha perso le prime quattro finali Slam, ma vinto tutte le seconde quattro.
Infine c’è chi probabilmente non riuscirà mai a dare il meglio di sé in queste grandi occasioni e sarà destinata a chiudere la carriera piena di rimpianti. A Melbourne, Parigi, Londra, New York, le regole non sono drasticamente diverse dagli altri tornei WTA; ma uno Slam è uno Slam. E questo basta per fare la differenza.

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