Rafa Nadal e il vero spirito olimpico, ma quella frase…

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Rafa Nadal e il vero spirito olimpico, ma quella frase…

La vittoria di Rafael Nadal nel 2008, l’oro di Andy Murray e l’argento di Roger Federer a Londra 2012 sembravano aver promosso le Olimpiadi come ambite dai migliori. La situazione si è capovolta alla vigilia di Rio 2016. Il caso di Federer e l’eccezioni di Murray e del malconcio Nadal, anche se una sua dichiarazione sembra francamente esagerata

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Rio 2016 – Casa Italia: intervista pre-torneo di Ubaldo a Fabbiano e Seppi

Rio 2016 – Casa Italia: intervista pre-torneo di Ubaldo a Paolo Lorenzi

Rio 2016: la prima visita a Casa Italia di Ubaldo Scanagatta

 

Il tennis e il torneo olimpico. Una relazione spesso forzata, tra lo sport professionistico per eccellenza e la rassegna a cinque cerchi, che rappresenta la gioia di rappresentare il proprio paese e rivivere nell’epoca contemporanea le gesta di quell’evento internazionale che in epoca antica era talmente forte e sentito da fermare le guerre. Un rapporto che sembrava aver trovato finalmente la sua definitiva consacrazione dalle ultime due edizioni, Pechino 2008 e Londra 2012. Nella capitale cinese arrivò la vittoria del n.1 del mondo Rafael Nadal sul cemento in quella che già era stata, almeno fino ad allora, la più grande stagione del maiorchino, capace per primo dopo Bjorn Borg di vincere nello stesso anno Roland Garros e Wimbledon e dopo aver compiuto quella che, volenti o nolenti, è stata la sua più grande impresa della carriera: aver superato Roger Federer nel suo giardino di casa, quei verdi prati di Church Road dove si era rivelato al mondo superando in cinque meravigliosi set Pete Sampras nel 2001 e dove veniva da cinque trionfi consecutivi. Ebbene Nadal, non ancora sazio, riuscì a far suo l’oro olimpico sulla superficie al lui meno congeniale, a dimostrazione di quanto tenesse alla competizione a cinque cerchi.

Nel 2012 a Londra arrivarono alle semifinali Roger Federer, Andy Murray, Novak Djokovic e Juan Martin del Potro. Ovvero le prime tre teste di serie e l’argentino, allora n.9 del mondo. Murray, spinto dall’entusiasmo del pubblico di casa, superò il n.1 ATP Novak Djokovic, incapace – sempre che fosse umanamente possibile – di replicare l’anno successivo un 2011 da favola, nel quale solo una semifinale monstre di Roger Federer al Roland Garros gli sbarrò la strada del titolo francese e del probabile Grande Slam. Lo svizzero, da par suo, giocò una sfida infinita contro del Potro, che si risolse solo 19-17 al terzo set, dopo quasi 4 ore e mezzo di battaglia tanto intensa quanto ricca di colpi di grande qualità. Insomma, un’edizione che sembrava segnare la svolta definitiva dei grandi del tennis nel loro rapporto con le Olimpiadi: il torneo della rassegna a cinque cerchi contava eccome e non c’era big che non si sarebbe speso al massimo per cingersi il capo dell’alloro di Olimpia e mettersi al collo la medaglia d’oro, per il prestigio personale e del suo Paese.

Ora, nell’immediata vigilia delle Olimpiadi di Rio de Janeiro 2016, il feeling tra tennis e Olimpiadi sembra quasi tornata indietro di 24 anni, all’epoca di Barcellona ’92, quando i quarti di finale registrarono la presenza di un solo top ten, Goran Ivanisevic (allora n.4 del mondo) e a trionfare fu l’elvetico Marc Rosset in finale sullo spagnolo Jordi Arrese. Non proprio due campionissimi, senza nulla togliere al loro ottimo torneo. Non si afferma nulla di originale, semplicemente si prende atto che la rinuncia di 9 dei primi 25 del mondo, di cui 5 top ten (da ultimo Wawrinka, che ha espresso parole di grande rammarico, non si sa fino a che punto davvero sincere) la dice lunga sulla nuova disaffezione dal torneo olimpico.

La frase che suonò il primo vero campanello d’allarme in tal senso la pronunciò Dominic Thiem nell’intervista concessa in esclusiva a Ubitennis lo scorso maggio, durante il torneo di Nizza, nella quale il talento austriaco si espresse con grande chiarezza e trasparenza: “Per me il tennis, nelle Olimpiadi, non conta davvero: le Olimpiadi sono atletica, nuoto… Per il momento non è di sicuro la mia priorità principale”. Nessuna concessione al motto decubertiniano, nessun interesse a vincere una medaglia per il suo Paese, solo il chiaro intento di non compromettere la seconda parte di stagione per un torneo che gli interessava meno di un ATP 250. Lì per lì poteva sembrare persino eccessiva la nettezza con cui Thiem bocciava il torneo olimpico: se il più celebre rappresentante dei protagonisti del prossimo decennio snobbava così le Olimpiadi, cosa aspettarsi da chi era abituato da anni a vincere gli Slam, come Nadal, Murray (peraltro già olimpionici), Federer e Djokovic?

Col senno dell’ultimo mese, però, la rinuncia in tempi non sospetti dell’attuale n. 10 del ranking risuona come leale e seria: a fronte di uno che dichiara apertamente che le Olimpiadi non lo interessano, abbiamo avuto forfait tardivi di altri campioni per motivi molto meno trasparenti. Fatta eccezione per John Isner, che già ad aprile aveva annunciato l’intenzione di concentrarsi sulla riconferma ad Atlanta e sulla preparazione per il cemento americano, molti, tra cui Tomas Berdych e Milos Raonic hanno rinunciato assai tardivamente per il rischio di contrarre in Brasile il virus Zika, manifestando profondo dispiacere e altrettanti dubbi sulla loro schiettezza (immaginatevi un virus analogo che minaccia un’edizione di Wimbledon o degli US Open: secondo voi avremmo assistito allo stesso numero di rinunce?). Altri, come il già citato Wawrinka e Alexander Zverev hanno rinunciato per problemi fisici dell’ultim’ora e altri ancora sono stati costretti a una rinuncia molto dolorosa per preservare il resto della loro carriera.

È il caso, come avrete già capito, di Roger Federer, che ha deciso di seguire scrupolosamente il parere dei medici e interrompere bruscamente l’intera stagione per dare tempo al ginocchio operato dopo l’Australian Open di ricostruirsi perfettamente, col chiaro intento di riprendere a giocare nel 2017 al top delle condizioni fisiche, sebbene con 35 primavere sulle spalle (che l’8 agosto 2017 diventeranno 36). Negli ultimi anni il fuoriclasse svizzero aveva in più occasioni manifestato il suo amore per le Olimpiadi, sin da quando nel 2012 dichiarò che il suo obiettivo per il resto della carriera era arrivare all’edizione di Rio 2016, suscitando non poche perplessità tra gli addetti ai lavori. Ora che il primatista Slam è riuscito a coronare il sogno di essere ancora competitivo a 35 anni, preferisce sacrificare Rio per allungare la carriera di almeno un anno, forse anche due. In una recente intervista, il capitano di coppa Davis e amico Severin Luthi ha dichiarato che “giocare a Rio sarebbe stato possibile per Roger, ma col rischio di compromettere il suo stato fisico nel 2017”.

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Sulla strada per Tokyo 2020: la wild card unica possibilità per Federer

Verso le Olimpiadi: i criteri di eleggibilità e la composizione del tabellone, i posti già assegnati, la regolamentazione dei tornei di doppio. Il destino di Roger Federer nelle mani dell’ITF

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Roger Federer - Australian Open 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Manca meno di un anno alle Olimpiadi di Tokyo, con il rischio che possa essere l’ultimo appuntamento a cinque cerchi in cui vedere all’opera i tre big del tennis maschile (e il loro totale di 55 trionfi Slam). È soprattutto questo il motivo che rende interessante l’avvicinamento al torneo a cinque cerchi, al netto della lotta per la successione di Andy Murray (due ori olimpici consecutivi) e Monica Puig (proprio lei!) sul gradino più alto del podio.

AVENTI DIRITTO e QUALIFICATI – Sul totale di 64 posti disponibili in ciascuno dei due tabelloni di singolare, 56 verranno assegnati attraverso il ranking che verrà fotografato l’8 giugno 2020. Dei rimanenti otto, quattro sono stati assegnati attraverso meccanismi di qualificazione zonale nel continente americano (Giochi panamericani), in Asia (Giochi asiatici) e Africa (Giochi africani). Europa e Oceania non hanno organizzato tornei di qualificazione, ma ciascuno dei due continenti potrà offrire una wild card al giocatore/giocatrice con la classifica più alta di uno dei Paesi non rappresentati tra i primi 56 del ranking (con il limite del numero 300 ATP e WTA). A determinare gli incastri interviene anche un altro limite regolamentare: ogni Paese non potrà superare i quattro iscritti nel tabellone.

WILD CARD – Le due caselle rimanenti verranno riempite attraverso l’assegnazione di altrettante wild card a discrezione dell’ITF. Una è riservata ai tennisti della nazione ospitante, il Giappone, qualora nessun atleta dovesse riuscire a guadagnare i diritti di partecipazione tramite accettazione diretta o torneo di qualificazione continentale; difficilmente accadrà alla nazione asiatica, che attualmente vanta due top 60, e con ogni probabilità questo slot verrà assegnato al primo dei giocatori esclusi per classifica.

L’altra è riservata a un precedente campione olimpico o vincitore di Slam, con l’invito recapitato a chi ha vinto il maggior numero di trofei in carriera. Con Djokovic e Nadal iscrivibili già tra gli aventi diritto, questo aspetto regolamentare finisce per interessare direttamente Roger Federer. Occhio infatti ai criteri di eleggibilità olimpica, per quanto non tassativi. La partecipazione a Tokyo 2020 è infatti subordinata alla risposta ad almeno tre convocazioni di Coppa Davis o Fed Cup nell’ultimo quadriennio, di cui una tra il 2019 e il 2020. Il fuoriclasse svizzero ha diritto alla riduzione a due sole partecipazioni in virtù del numero di presenze, ma ha lasciato la Nazionale nel 2015 e nemmeno – per ipotesi – potrà essere presente a Madrid, dove la Svizzera non ha ottenuto la qualificazione. Le eccezioni rispetto al numero minimo di convocazioni sono configurabili per motivazioni straordinarie: ad esempio infortuni documentati, come è accaduto per Nadal a Rio.

 

RIEPILOGO COMPOSIZIONE TABELLONE

  • 56 – accettazione diretta
  • 2 – Giochi panamericani
  • 1 – Giochi asiatici
  • 1 – Giochi africani
  • 1 – Wild card Europa
  • 1 – Wild card Oceania
  • 1 – Wild card paese ospitante (Giappone)
  • 1 – Wild card campione olimpico/vincitore Slam

POSTI DA QUALIFICAZIONE GIÀ ASSEGNATI

NORD E SUD AMERICA: Vincitore e finalista ai Giochi Panamericani del 2019 a Lima: Joao Menezes (BRA) e Tomas Barrios (CHI) nel maschile, Nadia Podoroska (ARG) e Caroline Dolehide (USA) nel femminile.
ASIA: Denis Istomin (UZB) e Qiang Wang (CHN), medaglie d’oro ai Giochi Asiatici del 2018 a Jakarta e Palembang.
AFRICA: Mohamed Safwat (EGY) e Mayar Sherif (EGY), medaglie d’oro ai Giochi Africani del 2019 a Rabat.

*per quanto riguarda la qualificazione di Dolehide, le possibilità che la statunitense possa effettivamente prendere parte alle Olimpiadi sono molto basse poiché quasi certamente gli Stati Uniti porteranno già quattro atlete (limite massimo per nazione) tramite accettazione diretta; attualmente, infatti, ben otto giocatrici USA sono comprese tra le prime 56 del ranking WTA e quindi già quattro giocatrici rimarrebbero fuori da Tokyo

I TORNEI DI DOPPIO

Nei tornei di doppio maschile e femminile è prevista la partecipazione di 32 coppie in ciascuno dei due tabelloni, mentre l’oro olimpico nel doppio misto verrà conteso da 16 squadre. Per la composizione dei tabelloni di doppio, però, diventa fondamentale considerare il limite degli 86 atleti per ogni genere (86 uomini e 86 donne, per un totale di 172 tennisti) che potranno prendere parte alla manifestazione a cinque cerchi. Il processo di selezione risulta, di conseguenza, abbastanza complesso.

I tornei di singolare coinvolgono 128 atleti diversi (64 uomini e 64 donne), questo implica che oltre ai singolaristi potranno essere inseriti soltanto 44 doppisti (22 uomini e 22 donne) per completare i tabelloni. Si comincia con l’accettazione diretta dei primi dieci giocatori del ranking di doppio dell’8 giugno 2020, i cui partner saranno scelti dalle rispettive federazioni tra coloro che abitano la top 300 del ranking di singolare o doppio. I restanti 22 team verranno selezionati con il criterio del combined ranking, che prende in esame le classifiche di doppio e di singolare; raggiunta la quota degli 86 atleti, i tabelloni verranno completati prendendo ‘in prestito’ giocatori già ammessi come singolaristi, sempre secondo il combined ranking. Ultimi due dettagli: in ogni tabellone di doppio non potranno esserci più di due coppie per nazione, e il paese ospitante ha diritto a iscrivere una coppia purché il ranking combinato dei due atleti non ecceda quota 300.

Il tabellone di doppio misto – ne consegue – sarà composto esclusivamente da giocatori già ammessi al torneo olimpico come singolaristi o doppisti (per intenderci: proprio nei giorni scorsi la federazione greca ha annunciato la coppia Tsitsipas-Sakkari).

(ha collaborato Alessandro Stella)

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Olimpiadi

Rio 2016, pallavolo maschile: l’Italia e il sogno olimpico

Maracanazinho. Ore 18.15 italiane. L’Italia della pallavolo va a caccia dell’oro olimpico contro i padroni di casa del Brasile. Da Barcellona ’92 a Rio 2016. Una rincorsa lunga 24 anni

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Sono 24 anni che tutta l’Italia del volley aspetta la partita di oggi. Da quel maledetto quinto set perso di un punto a Barcellona ’92 contro l’Olanda di Olof Van der Meulen. Erano i quarti di finale e l’Italia di Julio Velasco era la squadra più forte del mondo. Dopo quella sconfitta l’allenatore argentino guardò i suoi ragazzi negli occhi e disse soltanto: “Ora voglio il quinto posto” e i suoi ragazzi giocarono le inutili partite che seguirono come fossero una finale. Non smarrirono un set e furono quinti.

Da quell’Olimpiade la squadra azzurra ne uscì, se possibile, ancora più forte. Tornò sul tetto del mondo due anni dopo, nella notte di Atene, distruggendo in finale la stessa Olanda che le aveva spezzato il sogno olimpico. L’ultimo set di quell’incontro finì 15-1 per l’Italia. Non si può aggiungere altro.

Finalmente giunse l’estate del ’96 e con essa le Olimpiadi di Atlanta. I ragazzi azzurri, capitanati da Andrea Gardini, erano considerati i favoriti e fino alla finale il percorso fu netto. Poi quella maledetta partita. Quell’ultimo attacco di Andrea Giani che si schianta sull’asticella e gli olandesi, ancora loro, che festeggiano mentre i nostri in lacrime si accasciano a bordo campo. Andrea Zorzi nel suo spettacolo teatrale, “La leggenda del pallavolista volante”, riassume perfettamente la sensazione di quei campioni che sapevano che non ci sarebbe più stata un’altra chance per conquistare l’oro olimpico. Zorzi dice: “Da Atlanta non si esce”.

Game over si pensa. La generazione dei fenomeni è al capolinea. Il grande Julio Velasco se ne va e lascia il posto al brasiliano Bebeto. L’Italia pare faticare a riprendersi. Ma arriva il mondiale in Giappone nel ’98. La pallavolo sta cambiando radicalmente ma quando è il momento di fare sul serio ecco di nuovo i fenomeni insegnare al mondo cos’è lo sport di squadra. Cos’è la pallavolo. Dopo aver annientato in una semifinale al cardiopalma il Brasile di Giba ecco gli azzurri scendere in campo per salire per la terza volta consecutiva sul gradino più alto del podio mondiale. Ed ecco Samuele Papi, che tra i fenomeni era il più giovane, chiudere quel sogno con un pallonetto millimetrico, perfetto dietro le mani del muro della Serbia. Ancora una volta i campioni siamo noi.

Bebeto da vincitore saluta il Bel Paese. È la volta di Andrea Anastasi, ex giocatore della nazionale di Velasco, raccogliere il pesante testimone e volare a Sydney alla conquista di quella medaglia che pare stregata. E la storia si ripete. La Serbia, sconfitta in finale ai mondiali due anni prima, strappa agli azzurri la possibilità di giocare per l’oro sconfiggendoli in semifinale. La finalina per il terzo quarto posto giocata contro l’Australia ha le sfumature del dramma. I giocatori italiani vincono senza problemi ma senza mai esultare. Sul podio Pasquale Gravina mette in tasca la medaglia di bronzo. “Non ero venuto qui per questo” dirà poi.

Inizia un periodo buio per la nostra pallavolo. I mondiali in Argentina nel 2002 sono un flop. Nello stesso anno però la Federazione Internazionale di volley proclama la squadra guidata da Julio Velasco la miglior nazionale del ventesimo secolo. E Lorenzo Bernardi giocatore del secolo. Sono i più grandi pur non avendo mai vinto l’oro olimpico. Chapeau.

Eppure la pallavolo italiana non si crogiola nei ricordi di un passato glorioso e grazie all’arrivo di Giampaolo Montali sulla panchina torna ad essere tra le grandi. Si parte per Atene 2004 con l’ossessione olimpica nei cuori, nelle teste di atleti, allenatori, addetti ai lavori, tifosi. L’Italia annienta la grande Russia con una semifinale perfetta, ma si scioglie contro un Brasile stellare in finale. Argento. Di nuovo.

Ma solo chi cade può risorgere diceva qualcuno e un anno dopo in un PalaEur tutto esaurito una giovane Italia conquista il titolo Europeo giocando una finale da antologia contro i giganti russi.

Montali resta commissario tecnico ma i risultati ai mondiali del 2006 in Giappone non sono quelli sperati. Gli azzurri si classificano soltanto quinti. La Federazione opta per il ritorno di Andrea Anastasi, ma nemmeno quest’ultimo riesce nel miracolo. Ai giochi olimpici di Pechino 2008 l’Italia rimane ai piedi del podio.

Dopo un pessimo mondiale giocato proprio a Roma dalla squadra azzurra ecco un nuovo CT, il quasi sconosciuto Mauro Berruto. A lui l’onore e l’onere di guidare i ragazzi fino a Londra 2012. L’Italia arriva ancora una volta in semifinale ma la tensione le paralizza le gambe e la testa. Il Brasile passeggia e distrugge gli azzurri con un 3-0 che non ammette repliche. La finale terzo-quarto posto è contro la Bulgaria e l’Italia si riscatta con una buona prestazione. Bronzo.

Con Berruto l’Italvolley è tornata sul podio ma sembra incapace di vincere. Alla vigilia di Rio 2016 l’allenatore torinese viene sostituito da Gianlorenzo Blengini, che dopo un bronzo europeo arriva nella capitale brasiliana con un gruppo giovane e affiatato.

La storia fino alla finale la conosciamo, il resto è da scrivere.

Ma su quel Taraflex accanto a Giannelli e Zaytsev, a Birarelli e Juantorena, a Lanza e Buti scenderanno tutti i fenomeni che hanno fatto grande la pallavolo italiana. Sugli spalti a tifare ci sarà anche Julio Velasco, mentore di Blengini, e fautore di quello che fu un vero miracolo sportivo.

Gli avversari saranno i padroni di casa del Brasile. Il palazzetto sarà il Maracanazinho – dove nel 1990 l’Italia vinse il suo primo titolo mondiale battendo Cuba in finale – con la sua torcida ad animare gli spalti.

Sono 24 anni che tutti aspettiamo questa partita.
Sono 24 anni che tutti sogniamo il finale che pare maledetto.
Sono 24 anni che l’Italvolley rincorre quell’oro.

Oggi è il giorno.

Chiara Gheza

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Olimpiadi

Rio 2016, diario: quando il tennis non c’è… Ubitennis che fa?

La seconda settimana dei Giochi Olimpici non prevede tennis, per cui l’attenzione si sposta sulle altre discipline. Diario semiserio dell’inviato di Ubitennis quando racchette e palline non ci sono più

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Alla fina dell’ultima giornata del torneo olimpico di tennis, l’inviato ubitennistico viene colto da una inevitabile malinconia, che assale puntualmente quando si sta per lasciare l’impianto per l’ultima volta. D’altro canto, per i precedenti nove giorni quella è stata quasi una casa, nel senso che ci si è passato molto più tempo che non nel luogo ufficialmente designato come temporanea dimora, ma tutte le cose belle prima o poi finiscono (per fortuna, in questo caso… non si può vivere a ritmi “olimpici” a tempo indeterminato), e ci si trova il lunedì mattina che il tennis si è spostato a Cincinnati e noi siamo ancora qui, con un’altra settimana di Olimpiadi davanti a noi.

Innanzitutto bisogna spiegare che il termine “mattina” usato sopra è da intendersi in maniera piuttosto… disinvolta, in quanto dopo più di una settimana in serio debito di sonno, è necessario prendersi un po’ di tempo per recuperare le energie ed occuparsi di alcuni dettagli organizzativi (leggi lavanderia, onde assicurarsi di avere abbastanza vestiti puliti per arrivare alla fine del viaggio).

In ogni modo, con la dovuta calma si parte con destinazione “alla Susanna Tamaro” (i.e. va’ dove ti porta il cuore) alla scoperta dei siti olimpici e degli sport ignoti. Ignoti a noi che tutto l’anno non facciamo l’altro che inseguire una pallina gialla in giro per il mondo, che siamo a nostro agio a parlare di Ostapenko e Kasatkina ma che quando ci si sposta su altri sport, come Alice nel paese delle meraviglie ci rendiamo conto di non essere più in Kansas. Oppure a Mason, Ohio, visto il periodo dell’anno…

Si parte dal Parco Olimpico, che è quelli più vicino alla nostra dimora designata di cui sopra, e consultando la utilissima applicazione di Rio 2016 ci accorgiamo che al Velodromo Olimpico ci sono le gare di ciclismo su pista. Mai visto prima il ciclismo su pista, dev’essere carino, andiamo a vedere.
Il Velodromo è sorprendentemente stracolmo, e altrettanto sorprendentemente quasi senza aria condizionata. Infatti la maggior parte dei trasporti pubblici e delle sale stampa qui a Rio sono mantenute ad una confortevole temperatura da maglione da potentissimi condizionatori, ai quali sono stati dati alcuni giorni di permesso a metà della settimana scorsa, quando l’inverno ha fatto la sua comparsa ufficiale e la temperatura è scesa sotto i 20 gradi, ma che in questo lunedì di notevole calura hanno ripreso a funzionare a pieno ritmo. Dappertutto tranne che nel velodromo.

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