Australian... Closed

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Australian… Closed

Melbourne chiude i battenti dopo aver ospitato uno Slam magnifico. Un momento: ma chi l’ha giocata la finale maschile?

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Un po’ di magone è comprensibile. Si è appena concluso uno dei migliori Slam degli ultimi anni, che già aveva appassionato e divertito prima di andare in congedo con una conclusione degna del più brillante sceneggiatore. Non si può che immaginare questo misterioso demiurgo, uno e trino come in una fortunata serie TV italiana (che peraltro porta il nome di un tennista), muovere i fili del torneo per confezionare un finale così atteso che avevamo persino dimenticato fosse possibile. Non si tratta di retorica, è che proprio la prospettiva di rivedere Federer e Nadal giocarsi uno Slam non appariva realizzabile, stritolata dalla tirannia dei tempi e sballottata alla periferia delle nostre aspettative dai percorsi alterni delle due carriere. L’uno destinato, sembrava, ad essere ormai competitivo soltanto sull’amata terra rossa, l’altro impegnato a cerchiare ossessivamente – in verde – sul calendario una data della prima settimana di luglio. E non potendosi dare appuntamento né sul verde né sul rosso hanno deciso per il compromesso del blu. Che l’accordo sia nato nel meeting autunnale di Manacor alla Rafa Nadal Accademy, quando il canonico “Ma se facessimo due palleggi?” si era infranto, tra una risata e l’altra, contro gli acciacchi di entrambi?

In effetti i viali che hanno condotto i due a incrociare le racchette in finale si somigliano parecchio. Cinque set persi ciascuno, uno Zverev eliminato a testa, quarti e semifinali superati in modo speculare: le vittorie in tre set ai danni di Mischa e Raonic, le battaglie contro Wawrinka e Dimitrov. Il bulgaro era persino andato parecchio vicino a far saltare l‘appuntamento. Avrebbe potuto servire per l’incontro convertendo una delle due palle break sul 4-3 del set decisivo. Ma il frastuono assordante e velatamente machiavellico della Rod Laver Arena, impegnata a sostenere Nadal perché quel sogno si avverasse, ha ridestato il maiorchino favorendone il colpo di coda. Non è stato mica giusto bistrattare così il povero Grigor, quella sera coraggioso come non mai, meraviglioso nel suo infischiarsene di ciò che avrebbe sottratto al mondo intero, mica solo quello del tennis. E proprio il fatto che la resa dei conti di domenica sia giunta nonostante tutto l’ha contornata di significati extra. Ove fosse possibile, per il Fedal numero 35. Gli ultimi cinque set non vanno certo raccontati ancora, è stata una storia di controbalzi inverosimili e di rovesci che in teoria dovevano essere i punti deboli e invece hanno deciso il torneo. Net e falchi un po’ schierati per l’occasione, iconica e di un bello che non si può descrivere l’espressione di Rafa al momento del challenge chiesto sul punto che ha consegnato la coppa al suo avversario.

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La delusione istintiva che si aggrappa all’ultimo appiglio per cercare di evitare la sconfitta convive con la verve un po’ adolescenziale di chi sembra dirsi “Pazienza, ci provo, ma ormai ho perso. Sarà per la prossima”. A fine partita Roger confesserà che, avesse avuto un alfiere da muovere piuttosto che una pallina da colpire, avrebbe accettato la patta. Il tennis era mai sembrato così in armonia? Va detto, la vittoria dello svizzero ha oliato tutti i meccanismi dell’etica sportiva. È stato il classico avvenimento dopo il quale tutto sembra straordinariamente perfetto. L’avesse spuntata Rafa, e sarebbe potuto accadere senza scandali visto l’andamento dell’incontro, l’aria avrebbe forse avuto un peso differente. Nell’economia della rivalità il trionfo spagnolo è spesso stato visto come routine ed è fisiologico che in molti attendessero la rivincita dell’elvetico. L’attesa per il diciottesimo di Roger, poi, aveva sovrastato qualsiasi altra prospettiva. Federer l’ha vinta con quel coraggio e quella proiezione offensiva che spesso gli avevano fatto difetto contro Nadal, e per via di una migliore attitudine del suo gioco all’invecchiamento. Oltre che per una certa dose di malizia che molti suoi fan gli avevano in passato consigliato di adottare: ne sono prova il MTO chiesto prima del quinto parziale e la politica di gestione delle energie, più matura, con il miglior tennis concentrato quando e dove serviva nell’arco della partita. Lui fa il furbetto e dice che il pareggio sarebbe stato giusto… ma i pezzi non erano certo stati mossi per ottenere la “patta”. E viva Dio. A tennis qualcuno deve pur vincere.

Sarà difficile crederci ma è esistito anche un altro torneo. Nel quale Djokovic ha scelto di abdicare contro Istomin e il n.1 Murray non ha sfruttato l’assist facendosi assalire dal fioretto di Mischa Zverev, il cui exploit rimane una delle migliori storie da ricordare. Ma c’è stato di che divertirsi ad ogni turno. Al primo Karlovic e Zeballos hanno dimenticato l’arte del break in un match da record, il secondo ha visto – oltre all’uscita di Nole e alla splendida vittoria di Seppi su Kyrgios – la debacle di Cilic contro Daniel Evans, protagonista di uno swing australiano di gran livello. Al terzo turno il clou è stato Zverev-Nadal, col piccolo Sascha che non si farà battere dai big ancora per molto tempo, o almeno così pare. Gli ottavi di finale sono stati nobilitati dai cinque set tra Federer e Nishikori, quando ancora in pochi eletti credevano che Roger potesse davvero arrivare in fondo. Il resto è storia di cui abbiamo parlato. Gli italiani? Lorenzi ha ceduto con onore a Troicki, Fognini dopo aver demolito Lopez si è fatto attirare nella trappola di un match folle contro Paire e ci si è perso. Ah, la pattuglia dei super-giovani è arrivata compatta al secondo turno dove si è polverizzata. De Minaur, Khachanov, Rublev, Bublik, Rubin e Tiafoe ci riproveranno, nel frattempo hanno iniziato a farsi le ossa.

Anche il lato WTA della faccenda si è vestito di… leggenda. Serena Williams ha raggiunto quota 23 Major e non in una partita qualunque: in finale ha sconfitto sua sorella Venus. Le due sono tornate a contendersi un titolo dopo 8 anni pur non offrendo uno spettacolo particolarmente edificante. Finale molto nervosa, con Serena sempre in controllo della situazione ma in qualche modo “distratta” dai risvolti familiari della contesa, come non di rado è accaduto nel corso di una rivalità che nei fatti non è mai esistita. E ci si chiede infatti se le due non fossero state sorelle come sarebbe potuta andare. Sul cammino di Serena le insidie sono state davvero poche: nessun set perso e pochissime situazioni di difficoltà. Una superiorità schiacciante con tanto di ritorno in vetta al ranking. Il torneo di Venus è stato invece più appassionante, con il culmine nella rimonta in semifinale ai danni di Coco Vandeweghe. Coco è stata la mina vagante delle due settimane. Dopo aver sudato per liberarsi di una Bouchard che pare sulla via del recupero ha eliminato in totale surplace la (ex) n.1 Kerber e la n.7 Muguruza. Angelique ha iniziato il 2017 con le marce basse e i prossimi mesi ci diranno se la sua sarà una discesa progressiva o riuscirà a mantenersi a ridosso di Serena.

Hanno deluso anche Halep (fuori al primo turno contro Shelby Rogers) e Radwanska, eliminata da Mirjana Lucic-Baroni. La croata classe ’82 è stata senza dubbio la favola del torneo femminileAveva vinto qui a Melbourne una sola partita 19 anni fa. Quasi l’età di Zverev, per intenderci. Quest’anno ne ha vinte cinque tutte in fila prima di imbattersi nell’implacabile signora che viaggiava spedita verso la conquista del trofeo. Un meraviglioso ritorno scandito dalla sua grinta e da una risposta di rovescio tremendamente aggressiva che ci ha ricordato quando nel 1999 Mirjana, all’epoca grande promessa del tennis femminile, aveva rischiato di battere la solenne Steffi Graf sui prati di Wimbledon. Proprio Lucic-Baroni, tornando al torneo, si è occupata di eliminare una Pliskova che sembrava parecchio lanciata (dopo essere sopravvissuta al piccolo ciclone Ostapenko). Karolina deve ancora limare qualche limite di personalità sul campo. Ha poco da recriminare invece Johanna Konta, pressoché perfetta sin quando – ma sicuri ne abbia vinte solo sette di partite? – si è trovata di fronte Serena Williams. Ma Johanna e Karolina tornerà certamente a dire la loro sul cemento americano.

Insomma, è stato un Australian Open che ci consegna il totale divieto di esprimere lamentale. Insieme epico e sorprendente, fresco eppure dominato dai vecchietti. Quello di Melbourne conferma di essere spesso e volentieri lo Slam più godibile, per quanto questa volta abbia voluto fare davvero le cose in grande. Sembra anche una questione di colori. Sarà la tenacia del sole down under che conferisce al blu dei campi uno splendore che ogni volta profuma di novità, sarà che tutti ci arrivano con la voglia di iniziare al meglio la stagione, sarà che questa volta il plexicushion si è dimostrato così rapido da permettere il ritorno degli artisti del tennis verticale e sparigliare un po’ le carte. E poi, ha fatto incazzare parecchio i due numeri 1, oltre a Djokovic. Ce li aspettiamo tutti e tre belli motivati a Parigi. Mentre Melbourne la ritroveremo tra dodici mesi. Ed è impossibile che almeno una volta durante la stagione non ne sentiremo nostalgia.

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Flash

Rientro amaro per Bouchard al WTA 125 di Vancouver

Sconfitta in due set per la canadese Eugenie Bouchard, al rientro dopo oltre un anno. Vince facile Bronzetti, out Cocciaretto

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Eugenie Bouchard - Australian Open 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

C’era molta attesa su cosa potesse offrire Eugenie Bouchard al ritorno in campo dopo oltre un anno. La tennista canadese è ritornata a disputare un torneo nella sua terra natia, grazie alla wild card concessa dagli organizzatori del WTA125 di Vancouver. Tuttavia, l’esordio stagionale della ventottenne di Montréal non ha avuto un esito positivo. Infatti sul campo è arrivata la sconfitta con un doppio 6-2 per mano dell’olandese Arianne Hartono, numero 166 del ranking WTA, maturata in poco più di 70 minuti di gioco.

L’ex numero 5 del mondo, attualmente senza ranking, aveva disputato il suo ultimo match nel marzo 2021, arrendendosi in due set alla cinese Lin Zhu. Poi è arrivato un intervento alla spalla che ha posto la parola fine alla stagione della canadese, alimentando i dubbi di un suo ritorno al tennis giocato. Dubbi diventati sempre più forti alla luce dell’attività sui social e del ruolo di commentatrice tecnica per TennisTV.

Rientro che in realtà doveva già avvenire lo scorso giugno dato che Bouchard risultava nell’entry list del torneo di Wimbledon grazie al ranking protetto, ma la scelta degli organizzatori di non assegnare punti ha portato la tennista canadese a rinunciare all’evento, posticipando la data di rientro.

 

Ho maturato molta esperienza fuori dal campo. Ho attraversato momenti davvero difficili che hanno messo alla prova la mia pazienza, tutto questo mi ha fatto capire quanto amassi il tennis. Prima d’ora non sono mai dovuta rientrare da un intervento chirurgico, non avevo mai avuto un infortunio così grave, per me è come ricominciare da zero” ha dichiarato la tennista canadese al termine dell’incontro.

Se l’esordio in Canada ha visto Bouchard conquistare solo quattro game, l’opportunità di riscatto è già dietro. Proprio grazie al ranking protetto la tennista canadese sarà tra le tenniste in gara nelle qualificazioni dello US Open che prenderanno il via la prossima settimana. Non vi è solo la Bouchard tra le protagoniste del WTA 125 di Vancouver. Infatti, al via erano presenti due nostre portacolori che stanno rifinendo la preparazione per l’imminente US Open. Subito semaforo rosso per Elisabetta Cocciaretto, sconfitta il tre set dalla britannica Watson. Esordio senza problemi, invece, per Lucia Bronzetti. La numero 66 WTA e testa di serie numero 2 del torneo canadese non ha avuto problemi nel regolare la qualificata britannica Miyazaki.

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ATP

Borna Coric: “Contro Nadal senza pressione, mi godrò il momento. Non è un problema fare quello che ami”

Il croato prepara la prima sfida dopo 5 anni contro un suo idolo, e parla delle proprie condizioni fisiche

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Borna Coric - US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Quando arrivi troppo in alto, poi puoi solo cadere. Borna Coric forse non è arrivato così in alto come avrebbe voluto (e potuto) ma la caduta, anche grave, l’ha presa eccome. Il 14 ottobre 2018 gioca la prima finale 1000 della carriera, qualche settimana dopo si attesta al n.12, il suo best ranking, sembra che finalmente quella grande promessa tanto attesa sia stata mantenuta. Da lì non c’è stato l’atteso salto di qualità, ma solo tanti problemi in serie, con l’infortunio alla spalla che lo ha tenuto fuori dal marzo del 2021 allo scorso marzo. Ora, però, qualche luce la vede: ieri una bella vittoria contro Lorenzo Musetti, e oggi il privilegio di sfidare il suo idolo Rafa Nadal, che batté a Basilea nel primo incontro nel 2014, perdendo l’ultimo precedente nel 2017 in Canada (in mezzo anche uno schiacciante 6-1 6-3 di Borna proprio qui a Cincinnati nel 2016, e una vittoria del maiorchino allo US Open 2015).

Lo stadio era pieno per il nostro quarto di finale“, racconta Coric ai microfoni dell’ATP dopo il successo su Lorenzo Musetti. “Mi ricordo che mi piaceva, ero super felice, mi sentivo come un bambino in un negozio di caramelle. Ero nel momento, stavo vivendo il mio sogno”. Quella vittoria, in quell’ottobre di 8 anni fa, arrivò nel momento in cui il croato stava salendo la scala del tennis, in cui doveva emergere, non ancora maggiorenne. Condizioni ben diverse da oggi, con un infortunio alla spalla in più, e gli anni che passano da reggere: “Non è mai facile tornare dopo un grave infortunio. Sono stato fuori per un anno e non è mai facile tornare e giocare un buon tennis, quindi ogni vittoria che si ottiene è estremamente importante anche per la mia fiducia e per la mia classifica, che non è ancora lì dove voglio che sia“.

La questione della sua spalla, oramai la principale quando si parla di Coric, viene ben approfondita dall’attuale n.152 al mondo, consapevole di quanto possa condizionarlo, e di quanto vada ben trattata e allenata: “Devo essere onesto, ben presto è diventato normale per me perché se voglio fare il mio lavoro, che è giocare a tennis, devo farlo. Non credo sia un enorme sacrificio avere 30 minuti in più di lavoro per arrivare a giocare a tennis. Puoi fare ciò che ami, non è un grosso problema. Se di solito vengo un’ora prima dell’allenamento, ora devo venire un’ora e mezza. Questo è tutto“. “Ma non ci penso più quando gioco ad essere sincero“, prosegue il croato, “perché anche se provo un po’ di dolore, e a volte capita, so che niente si può rompere. Non posso fare più danni, quindi a volte devo solo accettare che avrò un po’ di dolore e per me va bene“.

 

Certamente il suo gioco, soprattutto la sua mentalità e il suo approccio, si sono dovuti adattare ai problemi occorsi negli anni, come dimostrano queste parole. Parole di resilienza e abnegazione, quasi alla Nadal, la cui forza mentale è ciò che più lascia a bocca aperta: “Amavo tutto del suo gioco, in cui non c’è niente di sbagliato. Quindi puoi guardare ogni colpo e provare a farlo, perché è uno dei migliori del Tour. Riguarda più lo spirito combattivo, da cui penso che tutti possiamo imparare, e che può essere il nostro idolo“. Ma, dopotutto, va ricordato che stasera i due si affronteranno in campo, battezzando il ritorno in campo di Nadal più di un mese dopo il quarto a Wimbledon contro Fritz, per quella che in ogni caso sarà una partita speciale per Borna Coric, 9 vittorie in carriera contro top 5, l’ultima contro Thiem (n.4) all’ATP Cup 2020. “Giocherò senza alcune pressione“, conclude l’ex n.12 del mondo, “Ora posso divertirmi ancora di più perché non ho avuto questo tipo di partite e la competizione negli ultimi due anni. Mi diverto ancora di più rispetto a quando avevo 17 o 18 anni, e dato che sono stato a giocare a Challengers e tutto il resto, ora posso divertirmi ancora di più“.

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ATP

Opelka ancora contro l’ATP: “Un sistema corrotto che va a discapito della remunerazione del talento”

Il gigante statunitense si sfoga su Twitter criticando l’operato del Board dell’ATP e del consiglio dei giocatori in merito alle modifiche del calendario

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Reilly Opelka – Indian Wells 2021 (foto via Twitter @FILAtennis)

Assente dai campi da gioco dalla sconfitta contro Nick Kyrgios in quel di Washington, torna a fare sentire la sua voce fuori dal coro Reilly Opelka. Il servebot statunitense è noto per esprimere sempre la sua opinione sui social e nelle interviste su quello che non funziona nei rapporti tra tornei e giocatori, con aspre critiche nei confronti di Gaudenzi, più volte invitato alle dimissioni. Pertanto, non sorprende che in seguito alle ultime novità nel panorama tennistico, Opelka abbia detto sulle modifiche del calendario previste a partire dal 2023 e non solo.

Riepiloghiamo, a partire dal prossimo anno vi saranno diverse novità nel calendario. La più significativa riguarda i tornei più importanti a livello ATP, ossia i Masters 1000. Infatti, dal 2023 non saranno solo Indian Wells e Miami i tornei che si svolgeranno su 2 settimane, bensì anche Roma, Madrid e Shanghai. Dal 2025 la riforma riguarderà anche gli altri due mille nord americani, Canada e Cincinnati.

Questa riforma si innesta in un periodo di “compravendite” per quanto riguarda i diritti di alcuni tornei. Lo scorso febbraio la USTA, proprietaria dei diritti del torneo ATP di Cincinnati, ha messo in vendita la licenza andando a caccia di un acquirente disposto a spendere un importo almeno a nove cifre. Acquirente che secondo le ultime voci dovrebbe essere Ben Navarro, celebre milionario statunitense, proprietario del torneo femminile di Charleston.

 

A fine 2021 ero stato invece il torneo di Madrid a cambiare “organizzazione”, con l’uscita di scena di Ion Tiriac e l’ingresso della società di managemente IMG, già proprietaria dei diritti del torneo di Miami.

Questo giro di denaro ha mandato su tutte le furie Opelka alla luce delle disparità che secondo lui vi sono a livello ATP, tra quanto spetta ai tornei e quanto invece finisce del prize money a disposizione dei giocatori.

Quindi fatemi capire bene, Madrid e Cincinnati vengono vendute per $ 400 milioni / $ 300 milioni. Nello stesso anno il Board dell’ATP decide di concedere ai Masters 1000 una tonnellata di giorni in più, riducendo nel contempo le players commitment protections, portando a sanzioni molto più severe per eventuali Masters 1000 saltati”.

Ma le critiche non si sono limitate solo alle decisioni dell’ATP. Con un sarcasmo per nulla celato Reilly ha giudicato negativamente l’operato dei rappresentati ei giocatori, rei di non aver negoziato accordi negli interessi dei giocatori stessi che loro rappresentano.

“Sembra che il board dei rappresentati dei giocatori abbia fatto una grande lavoro nel negoziare per nostro conto. Hanno ottenuto un incremento del 2% dei prize money e acconsentito alla più grande presa in giro [Opelka la definisce ‘biggest known sucker play’] per la compartecipazione dei ricavi [dei tornei], accettando una percentuale sul profitto netto, invece che lordo”.

Opelka rincara la dose evidenziando come l’accordo permetta ai tornei di poter “manipolare” i numeri secondo il proprio tornaconto:[Questo accordo] permette ai tornei di continuare la pratica di manipolazione dei loro numeri. Basta chiedere a chiunque è coinvolto nel processo le differenze tra i numeri che i tornei presentano ai potenziali venditori rispetto a quelli che utilizzano durante la negoziazione dei prize money”.

La frecciata finale è rivolta alla USTA: “Quanto ha pagato la USTA per la licenza [del torneo di Cincinnati]? Prima che qualcuno polemizzi sul fatto che un atleta professionista parli di denaro, qui si parla di denaro, ma si parla di un sistema corrotto che sistematicamente va a discapito della remunerazione del talento in questa così detta partnership.

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