Shapovalov: “L’incidente mi ha maturato, ma tra i pro è diverso”

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Shapovalov: “L’incidente mi ha maturato, ma tra i pro è diverso”

Intervista esclusiva con il diciottenne canadese nell’anno della maturità. Le difficoltà nel passaggio al professionismo, il rapporto con gli altri, l’amore per Wimbledon

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dall’inviato a Londra

La splendida vittoria contro Kyle Edmund non è la prima nel tour per Denis Shapovalov, l’adolescente dalla carnagione lattea che attende sul balconcino di mattoni rossi affacciato sul centrale del Queen’s Club. La scorsa estate sconfisse un Kyrgios pigro e irritabile nell’abbraccio della Rogers Cup, il torneo di casa. Con quel risultato sorprese perfino i più ottimisti, dei quali però non faceva affatto parte: “Sapevo che probabilmente avrei perso, sono entrato in campo per godermela”, ricorda. Ne sono cambiate di cose, da quel giorno. Ed è per una in particolare che il successo di primo turno in questi Aegon Championships è il più importante della sua carriera finora.

Il 5 febbraio scorso, nella TD Place Arena di Ottawa piena per il tie di Coppa Davis contro la Gran Bretagna, Shapovalov reagì a un proprio errore di rovescio scagliando la pallina a tutta forza fuori dal campo, come spesso fanno altri ben più adulti dei suoi diciotto anni (allora neppure compiuti). Nella più esemplare delle “possibilità su un milione”, quella finì dritta nell’occhio del giudice di sedia Arnaud Gabas. Proprio Edmund, anche allora dall’altro lato della rete, guadagnò insieme al suo team nazionale una vittoria per squalifica. Per Shapovalov invece fu l’ultimo match con una vera e propria copertura televisiva, almeno fino all’altro ieri.

 

“Non sapevo che pubblico avrei trovato qui” spiega parlando della sfida appena vinta, “non avevo idea di come si sarebbero comportati con me. Ero molto preoccupato, ad essere sincero. Pensavo soltanto: non fare nulla di stupido stavolta, ci sono così tante telecamere puntate su di te.” E stavolta il diciottenne canadese è riuscito a non fare sciocchezze. Anzi, ha trovato il prima possibile ciò di cui aveva assoluto bisogno: la vittoria necessaria a evitare, come dice, di essere ricordato soltanto come “il ragazzino che accecò l’arbitro con una pallata”. Anche perché Shapovalov non è certo quello, in realtà, almeno non più. “Penso di essere davvero maturato molto da quell’incidente” confessa, “ora so cosa può accadere a qualcuno che si lascia andare all’ira anche per mezzo secondo.”

Il grande lavoro mentale svolto con il coach Martin Laurendeau, che per combinazione era ed è proprio il capitano di quel team di Davis, lo ha aiutato sia sul campo che fuori: “Penso abbia migliorato il mio gioco, questo cercare di rimanere mentalmente concentrato” spiega. “Quando le cose non vanno nella mia direzione, mi impegno per rifocalizzarmi e continuare a giocare l’incontro. Devi passare oltre, in un certo senso quasi riderci su e godertela.” Ricorda molto “control what you can control”, il mantra che Brad Gilbert trasmise ad Andre Agassi – un altro che a inizio carriera si ritrovò suo malgrado con la fama di ribelle irrispettoso appiccicata addosso.

Shapovalov prosegue nella sua spiegazione, con la calma di chi ha superato un momento complesso e non ha più paura di parlarne: “Anche fuori dal campo l’episodio mi ha aiutato molto a maturare come persona, perché sono passato dall’essere un adolescente che gioca la sua prima Coppa Davis a dover davvero diventare un adulto e gestire queste situazioni, queste persone che parlano di me in modo non troppo gentile.” Non esagera, visto che un quotidiano nazionale lo definì prontamente totally boneheaded moronic, un completo testa di legno deficiente, e non fu neppure il peggiore degli epiteti.

Eppure non tutti furono contro di lui, anzi il fattaccio lo aiutò a capire su chi poteva contare: famiglia, amici, i fan che erano rimasti dalla sua parte… e Gabas, l’accecato. “Lui avrebbe potuto prenderla malissimo, essere davvero cattivo a riguardo. Invece Arnaud è una delle migliori persone che io abbia incontrato. Non una parola negativa contro di me, neppure un attimo dopo averlo colpito. Già nello spogliatoio scherzava con me, diceva: magari adesso piacerò di più alle ragazze.” I due sono poi rimasti in contatto, continuando a mandarsi messaggi e diventando addirittura amici.

Avere un rapporto stretto con le persone a cui tiene, del resto, è qualcosa che a Denis sta a molto a cuore. Lo dimostrano i sorrisi e le chiacchiere che hanno accompagnato i primi allenamenti al Queen’s, durante i quali palleggiava con il coetaneo Frances Tiafoe commentando vicende comuni e scherzava con Reilly Opelka prima e dopo il match. “Ti fai un sacco di amici nel tour. Insomma, vedi questi ragazzi tutte le settimane, quindi o ci vai d’accordo o non ci vai d’accordo. E il modo più facile di vivere è ovviamente andarci d’accordo” dice sorridendo sotto i baffi biondissimi, una peluria quasi invisibile. “Sono gran bravi ragazzi, andiamo spesso a cena insieme, usciamo.” Ma c’è un ma: “La cosa difficile è che quando sei nei tornei juniores li vedi sempre, poi all’improvviso iniziate ad avere programmazioni differenti e finisce che non li vedi per un bel pezzo.”

Eh già: c’è una bella differenza tra essere i migliori under-18, quelli che ogni settimana arrivano tutti insieme in fondo a un torneo, e dover seguire l’entry list che ti concede di giocare le qualificazioni, o il torneo che ti regala una wild card. “Però è ancora più bello quando riesci a ritrovarti” dice raggiante. Attende che si aggiunga al gruppetto anche Felix Auger-Aliassime, un anno e mezzo in meno ma un bel pezzo di strada fatta insieme.Ha vinto un Challenger poco fa! Gli ho mandato subito le congratulazioni, è davvero fantastico. Avevo il record di canadese più giovane ad averne vinto uno, e lui me lo ha già portato via. Quando vinsi il mio Challenger dissi: Mi godrò il record finché Felix non me lo strapperà.”

E siccome si parla di giovani, è d’obbligo la domanda sulle Next Gen Finals. Shapovalov non sembra essere molto ferrato sulle nuove regole però, perché non aveva la più pallida idea della novità riguardante gli spettatori, i quali potranno camminare liberamente sugli spalti durante il gioco. Un attimo di genuina sorpresa, una risata e poi trova il lato positivo anche qui: “Potrebbe finire come il basket, in cui sei autorizzato a distrarre i giocatori. Penso che più che altro sia una questione mentale: sai che la gente non dovrebbe fare una cosa, quindi ti distrae di più quando la fa. Ma se fa parte delle regole, devi semplicemente conviverci.”

Dribblata più volte una enorme ape, che sembra essersi presa una cotta per lui, Shapovalov torna sul discorso della crescita personale. Il 2017 è il suo anno della maturità anche sotto il profilo strettamente tennistico, del resto, perché per la prima volta la sua programmazione comprende principalmente Challenger e qualificazioni di tornei ATP. Ma non ci sarà il rischio che metta troppe aspettative su se stesso? “Nooo. Una volta che hai finito con il circuito junior ti rendi conto che ok, era una bella parte della tua vita, ma non ha nulla… non ha molto a che fare con quello professionistico. Magari può aiutarti ad ottenere wild card e cose del genere, la gente inizia a conoscerti, ma ad un certo punto dovrai ricominciare tutto da capo. Quello dei professionisti è un gioco completamente diverso, completamente nuovo, un nuovo inizio nella tua vita.”

“Ci sono un sacco di giocatori che hanno fatto incredibilmente bene nei juniors e non altrettanto nei pro” spiega sicuro, “e viceversa giocatori che non hanno giocato molti tornei junior e all’improvviso sono diventati professionisti incredibilmente forti. Con i juniors è sempre un po’ una trappola, non sai mai. Ti dicono che hai talento e che puoi giocare bene su alcune superfici ma non puoi davvero saperlo.” Insomma, non sembra proprio esserci bisogno di metterlo in guardia: il ragazzo sa a cosa va incontro, e non si abbatterà se le cose non andranno subito per il meglio. “Ho soltanto diciotto anni, i miei risultati saranno un gran saliscendi nella mia carriera… Non sarò devastato” ridacchia, sottolineando la parola come se imitasse un giornalista.

Il sole continua a picchiare sui campi, così la squadra di giardinieri inizia ad annaffiarli col tubo. Denis ci butta uno sguardo. Qualcosa sull’erba inglese deve pur saperla, del resto, visto che è campione in carica del torneo “boys” di Wimbledon. E dire che l’amore tra Shapovalov e i prati nasce davvero per caso: “Non ci sono campi in erba in Canada. Forse ce n’è uno in un club a Toronto, ma non ci ho mai messo piede. E la prima volta andai a giocare le qualificazioni di Wimbledon perché avevo perso un match in un Futures!” Come, prego? “All’epoca non avevo punti ATP, se avessi vinto non sarei riuscito ad andare a Wimbledon. I miei genitori stavano aspettando, pronti a comprare i biglietti. Nel terzo set mi feci prendere dalla tensione e persi, ma non me la presi troppo. Fu interessante per me andare a giocare sull’erba per la prima volta.”

Dire che l’approccio alla superficie verde “è stato molto naturale” – come quello al rovescio a una mano, che da bimbo giocava istintivamente – è minimizzare. “Ebbi un giorno di preparazione in totale” rammenta. “Del resto sono giusto quelle due settimane nei juniors, per l’erba, Roehampton e Wimbledon. Poi basta, non ci metti più piede.” Finché non arrivi nel circuito maggiore, almeno, dove sull’erba si gioca per un mesetto abbondante. “Però ogni anno che torno sull’erba sono dubbioso: giocherò allo stesso modo, avrò le stesse sensazioni in campo? Si ferma un attimo, poi si ricorda che ha appena vinto: “Ho giocato bene almeno quanto l’anno scorso, forse anche meglio. Sì, penso proprio che sia una superficie sulla quale mi diverto.”

Shapovalov si sente pronto per le qualificazioni di Wimbledon, che si giocano proprio a Roehampton nella settimana che segue il torneo del Queen’s. “Penso che le giocherò” dice sovrappensiero e immediatamente si corregge: “Ma certo che le giocherò! Sarà bello, spero di poter tornare sui campi dello scorso anno, perché le qualificazioni si giocano a Roehampton. Ma sarà incredibile tornare lì ed essere sui campi di quel torneo di nuovo. L’anno scorso li ho amati, e sarà una splendida sensazione tornare e avere tutte queste persone che mi guardano giocare Wimbledon per la prima volta.” La prima volta tra i grandi, intende. Perché il ragazzo che è dovuto crescere davanti al suo errore si sente ormai proiettato tra loro.

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Novak Djokovic sul pezzo: “Giocare per la Serbia è sempre magico”. E sostiene la WTA sul caso Peng

Il numero uno crede nella chance dei suoi, per bissare il trionfo di undici anni fa: “In Davis è sempre tutto aperto”

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Novak Djokovic - Coppa Davis 2021 (Photo by Mateo Villalba / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Un Novak Djokovc raggiante e sereno quello che si presenta davanti ai giornalisti dopo il successo in doppio sul Kazakistan, utile a garantire alla Serbia un posto nella semifinale di venerdì contro la Croazia. Felice, perché giocare per la nazionale lo rigenera, ne smussa gli spigoli più polemici. Stare nel gruppo lo fa stare bene. Certo le vittorie aiutano ad allargare il sorriso, ma la giornata in ufficio del numero uno al mondo è stata impegnativa. Dopo la pazzesca sconfitta incassata dal giovane adepto Kecmanovic nel primo incontro con Kukushkin, Nole ha dovuto fare gli straordinari in una serata dall’alto coefficiente emozionale: prima ha battuto Bublik in scioltezza; poi ha trascinato Nikola Cacic al punto della qualificazione, alla fine di un match complesso contro la rodata coppia kazaka conclusosi non molto prima della mezzanotte. La corsa verso il bis del trionfo Davis del 2010 può proseguire, almeno fino a venerdì.

È stata una sfida dura, molto intensa. Miomir ha perso la prima partita ma è stato davvero vicino a vincere, ha avuto molti match point. Un debutto duro per lui, ma sono sicuro che saprà trarre molte cose positive da questa esperienza. Del resto Kukushkin non è facile da affrontare in questa competizione, il suo storico parla per lui; è un tennista di qualità e ama giocare per il Kazakistan. Per quanto mi riguarda sono felice di come ho affrontato la partita con Bublik, ho fatto tutto quello che avevo in mente. Non lo avevo mai affrontato ed è pericoloso, ha servito davvero bene per tutto l’incontro. Per me non è stato facile, le emozioni vissute durante la partita di Miomir erano ancora vivide nella mia testa, ma sono stato molto solido. Il doppio, specialmente in Davis e alla fine di una lunga giornata, può sempre finire in qualsiasi modo. Nedovyesov e Golubev hanno giocato insieme molte più volte di quanto non lo avessimo fatto io e Cacic; inoltre io e Nikola avevamo perso gli ultimi tre incontri in volata, e sono cose che rimangono in testa, ma siamo stati bravi a reagire dopo un brutto secondo set. Un bel sospiro di sollievo e una grande spinta per la prossima sfida“.

Il prossimo ostacolo si chiama Croazia, un avversario che non può mai essere assimilato agli altri, a prescindere da questioni strettamente inerenti al campo. “Sarà un tie delicato – ha continuato Nole – perché sono forti e perché sono i nostri vicini di casa. La gente sente molto questa rivalità, così come noi giocatori. Li conosco bene, e prima di ogni altra questione c’è un grande rispetto tra di noi. Ho giocato contro Cilic tantissime volte, è un grande giocatore e un amico, non sarà assolutamente un match scontato contro di lui. Poi c’è Borna Gojo, un ragazzo che forse in troppi abbiamo sottovalutato. È giovane, ha un gran servizio e si trova a meraviglia in questa competizione. Ha battuto Sonego in Italia, una vittoria che mi ha impressionato e credo dica molto del suo livello e del suo spirito. Sul loro doppio poco da dire: Mektic e Pavic formano la coppia più forte del mondo, fin qui hanno vinto ogni incontro in modo piuttosto comodo e se il doppio dovrà essere decisivo sarà complicato batterli, ma la Davis è la Davis“.

 

Oltre all’insalatiera, ci sono altre questioni che scuotono l’attualità della pallina, di questi tempi. Trasloco della Davis ad Abu Dhabi a parte, è la brutta faccenda riguardante il caso di Shuai Peng – l’ex numero uno del doppio WTA scomparsa da qualche settimana dopo un post di accusa all’ex vice-Premier del governo cinese – a tenere tristemente banco. La notizia del giorno è la decisione dell’associazione tenniste di non disputare alcun torneo in Cina e a Hong Kong fintanto che sulla questione non sarà fatta opportuna chiarezza, e il nostro direttore Ubaldo Scanagatta ha chiesto a Nole un parere in merito alla netta presa di posizione del governo della racchetta femminile. “Non sapevo della decisione – ha detto Djokovic -, me la state comunicando voi in questo momento, ma credo che ogni organizzazione coinvolta nel governo del nostro sport, sia essa l’ATP, La PTPA, la WTA o l’ITF poco importa, debba collaborare per provare a risolvere una situazione molto poco chiara“.

Qui non si tratta di una partita di tennis – ha proseguito -, di una vittoria o di una sconfitta, ma della vita di una giocatrice. Fino a quando non saremo certi che Peng sta bene dovremo continuare a combattere e a tenere le antenne bene alzate, tutti insieme. Le ultime notizie su di lei non mi rassicurano, sono preoccupato. La decisione della WTA è quella giusta, la sostengo e farò il possibile per dare il mio contributo“.

Nel frattempo lo show dovrà andare avanti, il gran finale di stagione essendo alle porte. Per Nole c’è una Davis da conquistare, sarebbe la seconda della carriera e un alloro non da poco da appuntare a un petto ricchissimo di riconoscimenti, anche se le forze, sul finire di stagione, sono quelle che sono. “Ma quando si gioca la Davis il serbatoio si riempie da sé. L’ho detto più volte negli ultimi anni: le priorità adesso per me sono i Major e le gare a squadre. Giocare per la nazionale mi motiva tantissimo, finché starò bene darò il mio contributo per onorare questa competizione storica e l’ATP Cup. Abbiamo un team giovane, qualcuno dovrà essere pronto a prendere il testimone quando non ci sarò più, ma intanto ci sono e sono ispirato. Fare parte della nazionale Serbia mi rende orgoglioso, e finché sarò in grado di contribuire in modo positivo state certi che lo farò“.

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Coppa Davis, Volandri: “Primo mattoncino per il futuro”. Sinner: “Giocare per la nazione è totalmente diverso”

I protagonisti azzurri commentano l’uscita di scena contro la Croazia. Fognini: “Fatico a stare lontano da casa”

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Filippo Volandri e Jannik Sinner - Finali Coppa Davis 2021 (photo by Jose Manuel Alvarez / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Difficile per l’Italia del tennis digerire una sconfitta arrivata in casa nel doppio decisivo, tuttavia come si è visto in campo la superiorità della Croazia nell’ultimo match è stata evidente e dunque il capitano Filippo Volandri in conferenza stampa ha giustamente elogiato la sua squadra: “Sono molto orgoglioso dei miei ragazzi, abbiamo cercato di vincere, questa settimana è stata fantastica ma abbiamo dovuto gestire varie emergenze con gli infortuni di Simone [Bolelli] e Matteo [Berrettini]. Parlando poi in proposito dell’ultimo match ha aggiunto: “Tutte le squadre contro cui abbiamo giocato avevano un doppio pazzesco. I colombiani e gli americani erano fortissimi. I croati sono i migliori al mondo”. E il PalaAlpitour deve portare bene alla nazione balcanica, che a Torino, nel 2016, con la sua squadra di basket aveva estromesso l’Italia dall’Olimpiade di Rio de Janeiro vincendo all’overtime (84-78) lo spareggio decisivo.

La vera delusione per il risultato di ieri sta nel match che ha aperto la giornata durante il quale si è consumata una vera e propria sorpresa quando il n. 276 Gojo ha battuto in tre set il nostro numero 2. Lorenzo [Sonego] sapeva che dal suo lato il punto era necessario e ha sentito più tensione del solito, nel terzo set ha sentito troppo il dovere di vincere la partita. Questo succede in coppa Davis, la sua miglior partita è stata contro Opelka, che era la partita più difficile. Oggi ha dovuto combattere con tante emozioni, ha avuto una bella reazione nel secondo set, ma è andata così“.

In questa fase finale della Davis Cup c’è stato anche l’esordio nella competizione di Jannik Sinner il quale ha risposto alla chiamata con tre vittorie in singolare e due sconfitte in doppio al fianco di Fognini. È molto diverso da un torneo normale, tutti hanno dato il 100%. Spero di essere cresciuto in queste partite” ha commentato l’altoatesino. Ormai abbiamo imparato a conoscerlo e sappiamo quanta importanza metta nel processo di apprendimento come ha ribadito nuovamente. “Ho imparato tante cose già nelle Finals; giocare qua è totalmente diverso perché giochi per tutto il team e non per te stesso. C’è più responsabilità perché giochi per la nazione, ovviamente il doppio lo devo ancora imparare, credo che Fabio abbia tanta esperienza e mi ha insegnato tanto, anche con Bolelli. Mi ha fatto piacere stare in questo gruppo, non è facile fare il Capitano, anche per lui era la prima volta, ma ci ha lasciato abbastanza liberi”.

Volandri è poi tornato a parlare concentrandosi sul futuro e scacciando via pensieri di rammarico per il risultato. “Abbiamo messo un primo mattoncino per qualcosa di più importante in futuro. Sul doppio siamo stati sfortunati perché Bolelli è il numero 9 del mondo in doppio e Matteo avrebbe potuto dare un grosso aiuto anche lì ma non abbiamo potuto averli a disposizione”. Su un possibile trasferimento delle fasi finali della Coppa Davis per la prossima stagione invece: “Su Abu Dhabi non saprei, a me piace giocare la Davis in casa o comunque nelle sedi delle squadre che la giocano. La proposta di Nole di giocare in sei location differenti è molto interessante”.

 

Infine ha parlato anche il 34enne Fabio Fognini che ieri sera ha disputato il suo 67esimo incontro con la maglia azzurra. “Faccio sempre più fatica a stare lontano da casa per periodi prolungati. Penso che giocherò tornei ravvicinati. Futuro in nazionale? C’è un ricambio in atto, dovrò meritarmi la convocazione, ci sono tanti giovani molto forti”. In precedenza aveva anche voluto ricordare il Professor Parra e il grande apporto che ha dato a tutto il team: Sono molto triste per la scomparsa di Parra, abbiamo passato bei momenti insieme”.

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[ESCLUSIVA] Santopadre: “Berrettini non ha lesioni agli addominali. Tornerà ad allenarsi tra 7-10 giorni”

Il Direttore Scanagatta ha parlato con il coach del numero uno italiano al termine di Italia-Colombia di Coppa Davis: “Sonego e Sinner sono stati bravi a crescere di livello”

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Matteo Berrettini - Vienna 2021 (Foto Felice Calabrò)

La squadra italiana si è presentata alla Davis Cup by Rakuten orfana del proprio numero uno Matteo Berrettini, dal cui campo arrivano però notizie confortanti; al termine della sfida fra vinta dall’Italia contro la Colombia sabato 27 novembre, infatti, il Direttore Ubaldo Scanagatta ha intervistato l’allenatore di Matteo, Vincenzo Santopadre, presente al Pala Alpitour: “Sono qui in molteplici vesti. Mi piacciono la Davis e le competizioni a squadre, conosco bene il capitano e il team, e mi faceva piacere venire qui a tifare, ho anche portato mio figlio. Inoltre domani ci sarà il simposio qui a Torino organizzato dalla Federtennis e avevo dato la mia adesione a partecipare“.

LE CONDIZIONI FISICHE DI BERRETTINI

Interpellato sul problema addominale occorso al suo protetto durante le Nitto ATP Finals ha commentato: “Sta meglio, per fortuna la lesione che temevamo non c’è. Penso che in tempi relativamente rapidi possa essere in campo e sicuramente lo rivedremo a gennaio. Tra una settimana, 10 giorni potrà riprendere ad allenarsi”.

Di sicuro però non è facile chiudere un anno fantastico in questo modo: “È stato un duro colpo, perché quando fai un anno come ha fatto lui e hai fatto tanti sacrifici nel corso della carriera vuoi arrivare ad assaporare la gioia quella ciliegina sulla torta che sono le ATP Finals e le finali di Coppa Davis. Conoscendo poi quanto è passionale e sentimentale Matteo è stato davvero un brutto colpo“.

 

Santopadre, tuttavia, si focalizza sui lati positivi: “Siamo abituati a vedere quanto di buono è stato fatto, quanto di buono c’è nel complesso e quanto ormai Matteo sia stabilmente un giocatore di livello altissimo, sicuramente avrà modo di giocare di nuovo la Coppa Davis e speriamo possa avere modo di giocare nuovamente le ATP Finals. Certo per lui l’attesa era stata tanta e ci teneva parecchio a far bene qui a Torino”.

Mentre il livello di gioco di Berrettini è più che una garanzia, la preoccupazione degli appassionati è legata ai suoi frequenti infortuni e la possibilità che siano legati all’esplosività dei colpi oltre che al fisico imponente. Secondo lui è però necessario valutare anche le circostanze di un problema come quello avuto contro Zverev: “Matteo è un giocatore possente, ha un ‘motore grosso’ essendo un giocatore molto potente, ma credo non sia solo questione di fisico, in questo specifico caso a Torino c’era anche una tensione particolare che ti fa giocare un pochino meno rilassato e quindi credo ci siano stati una molteplicità di fattori che hanno influito. Diciamo che abbiamo cercato di trarre ancora più insegnamento da questa esperienza; stiamo approfondendo per cercare di andare sempre di meno dal medico, puntando sulla prevenzione”.

UN COMMENTO SU SINNER E SONEGO

Vista la sua presenza a Torino, gli è stato chiesto un parere anche sulla sfida con la Colombia: ”Sono state due vittorie più sofferte di quelle che si potesse immaginare, perché contro gli Stati Uniti Lorenzo e Jannik hanno giocato due partite eccezionali contro avversari particolarmente scomodi”.

Santopadre ha evidenziato la capacità dei due italiani di recuperare, gestendo la pressione: “Oggi erano due partite completamene diverse, dove c’era assolutamente da vincere contro avversari più facili da affrontare dal punto di vista tecnico-tattico. Magari la pressione di dover vincere ha attanagliato i nostri nel primo set, perché sia Lorenzo sia Jannik hanno giocato un inizio di partita al di sotto del loro migliore tennis. Credo si tratti di situazioni possibili e normali, specialmente in Davis. Sono stati bravi entrambi a continuare a lottare a stare sul pezzo e a venirne a capo con un crescendo di livello”.

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