Shapovalov: “L’incidente mi ha maturato, ma tra i pro è diverso”

Interviste

Shapovalov: “L’incidente mi ha maturato, ma tra i pro è diverso”

Intervista esclusiva con il diciottenne canadese nell’anno della maturità. Le difficoltà nel passaggio al professionismo, il rapporto con gli altri, l’amore per Wimbledon

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dall’inviato a Londra

La splendida vittoria contro Kyle Edmund non è la prima nel tour per Denis Shapovalov, l’adolescente dalla carnagione lattea che attende sul balconcino di mattoni rossi affacciato sul centrale del Queen’s Club. La scorsa estate sconfisse un Kyrgios pigro e irritabile nell’abbraccio della Rogers Cup, il torneo di casa. Con quel risultato sorprese perfino i più ottimisti, dei quali però non faceva affatto parte: “Sapevo che probabilmente avrei perso, sono entrato in campo per godermela”, ricorda. Ne sono cambiate di cose, da quel giorno. Ed è per una in particolare che il successo di primo turno in questi Aegon Championships è il più importante della sua carriera finora.

Il 5 febbraio scorso, nella TD Place Arena di Ottawa piena per il tie di Coppa Davis contro la Gran Bretagna, Shapovalov reagì a un proprio errore di rovescio scagliando la pallina a tutta forza fuori dal campo, come spesso fanno altri ben più adulti dei suoi diciotto anni (allora neppure compiuti). Nella più esemplare delle “possibilità su un milione”, quella finì dritta nell’occhio del giudice di sedia Arnaud Gabas. Proprio Edmund, anche allora dall’altro lato della rete, guadagnò insieme al suo team nazionale una vittoria per squalifica. Per Shapovalov invece fu l’ultimo match con una vera e propria copertura televisiva, almeno fino all’altro ieri.

 

“Non sapevo che pubblico avrei trovato qui” spiega parlando della sfida appena vinta, “non avevo idea di come si sarebbero comportati con me. Ero molto preoccupato, ad essere sincero. Pensavo soltanto: non fare nulla di stupido stavolta, ci sono così tante telecamere puntate su di te.” E stavolta il diciottenne canadese è riuscito a non fare sciocchezze. Anzi, ha trovato il prima possibile ciò di cui aveva assoluto bisogno: la vittoria necessaria a evitare, come dice, di essere ricordato soltanto come “il ragazzino che accecò l’arbitro con una pallata”. Anche perché Shapovalov non è certo quello, in realtà, almeno non più. “Penso di essere davvero maturato molto da quell’incidente” confessa, “ora so cosa può accadere a qualcuno che si lascia andare all’ira anche per mezzo secondo.”

Il grande lavoro mentale svolto con il coach Martin Laurendeau, che per combinazione era ed è proprio il capitano di quel team di Davis, lo ha aiutato sia sul campo che fuori: “Penso abbia migliorato il mio gioco, questo cercare di rimanere mentalmente concentrato” spiega. “Quando le cose non vanno nella mia direzione, mi impegno per rifocalizzarmi e continuare a giocare l’incontro. Devi passare oltre, in un certo senso quasi riderci su e godertela.” Ricorda molto “control what you can control”, il mantra che Brad Gilbert trasmise ad Andre Agassi – un altro che a inizio carriera si ritrovò suo malgrado con la fama di ribelle irrispettoso appiccicata addosso.

Shapovalov prosegue nella sua spiegazione, con la calma di chi ha superato un momento complesso e non ha più paura di parlarne: “Anche fuori dal campo l’episodio mi ha aiutato molto a maturare come persona, perché sono passato dall’essere un adolescente che gioca la sua prima Coppa Davis a dover davvero diventare un adulto e gestire queste situazioni, queste persone che parlano di me in modo non troppo gentile.” Non esagera, visto che un quotidiano nazionale lo definì prontamente totally boneheaded moronic, un completo testa di legno deficiente, e non fu neppure il peggiore degli epiteti.

Eppure non tutti furono contro di lui, anzi il fattaccio lo aiutò a capire su chi poteva contare: famiglia, amici, i fan che erano rimasti dalla sua parte… e Gabas, l’accecato. “Lui avrebbe potuto prenderla malissimo, essere davvero cattivo a riguardo. Invece Arnaud è una delle migliori persone che io abbia incontrato. Non una parola negativa contro di me, neppure un attimo dopo averlo colpito. Già nello spogliatoio scherzava con me, diceva: magari adesso piacerò di più alle ragazze.” I due sono poi rimasti in contatto, continuando a mandarsi messaggi e diventando addirittura amici.

Avere un rapporto stretto con le persone a cui tiene, del resto, è qualcosa che a Denis sta a molto a cuore. Lo dimostrano i sorrisi e le chiacchiere che hanno accompagnato i primi allenamenti al Queen’s, durante i quali palleggiava con il coetaneo Frances Tiafoe commentando vicende comuni e scherzava con Reilly Opelka prima e dopo il match. “Ti fai un sacco di amici nel tour. Insomma, vedi questi ragazzi tutte le settimane, quindi o ci vai d’accordo o non ci vai d’accordo. E il modo più facile di vivere è ovviamente andarci d’accordo” dice sorridendo sotto i baffi biondissimi, una peluria quasi invisibile. “Sono gran bravi ragazzi, andiamo spesso a cena insieme, usciamo.” Ma c’è un ma: “La cosa difficile è che quando sei nei tornei juniores li vedi sempre, poi all’improvviso iniziate ad avere programmazioni differenti e finisce che non li vedi per un bel pezzo.”

Eh già: c’è una bella differenza tra essere i migliori under-18, quelli che ogni settimana arrivano tutti insieme in fondo a un torneo, e dover seguire l’entry list che ti concede di giocare le qualificazioni, o il torneo che ti regala una wild card. “Però è ancora più bello quando riesci a ritrovarti” dice raggiante. Attende che si aggiunga al gruppetto anche Felix Auger-Aliassime, un anno e mezzo in meno ma un bel pezzo di strada fatta insieme.Ha vinto un Challenger poco fa! Gli ho mandato subito le congratulazioni, è davvero fantastico. Avevo il record di canadese più giovane ad averne vinto uno, e lui me lo ha già portato via. Quando vinsi il mio Challenger dissi: Mi godrò il record finché Felix non me lo strapperà.”

E siccome si parla di giovani, è d’obbligo la domanda sulle Next Gen Finals. Shapovalov non sembra essere molto ferrato sulle nuove regole però, perché non aveva la più pallida idea della novità riguardante gli spettatori, i quali potranno camminare liberamente sugli spalti durante il gioco. Un attimo di genuina sorpresa, una risata e poi trova il lato positivo anche qui: “Potrebbe finire come il basket, in cui sei autorizzato a distrarre i giocatori. Penso che più che altro sia una questione mentale: sai che la gente non dovrebbe fare una cosa, quindi ti distrae di più quando la fa. Ma se fa parte delle regole, devi semplicemente conviverci.”

Dribblata più volte una enorme ape, che sembra essersi presa una cotta per lui, Shapovalov torna sul discorso della crescita personale. Il 2017 è il suo anno della maturità anche sotto il profilo strettamente tennistico, del resto, perché per la prima volta la sua programmazione comprende principalmente Challenger e qualificazioni di tornei ATP. Ma non ci sarà il rischio che metta troppe aspettative su se stesso? “Nooo. Una volta che hai finito con il circuito junior ti rendi conto che ok, era una bella parte della tua vita, ma non ha nulla… non ha molto a che fare con quello professionistico. Magari può aiutarti ad ottenere wild card e cose del genere, la gente inizia a conoscerti, ma ad un certo punto dovrai ricominciare tutto da capo. Quello dei professionisti è un gioco completamente diverso, completamente nuovo, un nuovo inizio nella tua vita.”

“Ci sono un sacco di giocatori che hanno fatto incredibilmente bene nei juniors e non altrettanto nei pro” spiega sicuro, “e viceversa giocatori che non hanno giocato molti tornei junior e all’improvviso sono diventati professionisti incredibilmente forti. Con i juniors è sempre un po’ una trappola, non sai mai. Ti dicono che hai talento e che puoi giocare bene su alcune superfici ma non puoi davvero saperlo.” Insomma, non sembra proprio esserci bisogno di metterlo in guardia: il ragazzo sa a cosa va incontro, e non si abbatterà se le cose non andranno subito per il meglio. “Ho soltanto diciotto anni, i miei risultati saranno un gran saliscendi nella mia carriera… Non sarò devastato” ridacchia, sottolineando la parola come se imitasse un giornalista.

Il sole continua a picchiare sui campi, così la squadra di giardinieri inizia ad annaffiarli col tubo. Denis ci butta uno sguardo. Qualcosa sull’erba inglese deve pur saperla, del resto, visto che è campione in carica del torneo “boys” di Wimbledon. E dire che l’amore tra Shapovalov e i prati nasce davvero per caso: “Non ci sono campi in erba in Canada. Forse ce n’è uno in un club a Toronto, ma non ci ho mai messo piede. E la prima volta andai a giocare le qualificazioni di Wimbledon perché avevo perso un match in un Futures!” Come, prego? “All’epoca non avevo punti ATP, se avessi vinto non sarei riuscito ad andare a Wimbledon. I miei genitori stavano aspettando, pronti a comprare i biglietti. Nel terzo set mi feci prendere dalla tensione e persi, ma non me la presi troppo. Fu interessante per me andare a giocare sull’erba per la prima volta.”

Dire che l’approccio alla superficie verde “è stato molto naturale” – come quello al rovescio a una mano, che da bimbo giocava istintivamente – è minimizzare. “Ebbi un giorno di preparazione in totale” rammenta. “Del resto sono giusto quelle due settimane nei juniors, per l’erba, Roehampton e Wimbledon. Poi basta, non ci metti più piede.” Finché non arrivi nel circuito maggiore, almeno, dove sull’erba si gioca per un mesetto abbondante. “Però ogni anno che torno sull’erba sono dubbioso: giocherò allo stesso modo, avrò le stesse sensazioni in campo? Si ferma un attimo, poi si ricorda che ha appena vinto: “Ho giocato bene almeno quanto l’anno scorso, forse anche meglio. Sì, penso proprio che sia una superficie sulla quale mi diverto.”

Shapovalov si sente pronto per le qualificazioni di Wimbledon, che si giocano proprio a Roehampton nella settimana che segue il torneo del Queen’s. “Penso che le giocherò” dice sovrappensiero e immediatamente si corregge: “Ma certo che le giocherò! Sarà bello, spero di poter tornare sui campi dello scorso anno, perché le qualificazioni si giocano a Roehampton. Ma sarà incredibile tornare lì ed essere sui campi di quel torneo di nuovo. L’anno scorso li ho amati, e sarà una splendida sensazione tornare e avere tutte queste persone che mi guardano giocare Wimbledon per la prima volta.” La prima volta tra i grandi, intende. Perché il ragazzo che è dovuto crescere davanti al suo errore si sente ormai proiettato tra loro.

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Australian Open

Liyanage, data analyst di Sabalenka: “Non parlo direttamente con Aryna, ma prima con il suo coach. Bisogna evolversi in base allo status del giocatore” [ESCLUSIVA]

Shane Liyanage ha svelato ai microfoni di Ubitennis alcuni segreti e curiosità sul mondo delle statistiche, che hanno portato alla grande crescita di Aryna Sabalenka e non solo

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Aryna Sabalenka - Australian Open 2023 (foto Twitter @AustralianOpen)

Aryna Sabalenka è certamente la giocatrice del momento. Ancora imbattutta in quasto 2023, la bielorussa ha vinto due titoli e undici match su altrettanti incontri disputati, conquistando ben 22 set su 23 (l’unico lasciato per strada è il primo parziale della finale dell’Australian Open). Per tornare al n°2 del ranking, Aryna si è affidata ad un servizio stratosferico, che tanti problemi le aveva creato in passato ma che, finalmente, è riuscita a far rendere al meglio.

Per arrivare ad essere così efficace, Sabalenka si è servita dell’aiuto di un esperto di biomeccanica, con il quale ha iniziato a lavorare dall’estate 2022. Da allora, il livello del suo gioco è ampiamente salito: oltre ai due successi in Australia, non vanno dimenticate le semifinali a Cincinnati e allo US Open e la finale alle WTA Finals. Contanto che, nei suoi primi 37 match disputati la scorsa stagione, la bielorussa aveva commesso oltre 300 doppi falli (media superiore agli otto a partita), il bilancio è decisamente positivo. Anche perché la media del 2023 si è quasi dimezzata: con 51 doppi errori negli 11 incontri finora disputati, ci si aggira a poco più di 4,6 doppi falli a match, comunque compensati da 81 ace (quasi 7,4 a partita).

Il nostro Federico Bertelli ha provato ad andare più in profondità intervistando Shane Liyanage, CEO e fondatore della società di statistiche che collabora con la n°2 del mondo. Non solo con lei a dire il vero, perché la Data Drive Sports Analytics (DDSA) segue anche Ons Jabeur, Emil Ruusuvouri e Taro Daniel. Nella sua lunga chiacchierata con Ubitennis, Liyanage ha fornito diversi interessanti spunti di riflessione, dal processo di raccolta dei dati fino al suo utilizzo vero e proprio, passando per il rapporto costruito con Sabalenka. Di seguito il video integrale dell’intervista.

 

Nei primi minuti si parla del gran lavoro svolto con Sabalenka e di quanto Liyanage sia fiero e felice per i risultati ottenuti (“Aryna ha lavorato davvero duro, sono molto contento per lei e per il suo team”). Viene analizzato inoltre anche lo sforzo in termini sia di raccolta dati che di produzione di servizi e report su misura per il singolo giocatore.

I dati vengono raccolti in molti modi diversi, analizzando video manuali e automatizzati, oltre agli Hawkeye data. Non esiste un modello univoco per mettere insieme le diverse statistiche, poiché ogni torneo ATP, WTA e i quattro Slam hanno un approccio diverso di condivisione dei dati, anche se tutti questi arrivano in tempo reale. Ad esempio, Tennis Australia ha ideato un’applicazione che consente ai giocatori e ai rispettivi team di ottenere l’accesso diretto a informazioni approfondite e dati grezzi forniti da occhio di falco, che triangola la posizione della palla e raccoglie dati relativi ad ogni singolo colpo di un match.

Un altro punto interessante riguarda la presentazione, l’analisi e lo studio dei vari dati, che devono poi essere trasformati in informazioni utili. Questa è probabilmente la la parte più impegnativa da un punto di vista intellettuale. Per questo motivo, nella squadra d’analisi di Liyanage è presente anche un allenatore di alto livello, che accompagna l’esperienza di Shane sia nel tennis che nell’analisi dei dati. La presenza di quest’ultima figura è fondamentale per costruire un ponte tra persone con competenze diverse.

Spostandoci invece più nello specifico, la relazione tra Sabalenka e Liyanage vede in realtà una terza persona tra i due, ossia il coach della bielorussa. Al contrario di quanto si potrebbe forse pensare, infatti, Shane non comunica direttamente con Aryna, ma è il suo allenatore a fornire le informazioni necessarie alla n°2 del mondo: L’allenatore capisce la sua giocatrice e le sue emozioni meglio di me. Lui può decidere quali informazioni sono importanti e quali meno, quali passare ad Aryna e quali no”.

Non si parla soltanto di numeri relativi alle prestazioni di Sabalenka, bensì anche a quelli delle sue avversarie: l’analisi di servizio, risposta e movimenti in campo (soltanto per citare alcuni aspetti) sono all’ordine del giorno. Per quanto riguarda Rybakina, ada esempio, Liyanage non ha voluto sbilanciarsi molto: “Non voglio dirvi troppo apertamente su quali aspetti abbiamo lavorato e quali abbiamo analizzato di più. Probabilmente dovremo affrontare Elena ancora molte volte in futuro, non voglio rivelare tutti i nostri segreti!”. L’aspetto più importante, comunque, è fare in modo che il giocatore si senta davvero consapevole delle proprie potenzialità, poiché soltanto in queste condizioni lo studio e l’analisi dei dati potranno essere efficaci al 100%.

Le relazioni tra i data experts e i team dei vari giocatori inevitabilmente variano, tanto in base al carattere del singolo tennista quanto al suo status. È normale e fisiologico, ad esempio, che tra un top10 e un junior ci siano molte differenze. Nel caso specifico di Sabalenka, la sua crescita nel corso degli ultimi tre anni è stata evidente. Questa è stata anche accompagnata da un cambiamento caratteriale, ragion per cui anche il suo allenatore ha dovuto cambiare approccio e prospettive nella comunicazione dei diversi dati.

“Negli ultimi tre anni con Aryna, così come negli ultimi quattro con Ons Jabeur, ci siamo dovuti evolvere notevolmente e in modo diverso per ogni giocatore– spiega Liyanage. “Quest’anno poi, all’Australian Open, arrivavano i dati live direttamente da occhio di falco. C’erano molti data analyst nei box dei vari tennisti: io cercavo di scovare alcuni aspetti interessanti da comunicare al coach, che poi riferiva direttamente al giocatori”.

Spostando il focus sui giocatori in rampa di lancio, con cui Shane ha alcuni rapporti, è ovviamente più complicato (se non quasi impossibile, tolti alcuni campi principali degli Slam junior) avere accesso ai dati di hawk-eye. “Di solito con i tennisti junior non si ha accesso alle statistiche fornite da occhio di falco, quindi la soluzione è prendere dati a mano, che comunque è un metodo da non sottovalutare perché anch’esso può essere molto preciso”.

Un aspetto importante da tenere in considerazione è ovviamente anche quello economico, per cui quando si lavora su un junior si fa una sorta di investimento: “È chiaro che da giovani non si hanno risorse sufficienti per potersi permettere i dati completi e specifici come invece accade con un tennista professionista. Da parte nostra si fa quindi un investimento, ma in coloro con cui scegliamo di lavorare vediamo molto potenziale e crediamo che potrà crescere molto”.

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Flash

Vagnozzi su Sinner: “Con i migliori scende in campo per vincere”

Il coach marchigiano sul giovane altoatesino Jannik Sinner: “Siamo contenti dell’aspetto tattico e atletico”

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Simone Vagnozzi - Montecarlo 2022 (foto Roberto Dell'Olivo)

Jannik Sinner è uscito agli ottavi di finale dell’ultimo Australian Open, ma sono più i messaggi positivi che l’attuale numero 17 del mondo può prendersi dal primo Major stagionale, avendo perso in cinque set contro il finalista del torneo Stefanos Tsitsipas, mostrando netti progressi nell’annata svolta in collaborazione con l’allenatore Simone Vagnozzi, oltre al contributo del “super-coach” Darren Cahill. Proprio l’ex coach di Marco Cecchinato e Stefano Travaglia ha parlato del giocatore di Sesto Pusteria in un’intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport: “Sinceramente non ci interessa giocarcela con onore contro i top 5. Siamo scesi in campo per vincere, consapevoli di aver lavorato duramente nelle settimane invernali. Si è trattato di un match particolare, a un anno esatto di distanza da quando abbiamo iniziato a lavorare e da quando aveva affrontato lo stesso Tsitsipas, quindi è inevitabile che ci fosse un po’ di pressione. E infatti nei primi due set avrebbe potuto fare sicuramente qualcosa di più, però ci è andato davvero vicino, come era accaduto nelle ultime tre occasioni”.

Vagnozzi su Sinner: “La forza mentale di Jannik è la sua arma in più”

Vagnozzi ha spiegato lo sviluppo di Sinner avvenuto nella scorsa stagione, sia dal punto di vista atletico che dal punto di vista tattico: “Sicuramente siamo molto contenti dell’aspetto atletico su cui abbiamo lavorato tantissimo. Prima Jannik arrivava in fondo agli scambi lunghi in debito di ossigeno. Solo la sua grande forza mentale gli permetteva di chiudere il punto. Ora arriva più fresco e quindi più lucido per fare la scelta migliore”.

Quando Tsitsipas è entrato in campo si è visto che aveva un piano ben preciso. Jannik gioca bene d’istinto ma a volte è importante anche mettere in campo degli schemi. Lui fa un po’ fatica a far convivere i due aspetti. È costretto a piegare il suo istinto alla logica e per questo di fronte a scelte giuste, magari sbaglia il colpo. È un percorso che darà i suoi frutti, insieme al lavoro che continuiamo a fare sul servizio e sulla parte atletica. Lo scorso anno siamo stati fermati spesso da tanti piccoli intoppi, ora Sinner è integro fisicamente e possiamo finalmente allenarci con continuità“.
Vagnozzi ha infine confermato che rivedremo in campo Sinner a Montpellier, Rotterdam e Marsiglia sull’indoor europeo a febbraio, prima di volare negli Stati Uniti per i 1000 di Indian Wells e Miami: una programmazione fitta per trovare continuità nelle competizioni dopo i tanti problemi della scorsa stagione.

 

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Coppa Davis

Coppa Davis, il ct croato Martic: “Con l’Austria sarà dura, servirà l’aiuto del pubblico”

Nel weekend, a Fiume, la Croazia priva di Cilic ospita l’Austria di Thiem nello spareggio per le Finals di Davis. Tra l’assenza del n. 1 ed i risultati non entusiasmanti di Melbourne, il selezionatore Vedran Martic predica prudenza: “Non sarà facile batterli, ma i ragazzi si stanno allenando per essere pronti per sabato”

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Il ct croato Vedran Martic durante la sessione di allenamento di martedì a Fiume (Foto: Mario ĆUŽIĆ/HTS)

Neanche il tempo di archiviare il primo Slam stagionale ed è già tempo di Coppa Davis, con i riflettori puntati soprattutto sui match di qualificazione alle fasi finali del prossimo settembre. Dodici gli incontri in programma nel prossimo weekend, tra i quali la sfida tra la Croazia, n. 1 del ranking ITF e semifinalista della scorsa edizione, e l’Austria, che si è garantita la permanenza nel World Group I con la vittoria sul Pakistan nei play-off dello scorso settembre. Il tie si disputerà in terra croata, per la precisione a Fiume (e noi di Ubitennis ci saremo per raccontarvelo).

I favori del pronostico vanno alla squadra di casa, ma sicuramente rispetto al momento del sorteggio, a fine novembre, c’è un po’ più di preoccupazione tra le fila croate. In primis per il forfait di Marin Cilic, operatosi un paio di settimane fa al ginocchio , ma anche per le prestazioni non certo entusiasmanti del resto della squadra all’Australian Open (in singolare Coric, tds n. 21, è stato eliminato al primo turno da Lehecka; in doppio la coppia Pavic e Mektic, n. 4 del seeding, è uscita al secondo turno per mano degli australiani Saville e Bolt). Non che gli austriaci stiano molto meglio a dire il vero, considerato che il loro n. 1 Thiem a Melbourne nel corso dell’incontro di primo turno (poi perso) contro Rublev ha accusato un infortunio ai muscoli intercostali e quindi le sue condizioni saranno tutte da verificare. Ma l’Austria è comunque una squadra equilibrata, che può scegliere il secondo singolarista tra due solidi top 150 ATP come Dennis Novak e Jurij Rodionov, e fare affidamento in doppio sulla coppia formata da Erler e Miedler, attualmente 18esima nella Race di specialità (semifinalisti ad Adelaide quest’anno, sconfitti proprio da Pavic e Mektic, dopo aver eliminato al primo turno gli azzurri Fogni e Bolelli).

Insomma, la Croazia rimane la favorita ma non può permettersi di prendere sottogamba i vicini mitteleuropei. Ne è ben conscio il selezionatore della nazionale balcanica, Vedran Martic, intervistato martedì dai media locali al termine della sessione di allenamento riservata alla squadra di casa. “Sono una buona squadra, sono pericolosi. Non sarà facile batterli. Thiem è un giocatore fantastico e anche se non sappiamo in quale stato di forma si presenterà a Fiume non sarà semplice batterlo. Gli altri due singolaristi sono attorno alla centesima posizione ATP, ma sono dei giocatori veramente bravi. Ed in doppio Erler e Miedler stanno crescendo sempre di più e giocano sempre assieme“. 

 

Martic ha poi confermato che i due singolaristi croati saranno i due Borna, Coric e Gojo (“Negli ultimi due anni hanno giocato delle partite fantastiche. Coric ha dato sempre tutto, ha giocato in modo eccelso, e Gojo quando gioca in nazionale è in grado di esprimere un tennis eccezionale, spero accada di nuovo“), con Nino Serdarusic in veste di riserva, chiamato in sostituzione di Cilic. Completa la squadra, ovviamente, una delle migliori coppie di doppio al mondo, quella composta da Mate Pavic e Nikola Mektic (15 titoli ATP vinti insieme dal 2021 ad oggi, l’ultimo ad Adelaide poche settimane fa). Ad allenarsi con loro sul Rebound Ace del Palazzetto dello Sport Zamet, sede del match, ci sono però anche un altro doppista sopraffino come il 38enne Ivan Dodig, n. 11 del ranking di specialità, e le due maggiori promesse croate in campo maschile, il 18enne Mili Poljičak, vincitore lo scorso anno del singolare juniores di Wimbledon, ed il 17enne Dino Prizmic, che ha finito il 2022 vincendo tre tornei ITF di fila e ha iniziato il 2023 con due quarti di finale consecutivi a livello Challenger, entrambi già tra i primi 500 della classifica mondiale. “Con noi ci sono ì giovani e anche Ivan Dodig, che ringrazio veramente tanto per essere venuto. Non è stato bene in Australia, ma ha stretto i denti per essere con noi qui a Fiume. I ragazzi sono qui per fare esperienza e giocare con i giocatori più maturi. Sono due juniores di talento dai quali ci aspettiamo molto in futuro.”

Il capitano croato (e coach di Khachanov) si è infine soffermato sulle condizioni di gioco, da lui valutate in modo assolutamente positivo. “Le condizioni sono ottime. Il palazzetto è stupendo e spero che ci sia il tutto esaurito nel weekend (anche se i prezzi dei biglietti non sono proprio economici: minimo 50 euro per la singola giornata, 80 euro per le due giornate, ndr). I ragazzi si stanno allenando per abituarsi alle condizioni, alla superficie ed alle palline e confidiamo di essere pronti per sabato.”

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