Signori, un Federer così stravince l’ottavo Wimbledon!

Editoriali del Direttore

Signori, un Federer così stravince l’ottavo Wimbledon!

Mai visto giocare nessun campione meglio del Federer odierno. Ma può farlo per 7 partite di fila? Perché c’è anche il Federer di Khachanov, Donskoy e Haas

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Gianni Clerici non aveva torto a scrivere ieri per Repubblica che il Roger Federer visto contro Karen Kachanov non avrebbe probabilmente vinto il prossimo Wimbledon. Ma avrebbe torto certamente torto se lo Scriba ripetesse oggi la stessa profezia, dopo la magistrale esibizione di tutto un altro Federer esibitosi nella finale dominata su Sascha Zverev. Credo di non aver mai visto nessuno al mondo, e neppure Roger Federer, giocare così bene come ha fatto oggi lo svizzero nei 53 minuti nei quali ha ridicolizzato Alexander Zverev, il tedesco che – mi par giusto ricordarlo a chi potrebbe malignamente sottolineare che nei suoi 9 trionfi a Halle Roger ha battuto un solo top-ten, e cioè Marat Safin – oggi è n.5 del mondo nella Race. Oggi Roger era il GOAT, il miglior tennista di tutti i tempi fra quelli che ho visto giocare io dal 1960 in poi. Non sarò mai in grado di contare tutte le partite che ho visto dal vero, più quelle in tv, ma sono certamente parecchie migliaia, direi decine di migliaia. Fidatevi di quel che vi dico. Ricordo bene anche il doppio capolavoro Rosewall-Laver delle finali WCT a Dallas, 1971 e 1972. Ho sempre scritto e pensato che non si possono paragonare campioni di epoche diverse. Troppe sono state le mutazioni. Umane e tecnologiche. Ma se dico che non ho mai visto nessuno giocare con una tale completezza di repertorio in così breve arco di tempo in tutta la mia vita, beh spero che mi crediate e che non ricaschiate nel solito vischioso dilemma su chi sia il GOAT.

Il GOAT non esiste. In un’epoca potrebbe essere uno, in un’altra un altro. A volte – come nel caso di Rod Laver o anche Bjorn Borg secondo me – il GOAT di un’epoca potrebbe meritare quell’attribuzione per tutte le superfici (per me anche se Bjorn ha perso 4 finali dell’US Open non era meno forte di quelli che via via lo hanno battuto sul cemento, aver vinto 11 Slam fra i 6 Roland Garros e 5 Wimbledon nello stesso mese, senza quasi mai giocare in Australia gli merita il GOAT dei suoi anni, ma qui… vedete, si ritorna sulle visioni soggettive). A volte il GOAT dell’inizio terzo millennio potrebbe essere considerato tale su tutte le superfici tranne che sulla terra rossa. Alludo a Roger. Oppure su una superficie soltanto, e qui alludo a Rafa Nadal. Evito di dirvi su quale superficie. Ma oggi a Halle per me Roger è stato il GOAT di quel talento che io non ho mai visto esprimere in modo così completo su un campo da tennis nell’arco di una sola partita. Ha fatto cose che mi hanno fatto quasi venire un groppo in gola per la commozione, proprio come quando la straordinaria voce di uno straordinario cantante (Celine Dion in certe interpretazioni a me ha fatto quell’effetto, ma anche Melanie in Candles in the Rain e Ruby Tuesday) ti entra nelle ossa e nelle vene, facendoti venire i brividi lungo la schiena, dappertutto. Un GOAT il Federer di oggi nel senso sopra esposto: a nessuno ho mai visto fare, per i 16 games della finale di Halle, tutte le straordinarie prodezze che gli sono riuscite in un così breve arco di tempo e mirabile.

Volée smorzate in allungo su fucilate di uno Zverev annichilito ma non arreso e costretto a recuperi pazzeschi finendo perfino a scivolare e rimanere impigliato come un tonno nella rete nel tentativo di disperati recuperi. Risposte perfettamente controllate su battute a 215 km orari. Passanti incrociati di rovescio con angolazioni pazzesche in estensione e con le spalle volte alla rete. Volée alte dorsali (veroniche… di panattiana memoria) con recupero della posizione a rete e riflessi formidabili. Decine di smorzate a ripetizione con una inarrivabile morbida fluidità dei gesti – di dritto come di rovescio – con la palla che si acquattava sull’erba come una piuma e come se qualcuno ce l’avesse messa lì con la mano. Lob al volo a scavalcare in modo quasi irridente un ragazzone di quasi due metri (che fanno quattro fra braccio, racchetta ed elevazione) costringendolo ad incrociare le ginocchia. Riflessi pazzeschi a rete, percentuale spaventosa di prime palle, con ace e servizi vincenti da far paura. Serve&volley come quello che ha concluso il match. E quella volée di rovescio in quasi tuffo sull’avant-matchpoint? Insomma, giuro, soprattutto per via di quelle palle corte che mi facevano sobbalzare per la spaventosa difficoltà che so comportare sull’erba l’eseguirle quando ti arriva un missile a centinaia di km all’ora – devi avere un polso di ferro e la capacità di allentarlo come se diventasse improvvisamente caucciù – la perfomance di Roger oggi mi ha sconvolto. Anche perché non si è mai distratto un attimo. Ogni scelta, anche tattica, sembrava ispirata da un Dio del tennis. E lo ha confermato anche Zverev: “Congratulations, Roger. Your tennis is insane. We will never see something like this again.

 

Non avevo in programma di scrivere oggi, ma non ho resistito. Certo il titolo, coerente eppure provocatorio del “pezzo” di Clerici, mi ha stimolato, perché la mia reazione immediata alla sua lettura e alla conclusione della finale è stata appunto l’opposta: “Questo Federer può vincere benissimo il suo ottavo Wimbledon, staccando Renshaw e Sampras, come no!”. Poi, ovviamente, alla reazione d’istinto fa seguito la razionalità e i soliti dubbi, quelli che non sarebbe giusto ignorare. Può Roger Federer, che contro Khachanov non aveva entusiasmato, giocare come contro Zverev a Wimbledon per sette partite di fila e per match che come minimo – tre set su cinque – durano un’ora e mezzo, ma più spesso oltre le due ore? E se si perde un set per strada oltre le due ore e mezzo e anche le tre ore? Il Federer di oggi ha giocato come si può fare soltanto in Paradiso per 53 minuti. Ma si può servire una percentuale così alta di prime palle, e a quella velocità, quando il match dura il doppio o il triplo? E se magari di quei match nello stesso torneo se ne debbono giocare più d’uno? E se, magari, per colpa di qualche piovasco e di un match programmato magari sul campo n.1 dove il tetto ancora non c’è, hai la jella di dover giocare due match duri nell’arco di 24 ore e contro un avversario invece più fresco? Se, se, se e ancora se. Dei se e dei ma son piene… Insomma, e senza nemmeno pensare a qualche sia pur minimo intoppo fisico che in uno Slam ci può sempre stare – i federeriani, ma anche i nadaliani, toccheranno legno – previsioni fondate sullo svolgimento di un torneo non si possono ragionevolmente fare.

Ho scritto già molte volte – i lettori più assidui e non prevenuti di questo sito me ne daranno atto – che raggiunta una certa età, non sono le prestazioni di punta a venire meno per un giocatore di grande talento, ma semmai la continuità. Ne ho scritto, in questo senso, per John McEnroe che ha vinto tutti i suoi Slam prima del 1986. (E anzi, a proposito di partite da cineteca… di certo lo fu la sua al Roland Garros del 1984, ma per due set e mezzo, quasi tre e mezzo… solo che poi la perse con Lendl e da lì iniziò il suo declino, anche psicologico). Non è che dopo SuperMac non fosse più capace di giocare partite formidabili, fenomenali. Anzi, ne ha giocate a dozzine. Memorabili. Idem per Stefan Edberg che nel ’96, dopo aver dichiarato in anticipo che quello sarebbe stato il suo ultimo anno, giocò in una meravigliosa ultima passerella sui teatri tennistici di tutto il mondo match assolutamente stupendi, ma perse anche partite contro giocatori che in altri anni avrebbe scherzato. Federer per ora, al di là di un paio di match persi con il matchpoint  a Dubai e a Stoccarda (e quindi non così mal giocati nemmeno contro Donskoy e Haas), è stato molto ma molto più vicino e continuo a prestazioni eccellenti che non a brutte partite. Questo io non ho difficoltà ad ammettere che non me lo aspettavo davvero all’Australian Open, quando tornava da 6 mesi di pausa agonistica. Mentre ero più ottimista al riguardo sia a Indian Wells sia a Miami, anche per il fatto che lì si giocava sui due set su tre.

Adesso vedremo con il sorteggio che tipo di percorso si presenterà – come ipotizzabile – per Federer. Ipotizzabile perché gli imprevedibili Stakhovsky si possono sempre presentare ad ogni angolo. Intanto sappiamo per certo che n.1 sarà Murray, n.2 Djokovic, e che Roger e Rafa, rispettivamente n.3 e n.4 non potranno mai incontrarsi altro che in un’eventuale finale. E devo dire che quest’ultima ipotesi, ove si verificasse l’ennesimo duello fra i due più grandi rivali, sarebbe altamente suggestiva. Per la storia della loro rivalità, per il ricordo delle loro altre finali di Wimbledon, per quello che è successo nell’ultima finale di Slam a Melbourne 2017. Tutti aspetti fortemente memorabili. Oggi come oggi né Murray né Djokovic sembrano in grande forma né si direbbe che possano presentarsi all’appuntamento di Church Road in grande fiducia. Però se dovessimo valutare un buon sorteggio o un cattivo sorteggio per Federer (e il discorso vale anche per Nadal) il fatto di essere capitati dalla parte di Murray o da quella di Djokovic, potremmo facilmente sbagliarci. Perché molto dipenderà da quel che accadrà – per tutti i Fab Four che potrebbero uscire ai primi turni come non – nella prima settimana dei Championships. E non solo, ma anche prima… Un Djokovic che domina il torneo di Eastbourne o un Djokovic che perde malamente a Eastbourne non sarà mai – in termini di fiducia – lo stesso Djokovic. O sbaglio?

Il fascino del prossimo Wimbledon sta davvero nelle sue mille incognite. A cominciare dalla condizione delle prime due teste di serie, certo. Entrambi ex campioni di Wimbledon (con Murray che ne ha vinti già un paio, più quello Olimpico). Ma anche dal Federer che potrebbe essere quello visto contro Kachanov oppure quello visto contro Zverev. E anche dal Nadal che potrebbe essere quello che ha perso sempre ai primi turni delle ultime edizioni di Wimbledon, oppure quello che ha giocato più finali di Lendl (e vincendone un paio). Il tutto senza nemmeno prendere in considerazione, in quest’articolo, le chances di una, due, tre – se non sette – grandi prestazioni di tanti outsiders che sull’erba sanno farsi rispettare. Del Potro, Raonic, Cilic, per citare i primi che mi vengono a mente, non posso mandare a casa un Fab Four in cattiva giornata? Certo che sì. Insomma, e qui concludo, il Federer di oggi a Halle, non lo batte nessuno, ma deve giocare così (e anche un po’ meno) sette volte per almeno due ore e mezzo tre per essere sicuro di portare a casa l’ottavo Wimbledon. Vedremo. Ma intanto chi ha avuto la fortuna di vedere questi 53 minuti da cineteca – ecco, fossi io il direttore di Supertennis ne riproporrei la visione “un’ora al giorno con Maestro Federer” tutti i giorni, con visione obbligatoria ai Centri Estivi federali (togliendo l’infinita cerimonia di premiazione, per la quale, sempre da direttore, avrei previsto che con due finalisti di lingua tedesca in un torneo in Germania, un interprete capace di tradurre il tedesco me lo sarei procurato…) ha potuto godere alla grande. Io fra i tanti.

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Editoriali del Direttore

Italia nei guai: contro gli USA 3-0 o è notte

Pro e contro di questa Coppa Davis che non poteva cambiare nome. I calcoli… anti-Russia. I tempi e la data all’origine di tanti problemi. 5 top ten, 11 top 18. Macché esibizione

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Matteo Berrettini e Fabio Fognini - Finali Coppa Davis 2019 (photo by Mateo Villalba / Kosmos Tennis)

da Madrid, il direttore

La duplice vittoria del Canada su Italia e Stati Uniti, quattro singolari vinti su quattro da Pospisil e Shapovalov rispettivamente su Fognini e Opelka e su Berrettini e Fritz, ci costringe a uno spareggio diabolico oggi con gli USA, sapendo che neppure una vittoria per 3-0 ci garantirebbe il passaggio ai quarti che invece il Canada è stato il primo ad assicurarsi. Il Canada aveva perso dal 1965, 15 volte su 15 incontri con gli USA, ma la sua vittoria non sorprende e non sorprenderà se si ripeterà anche nei prossimi anni. Gli USA si sognano giovani come Shapovalov e Auger-Aliassime. Ricordo a chi ancora non avesse metabolizzato il sistema della nuova Davis, che oltre alle sei che finiranno prime in ciascun gruppo passeranno ai quarti le due seconde che avranno vinto – in ordine – il maggior numero di match, a parità il maggior numero di set, e infine il miglior quoziente fra set e game.

I CALCOLI PERCHÉ L’ITALIA SIA… MIGLIOR SECONDA DELLA RUSSIA

Se volete rompervi un po’ il capo con i calcoli, leggete qui, sennò saltate questo paragrafo e andate direttamente alle mie prime considerazioni su questi primi due giorni di Coppa Davis nuovo formato. Sono considerazion che per ora i diversi giocatori cui ho chiesto i “pro” e i “contro” hanno preferito diplomaticamente rinviare più in là con varie scuse. Fra questi anche Nadal, il quale almeno ha accennato nella sua lingua, dopo essere stato evasivo in inglese, ai colleghi spagnoli almeno un “pro” nell’atmosfera e un “contro” negli orari da rivedere: “Non deve poter cominciare un doppio che può durare due ore a mezzanotte e mezzo, significa andare a letto alle quattro dopo tutte le operazioni post-match cui tutti i giocatori si sottopongono per ritrovarsi domani di nuovo in campo!”. Soltanto i francesi, giocatori e capitano, sono stati più espliciti e trasparenti e ne ho parlato in un articolo a parte.

Al momento la Russia, che ha vinto 3-0 con la Croazia (con 6 set vinti e 1 solo perso) e ha perso solo 2-1 con la Spagna (ma vincendo 2 set e perdendone 5) sembra assai ben piazzata come “seconda di gruppo”. Non avesse perso un set con la Croazia e avesse invece vinto un set nei match persi da Khachanov con Nadal e nel doppio perso con Lopez/Granollers, si sarebbe trovata in una assoluta botte di ferro. Ma anche così, come dicevo, mi pare messa benino. Con quasi tutte le altre nazioni è troppo presto e complicato fare calcoli. Fermiamoci per ora – nell’unica prospettiva possibile di un’Italia vittoriosa sugli Stati Uniti e quindi seconda – alla Russia che ha 4 duelli vinti e 2 persi, con 8 set vinti e 6 persi.

L’Italia in questo momento ha 1 solo duello vinto (il doppio) e 2 persi. Per raggiungere la Russia dei 4 duelli vinti come la Russia, l’Italia è obbligata a vincere 3-0 con gli Stati Uniti. Fin qui non ci piove. A quel punto subentra il conto dei set. L’Italia come set fin qui ha un bilancio di 3 set vinti e 5 persi. Chiaro che se vincesse i 3 match che è obbligata a vincere andrebbe a 9 set vinti, quindi uno più della Russia. Ma occorrerebbe che le rimanesse davanti anche nel conto dei set. Se perdesse nei tre match un solo set passerebbe davanti alla Russia: per noi 9 set vinti e 6 persi contro gli 8 vinti e i 6 persi della Russia. Attenzione però: se l’Italia perdesse invece 2 set pur vincendo tutti e tre gli incontri, la Russia avrà una percentuale del 57,14 di set vinti, mentre l’Italia avrebbe una percentuale di 56,25. Quindi l’Italia resterebbe dietro alla Russia. Stessi calcoli da ragionieri andrebbero fatti con tutte le altre nazioni seconde, quando sapremo quali saranno.

NESSUN PARAGONE CON LA VECCHIA, MA IL NOME NON POTEVA CAMBIARE

Voglio sgombrare subito il terreno da ogni equivoco con il dire che nessuno più di me si rende conto che questa Coppa Davis non può essere paragonata con la vecchia che aveva resistito 119 anni. Anche per via di tutti questi calcoli astrusi che la rendono discutibile almeno quanto è discutibile qualunque formula (anche quella del Masters ATP di fine anno) che non sia quella tradizionale dell’eliminazione diretta. Al tempo stesso ci si deve rendere conto che non era pensabile, perché sarebbe stato autolesionistico, immaginare che la Federazione Internazionale (ITF) rinunciasse a un brand – la Coppa Davis – che ha un avviamento di 119 anni, per ricominciare da zero con un nuovo nome. Avrebbe voluto dire autocastrarsi con gli sponsor, le tv, i media. L’avessero chiamata Rakuten Cup, dico un nome a caso, ve l’immaginate che appeal e che eco avrebbe potuto riscuotere?

A MADRID CI SONO 5 TOP 10 E 11 TOP 18

Di conseguenza, capisco i nostalgici della vecchia Davis ai quali appartengo, ma – come dicono a Napoli – “scurdammoce o’ passato” e guardiamo avanti nel modo più costruttivo possibile. Prendiamo atto del fatto che qui ci sono i primi due tennisti del mondo, 5 dei primi 10, 7 dei primi 12, 9 dei primi 15, 11 dei primi 18. I nomi? Nadal n.1, Djokovic n.2, Berrettini n.8, Bautista Agut n.9, Monfils n.10, Goffin n.11, Fognini n.12, Schwartzman n.14, Shapovalov n.15, De Minaur n.17, Khachanov n.18. Siamo sicuri che la Coppa Davis old style avrebbe attirato un egual numero di top-players se anziché concentrarli in una settimana avesse preteso che fossero a disposizione delle loro federazioni per quattro settimane? Io sono quasi sicuro del contrario. E la storia delle ultime edizioni della Davis, con quasi tutti i giocatori che l’hanno vinta che hanno poi smesso di giocarla, lo dimostra.

Quattro settimane che, attenzione, cascando in un Paese piuttosto che in un altro, non erano programmabili con congruo anticipo e potevano significare passare da una prima superficie in un continente ad una seconda del tutto diversa in un altro continente, per poi magari ritornare alla prima superficie attraversando il mondo. Aggiungete al fatto che per gli agenti, i gruppi di management, che in quelle settimane possono organizzare e lucrare su esibizioni super remunerate in giro per il mondo, le settimane di Davis – a volte per alcuni nemmeno retribuite, ma sempre comunque molto meno che non le esibizioni – vedevano le settimane di Davis come il fumo negli occhi. Lucro cessante.

Si potrebbe osservare che, fatte salve le prime quattro semifinaliste che saranno ammesse di diritto alla fase finale dell’anno prossimo, così come due wild card che dovranno essere annunciate questa domenica, i componenti delle altre 12 che dovranno scontarsi il 6 e 7 marzo con le 12 che hanno vinto i playoff zonali potranno dover giocare anche quel weekend lì. Il loro impegno, dunque, potrebbe concernere due settimane, quella di marzo e la terza di novembre. Però trattandosi di giocare solo due singolari e un doppio nel weekend citato di marzo – per 12 squadre contro altre 12, ma non 2 wild card e quattro semifinaliste esentate dal primo turno – non sarà obbligatorio che siano presenti tutti e cinque i titolari. Basteranno anche meno.

A pagina 2: le mie impressioni, orari e data i difetti, le interviste

 

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Editoriali del Direttore

Pessimo inizio per l’Italia, ma forse questa Coppa Davis ha un futuro

Tanti difetti ancora, organizzazione modesta, informatori disinformati, orari sbagliati, ma l’entusiasmo in tribuna c’è, lo spirito anche. Non è la stessa cosa, ma col tempo… e la vecchia stava morendo

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Fabio Fognini e Matteo Berrettini - Finali Coppa Davis 2019 (via Twitter, @DavisCupFinals)
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da Madrid, il direttore

Se gli Stati Uniti non battono il Canada mercoledì l’Italia è messa molto male. Il Canada con due vittorie chiuderebbe certamente in testa il gruppo qualificandosi per i quarti e agli azzurri battere gli Stati Uniti di Fritz, Tiafoe, Opelka, Sock e Querrey potrebbe non bastare. Ammesso che ciò avvenga. Il 2-0 a noi sfavorevole dopo i due singolari vinti contro classifica dai due canadesi ci ha messo nei guai. Peccato perché, dopo tante critiche a questo nuovo formato, ho potuto constatare code lunghissime da parte degli spettatori che hanno preso i biglietti (costo medio poco meno di 50 euro per intero incontro di tre partite, due singolari e un doppio) per seguire le tre sfide della prima giornata (Russia-Croazia, Belgio-Colombia, Canada-Italia).

Il primo match è stato giocato sul campo centrale capace di contenere 12.500 spettatori. Ne avrà avuto circa 6.000/7000, molti di più di quelli che mi attendevo. E anche sul campo intitolato a Arantxa Sanchez (capienza 3.500 spettatori), dove hanno giocato Italia e Canada, secondo me c’erano almeno 2.500 persone. Considerando che era il primo giorno di una nuova manifestazione non mi sembra un cattivo risultato.

L’organizzazione dovrà essere rodata, chi dovrebbe dare informazioni sa troppo poco per darle, non è stato bene istruito. C’è una grande confusione e i tre stadi con biglietti differenziati non aiutano. Però l’atmosfera è buona, al di là dello spazio che è abbastanza freddo e poco attraente. La gente arriva con bandiere grandi e piccole, trombe, tamburi e tanto entusiasmo. Il tifo sugli spalti, anche se io ho potuto seguire soprattutto quello di Italia-Canada, è quello tipico degli incontri di Coppa Davis anche se non è proprio quello cui si abbiamo abituati nei match in cui gioca la squadra di casa. C’era anche la Spagna del futbol in campo contro la Romania, proprio a Madrid, al Wanda Metropolitano (lo stadio nuovo dell’Atletico) quindi presumo che un po’ di spettatori fra quelli andati allo stadio e i seduti in sofà davanti alla tv il calcio possa averli sottratti al tennis. La mia primissima impressione è che alla fine questa Coppa prenderà piede, anche se non assomiglia alla Davis che ha vissuto 119 anni.

Intanto alcune federazioni, come quella canadese, hanno fatto operazioni di marketing turistico per cercare di assicurare un discreto sostegno alla squadra. Almeno un migliaio di canadesi erano qui. E hanno fatto un baccano d’inferno. Tanti, comunque, anche gli italiani. Da una parte si gridava “let’s go Shapo, let’s go Shapo”, dall’altra si sprecavano gli incitamenti “Matteooo, Matteoo”. La cosa più bella, rispetto alle partite di calcio dove le opposte tifoserie se non avessero spazi deserti che le separano si azzufferebbero da prima del match a dopo il match, è che qui erano tutti mischiati – salvo poche aree – e italiani e canadesi sventolavano le loro bandiere fianco a fianco. Una bella manifestazione di civiltà. Certo qualche urlo fuori posto si è sentito, e Shapovalov a un certo punto, a metà del terzo set, ha cominciato ingenuamente a prendersela con una fetta del pubblico da cui si sentiva disturbato. Con il bel risultato che il pubblico di fede azzurra ovviamente lo ha preso di punta, fischiando e buheggiando. Il ragazzino ha pensato bene di fare tre ace sul 3 pari portando ogni volta il dito all’orecchio, come per dire “e ora perché non fischiate?” Ovviamente è venuto giù un diluvio di fischi.

Per me è stato indubbiamente un brusco trapasso, quello dalle ATP Finals della 02 Arena alla nuova discussa Coppa Davis della Caja Magica lanciata con tutte le operazioni di lobby dal presidente ITF David Haggerty e finanziata dalla Kosmos di Piqué, dagli sponsor giapponesi di Rakuten e… anche dalla signora Piqué, alias Shakira (ma avrà pagato?), che approfitta di questa manifestazione per promuovere il suo tour musicale “El Dorado” con uno striscione sul campo. E sarà lei, la cantante colombiana di cui ricorderete il video osé con Rafa Nadal che tanto fece discutere, a chiudere la settimana della Davis qui con una sua performance.

Sono arrivato solo nel pomeriggio da Heathrow, perdendo così parte del match di Fognini-Pospisil. Non credo di aver perso molto. Per assistere all’esordio di Berrettini al Masters contro Djokovic avevo buttato il biglietto aereo comprato mesi prima quando nemmeno il Mago Ubaldo aveva previsto che Berrettini sarebbe arrivato nell’élite degli otto Maestri, e ancor meno che avrebbe giocato lui per primo alle 14 di domenica, perché proprio non me lo volevo perdere, 41 anni dopo aver visto Barazzutti al Madison Square Garden. Avevo così cambiato i miei piani rinunciando a vedere la finale della Next Gen dominata da Sinner su De Minaur e mi ero comprato nuovo biglietto aereo e una notte imprevista in hotel.

Ma poi, dopo il 6-2 6-1 imposto da Djokovic in 63 minuti scarsi, ero abbastanza pentito di aver cambiato tutti gli originali programmi. Così stavolta, quando anche l’Italia è stata sorteggiata per il suo match con il Canada proprio nella prima giornata della nuova Davis, sia pur imprecando con questi sorteggi che non danno respiro fra un torneo e l’altro, ho mantenuto il progetto di viaggio originario e, sì, mi sono perso le prime fasi del match di Fognini, ma in tempo sufficiente comunque per vedere che fra il servizio di Pospisil e quello di Fognini c’erano mediamente 30 km orari di gap.

Questo era prevedibile, ma non era scontato che il campo fosse così veloce. Tant’è che non a caso Shapovalov e Berrettini hanno giocato tre set senza mai riuscire a breakkarsi. Spiace che Matteo avanti di un minibreak, 4-3 e due servizi nel tiebreak del terzo set, abbia sbagliato una volée di dritto piuttosto facile rimettendo in corsa Shapovalov che pareva spacciato. Sempre una volée di dritto sbagliata, ma in rete, era costato il primo set a Matteo. Si parla sempre di rovescio e gioco di gambe da migliorare per Matteo, ma io invece due volte contro Federer e una contro Djokovic gli ho visto sbagliare proprio lo stesso tipo di colpo. Si mette di fianco, fa scendere un po’ troppo la palla, la mette quasi sempre in rete quando il punto è importante.

Di buono nel match di Berrettini, comunque ben giocato, c’è stato che la partecipazione della squadra all’angolo si è fatta più intensa, più calda. Durante il match di Fognini la claque era un po’ spenta, un po’ fiacca. Domani cercherò di capire più cose qui, visto che non gioca l’Italia. Gli orari mi sembrano folli. In questa prima giornata si è finito ben oltre la mezzanotte e si è cominciato a giocare alle 16. Oggi cominciano alle 11 i primi tre incontri, alle 18 quelli della sera. Finiremo alle due? I giornali chiudono la tipografia prima che cominci il doppio. Se ieri sera Berrettini avesse vinto, nessun lettore di giornale avrebbe mai saputo chi avesse vinto fra Canada e Italia. Vero che i giornali stanno già morendo, ma così si contribuisce ad accelerare il de profundis.

Un errore mi pare anche impedire ai giornalisti di avvicinare i giocatori o i dirigenti prima della conclusione del doppio. Certo non si deve disturbare chi sta per entrare in campo, ma gli altri? Vi immaginate che voglia avranno di parlare alle 2 di notte, capitano e giocatori, soprattutto se sconfitti?

 

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Editoriali del Direttore

Un gran bel Masters, un gran bel vincitore. Vedo Tsitsipas prossimo numero 1 del mondo

Fra i giovani è il più solido di testa. Più di Thiem e Zverev. Ha anche personalità, carisma. Piace e piacerà sempre di più. L’ottimo auspicio per Jannik Sinner

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Stefanos Tsitsipas - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)
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da Londra, il direttore

Stefanos Tsitsipas, il più giovane “Maestro” dal 2001 con i suoi 21 anni ha vinto un bel Masters, un Masters di notevolissima qualità, il migliore degli ultimi anni. Senza davvero alcun confronto con l’edizione del 2018 vinta da Zverev su Djokovic (dal quale aveva perso nel round robin) e quella ancora peggiore del 2017 della finale Dimitrov-Goffin. Anche quella del 2016 non fu granché fino alla stretta finale: visse infatti sull’incertezza di chi sarebbe stato n.1 del mondo e fu bello che fosse proprio la finale a deciderlo. Per chi non lo ricordasse Murray, dopo aver salvato un matchpoint con Raonic in semifinale, batté Djokovic 6-3 6-4 coronando un secondo semestre fantastico. Di partite belle ce ne sono state diverse: in ordine sparso Thiem-Djokovic, Nadal Tsitsipas, Thiem-Federer, Federer-Djokovic, Nadal-Medvedev.

Bella, incerta, avvincente la finale fra i due tennisti dal tennis straordinariamente efficace, sempre aggressivo e intenso per ritmo e potenza, ma anche elegante per via del rovescio a una mano che pochi anni fa si credeva fosse prerogativa soltanto di Federer. La finale, conclusa 7-6 al set decisivo come quella di Nalbandian su Federer a Shanghai 2005 (ma lì furono cinque set) non poteva essere più equilibrata se dopo due ore e 32 minuti il punteggio era in perfetta parità: un set pari e 4 pari nel decisivo tiebreak dopo che Dominic Thiem era risalito da 1-3 nei game e da 1-4 nel tiebreak. Forse proprio quella corsa al continuo inseguimento gli è costata mentalmente, perché dal 4 pari si deve essere come rilassato un attimo e ha sbagliato tre dritti di fila, due dei quali abbastanza gratuiti.

 
Dominic Thiem, Chris Kermode e Stefanos Tsitsipas – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Tre anni fa i due protagonisti di questa bella finale si erano incrociati per la prima volta. Thiem era già fra i qualificati alle finali, Tsitsipas era stato invitato a fare da sparring-partner. Cinque anni separano i due, ma sembra di poter dire che Stefanos ha già colmato il gap. Ne ha fatta di strada il ragazzone di Atene nato nello stesso giorno di Pete Sampras, il 12 agosto, ma 27 anni dopo (1971 Pete, 1998 Stefanos). Un anno fa il ragazzo dai capelli più lunghi di Borg vinceva le Next Gen a Milano (su De Minaur in finale), a gennaio già sorprendeva per la prima volta Roger Federer nel primo Slam dell’anno e centrava le semifinali dove però beccava una bastonata da Nadal.

Di Nadal Stefanos si sarebbe vendicato a casa sua, in Spagna, a Madrid, senza lasciarsi intimidire dal tifo del pubblico. Ma, giusto per non lasciarsi rimpianti, avrebbe colto due vittorie anche con il terzo dei Big Three, Novak Djokovic, in due Masters 1000, in Canada e a Shanghai. Insomma anche se oggi è solo – a 21 anni! – il n.6 delle classifiche mondiali, dietro ai soliti tre, a Thiem e Medvedev, ho la sensazione che il primo dei giovani che salirà sul trono del tennis possa essere proprio lui, Stefanos Tsitsipas. Che, oltretutto, mi pare anche un gran bel personaggio, oltre che uno straordinario tennista.

Quando? Forse più presto di quanto si immagini. Ha già ottenuto due vittorie su Federer (e come al solito in due stadi tutti pro Roger, “let’s go Roger, let’s go Roger!”), due su Djokovic, una sola per ora su Nadal ma – attenzione – qui a Londra ci ha perso solo 7-5 al terzo dopo aver vinto il primo. I lettori che non perdono occasione per sottolineare certe ovvietà, non hanno bisogno di leggere che è inevitabile che mentre lui migliorerà ancora, i top 3 invece no.

Rispetto a Medvedev mi sembra più completo e quanto a Thiem, pure lui in progresso se ci si ricorda le difficoltà che aveva a esprimersi sul “veloce indoor” – e non parliamo dell’erba – mi pare di poter dire che l’austriaco è un tantino meno solido di testa. Sono già diversi anni che è forte, soprattutto sulla terra rossa (due finali e due semifinali al Roland Garros), ma gli ho visto perdere delle partite più per la testa che certo per il braccio che è davvero eccellente. Penso a quella che perse all’US Open da del Potro, quando era un match già vinto. Ecco, secondo me Tsitsipas una partita così non la perde. O la perde fin dall’inizio, ma non la butta se sta per vincerla.

Non si può discutere su ipotesi non dimostrabili, ma io penso che se Tsitsipas avesse vinto il primo set – come avrebbe potuto: lui ha fallito la trasformazione di tre palle break, Dominic di due – non avrebbe giocato un paio di game disastrosi, soprattutto il primo, come è capitato a Thiem all’inizio del secondo set. Invece di dare il pugno del ko al greco, Thiem ha commesso l’ingenuità di distrarsi e di rimetterlo in corsa. 4-0 in pochi minuti e praticamente lo sforzo che aveva compiuto per vincere il primo set è stato vanificato.

Mi aspetto comunque che nel 2020 gli Slam non siano tutti appannaggio dei soliti Fab (tre o quattro, su Murray ancora non mi esprimo) anche se Nadal lo vedo ancora favorito al Roland Garros se sta bene e non vedo né Tsitsipas né Thiem troppo pericolosi a Wimbledon. Sono proprio l’Australian Open e l’US Open i tornei che potrebbero laureare un nuovo campione di Slam. Tre anni fa Tsitsipas aveva vinto il Bonfiglio e, con un pizzico di presunzione scusabile in un ragazzino, si era posto un obiettivo ben chiaro: In tre anni vorrei vincere uno Slam!. Beh, per adesso ha vinto le finali mondiali ATP. Ma in Australia fossi uno dei cinque che lo precedono nell’ATP ranking, vorrei incontrarlo il più tardi possibile. E forse meglio mai.

Mentre scrivo così, e parlo dei due splendidi finalisti di questo Masters mi sono chiesto: che cosa avrà mai pensato il mio adorato Thomas Fabbiano? Avrà guardato la finale? Ci avete fatto caso che in due tornei dello Slam, non due 250 qualsiasi, il giovanotto di Grottaglie che per l’appunto è uscito dai top 100 dopo esserci stato tutto l’anno – è n.117 sennò di italiani fra i top 100 ne avremmo avuti 9! – a Wimbledon ha battuto Stefanos Tsitsipas e all’US Open Dominic Thiem! Oggi sembra incredibile, ma così è il tennis. Mai darsi battuti prima di scendere in campo, tutto può succedere.

Stefanos Tsitsipas – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Infatti, per restare in tema, anzi in Thiem, se l’austriaco avesse vinto questo Masters, cogliendo quattro vittorie su cinque, avremmo potuto buttar lì che… sì. Matteo Berrettini era stato l’unico a batterlo. La presenza di Matteo, a proposito, ha vivacizzato l’interesse per questo Masters che per 41 anni non ci aveva permesso di tifare per nessuno. È stata un’esperienza utile, sono sicuro che Matteo ne trarrà giovamento. Poi, per carità, c’è chi esordisce a 21 anni e vince il torneo e c’è che esordisce a 23 e mezzo e si accontenta più che legittimamente di trovarsi in una élite mondiale come non era assolutamente pensabile sei mesi fa e di aver colto una vittoria che, seppur ottenuta a spese di un giocatore già qualificato per le semifinali, resta pur sempre l’unica italiana nella storia “midi siècle” di questa rassegna di fine anno.

Mi ha fatto piacere rivedere finalmente presenti a questo torneo gli inviati del Corriere della Sera, de la Repubblica, de la Stampa, in aggiunta a quelli dei quotidiani sportivi e al team di Ubitennis ottimamente rappresentato dall’inglese Adam Addicott per Ubitennis.net – la home page inglese che vi suggerirei di consultare perché sviluppa contenuti indipendenti e secondo me è fatta benissimo – dagli inviati Ruggero Canevazzi e Roberto Ferri che si sono impegnati tantissimo per offrire la miglior copertura possibile insieme al fotografo Roberto Zanettin che ha svolto un grandissimo lavoro. Riguardo alle presenze dei media italiani… evviva. Spero proprio che il momento magico del tennis italiano duri e prosperi. Fin dalla Coppa Davis che mi accingo a “coprire” da oggi per Italia-Canada, insieme a Stefano Tarantino, il nostro “Patria-Man” – così ribattezzato perché quando si gioca Coppa Davis e Fed Cup, vecchie e nuove, lui è il boss che coordina tutto.

Anche se l’argomento è trattato altrove devo assolutamente due righe di gran plauso sull’exploit di Jannik Sinner dopo il terzo challenger conquistato a Ortisei. Non era un torneo difficile di per sé, ma avere la solidità di vincerlo dopo la “sbornia” di attenzioni, titoli, interviste susseguite al successo nel torneo milanese delle Next Gen ATP Finals, poteva disorientarlo. Non è accaduto. A riprova che questo ragazzo dai riccioli rossi ha proprio la testa sulle spalle. E che la struttura che Riccardo Piatti gli ha messo intorno funziona da par suo. Peraltro non ne dubitavo minimamente. Sapete già tutti che da neo n.78 Sinner – che resta l’unico diciottenne fra i primi 100 del mondo – si è spalancato con una gran spallata la porta dell’Australian Open. Ma anche quelle dei primi due Masters 1000, Indian Wells e Miami.

Sognarlo presente alle ATP Finals del 2020 mi pare caricarlo di responsabilità eccessive, lui avrà 19 anni non 21, ma magari nel 2021 a Torino – dove io mi aspetto che si giocheranno sia le Next Gen sia le finali ATP – una doppia presenza azzurra, con l’accoppiata Berrettini-Sinner non la escluderei a priori e, naturalmente, non mi dispiacerebbe per nulla. Il successo a Londra di Tsitsipas, un anno fa campione delle Next Gen milanesi e un paio di mesi dopo – ribadisco – capace di battere Federer a Melbourne, mi pare di buon auspicio per il futuro di Jannik. Però di incontrare Federer, Sinner in Australia non ne ha bisogno, non deve aver fretta. C’è tempo. Magari più in là. Tsitsipas aveva 20 anni a Milano e a Melbourne, non 18. E, credetemi, fa una gran differenza.

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