TC Sinalunga, ripartire dai giovani con impegno e passione

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TC Sinalunga, ripartire dai giovani con impegno e passione

Smaltita l’amarezza per la retrocessione in A2, il Presidente del club senese Marzio Bernardini ci ha parlato della buona qualità di gioco espressa dai suoi giocatori e dei programmi per il 2018, con alcune gustose curiosità

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Presidente Bernardini, si è da poco conclusa la stagione di Serie A1 con la retrocessione del TC Sinalunga allo spareggio. A parte l’amarezza per l’esito finale, qual è il bilancio complessivo della competizione?
Eravamo consapevoli che sarebbe stato un campionato difficile, soprattutto per la scomparsa della figura “dell’Otto più”. Il campo ha confermato il nostro timore. Siamo retrocessi, ma alla fine nei vari incontri abbiamo realizzato anche più di quello che ci aspettavamo. Abbiamo ottenuto 4 punti nel girone, un buon risultato tutto sommato; resta il rammarico di aver percepito strada facendo che potevamo combattere ad armi pari, anche meglio di quello che alla vigilia si poteva ipotizzare. Purtroppo un po’ di sfortuna e qualche situazione che non è girata bene hanno prodotto questo risultato.

 

Seguendo il campionato, abbiamo notato uno spirito molto combattivo da parte dei vostri ragazzi, e match, anche se persi, molto lottati…
Infatti abbiamo perso quattro doppi al tiebreak… Sarebbero bastate un paio di vittorie in quei match per ottenere diversi punti in più. Addirittura potevamo anche lottare per la seconda posizione, che ci avrebbe consentito una salvezza tranquilla. Questo resta un nostro demerito, purtroppo, a cui si aggiunge il problema di non aver potuto schierare nei match iniziali gli stranieri, per loro programmazione dell’ultimo minuto. A questo si somma pure una certa dose di sfortuna, quando appena prima della trasferta di Genova il nostro Kovalik ha perso l’aereo in partenza da Parigi per una manciata di minuti, bloccato in città da un ingorgo… A Maglie abbiamo fatto un’impresa pareggiando, ma addirittura potevamo vincere, ripresi dal doppio decisivo. Punti persi pesanti, che ci avrebbero permesso di arrivare terzi, ed in quel caso credo che ce l’avremmo fatta a salvarci. È stato un match incredibile quello in Puglia: Licciardi ha battuto Crepaldi al terzo con un tennis importante, e Kovalik ha battuto il loro francese Jankovitz con una partita lottatissima. Oltretutto abbiamo anche subito l’anticipo del match di play-out di Palermo al sabato, con il nostro straniero che non ha fatto in tempo ad arrivare. Alla fine dobbiamo accettare il verdetto del campo, serenamente, ma resta un filo di rammarico.

TC Sinalunga – Kamil Majchrzak e Pietro Licciardi

Ci può spiegare il perché di questo anticipo, nello spareggio decisivo?
Quando sono stati fatti i sorteggi, speravamo di evitare Palermo perché sono una squadra forte e perché è piuttosto lontano, avendo già affrontato quest’anno Maglie e Palermo Due. Abbiamo notato un asterisco accanto alla nostra sfida, con scritto “anticipo al 2 dicembre”. Pensavamo addirittura ad un errore… invece anche il Due Ponti aveva la stessa data con Ata Battisti. Effettivamente era così, e ci è stato spiegato il motivo: il campo di riserva è lo stesso del Palermo Due, e quindi non possono giocare entrambe la stessa giornata. È stata una decisione che ritengo discutibile: perché abbiamo dovuto subire questo cambiamento per un problema tecnico dell’avversario, il non avere il campo coperto nel proprio circolo? Nel regolamento c’è scritta questa possibilità, ma non riteniamo giusto il criterio. Giocando al sabato la partita di ritorno, il nostro polacco non è potuto venire e la sua mancanza ha pesato. Purtroppo abbiamo compromesso la partita già all’andata in casa, sconfitti 4-2, sempre col doppio perso alla fine. Il nostro obiettivo era fare un pareggio in casa, cercare il pareggio anche a Palermo e giocarcela nel doppio supplementare. Giacalone era un “discreto problema”, ma con la nostra squadra al completo i due doppi potevamo portarli a casa, e sarebbero stati decisivi.

Viste le premesse della vostra stagione di A1 ed il risultato del campo, alla fine siete soddisfatti della strada intrapresa e della buona prospettiva che avete per costruire il futuro?
A parte il risultato finale, è stata una stagione comunque positiva. Abbiamo visto delle grandi partite, abbiamo strappato i complimenti di tutti, vinto grandi incontri come Licciardi vs Cecchinato, Ramirez Hidalgo e Crepaldi, e pure Perinti ha vinto giocando bene contro Picco ed Eremin, oltre ai nostri stranieri sempre vincenti quando in campo. Abbiamo fatto esordire un 13enne in A1, credo siamo l’unica squadra, quindi tante cose positive. Il prossimo anno oltre a Licciardi e Galuppo avremo il giovane Alessandro Busini ed i ragazzi del vivaio Matteo Gigante e Marcello Serafini, che confidiamo potranno darci soddisfazioni. A questi si affiancherà anche Marco Miceli, giovane diciannovenne di grandi speranze. Con i giocatori che avremo in lista, stranieri a parte, avremo un’età media di circa 20 anni. Una squadra di qualità e molto giovane, proiettata al futuro. Se gli stranieri continueranno a darci una mano, come credo, avremo un ottimo e competitivo team per ripartire con nuovo ciclo.

Con il campionato archiviato, come si lavora per il futuro?
Da ora in poi dobbiamo definire tanti aspetti per il 2018, e nell’aria ci sono anche dei possibili ripescaggi… Se non verranno fatte nuove deroghe, ci sono attualmente dei club che giocano in A1 che potrebbero non avere i requisiti necessari a prendere parte al campionato prossimo, come quello della struttura di riserva condivisa con altro club, e che non sarà ammessa, direi giustamente. Non va bene iniziare una sfida a squadre sulla terra battuta, e poi doversi spostare in fretta e furia a giocare altrove sul veloce! Se non sarà A1, disputeremo la A2. Entro gennaio dovremo definire la squadra, anche se abbiamo già le idee molto chiare. Poi abbiamo tutte le altre squadre con i vari campionati: dagli under 10 e via salendo, maschili e femminili, fino ad arrivare alla serie C maschile e femminile… in totale abbiamo ben 14 squadre, quindi il lavoro non ci manca affatto. Buona parte di questi impegni si svolgono nella prima parte dell’anno, all’inizio della primavera. A questa attività si aggiunge una serie di tornei che organizziamo all’interno del circolo. Fino a poco tempo fa avevamo anche degli Open, ma adesso ci siamo spostati maggiormente sull’attività giovanile, con alcuni eventi che sono parte di circuiti, penso al Vallate Aretine. Nel pieno dell’inverno è l’importantissima l’attività didattica, tra corsi per ragazzi e quelli per adulti. Pur essendo un circolo piccolo, siamo molto attivi.

Se per caso uno dei vostri giocatori, anche straniero, decidesse di non prendere parte al campionato 2018, come vi muovereste per trovare un sostituto?
Abbiamo avuto ampie rassicurazioni dai nostri giocatori che continueranno a sostenerci. Qualora non dovesse succedere, ci guarderemo intorno, ascoltando anche le proposte di alcuni procuratori che seguono vari giocatori. Dovremmo nel caso valutare bene il tipo di giocatore, tra italiano o straniero… È sempre un piccolo dilemma scegliere in questo caso, perché non c’è una regola precisa per cui è meglio uno rispetto all’altro. Abbiamo dei requisiti che cerchiamo sempre di rispettare: la giovane età, conciliare un discreto ranking alla disponibilità di venire a giocare nel periodo degli incontri, e queste due esigenze tendono a sposarsi male. Oppure trovare un giocatore di esperienza da utilizzare soprattutto nei doppi, come era Bracciali in passato, anche se questo va contro alla nuova linea che abbiamo intrapreso. Vanni? Non credo potrà tornare… Ha preso già impegni e credo che li vorrà mantenere.

Curiosità: è più “caro” un giocatore italiano o straniero?
Il prezzo del giocatore è fatto dal ranking, ci sono delle tariffe e questo non varia molto dall’essere italiano o straniero. Ovviamente un giocatore non italiano ha delle spese in più per i voli, ma non c’è grande differenza. I giocatori alla fine si conoscono quasi tutti, frequentano lo stesso circuito nell’anno e si parlano tra di loro, e le cifre offerte dalle squadre non sono certo segrete. Può capitare che il giocatore dell’Est Europa possa avere delle pretese minori, ma non di troppo. Rispetto all’ingaggio, è molto importante – direi decisivo – il rapporto con la persona e che rispetti gli impegni presi. Instaurare un rapporto di stima e fiducia col tennista è la priorità, che riesca a sentire il circolo come una piccola seconda famiglia, su cui può contare. Per fare questo è necessario anche del tempo, per la conoscenza reciproca. Un’altra complicazione viene dal periodo dell’anno in cui viene disputata la serie A: alla fine dell’anno tennistico tutti cercano di strappare il massimo dei punti per chiudere al meglio la stagione anche come classifica, e quindi soprattutto nelle prime giornate assicurarsi la presenza dei giocatori è difficile se non si crea un vero rapporto di fiducia. Inoltre in concomitanza si svolgono anche altri campionati in Europa, uno per tutti in Francia. Le faccio un esempio concreto delle difficoltà: per far giocare Kovalik nella prima partita di play out, sono andato personalmente a prenderlo in auto a Grenoble il sabato, insieme ad un amico grande collaboratore del club. Jozef Kovalik ha finito di giocare in Francia alle 18 del sabato, l’abbiamo atteso, caricato in macchina e viaggiato tutta la notte per portarlo a Sinalunga pronto per la domenica mattina! Un viaggio non leggero sia per noi che per il ragazzo. Aveva giocato contro Medvedev e poi in doppio contro Llodra, davvero delle belle partite ed in un contesto spettacolare come strutture.

TC Sinalunga – Jozef Kovalik e Marcello Serafini

Un aneddoto che dimostra ancora una volta la grande passione necessaria da parte di club come il vostro.
Passione, sacrificio, ma anche la serietà del giocatore che decide di prendere un impegno e lo rispetta. Ci tengo molto a ringraziare tutti i nostri giocatori, che al di là dell’esito finale hanno veramente onorato il campo e ci hanno permesso di stare in gara fino all’ultimo. Nonostante la sconfitta, ci siamo tolti molte soddisfazioni. Ringrazio i nostri sponsor, senza i quali non sarebbe stato possibile disputare il massimo campionato nazionale: su tutti la Maison Stefano Ricci di Firenze e la Cassa di Risparmio di Firenze; ringrazio anche l’amministrazione comunale che ci assicura sempre un appoggio morale e logistico importante. Ci tengo moltissimo anche a ringraziare il gruppo di appassionati e volontari che dietro le quinte spendono gran parte del loro tempo per tenere in moto la macchina organizzativa. La serie A è impegnativa da questo punto di vista: l’accoglienza, la ristorazione, le riprese audio e video… tanti servizi ed attenzioni per le squadre ed il pubblico. È un gruppo di oltre venti persone senza le quali sarebbe impossibile far funzionare gli eventi. Questo dimostra lo spirito del club, la socialità che spinge a fare questi sacrifici e che aiuta moltissimo a tenere in piedi il tutto; anche per gli stessi giocatori, che notano rispetto a tanti altri tornei internazionali una cura ed un’accoglienza speciale. Ed è bello anche per loro scendere in campo in un circolo piccolo come il nostro ma trovare tanto pubblico e partecipazione. Vorrei chiudere con un ringraziamento particolare ai tre maestri del circolo, Diego Alvarez, Giovanni Galuppo ed Alessandro La Cognata, che sono riusciti a conciliare gli impegni lavorativi con la partecipazione al campionato di A1, oltre ad essere stati protagonisti in primavera anche della meritata promozione in serie C.

Qualche iniziativa che vi vedrà protagonisti a breve?
A cavallo fra Gennaio e Febbraio 2018, come ogni anno, faremo un evento nel circolo, con cena a seguire, in cui presentiamo le squadre del prossimo anno. L’ultima volta fu una bella occasione, con oltre 200 persone presenti, che ci è servito per fare il bilancio delle nostre attività e presentare i progetti per la nuova stagione.

Marco Mazzoni

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Intervista a Riccardo Marini, presidente del TC Prato

Quattro chiacchiere con il presidente del circolo pratese, tra soddisfazione e qualche proposta di riforma, quando sono appena iniziate le Finali di Serie A1 a Lucca

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Riccardo Marini, presidente del TC Prato

Al Palatagliate di Lucca sono appena iniziate le finali di Serie A1 di tennis, competizione che accompagna gli appassionati della racchetta in questi mesi di letargo dei Tour ATP e WTA. Al femminile si affronteranno il TC Prato e il TC Genova, mentre al maschile la sfida-scudetto sarà tra lo Sporting Club Selva Alta Vigevano e il CT Messina. Alla vigilia del grande appuntamento abbiamo intervistato il presidente del TC Prato, Riccardo Marini, ovviamente molto entusiasta per i risultati delle proprie ragazze.

La squadra femminile è più amalgamata rispetto a quella maschile. Formata da ragazze molto legate tra di loro, si compensano e sono complementari. Indipendentemente da come andrà in finale penso che il bilancio sia estremamente positivo. Mi fa piacere non solo per i risultati tennistici ma anche proprio per questa unione tra le ragazze. Lo sport deve essere un veicolo per la vita, sia per il presente che per quello che faranno una volta terminata l’attività agonistica. Io credo che il bilancio dunque sia positivo sotto entrambi gli aspetti, agonistico e umano.”

Marini non vuole assolutamente far mancare il suo sostegno alla squadra e sarà sugli spalti a tifare insieme agli altri appassionati. “Sarò presente sia venerdì pomeriggio che sabato, anche se ovviamente sabato mi auguro di andarci con uno spirito un po’ più sollevato rispetto alla trepidazione per la prima giornata (ride, ndr)”. Il risultato di 1-1 maturato dopo le prime due sfide ha invece lasciato intatta questa trepidazione. Come il presidente, anche la città di Prato ha risposto presente all’appello, approfittando della vicinanza con la sede delle finali (il nostro inviato ci ha raccontato che i pratesi, nella prima giornata, hanno superato in numero i genovesi sugli spalti).Al circolo c’è molto fermento e molta attesa. Credo anche che ci sarà una grossa transumanza verso Lucca, visto che è facilmente raggiungibile per noi. Anche Genova non è lontana in realtà quindi il pubblico avrà sicuramente un peso importante”.

 
La squadra femminile del TC Prato, qualificata per le finali del campionato di A1

Se le ragazze sono riuscite a guadagnarsi la possibilità di portare a casa il sesto scudetto della storia del circolo, altrettanto bene non hanno fatto i componenti della squadra maschile, addirittura retrocessa in A2. Il punto fermo da cui ripartire però è già chiaro nella mente del presidente: puntare sui giovani del vivaio. “La squadra femminile è giovanissima e composta da molte giocatrici che vengono dal vivaio. Penso che possa avere ancora molta prospettiva davanti a sé, mentre di quella maschile dovremo discutere un po’. Forse è una squadra giunta a fine percorso, perciò per l’anno prossimo proveremo a mettere su una squadra giovane e di prospettiva, anche se magari non si vedranno i risultati nell’immediato.”

A spingere Marini verso questa direzione è anche una certa interpretazione “romantica” del campionato di Serie A, che dovrebbe, secondo lui, contare un po’ meno sull’apporto di professionisti di alto profilo, ingaggiati ad hoc. “Se devo muovere una piccola critica all’attuale sistema della Serie A, riguarda il sistema del reclutamento degli stranieri o di grandi nomi. A volte preferirei far giocare solo gente appartenente ai circoli. Quando si gioca per il circolo, credo l’attaccamento al circolo debba essere qualcosa di più del gettone che si riceve. Noi l’anno prossimo punteremo moltissimo sul vivaio, in modo da far giocare ragazzi che sono nati e cresciuti da noi.”

Più in generale, il presidente del TC Prato vorrebbe modificare un po’ l’attuale formula della Serie A, che rischia di non garantire sempre uno spettacolo opportuno e di alto livello, oltre ad impegnare i circoli in lunghe trasferte consecutive. “La formula forse è un po’ da rivedere. Viene fatta alla fine della stagione perché giustamente i giocatori e le giocatrici più forti sono impegnati nei tornei internazionali e ci sono poche alternative. Giocare incontri andata e ritorno, magari con trasferimenti anche lunghi, è pesante. Visto che spalmare gli incontri durante l’anno è difficile, si potrebbero organizzare dei gironi in sede neutra, come nella Davis di ora. Forse facendo così si attirerebbe più interesse. Altrimenti si rischia di trovarsi a giocare un incontro già certi di essere promossi o eliminati e allora si mandano le seconde linee invece dei giocatori più forti, anche lo spettacolo non ne beneficia. A me la nuova Davis piace, ovviamente bisogna aggiustare un po’ il tiro e sistemare alcune cose, ma concettualmente non mi dispiace. Probabilmente diciotto squadre sono troppe o sono troppi pochi i giorni, ma penso possa attirare più interesse rispetto a prima. La stessa formula si potrebbe applicare anche alla Serie A”.

Gestire un circolo e mantenere due squadre di alto livello richiede uno sforzo economico non indifferente e, nonostante il buon lavoro dell’amministrazione, gli sponsor non sempre sono sufficienti.Gli sponsor non coprono l’intero costo della Serie A. C’è da dire che noi quest’anno eravamo uno degli unici tre circoli in Italia ad avere due squadre di A1, femminile e maschile, il che moltiplica le spese. Il prossimo anno probabilmente sarà dunque un anno di transizione per noi anche perché la squadra maschile andrà rifondata, puntando molto sui giovani.”

Oltre all’attività in Serie A, il circolo pratese ospita anche un prestigioso torneo junior, che vanta nel suo albo d’oro nomi di assoluto valore, da Roger Federer a Kim Cljisters, passando per la finale del 2013 tra Sascha Zverev e Daniil Medvedev. Nel 2019, Marini e gli altri dirigenti hanno ritoccato un po’ la struttura dell’evento per contrastare la concorrenza degli altri tornei:L’edizione di quest’anno penso sia stata migliore delle precedenti, perché abbiamo modificato un po’ la formula. Abbiamo ridotto il tabellone da quarantotto giocatori a trentasei e abbiamo disputato le finali sabato anziché domenica. Essendoci molti tornei in settimane consecutive, i giocatori migliori sono magari portati più facilmente a saltare quelli della nostra categoria. Giocando un giorno in meno sono più invogliati a partecipare invece”.

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Intervista a Paolo Givri, presidente del Park Tennis Club di Genova

Il tennis è fermo, ma non del tutto: domenica si giocano le semifinali di ritorno della Serie A1. Il Park proverà a rimontare Vigevano con la spinta del suo primo tifoso: il presidente Paolo Givri

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Lorenzo Musetti, in forza al Park Tennis Club da quando aveva dodici anni (foto Roberto Dell'Olivo)

A impregnare le malinconiche atmosfere dell’off-season di una parvenza di tennis giocato ci pensa una competizione spesso snobbata, invero l’unico epiteto che non ci sentiremmo di attribuire alla Serie A di tennis dopo averla tastata più da vicino parlando con uno dei protagonisti. Abbiamo intervistato telefonicamente Paolo Givri, notaio di Genova, la cui qualifica che più ci interessa è però quella di presidente del Park Tennis Club della città ligure, uno dei quattro team che si è qualificato per le semifinali dell’edizione 2019 del massimo campionato a squadre italiano.

La gara di andata non è andata benissimo per il Park, sconfitto 4-2 in casa del Selva Alta di Vigevano, ma Paolo Givri si è detto molto fiducioso sulla possibilità di ribaltare il risultato nella sfida di domenica 1 dicembre facendo leva sulla superficie favorevole – la terra battuta, a differenza del sintetico indoor di Vigevano – e sull’apporto del pubblico genovese. Pioggia permettendo: “Se giocassimo all’aperto ci sarebbero un migliaio di persone domenica, purtroppo le previsioni sono brutte e si dovrebbe giocare dentro ai palloni, così rischia di diventare un match neutro“.

Ero a Vigevano con la squadra, io sono sempre presente” ci racconta poi Givri. “Siamo consapevoli che Vigevano abbia la squadra più forte dopo la nostra. Senza peccare di presunzione, la nostra rosa fa impressione: Andujar, Bolelli, Mager, Musetti – e avevamo gente fuori, Giannessi e Arnaboldi che poi ha giocato il doppio. Andrea Basso per esempio, che si è rotto lo scafoide della mano destra a settembre, ha battuto Sinner in finale delle pre-qualificazioni al Foro Italico“.

 

Cosa è andato storto nel match di andata, allora? “Il problema di queste competizioni è che spesso ha la meglio chi arriva più preparato. Mager ha disputato una grande stagione ma adesso è un po’ giù di tono. Loro comunque hanno tre giocatori molto bravi, Baldi, Marcora e Hoang che è stato davvero una sorpresa anche se sapevamo fosse forte“. Il 24enne francese, numero 117 del mondo, ha battuto in due set Pablo Andujar, ma dalle parole del presidente genovese scopriamo come lo spagnolo fosse parecchio acciaccato. “Andujar è arrivato sabato sera dalla Francia, gioca la serie A anche lì per il Tolosa; fa il campionato a squadre anche in Spagna, e ci sono altri giocatori che giocano addirittura anche la Bundesliga tedesca. Ovviamente il volano è quello economico, poiché il gettone di presenza non è irrilevante per giocatori non di primissima fascia.

In Francia avrebbe dovuto giocare solo il singolare, un match che ha perso con doppio 6-3 dal duecento del mondo come non gli capitava da tempo“, racconta Givri. “Alla fine invece ha fatto anche il doppio ed è arrivato a mezzanotte a Malpensa, dove ha confessato di essere a pezzi. Lui però è un ragazzo d’oro, è con noi da sette anni e non si può non farlo giocare. Poi al mattino si è addirittura svegliato con la faccia gonfia per un allergia; si è riempito di antistaminici ma ha perso in due set contro Hoang. Non credo per via della superficie rapida: lo scorso anno ha battuto Berrettini in due set sul veloce, per esempio“.

Pablo Andujar – Serie A1 2019 (foto Park Tennis Club Genova)

Oltre che per le condizioni imperfette di Andujar, un pizzico di rammarico esiste per alcune decisioni arbitrali che avrebbero penalizzato il Park. “A dir la verità mi sono un po’ incavolato. Ho parlato anche con il giudice arbitro a lungo, ovviamente non credo possa esserci malafede, ma c’è stata tutta una serie di decisioni a senso unico. Nel doppio decisivo (si era sul 3-2 per Vigevano, Mager e Arnaboldi avrebbero potuto portare il punto del pareggio al Park, ndr) sul 3-2 per noi nel super tie-break, su un loro lungolinea out il giudice ha cambiato idea a punto concluso; nel singolare di Bolelli dopo trenta secondi da un break ottenuto da Simone per doppio fallo di Marcora l’arbitro li ha fatti tornare in campo per rigiocare… il punto successivo, quello del 30-40, e a quel punto Simone ha perso game e set“.

Non acredine né un tentativo di trovare una scusa per la sconfitta (ok, forse un pochino sì; ma leggendo questa ricostruzione dei fatti, come dargli torto?), ma una forte passione e la voglia di rivincita dopo una delusione sportiva animano le parole di Givri, che ci tiene a sottolineare come siano da rispettare i principi regolamentari della competizione sportiva. “Quando giochiamo in casa abbiamo cura che ci siano almeno cinque giudici di linea per campo, a Vigevano erano soltanto tre; con palle che viaggiano a 200 all’ora, come si può vedere la riga dalla parte opposta? Insomma, siamo tornati a casa con un magone pazzesco e i giocatori erano incavolati; ora mi scrivono tutti i giorni, anche Pablo dalla Spagna: “Stai tranquillo che al ritorno la ribaltiamo!“.

Quasi stupisce questo attaccamento dei giocatori a una competizione di cui, siamo pronti a scommettere, la maggior parte degli appassionati italiani ignora praticamente tutto. Givri invece si dimostra gestore assai interessato… e preparato, se è vero che conosce molto bene tutti gli avversari affrontati. “Baldi ha ottimi fondamentali ed è cresciuto molto ultimamente. Marcora anche mi piace tantissimo, gioca veramente bene. Loro penso che schiereranno gli stessi tre dell’andata, sono forti e in forma. Sulla nostra formazione per domenica c’è ancora qualche dubbio – il capitano mi uccide se vi svelo la formazione! – e bisogna vedere come sta Pablo, lui è fondamentale: se sta bene penso possa ribaltarla contro Hoang. Noi schierando Musetti da numero quattro abbiamo un bel vantaggio, perché lui se la gioca anche col numero 100 del mondo“.

Il regolamento della serie A infatti impone di schierare almeno due giocatori cresciuti nel vivaio del club: per Genova si tratta di Mager e Musetti, in forza al Park da quando aveva dodici anni. Givri conta proprio su questo vantaggio, poiché, accanto a Baldi, il secondo uomo del vivaio di Vigevano – Davide Dadda – è un giocatore di caratura inferiore ed è stato dominato da Musetti all’andata. Intanto, per spingere il Park verso la rimonta, il vice-capitano Pietro Ansaldo (campione europeo under 16, ha giocato in A fino a tre anni fa) ha redatto un comunicato d’incoraggiamento.

I ragazzi della squadra di A1 hanno da dirci qualcosa…Cari Socie e Soci, Come la maggior parte di voi saprà…

Pubblicato da Park Tennis Club Genova su Mercoledì 27 novembre 2019

Dovesse prevalere nel doppio confronto, il Park Tennis Club affronterebbe – da favorito – una squadra siciliana nella finale di Lucca(6-8 dicembre): il Match Ball Siracusa o il CT Vela di Messina, quest’ultimo forte del 4-2 ottenuto all’andata. “Siracusa non li conosco quasi per nulla, ma credo che Messina abbia qualcosa in più. Con loro c’è Gianluca Naso, che nel 2016 era con noi quando abbiamo vinto lo scudetto (unico della storia del Park, ndr): adesso ha sposato una ragazza genovese e si occupa dei nostri agonisti. Insomma, lavora da noi ma gioca la A con Messina: sarebbe bello incontrarci in finale“.

FUOR DI SERIE A: SPONSOR.. E RIVALITÀ

Dopo la lunga chiacchierata sul campionato in corso, Paolo Givri ci ha parlato a 360 gradi della gestione del circolo genovese, a partire dal cruciale aspetto economico. “Quest’anno abbiamo fatto il record di sempre con gli sponsor, ne abbiamo trovati 45; non senza difficoltà, anche perché è un compito che spetta principalmente a me e un paio di consiglieri. Sono principalmente imprenditori locali ma c’è anche Banca Carige. Noi abbiamo un brand importante, siamo in un quartiere ‘bene’ di Genova, il quartiere Albaro, come potrebbe essere Parioli a Roma. La stampa locale ci aiuta molto e per questo abbiamo un notevole risalto; quest’anno qualche sponsor ci ha cercato spontaneamente e non era mai successo“.

Nonostante la serie A costituisca un nucleo di uscite piuttosto oneroso, tra trasferte e gettone di presenza per i giocatori più importanti, Givri è felice di affermare che il ritorno economico degli sponsor riesce non solo a finanziare interamente la competizione per il Park ma addirittura a generare un piccolo tesoretto. “Questo è fondamentale perché non a tutti i soci piace la serie A. Poi abbiamo una scuola tennis con più di venti squadre e una quindicina tra maestri, preparatori atletici e fisioterapisti. Questo ci costa un sacco e ci perdiamo qualcosa, ma recuperiamo grazie alla Serie A. Agli sponsor piace il fatto che il loro nome possa rimanere poi in vista per tutta la stagione, non soltanto durante il campionato di serie A“.

La chiusura è stimolata da una nostra domanda sui rapporti con il TC Genova 1893, una realtà più piccola del Park che però quest’anno si è tolta la soddisfazione di raggiungere le semifinali della serie A1 femminile (ed è vicinissima alla finale, avendo battuto 4-0 il CT Lucca in trasferta all’andata). “Beh, se segui il calcio l’esempio perfetto è il rapporto tra Genoa e Sampdoria. C’è un rapporto di sana rivalità sin da quando giocavo io da ragazzino. Una quindicina di anni fa è stato istituita una cosa secondo me unica in Italia: lo chiamiamo ‘Challenger’, è una giornata – un anno da noi e un anno da loro – in cui si giocano una cinquantina di sfide di doppio, tutti i campi dalle otto del mattino alle sette di sere vengono riservati per queste sfide tra soci. Si accumulano i punti e a chi vince va una coppa… che è quasi sempre da noi, ma ogni tre-quattro anni passa anche da loro!“, dice Givri con un pizzico di soddisfazione.

Paolo Givri

Credo sia una gran bella iniziativa, alla fine si cena insieme, da noi o da loro. Con il loro presidente (Giovanni Mondini, anche presidente di Confindustria Genova e nipote di Edoardo Garrone, figlio di Riccardo storico patron della Samp, ndr) ho buoni rapporti e stiamo studiando una strategia per offrire ai soci di uno dei due club la possibilità di iscriversi anche all’altro club pagando il 50% della quota“. C’è sempre tennis, da qualche parte, in ogni momento dell’anno. Basta sapere dove cercare.

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Il Club Nomentano di Roma, casa Pillot

Alla scoperta di uno dei circoli più belli e blasonati di Roma, il Club Nomentano.

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Se a Roma parli di tennis e dici a qualcuno che giochi al Nomentano, immediatamente l’interlocutore ribatte: “Ah, il circolo dei Pillot”. Raramente, nella Capitale, un circolo tennis viene associato in maniera così forte ad un cognome, come se l’uno non potesse esistere senza l’altro. È praticamente così per il Club Nomentano, che esiste grazie alla forte volontà del fondatore Umberto Pillot, trapiantato a Roma nell’immediato dopoguerra e che impiegherà pochi anni a capire che avrebbe dedicato gran parte della sua vita a costruire un circolo tennis.

Oggi, il Club è famoso per offrire tutti i servizi ai propri iscritti: tennis, calcetto, palestra, fitness, nuoto, acquagym, l’immancabile SPA e tanto altro, tutto quello che richiede sudore e un luogo dove praticarlo. D’estate, le due piscine del club, quelle dove piccoli e grandi imparano a nuotare e a diventare campioni sotto gli occhi del prof. Emanuele Sacchi, si liberano dai palloni tensostatici e diventano un punto di riferimento per chi non ha voglia di oltrepassare il raccordo per mantenere la tintarella e bagnarsi all’ombra dei pini secolari, che da oltre 40 anni svettano sulla collina come a proteggere il circolo.

Ma il Nomentano di oggi viene da molto lontano. Nel 1946 i Pillot arrivano dalla provincia di Udine e si stabiliscono a Roma. Umberto ha circa 15 anni e va in collegio dai Salesiani, a Monte Mario, nord di Roma. Scappa dopo due giorni. “Ero abituato a stare in campagna, in piena libertà, non ce la facevo a stare nel chiuso di quelle mura. E poi mia madre non aveva tempo per rimandarmici di nuovo”. Da allora, Umberto si dà da fare. “Eravamo poveri, come il resto d’Italia peraltro, e iniziai a fare praticamente tutti i lavori”. L’approccio col tennis arriva all’inizio degli anni ‘60, “quando avevo raggiunto non dico l’agiatezza, ma comunque un buon tenore di vita. Iniziai a giocare a tennis a Villa Fiorelli, dalle suore, e mi innamorai subito di questo sport. Allora provai a iscrivermi a un circolo ma non c’era verso: erano inavvicinabili. La retta mensile era troppo cara. Tramite un amico, però, io e altri amici riuscimmo a diventare soci al Tennis Roma, quartiere San Giovanni. Cominciai a giocare assiduamente, ero un tipo estroverso e diventai subito amico di parecchi giocatori forti, prime e seconde categorie”.

Umberto Pillot, il fondatore del Club Nomentano

Umberto Pillot, il fondatore del Club Nomentano

Umberto aveva moglie e due figli, Claudio il primo, Fabio nato tre anni dopo. Li iniziò al tennis, e fece bene. “Claudio e Fabio erano bravi, a me piaceva guardarli mentre imparavano a giocare, accompagnarli nei circoli per i tornei”. Forse fu proprio conoscendo gli altri circoli di Roma che Pillot senior cominciò a desiderare di averne uno tutto suo. Ed ecco che arrivò l’occasione. Su una collina verdeggiante nell’angolo in cui via Nomentana incrocia viale Immanuel Kant, ben dentro il raccordo anulare, c’era una casa diroccata che dei contadini avevano in gestione per conto della famiglia Farinacci, quella del gerarca fascista. “Avevo un’amica che giocava a tennis, mi disse che era appena entrata in affari con altri tre soci per costruire un circolo tennis su questa collina. Uno dei soci era in uscita, io subentrai praticamente all’inizio dei lavori di costruzione dei primi quattro campi da tennis, quelli della buca”.

“La buca”, come la chiama Umberto, è l’avallamento immediatamente sottostante la casa sulla collina e oggi ospita i campi numerati dall’1 al 4, quelli che hanno le tribune larghe dalle quali si vede viale Kant in lontananza. “Non c’era la piscina, non c’era praticamente niente. Iniziai a dedicare un paio di ore al giorno al circolo, ma ben presto mi ritrovai a passarci sempre più tempo. Serviva una presenza vigile e costante per terminare i lavori”. Fu così che Pillot lasciò il suo lavoro nel commercio di automobili per dedicarsi appieno al circolo tennis. Il suo impegno era totale, su ogni fronte.

Mentre parliamo passa un dipendente di lungo corso del circolo. Umberto lo saluta e gli chiede quando è venuto a lavorare per lui. “Nel 1984”. “Mi hai trovato che stavo seduto sulla piazzetta per caso?”. E lui: “No, quando ti ho visto avevi la zappa in mano”. Per dire del coinvolgimento di Umberto nel circolo che di lì a poco diventerà tutto suo rilevando le quote degli altri soci. “Il circolo lo sento mio: ho trasformato prati, baracche e terra incolta in campi da tennis e piscine”. E in clubhouse, ristoranti, bar, palestre e sale per attività fitness, che hanno beneficiato dell’allargamento degli spazi nel corso degli anni.

Siamo a metà degli anni ‘80, il circolo è oramai avviato e anche la scuola nuoto consolida il suo status di fucina di campioni fra le migliori di Roma sotto la guida del professor Sacchi, tecnico nazionale FIN. Per il club, è tempo di diventare famoso anche fuori Roma con il tennis. “Ci conoscevano in tutta Italia, al circolo erano arrivati tanti tennisti per fare squadre forti, compagni di Claudio e Fabio”. Claudio scala la classifica italiana, arrivano tanti e copiosi successi nelle gare a squadre e in quelle individuali. “Claudio era molto bravo. Ricordo che una volta stavo assistendo ad un suo allenamento al Tennis Roma, vicino a me era seduto Mario Belardinelli (ex tennista professionista, maestro e dirigente federale, per molti anni responsabile del centro tecnico FIT di Formia ndR). Ad un certo punto Mario mi fa: Ma te guarda ‘sto regazzino, de dritto vale poco ma non ho mai visto un giocatore che salta e smasha così, sale fino in cielo per colpire. Fabio era molto bravo, tecnicamente ineccepibile, ma non aveva la grinta di Claudio”. In seguito, Fabio diventerà maestro di tennis avviando al gioco sua figlia Carolina, giocatrice che gareggerà nel circuito WTA, mentre Claudio sceglierà di fare altro.

Intanto, nel corso degli anni, i tre campi di terra che fiancheggiavano viale Kant diventano di calcetto, arriva la seconda piscina nei primi anni 2000 e due campi da paddle inaugurati nel 2018, il tutto come pezzi di un puzzle che formano un mosaico che ha nel verde dell’erba il colore principale, e cioè i grandi e curati spazi ricreativi del club. “Nel periodo d’oro abbiamo avuto oltre trecento soci: il Club era un vero e proprio punto di riferimento. Si veniva al circolo per giocare ma anche per stare insieme, guardare le partite in tv, giocare a carte, a biliardo. Pensate che avevamo anche un giornale interno sul quale scrivevano i soci, più che altro per prendersi in giro”. Questa maniera di vivere il circolo è cambiata nel corso degli anni seguendo lo spirito dei tempi, ma è ancora lo stile di vita dei soci storici del Club, un luogo dove sono cresciuti e dove hanno fatto crescere i loro figli, certi che sotto la direzione di Umberto Pillot tutto sarebbe stato sotto controllo.

Una delle prerogative di questi soci e dei loro figli è certamente il saper giocare a tennis. La scuola tennis è diretta dal tecnico nazionale Fabrizio Zeppieri e conta diverse centinaia di allievi. Oltre a coordinare tutte le attività, “Zeppo” si occupa, insieme al maestro nazionale Federico Lucchetti, direttamente dell’attività agonistica e delle due squadre più importanti: la serie C maschile (fino a qualche anno fa serie B) e la serie A2 femminile. Diversi giocatori sono arrivati ad avere la classifica ATP e WTA – si pensi a Matteo Mosciatti, Carolina Pillot, Martina Caregaro e Federica Di Sarra – imparando o allenandosi al Nomentano, dove non solo gli agonisti hanno le attenzioni dei maestri di tennis.

Fabrizio Zeppieri, Tecnico Nazionale FIT

“Quel che a noi del Nomentano interessa, è che ci sia un concetto sano di tennis dal punto di vista didattico: il nostro obiettivo è sviluppare un settore agonistico che sia la conseguenza di questa buona base”. Ha le idee chiare il tecnico Zeppieri, consapevole di come dalla creazione e strutturazione di una buona base di atleti possa giovarsene il settore agonistico. “Chiaramente, delle volte questo lavoro si traduce in qualità di alto livello, come nei casi di Carolina Pillot o Matteo Mosciatti, ma si tratta di cicli che durano magari dieci anni e che poi terminano, e quindi il nostro compito è ridefinire il nostro assetto e ripartire. Oggi, ad esempio, può capitare che due fra le nostre giocatrici di punta, Federica Di Sarra e Martina Caregaro, giochino contro in un torneo ITF, o che uno dei nostri allievi diventi campione regionale under 11”.

I nuovi “prodotti” del circolo, talenti che si sono affinati e stanno perfezionando il proprio gioco al Nomentano, sono figli della qualità più grande del club dei Pillot: l’attenzione dei maestri. “Partendo da una buona base tecnica, bisogna avere un’attenzione alta per favorire la crescita degli atleti. Se si presta attenzione alla parte tecnica, a cicli la qualità dei giocatori prima o poi arriva”. Questa è una delle caratteristiche dei maestri del Nomentano, consapevoli che sono loro a determinare il buon nome della scuola tennis, più dei successi dei singoli o delle squadre. Un maestro che monitora da vicino e costantemente i progressi di ogni suo singolo allievo vale più di uno scudetto a squadre, che spesso si traduce solo in un ritorno d’immagine pure prezioso.

“L’importante è lavorare bene, perché se un giocatore non si trova a suo agio dove si allena, allora cambia senza pensarci tanto. Non conta il nome del circolo e se, all’interno di questo, ci siano giocatori forti: se non ti soddisfano le attenzioni dei maestri e il livello di allenamento allora cerchi un altro posto dove diventare forte”. Questo discorso, che sembrerebbe tarato sulle esigenze di chi vuole praticare agonismo, vale invece per ogni tipo di tennista, da quello che gioca solamente d’estate a chi frequenta il circolo nelle buie serate invernali per migliorare il proprio gioco.

Maestri e allievi del Club Nomentano

“Se sei un quarta categoria o hai la classifica ATP o WTA comunque devi essere seguito con attenzione. Noi abbiamo i nostri maestri, Katia, Angelico, Martina, Enzo, Simone e altri, che formano un nucleo di persone che trasmettono un certo tipo di messaggio formativo. Ovviamente, nel corso degli anni, può capitare di perdere per strada qualche allievo, ma l’importante è che il livello medio della scuola tennis rimanga riconoscibile”. Anche perché il maestro può molto ma non tutto. “La qualità del bimbo o della bimba è il fattore che fa la differenza, sempre. Non è detto che basti andare nelle accademie più famose al mondo per diventare un campione. Il nostro compito, come maestri, è quello di essere competenti e organizzati dal punto di vista strutturale. Insegnare tennis significa dotare i bambini di un buon bagaglio tecnico, la qualità poi arriva in base a chi abbiamo a disposizione”.

Fare questo, significa stare al passo dei tempi anche dal punto di vista dell’allargamento delle competenze specifiche per accompagnare i bambini nel percorso agonistico. Zeppieri racconta come, “di recente, abbiamo effettuato un raduno di bimbi nati fra il 2006 e il 2009, erano circa 40, e con loro abbiamo effettuato una mezza giornata di lavoro con la videoanalisi per la parte tecnica, con uno psicologo dello sport per gli aspetti mentali, di dialogo con un nutrizionista per quanto riguarda l’alimentazione e di esami con un optometrista per lavorare sulla visualizzazione in campo. Contiamo di ripetere appuntamenti del genere con maggior frequenza, vogliamo che fin da bambini i tennisti del domani lavorino con le figure di riferimento per un qualsiasi giocatore che abbia ambizioni di professionismo”.

Competenza e attenzione sono le grandi qualità della scuola tennis del Nomentano, dove l’atleta è al centro di tutto. “Abbiamo avuto tennisti che hanno fatto percorso di Grande Slam e una squadra di serie B maschile che è arrivata a un punto dalla promozione in A2, un team formato da tennisti cresciuti e che si allenavano nel nostro circolo, senza ingaggi esterni. Questo per noi funziona molto. Anche nel femminile: siamo partiti da una serie C capeggiata da Carolina Pillot (nipote del fondatore del club Umberto ndR) e siamo arrivati in serie A1 con Marina Shamayko ed Emily Stellato, per poi vincere lo scudetto nel 2012 con il solo innesto di Karin Knapp”.

E forse il segreto del successo di questo circolo sta proprio nella sua varietà, nel fatto di aver creato un luogo in cui convivono il tennis e il nuoto di alto livello e la vita del club a dimensione familiare. In campo si gioca la serie B a squadre e una famiglia pranza felice nella luminosa clubhouse dalle ampie vetrate, intanto i bimbi corrono nei viali del circolo e il bar esterno brulica di soci e appassionati che popolano ogni giorno il Club per godersi l’ombra dei pini per poi rilassarsi al pomeriggio, quando una leggera brezza rende piacevole la canicola romana. Sono gli stessi spazi verdi dove riposano i bambini dei centri estivi dopo le loro giornate all’insegna di sport e divertimento, correndo scalzi su prati talmente curati che a disegnarci linee di gesso ci si potrebbe giocare a tennis sopra, e dove capita spesso di incrociare Umberto a passeggio, perché qualcosa da migliorare e da rinnovare in questo storico club c’è sempre. Sotto il suo occhio vigile, in oltre 40 anni, il Club Nomentano si è fatto il nome.

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