Chung non è una sorpresa. Chung-Sandgren invece sì

Editoriali del Direttore

Chung non è una sorpresa. Chung-Sandgren invece sì

Fognini e Seppi K.O. annunciato. Berdych troppo forte. Il coreano è un sosia di Djokovic, gioca come lui

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Mi sarebbe piaciuto scrivere di una grande sorpresa italiana, e se Fognini avesse battuto Berdych lo sarebbe stata perché oggettivamente il ceco che è stato top-ten per una decina di anni, n.4 come best ranking e due volte in semifinale a Melbourne, ha un palmares e un tennis superiore soprattutto sul cemento, ma non è andata così. Fabio, gli va riconosciuto, ha lottato fino alla fine anche se non ho capito come mai abbia subito il break all’inizio di ciascun set. Distratto lui o troppo più bravo Berdych? Non credo Fabio lo abbia spiegato. Non aspettandomi dichiarazioni clamorose di sua parte ho preferito andare a incontrare le “leggende” del tennis per poter intervistare in quella stessa mezzora Ivanisevic, Hantuchova, Navratilova, Maioli, Santoro, Bahrami e altri.

Avevo scritto di ritenere l’approdo contemporaneo dei due tennisti italiani agli ottavi abbastanza fortuito – per i nomi e i ranking degli avversari battuti – e interessante storicamente solo per i 42 anni di quasi inesplicabile gap fra il 1976 e oggi. Ma chi ha la pazienza di leggermi sa che non mi ero fatto eccessive illusioni sulle prospettive di Fognini né su quelle di Seppi (per quanto queste ultime fossero meno impossibili). Così l’ultimo italiano capace di centrare i quarti qui (1991) rimane Cristiano Caratti, che seppe battere allora un Krajicek diciannovenne e ancora immaturo (l’olandese che cinque anni dopo avrebbe vinto Wimbledon era cresciuto 25 cm in pochi mesi e nei cambi di direzione era fortemente impacciato) prima di arrendersi al McEnroe junior, Patrick (10 anni più giovane di John). Ricordo bene però che McEnroe junior se ne uscì con la famosa battuta: “Beh che c’è di strano? In semifinale ci sono i soliti Becker,Lendl, Edberg e McEnroe!”. Caratti kid – così soprannominato da quel geniale inventore di soprannome che era il columnist del Boston Globe Bud Collins (suo anche il celeberrimo Pasta Kid per Paolo Bertolucci) – in quei primi mesi del ’91 fece risultati straordinari, a Key Biscayne, a Milano, battendo anche campioni come Ivan Lendl. Salì fino a n.26 del mondo grazie a una notevole agilità, a un eccellente rovescio che amava giocare quasi di controbalzo, sopperendo all’handicap di un’altezza modesta (1,75) e di un servizio incerto.

 

Fognini può essere soddisfatto della sua trasferta australiana: semifinale a Sydney, ottavi a Melbourne, può andare in Giappone per la Davis con un umore discreto. Infatti da n.25 dovrebbe salire a fine torneo a n.22 e a 111 punti dal ventesimo posto, il suo obiettivo dichiarato per il 2018. Raggiungerlo a breve significherebbe restare abbastanza tranquillo per il resto dell’anno. Lui e Seppi ormai restano qui, per partire venerdì alla volta del Sol Levante e del Giappone per il match del weekend 2-4 febbraio in Coppa Davis. Lorenzi, Bolelli e Fabbiano partiranno dall’Italia. Da quest’anno le squadre hanno cinque giocatori, non più 4, così i capitani possono convocare eventualmente tre singolaristi e due doppisti. Il Giappone non potrà contare su Nishikori. Italia leggermente favorita contro i vari Sugita, Daniel, Nishioka perché il punto del doppio (Bolelli-Fognini) sembra più azzurro che nipponico anche se i giapponesi hanno vinto un doppio al torneo di Tokyo, il Rakuten Open, con quel tennista neozelandese di origini irlandesi che hanno naturalizzato, Ben McLachlan e Yasutaka Uchiyama che batterono Jamie Murray e Bruno Soares, insomma una signora coppia.

Ma una volta precisato che le due sconfitte italiane non sono sorprese, e certo non lo è neppure la vittoria di Roger Federer sull’ungherese Marton Fucsovics che non aveva mai passato un turno in uno Slam, così come non lo è il fatto che Roger abbia centrato i quarti di finale per la quattordicesima volta, vorrei dire che sono sorpreso soltanto fino a un certo punto per la sconfitta di Novak Djokovic con Chung. Mi sorprende che abbia perso in tre set, questo sì, visto che qua oltre a vincere sei volte il torneo non gli era mai successo da 2007, quando aveva 19 anni. Chung aveva domato entrambi i fratelli Zverev (geniale il nostro Davide Orioli nel definirlo “giustizverev” nel suo straordinario bagel) e insomma uno che dà 6-0 al quinto a Sascha Zverev i numeri ce li ha di sicuro. Tuttavia i bookmaker pagavano una sua vittoria a 4 e mezzo. Insomma consideravano fortemente favorito Djokovic anche se Nole non aveva troppo impressionato contro Ramos Vinolas.

La vera sorpresa semmai è trovare nei quarti contro Chung n.58 del mondo – e due anni fa era n.51, ma ha avuto un sacco di infortuni – il n.97, un americano del Tennessee che si era fatto notare per aver approfittato della condizione incerta di Stan Wawrinka ma ancor più per quel nome di battesimo inconsueto: Tennys (Sandgren). Ne verrà fuori un semifinalista assolutamente… outsider. Super-inatteso. Anche se Chung da noi si era fatto conoscere per aver vinto il torneo Next-Gen a Milano. Chung ha impressionato per la straordinaria agilità. Sembra fatto di gomma. E quel lettore che ha ironizzato spiritosamente in un post  “Djokovic stasera ha scoperto cosa significava tre anni fa giocare contro… un Djokovic”, ha ragione perché davvero il tennis di Chung ricorda da vicino quello del suo idolo.

Chung ha avuto problemi fisici per due anni, però li ha superati alla grande, a giudicare da come si muove adesso. E’ capace di riprendere tutto e di più. Ha giocato dei passanti incrociati di dritto in corsa assolutamente spettacolari e straordinari. Anche se Nole ha detto di aver sentito nuovamente male al gomito, e perciò di avere servito male, la verità è che ha perso scambi di oltre 20 palleggi, quindi quando l’incidenza del servizio era certamente sfumata. Dubbi sul suo futuro sussistono. Non come quelli per Murray, ma quasi. Il miope ragazzone coreano che gioca con gli occhiali bianchi e parla un inglese molto stentato, pratica nel suo Paese (70 milioni di abitanti fra Nord e Sud) il quinto sport per popolarità, dopo football, basket, volleyball, e ora – nell’imminenza delle Olimpiadi – il pattinaggio su ghiaccio. “Il tennis è quinto ma magari stasera guadagnerà qualche posizione” ci ha detto sorridendo Hyeon che, però, sul complesso discorso delle due Coree unite dallo sport ha preferito glissare. “Non parla abbastanza bene l’inglese” ha spiegato il media p.r. dell’Atp. Di Chung ho scritto qualcosa a Milano, di Sandgren invece proprio nulla.

Sandgren ha sorpreso in cinque set Thiem – sotto gli occhi della Mladenovic – dimostrandosi bello solido di testa perché aveva avuto match point nel quarto seteppure al quinto ha giocato come se l’avesse dimenticato. Mi dicono i colleghi americani di conoscerlo pochissimo. Ma che si sarebbe distinto per prese di posizioni di estrema destra, molto più a destra di Isner e Querrey. Mi dovete scusare ma sono troppo stanco per documentarmi maggiormente sul suo conto. Magari lo farà qualcuno della redazione italiana… mi auguro.

Fra le donne ha rischiato grosso la Kerber con la Hsieh, mentre ha dominato Halep su Osaka. Stanotte mi intriga il match Nadal-Cilic, anche se non è detto che Dimitrov faccia una passeggiata contro Edmund.

Mi chiedo, nel vedere nei quarti dell’Aus Open Chung e Edmund che cosa passi per la testa a Gianluigi Quinzi: nel 2013 lui batté senza perdere un set Edmund in semifinale e Chung in finale. E loro due sono nei quarti. In quel torneo c’erano anche Zverev, Kyrgios, Coric e Kokkinakis. Oggi Quinzi è n.334 del mondo e si starà mordendo le dita. Che peccato. L’ultima volta che Novak aveva perso tre set a zero qui era stato nel 2007. Il ragazzo coreano che aveva vinto il torneo Next Gen a Milano ha detto: “Novak era il mio idolo… ho cercato di copiarlo”. In Oriente quando si tratta di copiare sono dei veri fenomeni.

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Editoriali del Direttore

Djokovic è un campione, ma prima di tutto un Uomo con la U maiuscola

Il milione di euro agli ospedali di Bergamo colpisce anche per la discrezione della donazione. Rispecchia l’Uomo Djokovic, ingiustamente osteggiato nella finale di Wimbledon con Federer. La sua genuinità testimoniata fin dai suoi primi “Players Party” a Montecarlo

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Novak Djokovic ha un fatto un bellissimo gesto, assolutamente non dovuto e nel modo più elegante. Devo dire che, piaccia o non piaccia il suo tipo di tennis che è e resta assolutamente straordinario – dovrebbe essere pleonastico affermarlo – per me lui è un grande e una persona vera. Io ho avuto modo di incontrarlo in diverse occasioni fuori dalle conferenze stampa, come quando ero invitato a partecipare al Players Party di Montecarlo in veste di suggeritore di sketch e in alcune occasioni perfino di attore. E vedere la simpatia, la spontaneità e l’impegno che Novak metteva nelle prove da ballerino, piuttosto che da presentatore, da cantante, di tutto insomma, mi dava certezze sulla sua genuinità di personaggio vero, non costruito.

Così, pur se in Italia per la verità ha sempre avuto un buon supporto da parte del pubblico, ho trovato assolutamente disdicevole – a dir poco! -il comportamento del pubblico a Wimbledon nella finale con Federer. Un conto è scegliere il campione per il quale si tifa, tutto un altro è mancare di rispetto all’avversario, arrivando al punto di fargli perdere perfino la gioia di esultare. E difatti Novak quasi non lo fece, anche se dentro di sé avrà certamente provato la giusta soddisfazione. Mista ad amarezza però. E non era proprio giusto.

Molti hanno scritto che Novak soffra per non essere riuscito a entrare nel cuore della gente come Roger e Rafa, che hanno avuto il vantaggio di esserci entrati prima e di aver quindi mantenuto le loro posizioni di rendita. Io non credo che Nole ne sia geloso. Ma è umano che vorrebbe gli fosse riconosciuta maggiormente la sua genuinità. Questo accade in Serbia dove la sua gente lo adora più di chiunque altro.

 

E in buona parte anche in Italia. Grazie certo anche alla sua capacità di parlare così bene la nostra lingua da permettergli di essere sé stesso fino in fondo, che parli con Fiorello, vada a Sanremo o dovunque con la gente. Quando dice che, per lui e anche Jelena che ha studiato a Milano, l’Italia è il secondo Paese adottivo, è sincero. Non fa una sviolinata per arruffianarsi tifosi che se preferiscono Roger e Rafa continueranno a preferirli. Lo dice perché lo sente e non avrebbe nessuno obbligo di dirlo. Che poi in ogni premiazione di ogni torneo un giocatore, qualunque giocatore, ringrazi organizzatore e pubblico dicendo che quello è’ il miglior torneo possibile, ci sta. Ma Djokovic che pure ama Roma e il torneo di Roma, ed è ricambiato, se pensa che qualcosa potrebbe e dovrebbe essere fatto meglio – come la cura dei campi per esempio e la richiesta di cancellare le buche inaccettabili – lo dice a chiare lettere. E questo dovrebbe essere apprezzato.

Che poi il suo ruolo politico in ATP a volte lo costringa ad essere molto diplomatico o a non rispondere compiutamente a certe domande beh, anche questo va capito e accettato. Non sono sempre d’accordo con quello che Novak dice, sia chiaro, ad esempio nella vicenda Gimelstob almeno inizialmente.

Non è tuttavia facile – va capito – per uno nel suo ruolo prendere posizione nella querelle fra ATP Cup al fianco di Tennis Australia e la coppa Davis, cui è legatissimo per quello che ha significato per lui e per la Serbia quando lui la vinse nel 2010 e tutta la sua carriera svoltò decisamente.

Ha detto che sarebbe stato favorevole a farne un solo evento, ma poi sa benissimo che gli interessi – e relativi contratti pluriennali già firmati con tennis Australia da una parte e con ITF, Pique, Rakuten dall’altra – non sono facilmente conciliabili. E che quindi la sua esternazione può apparire o ipocrita o utopistica. Però da “politico” si rende conto che quello che ha detto è quel che la maggior parte degli appassionati “disinteressati” – cioè senza interessi privati economici in ballo – pensa e vorrebbe sentirsi dire. Un solo evento a squadre che il più possibile non tradisse la storia dell’antica Coppa Davis.

Beh, come al solito, e sì che lo stavo facendo con il cellulare e avevo pensato di scrivere due righe due (!) per complimentarmi con il gesto meraviglioso di Novak e poi la scrittura mi ha preso il solo polpastrello con cui scrivo sul cellulare (i miei figli scrivono a velocità supersonica con non so quante dita, beati loro!) e ho fatto tutto questo sproloquio con il quale voglio personalmente ringraziare Novak Djokovic per il grande campione che è ma ancor più per l’uomo che è. Davvero not too bad, caro Nole.

P.S. Certo non finirò mai di rimpiangere quella volta in cui avrei dovuto giocare con lui in Australia, quando mi aveva detto “Domani porta la racchetta!”. Mi sarebbe bastato un minuto di… penoso spettacolo da parte mia! Però 40 gradi all’ombra e un’afa irrespirabile fecero sospendere tutte le attività fuori dai campi coperti e naturalmente sui campi coperti non era pensabile che io potessi accedere. Quella sera Nole quasi se ne scusò e mi disse: “Vabbè lo faremo a Roma!”. Vi immaginate la faccia di Binaghi?

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Editoriali del Direttore

Lo so e lo so che c’è di peggio, ma è un mini-choc

Dopo 46 Wimbledon di fila, da Connors-Rosewall a Djokovic-Federer, questa cancellazione dei Championships è per me quasi come l’interruzione di un’esperienza religiosa, un piccolo trauma. Due anni interi vissuti in Church Road, mille momenti, mille ricordi indelebili

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

Non c’è più neanche Wimbledon. Anche i Championships che dall’edizione del 1877 vinta da Spencer Gore a oggi si erano interrotti soltanto in occasione delle prime due guerre mondiali, 1915-1918 e 1940-1945 (sul Centre Court i tedeschi nel 1940 avevano sganciato una bomba che lo aveva quasi interamente distrutto), e che dal 1946 con la vittoria del gigante francese Ivan Petra si erano disputati per 74 anni di fila… si sono dovuti arrendere al Coronavirus. Stiamo combattendo una terza guerra mondiale contro un nemico invisibile ma che non ha coinvolto soltanto alcune nazioni come le prime due guerre, ma proprio tutto il mondo. Una guerra planetaria.

Lo so bene che ci sono cose e situazioni molto più gravi di uno stop ai Championships in Church Road. Lo so bene che l’importante è la salute e che tanti, troppi l’hanno persa per sempre. Lo so bene che tante famiglie, troppe, hanno perso i loro cari e non hanno avuto nemmeno la possibilità di vederli, di star loro vicino fino all’ultimo, perfino di seppellirli e di sapere dove hanno messo i loro corpi. Lo so bene che quelle sono le vere tragedie. Lo so bene che tante famiglie continueranno a soffrire le conseguenze di questo terribile virus, nel ricordo straziante di chi non c’è più e nella difficoltà di risollevare situazioni economiche seriamente compromesse di aziende intere con i loro dipendenti, di attività familiari, di lavori perduti, di casse integrazioni umilianti, di ostacoli burocratici di tutti i tipi.

Lo so bene che posso considerarmi molto fortunato perché la mia casa è abbastanza grande da averci permesso di condividere questo mese di clausura forzata in sette persone di famiglia senza patire le difficoltà di chi si è trovato invece a vivere in spazi angusti, in condizioni disagiate e con financo difficoltà di approvvigionamento. Lo so bene che già per il solo fatto di non avere avuto sintomi – fin qui almeno – è già una gran fortuna.

 

Lo so bene che siamo in decine e decine di milioni di italiani a non avere alcuna idea se siamo positivi oppure no, o se lo siamo stati, perché il tampone non abbiamo potuto farlo, né sappiamo quando ci sarà tolta questa spada di Damocle.

Lo so bene che non avere perso nessuno dei familiari più cari e degli amici più vicini è anch’essa una grande, impagabile fortuna.

Non avrebbe quindi alcun senso, mentre ancora la pandemia infuria e nessuno sa quando potrà essere davvero sradicata del tutto – temo fino a che la scienza non ci regalerà un vaccino che ci copra anche dalle possibilità di ricadute – mostrare eccessivo dispiacere per lo sport che si ferma, in mezzo a mille attività obiettivamente più importanti e fondamentali, per il tennis che non si gioca più, né nei circoli, né nei tornei, quindi togliendoci anche la possibilità di distrarsi dai drammatici bollettini del Coronavirus almeno in TV.

Orfani del tennis – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Lo so bene che la sopravvivenza di Ubitennis, per quanto una ventina di persone ne traggano qualche beneficio, non può essere considerata una priorità nell’emergenza nazionale.

Infatti non intendo assolutamente lamentarmi per il fatto che dodici anni di lavoro indefesso – in casa me lo chiamano più fesso che indefesso – per sviluppare questo sito di tennis in termini di credibilità giornalistica, traffico e autosufficienza economica rischino di perdere parte dell’avviamento faticosamente costruito. Ci sta e sappiamo che tanti stanno peggio perché noi abbiamo sviluppato esperienze che ci consentiranno di sopravvivere. Siamo fiduciosi se anche dovessimo perdere tutto il 2020 di tennis, di sponsor.

Ho lottato, via via con tutti i ragazzi che hanno collaborato impegnandosi tantissimo in questi anni a Ubitennis.com ma anche Ubitennis.net e Ubitennis.es, per assicurare un futuro a loro più che a me stesso ormai “âgé”- mi rifugio nei francese perché scrivere vecchio mi disturba – visto che i miei due figli hanno preso tutta un’altra strada professionale. Ma io, e credo anche loro, l’abbiamo fatto consapevoli delle difficoltà che ci sarebbero state e senza mai troppo illudersi. Ora che stavamo per tirare finalmente la testa fuori dall’acqua e cominciavamo a intravedere orizzonti più rosei, questo Coronavirus ci ha maledettamente preso in contropiede come un tweener vincente di Federer.

Vero peraltro che in questo mese di marzo Ubitennis ha retto incredibilmente bene, perché abbiamo continuato ad avere – senza tennis giocato – fra le trenta e le quarantamila visite al giorno. Per questo devo rivolgere un grande, grandissimo grazie a chiunque stia continuando a leggerci quotidianamente, nonché a tutti i collaboratori perché so che abbiamo in cascina una trentina di articoli inediti (non quindi materiale d’archivio) pronti all’uscita – tutta una serie di interviste a grandi personaggi del tennis mondiale e nazionale, una serie di video-ritratti di campioni, accompagnati da dati e aneddoti, statistiche, belle storie tennistiche i cui prodromi avete forse già visto nei giorni scorsi e una chicca in via di sviluppo: un progetto di podcast live, una storia di UbiRadio settimanale, che vogliamo far partire il prima possibile.

Tutto ciò premesso, consentitemi di dire che il sottoscritto – come invidio a Gianni Clerici di essersi per primo autonominato “lo scriba”… è così brutto definirsi il sottoscritto oppure usare la perifrasi “chi scrive” – pur consapevole di tutto il peggio che mi poteva capitare, è tuttavia un tantino turbato nel ritrovarsi chiuso in casa con la prospettiva di non andare a Wimbledon dopo averlo fatto per 46 anni di fila. Una vita insomma. Dal ‘74 a oggi, Connors batte Rosewall fino a Djokovic che cancella due match point a Federer e trionfa, non ne avevo saltata una sola edizione, un solo giorno. 92 settimane che fra giorni d’arrivo, di partenza e qualche rinvio piovoso al lunedì (più il torneo olimpico del 2012 vinto da Andy Murray) sono due anni di vita vissuta in Church Road, dal mattino presto a notte.

Wimbledon 2019 di notte (foto via Twitter, @Wimbledon)

Non so perché, ma i 46 tornei al Country Club di Montecarlo, i 48 al Foro Italico, i 44 Roland Garros (da Adriano Panatta campione nel ’76 su Harold Solomon al dodicesimo trionfo di Rafa Nadal nel 2019), mi hanno fatto meno effetto, colpito meno. Forse perché guardavo avanti, perchè il momento topico della stagione tennistica per me è rimasto nostalgicamente sempre il leggendario Wimbledon, il torneo che si gioca nel Tempio del tennis, non a caso il torneo di cui ricordo una per una e senza nessuno sforzo tutte le finali e migliaia di particolari, di aneddoti, di storie, di personaggi, di vita vissuta. Wimbledon mi mancherà incredibilmente. Avevo scritto di getto ‘terribilmente’, ma ho subito corretto perché come detto sopra, le assenze e le cose terribili sono ben altre, però per molto più di metà della mia vita per me andare a Wimbledon è stata soltanto un po’ meno esperienza religiosa che per un pellegrino recarsi ad un luogo santo. Ci sarei andato a piedi.

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Editoriali del Direttore

Impasse Coronavirus: che impatto su Federer, Venus e Serena Williams, i Bryan, Nadal, Djokovic?

Dopo i tanti ritiri dell’ultimo biennio (Berdych, Ferrer, Almagro, Baghdatis), molti ipotizzavano che nel 2020 ci fosse il canto del cigno per tante star del tennis. Giocheranno ancora nel 2021?

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Avvertenza ai lettori. Evitino di leggerlo tutti coloro che, dopo aver letto il titolo, si appresterebbero a dire che sto, stiamo cercando di acchiappare clic. Cerchiamo semplicemente di trattare quegli argomenti che ci accorgiamo – in tempi di Coronavirus e di tennis off limits per chissà quanto tempo ancora – vengono discussi fra gli appassionati che sono bombardati da bollettini più o meno catastrofici sui contagi e ogni tanto vorrebbero anche distrarsi un po’ con qualche argomento più leggero.

Avverto subito di seguito i lettori superstiti per correttezza, o onestà intellettuale come ormai si usa dire, che non ho notizie certe sulle ipotesi che sto per fare, ma che tuttavia uso le previsioni che da più parti del microcosmo tennistico venivano fatte. Non anni fa, ma fino a pochissimo tempo fa. Direi fino alla cancellazione del torneo di Indian Wells – come vola il tempo, sembra un secolo fa! – quando sembravano ancora attendibili, attendibilissime. E tuttavia da qualche dato, da qualche aspetto curioso, da qualche considerazione che ho in testa, penso che una amichevole discussione dovrebbe poter scaturire.

Comincio con il ricordare che fra 2019 e inizio 2020, a far fronte all’inattesissimo, sorprendente, quasi inspiegabile “comeback” di Kim Cljisters si sono verificati tanti ritiri di giocatori noti, a cominciare da un paio di “sempreverdi” top-ten, David Ferrer e Tomas Berdych, per proseguire con Nicolas Almagro, Mikhail Youzhny, Marcos Baghdatis, ma anche Victor Estrella Burgos e Max Mirny. E fra le donne la più famosa è certo l’ex n.1 del mondo Maria Sharapova, ma anche Sweet Caroline Wozniacki, Dominika “Cipollina” Cibulkova. Nel 2018 aveva detto basta Tommy Haas, le nostre Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Karin Knapp, Nadia Petrova e chissà quanti/e dimentico… aggiungete pure voi.

 

Ma cosa si prevedeva che sarebbe successo nel 2020 e oltre? Per quanti questo sarebbe stato l’anno dell’addio? Beh, i gemelloni sovrani del doppio Bryan, 42 anni il prossimo 29 aprile – Bob 119 titoli di doppio e Mike 124 – avevano annunciato che avrebbero giocato l’ultimo US Open per poi appendere la racchetta al chiodo dopo essere stati insieme n.1 del mondo di specialità per 438 settimane (ma Mike lo è stato per 506), di cui 139 consecutive: ennesimo record. Altro record: per 10 anni hanno chiuso la stagione da n.1. Potrebbero rivedere i loro piani e giocare le Finali di Davis a novembre? Anche se adesso perfino la nuova Coppa Davis rischia di saltare, sebbene a Madrid la si giochi quando più tardi non si potrebbe. Ma nessuno può giurare che l’effetto Coronavirus, che in Spagna sta imperversando quasi come in Italia, sia davvero finito, anche se tutti ce lo auguriamo.

Dai 42 anni dei Bryan, andando a ritroso dai più anziani e soffermandosi sugli ex n.1 ecco Venus Ebony Williams. Il 17 giugno Venus compierà 40 anni. Pur avendo vinto 7 Slam (in 16 finali), fra cui 5 Wimbledon, Venus è stata n.1 del mondo in tre occasioni ma complessivamente soltanto per 11 settimane, una differenza enorme con Serena che lo è stata per 319 (9 più di Roger Federer!) e certo gliene ha sottratta più d’una. Beh Venus mi aveva fatto intendere un anno fa che il suo obiettivo era partecipare ancora una ultima volta alle Olimpiadi. Già medagliata d’oro 4 volte (come soltanto la sorella Serena) con un oro in singolo e tre in doppio (più una medaglia d’argento in doppio misto. Record per il tennis, a pari merito con
Kitty McKane Godfree), lei che era già la sola tennista a potersi vantare di aver vinto una medaglia in 4 Olimpiadi diverse (da Sydney 2000 in poi), se fosse riuscita a vincere un’altra medaglia anche a Tokyo avrebbe stabilito un record probabilmente imbattibile. In 14 finali di Slam in doppio femminile lei e Serena non ne hanno persa una.

Le due sconfitte patite con una ragazzina che avrebbe tranquillamente potuto essere sua figlia, la quindicenne Coco Gauff in due Slam, Wimbledon e Australian Open, non l’hanno turbata al punto da dichiararsi pronta al ritiro, però anche se la classifica “ghiacciata” dal virus la vede oggi e per chissà quanto soltanto n.67 del mondo, io confesso che sarei molto ma molto sorpreso se con le Olimpiadi slittate al 2021 Venus non avesse già detto “no mas”. Oltretutto riguardo a Tokyo 2020 da disputare nel 2021 – i giapponesi non vogliono buttare a mare i loghi e tutto il materiale pubblicitario contrassegnato dal 2020 – non si sa ancora quale possa essere la data. Chi dice giugno (quando ci saranno europei di calcio, Giro d’Italia, per citare i primi eventi che mi vengono a mente…), chi dice marzo, quando per almeno uno dei due Masters 1000, Indian Wells oppure Miami si tratterebbe di un nuovo disastro, chi dice la stessa data che era stata programmata per quest’anno.

Venus Williams – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A PAGINA 2: CI SARANNO ROGER FEDERER E SERENA NEL 2021?

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