La lunga attesa di Delpo e il battesimo di Osaka

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La lunga attesa di Delpo e il battesimo di Osaka

I numeri di Indian Wells. Non solo Delpo e Naomi. La crisi di Isner, il ritorno di Raonic, la crescita di Berrettini. Coric a caccia di continuità, la complicata risalita di Djokovic

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2 – le vittorie in carriera di Naomi Osaka contro tenniste nella top ten WTA, prima che la 21enne giapponese di padre haitiano si mettesse brillantemente in mostra a Indian Wells. L’allieva di Sasha Bajin, arrivata nella top 100 circa due anni fa, dopo aver raggiunto il terzo turno a Miami con la vittoria su Sara Errani, continua nel suo costante processo di crescita. Ancora a secco di titoli, Naomi, il cui primo exploit fu la finale (sino a questa settimana l’unica raggiunta nel circuito WTA) del 2016 nella “sua” Tokyo, pur veleggiando già intorno alla 50esima posizione, sino agli US Open 2017 aveva un bilancio di nove sconfitte in nove incontri contro le top 10. A New York , lo scorso settembre, si sbloccò e sconfisse una Kerber in crisi nera, per poi confermare di aver alzato le sue punte di rendimento sconfiggendo il mese successivo a Hong Kong Venus Williams. Progressi confermati con un buon inizio di stagione (terzo turno a Melbourne, quarti a Dubai), prima dell’esplosione definitiva di queste due settimane in California. La giapponesina si è laureata campionessa per la prima volta in carriera nel circuito maggiore, perdendo solo un set in un cammino ricco di nomi prestigiosi, come quelli di Sharapova (6-4 6-4), Radwanska (6-3 6-2), Vickery (6-3 6-3), Sakkari (6-1 5-7 6-1) e Karolina Pliskova, 5 WTA (6-2 6-3). Ma in semifinale, Osaka ha fatto ancora meglio, annichilendo la numero 1 del mondo, Simona Halep, col punteggio di 6-3 6-0. Dopo queste due vittorie così importanti tecnicamente, anche per le proporzioni del punteggio, Naomi si è ripetuta in finale, dove ha rispettato i favori del pronostico sconfiggendo con lo score di 6-3 6-2 Daria Kasatkina, 19 WTA. Quasi sicuramente abbiamo assistito al battesimo di una nuova campionessa.

5 – le vittorie contro top 100 ottenute nel solo 2018 da Matteo Berrettini: il quasi 22enne romano (compie gli anni il 12 aprile) sta mostrando sempre più spesso di essere pronto contro avversari di livello alto. Il più bel successo di tutti è arrivato questa settimana al Challenger di Irving, tradizionale appuntamento da 150.000 dollari di montepremi al quale si iscrivono tanti esclusi dalla seconda settimana di Indian Wells per tenersi in forma giocando partite ufficiali in vista di Miami. In Texas, l’azzurro al primo turno ha sconfitto Yuichi Sugita tds n°1 e 40 ATP, al quale ha rimontato prima un set e poi un break  di svantaggio nel terzo, prima di vincere col punteggio di 3-6 6-1 7-6(3). Nei quarti, la prova del nove di questa vittoria, sinora la più prestigiosa relativamente alla classifica dell’avversario sconfitto, è arrivata con Mirza Basic, 82 ATP, recente vincitore dell’ATP 250 di Sofia, sconfitto a Irving col punteggio di 6-4 6-7(5) 6-1. In semifinale, un altro successo di qualità ha permesso al romano di accedere alla seconda finale Challenger del 2018, dopo quella vinta a Bergamo: Marton Fucsovics, 65 ATP, è stato sconfitto in due rapidi set (6-3 6-4). In finale il romano si è poi arreso in tre set alla maggiore esperienza di Kukhushkin, ma può ritenersi più che soddisfatto del suo torneo. Guardando indietro, Matteo aveva sconfitto, come giocatori classificati nella top 100, nella seconda metà del 2017 Giraldo e Donskoy. A loro, a gennaio a Doha, ne aveva fatti seguire altri due: prima aveva sconfitto nelle quali Marterer, poi aveva eliminato nel tabellone principale Troicki. Complimenti Matteo e… lunga permanenza nella top 100!

6 – le sconfitte di John Isner nella partita iniziale dei sette tornei ai quali ha partecipato in questo per lui nerissimo inizio di 2018. Il numero 2 statunitense (ma dopo Indian Wells verrà superato da Querrey) ha vinto solo due partite in questi primi tre mesi di stagione: in coppa Davis – sulla terra rossa serba contro Lajovic – e a Delray Beach, contro Radu Albot. Come si nota facilmente, entrambi giocatori non classificati tra i primi 80, quando sono stati affrontati dal 32 enne tennista a stelle e strisce. A Indian Wells, uno dei suoi Masters 1000 preferiti – solo a Bercy ha fatto meglio con una finale e due semi -, torneo nel quale nel 2012 in finale perse da Federer dopo aver sconfitto in semi il numero 1 Djokovic, è arrivata l’ennesima sconfitta nella partita d’esordio, questa volta contro Monfils, 42 ATP, impostosi col punteggio di 6-7(5) 7-6 (3) 7-5. Crisi nera per il gigante del North Carolina.

 

7 – le vittorie del da poco 21enne Borna Coric contro top 10, prima di iniziare il torneo di Indian Wells. Numeri già importanti per un tennista entrato nella top 100 a nemmeno 18 anni (vi riuscì raggiungendo la semifinale a Basilea nel 2014), ma che non aveva sin qui mai trovato la continuità di rendimento necessaria per entrare nei top 30. Il croato, capace di vincere un solo titolo (Marrakech 2017) e di ottenere altre due finali, sempre in tornei ATP 250 minori (nel 2016 per due volte, prima a Chennai e poi a Casablanca) non aveva mai trovato nei tornei che contano l’acuto: negli Slam non è mai arrivato ancora nemmeno agli ottavi, nei Masters 1000 solo due volte era giunto ai quarti (Cincinnati 2016 e Madrid 2017). A Indian Wells, dopo i due quarti a Doha e Dubai, inframmezzati dal brutto primo turno perso a Melbourne contro Millman, vi è stata la possibile svolta della carriera, arrivando in semifinale, dove si è anche portato avanti di un set e un break contro Federer, prima di perdere col punteggio di 5-7 6-4 6-4. Il croato, nel torneo sin qui migliore della carriera, ha sconfitto un top 10 – Anderson (2-6 6-4 7-6 (3) -, un top 20 – Bautista Agut (6-1 6-3) -, il 22 ATP Ramos-Vinolas (6-0 6-3) e due statunitensi come Fritz (6-2 6-7 6-4) e Young (6-0 6-2). A Miami capiremo se davvero ha trovato continuità.

8 – i mesi trascorsi dall’ultima volta (nel corso dell’ultimo Wimbledon), in cui Milos Raonic aveva vinto tre partite di seguito. L’ex numero 3 del mondo (a fine 2016), uscito a febbraio dai primi 30 ATP, era reduce da una seconda parte di 2017 nella quale l’infortunio alla gamba destra lo aveva costretto con scarsi risultati a giocare solo tre tornei (Washington, Montreal e Tokyo) dopo i Championships. Non era iniziato bene nemmeno il 2018, nel quale aveva vinto una sola partita (contro Daniel, atleta non tra i primi 100 ATP) tra Brisbane, Melbourne e Delray Beach. Come capita molte volte nel tennis, la luce si è accesa all’improvviso per il finalista di Wimbledon 2016 e di tre Masters 1ooo (Montreal 2013, Bercy 2014 e Indian Wells 2016) e in California il canadese di origine montenegrina ha trovato il modo per sconfiggere Auger Auliassime (6-4 6-4), Joao Sousa (7-5 4-6 6-2), Baghdatis (walk over) e Querrey (7-5 26 6-3). In semifinale, il confronto con del Potro, contro il quale aveva vinto due precedenti su tre, è andato male e l’allievo di Goran Ivanisevic si è fermato, col rivale vincitore per 6-2 6-3.  In California Raonic ha confermato di essere, se sta bene fisicamente, ostico per tutti.

11  le vittorie di Kevin Anderson nelle ultime tredici partite giocate. Il finalista dell’ultima edizione degli US Open aveva concluso male il 2017, vincendo solo tre match nei cinque tornei giocati dopo il suo exploit newyorkese. Il 2018 era iniziato meglio per lui, con la finale all’Atp 250 di Pune, ma è solo dopo la deludente sconfitta in cinque set patita contro Edmund al primo turno degli Australian Open (primo tennista, da Hewitt nel 2002, a passare dalla finale a New York alla sconfitta all’esordio a Melbourne) che il sudafricano ha ingranato la marcia in più. Tornato alle gare un mese dopo, alla prima edizione dell’ATP 250 di New York Anderson ha vinto il torneo, per poi arrendersi ad Acapulco solo in finale a del Potro. A Indian Wells, dove era arrivato al massimo nei quarti (nel 2013 e nel 2014), ha sconfitto nell’ordine, Donskoy (7-5 6-4), Kicker (7-6 7-6) e, nella rivincita della semifinale di New York, Carreno Busta per 4-6 6-3 7-6(3). Contro Borna Coric, sempre sconfitto nel corso dei tre precedenti, si è arreso solo in volata al tie break del terzo, con il croato vincitore 2-6 6-4 7-6 (3). Outsider di lusso.

14 – i tornei giocati nel 2017 da Venus Williams (e in tre di essi disputando una sola partita), la quale, alla soglia dei 38 anni (li compie il 17 giugno) centellina le sue presenze nel circuito, puntando alla qualità delle sue prestazioni. Su questa stessa falsariga ha giustamente iniziato anche il 2018, nel quale non aveva vinto nemmeno una partita tra Sydney (sconfitta da Kerber) e Melbourne (dove ha perso da Bencic). Tornata alle gare a quasi due mesi dalla precocissima sconfitta agli Australian Open, la maggiore delle sorelle Williams, che non vince un torneo da più di due anni, (l’International di Kaohsiung) e un Premier addirittura dal 2015 (Zhuhai, in finale su Pliskova), ha iniziato il torneo come ottava giocatrice al mondo. Venus non ha perso nemmeno un set per arrivare in semifinale a distanza di sedici anni a Indian Wells, sconfiggendo Cirstea (6-3 6-4), la sorella Serena – battuta dopo quasi quattro anni – (6-3 6-4) e Sevastova (7-6(6) 6-4). In semifinale, contro una tennista che aveva già sofferto come Kasatkina (Venus aveva vinto un solo dei due precedenti, e col punteggio di 10-8 al terzo a Wimbledon), si è arresa dopo essere stata un break avanti nel terzo, concedendo alla russa la vittoria col punteggio di 4-6 6-4 7-5. La classe allunga la carriera.

51 – la posizione nel ranking WTA di Petra Martic, la tennista con la peggiore classifica giunta ai quarti del Premier Mandatory di Indian Wells. La 27enne tennista croata, tornata nel circuito solo ad aprile 2017 dopo un infortunio che l’aveva costretta a stare ai box da Wimbledon 2016, grazie agli ottavi ai Championships 2017 era rientrata tra le prime 100 dopo un’assenza che perdurava da aprile 2014. A Melbourne, sfruttando un buon tabellone, era arrivata al quarto turno, un piazzamento che, assieme ai quarti a Budapest, le aveva permesso di avvicinare il suo best career ranking, 42 WTA, raggiunto nel giugno 2012. Proprio quella è stata la migliore stagione sin qui della carriera della tennista nata a Spalato, che in quell’anno aveva ottenuto le uniche due vittorie contro top ten (Kvitova a Katowice e Bartoli al Roland Garros), nonché l’unica finale, quella di Kuala Lumpur, persa contro Hsieh. A Indian Wells, dove non era mai arrivata al terzo turno, prima di perdere in tre parziali (6-4 6-7 6-3) nei quarti dalla numero 1 del mondo Simona Halep, si è prodotta in un tennis che le ha permesso di ottenere il piazzamento più importante della carriera, senza perdere nemmeno un set. Ha infatti sconfitto Tatjana Maria (6-3 6-1), Barbora Strycova (7-5 6-4), è tornata alla vittoria con una top ten, Jelena Ostapenko (6-3 6-3) e infine ha avuto la meglio su Vondrousova (6-3 7-6).

5​7​ – le vittorie consecutive, contro tennisti non inclusi nella top 100, da parte di Nole Djokovic nel periodo intercorrente da marzo 2008 (quando perse a sorpresa da Kevin Anderson al primo turno di Miami) sino ad agosto 2016quando alle Olimpiadi di Rio, perse da un “finto” 141 del mondo, Juan Martin del Potro. Quella sconfitta, che tanto costò psicologicamente a colui che era l’incontrastato numero 1 del mondo, molto di più di quella del mese prima a Wimbledon contro Querrey, a bocce ferme sembra essere stata un po’ la svolta in negativo nella carriera di Nole, che, fatta eccezione per la finale di New York il mese successivo, non si riprese più a livelli di risultati. Emblema della crisi psicofisica in cui cadde nel 2017, anno in cui ha vinto solo i minori tornei di Doha e Eastbourne, fu un’altra inopinata sconfitta contro un tennista non nella top 100, Denis Istomin, al secondo turno di Melbourne. Un vicolo cieco dal quale il serbo stenta a riprendersi, come testimonia, un’altra bruttissima prova, offerta, guardacaso, contro un tennista non classificato tra i primi 100, il 25enne giapponese Taro Daniel, 109 ATP, (best career ranking 8) che non aveva mai sconfitto in carriera un top 20. Il tennista giapponese, nel secondo turno di Indian Wells ha prevalso anche grazie alla marea di errori non forzati di Nole, apparso scarico in alcuni momenti, col punteggio di 7-6 (3) 4-6 6-1. Non può fare che meglio a Miami.

65 – i mesi passati dall’ultima volta in cui Juan Martin del Potro aveva trovato la salute e la forma tennistica necessarie per poter inanellare undici successi di seguito, come accaduto in queste settimane, con la vittoria in finale ad Acapulco su Anderson, seguita dalla splendida cavalcata di Indian Wells e il successo in finale su Federer. Una vittoria molto importante per il gigante sudamericano: era il primo Masters 1000 conquistato dopo tre finali andate male in tornei di questa categoria (nel 2009 a Montreal fu sconfitto da Murray, nel 2013 a Indian Wells da Nadal e a Shanghai da Djokovic). Era infatti dall’ottobre 2012 (semifinale Coppa Davis, titoli a Vienna e Basilea, sino al secondo turno di Bercy, sconfitto da Llodra) che al 29enne argentino non riusciva un filotto di successi del genere. Prima ancora, per quantomeno eguagliare un tale numero di vittorie consecutive, si doveva tornare indietro all’estate 2009 (due singolari dei quarti di Coppa Davis contro la Repubblica Ceca, campione a Washington, sino alla finale del Masters 1000 di Montreal, vinta da Murray). In quell’estate avrebbe poi vinto il suo primo e sin qui unico Slam, quell’US Open in cui sconfisse in semifinale il numero 3 del mondo Nadal con un periodico 6-2, prima di recuperare Roger Federer e sconfiggerlo 6-2 al quinto. Ma l’ex numero 4 del mondo (nel gennaio 2010) è stato anche capace di fare meglio di così, come nell’estate 2008, quando, un paio di mesi dopo essere stato battuto con margine da Bolelli al Roland Garros, esplose come futuro campione, inanellando una serie di 23 successi consecutivi (titoli di Stoccarda, Kitzbuhel, Los Angeles, Washington, sino ai quarti raggiunti a New York, sconfitto da Murray) compiendo in poche settimane un balzo dal 65° al 13° posto nel ranking ATP, che poi lo avrebbe portato a fine anno a chiudere come ottavo giocatore al mondo. La splendida finale di Indian Wells di ieri, con annessi i match point annullati a Federer, conferma che in questo tennis pieno di campioni maturi acciaccati, ironia della sorte, Juan Martin è attualmente l’unico in campo capace di tenere testa al numero 1 svizzero. God save Delpo.

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Le tracce indelebili di Federer: più di 100 vittorie in due Slam, 24 finali vinte consecutivamente e non solo

Tra i tanti record di Re Roger, almeno tre sembrano essere in cassaforte per gli anni avvenire. Ecco quali

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Roger Federer - Shanghai 2019 (foto via Twitter, @SH_RolexMasters)

Non l’ha fatto in modo calcolato, ma a posteriori possiamo dire che Federer ha dato un paio di anni al mondo del tennis per abituarsi alla sua assenza e così ha forse alleggerito il trauma collettivo generato dall’annuncio del ritiro. Senza di lui e, a maggior ragione quando lasceranno anche Nadal e Djokovic, inizierà una nuova epoca. Si resterà però nel d.F., il ‘dopo Federer’.

Se c’è un giocatore che ha contribuito a portare il tennis in una nuova dimensione si tratta, infatti, proprio di quel signore di 41 anni nato a Basilea. Lo svizzero, abbinando eleganza ed efficacia, ha convinto giornali e televisioni che il tennis fosse all’altezza di prime pagine e dirette. Le sfide con Nadal e Djokovic (e tra questi ultimi due), poi, hanno fatto sì che nessuno cambiasse idea. È questa l’eredità più grande che il nostro sport raccoglie da Federer e che dovrà saper gestire al meglio così da rendere ineliminabile il solco tracciato da Re Roger. Inevitabilmente e fortunatamente, però, dello svizzero rimarrà qualcosa in ogni caso. E non si tratta solo di ricordi e immagini. Ci sono anche elementi più freddi: i numeri, i record, quelli che al momento del ritiro passano quasi in secondo piano lasciando spazio alle emozioni, ma che nel corso della carriera sono costantemente al centro di analisi e confronti.

LEGGI ANCHE: Federer e i suoi record che presto (o tardi) cambieranno padrone

 

Per elencare e descrivere i numeri fuori dall’ordinario messi insieme da Federer potrebbe non bastare un libro di buon spessore. Restringendo il cerchio, però, si possono evidenziare i record imbattibili o quasi e, dall’altro lato, quelli a forte rischio già dai prossimi mesi. Per quanto riguarda le statistiche che resteranno con tutta probabilità affiancate dal copyright ‘RF’ anche negli annali del tennis di un futuro non così prossimo, si può partire dalle 23 semifinali raggiunte consecutivamente negli Slam o dalle 65 vittorie di fila sull’erba (ottenute tra il 2003 e il 2008). Ci sono però tre record che, oltre ad apparire fuori portata per tennisti del presente e del futuro, godono anche di un valore superiore ai due appena citati.

100+ VITTORIE IN DUE SLAM – Delle tre voci che esamineremo, questo è forse il record meno al sicuro. Federer è al momento l’unico tennista della storia (uomini o donne non fa differenza) ad aver superato quota 100 vittorie in due tornei dello Slam. Lo ha fatto a Wimbledon nel 2019 e all’Australian Open l’anno successivo e si è fermato a 105 nei Championships e a 102 a Melbourne. Per capire la portata del traguardo basti pensare che solo altri quattro giocatori/giocatrici hanno accumulato 100 o più partite vinte in un major: Navratilova a Wimbledon (120), Nadal al Roland Garros (112 and counting), Serena Williams allo US Open (108), Evert sempre a New York (101).

Se non si fosse appena ritirata anche lei (a quanto pare, però, non è detta l’ultima parola), la minore delle sorelle Williams sarebbe la contendente più temibile per il record di Federer: le mancano infatti solo due vittorie per raggiungere la tripla cifra anche ai Championships. Tolta lei, rimane Djokovic che però è sotto le 90 partite vinte in tutti e quattro i tornei dello Slam. Quelli in cui è più avanti sono Roland Garros con 85 e Wimbledon con 86. Ciò significa che avrebbe bisogno quantomeno di altri due anni… e un po’: due trionfi gli frutterebbero infatti 14 vittorie ma per arrivare a 100 a Parigi servirebbe aspettare in ogni caso il 2025.

24 FINALI VINTE DI FILA – Questo numero è, se vogliamo, ancora più disumano. Tra l’ottobre del 2003 e lo stesso mese del 2005 Federer ha vinto tutte le finali che ha disputato: 24 su 24. E per un soffio non sono diventate 25: l’imbattibilità nelle finali si è infatti interrotta alle ATP Finals con Nalbandian in un match in cui Roger era stato avanti per due set a zero e aveva servito per chiudere l’incontro nel quinto parziale. La straordinarietà e l’inavvicinabilità del record diventa palese se messa a paragone con le altre strisce più corpose: a 15 c’è Borg, mentre Nadal e Djokovic non sono mai andati oltre, rispettivamente, quota 14 e 10.

SOLO VITTORIE NELLE PRIME SETTE FINALI SLAM – Se Roger avesse mantenuto nel corso della carriera una percentuale di vittorie nelle finali Slam simile a quella del 100% avuta tra il 2003 e il 2006, la classifica del numero di successi nei major sarebbe assolutamente superflua. Complici Nadal (la prima sconfitta è arrivata proprio contro di lui a Parigi nel 2006) e Djokovic, le cose sono andate diversamente. Resta però il fatto che Federer è stato capace di vincere tutte le prime sette finali giocate nei tornei dello Slam, quando nessun altro è rimasto imbattuto dopo le prime tre, per non parlare della miriade di giocatori rimasta scottata al battesimo del fuoco. Alcaraz, invece, è partito bene, ma il solo pensiero che possa vincere le prossime sei finali spaventa per la grandezza di questo ipotetico (e utopistico) traguardo.

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Ventun anni dopo Hewitt la storia si ripete, Alcaraz perde all’esordio come n. 1 del ranking ATP

È ancora la Davis a rivelarsi la “Waterloo” dei sovrani appena incoronati nel loro battessimo del fuoco: da Lleyton Hewitt a Carlos Alcaraz la “prima” sul trono mondiale è amara

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Carlos Alcaraz - US Open 2022 (foto Twitter @rolandgarros)

Era il 19 novembre 2001, ed un giovincello di Adelaide dalla personalità mastodontica di nome Lleyton Hewitt diventava il più giovane numero uno della storia – dal 1973, anno di fondazione del sistema di calcolo computerizzato – della classifica ATP strappando lo scettro al tre volte campione del Roland Garros Guga Kuerten. Rusty, come amava apostrofarlo Brad Gilbert, raggiungeva il trono del tennis mondiale grazie al trionfo alle ATP Finals – allora denominate ancora Master Cup – di Shanghai, maturato esattamente un giorno prima, nella finale vinta ai danni del francese Sébastien Grosjean – curiosamente adesso entrambi rivestono il ruolo di Capitano di Davis, dei rispettivi team nazionali -, e si ergeva a primatista del ranking più precoce di sempre con i suoi 20 anni e 8 mesi battendo il precedente record appartenente al russo Marat Safin (20 anni e 10 mesi).

LA DÈBACLE DI MELBOURNE – Purtroppo per lui, però, la prima partita nei panni del nuovo ruolo di “Re della racchetta” non andò seguendo i suoi sogni più rosei, anzi fu alquanto amara oltre che per l’esito finale anche per la cornice nella quale maturò: undici giorni dopo aver ottenuto la testa del movimento tennistico, infatti, Hewitt subì una cocente delusione perdendo il primo match della finale di Coppa Davis di quella stagione: si affrontavano sulla Rod Laver Arena di Melbourne, per contendersi l’insalatiera, l’Australia e la Francia. Lleyton scese in campo come primo singolarista del suo team, e pur portandosi in vantaggio per 2 set a 1 finì per farsi rimontare da Nicolas Escudé, che regalo così il punto alla squadra transalpina. Nonostante poi il leone australiano rimediò parzialmente a quel KO superando nella giornata di domenica, in quella che era la sfida tra i due n. 1, proprio quel Grosjean messo al tappeto qualche settima prima; alla fine ad alzare la coppa d’argento fu il team bleau che vide in Escudé l’eroe nazionale di quella tre giorni australiana: l’ex n. 17 del mondo batté nell’incontro decisivo, sul 2-2, Wayne Athurs – quest’ultimo sostituì Patrick Rafter, che non poté scendere in campo a causa di una spalla malandata e che in prima giornata aveva sconfitto l’attuale capitano della selezione francese -. Determinante ai fini del risultato finale, fu anche l’affermazione del sabato di Cédric Pioline e Fabrice Santoro sulla coppia dei Canguri formata da Hewitt e Rafter.

DOPO QUASI 21 ANNI CI RISIAMO – Quindi fu veramente una bella “botta” da assorbire, quella patita nelle vesti di neo dominatore del tennis per Hewitt, visto che il suo rubber perso contribuì alla mancata vittoria degli Aussies, fra l’altro in casa, nella competizione a squadre più antica di sempre. 20 anni, 9 mesi, e a distanza di soli tre giorni di differenza, la storia si ripete: questa volta il protagonista è un diciannovenne iberico, precisamente nativo di Murcia nella Spagna meridionale, il quale ha sconvolto tutto il mondo della racchetta nel 2022 vincendo – tra gli altri- due titoli Masters 1000 e soprattutto il primo Slam della carriera a New York. Proprio grazie al trionfo statunitense, Carlitos Alcaraz si è laureato il più giovane tennista di sempre a sedersi sulla prima piazza del ranking: scalzando il record di, si proprio lui, Lleyton Hewitt con i suoi 19 anni e 4 mesi.

 

ANCORA LA DAVIS TEATRO DI SVENTURA – Ma il “diavoletto” australiano non ci stava a cedere questo primato inopinatamente, e allora ha deciso di trasferire la propria maledizione sulle spalle del giovane Carlos. E così, alla sua seconda esperienza con la maglia della Roja, il battessimo da capofila del tennis mondiale ha avuto un sapore decisamente infausto per l’allievo di Ferrero: anche lui rimontato, è caduto al terzo sotto i colpi di uno scintillante Auger-Aliassime. Ovviamente vanno assolutamente prese in considerazione alcune attenuanti per quanto riguarda la forma di Alcaraz, è arrivato tardi a Valencia – fino a lunedì pomeriggio si trovava ancora nella Grande Mela – e quindi ha potuto allenarsi poco per adattarsi al meglio alle nuove condizioni; inoltre ha speso veramente tante energie durante le sue maratone notturne di Flushing Meadows passando sul campo quasi 24 ore – nessuno mai aveva giocato così tanto per trionfare in una prova dello Slam -.

A confermare tutti questi dubbi, che lo hanno accompagnato nella prima da n. 1 del mondo, è lo stesso numero uno di Spagna: “Felix ha giocato molto, molto bene. Sono rimasto in partita per due ore e non ho regalato tanto. Direi che solo sul 4-4 del secondo set ho commesso un paio di errori che avrei dovuto evitare. Ovviamente non sono arrivato con una condizione fisica molto buona. La superficie è molto lenta e ho avuto solo due giorni per adattare il mio gioco a questo campo. Per me è stata una giornata davvero complicata. Ma, ovviamente, devo fare i complimenti al mio avversario perché ha giocato una partita incredibile. Nonostante il risultato, è stato lo stesso bellissimo giocare in un’atmosfera del genere. Questa è la Coppa Davis. Mi piace giocare in Spagna, mi piace farlo davanti al mio pubblico, alla mia gente. Cerco sempre di renderli felici. Volevo esserci e tornare in Spagna subito per condividere questo momento, il numero 1 e il titolo agli US Open, con tutti i miei amici e i miei tifosi.

Ovviamente la chiusura non può non essere dedicata al Re che ha salutato, omaggiato dalle parole di colui che almeno in parte vuole prenderne il testimone: “Federer è uno dei miei idoli, quando l’ho saputo non ci volevo credere, sognavo ancora di giocarci contro: lui rappresenta la magia e il talento nel tennis“.

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Alcaraz numero 1 del mondo? Sì, ma con una quota punti molto bassa

Tra i giocatori in attività, Carlos è quello che ha avuto bisogno di meno punti nella sua ‘prima volta’ al vertice del ranking. Cosa significa? Quanto è solido il suo regno?

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Carlos Alcaraz - US Open 2022 (foto Twitter @ATPTour_ES)

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Il video-commento di Ubaldo che compare qui continua sul sito di Intesa Sanpaolo nella sezione “Sottorete” curata in collaborazione con Ubitennis, che potrete trovare al seguente link.

Clicca qui per guardare il video-commento completo di Ubaldo Scanagatta sulla finale maschile dello US Open 2022 sul sito di Intesa Sanpaolo

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Mancano ancora più di due mesi alla fine della stagione tennistica, ma anche se ci fermassimo qui potremmo ritenerci soddisfatti di quanto visto. Ne sono successe di tutti i colori e in particolare il settore maschile ha riservato grosse novità rispetto agli anni precedenti. Sebbene i soliti noti, Nadal e Djokovic, abbiano conquistato tre Slam su quattro, mai come quest’anno si ha la netta sensazione che le cose stiano iniziando a cambiare. E non si tratta solo di intuito perché un ancoraggio forte c’è, eccome: i numeri, le classifiche. Quelle non mentono, almeno in linea di massima, o comunque fotografano realtà da interpretare senza perdere di vista il riferimento numerico.

In questa stagione abbiamo visto aggiornarsi per due volte l’elenco dei numeri uno del mondo della storia del tennis maschile. Ci sarebbe spazio anche per una terza new entry (Ruud o, con meno probabilità, Tsitsipas), ma anche senza quest’ultima il 2022 rimarrebbe un anno epocale per la storia del tennis. Si è infatti interrotto il dominio dei Big Three + Murray ai vertici del ranking. L’ultimo giocatore al di fuori di questa ristretta cerchia ad impossessarsi del primo posto della classifica era stato Andy Roddick. Dal 2 febbraio 2004 al giorno 28 dello stesso mese ma del 2022 si sono alternati sempre e comunque Nadal, Federer, Djokovic e per una sola volta (tra il 2016 e il 2017) Murray. Dopo tanta ridondanza, è arrivata aria fresca presentandosi con duplice faccia: quella di Medvedev e quella di Alcaraz.

Potrebbe essere l’inizio di una nuova era o di una fase transitoria prima del consolidamento di nuovi domini condivisi. Noi propendiamo maggiormente verso la seconda ipotesi e in questa sede proviamo a esplicitarne le ragioni. Prima di tutto Nadal e Djokovic non sembrano avere alcuna intenzione di lasciare campo totalmente libero. Non lo hanno fatto quest’anno e i pochi spazi sfruttati bene da Alcaraz  & co. (non bisogna infatti dimenticare i 1000 vinti da Fritz, Tsitsipas, Carreno Busta, Coric, oltre alle finali Slam di Medvedev, Ruud e Kyrgios) si sono aperti soprattutto per cause di forza maggiore. Il riferimento è ai problemi fisici di Nadal e ancora di più a quelli “politico-sanitari” di Djokovic. Nonostante i vari impedimenti, lo spagnolo e il serbo hanno trionfato nei primi tre Slam stagionali e non c’è quindi motivo per pensare che l’anno prossimo non possano ripetersi soprattutto – rispettivamente – sulla terra e sull’erba, dove il margine sul resto della concorrenza è ancora tangibile.

Tornando invece alla classifica, notiamo sì l’inedita coppia che presiede i primi due posti (Alcaraz e Ruud), ma non possiamo ignorare i numeri che affiancano i loro nomi. Carlos è diventato il numero uno più giovane di sempre con un bottino di 6740 punti, ma gliene sarebbero bastati anche meno visto che Casper è a 5850. A prima impressione sembrano piuttosto pochi (anche perché abbiamo in mente lo scollinamento dei 10 mila da parte di Iga Swiatek nel femminile). La sensazione trova conferma se prendiamo come termine di confronto la quota che hanno raggiunto gli ex possessori della prima posizione del ranking ancora in attività quando sono diventati numeri 1 per la prima volta nelle loro carriere.

L’ultimo, in ordine di tempo, di questi è Daniil Medvedev: il 28 febbraio di quest’anno è salito al vertice con un totale di 8615 punti e con un margine di soli 150 punti su Djokovic, che non aveva avuto la possibilità di difendere il titolo a Melbourne poche settimane prima. Riavvolgendo il nastro di qualche anno troviamo poi Murray che a novembre del 2016 superò gli 11 mila punti e quindi anche Djokovic, fermo a 10780. Lo stesso Nole fece ancora meglio nel 2011 quando toccò quota 13285 staccando nettamente Nadal che poteva comunque contare su un notevolissimo bottino di 11270 punti. Andando ancora più indietro troviamo le ‘prime volte’ proprio di Rafa e di Federer. Ai tempi era in uso un sistema di distribuzione dei punti diverso da quello odierno. Non è però impossibile adattare i numeri in modo che siano paragonabili a quelli frutto del sistema di assegnazione attuale. Lo ha fatto il collega Mario Boccardi e noi abbiamo verificato l’operazione. Nadal diventò per la prima volta numero 1 il 18 agosto del 2008 con quasi 12 mila punti, mentre Federer quattro anni e mezzo prima con poco meno di 10 mila.

Insomma, dei giocatori in attività che sono stati numeri 1 del mondo Alcaraz è quello che ha avuto bisogno di meno punti per raggiungere la vetta alla sua prima volta. Il dato è chiaramente influenzato dalla mancanza dei punti di Wimbledon: un caso più unico che raro. Va anche detto, però, che la differenza non sarebbe stata enorme: lo spagnolo avrebbe infatti solo 135 punti in più. Anche Djokovic, che è attualmente numero 7, non avrebbe superato lo spagnolo con i 2000 punti che gli sarebbero spettati con la vittoria dei Championships. Se Nole avesse però partecipato ai tornei che gli sono stati preclusi a causa del suo status di non vaccinato contro il Covid, probabilmente sarebbe ancora lui il numero 1 con una quantità di punti più nella norma. Ma, si sa, dei se e dei ma son piene le fosse.

Una conclusione, però, è possibile trarla. Alcaraz è diventato numero uno del mondo grazie a una stagione straordinaria in cui ha collezionato, oltre che il primo Slam, anche i primi due titoli 1000 della sua carriera (Miami e Madrid). Si è inoltre affermato a Barcellona, ha raggiunto i quarti al Roland Garros e la finale ad Amburgo e Umago. Tuttavia, ha contribuito alla sua scalata anche una serie di congiunture astrali che ha determinato un netto abbassamento della quota che identifica la vetta del tennis mondiale. Questa constatazione dà ulteriore forza all’ipotesi secondo cui non siamo ancora entrati in una nuova era del tennis maschile, di cui comunque Alcaraz sarà sicuramente uno dei principali protagonisti. È finita l’epoca del regno incontrastato dei Big Three, ma il futuro non è ancora arrivato o quantomeno è fragile come il primato del 19enne spagnolo. La primavera inizierà presto e si vedono già le prime rondini. Ma non basta.

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