La lunga attesa di Delpo e il battesimo di Osaka

Statistiche

La lunga attesa di Delpo e il battesimo di Osaka

I numeri di Indian Wells. Non solo Delpo e Naomi. La crisi di Isner, il ritorno di Raonic, la crescita di Berrettini. Coric a caccia di continuità, la complicata risalita di Djokovic

Pubblicato

il

2 – le vittorie in carriera di Naomi Osaka contro tenniste nella top ten WTA, prima che la 21enne giapponese di padre haitiano si mettesse brillantemente in mostra a Indian Wells. L’allieva di Sasha Bajin, arrivata nella top 100 circa due anni fa, dopo aver raggiunto il terzo turno a Miami con la vittoria su Sara Errani, continua nel suo costante processo di crescita. Ancora a secco di titoli, Naomi, il cui primo exploit fu la finale (sino a questa settimana l’unica raggiunta nel circuito WTA) del 2016 nella “sua” Tokyo, pur veleggiando già intorno alla 50esima posizione, sino agli US Open 2017 aveva un bilancio di nove sconfitte in nove incontri contro le top 10. A New York , lo scorso settembre, si sbloccò e sconfisse una Kerber in crisi nera, per poi confermare di aver alzato le sue punte di rendimento sconfiggendo il mese successivo a Hong Kong Venus Williams. Progressi confermati con un buon inizio di stagione (terzo turno a Melbourne, quarti a Dubai), prima dell’esplosione definitiva di queste due settimane in California. La giapponesina si è laureata campionessa per la prima volta in carriera nel circuito maggiore, perdendo solo un set in un cammino ricco di nomi prestigiosi, come quelli di Sharapova (6-4 6-4), Radwanska (6-3 6-2), Vickery (6-3 6-3), Sakkari (6-1 5-7 6-1) e Karolina Pliskova, 5 WTA (6-2 6-3). Ma in semifinale, Osaka ha fatto ancora meglio, annichilendo la numero 1 del mondo, Simona Halep, col punteggio di 6-3 6-0. Dopo queste due vittorie così importanti tecnicamente, anche per le proporzioni del punteggio, Naomi si è ripetuta in finale, dove ha rispettato i favori del pronostico sconfiggendo con lo score di 6-3 6-2 Daria Kasatkina, 19 WTA. Quasi sicuramente abbiamo assistito al battesimo di una nuova campionessa.

5 – le vittorie contro top 100 ottenute nel solo 2018 da Matteo Berrettini: il quasi 22enne romano (compie gli anni il 12 aprile) sta mostrando sempre più spesso di essere pronto contro avversari di livello alto. Il più bel successo di tutti è arrivato questa settimana al Challenger di Irving, tradizionale appuntamento da 150.000 dollari di montepremi al quale si iscrivono tanti esclusi dalla seconda settimana di Indian Wells per tenersi in forma giocando partite ufficiali in vista di Miami. In Texas, l’azzurro al primo turno ha sconfitto Yuichi Sugita tds n°1 e 40 ATP, al quale ha rimontato prima un set e poi un break  di svantaggio nel terzo, prima di vincere col punteggio di 3-6 6-1 7-6(3). Nei quarti, la prova del nove di questa vittoria, sinora la più prestigiosa relativamente alla classifica dell’avversario sconfitto, è arrivata con Mirza Basic, 82 ATP, recente vincitore dell’ATP 250 di Sofia, sconfitto a Irving col punteggio di 6-4 6-7(5) 6-1. In semifinale, un altro successo di qualità ha permesso al romano di accedere alla seconda finale Challenger del 2018, dopo quella vinta a Bergamo: Marton Fucsovics, 65 ATP, è stato sconfitto in due rapidi set (6-3 6-4). In finale il romano si è poi arreso in tre set alla maggiore esperienza di Kukhushkin, ma può ritenersi più che soddisfatto del suo torneo. Guardando indietro, Matteo aveva sconfitto, come giocatori classificati nella top 100, nella seconda metà del 2017 Giraldo e Donskoy. A loro, a gennaio a Doha, ne aveva fatti seguire altri due: prima aveva sconfitto nelle quali Marterer, poi aveva eliminato nel tabellone principale Troicki. Complimenti Matteo e… lunga permanenza nella top 100!

6 – le sconfitte di John Isner nella partita iniziale dei sette tornei ai quali ha partecipato in questo per lui nerissimo inizio di 2018. Il numero 2 statunitense (ma dopo Indian Wells verrà superato da Querrey) ha vinto solo due partite in questi primi tre mesi di stagione: in coppa Davis – sulla terra rossa serba contro Lajovic – e a Delray Beach, contro Radu Albot. Come si nota facilmente, entrambi giocatori non classificati tra i primi 80, quando sono stati affrontati dal 32 enne tennista a stelle e strisce. A Indian Wells, uno dei suoi Masters 1000 preferiti – solo a Bercy ha fatto meglio con una finale e due semi -, torneo nel quale nel 2012 in finale perse da Federer dopo aver sconfitto in semi il numero 1 Djokovic, è arrivata l’ennesima sconfitta nella partita d’esordio, questa volta contro Monfils, 42 ATP, impostosi col punteggio di 6-7(5) 7-6 (3) 7-5. Crisi nera per il gigante del North Carolina.

 

7 – le vittorie del da poco 21enne Borna Coric contro top 10, prima di iniziare il torneo di Indian Wells. Numeri già importanti per un tennista entrato nella top 100 a nemmeno 18 anni (vi riuscì raggiungendo la semifinale a Basilea nel 2014), ma che non aveva sin qui mai trovato la continuità di rendimento necessaria per entrare nei top 30. Il croato, capace di vincere un solo titolo (Marrakech 2017) e di ottenere altre due finali, sempre in tornei ATP 250 minori (nel 2016 per due volte, prima a Chennai e poi a Casablanca) non aveva mai trovato nei tornei che contano l’acuto: negli Slam non è mai arrivato ancora nemmeno agli ottavi, nei Masters 1000 solo due volte era giunto ai quarti (Cincinnati 2016 e Madrid 2017). A Indian Wells, dopo i due quarti a Doha e Dubai, inframmezzati dal brutto primo turno perso a Melbourne contro Millman, vi è stata la possibile svolta della carriera, arrivando in semifinale, dove si è anche portato avanti di un set e un break contro Federer, prima di perdere col punteggio di 5-7 6-4 6-4. Il croato, nel torneo sin qui migliore della carriera, ha sconfitto un top 10 – Anderson (2-6 6-4 7-6 (3) -, un top 20 – Bautista Agut (6-1 6-3) -, il 22 ATP Ramos-Vinolas (6-0 6-3) e due statunitensi come Fritz (6-2 6-7 6-4) e Young (6-0 6-2). A Miami capiremo se davvero ha trovato continuità.

8 – i mesi trascorsi dall’ultima volta (nel corso dell’ultimo Wimbledon), in cui Milos Raonic aveva vinto tre partite di seguito. L’ex numero 3 del mondo (a fine 2016), uscito a febbraio dai primi 30 ATP, era reduce da una seconda parte di 2017 nella quale l’infortunio alla gamba destra lo aveva costretto con scarsi risultati a giocare solo tre tornei (Washington, Montreal e Tokyo) dopo i Championships. Non era iniziato bene nemmeno il 2018, nel quale aveva vinto una sola partita (contro Daniel, atleta non tra i primi 100 ATP) tra Brisbane, Melbourne e Delray Beach. Come capita molte volte nel tennis, la luce si è accesa all’improvviso per il finalista di Wimbledon 2016 e di tre Masters 1ooo (Montreal 2013, Bercy 2014 e Indian Wells 2016) e in California il canadese di origine montenegrina ha trovato il modo per sconfiggere Auger Auliassime (6-4 6-4), Joao Sousa (7-5 4-6 6-2), Baghdatis (walk over) e Querrey (7-5 26 6-3). In semifinale, il confronto con del Potro, contro il quale aveva vinto due precedenti su tre, è andato male e l’allievo di Goran Ivanisevic si è fermato, col rivale vincitore per 6-2 6-3.  In California Raonic ha confermato di essere, se sta bene fisicamente, ostico per tutti.

11  le vittorie di Kevin Anderson nelle ultime tredici partite giocate. Il finalista dell’ultima edizione degli US Open aveva concluso male il 2017, vincendo solo tre match nei cinque tornei giocati dopo il suo exploit newyorkese. Il 2018 era iniziato meglio per lui, con la finale all’Atp 250 di Pune, ma è solo dopo la deludente sconfitta in cinque set patita contro Edmund al primo turno degli Australian Open (primo tennista, da Hewitt nel 2002, a passare dalla finale a New York alla sconfitta all’esordio a Melbourne) che il sudafricano ha ingranato la marcia in più. Tornato alle gare un mese dopo, alla prima edizione dell’ATP 250 di New York Anderson ha vinto il torneo, per poi arrendersi ad Acapulco solo in finale a del Potro. A Indian Wells, dove era arrivato al massimo nei quarti (nel 2013 e nel 2014), ha sconfitto nell’ordine, Donskoy (7-5 6-4), Kicker (7-6 7-6) e, nella rivincita della semifinale di New York, Carreno Busta per 4-6 6-3 7-6(3). Contro Borna Coric, sempre sconfitto nel corso dei tre precedenti, si è arreso solo in volata al tie break del terzo, con il croato vincitore 2-6 6-4 7-6 (3). Outsider di lusso.

14 – i tornei giocati nel 2017 da Venus Williams (e in tre di essi disputando una sola partita), la quale, alla soglia dei 38 anni (li compie il 17 giugno) centellina le sue presenze nel circuito, puntando alla qualità delle sue prestazioni. Su questa stessa falsariga ha giustamente iniziato anche il 2018, nel quale non aveva vinto nemmeno una partita tra Sydney (sconfitta da Kerber) e Melbourne (dove ha perso da Bencic). Tornata alle gare a quasi due mesi dalla precocissima sconfitta agli Australian Open, la maggiore delle sorelle Williams, che non vince un torneo da più di due anni, (l’International di Kaohsiung) e un Premier addirittura dal 2015 (Zhuhai, in finale su Pliskova), ha iniziato il torneo come ottava giocatrice al mondo. Venus non ha perso nemmeno un set per arrivare in semifinale a distanza di sedici anni a Indian Wells, sconfiggendo Cirstea (6-3 6-4), la sorella Serena – battuta dopo quasi quattro anni – (6-3 6-4) e Sevastova (7-6(6) 6-4). In semifinale, contro una tennista che aveva già sofferto come Kasatkina (Venus aveva vinto un solo dei due precedenti, e col punteggio di 10-8 al terzo a Wimbledon), si è arresa dopo essere stata un break avanti nel terzo, concedendo alla russa la vittoria col punteggio di 4-6 6-4 7-5. La classe allunga la carriera.

51 – la posizione nel ranking WTA di Petra Martic, la tennista con la peggiore classifica giunta ai quarti del Premier Mandatory di Indian Wells. La 27enne tennista croata, tornata nel circuito solo ad aprile 2017 dopo un infortunio che l’aveva costretta a stare ai box da Wimbledon 2016, grazie agli ottavi ai Championships 2017 era rientrata tra le prime 100 dopo un’assenza che perdurava da aprile 2014. A Melbourne, sfruttando un buon tabellone, era arrivata al quarto turno, un piazzamento che, assieme ai quarti a Budapest, le aveva permesso di avvicinare il suo best career ranking, 42 WTA, raggiunto nel giugno 2012. Proprio quella è stata la migliore stagione sin qui della carriera della tennista nata a Spalato, che in quell’anno aveva ottenuto le uniche due vittorie contro top ten (Kvitova a Katowice e Bartoli al Roland Garros), nonché l’unica finale, quella di Kuala Lumpur, persa contro Hsieh. A Indian Wells, dove non era mai arrivata al terzo turno, prima di perdere in tre parziali (6-4 6-7 6-3) nei quarti dalla numero 1 del mondo Simona Halep, si è prodotta in un tennis che le ha permesso di ottenere il piazzamento più importante della carriera, senza perdere nemmeno un set. Ha infatti sconfitto Tatjana Maria (6-3 6-1), Barbora Strycova (7-5 6-4), è tornata alla vittoria con una top ten, Jelena Ostapenko (6-3 6-3) e infine ha avuto la meglio su Vondrousova (6-3 7-6).

5​7​ – le vittorie consecutive, contro tennisti non inclusi nella top 100, da parte di Nole Djokovic nel periodo intercorrente da marzo 2008 (quando perse a sorpresa da Kevin Anderson al primo turno di Miami) sino ad agosto 2016quando alle Olimpiadi di Rio, perse da un “finto” 141 del mondo, Juan Martin del Potro. Quella sconfitta, che tanto costò psicologicamente a colui che era l’incontrastato numero 1 del mondo, molto di più di quella del mese prima a Wimbledon contro Querrey, a bocce ferme sembra essere stata un po’ la svolta in negativo nella carriera di Nole, che, fatta eccezione per la finale di New York il mese successivo, non si riprese più a livelli di risultati. Emblema della crisi psicofisica in cui cadde nel 2017, anno in cui ha vinto solo i minori tornei di Doha e Eastbourne, fu un’altra inopinata sconfitta contro un tennista non nella top 100, Denis Istomin, al secondo turno di Melbourne. Un vicolo cieco dal quale il serbo stenta a riprendersi, come testimonia, un’altra bruttissima prova, offerta, guardacaso, contro un tennista non classificato tra i primi 100, il 25enne giapponese Taro Daniel, 109 ATP, (best career ranking 8) che non aveva mai sconfitto in carriera un top 20. Il tennista giapponese, nel secondo turno di Indian Wells ha prevalso anche grazie alla marea di errori non forzati di Nole, apparso scarico in alcuni momenti, col punteggio di 7-6 (3) 4-6 6-1. Non può fare che meglio a Miami.

65 – i mesi passati dall’ultima volta in cui Juan Martin del Potro aveva trovato la salute e la forma tennistica necessarie per poter inanellare undici successi di seguito, come accaduto in queste settimane, con la vittoria in finale ad Acapulco su Anderson, seguita dalla splendida cavalcata di Indian Wells e il successo in finale su Federer. Una vittoria molto importante per il gigante sudamericano: era il primo Masters 1000 conquistato dopo tre finali andate male in tornei di questa categoria (nel 2009 a Montreal fu sconfitto da Murray, nel 2013 a Indian Wells da Nadal e a Shanghai da Djokovic). Era infatti dall’ottobre 2012 (semifinale Coppa Davis, titoli a Vienna e Basilea, sino al secondo turno di Bercy, sconfitto da Llodra) che al 29enne argentino non riusciva un filotto di successi del genere. Prima ancora, per quantomeno eguagliare un tale numero di vittorie consecutive, si doveva tornare indietro all’estate 2009 (due singolari dei quarti di Coppa Davis contro la Repubblica Ceca, campione a Washington, sino alla finale del Masters 1000 di Montreal, vinta da Murray). In quell’estate avrebbe poi vinto il suo primo e sin qui unico Slam, quell’US Open in cui sconfisse in semifinale il numero 3 del mondo Nadal con un periodico 6-2, prima di recuperare Roger Federer e sconfiggerlo 6-2 al quinto. Ma l’ex numero 4 del mondo (nel gennaio 2010) è stato anche capace di fare meglio di così, come nell’estate 2008, quando, un paio di mesi dopo essere stato battuto con margine da Bolelli al Roland Garros, esplose come futuro campione, inanellando una serie di 23 successi consecutivi (titoli di Stoccarda, Kitzbuhel, Los Angeles, Washington, sino ai quarti raggiunti a New York, sconfitto da Murray) compiendo in poche settimane un balzo dal 65° al 13° posto nel ranking ATP, che poi lo avrebbe portato a fine anno a chiudere come ottavo giocatore al mondo. La splendida finale di Indian Wells di ieri, con annessi i match point annullati a Federer, conferma che in questo tennis pieno di campioni maturi acciaccati, ironia della sorte, Juan Martin è attualmente l’unico in campo capace di tenere testa al numero 1 svizzero. God save Delpo.

Continua a leggere
Commenti

Flash

Identikit statistici: Daniil Medvedev

Giocatore imprevedibile ma dal grande acume strategico: uno sguardo “numerico” al tennis del vincitore dello US Open 2021

Pubblicato

il

Daniil Medvedev - US Open 2021 (Garrett Ellwood/USTA)

Dopo Berrettini, Zverev e Tsitsipas, in questo nuovo articolo per la rubrica “Identikit statistici” ci occupiamo di Daniil Medvedev, il giocatore in grado di negare a Djokovic la gioia del Grande Slam grazie ad un’eccezionale performance nell’atto conclusivo di Flushing Meadows. Certo, a Medvedev non fa difetto il carattere, e ci si poteva quindi immaginare che, specialmente dopo la brutta sconfitta nella finale dell’Australian Open di quest’anno per mano proprio di Djokovic (analizzata in dettaglio in un precedente articolo), il russo si presentasse in campo con il dente avvelenato.

Carattere e determinazione, però, pur essenziali per emergere ad alto livello, non bastano per sconfiggere tre set a zero uno dei giocatori più forti della storia del tennis in un momento in cui era al massimo della motivazione. Cerchiamo innanzitutto allora di ripercorrere brevemente la carriera di Medvedev per inquadrare meglio il giocatore.

PALMARÈS

 

Daniil Medvedev, classe 1996, gioca la sua prima partita a livello ATP nel 2016, a Nizza: verrà sconfitto in tre set da Guido Pella. La prima vittoria ATP arriverà poco dopo, sempre nel corso del 2016, sull’erba di ‘s-Hertogenbosch, contro Horacio Zeballos. Già a fine anno mostra i suoi progressi, raggiungendo per la prima volta i quarti di finale, nel torneo di Mosca. L’anno successivo centra la sua prima finale, al Chennai Open, e si qualifica per le Next Generation ATP Finals di Milano: supera il round robin e viene sconfitto da Chung (poi vincitore del torneo) in una combattutissima semifinale. Nel 2018 Medvedev compie un primo balzo in avanti: si aggiudica due titoli ATP 250 (Sydney e Winston-Salem) e addirittura un 500, quello di Tokyo. A fine anno, è il sedicesimo giocatore del mondo secondo il ranking ATP, un balzo di quasi cinquanta posizioni rispetto all’anno precedente.

L’anno successivo, una crescita fortemente legata ai risultati sul veloce (la terra battuta gli è ancora oggi piuttosto indigesta) lo porta alla vittoria di quattro titoli, tra cui il Masters 1000 di Cincinnati e quello di Shanghai, e anche a centrare la prima finale Slam allo US Open. Sarà sconfitto da Nadal, ma soltanto al quinto e dopo aver rimontato due set. Accede per la prima volta alle ATP Finals di fine anno, ma viene sconfitto nel girone. Nel 2020, vince il Master 1000 di Parigi-Bercy e, soprattutto, delle ATP Finals in cui mostra un livello di gioco veramente straordinario. Basti ricordare che nel corso del torneo sconfigge Djokovic, Nadal, Thiem e Zverev. Prima di allora, soltanto altri tre giocatori (Becker, Djokovic e Nalbandian) erano stati capaci di sconfiggere i primi tre giocatori del mondo nel corso dello stesso torneo.

E arriviamo così al 2021: l’anno inizia alla grande, con la vittoria della Russia nell’ATP Cup e con una grande cavalcata verso la seconda finale Slam, in Australia. Qui, come già ricordato, Medvedev viene sconfitto seccamente da Djokovic e sembra subire il colpo, perdendo in due set al primo turno di Rotterdam da Dusan Lajovic. Nei giorni successivi al torneo Master 1000 di Miami (in cui viene sconfitto nei quarti di finale da Bautista Agut), Medvedev risulta positivo al test del COVID-19, ed è dunque costretto a fermarsi. Come sempre, la stagione sulla terra di Medvedev è piuttosto incolore (sconfitto al primo turno a Roma, al secondo a Madrid), ma si chiude con l’acuto dei quarti di finale raggiunti al Roland Garros. Il russo si riprende del tutto la scena vincendo il Master 1000 di Toronto, e il resto è storia recente: con uno US Open straordinario dall’inizio alla fine, Medvedev si aggiudica il suo primo titolo Slam e consolida la seconda posizione nella classifica mondiale. Partendo dai dati, cercheremo ora di capire quali siano le armi tecniche e tattiche che gli hanno consentito di raggiungere tale straordinario traguardo e, forse, di poter immaginare qualcosa di ancora più ambizioso. 

UNO SGUARDO D’INSIEME

Prima di approfondire l’analisi, alla ricerca di pattern vincenti e perdenti, cerchiamo di averne una visione d’insieme, inquadrando lo stile di gioco di Medvedev con una serie di statistiche i cui valori medi sono mostrati in Figura 1, separatamente per superficie di gioco.

Figura 1. Statistiche medie di gioco per Daniil Medvedev, match di singolare in tornei del Grande Slam

Possiamo osservare, su cemento ed erba, l’ottimo saldo tra ace e doppi falli, così come tra vincenti ed errori non forzati. Tutte le statistiche, a cominciare da questa, mostrano un deciso peggioramento sulla terra battuta, sulla quale Medvedev fatica ad imporsi e raramente trova lo spunto per cercare di sorprendere l’avversario con una discesa a rete. In chiave tecnica, tale dinamica si può forse spiegare col fatto che, servizio escluso, Medvedev ha senz’altro la capacità di costruire un vincente, ma diventa straordinario nel farlo se può “appoggiarsi” alla palla dell’avversario, trasformando la sua eccezionale difesa, sorretta da grande mobilità ed infinità apertura alare, in attacco.

In un certo senso, da questo punto di vista Medvedev ricorda un po’ il suo connazionale Nikolay Davydenko (che raggiunse un best ranking di numero 3 al mondo a fine 2006), a cui Medvedev stesso ha dichiarato di ispirarsi dopo la vittoria delle ATP Finals 2020. La differenza sta forse nell’equilibrio tra braccia e gambe nella fase difensiva. Davydenko riusciva a muoversi sul campo (complice una diversa struttura fisica) con ancora più facilità di Medvedev (come dimostrano i risultati molto migliori sulla terra, su cui anche questo fattore diventa determinante) ma, una volta arpionata la palla, spesso finiva per giocare un colpo molto insidioso ma poco pesante e, per questo, difficilmente vincente – per questo motivo il suo successo dipendeva soprattutto dalla capacità di stare molto vicino alla riga di fondo e mettere così pressione agli avversari. Medvedev riesce invece a generare molta più velocità, inducendo anche una forte pressione psicologica sull’avversario, che può trovarsi in un attimo sbalzato dal ruolo di aggressore a quello di disperato difensore; questa abilità, unita alla palla dal rimbalzo molto basso, gli permette di fare gioco anche da molto lontano senza perdere incisività, almeno sulle superfici rapide. Un secondo set di statistiche, mostrato in Figura 2, può esserci d’aiuto nel farci un’idea ancora più precisa sul gioco del russo:

Figura 2. Ulteriori statistiche medie di gioco per Daniil Medvedev, match di singolare in tornei del Grande Slam

Osserviamo che, anche tra cemento e terra, le gerarchie, come ci ricorda la statistica sui match vinti, sono chiare: Medvedev preferisce il cemento, su cui ha vinto circa quattro match su cinque in carriera a livello di tornei del Grande Slam. Si è portati a dedurre che, data la velocità della superficie, la presenza di specialisti e il maggiore ricorso al gioco a rete, Medvedev abbia meno chance di portare gli scambi, in particolare quelli più critici, sul binario a lui più congeniale, quello della manovra e del contropiede. Dopo aver dato uno sguardo a diverse statistiche, considerate una alla volta, proviamo ora a chiederci quali combinazioni di variabili e valori, quali pattern, risultino più predittivi per la vittoria o per la sconfitta del russo.

I PATTERN PIÙ SIGNIFICATIVI, GLI ELEMENTI-CHIAVE DEL GIOCO DI MEDVEDEV

In particolare, chiediamoci quale o quali tra le varie statistiche di gioco (che rappresentano le nostre variabili di input) si rivelino decisive, e in che modo, rispetto alla vittoria o alla sconfitta nel match (che rappresenta la nostra variabile di output). Impostiamo cioè, in altre parole, un problema di classificazione. Per maggiore chiarezza, facciamo in modo che l’algoritmo di classificazione utilizzato restituisca automaticamente, sulla base delle variabili a disposizione, un modello costituito da un insieme di regole che rappresentano i pattern statisticamente più significativi che conducono Medvedev alla vittoria o alla sconfitta. Di seguito, illustriamo le tre regole più significative così calcolate:

  1. “Se Medvedev totalizza una percentuale di punti vinti sulla prima superiore di almeno il 5.3% rispetto all’avversario, allora si aggiudica la partita”. Il pattern è molto generale e preciso: si è verificato in 40 casi e, in tutti e 40, Medvedev ha vinto il match.
  2. “Se Medvedev vince almeno il 70.7% di punti sulla prima e non commette più di 31 errori non forzati, vince il match”. Il pattern ha buona generalità ed estrema precisione: si verifica in poco più dell’80% dei match vinti da Medvedev in tornei del Grande Slam (ovvero in 46 partite) e in nessuna delle sue 17 sconfitte.
  3. “Se Medvedev totalizza una percentuale di punti vinti sulla prima non superiore di almeno il 5.3% rispetto all’avversario e concede più di otto palle break, viene sconfitto”. La regola si è verificata, fino a oggi, sedici volte. In tutti i casi, Medvedev è stato effettivamente sconfitto.

Sulla base di regole come queste, considerando che quanto più una caratteristica del gioco compare come condizione rilevante all’interno di tali pattern, tanto più potremo definirla un elemento-chiave del gioco del campione russo. Potremo quindi, sulla base dei dati, stilare un feature ranking, ovvero una sorta di classifica dei vari aspetti del gioco, distinguendo quelli che, in misura maggiore, da soli o in combinazione con altri, si rivelano decisivi.

Figura 3. Feature ranking associato ai match di Grande Slam di Medvedev. La lunghezza della barra rappresenta la rilevanza della feature, la direzione rappresenta il verso della correlazione (diretta per barre che si sviluppano verso destra, inversa per barre che si sviluppano verso sinistra)

Come possiamo osservare in Figura 3, il tema sembra piuttosto chiaro: Medvedev incrementa le proprie probabilità di vittoria se mette l’avversario in condizione, fin da subito, di giocare “in salita”, ovvero a partire da un’efficacia inferiore sulla prima di servizio (feature più significativa), dalla seconda di servizio (seconda feature più significativa) o da un ridotto numero di palle break (terza feature più significativa). A questo punto, se il russo non commette un numero elevato di errori non forzati (quarta feature più significativa, naturalmente con correlazione inversa rispetto alla vittoria) ha ottime probabilità di portare a casa il match, visto che l’avversario sarà prima o poi tentato di alzare il ritmo, non soltanto commettendo più errori, ma anche esponendosi a sorprendenti difese e a micidiali contrattacchi. La quinta feature in ordine di importanza, ovvero la percentuale di punti vinti da Medvedev sulla prima in assoluto (e non la differenza rispetto alla medesima statistica dell’avversario) ci ricorda che, indipendentemente dal rendimento al servizio dell’altro giocatore in campo, se Medvedev porta a casa pochi punti con la prima, la partita può virare verso uno scontro per così dire a bassa intensità, che non è necessariamente favorevole al russo.

Difficile, ci ricordano anche i numeri, trovare un antidoto per questo cocktail di fattori: ottimi colpi di inizio gioco, grande capacità di difendere e ribaltare lo scambio, carattere forte al punto da restituire nell’ultimo Slam dell’anno a Nole il secco tre set a zero subito in Australia. Per il futuro, chiunque vorrà portarsi al vertice della classifica, quando tramonterà la lunga era di Federer, Nadal e Djokovic, dovrà senz’altro vedersela con Daniil Medvedev.

Nota: l’analisi e i grafici inseriti nell’articolo sono realizzati per mezzo del software Rulex


Genovese, classe 1985, Damiano Verda è ingegnere informatico e data scientist ma anche appassionato di scrittura. “There’s four and twenty million doors on life’s endless corridor” (ci sono milioni di porte lungo l’infinito corridoio della vita), cantavano gli Oasis. Convinto che anche scrivere, divertendosi, possa essere un modo per cercare di socchiudere qualcuna di quelle porte, lungo quel corridoio senza fine. Per leggere i suoi articoli visitate www.damianoverda.it

Continua a leggere

Flash

Medvedev, Berrettini e Tsitsipas hanno le migliori prime del circuito

Il guru dei numeri Craig O’Shannessy ha analizzato i servizi dei Top 10 per vedere chi ne trae più punti diretti e chi è più bravo nello scambio

Pubblicato

il

Matteo Berrettini - ATP Queen's 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

Qui l’articolo originale

Quando Matteo Berrettini scaglia una prima di servizio da sinistra, è questione di un lancio di moneta se la palla tornerà indietro oppure no. Quando il ribattitore riesce a tenere in gioco la pallina, invece, è Stefanos Tsitsipas che la fa da padrone, vincendo quasi due punti su tre con la prima da destra.

Un’analisi dei Top 10 nella stagione 2021 da parte di Infosys ATP Beyond The Numbers svela chi vince più punti diretti al servizio e chi, invece, vince la maggior parte dei punti quando la prima di servizio torna indietro, sia sul lato destro sia su quello sinistro. Informazioni dettagliate sulla fonte dei dati possono essere trovate alla fine dell’articolo.

 

Lato destro: punti diretti

Daniil Medvedev conduce in questa categoria con una percentuale del 44.3% (227/512), ricavando il maggior numero di errori in risposta dal lato destro. Questo totale comprende 103 ace e 124 risposte che non hanno trovato il campo. 65 ace sono stati segnati al centro, mentre 38 sono stati direzionati esternamente. Matteo Berrettini (44.2%) e Alexander Zverev (43.8%) sono a distanza di un punto percentuale dal N.2 ATP.

Punti diretti con la prima da destra, ATP Top 10 2021 (Credit: ATP.com)

Lato sinistro: punti diretti

Berrettini balza in testa alla classifica quando si tratta di causare errori in risposta dal lato sinistro del campo con una percentuale pari al 46.3% (195/421). L’italiano ha messo a segno 80 ace (47 esterni, 33 all’incrocio), collezionando inoltre 115 errori in ribattuta grazie alla sua potente prima di servizio. Gli unici altri due giocatori a trovarsi sopra la soglia del 40% sono Denis Shapovalov (42.7%) e Medvedev (42.6%).

Punti diretti con la prima da sinistra, ATP Top 10 2021 (Credit: ATP.com)

Lato destro: punti vinti quando parte lo scambio

Quando la prima di servizio torna indietro, il ribattitore ha guadagnato un certo vantaggio nel punto. Stefanos Tsitsipas conduce questa particolare classifica quando si tratta di servire da destra e vincere il punto, vincendo il 65% degli stessi (241/596). Il N.1 ATP Novak Djokovic (63.5%), Christian Ruud (62.0%) e Andrey Rublev (61.4%) sono gli unici giocatori a posizionarsi al di sopra dei 60 punti percentuali quando la palla torna in gioco.

Punti vinti con la prima da destra quando parte lo scambio, ATP Top 10 2021 (Credit: ATP.com)

Lato sinistro: punti vinti quando parte lo scambio

Il ventiduenne mancino canadese, Shapovalov, conduce la Top 10 dei punti vinti servendo da sinistra, con la palla che torna indietro, assestandosi ad un 63.5% (139/219). Medvedev (62.5%), Tsitsipas (61.8%) e Rublev (61.5%) sono quelli che superano la soglia del 60%.

Punti vinti con la prima da sinistra quando parte lo scambio, ATP Top 10 2021 (Credit: ATP.com)

Nel tennis statistiche tradizionali come la percentuale di prime in campo e i relativi punti vinti ci consentono di iniziare a capire il rendimento di un giocatore sulla base della prima di servizio. L’Infosys Serve Tracker getta nuova luce su quante prime di servizio non tornano indietro e su chi gioca meglio quando invece succede. In questa stagione Berrettini e Tsitsipas, per il momento, sono arrivati al top di questi mini-classifiche.

Le fonti dei dati includono le partite giocate nel 2021 nella ATP Cup, negli ATP Master 1000 e alcune tra quelle giocate negli ATP 500 e ATP 250 dove presente la tecnologia Hawk-Eye. I Top 10 (alla data del 23 Agosto) devono aver giocato 20 partite su campi con copertura Hawk-Eye per essere considerati ai fini di questa graduatoria. Il N.11 Christian Ruud e il N.12 Pablo Carreno Busta prendono il posto degli infortunati Dominic Thiem (18 partite) e Roger Federer (13 partite).

Nota di editore: Craig O’Shannessy è lo strategy analyst per la Federazione Italiana Tennis e per i suoi giocatori, incluso Matteo Berrettini

Traduzione a cura di Massimiliano Trenti

Continua a leggere

Flash

La finale dello US Open con i numeri: i meriti di Medvedev

Contrariamente a quanto si possa pensare leggendo i giornali, la finale dello US Open non è stata solo persa da Novak Djokovic

Pubblicato

il

Daniil Medvedev - US Open 2021 (via Twitter, @usopen)

La conversazione nei giorni immediatamente successivi alla finale dello US Open 2021 ha avuto una direzione molto precisa. Si è parlato di come Djokovic abbia sprecato il Grande Slam, di come abbia perso la finale e di come abbia giocato sottotono. Non si è però parlato di come il suo avversario, Daniil Medvedev, l’abbia battuto conquistando il suo primo Slam (nonché il secondo vinto da un giocatore nato dopo il 1988 e il primo conquistato battendo uno dei Big Three); anzi, a volte sembrava quasi che ci si dimenticasse addirittura di citare chi ha vinto il torneo, praticamente il processo Mills ai tempi del Lodo Alfano – lì c’era il corrotto ma non il corruttore, qui c’era lo sconfitto ma non il vincitore.

Le ragioni sono molteplici: da un lato, Nole era evidentemente lungi dal suo miglior tennis; dall’altro, sembrava tutto pronto al Grande Slam, ed è difficile spostare la conversazione da un avvenimento storico quando questo non si realizza, peraltro scordando che chi impedisce ad un altro di fare la storia… fa a sua volta la storia, soprattutto se si tratta del suo primo Slam; infine, è innegabile che buona parte dei principali giornalisti della racchetta (in Italia ma non solo) e la gran parte dell’opinione pubblica tennistica abbiano posizioni Big Three-centriche – viene in mente la barzelletta secondo la quale se Federer, Djokovic e Nadal devono svitare una lampadina non hanno bisogno di fare niente, il mondo gira attorno a loro.

Per questo motivo non si è sostanzialmente parlato della performance di un giocatore che dall’estate del 2019, ma in particolare da ottobre 2020, potrebbe tranquillamente essere considerato il più forte di tutti sul cemento, vale a dire Daniil Medvedev. E in effetti sembra che di lui si parli sempre troppo poco, come conferma Google mettendo a confronto le ricerche relative ai quattro finalisti di Flushing Meadows, tre decisamente glamour per vari motivi, uno un po’ meno:

 

La percezione del valore del russo era chiaramente distorta dalla netta sconfitta riportata nella finale dell’Australian Open, che aveva fatto dire a tutti, “può vincere tutti i match che vuole, ma quando conta è Nole a portare i pantaloni”. Sta di fatto, però, che da Bercy 2020 Medvedev ha vinto 45 match su 50 sul cemento, un record straordinario che può dare un’idea di quali siano le gerarchie al momento: nello stesso lasso di tempo, Djokovic ha le stesse sconfitte ma con 24 partite in meno.

E in fondo, se il suo avversario non si fosse chiamato Novak Djokovic, il percorso dei due non avrebbe lasciato dubbi su chi fosse il favorito: il serbo aveva passato cinque ore e 35 minuti in più in campo (quasi la finale di Melbourne 2012) e aveva perso ben sei set (la media dei vincitori Slam nell’Era Open è 3,4, che scende a 3,3 nelle edizioni dello US Open sul cemento). Nole era provato da un tabellone certamente più complesso (Zverev, Berrettini, ma anche un giovane in rampa di lancio come Brooksby), ma allo stesso tempo si era trovato in situazioni di difficoltà anche con avversari che in altri frangenti avrebbe sconfitto facilmente quali Rune e la sua vittima prediletta Kei Nishikori. Medvedev, da par suo, aveva dominato il suo lato del tabellone, soffrendo un pochino solo nella seconda parte del match con Van De Zandschulp, e veniva da una preparazione di gran livello fra Canada (titolo) e Cincinnati (semi).

Sembra quindi doveroso cercare di capire dove e come Medvedev abbia girato i bulloni giusti per conquistare il suo primo Slam in carriera, un compito che ci pone davanti ad una curiosa aporia: la vittoria è stata molto netta, persino al di là del punteggio, e quindi è naturale che Daniil abbia sostanzialmente prevalso in tutte le categorie di gioco. D’altro canto, però, la grande differenza con la finale australiana (a cui i due, va ricordato, erano arrivati con percorsi rispettivamente molto simili a quelli di Flushing Meadows, per certi versi ridimensionando l’aspetto della stanchezza di Djokovic) sembra richiedere un minimo di analisi per capire cosa sia successo e come improvvisamente il tennis maschile potrebbe aver inaugurato una nuova era grazie al brutto anatroccolo tramutatosi in… pesce morto. Ci affideremo quindi a Tennis Abstract per fare chiarezza.

PRIMA DI SERVIZIO

Su una superficie estremamente rapida come il Laykold dello US Open 2021 (e viene da chiedersi se ci sia un collegamento fra lo Slam più divertente degli ultimi anni ed un campo più veloce, spoiler: sì), la battuta era destinata ad essere una condizione necessaria per la vittoria finale. Come sempre quest’anno, Djokovic ha fatto molto bene con la prima quando l’ha messa in campo (percentuali piuttosto basse, 54%, ma Medvedev non ha fatto molto meglio, assestandosi al 58): basti pensare che la metà dei punti giocati su questo colpo (25/50) si è chiusa con un punto rapido in suo favore e che ha chiuso con l’80% di conversione. Medvedev ha fatto meglio in queste specialità (29 dei 52 punti giocati sulla sua prima si sono conclusi con punti rapidi a suo favore, in crescita netta rispetto al 21/49 di Melbourne, e la conversione è stata dell’80,8%, con 15 ace su 16 totali), ma non abbastanza da giustificare il punteggio finale, per la verità quasi generoso nei confronti di Nole.

Come notato dal sempre bravissimo Matt Willis, tuttavia, Djokovic non aveva mai vinto meno del 20% dei punti in risposta alla prima in una finale Slam sul cemento, e quindi il fatto che Medvedev sia riuscito a trovare così tanti punti diretti ha sicuramente avuto una sua importanza, soprattutto nel primo set, quando una volta ottenuto il break Daniil non ha letteralmente lasciato giocare il serbo sul suo servizio, vincendo 15 punti su 15 con la prima. In particolare, la botta non ha lasciato scampo a Nole: Medvedev ha chiuso con 9/10 al servizio esterno e con 13/16 a quello centrale da destra, e con 7/9 a uscire e 12/15 al centro da sinistra. Djokovic è sembrato impacciato sulle gambe, colpendosi ripetutamente per trovare un po’ di energia, ma questi sono comunque dati di tutto rispetto, e chi ha visto il primo set ricorderà un senso quasi di ineluttabilità nelle continue catapultate vincenti del neo-campione Slam, in chiara trance agonistica.

SECONDA DI SERVIZIO

Come detto, però, il duello sulla prima non è necessariamente stato dirimente. Qui ci viene in aiuto un altro dato: l’unica finale in cui Djokovic aveva vinto meno punti in ribattuta era stata la sua prima, altresì persa per tre set a zero sul medesimo campo, quella volta contro Federer, nel 2007 (29% domenica, 27% allora). Decisiva è quindi stata la seconda: come scritto nella preview della finale, a Melbourne questo era stato il grande tallone d’Achille di Daniil, che aveva vinto appena il 32% dei punti. Nel precedente articolo si era scritto: “Con la seconda, invece, era stato disastroso da destra, vincendo appena tre punti su quattordici e soffrendo in particolare sul kick al centro che va ad impattare il rovescio alto di Djokovic. Da quel lato potrebbe quindi trovarsi fra l’incudine e il martello, e chissà che non decida di giocare spesso due prime come nella semifinale vinta a Cincinnati nel 2019“.

Ne “Il segno dei quattro”, romanzo che lanciò Conan Doyle dopo un esordio in sordina, Sherlock Holmes diceva: “Una volta eliminato l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità“. E si può dire che Medvedev abbia decisamente seguito questa logica, individuando in una seconda spintissima la soluzione per tenere in mano il pallino dello scambio in ogni momento. Questa tattica non è sempre sostenibile, un po’ perché stancante un po’ perché difficile da applicare in momenti di grande pressione, ma ha funzionato alla grande quando utilizzata: nel primo set la velocità media della sua seconda è stata di 167km/h, poi scesa a 159 nel secondo e a 154 nel terzo, valori comunque elevati. La scelta ha pagato: nei primi due set Medvedev ha vinto il 62,5% dei punti con la seconda.

In generale, Daniil ha frustrato la volontà di dominazione dell’avversario, il quale ha vinto più punti contro la seconda grazie a doppi falli di Medvedev che a sforzi propri: dei 16 punti persi dal russo su questo colpo, solo sette sono arrivati nello scambio, sincopando quel ritmo tanto caro a Nole. L’extrema ratio ha anche avuto il merito di togliere al serbo la profondità in risposta: a Melbourne, Djokovic aveva avuto l’80% di risposte profonde e il 20% di risposte profondissime, percentuali crollate rispettivamente al 65 e al 6 – Nole ha messo in campo solo tre risposte negli ultimi centimetri, e come vedremo successivamente Medvedev ha saputo cosa fare.

Djokovic è invece andato piuttosto male con la seconda, anche perché le sue velocità sono scese di molto rispetto alla finale dell’Australian Open: a Melbourne la sua seconda viaggiava a 156km/h, mentre a New York è scesa a 143. Rispetto alla scorsa finale, Nole ha cercato di mischiare maggiormente le carte con questo colpo, soprattutto da destra, dove è passato da un servizio quasi sempre esterno (anche perché l’impatto di questo colpo era stato decisamente sopravvalutato) ad una distribuzione piuttosto equa fra servizio slice e al corpo, soffrendo in particolare su quest’ultimo (cinque punti persi su otto), facilmente disinnescato dalla posizione arretrata di un Medvedev che è stato bravissimo a far partire lo scambio per poi avanzare immediatamente. Da sinistra, il numero uno al mondo ha usato indifferentemente servizio alla T, esterno e al corpo, ma non è mai riuscito a mettere in difficoltà il rivale, che ha avuto successo soprattutto con la risposta di dritto (6/8 in ribattuta alla seconda al centro da sinistra per la tds N.2).

DURATA SCAMBI E DIREZIONE COLPI

Pur servendo benissimo, quindi, Medvedev ha prevalso negli scambi entro i tre colpi solo per 54-52, perché come detto entrambi hanno servito la prima molto bene. La vera differenza fra i due si è quindi vista negli scambi dai quattro colpi in su, in cui la tds N.2 ha prevalso 45-31, e in particolare in quelli sopra i dieci: lì ha addirittura più che doppiato l’avversario per 17-8 (già a Melbourne aveva prevalso in questa categoria, ma solo per 13-12).

Come si spiega un tale dominio contro un avversario che ha fatto della pressione da dietro e della pertinacia nello scambio un romanzo in provetta di Zola? Questa tabella sul piazzamento dei colpi può fornire qualche barlume di risposta:

Il piazzamento dei colpi di Medvedev durante la finale (Credit: @tennisnerdsblog and Shane Liyanage on Twitter)

In piena fiducia sulla propria diagonale migliore (ha vinto il 62% dei punti quando ha colpito il rovescio in cross), Medvedev ha colpito molto di più verso il colpo bimane di Djokovic, seguendo due strade. Da un lato, ha tirato un quarto dei propri dritti lungolinea, aspetto di cui avevamo parlato anche nella nostra preview sottolineando come il colpo fosse stato uno dei pochi raggi di sole a Melbourne. Il tema si è confermato: se allora il russo aveva conquistato 15 punti su 21 quando aveva colpito il dritto in verticale o a sventaglio, a New York la percentuale si è alzata, dandogli il 75% dei punti con il lungolinea e il 56% fra lungolinea e inside-out.

La seconda strada, decisamente più battuta, è stata quella dello scambio al centro: più della metà dei colpi giocati Medvedev sono finiti nel corridoio centrale, negando gli angoli a Djokovic (soprattutto con il dritto in corsa) e obbligandolo a cercare di fare gioco in un match in cui spingere gli risultava difficile. Gli errori si sono quindi impilati per Nole, soprattutto su quella che dovrebbe essere la sua diagonale di riferimento: con il rovescio ha tirato sette vincenti a dispetto di venti unforced, e non avendo troppe aperture anche lo slice l’ha abbandonato, dandogli solo sette punti su ventiquattro.

A MALI ESTREMI

Soggiogato da fondo, Djokovic si è quindi affidato al gioco a rete, forse memore di quanto fatto da Nadal nella finale del 2019, quando Rafa scese ben 66 volte con 20 serve-and-volley (17 vinti): Nole è a sua volta sceso dietro al servizio 20 volte (un dato elevatissimo, se consideriamo che la finale del 2019 durò cinque set mentre questa solo tre), una scelta logica vista la posizione profonda di Medvedev, portando a casa 18 punti, e in totale ha giocato 47 punti a rete (40 secondo Tennis Abstract), aumentando le discese progressivamente (9, 16 e 22 nei tre set) e vincendo 31 punti.

Questa scelta testimonia la straordinaria completezza del giocatore serbo e anche il suo coraggio, perché affidarsi in modo così estremo alla parte meno sicura del proprio gioco non è da tutti, anzi. Il problema è che questa tattica, nel 2021, non può sopperire a mancanze negli altri dipartimenti del gioco, almeno non a lungo termine, e infatti la sua efficacia sotto rete è scesa in maniera inversamente proporzionale al numero degli attacchi, funzionando quasi solo dietro al servizio: dopo l’8/9 del parziale d’apertura, Djokovic ha conquistato solo il 60,5% dei punti a rete. Resosi conto della situazione, Medvedev ha forse pensato troppo, giocando una serie di palle corte una più orrida dell’altra per attirarlo a rete, ma i continui errori di Nole gli hanno dato ragione, e alla fine il russo ha vinto cinque punti su otto quando ha giocato la smorzata.

LE FORCHE CAUDINE, STAVOLTA SOLO DEGLI ALTRI

Alla fine, però, nonostante i numeri, la forma, il tennis rimane un dibattito (violento e decisamente argomentativo) fra due persone. La natura del gioco, con le sue pause, la sua distanza fisica fra i due contendenti e la sua enfasi sulla ripetizione accretiva del gesto atletico, fa sì che ci sia il tempo per lasciar entrare i cattivi pensieri; nel tennis, quindi, le personalità dei due giocatori tracimano nell’altro campo a momenti alterni, dando il là a battaglie psicologiche che possono far girare anche il più a senso unico degli incontri. Questo preambolo serve a richiamare i dieci-quindici minuti in cui anche un Djokovic sbiadito come quello di domenica avrebbe potuto quantomeno far virare temporaneamente il timone della finale nella sua direzione.

Nelle quattro partite precedenti, infatti, Djokovic aveva sempre rimontato un set di svantaggio, ed era quindi naturale che il primo allungo di Medvedev venisse preso con una certa filosofia, anche perché il russo aveva servito ad un livello che non sembrava sostenibile. Ed in effetti all’inizio del secondo il copione sembrava pronto ad una peripeteia di una prevedibilità degna dell’MCU quando Djokovic si è portato sullo 0-40 nel secondo game, e poi due volte a palla break nel turno di battuta successivo di Medvedev.

Ed è qui, quando la temperatura è salita, che i temi dell’incontro e gli stati d’animo dei due si sono incrociati, ed è qui che il campione uscente delle ATP Finals ha dimostrato, più di tutti i suoi coevi, di meritare lo Slam: al di là del famigerato music gate (quando il DJ dello stadio ha obbligato l’arbitro a far rigiocare una palla break dando così a Medvedev la possibilità di rigiocare la prima, peraltro sbagliata), sulle cinque chance concesse il russo ha vinto un altro scambio al centro e infilato un ace, un passante vincente in controbalzo, una eccellente volée con sidespin incorporato su cui Djokovic non è riuscito a recuperare, e soprattutto questo rovescio lungolinea all’incrocio delle righe, un colpo difficilissimo che sembra quasi segnare il passaggio di un’epoca, perché con questa risposta senza peso ma profondissima il 20 volte campione Major ha mandato in crisi tutti i suoi avversari in passato:

Detto questo, è innegabile che Nole gli abbia dato una mano, reggendo poco lo scambio e aprendo la porta al rivale soprattutto sulla prima palla break, quando Medvedev ha giocato una malaccorta smorzata che aspettava solo di essere fagocitata; l’attacco di Nole è però stato fiacco, prestando il fianco al passante, comunque complicato vista la posizione avanzata sul campo, del poi vincitore.

E su questa nota sembra opportuno concludere, tornando al punto iniziale: Djokovic ha indubbiamente commesso più errori del solito e concesso più opportunità all’avversario in circostanze che non potevano non pesargli, ma i meriti di Medvedev non vanno (non andrebbero) dimenticati.

Il classe 1996 ha conquistato il suo primo Slam con pieno merito, rimanendo fedele ad un piano partita preciso e razionale, e l’ha fatto rimanendo lucido di fronte ad uno dei più grandi sempre nonché ad un pubblico eufemisticamente ostile. Sembra quindi necessario rimodellare la narrativa attorno a questo anti-divo che, pur sgraziato e alle volte scostante, potrebbe aver traghettato il tennis verso il futuro per la prima volta da tanto tempo.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement