La sorpresa Kerber e il “caso tetto”

Editoriali del Direttore

La sorpresa Kerber e il “caso tetto”

LONDRA – Wimbledon è torneo indoor? No per il clan Nadal, anche se Rafa smorza. Djokovic sereno e ritrovato. “Anderson non ha nulla da perdere”. E lui?

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da Londra, il Direttore

 

Non basta chiamarsi Serena Williams per vincere un torneo. Finché ha incontrato avversarie inesperte, che non conoscevano lei o il tennis femminile, o tenere, ha vinto senza particolari problemi. Quando ha trovato una che non era disposta a regalarle niente, ma era decisa a riprendere tutto come la Kerber che alla fine avrebbe fatto solo 5 errori gratuiti contro i suoi 24, Serena ha dovuto ricordarsi che questo era soltanto il suo quarto torneo e ricordare a tutti noi che ci eravamo un po’ fatti abbindolare dalle sue vittorie pensando che fosse già tornata la miglior Serena. Ci vuole più tempo invece. Forse l’unica che l’aveva capito era lei. Ha continuato a ripeterlo per tutto il torneo. L’aver vinto sette tornei quando non era ancora mamma non significa che fosse scontato vincere l’ottavo anche se tutte le prime dieci teste di serie erano schizzate via, dalla n.1 Halep alla campionessa in carica Muguruza. Chissà… forse se fosse uscita di scena anche la testa di serie n.11, ma top-ten come Serena aveva notato giorni addietro dimostrando di sapere molto bene come stavano le cose e di seguire con grande professionalità il tennis femminile, Serena ce l’avrebbe fatta. Perfino chi scrive, giorni fa, prima dei quarti di finale, aveva detto che l’ostacolo più temibile sarebbe stata la Kerber, se la tedesca che aveva già vinto due Slam e aveva fatto finale due anni fa qui con Serena, fosse arrivata in fondo. Nel 2017 la Kerber era entrata in crisi. E tutti si chiedevano cosa avesse. Ora non ha più nulla. Ha vinto il suo terzo Slam, quello di maggior prestigio… anche se tutti sottolineano che sull’erba si gioca poco, che le vittorie sull’erba non dovrebbero contare come quelle altre.

Sarà così, ma quando vai a parlare con un giocatore e gli chiedi dei suoi sogni, ti risponde sempre: “Vincere Wimbledon!”. Serena Wimbledon l’ha già vinto sette volte, ma questo Wimbledon per lei è stato ugualmente importante: “Quando ho avuto Olympia, con tutti i problemi che sono seguiti, mi chiedevo soltanto se ce l’avrei fatta a tornare, se avrei visto la luce in fondo al tunnel. Queste due settimane me l’hanno mostrata”. La sua carriera non è finita, la rivedremo all’US Open dove non sarà probabilmente meno favorita della Kerber. Ci vuole sempre un po’ di tempo per risalire una corrente. E quattro tornei non sono stati abbastanza per battere la miglior tennista che era rimasta in gara dopo l’ecatombe delle prime del ranking.

IL TETTO CHIUSO E IL CASO NADAL

Quella fra Rafa e Nole è stata la miglior partita del torneo. Se gli inglesi mostrassero lo stesso entusiasmo degli americani ci sarebbero state, nel corso delle 5 ore e un quarto dell’affascinante duello, non meno di 20 standing ovation. Tutti in piedi ad applaudire, insomma. Il risultato già dice quanto il match sia stato equilibrato. La cronaca di Vanni Gibertini racconta tutto per filo e per segno. Qui riporto parola per parola l’esauriente risposta che Rafa ha dato alla mia domanda relativa ad una precipitosa impazienza che mi pareva avesse mostrato quando sulla quinta palla break utile del quinto set per lui (la terza sul 7-7, dopo che sulle due del 4-4 e le prime due del 7-7 Djokovic aveva servito davvero troppo bene perché Rafa potesse avere dei rimorsi) si è buttato a rete per giocare un attacco corto e lì è stato infilato da un passante incrociato di dritto di Djokovic.

“Non credo di essere stato impaziente, uscivo da una posizione di difesa, ho giocato un gran rovescio incrociato e deciso di andare avanti – mi ha risposto – Aveva funzionato molto bene tante volte. Volevo mettergli pressione. Mi fosse riuscito anche questa volta avrei fatto il break, avrei vinto il game successivo e sarei qui da vincente. Lui ha giocato un gran passante e questo è lo sport. Non dico che la tua domanda sia sbagliata, ma questo è lo sport. Il risultato finale cambia tutto. Fa parte del gioco, lo accetto. Lui ha giocato bene, posso dire che merita di aver vinto perché lo merita. E lo merito anch’io. Tutti e due meritavamo di vincere. Come ho detto l’altro giorno dopo il match con del Potro, entrambi potevamo vincere. Oggi stessa cosa. L’altro giorno è andata bene a me, oggi è andata bene a lui”.

Poi però è arrivata l’inevitabile domanda sul tetto: Pensi che abbia avuto molto senso avere il tetto chiuso oggi?- “No. Ma non voglio più parlare di questo. Altrimenti scrivereste di questo e io non voglio che lo facciate oggi”. E in inglese non se ne è più parlato. Ma con i colleghi spagnoli la questione è rispuntata fuori. E lì, dopo una altra premessa simile a quella fatta in inglese… “Ci sono state tante di quelle situazioni, di quelle opportunità in questa partita che non voglio soffermarmi sul tetto chiuso o aperto”, Rafa, un po’ tirato per i capelli sulla questione, ha cominciato a spiegare. Poiché la questione è delicata preferisco prima riportare le esatte parole che lui ha pronunciato. Per poi tradurle. E vi spiego perché. Mentre lui sembrava che non ne volesse parlare, ma poi sia pur riluttante ha finito per dire ampiamente come la pensava, qualche minuto dopo la conclusione della sua conferenza stampa è accaduto che il suo portavoce media, Benito Perez Barbadillo, chiamasse a raccolta tutti i giornalisti spagnoli e  prendesse una posizione molto più decisa, talmente più decisa di quella sfumata di Nadal che i colleghi se ne sono stupiti. La sua sembrava un’iniziativa presa autonomamente, non suggerita quindi da Nadal, tanto essa appariva quasi in contrasto con l’approccio molto più diplomatico, più fairplay di Rafa. Benito diceva senza peli sulla lingua che non c’era nessuna regola scritta che imponesse all’arbitro di far riprendere il match al coperto, salvo che entrambi i giocatori fossero d’accordo di giocare a tetto aperto.

Questo aveva detto Nadal (spero non ci sia bisogno di una traduzione parola per parola; è tardissimo e non sogno che di andare a dormire): Lo decide el referee: a las 19.30 se comienza en pista cubierta porque a partir de las 20.45 se termina la luz (non ci si vede più) y tendríamos (e evitiamo di) que perder tiempo, (perché alle 23 si deve interrompere comunque) y dado que a las 23.00 hay que parar… Como se empezó el partido en pista cubierta, según ellos (secondo loro) , se tiene que acabar (si deve porseguire nelle stesse condizioni in cui si è cominciato) en las mismas condiciones en las que se ha empezado, a no ser ( meno che i due giocatori si mettano d’accordo diversamente) que los dos jugadores estemos de acuerdo en hacerlo en descubierta”. Ciò detto, prosegue Rafa,  este es (questo è) un torneo outdoor; se pudo empezar outdoor y se empezó indoor… (si poteva cominciare outdoor e si è cominciato indoor) Lo único que no entiendo (quello che non capisco è perché) es que si se empieza (se si comincia) con techo (tetto) porque no hay luz (perché non cè luce), se podía haber empezado en outdoor, pero para ganar tiempo se comienza en indoor…”. “Ya se empiezan en unas condiciones en las que el torneo no es (si è cominciato su un campo al coperto anche se non pioveva) all’aperto per, porque es en pista descubierta salvo que llueva, y encima hoy continuamos en pista cubierta porque se empezó en pista cubierta. A mí no me parece bien… (non mi pare cosa fatta bene) Me parece que lo de ayer tiene su lógica, pero lo que no me parece bien es que hoy [por ayer] se vuelva a jugar a cubierto, salvo que los dos estuviéramos de acuerdo, y evidentemente no lo estábamos…”.

Djokovic avrebbe detto poi che gli avevano chiesto se avrebbe voluto giocare all’aperto, lui ha raccontato di aver detto no ma che gli pareva che avessero comunque già deciso. Il protocollo che si trova a pagina 47 di un libretto che ho consultato a proposito del tetto dice al punto:

a) The Championships sono un evento outdoor che si gioca durante il daytime, il giorno. Perciò se il tempo è buono il tetto verrà usato solo se l’oscurità è imminente.

b) Il referee (il direttore) ha il potere di decidere se usare il tetto o meno. Lui prende la decisione finale….c)… Ci possono essere molte circostanze diverse che influenzeranno l’apertura e la chiusura del tetto, per questo compete al referee l’ultima decisione.

Poi c’è tutta una serie di guidelines in caso di pioggia, di oscurità sopravveniente. Ma nessuna frase scritta a proposito dell’obbligo di proseguire con le stesse condizioni un match cominciato in un certo modo. Quindi, al di là dell’opportunità o meno di chiamare a rapporto i giornalisti spagnoli, Benito ha ragione quando dice che non c’era alcuna regola scritta a imporre il tetto chiuso per la prosecuzione del match. Il punto però è che non è necessario che sia scritta perché se ne invochi la legittimità o la illegittimità. A parte il fatto che senza sprecare tanto inchiostro e tante righe, se il protocollo si fosse limitato a dire soltanto che ogni decisione è presa dal referee e stop, sarebbe stato tutto più chiaro. Le guidelines aumentano solo la confusione per le varie interpretazioni che si possono dare. Poi: in inghilterra vige il sistema della common law. Non ci sono tante leggi scritte come nei Paesi, tipo l’Italia, di civil law. In Inghilterra una sentenza costituisce precedente cui, per consuetudine ci si adegua. In Italia la consuetudine, usi e costumi, è solo una legge secondaria (spero di non aver dimenticato del tutto i miei studi in giurisprudenza). Quindi se in Inghilterra si è detto, si è usato in passato usare quel criterio, quel criterio – piaccia o non piaccia – fa testo, anche se non è scritto da nessuna parte.

Quando venerdì sera Nadal e Djokovic sono stati avvertiti che per guadagnare tempo – c’era anche il rischio di qualche goccia di pioggia, ma soprattutto la chiusura del tetto sarebbe stata a un certo punto inevitabile e avrebbe oltretutto potuto suscitare discussione sul timing – si sarebbe cominciato con il tetto chiuso (e lì pareva a tutti la scelta più logica e comunque il referee aveva il diritto di imporlo), forse Nadal avrebbe potuto dire: “Ehi Mr Jarrett, ma non è che se stasera cominciamo con il tetto chiuso poi domani, se per caso non finissimo, dovremo ricominciare a giocare indoor?” Ma a Rafa questo non è venuto in mente, altrimenti avrebbe potuto cercare di opporsi a cominciare con il tetto chiuso. Anche se, come detto e ridetto, il referee avrebbe potuto comunque imporre il suo volere. Solo che in quel caso avrebbe potuto avvertire Djokovic: “Guarda Novak, se stasera non finite e domani è bel tempo, si giocherà outdoor..”. Insomma, secondo me era stato saggio Nadal a prendere la prima posizione, poi però superata da lui stesso e soprattutto dal suo portavoce media. Djokovic ha vinto sul campo, 10-8 al quinto, e merita di giocare la finale che avrebbe potuto giocare anche Rafa – tetto o non tetto – se avesse saputo sfruttare la occasioni che ha avuto. Il resto sono speculazioni che lasciano il tempo che trovano.

Però, siccome se ne è parlato a lungo in sala stampa, i giornalisti spagnoli stanno facendo le ore piccole come me – per una volta! – per dipanare la matassa, era giusto che io ve ne informassi. Djokovic ha ammesso che era stato interpellato e di aver detto che avrebbe preferito continuare a giocare nelle stesse condizioni in cui si era cominciato. “Da quel che ho capito avevano già deciso” ha aggiunto. Sarebbe giusto anche che venisse dato più spazio alla resurrezione – a questo punto, ma lo avevo già scritto 24 ore fa – di Novak Djokovic che dopo aver espresso a Parigi il dubbio se iscriversi alla stagione sull’erba (“Avevo appena perso…- da Cecchinato – e a caldo ci stava di essere demoralizzato”) ha naturalmente preso la decisione più saggia. “Già a Roma mi ero accorto dei miei progressi, poi anche a Parigi in qualche incontro salvo l’ultimo, ma tutta la stagione sull’erba ha mostrato che il mio livello stava arrivando, che avevo ricominciato a giocare bene…”.  Ma questo editoriale è già abbastanza lungo, alcuni lettori mi rimproverano l’eccessiva lunghezza, i tifosi di Djokovic questa volta se la prenderanno per il poco spazio che hoo dedicato a Nole – ma il sito gliene ha dato tanto – e io sono convinto che stasera… mi riscatterà. Infatti, anche se Anderson è stato una piacevole sorpresa per la continuità del suo gioco – e anche se non posso dimenticare che nel 2015 andò vicinissimo a battere proprio Novak vincendo i primi due set e avendo non poche opportunità anche nel quinto – io sarei abbastanza sorpreso se stasera Djokovic non avesse vinto il suo quarto Wimbledon.

Lo stesso Novak si è tradito un po’ quando si è fatto scappare questa frase “Anderson non ha nulla da perdere”. Glielo ho fatto notare, come per dire, allora tu invece sei favorito e hai qualcosa da perdere no? E lui: “Beh considerando che lui giocherà soltanto la sua seconda finale di Slam, ha più da guadagnare che da perdere. Ma se io prendo i miei ultimi due anni, anch’io non ho molto da perdere. Sono in una finale di Slam dopo tanto tempo, quasi due anni… Naturalmente vogliamo questo trofeo, tutti e due. Chi lo prenderà? Non lo so…”. Non lo sa nessuno, effettivamente. E dopo quel che è successo con Kerber-Williams (e Serena cercava di tornare al suo tennis un po’ come Novak sta cercando di tornare al suo) può davvero accadere di tutto. Speriamo soltanto che sia una bella partita, una degna conclusione di due semifinali e di alcuni quarti davvero eccellenti. Buona domenica a tutti.

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Editoriali del Direttore

Lo so e lo so che c’è di peggio, ma è un mini-choc

Dopo 46 Wimbledon di fila, da Connors-Rosewall a Djokovic-Federer, questa cancellazione dei Championships è per me quasi come l’interruzione di un’esperienza religiosa, un piccolo trauma. Due anni interi vissuti in Church Road, mille momenti, mille ricordi indelebili

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

Non c’è più neanche Wimbledon. Anche i Championships che dall’edizione del 1877 vinta da Spencer Gore a oggi si erano interrotti soltanto in occasione delle prime due guerre mondiali, 1915-1918 e 1940-1945 (sul Centre Court i tedeschi nel 1940 avevano sganciato una bomba che lo aveva quasi interamente distrutto), e che dal 1946 con la vittoria del gigante francese Ivan Petra si erano disputati per 74 anni di fila… si sono dovuti arrendere al Coronavirus. Stiamo combattendo una terza guerra mondiale contro un nemico invisibile ma che non ha coinvolto soltanto alcune nazioni come le prime due guerre, ma proprio tutto il mondo. Una guerra planetaria.

Lo so bene che ci sono cose e situazioni molto più gravi di uno stop ai Championships in Church Road. Lo so bene che l’importante è la salute e che tanti, troppi l’hanno persa per sempre. Lo so bene che tante famiglie, troppe, hanno perso i loro cari e non hanno avuto nemmeno la possibilità di vederli, di star loro vicino fino all’ultimo, perfino di seppellirli e di sapere dove hanno messo i loro corpi. Lo so bene che quelle sono le vere tragedie. Lo so bene che tante famiglie continueranno a soffrire le conseguenze di questo terribile virus, nel ricordo straziante di chi non c’è più e nella difficoltà di risollevare situazioni economiche seriamente compromesse di aziende intere con i loro dipendenti, di attività familiari, di lavori perduti, di casse integrazioni umilianti, di ostacoli burocratici di tutti i tipi.

Lo so bene che posso considerarmi molto fortunato perché la mia casa è abbastanza grande da averci permesso di condividere questo mese di clausura forzata in sette persone di famiglia senza patire le difficoltà di chi si è trovato invece a vivere in spazi angusti, in condizioni disagiate e con financo difficoltà di approvvigionamento. Lo so bene che già per il solo fatto di non avere avuto sintomi – fin qui almeno – è già una gran fortuna.

 

Lo so bene che siamo in decine e decine di milioni di italiani a non avere alcuna idea se siamo positivi oppure no, o se lo siamo stati, perché il tampone non abbiamo potuto farlo, né sappiamo quando ci sarà tolta questa spada di Damocle.

Lo so bene che non avere perso nessuno dei familiari più cari e degli amici più vicini è anch’essa una grande, impagabile fortuna.

Non avrebbe quindi alcun senso, mentre ancora la pandemia infuria e nessuno sa quando potrà essere davvero sradicata del tutto – temo fino a che la scienza non ci regalerà un vaccino che ci copra anche dalle possibilità di ricadute – mostrare eccessivo dispiacere per lo sport che si ferma, in mezzo a mille attività obiettivamente più importanti e fondamentali, per il tennis che non si gioca più, né nei circoli, né nei tornei, quindi togliendoci anche la possibilità di distrarsi dai drammatici bollettini del Coronavirus almeno in TV.

Orfani del tennis – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Lo so bene che la sopravvivenza di Ubitennis, per quanto una ventina di persone ne traggano qualche beneficio, non può essere considerata una priorità nell’emergenza nazionale.

Infatti non intendo assolutamente lamentarmi per il fatto che dodici anni di lavoro indefesso – in casa me lo chiamano più fesso che indefesso – per sviluppare questo sito di tennis in termini di credibilità giornalistica, traffico e autosufficienza economica rischino di perdere parte dell’avviamento faticosamente costruito. Ci sta e sappiamo che tanti stanno peggio perché noi abbiamo sviluppato esperienze che ci consentiranno di sopravvivere. Siamo fiduciosi se anche dovessimo perdere tutto il 2020 di tennis, di sponsor.

Ho lottato, via via con tutti i ragazzi che hanno collaborato impegnandosi tantissimo in questi anni a Ubitennis.com ma anche Ubitennis.net e Ubitennis.es, per assicurare un futuro a loro più che a me stesso ormai “âgée”- mi rifugio nei francese perché scrivere vecchio mi disturba – visto che i miei due figli hanno preso tutta un’altra strada professionale. Ma io, e credo anche loro, l’abbiamo fatto consapevoli delle difficoltà che ci sarebbero state e senza mai troppo illudersi. Ora che stavamo per tirare finalmente la testa fuori dall’acqua e cominciavamo a intravedere orizzonti più rosei, questo Coronavirus ci ha maledettamente preso in contropiede come un tweener vincente di Federer.

Vero peraltro che in questo mese di marzo Ubitennis ha retto incredibilmente bene, perché abbiamo continuato ad avere – senza tennis giocato – fra le trenta e le quarantamila visite al giorno. Per questo devo rivolgere un grande, grandissimo grazie a chiunque stia continuando a leggerci quotidianamente, nonché a tutti i collaboratori perché so che abbiamo in cascina una trentina di articoli inediti (non quindi materiale d’archivio) pronti all’uscita – tutta una serie di interviste a grandi personaggi del tennis mondiale e nazionale, una serie di video-ritratti di campioni, accompagnati da dati e aneddoti, statistiche, belle storie tennistiche i cui prodromi avete forse già visto nei giorni scorsi e una chicca in via di sviluppo: un progetto di podcast live, una storia di UbiRadio settimanale, che vogliamo far partire il prima possibile.

Tutto ciò premesso, consentitemi di dire che il sottoscritto – come invidio a Gianni Clerici di essersi per primo autonominato “lo scriba”… è così brutto definirsi il sottoscritto oppure usare la perifrasi “chi scrive” – pur consapevole di tutto il peggio che mi poteva capitare, è tuttavia un tantino turbato nel ritrovarsi chiuso in casa con la prospettiva di non andare a Wimbledon dopo averlo fatto per 46 anni di fila. Una vita insomma. Dal ‘74 a oggi, Connors batte Rosewall fino a Djokovic che cancella due match point a Federer e trionfa, non ne avevo saltata una sola edizione, un solo giorno. 92 settimane che fra giorni d’arrivo, di partenza e qualche rinvio piovoso al lunedì (più il torneo olimpico del 2012 vinto da Andy Murray) sono due anni di vita vissuta in Church Road, dal mattino presto a notte.

Wimbledon 2019 di notte (foto via Twitter, @Wimbledon)

Non so perché, ma i 46 tornei al Country Club di Montecarlo, i 48 al Foro Italico, i 44 Roland Garros (da Adriano Panatta campione nel ’76 su Harold Solomon al dodicesimo trionfo di Rafa Nadal nel 2019), mi hanno fatto meno effetto, colpito meno. Forse perché guardavo avanti, perchè il momento topico della stagione tennistica per me è rimasto nostalgicamente sempre il leggendario Wimbledon, il torneo che si gioca nel Tempio del tennis, non a caso il torneo di cui ricordo una per una e senza nessuno sforzo tutte le finali e migliaia di particolari, di aneddoti, di storie, di personaggi, di vita vissuta. Wimbledon mi mancherà incredibilmente. Avevo scritto di getto ‘terribilmente’, ma ho subito corretto perché come detto sopra, le assenze e le cose terribili sono ben altre, però per molto più di metà della mia vita per me andare a Wimbledon è stata soltanto un po’ meno esperienza religiosa che per un pellegrino recarsi ad un luogo santo. Ci sarei andato a piedi.

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Editoriali del Direttore

Impasse Coronavirus: che impatto su Federer, Venus e Serena Williams, i Bryan, Nadal, Djokovic?

Dopo i tanti ritiri dell’ultimo biennio (Berdych, Ferrer, Almagro, Baghdatis), molti ipotizzavano che nel 2020 ci fosse il canto del cigno per tante star del tennis. Giocheranno ancora nel 2021?

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Avvertenza ai lettori. Evitino di leggerlo tutti coloro che, dopo aver letto il titolo, si appresterebbero a dire che sto, stiamo cercando di acchiappare clic. Cerchiamo semplicemente di trattare quegli argomenti che ci accorgiamo – in tempi di Coronavirus e di tennis off limits per chissà quanto tempo ancora – vengono discussi fra gli appassionati che sono bombardati da bollettini più o meno catastrofici sui contagi e ogni tanto vorrebbero anche distrarsi un po’ con qualche argomento più leggero.

Avverto subito di seguito i lettori superstiti per correttezza, o onestà intellettuale come ormai si usa dire, che non ho notizie certe sulle ipotesi che sto per fare, ma che tuttavia uso le previsioni che da più parti del microcosmo tennistico venivano fatte. Non anni fa, ma fino a pochissimo tempo fa. Direi fino alla cancellazione del torneo di Indian Wells – come vola il tempo, sembra un secolo fa! – quando sembravano ancora attendibili, attendibilissime. E tuttavia da qualche dato, da qualche aspetto curioso, da qualche considerazione che ho in testa, penso che una amichevole discussione dovrebbe poter scaturire.

Comincio con il ricordare che fra 2019 e inizio 2020, a far fronte all’inattesissimo, sorprendente, quasi inspiegabile “comeback” di Kim Cljisters si sono verificati tanti ritiri di giocatori noti, a cominciare da un paio di “sempreverdi” top-ten, David Ferrer e Tomas Berdych, per proseguire con Nicolas Almagro, Mikhail Youzhny, Marcos Baghdatis, ma anche Victor Estrella Burgos e Max Mirny. E fra le donne la più famosa è certo l’ex n.1 del mondo Maria Sharapova, ma anche Sweet Caroline Wozniacki, Dominika “Cipollina” Cibulkova. Nel 2018 aveva detto basta Tommy Haas, le nostre Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Karin Knapp, Nadia Petrova e chissà quanti/e dimentico… aggiungete pure voi.

 

Ma cosa si prevedeva che sarebbe successo nel 2020 e oltre? Per quanti questo sarebbe stato l’anno dell’addio? Beh, i gemelloni sovrani del doppio Bryan, 42 anni il prossimo 29 aprile – Bob 119 titoli di doppio e Mike 124 – avevano annunciato che avrebbero giocato l’ultimo US Open per poi appendere la racchetta al chiodo dopo essere stati insieme n.1 del mondo di specialità per 438 settimane (ma Mike lo è stato per 506), di cui 139 consecutive: ennesimo record. Altro record: per 10 anni hanno chiuso la stagione da n.1. Potrebbero rivedere i loro piani e giocare le Finali di Davis a novembre? Anche se adesso perfino la nuova Coppa Davis rischia di saltare, sebbene a Madrid la si giochi quando più tardi non si potrebbe. Ma nessuno può giurare che l’effetto Coronavirus, che in Spagna sta imperversando quasi come in Italia, sia davvero finito, anche se tutti ce lo auguriamo.

Dai 42 anni dei Bryan, andando a ritroso dai più anziani e soffermandosi sugli ex n.1 ecco Venus Ebony Williams. Il 17 giugno Venus compierà 40 anni. Pur avendo vinto 7 Slam (in 16 finali), fra cui 5 Wimbledon, Venus è stata n.1 del mondo in tre occasioni ma complessivamente soltanto per 11 settimane, una differenza enorme con Serena che lo è stata per 319 (9 più di Roger Federer!) e certo gliene ha sottratta più d’una. Beh Venus mi aveva fatto intendere un anno fa che il suo obiettivo era partecipare ancora una ultima volta alle Olimpiadi. Già medagliata d’oro 4 volte (come soltanto la sorella Serena) con un oro in singolo e tre in doppio (più una medaglia d’argento in doppio misto. Record per il tennis, a pari merito con
Kitty McKane Godfree), lei che era già la sola tennista a potersi vantare di aver vinto una medaglia in 4 Olimpiadi diverse (da Sydney 2000 in poi), se fosse riuscita a vincere un’altra medaglia anche a Tokyo avrebbe stabilito un record probabilmente imbattibile. In 14 finali di Slam in doppio femminile lei e Serena non ne hanno persa una.

Le due sconfitte patite con una ragazzina che avrebbe tranquillamente potuto essere sua figlia, la quindicenne Coco Gauff in due Slam, Wimbledon e Australian Open, non l’hanno turbata al punto da dichiararsi pronta al ritiro, però anche se la classifica “ghiacciata” dal virus la vede oggi e per chissà quanto soltanto n.67 del mondo, io confesso che sarei molto ma molto sorpreso se con le Olimpiadi slittate al 2021 Venus non avesse già detto “no mas”. Oltretutto riguardo a Tokyo 2020 da disputare nel 2021 – i giapponesi non vogliono buttare a mare i loghi e tutto il materiale pubblicitario contrassegnato dal 2020 – non si sa ancora quale possa essere la data. Chi dice giugno (quando ci saranno europei di calcio, Giro d’Italia, per citare i primi eventi che mi vengono a mente…), chi dice marzo, quando per almeno uno dei due Masters 1000, Indian Wells oppure Miami si tratterebbe di un nuovo disastro, chi dice la stessa data che era stata programmata per quest’anno.

Venus Williams – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A PAGINA 2: CI SARANNO ROGER FEDERER E SERENA NEL 2021?

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Editoriali del Direttore

Il caos provocato dal Roland Garros e le possibili ritorsioni di ATP e WTA

Francesi colpevoli ma non troppo. Roma e Italian Open alla finestra. Anche Rafa Nadal egoista? Ma allora Roger Federer? Gaudenzi e Calvelli malcapitati coraggiosi. Non è la prima guerra nel tennis

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I trofei del Roland Garros (foto via Twitter, @rolandgarros)

La mossa a sorpresa dei francesi, con il rinvio del Roland Garros al mese di settembre, in barba a cinque tornei fra ATP e WTA e alla Laver Cup, non poteva non scatenare un putiferio di reazioni. Non è pensabile che il presidente della federtennis, il francese (corso come Napoleone) Giudicelli e il direttore del torneo Guy Forget non se lo aspettassero. Hanno voluto mettere il cappello sulla prima data valida e sono andati dritti per la loro strada, pensando che sì… gli altri centri di potere del tennis non avrebbero gradito, ma magari tanti giocatori sì, perché soprattutto quelli che non sono invitati a Boston per la Laver Cup, a uno Slam non rinunciano tanto volentieri. Solo gli Slam garantiscono – quale più quale meno – intorno ai 40.000 euro a chi perde al primo turno.

IL (SOLITO) PROBLEMA DEL CALENDARIO

Come ho scritto pochi minuti dopo aver appreso l’annuncio-bomba, concordando abbastanza con la terminologia con cui si è espresso Vasek Pospisil (che però aveva torto nel dire che nessuno era stato interpellato), è stata una dichiarazione egoistica, menefreghista, arrogante per il modo molto francese di comunicarla. Ed è stata o una sorta di guerra a tutto l’establishment dei centri di potere che governano il tennis, oppure – nel migliore dei casi – una aperta provocazione volta a raggiungere l’obiettivo di una ristrutturazione del calendario. Una ristrutturazione che tutti quegli stessi organismi che gestiscono il tennis invocano da sempre, ma ciascuno vorrebbe gestirlo in modo da fare gli interessi propri. E così l’accordo non si è mai raggiunto.

LE POSSIBILI RITORSIONI DEI GIOCATORI

Magari lo scacco dei francesi a ATP, WTA, Australian Open e USTA – più che a Wimbledon che mantiene sempre un certo distacco, noblesse oblige frase francese che gli inglesi impersonano meglio – si rivolterà contro gli stessi francesi come un boomerang, nel cui lancio soprattutto gli australiani sono grandi maestri. Le “ritorsioni” dei giocatori, ATP come WTA, potrebbero rivelarsi di vario tipo.

La prima: boicottare in massa il Roland Garros settembrino. La seconda (dopo aver constatato di non poter riuscire a conquistare un’unanimità sindacale tipo Wimbledon 1973 perché molti giocatori premerebbero per giocare ugualmente uno Slam dopo aver subito già troppe cancellazioni per via del Coronavirus; fra questi Andrey Rublev è stato chiaro: “Meglio giocare uno Slam che rinunciarvi. Noi non abbiamo stipendi. Ma montepremi.Se non si gioca non si guadagna”): togliere i punti ATP a chi gioca il Roland Garros a settembre. La terza: minacciare di toglierli anche nel maggio 2021 (ipotesi che potrebbe non dispiacere anche agli altri tre Slam). La quarta: cancellare il Masters 1000 di Bercy che appartiene alla stessa federazione francese, regalando ad un’altra città l’ambita data.

 

GLI ALLEATI DI PARIGI

Parigi e la federtennis francese potrebbero trovare, d’altro canto, insperati alleati in quei tornei della stagione “rossa” che il Coronavirus ha cancellato e dei quali l’eventuale rinvio delle Olimpiadi, dei Masters 1000 di Canada e Cincinnati nonché al limite dello stesso US Open – chi può sapere come sarà messa la Grande Mela a fine agosto? – potrebbe favorire la insperata resurrezione. All’insegna del detto latino più cinico fra tutti, mors tua vita mea. E allora ecco che Roma – se di nuovo città aperta – e altre sedi di cancellati tornei sulla terra battuta potrebbero rifarsi sotto, ben felici – anche dopo aver pensato il peggio sulla mossa di Giudicelli e Forget – di far da prologo al Roland Garros settembrino. Molto meno probabile mi pare l’ipotesi di un Torino o Milano indoor che a novembre, di concerto con l’ATP, cancellasse l’ATP Next Gen o sostituisse Bercy…

Oggi è in programma una riunione in videoconferenza del consiglio della Federtennis. Scommetterei che verrà assunta una posizione pilatesca, d’attesa. Del tipo: noi ci siamo, se ci date uno slot siamo pronti ad occuparlo. Non mi aspetto nessuna condanna nei confronti dei francesi. Semplicemente perché anche i nostri Machiavelli se intravedranno una opportunità di disputare il torneo più in qua, ad agosto come a settembre o ottobre, prima o dopo lo Slam parigino, non la scarteranno di certo.

IL SILENZIO ASSENSO DI NADAL

Tornando alla mossa rivoluzionaria francese – del resto chi più dei francesi ha la titolarità per scatenare una rivoluzione? – non c’è dubbio che in tempi di pandemia e di lotta che dovrebbe essere universalmente solidale essa è invece apparsa all’intero microcosmo tennistico come un atto assolutamente unilaterale. Anche per la tempistica e il modo in cui è stata comunicata. Che si siano preoccupati di conquistare il consenso del re del Roland Garros Rafa Nadal è stato quasi un gesto dovuto. Se Rafa gli avesse detto subito di no, la loro posizione si sarebbe fortemente indebolita. L’assenso di Nadal l’hanno raccontato Giudicelli e Forget. Il silenzio di Nadal – che almeno fino a ieri non si era pronunciato ma non aveva neanche smentito – pare interpretabile come un silenzio assenso. È criticabile allora anche l’egoismo di Rafa (che supporta anche la Davis di ITF e Piquè almeno fino a che la si gioca a Madrid)? Certo che sì, ma d’altra parte allora che dire di Federer e della sua Laver Cup che dal nulla si è accaparrata una settimana del calendario (che avrebbe fatto tanto comodo alla Coppa Davis per evitare quegli orari allucinanti del novembre scorso)? 

A pagina 2: il coraggio dei nuovi boss ATP, Roland Garros colpevole ma non troppo, le guerre di potere

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