Il mio ricordo di Francesca Schiavone

Editoriali del Direttore

Il mio ricordo di Francesca Schiavone

A 38 anni la “Schiavo”, prima italiana a vincere uno Slam, annuncia a New York che “basta così”. L’ho conosciuta e seguita per… 71 Slam. La ex n.4 WTA, oggi n. 454, da bambina ad adulta, sempre imprevedibile

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L’AUDIO DELLA CONFERENZA DI FRANCESCA

L’UFFICIALITÀ – Francesca Schiavone si ritira. Dopo 8058 giorni di carriera
Spunti tecnici: Schiavone, quanto eri bella da veder giocare. E che rovescio

 

L’ho conosciuta che era poco più che una una bambina. Insieme a mille handicap di varia natura, i vantaggi d’essere il giornalista italiano più anziano presente ai tornei sono forse solo due. Uno vale per tutti i campi della vita (non solo quelli del tennis) e si chiama esperienza, l’altro aiuta quando si tratta di rivivere situazioni, incontri, personaggi delle old-generation. Non c’era nessuno degli attuali compagni di viaggio, ma i vecchi amici Gianni Clerici, Rino Tommasi e Roberto Lombardi, quando 18 anni fa qui a New York, nel 2000, una ragazzina milanese che avevo visto un paio d’anni prima nel torneo junior del Roland Garros e che non mi aveva particolarmente impressionato perché m’era parsa troppo esilina e piccolina (166 cm) anche se agilissima, era a sorpresa sbucata nel main draw dell’US Open.

Si chiamava Francesca Schiavone. Un peperino saltellante. Con un tennis che pareva assai istintivo, allegro, arrembante, dritti liftatissimi (“topponi” li avrebbe ribattezzati lei) e rovesci a una mano già insoliti in mezzo a una selva di rovesci bimani. Aveva compiuto 20 anni a giugno, la figlia di un tranviere emigrato dal sud e trasferitosi a Milano; famiglia piuttosto modesta che non ne aveva però condizionato la viva personalità.

Dai 12 ai 18 anni Francesca aveva frequentato il Tennis Club Milano Bonacossa di viale Generale Arimondi, vicino piazza Firenze, e la sua prima maestra era stata Barbara Rossi, ex giocatrice di buon livello poi trasformatasi in eccellente commentatrice per Eurosport.Non si riusciva mai a farla uscire dal campo, lavorava tantissimo, era decisissima a migliorarsi e a diventare una professionista del tennis. Non ne voleva sapere di perdere – ha raccontato tante volte Rossi – e ricordo che uno dei primi match che giocò per il TC Milano lo perse e lei… sparì! La cercai dappertutto e quando finalmente la trovai stava piangendo: ‘Non è possibile che io abbia perduto! Significa che devo lavorare di più…’“. Quella è sempre stata la sua attitudine.

I 70 SLAM E IL SUO CARATTERE… DIFFICILE

Grazie all’exploit nelle “quali” del 2000 rividi, due anni dopo Parigi (o erano tre?) Francesca a New York alle prese nel primo turno del main draw con una croata, Silvia Talaja. Vinse lei, 6-3 6-3. Poi ecco pararsi davanti alla milanesina Gloria Pizzichini in uno degli infrequenti derby del tennis italiano dell’epoca a livello di Slam. Francesca vinse anche quello: 6-4 6-4. Poi le toccò la serba Jelena Dokic, quella povera ragazza dal padre impossibile, un camionista che sarebbe arrivato a picchiarla ogni volta (o quasi) che non vinceva. La ragazza che poi avrebbe preso la cittadinanza australiana (e avrebbe vinto anni dopo gli Internazionali d’Italia) vinse 7-6 7-5. Ma la carriera professionistica di Francesca ormai era decollata: quello sarebbe stato il primo di 61 Slam consecutivi, fino allo US Open 2015. A un passo dal record di 62 detenuto dalla giapponese Ay Sugiyama. Io però ho avuto la fortuna di vederla in tutti e 70 gli Slam che ha disputato, 71 se ci aggiungo anche quello junior a Parigi.

Per 10 anni Francesca – proprio come aveva immaginato Barbara Rossi – non ha mai cessato di lavorare e di credere in se stessa più di qualsiasi altro. Ha vinto oltre 11 milioni di dollari in carriera, senza contare sponsorships, esibizioni e gettoni di presenza (e i famosi 400.000 euro regalati senza alcuna necessità da Binaghi quando vinse Parigi). Non era facile averci a che fare come giornalista. È sempre stata molto “moody”, imprevedibile. Non solo sul campo, anche fuori. Avevi spesso la sensazione che dover parlare con i giornalisti dopo un match, e soprattutto dopo uno perso, le pesasse in modo insopportabile. Guai ad azzardare analisi tattiche, ricostruzioni delle sue partite, diverse da come le vedeva lei.

Era spesso difficile, talvolta criptica, anche perché tendeva a usare da ragazzina parole delle quali non conosceva sempre benissimo il significato. Ricordo, fra diversi, durante un Wimbledon un suo scontro virulento con Clerici perché Gianni gli aveva rivolto una domanda chiamandola “Leonessa” – come a lei era piaciuto tantissimo farsi chiamare per anni e fino a quando il suo vecchio allenatore Tavelli l’aveva incoraggiata chiamandola a quel modo – e lei gli si era rivolta polemicamente dicendo: “Voi giornalisti non vi informate e non date retta…”. Niente faceva saltare la mosca al naso allo scriba Clerici più che venire confuso, con il voi, fra i giornalisti. “Se ha qualcosa da rimproverarmi la contesti a me…”. La cosa andò avanti un po’, non la ricordo nemmeno tutta, ma fu assai imbarazzante e Clerici per un bel pezzo non si fece più vedere alle conferenze della… Leonessa.

Un vizio comune a tanti giocatori/giocatrici, in cui incorreva non di rado anche Francesca, era quello di non leggere quel che un giornalista aveva scritto – o aveva detto in tv e ovviamente lei non lo aveva sentito – ma di polemizzare riguardo a cose mal riportate da qualche semina zizzania. Fra i cortigiani federali non ce n’erano pochi. Comunque sia io ricordo che a seguito di una vittoria come di una sconfitta, Francesca pareva sempre sicura di sé, spesso fin troppo… tanto che quando dopo anni in cui a fronte di ottimi risultati che però si arenavano ai quarti di finale (all’US Open 2003 e a Wimbledon 2009, più un Roland Garros), lei continuava a sostenere che non c’era alcun motivo per cui non potesse vincere uno Slam, in giro si avvertiva soprattutto scetticismo. Parevano eccessi di presunzione. Ma aveva ragione lei.

IL TRIONFO DI PARIGI

A 29 anni, undici mesi e 15 giorni, sabato 5 giugno 2010 Francesca sarebbe stata la prima italiana a vincere uno Slam, battendo al Roland Garros l’australiana Sam Stosur che l’aveva sconfitta l’anno precedente al primo turno sul campo 2 davanti a un pugno di spettatori, e che era super favorita stando ai bookmaker: Stosur era data a 1,75, Schiavone a 4,50. Contro Kirilenko e soprattutto con Wozniacki, più che con Dementieva mezza infortunata (ma si sarebbe ritirata se avesse vinto il primo set?), Francesca aveva giocato una delle sue più belle partite di sempre, molto meglio di quando aveva battuto una Serena Williams in pessime condizioni a Roma. Però se intervistaste Francesca vi direbbe sempre che quella è stata una delle sue più belle partite… il prestigioso scalpo della più forte tennista di quest’ultima generazione… e della penultima! Il fatto di aver battuto Serena a Roma nel torneo che avrebbe amato vincere quasi più del Roland Garros, probabilmente influenza ancora oggi i suoi ricordi.

“Spero che vinca la più intelligente” aveva detto Francesca alla vigilia della finale, con quella simpatica sfrontatezza che l’ha spesso contraddistinta. Ho il titolo de l’Equipe a provarlo, semmai lo avesse dimenticato. Fatto sta che Francesca giocò una partita straordinariamente intelligente, varia, all’attacco, mixata con sapienti smorzate. Stosur, emozionatissima, non ci capì nulla. “Francesca, il titolo per questa impresa?”. “Oltre tutti i limiti! Avevo sempre sognato questo torneo. Ogni giorno che ti alzi lavori per fare qualcosa così che, anche se è lontano dalla realtà, è dentro di te. Lo sport ti lascia dimostrare il talento, ma ci devi mettere accanto anche il lavoro. E poi ho detto di essere intelligente, è vero, ma non esageriamo!”.

L’ENDORSEMENT DI MARTINA E IL CONFRONTO CON FLAVIA

Francesca poteva essere simpaticissima ma anche antipatica, a seconda dei giorni. Genuina, vera il più delle volte, un po’ eccessivamente recitata altre volte quando decideva di comunicare i suoi pensieri più o meno filosofici con un fil di voce, e la teatralità di Eleonora Duse. Insomma certe volte era straordinaria nella sua spontaneità, altre volte faticosa quando si improvvisava l’intellettuale iper-costruita. Non si sapeva mai come l’avresti trovata. Anche oggi credo. Francesca aveva, con il suo tennis vario, i suoi rovesci ora liftati ora tagliati, una dote che Flavia Pennetta non ha mai avuto: riusciva a far giocare male le avversarie, tanto quanto Flavia tendeva a metterle (involontariamente s’intende) in palla. Secondo Martina Navratilova, che l’adora, Francesca è stata una delle tenniste con il maggior talento degli ultimi anni. Ed è difficile darle torto. Avesse avuto qualche centimetro in più sarebbe rimasta top-ten molto più a lungo. Ma magari non sarebbe stata altrettanto agile e formidabile in difesa sulla terra.

Sia Francesca sia Flavia hanno battuto quasi tutte le più forti tenniste del mondo, Francesca è salita fino a n.4 WTA, come solo Adriano Panatta è riuscito fra i maschi, Flavia Pennetta si è fermata a n.6 (Errani a n.5, Vinci a n.7). Hanno vinto entrambe uno Slam Francesca e Flavia, e sono vittorie che a mio parere contano molto di più dei 4 successi in Fed Cup (che all’estero, per darvi un’idea, pochi ricordano: mentre le vittorie negli Slam fanno la storia vera del tennis e tutti ce le hanno presenti), ma non hanno quasi mai giocato il doppio insieme. Se non ci fosse stata Francesca secondo me non ci sarebbero state nemmeno le altre. È stata lei, con il suo esempio e i suoi risultati – arrivati prima per ragioni anche anagrafiche – a trascinare le altre. Ciò anche se la prima italiana a entrare fra le top-ten è stata, nel 2009, la Penna. Un pochino, anche se non lo ammetterà mai, Francesca rosicò. In effetti lei, tre anni di più, avrebbe pensato di arrivarci prima… Ma che dire allora di Farina, che giunta al n.11 è stata mille volte lì lì per entrarci e ha sempre sbagliato… l’ingresso? Secondo me l’impresa quasi più significativa di Francesca è stata riconquistare la finale al Roland Garros un anno dopo averlo vinto. Una vittoria poteva essere anche frutto un po’ di circostanze favorevoli, ma se l’anno dopo fai ancora finale (perdendo contro una campionessa come Li Na), beh non può essere un caso fortunato.

Due tipe completamente diverse Francesca e Flavia, anche nel modo di concludere la loro carriera. Flavia ha voluto farlo nel suo momento più fulgido, bello, indimenticabile, con ancora il trofeo dell’US Open 2015 in mano, sorprendendo perfino la sua avversaria in finale, Roberta Vinci (che, ricorderete, aveva battuto Serena Williams impedendole di centrare un Grande Slam che pareva scontato). Francesca invece ha continuato pervicacemente a credere in se stessa, a giocare il tennis agonistico “perché mi piace”, incurante del susseguirsi delle sconfitte e del progressivo declino in classifica, perché con la testardaggine che l’ha sempre contraddistinta fin da bambina e senza la quale non sarebbe diventata quella che è diventata, ha sempre creduto di poter ancora dir e la sua sul campo di gara. Fino a ieri, quando ha alzato bandiera bianca. Perché abbia deciso di farlo negli Stati Uniti e non in Italia, a Roma, magari durante gli Internazionali d’Italia (che però le avevano rifiutato la wild card quando avrebbero potuto ancora dargliele per onorare una grande carriera e le famose quattro Fed Cup) lo abbiamo saputo qui a New York.

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Editoriali del Direttore

Osaka ultima tedofora alle Olimpiadi di Tokyo, con qualche dubbio che si insinua prepotente

TOKYO – Non posso credere che due mesi fa non fosse stato già deciso che lo avrebbe fatto. E allora, anche ammesso la sua innocenza sulla discussa presa di posizione pre-Roland Garros, non sarà stata IMG a preparare quella strategia. Vorrei chiederle…

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Naomi Osaka accende il braciere olimpico - Tokyo 2020 (via Twitter, @usopen)

Non ho la presunzione di aver già individuato, neppur generalizzando, le caratteristiche di un popolo, il giapponese, con cui sono entrato in contatto per la prima volta soltanto da mercoledì sera, quando dopo aver riempito una decina di moduli, cinque in aereo e cinque all’aeroporto, mi ci sono volute quattro ore per uscire dall’ultimo controllo.

Ho pensato a quanto noi italiani ci lamentiamo dell’eccesso di burocrazia che affligge il nostro Paese, ma dopo questa esperienza non credo che – per quanto mi riguarda mi lamenterò più.

Ho sempre sentito dire, e mi pare di averne avuto continua riprova in queste 48 ore, che la flessibilità non rientri nelle attitudini più precipue del popolo giapponese. Così come quasi maniacale mi è parsa la propensione – in parte apprezzabile quando non diventi eccessiva – a organizzare tutto nei minimi particolari… dai quali però poi non si deflette, caschi il mondo.

 

Arrivo al nocciolo: che due mesi fa, il 24 maggio, gli organizzatori giapponesi non sapessero e non avessero almeno preavvertito Naomi Osaka del fatto che sarebbe stata la più probabile – o anche soltanto una possibile –ultima tedofora per accendere il braciere olimpico e dare il via ai Giochi di Tokyo, scusatemi ma io proprio non ci credo.

Secondo me – che non ho il dono dell’onniscienza – lei era stata preavvertita. E con lei, direttamente o indirettamente, anche la sua società di management, l’IMG, che non è in mano a degli sprovveduti. Tutt’altro. Le Olimpiadi per Tokyo, più di 50 anni dopo quelle ospitate nel ‘64 , erano un’occasione importante, importantissima, dieci anni dopo quel terribile terremoto che l’aveva flagellata. Il Giappone ama lo sport, ha avuto grandi campioni fra i lottatori, i motociclisti, qualche giocatore di baseball, ma al momento nessun atleta gode della popolarità internazionale di Naomi, la tennista più pagata del mondo e le cui dichiarazioni – dall’epoca di Black Lives Matter – sono diventate celebri anche al di fuori del microcosmo tennis.

Ora a me sta umanamente simpatica Naomi. Mi è sempre sembrata anche un tipo genuino, sebbene IMG abbia certamente offuscato un po’ tanta naturalezza creando e facendole indossare quelle mascherine dedicate a vittime del razzismo che Naomi ha mostrato turno dopo turno all’ultimo US Open, certamente frutto di un’operazione di marketing tutt’altro che casuale. Se oggi, avendo pur vinto infinitamente di meno, Naomi guadagna quanto e più di Serena Williams, questo significa che dietro a lei c’è un team che le pensa e le sfrutta tutte. Quest’ultimo colpo di ieri sera non ha prezzo. Farà impennare ancora più le sue azioni.

Ebbene tutto ciò – e scusate se vi apparirò maligno (e ripeterò qui la solita frase Andreottiana che a pensare male si fa peccato ma… a volte ci si azzecca) – mi fa riflettere sulla presa di posizione di Naomi alla vigilia di Parigi. Quando cioè ha detto che non avrebbe più voluto sentirsi obbligata, ed eventualmente multata, a rispondere presente alle rituali conferenze stampa post match.

Con ciò chiedendo una chiara eccezione e un privilegio, capace di suscitare una discriminazione nei confronti di tutti gli altri campioni, uomini e donne, che invece si sottopongono a quelle… forche caudine che poi – a dire il vero – non sono nemmeno tali e per solito si esauriscono in 15 minuti dei quali le domande ne occupano sì e no tre o quattro.

Dapprima Naomi aveva motivato la sua richiesta attribuendola in parte a giornalisti poco preparati che le chiedevano cose cui aveva già risposto tante altre volte, poi li aveva anche accusati di scarsa sensibilità riferendo a quando alcuni colleghi avevano messo un po’ troppo il dito sulla piaga nei confronti di tenniste appena sconfitte. E forse si riferiva anche a se stessa per quelle volte in cui qualcuno l’aveva messa un po’ alla strette chiedendole conto dei suoi risultati piuttosto deludenti conseguiti sulla terra rossa e sull’erba.

In un secondo momento poi Naomi ha tirato fuori l’inedita storia di una sua depressione ricorrente e risalente a un paio d’anni fa. E su questo secondo argomento, mai prima manifestato e soprattutto non palesato a Guy Forget direttore del torneo del Roland Garros e al presidente della federtennis francese Gilles Moretton, le opinioni si erano divise. Chi le credeva e chi no. Chi citava, a mio avviso sbagliando nei modi, ai suoi enormi guadagni dando per scontato che i ricchi… non piangano (anche se è forse vero che i poveri avrebbero qualche motivo serio in più per farlo), chi aveva sposato la tesi che il management di Naomi avesse architettato tutto (un boomerang mediatico?) e quasi senza preavvertirla delle possibili conseguenze, per fare un altro colpo sensazionale (quasi quanto, a suo tempo, le sue foto in bikini sul famoso numero speciale di Sports Illustrated).

Io non mi permetto davvero di dubitare sulla malattia depressiva di Naomi, ci mancherebbe. Quella ante-Parigi è stata comunque un’uscita infelice, perché nella migliore delle ipotesi ha avuto come conseguenza quella di farle saltare sia Parigi sia Wimbledon (tornei cui obiettivamente sarebbe diventato difficile, se non imbarazzante, partecipare).

Ora è vero che Naomi su quelle due superfici non era considerata una delle primissime favorite, ma è anche vero che in campo femminile può capitare che a Parigi vadano in semifinale quattro giocatrici che avevano fatto mai tanta strada e che in finale Kreijcikova si trovi a vincere la finale su Pavlyuchenkova. Insomma, chi può dire che Naomi non avrebbe potuto fare altrettanta strada?

Dopo aver visto stanotte Naomi accendere la fiamma olimpica mi sono chiesto se il suo team non avesse spinto sull’acceleratore di una mossa magari sentita ma forse non così determinata, pensando di ampliare la risonanza di ciò che ruota attorno a Naomi. Tanti sponsor, tanti soldi.

E qui in Giappone, sarà forse perchè Djokovic viene considerato superfavorito nel torneo maschile e sarà certo perché Naomi è giapponese, e ora più giapponese che mai (ricorderete che quando per legge ha dovuto scegliere un solo passaporto, quello giapponese, c’erano state grandi incertezze per lei cresciuta negli Stati Uniti e poco a suo agio con il giapponese al punto da preferire rispondere in inglese), fatto sta che ancora prima della cerimonia olimpica, le copertine sui magazine e i servizi sulle varie TV, erano molto di più su lei che su Novak.

Ripeto, per non dare adito a dubbi. Forse lei ha sempre detto il vero, ma i suoi agenti hanno cercato di cavalcare l’onda e a giudicare dai risultati di notorietà, dopo che forse all’inizio sembravano aver fatto una topica, forse oggi possono pensare di averla azzeccata. Naomi è magari criticata da qualcuno che non le crede, ma in termini di popolarità è diventata ancora più famosa.

Per quanto mi riguarda, proverò a chiederle questo – anche se dubito che avrò una risposta diretta (più facile che mi dica “Voglio concentrarmi su questa Olimpiade…”): “Ma ti senti meglio, se non guarita, dopo i problemi che ci hai denunciato due mesi fa? Perché, sai, qui la pressione mentale su te mi sembra molto più forte di quanto avrebbe potuto essere a Parigi…”. Figuriamoci se non trova modo di svicolare. IMG l’avrà certo istruita.

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Editoriali del Direttore

Berrettini non è arrivato alla finale di Wimbledon per caso. Si ripeterà in altri Slam, su erba e cemento

LONDRA – Matteo Berrettini ha dato l’impressione di poter fare ancora meglio e di più. Ma Djokovic è il miglior tennista del mondo: 20 Slam che potrebbero diventare 25 o più. Matteo sarà protagonista di altre finali

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Matteo Berrettini - Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Capisco che possa apparire banale, ma secondo me Matteo Berrettini va soprattutto ringraziato. Oggettivamente raggiungere una finale di Wimbledon è una grossa impresa. E averla compiuta dopo aver vinto anche il torneo del Queen’s ne incrementa il valore. Undici partite vinte sull’erba di fila prima di una sconfitta finale assai dignitosa al termine di una partita durata 3 ore e 24 minuti – non un’oretta e mezzo – con un fenomeno come Djokovic che negli ultimi 10 anni ha vinto 6 Wimbledon. Non per caso.

Come detto in altre occasioni, nessuno può battere chi non gli si presenta di fronte. Berrettini ha battuto tutti quelli che ha incontrato, undici avversari fra Queen’s e Wimbledon, salvo il n.1 del mondo. Qui a Wimbledon come a Parigi, E quando aveva perso la semifinale dello US Open l’aveva persa con Rafa Nadal che poi vinse il torneo.

Poteva battere anche Djokovic? Nessuno è sempre imbattibile, ma Djokovic vince più di tutti e se è vero che Matteo ha manifestato qualche rimpianto riguardo alla propria prestazione, e forse ha ragione (e diremo poi il perché), anche Djokovic non ha forse giocato al meglio delle sue possibilità, era stranamente nervoso all’inizio (due doppi falli nel primo game, subito palla break) e ha perso il l’unico set, il primo, nel quale era stato avanti 5-2. Nessuno può sapere se Djokovic non avrebbe alzato la propria asticella se Berrettini avesse giocato ancora meglio di quel che ha fatto. Ma a Djokovic è accaduto spesso di elevare il proprio livello se l’avversario faceva crescere il suo.

 

La finale non è stata sempre bellissima, ma nel complesso è stata godibile. Si poteva temere alla vigilia che Berrettini pagasse lo scotto dell’esordio in una finale a Wimbledon e oggi si può dire che così non è stato anche se non abbiamo visto il miglior Berrettini e lui non si è piaciuto. Però come si fa a sapere se non sia stato proprio Djokovic a condizionarlo, al di là del discorso legato alla sua inesperienza, all’inevitabile emozione. Wimbledon, il Centre Court, la gente che grida Matteo, Matteo sul campo più leggendario fra tutti.

Sai che l’avversario è il miglior ribattitore del mondo, che un servizio qualsiasi può non bastare, viene fatto di strafare, di esagerare. E così la percentuale di primi servizi, di solito superiore al 70%, contro Djokovic scende al 59%. E tutti allora a dire: Berrettini oggi, a dispetto dei 16 ace, ha servito male. O non come al solito. I dati nudi e crudi dicono questo, ma non tengono conto di tanti altri fattori, primo fra tutti…chi hai davanti! La prima di servizio è mancata, certo, ma probabilmente per i motivi che ho appena accennato. E se non entra la prima è più facile per il più grande ribattitore che dovendo rispondere alla seconda si giochino più scambi.

E chi è favorito se si giocano più scambi? Djokovic perché si muove meglio, è più rapido, recupera tutto e di più perché ha gambe e agilità assolutamente uniche. E soprattutto ha un rovescio (in particolare lungolinea) che Berrettini si sogna, anche se il suo slice è enormemente migliorato. Ma non al punto, ad esempio, di fare una decina di punti con i passanti, quando l’astuto stratega serbo si ricorda che la miglior difesa è l’attacco e decide di venire a rete più spesso del solito. A prendersi un discreto bottino di punti. Ovviamente lo fa sul rovescio di Matteo. Che di passanti vincenti di rovescio ne ha giocati meno delle dita di una mano.

Matteo non poteva che cercare di tenere il pallino del gioco in mano. Quindi rischiando. Se rischi tanto, e fai 55 vincenti, fai anche tanti errori: 44. E allora coloro che hanno osservato come la percentuale di prime palle di Matteo fosse inferiore al solito (per i motivi di cui sopra però…), sosterranno anche che Matteo ha sbagliato troppi dritti. Ma chi lo sostiene non sembra tenere conto del fatto che dall’altra parte della rete c’è un certo Djokovic che più scambia, più palleggia e più punti ti farà. Chiaro che tirando a tutta randa per accorciare gli scambi sbagli di più e sembrano errori gratuiti. Ma non lo sono.

Quanto dico non è un alibi per tutto. Il secondo break subito nel secondo set, per esempio, è frutto di una mancanza di concentrazione ancora perfettibile. Avevo lodato Matteo l’altro giorno per il break imposto a Hurkacz nel primo game del quarto set, quando avrebbe potuto risentire psicologicamente della perdita del terzo. Stavolta è stato meno solido mentalmente. Avevo lodato la gran mano mostrata da Matteo contro Ivashka, questa volta contro una situazione e un avversario che gli mettevano più pressione, i tocchi sono stati più rozzi e imprecisi. Palle corte meno assassine, recuperi su dropshot meno vincenti.

Ha commesso, come già una volta contro Hurkacz, l’errore di chiedere il Falco dopo una prima di servizio perdendo ritmo e concentrazione e commettendo il quasi inevitabile doppio fallo che ha contribuito in partenza al break subito sull’1 pari del terzo set. In quel game peraltro Djokovic ha però giocato sul 30 pari un rovescio passante in cross straordinario su un missile di Matteo, che avrebbe poi cacciato in rete un rovescio slice. E nel game successivo Matteo ha avuto due palle break non impossibile da trasformare, soprattutto la prima quando un passante di dritto avrebbe potuto garantirgli il contro-break per il 2 pari, anziché il 3-1. Sul mio bloc notes ho trovato questo appunto: la folla che ha cominciato a far echeggiare le grida “Matteo, Matteo!” ha fatto allungare i tempi fra un punto e l’altro, ha consentito a Djokovic di concentrarsi maggiormente, di caricarsi, e ne sono venuti fuori due bei punti per il serbo.

Ecco, io credo che già alla seconda finale di Slam – cui credo Matteo approderà in tempi non lontani (la penso come Wilander, anche se un lettore superstizioso vorrebbe attribuirci poteri capaci di scacciare queste ipotesi futuribili) – queste ingenuità non si ripeteranno più. Questi episodi hanno spinto qualcuno a credere che il Djokovic di ieri non fosse il miglior Djokovic, ma quando c’era bisogno Novak era subito migliore.

Insomma onore ai meriti di Matteo che ha fatto conquistare al tennis spazi inusuali sui media, perfino in tempi di febbre collettiva per l’EuroCalcio e i ragazzi di Mancini campioni d’Europa. Matteo, terzo nella Race verso le finali di Torino, ha fatto un grandissimo spot per quell’evento che ci attende a metà novembre nel capoluogo piemontese. E a Tokyo penso che potrà farne un altro, soprattutto se alle assenze di Federer e Nadal si dovesse aggiungere anche quella di Novak che ieri ha definito la sua partecipazione ai Giochi molto incerta, “al 50%”.

Novak è combattuto, per la recrudescenza della pandemia in Oriente, per il Golden Slam (come Steffi Graf nel 1988 a Seul) che sfumerebbe pur essendo certamente alla sua portata. Ma è indubbio che questo possa essere l’anno buono per il Grande Slam, se Novak eviterà di colpire un altro giudice di linea con una pallata.  Eh, già Novak ha raggiunto i rivali di sempre, Roger e Rafa, a quota 20 Major – un cammino accelerato intrapreso non tanto fa, 3 anni e mezzo direi – e se non avesse avuto la sfortuna di centrare la giudice di linea allo US open sarebbe probabilmente già a quota 21.

Mi stupirebbe, visti i chiari di luna, se Novak non vincesse 25 Slam, tanti insomma da dissipare ogni dubbio su chi sia stato il tennista più forte di questa epoca. Che poi non sia il più bello da vedere… quello è tutto un altro paio di maniche. Ci hanno viziati Federer per un verso, Nadal dall’altro. Due marziani che, come ha ricordato Novak, sono stati uno stimolo perenne a migliorarsi. Novak potrebbe fare altrettanto nei confronti di Matteo che certamente misurandosi in occasioni e con avversari del genere, non potrà che migliorarsi.

Ma intanto, ribadisco quanto detto all’inizio, gli appassionati di tennis gli devono tutti un grande, grandissimo grazie. Augurandogli di restare fra i primi 3/5 della race fino a Torino. E oltre.

Il tabellone maschile di Wimbledon con tutti i risultati aggiornati


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Editoriali del Direttore

Wimbledon: la finale e le caratteristiche di Berrettini e Djokovic al microscopio. Le pagelle dei colpi

LONDRA – Quali sono gli “argomenti” a favore di Djokovic e quali quelli a favore di Berrettini. Si va in campo alle 15

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Novak Djokovic a Wimbledon 2021 (Credit: @ATPTour on Twitter)

È l’immediata vigilia della prima finale di Wimbledon mai giocata da un tennista italiano. A dispetto della partita giocata da Matteo Berrettini contro Hurkacz, nessuno break subito, appena due palle break concesse e salvate con un servizio vincente e un ace, 8 punti persi in 14 dei 18 turni di servizio, il pronostico è tutto a favore di Novak Djokovic che gioca la sua trentesima finale di Slam contro il romano che si trova ad affrontare la sua primissima.

Nel mio prediletto ristorante Thai del Wimbledon Village incrocio Brad Gilbert, ex n.4 del mondo e “bestia nera” di Boris Becker, opinionista di Tennis Channel nonché autore del libro Winning Ugly (“Vinci giocando sporco”) che ha venduto un milione di copie “perché è stato tradotto in una quindicina di lingue”, spiega lui. Quando gli chiedo cosa pensa della finale Djokovic-Berrettini, ride ed esclama: “Good Luck!” (Buona fortuna!). Insomma, alle chance del nostro proprio non mostra di credere. Poi concede: “Speriamo sia una buona partita, tutto dipende da come servirà Berrettini, magari quattro set?”. Come mai così severo? “Djokovic è Djokovic”.

Così parlò Zarathustra. E allora io mi chiedo a che cosa ci possiamo attaccare, oltre che al servizio devastante di “Berretto” che anche nel migliore dei casi dovrà comunque vedersela con il miglior ribattitore del mondo. “Finora Matteo non ha incontrato grandi ribattitori” dice Gilbert quando gli sciorino i dati al servizio di cui sopra, le percentuali impressionanti di punti vinti quando gli entra la prima, quasi sempre vicinissime al 90%. Contro Hurkacz, l’86%.

 

Prima di addentrarsi nel giochino delle pagelle, colpo su colpo, premettiamo cosa gioca a favore di Djokovic. E poi a favore di Berrettini. Per il serbo: l’esperienza. Per “Berretto”: il poter giocare tranquillo, non ha nulla da perdere. A favore di Djokovic: la consapevolezza di essere il più forte tennista del mondo. Di Berrettini: la fiducia derivante dall’imbattibilità negli ultimi 11 incontri sull’erba.

A sfavore di Djokovic: aver goduto del tabellone più fortunato di sempre negli Slam, non aver fronteggiato né alcun top-ten, né alcun test sufficientemente severo. A sfavore di Berrettini: aver già perso due partite con Djokovic, una nettissima alle finali ATP 2019 (3 game in tutto), l’altra a Parigi poche settimane fa, in quattro set. Bilancio set: 5-1 per Djokovic. A sfavore di Djokovic: la tensione derivante dal grande obiettivo dei 20 Slam e di un possibile Grande Slam, soprattutto se il match cominciasse in salita, magari un set perso a innervosire il serbo che finora ha compiuto solo passeggiate e non è più tanto abituato a soffrire.

A sfavore di Berrettini: la conoscenza della forza di Djokovic se l’avvio fosse invece favorevole al serbo che è tennista quasi impossibile da rimontare. Un primo set concluso al tie-break, e magari preceduto da opportunità importanti per l’uno o per l’altro finalista, potrebbe avere strascichi piuttosto pesanti nel prosieguo della partita anche se entrambi hanno carattere e qualità per reagire. Ma Djokovic potrebbe innervosirsi, Berrettini potrebbe demoralizzarsi. E non il contrario.

A favore di Djokovicsottolinea il telecronista serbo Nebojsa Viskovic che ha raccontato fra i 500 e i 600 match di Nole – “c’è che mai come questa volta è arrivato fresco alla finale. Nessun problema, nessuno stress”. A favore di Berrettini: il clima di generale entusiasmo che circonda il suo clan, la sensazione che tutto gira talmente bene che… niente potrà girare male. A sfavore di Djokovic: il difficile rapporto che ha con il pubblico inglese, e non solo se gioca contro Federer. A favore di Berrettini: un pubblico che, a prescindere dalla simpatia o dalla antipatia che nutre per Djokovic, tende a tifare per l’Underdog, lo sfavorito nella speranza di assistere a una bella lotta e non a una mattanza (che pure non si può escludere) per poter sfruttare al meglio il biglietto in proprio possesso.  A favore di Berrettini: un campo, il Centre Court, piuttosto veloce se non piove e non subentra il tetto. Anche così si spiegano 22 ace.

Matteo Berrettini – ATP Queen’s 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

PAGELLE

La Superfice: erba

  • Djokovic 9
  • Berrettini 9

Forse, sebbene Djokovic abbia vinto cinque volte questo torneo, l’erba è la superfice sulla quale Berrettini ha le maggior possibilità di disputare un match equilibrato, grazie al servizio e a quel rovescio slice che sulla terra rossa camminerebbe di meno e rimbalzerebbe più alto. Come spiega nell’intervista pubblicata ieri Mats Wilander.

E veniamo alle pagelle dei singoli colpi e/o attitudini.

Servizio

  • Berrettini 10
  • Djokovic 8

Non vedo nessuno servire meglio di Berretto, soprattutto come varietà di angoli. Come potenza ci sono i vari giganti, Isner, Opelka, Karlovic che possono rivaleggiare con Berrettini, ma come continuità di rendimento e tenuta mentale, giorno dopo giorno, Berrettini è di un’altra categoria rispetto a quei giocatori che sparano missili. Anche a Djokovic non è facile strappare il servizio, ma sia la prima sia la seconda non sono al livello di quelle di Matteo.

Risposta

  • Djokovic 10
  • Berrettini 6

Nole è il miglior ribattitore del mondo, Berrettini uno dei meno forti in risposta, anche se recentemente – come ha osservato anche Mats Wilander – di rovescio ha preso a rispondere “coperto” piuttosto bene. Ma mai risposte immediatamente vincenti. Semmai preparatorie al colpo successivo, quasi sempre un diritto devastante.

Voléè

  • Berrettini 8
  • Djokovic 7

Matteo è otto centimetri più alto di Novak, ha una maggior apertura… alare. Passarlo a rete è più difficile che passare Djokovic, anche perché Novak non si assesta sempre nella migliore posizione.

Smash

  • Berrettini 9
  • Djokovic 5

Novak soffre terribilmente i pallonetti che scendono giù a candela. Non gli piace star lì ad aspettare che la palla gli venga giù mentre magari la gente sugli spalti mormora. Vorrebbe non avere il tempo di pensare che si tratta di un colpo… senza ritorno. In generale, il numero uno del mondo soffre tutti i colpi giocati sopra la testa.

Dritto

  • Berrettini 10
  • Djokovic 7

Quello di Matteo è il più terrificante del circuito, ora che non gioca del Potro, che è in pensione Mano de Pedra Gonzales. Per Djokovic non è un colpo naturale come il rovescio.

Rovescio

Novak Djokovic (SRB) playing against Kevin Anderson (RSA) in the second round of the Gentlemen’s Singles on Centre Court at The Championships 2021. Held at The All England Lawn Tennis Club, Wimbledon. Day 3 Wednesday 30/06/2021. Credit: AELTC/Ian Walton
  • Djokovic 10
  • Berrettini 5

Il serbo lo mette dove vuole, costantemente. Forse un pochino meno incisivo di quello di Zverev, è però più continuo. Quello di Berrettini, ancorché in progresso – soprattutto nello sliceè il punto più debole dell’azzurro. Chi è capace di attaccarlo sul rovescio, in modo sufficientemente frequente, difficilmente verrà passato.

Palla corta

  • Berrettini 8
  • Djokovic 7

È diventata un’arma letale e fondamentale per entrambi. Ed entrambi la giocano con coraggio anche quando il punteggio è delicato. Nel corso del torneo ne hanno entrambi giocato alcune importanti.

Tocco di palla

  • Berrettini 9
  • Djokovic 8

Faccio fatica a individuare un tennista che abbia miglior tocco di palla, al rimbalzo come in volée, di Matteo Berrettini. Un titolo a un mio editoriale in cui associavo la delicatezza del tocco di Berrettini a quella di John McEnroe (quasi eh…), ha fatto scalpore su chi non aveva poi letto l’articolo. Nole ha un buon controllo ma meno tocco.

Cambi di direzione e agilità

  • Djokovic 10
  • Berrettini 6

Nessuno al mondo è più agile dell’uomo di caucciù serbo. I suoi recuperi sono fenomenali. Contro Djokovic non basterà un solo missile di dritto, oppure due, per fare il punto. Se Sonego è stato ribattezzato “Polpo”, Djokovic sarebbe “Piovra regina”. Per fargli punto scaricando tutti i suoi dritti bisogna tirarne una sequela. Matteo con il suo metro e 96 è certo agile per la sua altezza, ma in questo settore il divario fra DjokerNole e lui è pesante.

Aggressività 

  • Berrettini 8
  • Djokovic 7

L’unica possibilità che ha Matteo per sottrarsi agli scambi che a lungo andare finirebbero sul suo rovescio e li vincerebbe quasi tutti Novak, è fare un gioco d’attacco e mantenere costantemente l’iniziativa, tenere sempre lui il pallino del gioco.

Resistenza

  • Djokovic 9
  • Berrettini 7

Credo che nonostante i quasi 10 anni in più, Novak ancora oggi abbia più “fisico” di Matteo. In un match che andasse per le lunghe crederei più in Djokovic che in Berrettini.

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