Il mio ricordo di Francesca Schiavone

Editoriali del Direttore

Il mio ricordo di Francesca Schiavone

A 38 anni la “Schiavo”, prima italiana a vincere uno Slam, annuncia a New York che “basta così”. L’ho conosciuta e seguita per… 71 Slam. La ex n.4 WTA, oggi n. 454, da bambina ad adulta, sempre imprevedibile

Pubblicato

il

L’AUDIO DELLA CONFERENZA DI FRANCESCA

L’UFFICIALITÀ – Francesca Schiavone si ritira. Dopo 8058 giorni di carriera
Spunti tecnici: Schiavone, quanto eri bella da veder giocare. E che rovescio

 

L’ho conosciuta che era poco più che una una bambina. Insieme a mille handicap di varia natura, i vantaggi d’essere il giornalista italiano più anziano presente ai tornei sono forse solo due. Uno vale per tutti i campi della vita (non solo quelli del tennis) e si chiama esperienza, l’altro aiuta quando si tratta di rivivere situazioni, incontri, personaggi delle old-generation. Non c’era nessuno degli attuali compagni di viaggio, ma i vecchi amici Gianni Clerici, Rino Tommasi e Roberto Lombardi, quando 18 anni fa qui a New York, nel 2000, una ragazzina milanese che avevo visto un paio d’anni prima nel torneo junior del Roland Garros e che non mi aveva particolarmente impressionato perché m’era parsa troppo esilina e piccolina (166 cm) anche se agilissima, era a sorpresa sbucata nel main draw dell’US Open.

Si chiamava Francesca Schiavone. Un peperino saltellante. Con un tennis che pareva assai istintivo, allegro, arrembante, dritti liftatissimi (“topponi” li avrebbe ribattezzati lei) e rovesci a una mano già insoliti in mezzo a una selva di rovesci bimani. Aveva compiuto 20 anni a giugno, la figlia di un tranviere emigrato dal sud e trasferitosi a Milano; famiglia piuttosto modesta che non ne aveva però condizionato la viva personalità.

Dai 12 ai 18 anni Francesca aveva frequentato il Tennis Club Milano Bonacossa di viale Generale Arimondi, vicino piazza Firenze, e la sua prima maestra era stata Barbara Rossi, ex giocatrice di buon livello poi trasformatasi in eccellente commentatrice per Eurosport.Non si riusciva mai a farla uscire dal campo, lavorava tantissimo, era decisissima a migliorarsi e a diventare una professionista del tennis. Non ne voleva sapere di perdere – ha raccontato tante volte Rossi – e ricordo che uno dei primi match che giocò per il TC Milano lo perse e lei… sparì! La cercai dappertutto e quando finalmente la trovai stava piangendo: ‘Non è possibile che io abbia perduto! Significa che devo lavorare di più…’“. Quella è sempre stata la sua attitudine.

I 70 SLAM E IL SUO CARATTERE… DIFFICILE

Grazie all’exploit nelle “quali” del 2000 rividi, due anni dopo Parigi (o erano tre?) Francesca a New York alle prese nel primo turno del main draw con una croata, Silvia Talaja. Vinse lei, 6-3 6-3. Poi ecco pararsi davanti alla milanesina Gloria Pizzichini in uno degli infrequenti derby del tennis italiano dell’epoca a livello di Slam. Francesca vinse anche quello: 6-4 6-4. Poi le toccò la serba Jelena Dokic, quella povera ragazza dal padre impossibile, un camionista che sarebbe arrivato a picchiarla ogni volta (o quasi) che non vinceva. La ragazza che poi avrebbe preso la cittadinanza australiana (e avrebbe vinto anni dopo gli Internazionali d’Italia) vinse 7-6 7-5. Ma la carriera professionistica di Francesca ormai era decollata: quello sarebbe stato il primo di 61 Slam consecutivi, fino allo US Open 2015. A un passo dal record di 62 detenuto dalla giapponese Ay Sugiyama. Io però ho avuto la fortuna di vederla in tutti e 70 gli Slam che ha disputato, 71 se ci aggiungo anche quello junior a Parigi.

Per 10 anni Francesca – proprio come aveva immaginato Barbara Rossi – non ha mai cessato di lavorare e di credere in se stessa più di qualsiasi altro. Ha vinto oltre 11 milioni di dollari in carriera, senza contare sponsorships, esibizioni e gettoni di presenza (e i famosi 400.000 euro regalati senza alcuna necessità da Binaghi quando vinse Parigi). Non era facile averci a che fare come giornalista. È sempre stata molto “moody”, imprevedibile. Non solo sul campo, anche fuori. Avevi spesso la sensazione che dover parlare con i giornalisti dopo un match, e soprattutto dopo uno perso, le pesasse in modo insopportabile. Guai ad azzardare analisi tattiche, ricostruzioni delle sue partite, diverse da come le vedeva lei.

Era spesso difficile, talvolta criptica, anche perché tendeva a usare da ragazzina parole delle quali non conosceva sempre benissimo il significato. Ricordo, fra diversi, durante un Wimbledon un suo scontro virulento con Clerici perché Gianni gli aveva rivolto una domanda chiamandola “Leonessa” – come a lei era piaciuto tantissimo farsi chiamare per anni e fino a quando il suo vecchio allenatore Tavelli l’aveva incoraggiata chiamandola a quel modo – e lei gli si era rivolta polemicamente dicendo: “Voi giornalisti non vi informate e non date retta…”. Niente faceva saltare la mosca al naso allo scriba Clerici più che venire confuso, con il voi, fra i giornalisti. “Se ha qualcosa da rimproverarmi la contesti a me…”. La cosa andò avanti un po’, non la ricordo nemmeno tutta, ma fu assai imbarazzante e Clerici per un bel pezzo non si fece più vedere alle conferenze della… Leonessa.

Un vizio comune a tanti giocatori/giocatrici, in cui incorreva non di rado anche Francesca, era quello di non leggere quel che un giornalista aveva scritto – o aveva detto in tv e ovviamente lei non lo aveva sentito – ma di polemizzare riguardo a cose mal riportate da qualche semina zizzania. Fra i cortigiani federali non ce n’erano pochi. Comunque sia io ricordo che a seguito di una vittoria come di una sconfitta, Francesca pareva sempre sicura di sé, spesso fin troppo… tanto che quando dopo anni in cui a fronte di ottimi risultati che però si arenavano ai quarti di finale (all’US Open 2003 e a Wimbledon 2009, più un Roland Garros), lei continuava a sostenere che non c’era alcun motivo per cui non potesse vincere uno Slam, in giro si avvertiva soprattutto scetticismo. Parevano eccessi di presunzione. Ma aveva ragione lei.

IL TRIONFO DI PARIGI

A 29 anni, undici mesi e 15 giorni, sabato 5 giugno 2010 Francesca sarebbe stata la prima italiana a vincere uno Slam, battendo al Roland Garros l’australiana Sam Stosur che l’aveva sconfitta l’anno precedente al primo turno sul campo 2 davanti a un pugno di spettatori, e che era super favorita stando ai bookmaker: Stosur era data a 1,75, Schiavone a 4,50. Contro Kirilenko e soprattutto con Wozniacki, più che con Dementieva mezza infortunata (ma si sarebbe ritirata se avesse vinto il primo set?), Francesca aveva giocato una delle sue più belle partite di sempre, molto meglio di quando aveva battuto una Serena Williams in pessime condizioni a Roma. Però se intervistaste Francesca vi direbbe sempre che quella è stata una delle sue più belle partite… il prestigioso scalpo della più forte tennista di quest’ultima generazione… e della penultima! Il fatto di aver battuto Serena a Roma nel torneo che avrebbe amato vincere quasi più del Roland Garros, probabilmente influenza ancora oggi i suoi ricordi.

“Spero che vinca la più intelligente” aveva detto Francesca alla vigilia della finale, con quella simpatica sfrontatezza che l’ha spesso contraddistinta. Ho il titolo de l’Equipe a provarlo, semmai lo avesse dimenticato. Fatto sta che Francesca giocò una partita straordinariamente intelligente, varia, all’attacco, mixata con sapienti smorzate. Stosur, emozionatissima, non ci capì nulla. “Francesca, il titolo per questa impresa?”. “Oltre tutti i limiti! Avevo sempre sognato questo torneo. Ogni giorno che ti alzi lavori per fare qualcosa così che, anche se è lontano dalla realtà, è dentro di te. Lo sport ti lascia dimostrare il talento, ma ci devi mettere accanto anche il lavoro. E poi ho detto di essere intelligente, è vero, ma non esageriamo!”.

L’ENDORSEMENT DI MARTINA E IL CONFRONTO CON FLAVIA

Francesca poteva essere simpaticissima ma anche antipatica, a seconda dei giorni. Genuina, vera il più delle volte, un po’ eccessivamente recitata altre volte quando decideva di comunicare i suoi pensieri più o meno filosofici con un fil di voce, e la teatralità di Eleonora Duse. Insomma certe volte era straordinaria nella sua spontaneità, altre volte faticosa quando si improvvisava l’intellettuale iper-costruita. Non si sapeva mai come l’avresti trovata. Anche oggi credo. Francesca aveva, con il suo tennis vario, i suoi rovesci ora liftati ora tagliati, una dote che Flavia Pennetta non ha mai avuto: riusciva a far giocare male le avversarie, tanto quanto Flavia tendeva a metterle (involontariamente s’intende) in palla. Secondo Martina Navratilova, che l’adora, Francesca è stata una delle tenniste con il maggior talento degli ultimi anni. Ed è difficile darle torto. Avesse avuto qualche centimetro in più sarebbe rimasta top-ten molto più a lungo. Ma magari non sarebbe stata altrettanto agile e formidabile in difesa sulla terra.

Sia Francesca sia Flavia hanno battuto quasi tutte le più forti tenniste del mondo, Francesca è salita fino a n.4 WTA, come solo Adriano Panatta è riuscito fra i maschi, Flavia Pennetta si è fermata a n.6 (Errani a n.5, Vinci a n.7). Hanno vinto entrambe uno Slam Francesca e Flavia, e sono vittorie che a mio parere contano molto di più dei 4 successi in Fed Cup (che all’estero, per darvi un’idea, pochi ricordano: mentre le vittorie negli Slam fanno la storia vera del tennis e tutti ce le hanno presenti), ma non hanno quasi mai giocato il doppio insieme. Se non ci fosse stata Francesca secondo me non ci sarebbero state nemmeno le altre. È stata lei, con il suo esempio e i suoi risultati – arrivati prima per ragioni anche anagrafiche – a trascinare le altre. Ciò anche se la prima italiana a entrare fra le top-ten è stata, nel 2009, la Penna. Un pochino, anche se non lo ammetterà mai, Francesca rosicò. In effetti lei, tre anni di più, avrebbe pensato di arrivarci prima… Ma che dire allora di Farina, che giunta al n.11 è stata mille volte lì lì per entrarci e ha sempre sbagliato… l’ingresso? Secondo me l’impresa quasi più significativa di Francesca è stata riconquistare la finale al Roland Garros un anno dopo averlo vinto. Una vittoria poteva essere anche frutto un po’ di circostanze favorevoli, ma se l’anno dopo fai ancora finale (perdendo contro una campionessa come Li Na), beh non può essere un caso fortunato.

Due tipe completamente diverse Francesca e Flavia, anche nel modo di concludere la loro carriera. Flavia ha voluto farlo nel suo momento più fulgido, bello, indimenticabile, con ancora il trofeo dell’US Open 2015 in mano, sorprendendo perfino la sua avversaria in finale, Roberta Vinci (che, ricorderete, aveva battuto Serena Williams impedendole di centrare un Grande Slam che pareva scontato). Francesca invece ha continuato pervicacemente a credere in se stessa, a giocare il tennis agonistico “perché mi piace”, incurante del susseguirsi delle sconfitte e del progressivo declino in classifica, perché con la testardaggine che l’ha sempre contraddistinta fin da bambina e senza la quale non sarebbe diventata quella che è diventata, ha sempre creduto di poter ancora dir e la sua sul campo di gara. Fino a ieri, quando ha alzato bandiera bianca. Perché abbia deciso di farlo negli Stati Uniti e non in Italia, a Roma, magari durante gli Internazionali d’Italia (che però le avevano rifiutato la wild card quando avrebbero potuto ancora dargliele per onorare una grande carriera e le famose quattro Fed Cup) lo abbiamo saputo qui a New York.

Continua a leggere
Commenti

Editoriali del Direttore

Perché potremmo chiamarla ancora Coppa Davis…

Panatta, Pietrangeli, Bertolucci, Barazzutti che polemizza con la FIT, sono tutti d’accordo, però non è tutto da buttare. Esempio gli outsider Gojo, Piros, Machac, Quiroz, Mejia, Rodionov che impegnano le star. I soldi, i diritti tv, va tutto bene così?

Pubblicato

il

PalaAlpitour Torino - Finale Coppa Davis 2021 (Photo by Jose Manuel Alvarez / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

L’amico e collega Angelo Carotenuto sulla sua quotidiana newsletter lo slalom.it, il meglio del racconto sportivo, osserva quel che vedrete in fondo a questo mini-articolo. E io gli rubo il titolo! Carotenuto  lo fa in questi giorni in cui Nicola Pietrangeli dice in un’intervista esclusiva che “Lattuale Coppa Davis è un obbrobrio, il signor Dwight Davis si rivolta nella tomba e poi in giorni in cui Paolo Bertolucci proclama “Non chiamatela più Coppa Davis, questa è un’altra cosa“, in cui Adriano Panatta dice: “Magari il match della scorsa notte con la Colombia si fosse giocato a Bogotà!, qua a Torino di guardare Croazia-Ungheria non frega nulla a nessuno”, in cui Corrado Barazzutti dice: “Ormai comandano i soldi, e pure le tv…” prima di lanciare una terribile stilettata alla FIT dopo 20 anni da capitano di Coppa Davis, ma un triste epilogo che ha visto intervenire gli avvocati di Fit e dell’ex capitano non riconfermato…a mezzo stampa (Corrado lo ha saputo dai giornali…dopo essere andato a braccetto con Binaghi per un ventennio)  in favore di Filippo Volandri: “La Coppa Davis ha cambiato formula grazie anche al voto della FIT”.

Barazzutti dice il vero, stavolta. Infatti è stato Giancarlo Baccini a procurare voti quasi certamente decisivi alla riforma che ha stravolto la tradizionale Davis Cup, visto il modesto margine con cui prevalse la cordata favorevole alla riforma propugnata dal presidente americano ITF David Haggerty. Baccini è un vecchio giornalista, ex barricadiero di sinistra, che per buona sorte della nostra unica gloria italica in Davis non fece proseliti quando gridava in coro in prima fila e in mezzo ai manifestanti del 1976 slogan simili a questo: “No, nessuna volee con il boia Pinochet!“.

Fosse stato per lui, oggi ahinoi consigliere FIT e “consigliori” del presidente dopo aver avuto tutta una serie di rapporti professionali di vario tipo con la Federtennis, non avremmo vinto neppure quell’unica leggendaria Coppa Davis cui Domenico Procacci darà grande lustro con la sua docuserie (ne ho visto un primo spezzone e mi è piaciuto moltissimo, ho riso e pianto a vederlo…avrà sicuro grande successo). Baccini si recò a Orlando nell’agosto del 2018 all’assemblea ITF durante la quale si doveva votare la riforma della Davis, e ci andò con un preciso mandato, quello di negoziare anche i futuri diritti tv per la Coppa Davis. Ovviamente per garantirli a Supertennis di cui era il responsabile. Prima il business, poi il tennis. 

 

Infatti soltanto poche ore dopo il voto che sancì l’approvazione di questo nuovo formato la FIT diramò un comunicato stampa nel quale si annunciava l’esito della votazione e, contestualmente, l’assegnazione dei diritti delle Finali di Coppa Davis a SuperTennis. Baccini votò sì, quindi, come ha ricordato Barazzutti che da capitano di Coppa Davis era bene al corrente, all’epoca, delle vicende che la riguardavano.E oggi possiamo constatare che Supertennis ha i diritti esclusivi sulla Coppa Davis. Non li ha la RAI nè Mediaset che trasmettono in chiaro, non li hanno Sky e  Eurosport che trasmettono a solo abbonati in pay, ma almeno hanno numeri importanti. Va bene così per la massima diffusione del tennis?

Chi li vorrà, soprattutto se l’Italia della Davis si dimostrerà forte come pensiamo tutti e in grado di vincerla o anche solo di raggiungere semifinali e finali nei prossimi 5,6 anni, dovrà pagarli cari. La FIT agisce da tempo come un’azienda commerciale. E anche media, in concorrenza con giornali, siti, tv. E magari è pure giusto, per certi versi. Solo che non si dovrebbe esagerare. A dire il vero, se per il calcio c’è l’obbligo – interesse nazionale? – di far vedere sul massimo canale pubblico e di Stato (in chiaro come lo è anche Supertennis, ma con un’audience ben diversa) le competizioni internazionali della nazionale azzurra, non si capisce bene perchè la cosa non debba valere anche per il tennis. Forse perchè finora eravamo sport minore, vincevamo troppo poco per essere interessanti agli occhi dell’opinione pubblica.

Ma se la squadra del suo fortunato capitano Volandri (che ha i suoi meriti per aver avvicinato anche i team privati e i loro coach al clan FIT che per anni li osteggiava), con Sinner, Sonego, Fognini, Musetti e Bolelli – e in un prossimo futuro che si spera non sia davvero a Abu Dhabi – dovesse arrivare in semifinale a Madrid (e con la Croazia siamo favoriti) perchè la RAI o Mediaset non dovrebbero poter trasmettere quell’evento? Che interesse può avere la FIT (salvo i soldi eh…) che ha il compito istituzionale di promuovere il tennis, di nascondere quell’evento a una Rai (o Mediaset) che trasmettono in chiaro consentendone la programmazione soltanto su Supertennis che ha un’audience modestissima, quasi insignificante (sebbene vada riconosciuto che svolge un eccellente lavoro)?

Vedremo insieme gli sviluppi di queste vicende, sperando che chi accenna spesso all’onestà intellettuale di certe prese di posizioni e conseguenti decisioni, la mostri anche in queste situazioni. E qui chiudo riportando fra virgolette quanto scritto, con la consueta originalità di pensiero, da Angelo Carotenuto già domenica mattina sulla sua newsletter:      

“A proposito di passato e di tradizioni. In tre giorni di Coppa è già successo che il ceko Machac, numero 143 al mondo, abbia battuto contro pronostico il francese Gasquet. Il croato Gojo (276 al mondo) ha vinto contro l’australiano Popyrin che è 61. L’ungherese Zsombor Piros, 282 del mondo, ha messo sotto un altro australiano meglio piazzato di lui in classifica, John Millman. E come Sonego contro Mejia, anche il russo Rublev ha sofferto contro l’ecuadoriano Roberto Quiroz, numero 291 al mondo. La Serbia ha perso con la Germania pur avendo Djokovic. Forse possiamo ancora chiamarla Coppa Davis”.Dopo di che nella giornata di domenica, a confortare la tesi espressa da Carotenuto, Galan 111 Atp ha battuto Isner n.24, Tiafoe n.38 ha dovuto cancellare matchpoint a Mejia n.275 del mondo, Rodionov ha battuto Koepfer 85 posti davanti a lui, Piros ha superato Cilic n.30 del mondo e prossimo avversario di Sinner oggi, Lopez ha sconfitto nientemeno che Rublev a dispetto della sua veneranda età. Beh quando si diceva che in Coppa Davis altri fattori, ben diversi dal ranking ATP,  subentravano per dar corpo a un risultato…anche con questo nuovo formato non mi pare che le cose siano cambiate un granchè.”

Continua a leggere

Editoriali del Direttore

Coppa Davis: grande Italia, unica nazione già qualificata per i quarti. Sinner è una rivelazione anche in doppio

Gli azzurri vincono 2-1 sulla Colombia, ma anche nel doppio contro Farah/Cabal si fanno onore. Fognini e Sinner hanno perso 8 punti a 6 nel tiebreak del terzo set dopo essere stati avanti 3 a 0

Pubblicato

il

Jannik Sinner alla 2021 Davis Cup by Rakuten (Credit: Jose Manuel Alvarez/Quality Sport Images/Kosmos Tennis)

A fine terza giornata dei 6 gruppi della Coppa Davis, l’Italia è sola nazione già qualificata per i quarti. La sola, fra quelle che hanno giocato due incontri, ad averli vinti entrambi.

C’è quasi certamente la Croazia sulla nostra strada verso Madrid, salvo che Cilic, Gojo e il duo Mektic/Pavic perdano imprevedibilmente e clamorosamente 3-0 con l’Ungheria il cui numero uno Fucsovics – per giunta – ha anticipato che al 90% non giocherà per essersi fatto male a una caviglia. Alla Croazia basterà vincere una partita su tre per finire in testa al proprio girone e affrontare l’Italia.

Ma intanto, battuta anche la Colombia dopo gli Stati Uniti, il girone è vinto. E come dicevo i quarti di finale sono garantiti. Sinner e Sonego lo hanno concluso imbattuti in singolare. Se contro i giganti americani erano riusciti a mantenere immacolata la casella dei servizi persi, contro i colombiani – che sulla carta erano più deboli – entrambi hanno invece ceduto una volta il servizio e Sonego ha anche perso un set, il primo. Al tiebreak, per 7 punti a 5, perché il break subito nel primissimo game lo aveva restituito nel sesto raggiungendo il 3 pari. Poi non ha più perso il servizio, né nel secondo né nel terzo, senza giocare mai bene come nella prima giornata ma approfittando del calo inevitabile del suo avversario, Nicolas Mejia, che nel primo set non aveva giocato davvero da N.275 del mondo, ben 248 posti più indietro di Sonego.

 

Sinner nel secondo set ha riservato a Galan lo stesso trattamento dato a Isner: gli ha dato un 6-0 in progressione. Come mi ha detto Nicola Pietrangeli nell’intervista che gli ho fatto, “per accorgersi del livello e della forza di Sinner basta ascoltare il suono che fa la palla sulle sue corde. Pum!

Eh sì, gli altri toccano, lui picchia. E rispetto all’inizio dell’anno, quando eccelleva già di rovescio ma sbagliava tanti dritti quando anziché d’incontro doveva spingere lui la palla e gli davano un gran fastidio le palle basse da tirare su con la frustata di polso, adesso Jannik tira delle fucilate di dritto, sia in cross sia in lungolinea, che fanno paura.

Sbagliando pochissimo in rapporto alle botte che tira.

Francamente, anche se contro Galan è stato meno brillante che contro Isner – contro il quale ha impressionato per la facilità con la quale ha risposto a quasi il 50% delle sue prime palle – mi sembra che questo Sinner sia superiore al Marin Cilic attuale e anche che Sonego sia ben più forte di Gojo, sebbene il numero due croato contro Popyrin abbia dimostrato di non essere uno sprovveduto.

Come al solito dovremo cercare di vincere i due singolari, perché ancora un doppio davvero competitivo con i migliori non lo abbiamo. E migliore di Mektic/Pavic, poi, in questo momento non ce l’ha nessuno. Volandri ha voluto provare una nuova coppia, Fognini/Sinner, sebbene Sinner avesse appena finito di giocare il suo singolare, ma insomma una bella coppia non si improvvisa. E non è detto che un grande singolarista sia anche un ottimo doppista.

Ieri Djokovic, in coppia con Cacic, ha perso in tre set il doppio decisivo contro i tedeschi Krawiets e Puetz…due che se lui li incontrasse in singolare farebbero più o meno gli stessi game di Isner con Sinner.

Prima dell’ultima giornata del round robin i giochi non sono ancora fatti in alcun girone. In quello dell’Italia, USA e Colombia possono ancora tentare di conquistare uno dei due posti riservati alle migliori seconde. Ma sono tante le squadre nelle loro stesse condizioni.

Chi vincerà fra Russia e Spagna vincerà il gruppo A, che si trova in cima al tabellone. La Russia è favorita anche se giocare fuori casa non è mai facile, ma Medvedev con Carreno Busta e Rublev contro Ramos Vinolas o Lopez dovrebbero vincere. La Spagna, pur sconfitta, potrebbe aspirare ad essere una delle migliori due fra le seconde.

Nei quarti forse la Russia potrebbe giocare contro la Svezia, salvo che il Kazakistan vinca con il Canada. E ci sta.

Scendendo nel tabellone il quarto di finale più probabile è Gran Bretagna (se batte la Cechia) contro la Germania (se batte l’Austria lasciandosi dietro la Serbia).

L’Italia si trova nella seconda metà del tabellone e come detto dovrebbe affrontare la Croazia. E spero che si possa andare sul 2-0 e guadagnarsi l’accesso alle semifinali a Madrid.

Contro chi? Contro la vincente del gruppo B (Svezia o Kazakistan) o una seconda squadra che, come detto, potrebbe essere forse più forte sia del Kazakistan sia della Svezia, le quali hanno fatto parte del gruppo decisamente più debole.

Gli incastri sono ancora tantissimi, perché si devono contare i set e magari anche i game, salvo che capitino a pari punti squadre che si sono affrontate; in quel caso ovviamente decide il confronto diretto.

Colombiani e italiani hanno finito di giocare il loro doppio alle 2 e 45 del mattino. Agli americani che dovevano giocarsi le ultime speranze contro i colombiani forse non è dispiaciuto, ma avrebbero preferito che alla fine vincessero gli italiani. Invece ora anche la Colombia può cercare di qualificarsi come seconda.

Non so se Filippo Volandri abbia fatto bene a tenere Sinner in campo fin quasi alle 3 e a mandarlo a letto verso le quattro del mattino. Lui che di solito va a letto alle 22.

Però devo dire che ho visto fare delle cose pazzesche a Sinner anche in doppio. Risposte vincenti in serie, pur rispondendo da destra e sui punti pari perché Fognini ama giocare sui punti dispari e da sinistra (d’altra parte con Bolelli era una scelta obbligata). Ma anche a rete la volée di rovescio di Jannik è di gran livello. Quella di dritto un po’ meno. Però se gioca così è fortissimo anche in doppio. E in coppia con Berrettini potrebbe diventare uno dei doppi più forti del mondo. Roba da Slam winner.

Erano avanti 3 punti a 0 nel tiebreak, dopo un rovescio vincente bellissimo di Sinner nel primo punto e due volée vincenti di Fognini. Sul 3-1 per gli azzurri Sinner ha sbagliato un dritto da metà campo banale per lui e sul 3-2 Fognini ha subito due mini-break, il primo sbagliando un rovescio piuttosto semplice, mentre sul secondo è stato bravo Cabal a giocare una bella volée.

I colombiani, sponsorizzati dalla Mizuno e incitati da un gruppetto di connazionali, sono saliti sul 6-3, ma due match point li ha annullati Sinner che serviva, il secondo con un ace. Poi sul servizio di Cabal una steccaccia clamorosa di dritto di Fognini ha fatto impennare la palla che è terminata poco prima della riga di fondo. Fognini non ha potuto fare a meno di baciare il telaio della racchetta: 6 pari!

Ma la fine è stata rinviata di pochissimo. Cabal ha chiuso uno smash e sul quarto match point Fognini ha sbagliato un lob in topspin: gli è venuto corto e per i colombiani è stato facile chiudere. Abbiamo scoperto che Sinner può giocare benissimo anche il doppio (“Anche il triplo!“, ha detto Volandri) e non è poco in prospettiva. È vero che aveva già giocato e vinto un torneo (ad Atlanta con Opelka…), ma aveva giocato così poco che è stato comunque una vera rivelazione.

Continua a leggere

Editoriali del Direttore

Davis Cup: oltre le più azzurre previsioni. Un’Italia così forte può vincere la Davis? Isner: “Sinner sicuro top 3”

Capitan Fish: “L’Italia può battere qualsiasi squadra”. Forse non la Russia di Medvedev e Rublev. Il mio ricordo di Siviglia 2004, il Sinner di ieri mi ha ricordato quel Nadal

Pubblicato

il

Jannik Sinner - Finale Coppa Davis Torino 2021 (Photo by Jose Manuel Alvarez / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

“Abbiamo una squadra fortissima”. Ipse, Sinner, Dixit. Come dargli torto? “Sinner diventerà certamente un top-3 del mondo!”. Ipse, Isner, dixit. Come dargli torto dopo quello che ho visto oggi?

Due esordienti hanno stroncato le reni ai giganti made in USA. Mi è tornata in mente la finale di Coppa Davis, quella vera, di Siviglia nel 2004 quando due tennisti nati e cresciuti nella piccolissima isola di Maiorca, l’esordiente diciottenne Rafa Nadal e il ventottenne Carlos Moya, stroncarono le reni a un Paese di 300 milioni di abitanti. Già, anche in quell’occasione, sul banco degli sconfitti ci finirono gli Stati Uniti, vincitori di 32 Coppe Davis, che schieravano Andy Roddick e per l’appunto l’attuale capitano di Coppa Davis Mardy Fish.

La Coppa Davis non è più la stessa, purtroppo, ma è vero che abbiamo una squadra fortissima se anche senza il nostro numero uno, Matteo Berrettini, siamo stati capaci di risolvere in due ore e mezzo la pratica americana a Torino.

 

In 2 ore e 31 minuti in totale l’Italia dei due esordienti in azzurro, con tanto di scritta Italia sulle spalle blu, Lorenzo Sonego e Jannik Sinner, ha dominato i giganti degli Stati Uniti, Reilly Opelka e John Isner, senza neppure perdere un solo game di servizio. Nessuno dei due azzurri. Sonego in un’ora e 29 minuti (6-3 7-6) ha concesso una sola palla break nel sesto game del primo set, cancellandola coraggiosamente. Sinner (6-2 6-0 in un’ora e 2 minuti) ne ha salvate tre consecutive nel secondo game del secondo set quando peraltro già era avanti di un break.

Se ieri ci avessero detto che un paio di giocatori avrebbero potuto chiudere il loro match senza perdere il servizio, avremmo probabilmente pensato che quelli sarebbero stati gli americani. C’è qualcuno al mondo che batte più forte di loro? Invece a non perdere il servizio sono stati gli azzurri e non quei due tipacci che tirano giù noci di cocco a 235 km orari da più di 4 metri e mezzo d’altezza, sommando la loro, la lunghezza delle braccia, quella della racchetta con l’aggiunta del saltino che hanno imparato a fare per incocciare la malcapitata pallina più su ancora per strapazzarla ben bene.

Francamente neppure il tifoso più ottimista avrebbe potuto immaginarsi uno scenario del genere. Io, ad esempio, non avevo nascosto la mia preoccupazione. Temevo soprattutto che Lorenzo Sonego patisse l’emozione di giocare nella sua Torino, a coronare un sogno di qualunque bambino che prende la racchetta in mano: giocare in Coppa Davis per l’Italia e proprio nella tua città, davanti alla tua famiglia, ai tuoi amici, con l’obbligo di vincere perché… il doppio americano aveva i favori generali del pronostico contro qualsiasi coppia azzurra. Sulle spalle c’era un carico di pressione assai pesante. Pesantissimo. Roba da far tremare i polsi, insomma. Sinner si era già più abituato, nel corso dell’anno, giocando finali davvero importanti, a situazioni pesanti.

Beh, Lorenzo ha cominciato il suo match mettendo dentro 4 prime palle sui primi 4 punti, tutti vinti. Meglio di così non poteva cominciare. Ha perso meno punti sul proprio servizio che non Opelka anche nel primo set: lui 6 in 5 turni, l’americano 7 in 4 turni. 28 punti per Sonego nel primo set, 21 per Opelka. E nel secondo, fino al tiebreak, la differenza è stata ancora più netta: Sonego ha ceduto 3 punti soltanto in 6 turni, Opelka 8. Quando Lorenzo ha fatto subito il minibreak nel tiebreak è apparso quasi fosse la logica conseguenza di quel che avevamo visto fono a quel momento.

Così come il fatto che Lorenzo, mettendo a segno l’ace n.4 e l’ace n.5 nel secondo e nel sesto punto di quel tiebreak, è stata la dimostrazione di una straordinaria lucidità e capacità di concentrazione. Quel minibreak gli è bastato, tenendo tutti i suoi servizi a non concedere la minima chance a un Opelka così stranito da apparire quasi rassegnato. Ma era furibondo… tanto che, obbligato a presentarsi in conferenza stampa, è stato di una scortesia, e di una mancanza di professionalità, pazzesca. Ha risposto a monosillabi, un vero gigante nella maleducazione.

Tutto il contrario di John Isner. Un Isner che aveva molte più ragioni di essere furioso. Mai aveva perso con un punteggio simile. 6-2 6-0! Ma vi rendete conto? Mentre arrivava in sala stampa ero andato di corsa a leggere i suoi risultati di 15 anni, dal 2021 al 2006 e non avevo trovato nessuna batosta così dura. Mai neppure un 6-0. La volta in cui aveva fatto meno game erano stati 4. Con Sinner ne ha fatti 2.

Cercando di non maramaldeggiare, ma solo dopo essermi reso conto della sua educazione – ha anche detto che era stata bellissima l’atmosfera, il tifo degli italiani e che l’unico dispiacere era stato quello di non essere riuscito a essere più competitivo – gli ho dovuto dire che avevo cercato nelle statistiche un punteggio altrettanto duro da lui subito nel corso della sua lunga carriera e lui ha ammesso con grande savoir faire: “Non ricordo che mi sia mai successo, ce lo siamo chiesti anche noi negli spogliatoi, ma Sinner ha giocato in un modo incredibile, non mi ha dato alcuna possibilità… è stato davvero troppo bravo. Non c’era davvero nulla che io potessi fare e se mi guardo indietro ci sono poche volte nelle quali non ho avuto un colpo in canna, una chance per rovesciare un match. Oggi invece è stato così. Non ricordo un match che io abbia perso altrettanto facilmente. Credo sia la prima volta. Naturalmente tutto il credito va a lui… che, ed è ancora più importante, è un bravissimo ragazzo, a very nice kid, davvero”.

È stato lì che gli ho chiesto se a suo avviso Sinner aveva le carte in regola per aspirare a un posto fra i primi 3 tennisti del mondo. E lui non ha avuto dubbi: “Anche se avessi giocato al meglio delle mie possibilità non so se sarei riuscito a batterlo oggi. Credo che questa indoor sia probabilmente la superficie più adatta al suo tennis. Forse se avessi avuto qualche match in più d’allenamento alle mie spalle avrei potuto giocare un match un po’ più equilibrato, ma non so se ci sarebbero molti giocatori che potrebbero batterlo su questo campo. Sono sicuro che sentirete parlare molto di lui in futuro, avrà molta pressione sulle sue spalle, ma la risposta è sì, lo vedo arrivare fra i primi 3 tennisti del mondo. Questa superficie è probabilmente la migliore per lui, ha avuto davvero ottimi risultati indoor quest’anno, penso che abbia solo 20 anni. Ma sì, penso che avrà certo un futuro radioso. Il nostro sport è fortunato ad avere un ragazzo come lui”.

E Mardy Fish ha poi detto: È la prima volta che vedo Sinner così da vicino e sono rimasto incredibilmente impressionato. Sì, perché avrò visto giocare Isner 600 o 700 volte e non ho mai visto nessuno rispondere al suo servizio come ha fatto stasera Sinner… E anche John mi ha detto la stessa cosa… Ci sono tanti giocatori che ho visto rispondere particolarmente bene, i del Potro, i Medvedev, ma stando lontani dalla riga di fondo. Lui sembra vedere bene prima dove andrà la palla. Decisamente il tennis italiano ha davanti a sé un brillante futuro. Per come gli italiani hanno giocato oggi, avrebbero vinto contro qualunque squadra al mondo”.

Beh… e se avessimo avuto anche il miglior Berrettini? Davvero forse soltanto la Russia di Medvedev e Rublev sembra più forte di noi, se i nostri giocano così. E il rimpianto per il formato della vecchia Coppa Davis cresce a dismisura. Perché potendo giocare 4 singolari invece di due, e riducendo l’importanza del doppio che oggi vale il 33 per cento dei punti e nella antica Coppa Davis invece valeva il 20 per cento, avremmo avuto vere chances di conquistarla per più di uno, due o tre anni. Se pensiamo che l’abbiamo vinta una volta sola… beh, cavolo, come sono cambiate le cose in un paio d’anni, da quella semifinale parigina raggiunta da Cecchinato a Parigi (dopo un “buco nero” di circa 40 anni e 160 Slam!), al trionfo monegasco di Fabio Fognini nell’aprile 2019, con gli 11 tornei vinti da allora dai tennisti italiani in mezzo a 13 finali raggiunte.

Oggi dobbiamo stare attenti. Dobbiamo vincere entrambi i singolari perché il doppio contro Cabal e Farah (campioni a Wimbledon nel 2019) non ci vedrebbe favoriti. Non credo che Galan possa combinarci lo scherzo di battere Sinner e che Mejia (se gioca lui invece di Cristiano Rodriguez) possa creare veri problemi a Sonego. Ragionevolmente giocheremo i quarti di finali lunedì contro la Croazia di Cilic e Gojo. Sinner dovrà giocare contro Cilic e Sonego contro Gojo. E anche in quel caso sarà meglio vincere entrambi i singolari, perché contro Pavic e Mektic, n.1 mondiale del doppio, sarebbe meglio non dover giocare un match decisivo.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement