Il mio ricordo di Francesca Schiavone

Editoriali del Direttore

Il mio ricordo di Francesca Schiavone

A 38 anni la “Schiavo”, prima italiana a vincere uno Slam, annuncia a New York che “basta così”. L’ho conosciuta e seguita per… 71 Slam. La ex n.4 WTA, oggi n. 454, da bambina ad adulta, sempre imprevedibile

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L’AUDIO DELLA CONFERENZA DI FRANCESCA

L’UFFICIALITÀ – Francesca Schiavone si ritira. Dopo 8058 giorni di carriera
Spunti tecnici: Schiavone, quanto eri bella da veder giocare. E che rovescio

 

L’ho conosciuta che era poco più che una una bambina. Insieme a mille handicap di varia natura, i vantaggi d’essere il giornalista italiano più anziano presente ai tornei sono forse solo due. Uno vale per tutti i campi della vita (non solo quelli del tennis) e si chiama esperienza, l’altro aiuta quando si tratta di rivivere situazioni, incontri, personaggi delle old-generation. Non c’era nessuno degli attuali compagni di viaggio, ma i vecchi amici Gianni Clerici, Rino Tommasi e Roberto Lombardi, quando 18 anni fa qui a New York, nel 2000, una ragazzina milanese che avevo visto un paio d’anni prima nel torneo junior del Roland Garros e che non mi aveva particolarmente impressionato perché m’era parsa troppo esilina e piccolina (166 cm) anche se agilissima, era a sorpresa sbucata nel main draw dell’US Open.

Si chiamava Francesca Schiavone. Un peperino saltellante. Con un tennis che pareva assai istintivo, allegro, arrembante, dritti liftatissimi (“topponi” li avrebbe ribattezzati lei) e rovesci a una mano già insoliti in mezzo a una selva di rovesci bimani. Aveva compiuto 20 anni a giugno, la figlia di un tranviere emigrato dal sud e trasferitosi a Milano; famiglia piuttosto modesta che non ne aveva però condizionato la viva personalità.

Dai 12 ai 18 anni Francesca aveva frequentato il Tennis Club Milano Bonacossa di viale Generale Arimondi, vicino piazza Firenze, e la sua prima maestra era stata Barbara Rossi, ex giocatrice di buon livello poi trasformatasi in eccellente commentatrice per Eurosport.Non si riusciva mai a farla uscire dal campo, lavorava tantissimo, era decisissima a migliorarsi e a diventare una professionista del tennis. Non ne voleva sapere di perdere – ha raccontato tante volte Rossi – e ricordo che uno dei primi match che giocò per il TC Milano lo perse e lei… sparì! La cercai dappertutto e quando finalmente la trovai stava piangendo: ‘Non è possibile che io abbia perduto! Significa che devo lavorare di più…’“. Quella è sempre stata la sua attitudine.

I 70 SLAM E IL SUO CARATTERE… DIFFICILE

Grazie all’exploit nelle “quali” del 2000 rividi, due anni dopo Parigi (o erano tre?) Francesca a New York alle prese nel primo turno del main draw con una croata, Silvia Talaja. Vinse lei, 6-3 6-3. Poi ecco pararsi davanti alla milanesina Gloria Pizzichini in uno degli infrequenti derby del tennis italiano dell’epoca a livello di Slam. Francesca vinse anche quello: 6-4 6-4. Poi le toccò la serba Jelena Dokic, quella povera ragazza dal padre impossibile, un camionista che sarebbe arrivato a picchiarla ogni volta (o quasi) che non vinceva. La ragazza che poi avrebbe preso la cittadinanza australiana (e avrebbe vinto anni dopo gli Internazionali d’Italia) vinse 7-6 7-5. Ma la carriera professionistica di Francesca ormai era decollata: quello sarebbe stato il primo di 61 Slam consecutivi, fino allo US Open 2015. A un passo dal record di 62 detenuto dalla giapponese Ay Sugiyama. Io però ho avuto la fortuna di vederla in tutti e 70 gli Slam che ha disputato, 71 se ci aggiungo anche quello junior a Parigi.

Per 10 anni Francesca – proprio come aveva immaginato Barbara Rossi – non ha mai cessato di lavorare e di credere in se stessa più di qualsiasi altro. Ha vinto oltre 11 milioni di dollari in carriera, senza contare sponsorships, esibizioni e gettoni di presenza (e i famosi 400.000 euro regalati senza alcuna necessità da Binaghi quando vinse Parigi). Non era facile averci a che fare come giornalista. È sempre stata molto “moody”, imprevedibile. Non solo sul campo, anche fuori. Avevi spesso la sensazione che dover parlare con i giornalisti dopo un match, e soprattutto dopo uno perso, le pesasse in modo insopportabile. Guai ad azzardare analisi tattiche, ricostruzioni delle sue partite, diverse da come le vedeva lei.

Era spesso difficile, talvolta criptica, anche perché tendeva a usare da ragazzina parole delle quali non conosceva sempre benissimo il significato. Ricordo, fra diversi, durante un Wimbledon un suo scontro virulento con Clerici perché Gianni gli aveva rivolto una domanda chiamandola “Leonessa” – come a lei era piaciuto tantissimo farsi chiamare per anni e fino a quando il suo vecchio allenatore Tavelli l’aveva incoraggiata chiamandola a quel modo – e lei gli si era rivolta polemicamente dicendo: “Voi giornalisti non vi informate e non date retta…”. Niente faceva saltare la mosca al naso allo scriba Clerici più che venire confuso, con il voi, fra i giornalisti. “Se ha qualcosa da rimproverarmi la contesti a me…”. La cosa andò avanti un po’, non la ricordo nemmeno tutta, ma fu assai imbarazzante e Clerici per un bel pezzo non si fece più vedere alle conferenze della… Leonessa.

Un vizio comune a tanti giocatori/giocatrici, in cui incorreva non di rado anche Francesca, era quello di non leggere quel che un giornalista aveva scritto – o aveva detto in tv e ovviamente lei non lo aveva sentito – ma di polemizzare riguardo a cose mal riportate da qualche semina zizzania. Fra i cortigiani federali non ce n’erano pochi. Comunque sia io ricordo che a seguito di una vittoria come di una sconfitta, Francesca pareva sempre sicura di sé, spesso fin troppo… tanto che quando dopo anni in cui a fronte di ottimi risultati che però si arenavano ai quarti di finale (all’US Open 2003 e a Wimbledon 2009, più un Roland Garros), lei continuava a sostenere che non c’era alcun motivo per cui non potesse vincere uno Slam, in giro si avvertiva soprattutto scetticismo. Parevano eccessi di presunzione. Ma aveva ragione lei.

IL TRIONFO DI PARIGI

A 29 anni, undici mesi e 15 giorni, sabato 5 giugno 2010 Francesca sarebbe stata la prima italiana a vincere uno Slam, battendo al Roland Garros l’australiana Sam Stosur che l’aveva sconfitta l’anno precedente al primo turno sul campo 2 davanti a un pugno di spettatori, e che era super favorita stando ai bookmaker: Stosur era data a 1,75, Schiavone a 4,50. Contro Kirilenko e soprattutto con Wozniacki, più che con Dementieva mezza infortunata (ma si sarebbe ritirata se avesse vinto il primo set?), Francesca aveva giocato una delle sue più belle partite di sempre, molto meglio di quando aveva battuto una Serena Williams in pessime condizioni a Roma. Però se intervistaste Francesca vi direbbe sempre che quella è stata una delle sue più belle partite… il prestigioso scalpo della più forte tennista di quest’ultima generazione… e della penultima! Il fatto di aver battuto Serena a Roma nel torneo che avrebbe amato vincere quasi più del Roland Garros, probabilmente influenza ancora oggi i suoi ricordi.

“Spero che vinca la più intelligente” aveva detto Francesca alla vigilia della finale, con quella simpatica sfrontatezza che l’ha spesso contraddistinta. Ho il titolo de l’Equipe a provarlo, semmai lo avesse dimenticato. Fatto sta che Francesca giocò una partita straordinariamente intelligente, varia, all’attacco, mixata con sapienti smorzate. Stosur, emozionatissima, non ci capì nulla. “Francesca, il titolo per questa impresa?”. “Oltre tutti i limiti! Avevo sempre sognato questo torneo. Ogni giorno che ti alzi lavori per fare qualcosa così che, anche se è lontano dalla realtà, è dentro di te. Lo sport ti lascia dimostrare il talento, ma ci devi mettere accanto anche il lavoro. E poi ho detto di essere intelligente, è vero, ma non esageriamo!”.

L’ENDORSEMENT DI MARTINA E IL CONFRONTO CON FLAVIA

Francesca poteva essere simpaticissima ma anche antipatica, a seconda dei giorni. Genuina, vera il più delle volte, un po’ eccessivamente recitata altre volte quando decideva di comunicare i suoi pensieri più o meno filosofici con un fil di voce, e la teatralità di Eleonora Duse. Insomma certe volte era straordinaria nella sua spontaneità, altre volte faticosa quando si improvvisava l’intellettuale iper-costruita. Non si sapeva mai come l’avresti trovata. Anche oggi credo. Francesca aveva, con il suo tennis vario, i suoi rovesci ora liftati ora tagliati, una dote che Flavia Pennetta non ha mai avuto: riusciva a far giocare male le avversarie, tanto quanto Flavia tendeva a metterle (involontariamente s’intende) in palla. Secondo Martina Navratilova, che l’adora, Francesca è stata una delle tenniste con il maggior talento degli ultimi anni. Ed è difficile darle torto. Avesse avuto qualche centimetro in più sarebbe rimasta top-ten molto più a lungo. Ma magari non sarebbe stata altrettanto agile e formidabile in difesa sulla terra.

Sia Francesca sia Flavia hanno battuto quasi tutte le più forti tenniste del mondo, Francesca è salita fino a n.4 WTA, come solo Adriano Panatta è riuscito fra i maschi, Flavia Pennetta si è fermata a n.6 (Errani a n.5, Vinci a n.7). Hanno vinto entrambe uno Slam Francesca e Flavia, e sono vittorie che a mio parere contano molto di più dei 4 successi in Fed Cup (che all’estero, per darvi un’idea, pochi ricordano: mentre le vittorie negli Slam fanno la storia vera del tennis e tutti ce le hanno presenti), ma non hanno quasi mai giocato il doppio insieme. Se non ci fosse stata Francesca secondo me non ci sarebbero state nemmeno le altre. È stata lei, con il suo esempio e i suoi risultati – arrivati prima per ragioni anche anagrafiche – a trascinare le altre. Ciò anche se la prima italiana a entrare fra le top-ten è stata, nel 2009, la Penna. Un pochino, anche se non lo ammetterà mai, Francesca rosicò. In effetti lei, tre anni di più, avrebbe pensato di arrivarci prima… Ma che dire allora di Farina, che giunta al n.11 è stata mille volte lì lì per entrarci e ha sempre sbagliato… l’ingresso? Secondo me l’impresa quasi più significativa di Francesca è stata riconquistare la finale al Roland Garros un anno dopo averlo vinto. Una vittoria poteva essere anche frutto un po’ di circostanze favorevoli, ma se l’anno dopo fai ancora finale (perdendo contro una campionessa come Li Na), beh non può essere un caso fortunato.

Due tipe completamente diverse Francesca e Flavia, anche nel modo di concludere la loro carriera. Flavia ha voluto farlo nel suo momento più fulgido, bello, indimenticabile, con ancora il trofeo dell’US Open 2015 in mano, sorprendendo perfino la sua avversaria in finale, Roberta Vinci (che, ricorderete, aveva battuto Serena Williams impedendole di centrare un Grande Slam che pareva scontato). Francesca invece ha continuato pervicacemente a credere in se stessa, a giocare il tennis agonistico “perché mi piace”, incurante del susseguirsi delle sconfitte e del progressivo declino in classifica, perché con la testardaggine che l’ha sempre contraddistinta fin da bambina e senza la quale non sarebbe diventata quella che è diventata, ha sempre creduto di poter ancora dir e la sua sul campo di gara. Fino a ieri, quando ha alzato bandiera bianca. Perché abbia deciso di farlo negli Stati Uniti e non in Italia, a Roma, magari durante gli Internazionali d’Italia (che però le avevano rifiutato la wild card quando avrebbero potuto ancora dargliele per onorare una grande carriera e le famose quattro Fed Cup) lo abbiamo saputo qui a New York.

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Editoriali del Direttore

Djokovic è un campione, ma prima di tutto un Uomo con la U maiuscola

Il milione di euro agli ospedali di Bergamo colpisce anche per la discrezione della donazione. Rispecchia l’Uomo Djokovic, ingiustamente osteggiato nella finale di Wimbledon con Federer. La sua genuinità testimoniata fin dai suoi primi “Players Party” a Montecarlo

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Novak Djokovic ha un fatto un bellissimo gesto, assolutamente non dovuto e nel modo più elegante. Devo dire che, piaccia o non piaccia il suo tipo di tennis che è e resta assolutamente straordinario – dovrebbe essere pleonastico affermarlo – per me lui è un grande e una persona vera. Io ho avuto modo di incontrarlo in diverse occasioni fuori dalle conferenze stampa, come quando ero invitato a partecipare al Players Party di Montecarlo in veste di suggeritore di sketch e in alcune occasioni perfino di attore. E vedere la simpatia, la spontaneità e l’impegno che Novak metteva nelle prove da ballerino, piuttosto che da presentatore, da cantante, di tutto insomma, mi dava certezze sulla sua genuinità di personaggio vero, non costruito.

Così, pur se in Italia per la verità ha sempre avuto un buon supporto da parte del pubblico, ho trovato assolutamente disdicevole – a dir poco! -il comportamento del pubblico a Wimbledon nella finale con Federer. Un conto è scegliere il campione per il quale si tifa, tutto un altro è mancare di rispetto all’avversario, arrivando al punto di fargli perdere perfino la gioia di esultare. E difatti Novak quasi non lo fece, anche se dentro di sé avrà certamente provato la giusta soddisfazione. Mista ad amarezza però. E non era proprio giusto.

Molti hanno scritto che Novak soffra per non essere riuscito a entrare nel cuore della gente come Roger e Rafa, che hanno avuto il vantaggio di esserci entrati prima e di aver quindi mantenuto le loro posizioni di rendita. Io non credo che Nole ne sia geloso. Ma è umano che vorrebbe gli fosse riconosciuta maggiormente la sua genuinità. Questo accade in Serbia dove la sua gente lo adora più di chiunque altro.

 

E in buona parte anche in Italia. Grazie certo anche alla sua capacità di parlare così bene la nostra lingua da permettergli di essere sé stesso fino in fondo, che parli con Fiorello, vada a Sanremo o dovunque con la gente. Quando dice che, per lui e anche Jelena che ha studiato a Milano, l’Italia è il secondo Paese adottivo, è sincero. Non fa una sviolinata per arruffianarsi tifosi che se preferiscono Roger e Rafa continueranno a preferirli. Lo dice perché lo sente e non avrebbe nessuno obbligo di dirlo. Che poi in ogni premiazione di ogni torneo un giocatore, qualunque giocatore, ringrazi organizzatore e pubblico dicendo che quello è’ il miglior torneo possibile, ci sta. Ma Djokovic che pure ama Roma e il torneo di Roma, ed è ricambiato, se pensa che qualcosa potrebbe e dovrebbe essere fatto meglio – come la cura dei campi per esempio e la richiesta di cancellare le buche inaccettabili – lo dice a chiare lettere. E questo dovrebbe essere apprezzato.

Che poi il suo ruolo politico in ATP a volte lo costringa ad essere molto diplomatico o a non rispondere compiutamente a certe domande beh, anche questo va capito e accettato. Non sono sempre d’accordo con quello che Novak dice, sia chiaro, ad esempio nella vicenda Gimelstob almeno inizialmente.

Non è tuttavia facile – va capito – per uno nel suo ruolo prendere posizione nella querelle fra ATP Cup al fianco di Tennis Australia e la coppa Davis, cui è legatissimo per quello che ha significato per lui e per la Serbia quando lui la vinse nel 2010 e tutta la sua carriera svoltò decisamente.

Ha detto che sarebbe stato favorevole a farne un solo evento, ma poi sa benissimo che gli interessi – e relativi contratti pluriennali già firmati con tennis Australia da una parte e con ITF, Pique, Rakuten dall’altra – non sono facilmente conciliabili. E che quindi la sua esternazione può apparire o ipocrita o utopistica. Però da “politico” si rende conto che quello che ha detto è quel che la maggior parte degli appassionati “disinteressati” – cioè senza interessi privati economici in ballo – pensa e vorrebbe sentirsi dire. Un solo evento a squadre che il più possibile non tradisse la storia dell’antica Coppa Davis.

Beh, come al solito, e sì che lo stavo facendo con il cellulare e avevo pensato di scrivere due righe due (!) per complimentarmi con il gesto meraviglioso di Novak e poi la scrittura mi ha preso il solo polpastrello con cui scrivo sul cellulare (i miei figli scrivono a velocità supersonica con non so quante dita, beati loro!) e ho fatto tutto questo sproloquio con il quale voglio personalmente ringraziare Novak Djokovic per il grande campione che è ma ancor più per l’uomo che è. Davvero not too bad, caro Nole.

P.S. Certo non finirò mai di rimpiangere quella volta in cui avrei dovuto giocare con lui in Australia, quando mi aveva detto “Domani porta la racchetta!”. Mi sarebbe bastato un minuto di… penoso spettacolo da parte mia! Però 40 gradi all’ombra e un’afa irrespirabile fecero sospendere tutte le attività fuori dai campi coperti e naturalmente sui campi coperti non era pensabile che io potessi accedere. Quella sera Nole quasi se ne scusò e mi disse: “Vabbè lo faremo a Roma!”. Vi immaginate la faccia di Binaghi?

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Editoriali del Direttore

Lo so e lo so che c’è di peggio, ma è un mini-choc

Dopo 46 Wimbledon di fila, da Connors-Rosewall a Djokovic-Federer, questa cancellazione dei Championships è per me quasi come l’interruzione di un’esperienza religiosa, un piccolo trauma. Due anni interi vissuti in Church Road, mille momenti, mille ricordi indelebili

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

Non c’è più neanche Wimbledon. Anche i Championships che dall’edizione del 1877 vinta da Spencer Gore a oggi si erano interrotti soltanto in occasione delle prime due guerre mondiali, 1915-1918 e 1940-1945 (sul Centre Court i tedeschi nel 1940 avevano sganciato una bomba che lo aveva quasi interamente distrutto), e che dal 1946 con la vittoria del gigante francese Ivan Petra si erano disputati per 74 anni di fila… si sono dovuti arrendere al Coronavirus. Stiamo combattendo una terza guerra mondiale contro un nemico invisibile ma che non ha coinvolto soltanto alcune nazioni come le prime due guerre, ma proprio tutto il mondo. Una guerra planetaria.

Lo so bene che ci sono cose e situazioni molto più gravi di uno stop ai Championships in Church Road. Lo so bene che l’importante è la salute e che tanti, troppi l’hanno persa per sempre. Lo so bene che tante famiglie, troppe, hanno perso i loro cari e non hanno avuto nemmeno la possibilità di vederli, di star loro vicino fino all’ultimo, perfino di seppellirli e di sapere dove hanno messo i loro corpi. Lo so bene che quelle sono le vere tragedie. Lo so bene che tante famiglie continueranno a soffrire le conseguenze di questo terribile virus, nel ricordo straziante di chi non c’è più e nella difficoltà di risollevare situazioni economiche seriamente compromesse di aziende intere con i loro dipendenti, di attività familiari, di lavori perduti, di casse integrazioni umilianti, di ostacoli burocratici di tutti i tipi.

Lo so bene che posso considerarmi molto fortunato perché la mia casa è abbastanza grande da averci permesso di condividere questo mese di clausura forzata in sette persone di famiglia senza patire le difficoltà di chi si è trovato invece a vivere in spazi angusti, in condizioni disagiate e con financo difficoltà di approvvigionamento. Lo so bene che già per il solo fatto di non avere avuto sintomi – fin qui almeno – è già una gran fortuna.

 

Lo so bene che siamo in decine e decine di milioni di italiani a non avere alcuna idea se siamo positivi oppure no, o se lo siamo stati, perché il tampone non abbiamo potuto farlo, né sappiamo quando ci sarà tolta questa spada di Damocle.

Lo so bene che non avere perso nessuno dei familiari più cari e degli amici più vicini è anch’essa una grande, impagabile fortuna.

Non avrebbe quindi alcun senso, mentre ancora la pandemia infuria e nessuno sa quando potrà essere davvero sradicata del tutto – temo fino a che la scienza non ci regalerà un vaccino che ci copra anche dalle possibilità di ricadute – mostrare eccessivo dispiacere per lo sport che si ferma, in mezzo a mille attività obiettivamente più importanti e fondamentali, per il tennis che non si gioca più, né nei circoli, né nei tornei, quindi togliendoci anche la possibilità di distrarsi dai drammatici bollettini del Coronavirus almeno in TV.

Orfani del tennis – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Lo so bene che la sopravvivenza di Ubitennis, per quanto una ventina di persone ne traggano qualche beneficio, non può essere considerata una priorità nell’emergenza nazionale.

Infatti non intendo assolutamente lamentarmi per il fatto che dodici anni di lavoro indefesso – in casa me lo chiamano più fesso che indefesso – per sviluppare questo sito di tennis in termini di credibilità giornalistica, traffico e autosufficienza economica rischino di perdere parte dell’avviamento faticosamente costruito. Ci sta e sappiamo che tanti stanno peggio perché noi abbiamo sviluppato esperienze che ci consentiranno di sopravvivere. Siamo fiduciosi se anche dovessimo perdere tutto il 2020 di tennis, di sponsor.

Ho lottato, via via con tutti i ragazzi che hanno collaborato impegnandosi tantissimo in questi anni a Ubitennis.com ma anche Ubitennis.net e Ubitennis.es, per assicurare un futuro a loro più che a me stesso ormai “âgé”- mi rifugio nei francese perché scrivere vecchio mi disturba – visto che i miei due figli hanno preso tutta un’altra strada professionale. Ma io, e credo anche loro, l’abbiamo fatto consapevoli delle difficoltà che ci sarebbero state e senza mai troppo illudersi. Ora che stavamo per tirare finalmente la testa fuori dall’acqua e cominciavamo a intravedere orizzonti più rosei, questo Coronavirus ci ha maledettamente preso in contropiede come un tweener vincente di Federer.

Vero peraltro che in questo mese di marzo Ubitennis ha retto incredibilmente bene, perché abbiamo continuato ad avere – senza tennis giocato – fra le trenta e le quarantamila visite al giorno. Per questo devo rivolgere un grande, grandissimo grazie a chiunque stia continuando a leggerci quotidianamente, nonché a tutti i collaboratori perché so che abbiamo in cascina una trentina di articoli inediti (non quindi materiale d’archivio) pronti all’uscita – tutta una serie di interviste a grandi personaggi del tennis mondiale e nazionale, una serie di video-ritratti di campioni, accompagnati da dati e aneddoti, statistiche, belle storie tennistiche i cui prodromi avete forse già visto nei giorni scorsi e una chicca in via di sviluppo: un progetto di podcast live, una storia di UbiRadio settimanale, che vogliamo far partire il prima possibile.

Tutto ciò premesso, consentitemi di dire che il sottoscritto – come invidio a Gianni Clerici di essersi per primo autonominato “lo scriba”… è così brutto definirsi il sottoscritto oppure usare la perifrasi “chi scrive” – pur consapevole di tutto il peggio che mi poteva capitare, è tuttavia un tantino turbato nel ritrovarsi chiuso in casa con la prospettiva di non andare a Wimbledon dopo averlo fatto per 46 anni di fila. Una vita insomma. Dal ‘74 a oggi, Connors batte Rosewall fino a Djokovic che cancella due match point a Federer e trionfa, non ne avevo saltata una sola edizione, un solo giorno. 92 settimane che fra giorni d’arrivo, di partenza e qualche rinvio piovoso al lunedì (più il torneo olimpico del 2012 vinto da Andy Murray) sono due anni di vita vissuta in Church Road, dal mattino presto a notte.

Wimbledon 2019 di notte (foto via Twitter, @Wimbledon)

Non so perché, ma i 46 tornei al Country Club di Montecarlo, i 48 al Foro Italico, i 44 Roland Garros (da Adriano Panatta campione nel ’76 su Harold Solomon al dodicesimo trionfo di Rafa Nadal nel 2019), mi hanno fatto meno effetto, colpito meno. Forse perché guardavo avanti, perchè il momento topico della stagione tennistica per me è rimasto nostalgicamente sempre il leggendario Wimbledon, il torneo che si gioca nel Tempio del tennis, non a caso il torneo di cui ricordo una per una e senza nessuno sforzo tutte le finali e migliaia di particolari, di aneddoti, di storie, di personaggi, di vita vissuta. Wimbledon mi mancherà incredibilmente. Avevo scritto di getto ‘terribilmente’, ma ho subito corretto perché come detto sopra, le assenze e le cose terribili sono ben altre, però per molto più di metà della mia vita per me andare a Wimbledon è stata soltanto un po’ meno esperienza religiosa che per un pellegrino recarsi ad un luogo santo. Ci sarei andato a piedi.

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Editoriali del Direttore

Impasse Coronavirus: che impatto su Federer, Venus e Serena Williams, i Bryan, Nadal, Djokovic?

Dopo i tanti ritiri dell’ultimo biennio (Berdych, Ferrer, Almagro, Baghdatis), molti ipotizzavano che nel 2020 ci fosse il canto del cigno per tante star del tennis. Giocheranno ancora nel 2021?

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Avvertenza ai lettori. Evitino di leggerlo tutti coloro che, dopo aver letto il titolo, si appresterebbero a dire che sto, stiamo cercando di acchiappare clic. Cerchiamo semplicemente di trattare quegli argomenti che ci accorgiamo – in tempi di Coronavirus e di tennis off limits per chissà quanto tempo ancora – vengono discussi fra gli appassionati che sono bombardati da bollettini più o meno catastrofici sui contagi e ogni tanto vorrebbero anche distrarsi un po’ con qualche argomento più leggero.

Avverto subito di seguito i lettori superstiti per correttezza, o onestà intellettuale come ormai si usa dire, che non ho notizie certe sulle ipotesi che sto per fare, ma che tuttavia uso le previsioni che da più parti del microcosmo tennistico venivano fatte. Non anni fa, ma fino a pochissimo tempo fa. Direi fino alla cancellazione del torneo di Indian Wells – come vola il tempo, sembra un secolo fa! – quando sembravano ancora attendibili, attendibilissime. E tuttavia da qualche dato, da qualche aspetto curioso, da qualche considerazione che ho in testa, penso che una amichevole discussione dovrebbe poter scaturire.

Comincio con il ricordare che fra 2019 e inizio 2020, a far fronte all’inattesissimo, sorprendente, quasi inspiegabile “comeback” di Kim Cljisters si sono verificati tanti ritiri di giocatori noti, a cominciare da un paio di “sempreverdi” top-ten, David Ferrer e Tomas Berdych, per proseguire con Nicolas Almagro, Mikhail Youzhny, Marcos Baghdatis, ma anche Victor Estrella Burgos e Max Mirny. E fra le donne la più famosa è certo l’ex n.1 del mondo Maria Sharapova, ma anche Sweet Caroline Wozniacki, Dominika “Cipollina” Cibulkova. Nel 2018 aveva detto basta Tommy Haas, le nostre Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Karin Knapp, Nadia Petrova e chissà quanti/e dimentico… aggiungete pure voi.

 

Ma cosa si prevedeva che sarebbe successo nel 2020 e oltre? Per quanti questo sarebbe stato l’anno dell’addio? Beh, i gemelloni sovrani del doppio Bryan, 42 anni il prossimo 29 aprile – Bob 119 titoli di doppio e Mike 124 – avevano annunciato che avrebbero giocato l’ultimo US Open per poi appendere la racchetta al chiodo dopo essere stati insieme n.1 del mondo di specialità per 438 settimane (ma Mike lo è stato per 506), di cui 139 consecutive: ennesimo record. Altro record: per 10 anni hanno chiuso la stagione da n.1. Potrebbero rivedere i loro piani e giocare le Finali di Davis a novembre? Anche se adesso perfino la nuova Coppa Davis rischia di saltare, sebbene a Madrid la si giochi quando più tardi non si potrebbe. Ma nessuno può giurare che l’effetto Coronavirus, che in Spagna sta imperversando quasi come in Italia, sia davvero finito, anche se tutti ce lo auguriamo.

Dai 42 anni dei Bryan, andando a ritroso dai più anziani e soffermandosi sugli ex n.1 ecco Venus Ebony Williams. Il 17 giugno Venus compierà 40 anni. Pur avendo vinto 7 Slam (in 16 finali), fra cui 5 Wimbledon, Venus è stata n.1 del mondo in tre occasioni ma complessivamente soltanto per 11 settimane, una differenza enorme con Serena che lo è stata per 319 (9 più di Roger Federer!) e certo gliene ha sottratta più d’una. Beh Venus mi aveva fatto intendere un anno fa che il suo obiettivo era partecipare ancora una ultima volta alle Olimpiadi. Già medagliata d’oro 4 volte (come soltanto la sorella Serena) con un oro in singolo e tre in doppio (più una medaglia d’argento in doppio misto. Record per il tennis, a pari merito con
Kitty McKane Godfree), lei che era già la sola tennista a potersi vantare di aver vinto una medaglia in 4 Olimpiadi diverse (da Sydney 2000 in poi), se fosse riuscita a vincere un’altra medaglia anche a Tokyo avrebbe stabilito un record probabilmente imbattibile. In 14 finali di Slam in doppio femminile lei e Serena non ne hanno persa una.

Le due sconfitte patite con una ragazzina che avrebbe tranquillamente potuto essere sua figlia, la quindicenne Coco Gauff in due Slam, Wimbledon e Australian Open, non l’hanno turbata al punto da dichiararsi pronta al ritiro, però anche se la classifica “ghiacciata” dal virus la vede oggi e per chissà quanto soltanto n.67 del mondo, io confesso che sarei molto ma molto sorpreso se con le Olimpiadi slittate al 2021 Venus non avesse già detto “no mas”. Oltretutto riguardo a Tokyo 2020 da disputare nel 2021 – i giapponesi non vogliono buttare a mare i loghi e tutto il materiale pubblicitario contrassegnato dal 2020 – non si sa ancora quale possa essere la data. Chi dice giugno (quando ci saranno europei di calcio, Giro d’Italia, per citare i primi eventi che mi vengono a mente…), chi dice marzo, quando per almeno uno dei due Masters 1000, Indian Wells oppure Miami si tratterebbe di un nuovo disastro, chi dice la stessa data che era stata programmata per quest’anno.

Venus Williams – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A PAGINA 2: CI SARANNO ROGER FEDERER E SERENA NEL 2021?

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