Barty: "Il bello di questo sport è che c’è sempre un’altra possibilità"

Interviste

Barty: “Il bello di questo sport è che c’è sempre un’altra possibilità”

La conferenza stampa della vincitrice del Miami Open. “Il periodo di stop dal tennis mi ha fatto bene. Amo questo sport: tutto quello che si trova tra alti e bassi è piacevole”

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È una Barty raggiante quella che si presenta in conferenza stampa dopo la prima vittoria in un evento di categoria Premier (prima giocatrice australiana a vincere a Miami) e l’ingresso nella top 10 WTA.

Sono stati 15 giorni straordinari – davvero – sono orgogliosa di come ho affrontato queste due settimane e di come ho giocato oggi in una situazione e su un palcoscenico davvero importanti. Riguardo al match odierno sapevo che si sarebbe deciso su pochi punti e le occasioni da sfruttare sarebbero state poche. Credo di essere stata brava a farlo”.

La vittoria contro pronostico di Barty, oltre a riconsegnare al grande tennis una ex bambina prodigio che sembrava essersi irrimediabilmente persa, rimarca ancora una volta il livellamento e l’incertezza nei due tour (33 vincitori diversi nei primi 33 tornei ATP e WTA da inizio stagione, in attesa della finale maschile). “Credo sia magnifico, non trovate? Sopratutto nel circuito femminile il livello è cresciuto molto e le differenze sono davvero minime. Al momento qualsiasi giocatrice in tabellone può legittimamente ambire a vincere il titolo”.

 

Sono molte e variegate le domande sul suo periodo di pausa dal tennis. Non potrebbe essere altrimenti per la giocatrice del Queensland, che dopo quasi due anni di lontananza dalle competizioni ufficiali e un faticoso rientro ai piani alti delle classifiche mondiali, centra un risultato cosi importante a conferma di un ottimo stato di forma; quest’anno aveva già battuto due top 10 a Sydney (tra cui l’allora numero 1 Halep), e ne ha sconfitte tre qui a Miami.

Lo stop mi ha fatto bene perché mi ha dato la possibilità di rilassarmi e di condurre una vita più normale rispetto a quella che ero costretta a fare nel tour. Ho fatto cose diverse, come giocare a cricket e sono diventata anche una discreta giocatrice in quello sport. Mi ha permesso di guardare le cose da una prospettiva differente. Il prolungato break mi ha reso una persona diversa e ho apprezzato molto quello che le persone a me vicine mi hanno saputo trasmettere, aiutandomi a diventare la migliore versione di me stessa. Oggi mi sento una giocatrice migliore, in grado di affrontare le grandi partite e le situazioni di pressione in maniera più efficace”.

Non ci sono soltanto i riferimenti al periodo durante il quale non è stata una giocatrice di tennis. Ashleigh è anche l’esempio di come si possa vincere praticando un tennis assolutamente non convenzionale. “Cerco sempre di portare la maggior varietà possibile sul campo per neutralizzare le migliori armi delle mie avversarie. Mi sento una giocatrice più completa e gestisco meglio la pressione. Riesco a giocare meglio e sento di poterlo fare con continuità. Quando sono al meglio posso giocarmela con le migliori“. Tagli, cambi di ritmo, ma non solo: per l’australiana anche la battuta ha una grande importanza. “Credo che nonostante la mia altezza il servizio rimanga un colpo fondamentale per il mio gioco, in quanto mi consente di prendere il comando dello scambio. Devo ringraziare il mio coach storico Jim Joyce per questo, e anche il mio team attuale che è stato in grado di svilupparlo ulteriormente e di aiutarmi ad aggiungere altre soluzioni”.

Barty rimane anche una grande doppista (è n.6 al mondo), e lo scorso settembre ha vinto il primo Slam della sua carriera a New York. Appare evidente come le belle affermazioni con partner diverse, dall’amica storica Casey Dellacqua passando per Vandeweghe e quella con cui è scesa in campo qui a Miami, Azarenka, possano averla aiutata anche nella scalata al ranking di singolare. “Casey mi ha insegnato tantissimi aspetti del gioco del doppio e della vita in generale. Sicuramente mi ha aiutato a sentirmi a mio agio e questo è poi continuato con Coco e Vika. Amo giocare il doppio e cerco di giocarne più volte che posso. Da Vika ho appreso molto sulla gestione della pressione, considerando che lei ama esprimersi in queste situazioni”.

Insomma, una Barty molto più convinta dei propri mezzi che si sente pronta e motivata per affrontare la stagione sul rosso e non teme il paragone con la ‘Next Gen’ del tennis femminile, rispetto alla quale il suo documento di identità – che riporta come anno di nascita il 1996 – non la posizione poi troppo lontana. In fondo, ha solo un anno in più della numero 1 del mondo Naomi Osaka. Beh, quando vedi altre ragazze raggiungere il successo non può che motivarti. Ognuno ha il suo sviluppo personale e professionale. Il mio negli ultimi due anni mi ha portato ad essere cià che sono ora. In ogni caso, non credo che i loro risultati possano motivarmi più di quanto riesco a fare da sola e insieme al mio team”. Certo lasciarsi spronare è importante, ma trovare dentro se stessi le motivazioni principali è l’unica strada verso il successo.

La vittoria odierna rappresenta per Ashleigh un nuovo inizio. Tuttavia, a detta della stessa australiana non si tratta del miglior momento della sua carriera: “Il mio miglior momento è stato l’ultimo doppio in coppia con Casey (Dellacqua, ndr) lo scorso anno durante il suo addio alla Fed Cup. Mentre il peggiore credo sia stato la finale persa quest’anno a Sydney. Ad ogni modo, amo questo sport anche perché sa regalare questi momenti. C’è sempre la possibilità di diventare una giocatrice migliore. E tutto quello che si trova nel mezzo di questi alti e bassi è piuttosto piacevole”.

Insomma, Ashleigh Barty è un talento definitivamente ritrovato nel gioco e nella mentalità. Una notizia che può soltanto far bene al movimento femminile.

A cura di Gianluca Santori

IL VIDEO DELLA CONFERENZA

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ATP

Frédéric Fontang, coach di Auger-Aliassime: “Quest’anno punto su Felix vincitore a Wimbledon” [VIDEO ESCLUSIVO]

“Mostrare le emozioni, positive e negative ci sta, ma ci sono dei limiti. Non si tratta solo di vincere o perdere, ma come”. Due chiacchiere con uno degli allenatori del momento, dal 2017 sulla panchina del talento canadese

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Un buongiorno a tutti gli appassionati di tennis di Ubitennis! Prima dell’avvio degli Australian Open abbiamo avuto il piacere di parlare con il coach di Felix Auger Aliassime, Frederic Fontang, che ringraziamo per la sua disponibilità; Frederic è stato nominato e votato dai colleghi coach ATP fra i 5 coach dell’anno 2022, in quanto ha aiutato Felix a raggiungere le Nitto ATP Finals e a scalare il ranking fino alla posizione n.6 del mondo.

D: Per cominiciare ti chiediamo un commento sul’anno appena concluso:

R: Questo è il periodo dell’anno in cui si torna in Australia e si comincia una nuova stagione. Siamo contenti della stagione 2022, Felix ha vinto 4 tornei e si è qualificato per le Finals a Torino, che fra l’altro è una splendida città. Tante emozioni positive e tanti “check” nella lista dei traguardi da raggiungere. Ha vinto la Davis, ha vinto dei tornei anche a livello ATP 500, per cui i prossimi passi sono naturalmente i 1000, gli Slam e il numero 1 nel ranking. Ma la competizione non conosce soste e quindi dobbiamo continuare così.

 

D: La mia prossima domanda riguarda gli aspetti mentali del tennis. Questo sport a volte è chiamato lo sport del diavolo. Dal tuo punto di vista, sotto il profilo mentale, quali i sono i punti di forza e di debolezza di Felix su un campo da tennis? Ad esempio nel 2022 Felix è stato comparativamente più bravo a salvare break point che a trasformarli.

Break point salvati contro top-20 – anno 2022

R: Naturalmente una dei punti di forza di Felix è il servizio e questo lo aiuta parecchio a salvarsi. Mentre quando cerca di convertire una palla break si trova in risposta e quindi ovviamente parte da una posizione di difesa. Ma questa è solo una parte della spiegazione e comunque è un aspetto su cui dobbiamo migliorare. Per quanto riguarda invece la parte mentale, il suo punto di forza è la resilienza. A prescindere dai risultati, che vinca o perda, lui comunque torna il giorno dopo ad allenarsi con un’attitudine positiva, come ad esempio è successo l’anno scorso a Wimbledon e allo US Open, dove ha perso al primo turno. Ma è stato capace di tornare in campo con tutta l’attenzione e il focus necessari per ritornare in carreggiata. È molto consistente, sa dove vuole arrivare e questo è sicuramente un punto di forza di Felix.

D: Continuamo allora sul tema della forza mentale: diciamo che a partire dagli anni ’80/90, soprattutto negli Stati Uniti, la “mental strenght” è diventata un fattore chiave nell’allenamento di un tennista professionista. Mi riferisco in particolare al classico “16 seconds cure” di Jim Loehr (positive phisical response, relaxation, preparation, rituals). Credi ad esempio che queste metodologie siano ancora attuali?

R: Il tennis è una competizione dura, è un po’ come la boxe ma senza contatto fisico. Tutti vogliono imporre il proprio gioco ed essere aggressivi. Ciò significa essere sempre pronti su ogni punto, ogni colpo. Durante gli scambi è fondamentali essere reattivi. E poi tra un punto e l’altro non bisogna abbattersi per un colpo sbagliato, l’importante è rimanere nel presente e focalizzarsi sul punto successivo. Diciamo che una volta si badava più a cercare di mantenere l’aggressività in campo, mentre adesso conosciamo meglio il cervello. Abbiamo più strumenti per capire come funziona il cervello e il corpo, e cerchiamo di applicarli. Con Felix cerchiamo di sviluppare degli strumenti per comunicare e guidarlo al meglio nelle routine, nella preparazione al match e durante il match. Quello che vedo è che oggi la cassetta degli attrezzi sotto questo punto di vista è molto più ricca.

D: Suppongo che sia un po’ un processo di scoperta, in cui si provano cose diverse e si vede cosa funziona; e conta anche quanto il giocatore “compra” quello che si sta cercando di proporre; qual è l’atteggiamento di Felix?

R: È un aspetto su cui siamo d’accordo e ci stiamo lavorando, assieme alla parte fisica, tecnica e tattica. Ogni giocatore è diverso e bisogna trovare per ognuno le giuste chiavi. Ma stiamo migliorando, per rendere le cose più semplici è necessario essere consistenti ed essere capaci di girare l’interruttore e passare in modalità “competizione”. Inoltre come dicevamo prima è fondamentale non guardare né avanti né indietro ma rimanere sul presente, un po’ come nella vita. Solo che lo sport è un acceleratore, tutto va molto più di fretta.

D: Parlando di emozioni, a volte ti è capitato di vedere Felix dare la sensazioni di arrendersi? Ad esempio a volte succede di vedere un giocatore dare l’impressione di non combattere e lanciare dei segnali negativi in termini di linguaggio del corpo, quando l’avversario trova dei momenti in cui gioca al meglio. Ti è capitato a volte di vedere Felix rivolgersi al tuo angolo durante un match come per dire “e che faccio con questo?” Come gestite queste situazioni? Magari qualche eruzione di rabba per darsi una scossa può essere un’idea?

R: è come con la tecnica, devi allenarti non solo sulla meccanica dei colpi, ma allenarti a ripetere come gestire bene certe situazioni. La frustrazione e la rabbia emerge quando le attese non sono allineate con le esecuzioni. A volte succede ed è normale e le emozioni arrivano. Ma il punto non è bloccare le emozioni, è imparare a gestirle, riconoscerle e trattarle adeguatamente. Per fare questo serve applicare delle tecniche, ma anche queste cose vanno allenate. Nel caso di Felix ad esempio una chiave del suo gioco è l’aggressività, il suo gioco è molto fisico e l’energia che mette in campo deve essere sempre molto alta. Il rischio però è quello di metterci troppa energia e andare fuori giri. Quindi è necessario mostrare intensità, un linguaggio del corpo positivo, per scaricare la tensione ed essere aggressivo, ma quando l’intensità comincia ad essere troppa e le emozioni superano una certa soglia, lui ha imparato a rallentare e riprendere il controllo della situazione. E qui è una questione di applicare gli strumenti giusti: ad esempio concentrandosi sulla respirazione, visualizzando immagini di un certo tipo e azionando delle routine. Tutto questo però va allenato affinchè quando si gioca sul serio le cose escano più naturali.

D: Passiamo ad un aspetto leggermente diverso: qua passiamo a parlare di attitudine: è possibile avere allo stesso tempo uno spirito ferocemente competitivo in campo ed essere una persona normale ed equilibrata fuori? Voglio dire, rifiuarsi di perdere sempre e comunque con tutte le proprie forze è forse uno dei tratti distintivi di un grande campione, come la vedi?

R: Su questo posso esprimere il mio modo di vedere le cose, che è anche il modo di vedere le cose dei genitori di Felix ed è il modo in cui Felix è stato educato. Ad esempio Felix è una brava persona, ma questo deriva dall’educazione. Che una vinca o perda secondo me in ogni caso deve comportarsi bene, dentro e fuori del campo. Inoltre quando uno arriva a certi livelli diventa anche un role-model, anche per i bambini, ed è giusto inviare i messaggi giusti. Per me ci sono delle linee chiare da seguire, ma questo non significa essere remissivi; io credo che uno possa essere un gran combattente in campo, ma rispettando gli avversari e i fan, come hanno sempre fatto Federer e Nadal. Le emozioni non possono essere eliminate, ma in ogni caso ci sono dei limiti. Mostrare le emozioni, positive e negative ovviamente ci sta, ma comunque ci sono dei limiti. Ad esempio anche spaccare una racchetta, può succedere che in un momento di frustrazione succeda, ma anche la frequenza con cui succede conta. Ci sono anche dei bambini che guardano e dobbiamo essere dei modelli. Se ci comportiamo male poi passa il messaggio che per avere successo bisogna comportarsi negativamente. Non è solo una questione di vincere e perdere, ma come.

D: Visto che siamo all’inizio dell’anno, facciamo un piccolo gioco: se dovessi scommettere nel 2023, chi vincerà i tornei del Grande Slam e chi andrà a Torino?

R: A parte Felix, che adesso è in una posizione di potersi presentare per vincere, credo che Rafa, anche se molti dicono che potrebbe ritirarsi, l’anno scorso ha vinto 2 Slam e ha finito la stagione da n. 2 del mondo. Secondo me Rafa rimane il favorito per il Roland Garros nonostante tutto. Per l’Australian Open ovviamente c’è Djokovic. Ci siamo allenati assieme ad Adelaide e Novak è pronto alla sfida. E non dimentichiamo Medvedev. Per i tornei sul cemento insomma Djokovic e Medvedev per me sono i due favoriti e quindi per US Open e Australian Open direi che punterei su di loro. E infine su Wimbledon il discorso secondo me è più aperto. Felix ha già fatto i quarti lì, ha un gran servizio e ha tutte le armi per fare bene. E quindi il mio pronostico è Felix vincitore a Church Road.

D: Da italiano spero che a Wimbledon ci siano anche Sinner e Berrettini come contender…

R: Sì certo, Wimbledon alla fine è il torneo che si presta meglio a sorprese. L’erba è sempre particolare. E Djokovic ovviamente non può che essere fra i favoriti, ma anche Berrettini e Sinner vanno ricordati, Fritz pure non è da sottovalutare.

D: Arriviamo alla fine dell’intervista con le ultime due domande: nei prossimi giorni uscirà su Netflix la serie “Break Point”, dagli stessi produttori della serie “F1 drive to survive”.  Ho visto che nel teaser compare anche Felix, per cui assumo che siate stati coinvolti: ci puoi dare un feedback su questa esperienza? Alla fine deve essere stato qualcosa di nuovo, avere delle troupe televisive che vi seguono anche nei momenti più privati e in spazi dove normalmente i media non hanno accesso. È stato qualcosa che vi ha infastadito? O alla fine è stato un piacere condividere questi aspetti? E infine un’ultima cosa: ci potete dare qualche anticipazione/impressione? Avete visto qualcosa in anteprima?

R: È vero che durante i Masters 1000 e Grand Slam l’anno scorso la troupe di Netflix era presente. Non sempre, ovviamente, però si vedevano prima e dopo i match e anche in palestra o negli allenamenti. Ma si sono comportati in maniera estramente professionale, mantenendo la distanza quando era richiesto. Sotto questo aspetto niente da dire. E lato nostro è vero che all’inizio era una cosa un po’ strana e magari non eravamo molto naturali, ma poi ci siamo abituati ed è stata una bella esperienza. Sul dopo non saprei dirti, ne sappiamo quanto voi: ho visto anche io solo il teaser, per cui non posso aiutarti. Felix ha fatto bene, è stata una storia positiva per cui penso che gli abbiano dedicato spazio, ma non si può sapere. Netflix e i produttori hanno la loro agenda e le loro priorità, anche in termini narrativi. Devono costruire delle storie che siano interessanti e spero che possa riflettere la realtà e che le necessità di mettere insieme una storia rispecchi comunque la realtà.

D: Chiudiamo con un’ultima domanda: in un certo senso i media sono necessari per lo show, ma capisco che a volte possano essere una scocciatura; se potessi decidere come ti piacerebbe che fossero organizzati le cose? Ti piacerebbe che ci fosse magari un rapporto più collaborativo?

R: Credo che i giornalisti siano molto importanti, non solo nello sport. Hanno la connessione con gli atleti, possono raggiungere e diffondere informazioni che altrimenti non sarebbero disponibili. Ma credo che per i giocatori le cose potrebbero essere organizzate diversamente, alla fine è un po’ sempre lo stesso, un po’ monotono. Le domande quasi sempre si ripetono, sarebbe bello che si riuscisse a rendere le cose più interessanti. Alla fine i giocatori sono giovani e sono abituati a destreggiarsi con i social media quindi magari è anche una questione di contenuti; e poi c’è anche un discorso di timing, di quando fare queste cose. Dopo il match ovviamente è necessario parlare con gli atleti, ma anche parlare con i coach sarebbe interessante, anche per avere qualche approfondimento, discutere della preparazione ai match, o anche gli aspetti mentali. Però è importante trovare degli strumenti e istruire un processo per rendere tutto più semplice. Spero che in futuro le cose possano migliorare, di sicuro c’è margine per migliorare.

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Flash

Camilla Rosatello: “Alla United Cup Berrettini e Musetti mi trattavano come una loro pari. Da Swiatek ho capito cosa significa giocare al top” [ESCLUSIVA]

Protagonista in doppio misto alla United Cup, Camilla Rosatello parla apertamente ad Ubitennis anche di Australian Open: “È solo un caso che i miei compagni siano usciti tutti al primo turno”

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Camilla Rosatello esulta tra Vavassori e Musetti per il Team Italia - United Cup 2023 (Photo Credit: Tennis Australia/Dan Peled)

Il primo, intenso mese della stagione 2023 si prepara ad andare in archivio. La United Cup e i successi degli imbattibili Novak Djokovic e Aryna Sabalenka – entrambi vincitori di un altro torneo oltre l’Australian Open e ancora senza sconfitte – sono stati gli highlights di questo scoppiettante gennaio oceanico. Se il primo Slam della stagione non ha regalato molte gioie all’Italia del tennis, con il solo Jannik Sinner approdato alla seconda settimana, a fare da contraltare c’è il successo sfiorato nella neonata United Cup, competizione mista al primo anno di vita che ha già però impressionato positivamente giocatori e addetti ai lavori.

L’Italia è andata ad un passo dall’impresa, arrendendosi soltanto in finale di fronte ai fortissimi Stati Uniti. Abbiamo intervistato una delle protagoniste della squadra azzurra, Camilla Rosatello, sempre protagonista in doppio misto seppur con compagni diversi. Gentile, disponibile e molto educata, Camilla è attualmente numero 235 del mondo in singolare e 174 in doppio e, guardandosi indietro di qualche anno, può vantare una vittoria contro chi oggi sembra inscalfibile. A fine agosto 2017 infatti, al primo turno di qualificazioni dello US Open, Rosatello rimontò e vinse 5-7 6-4 6-3 contro l’allora n°110 del ranking Aryna Sabalenka.

Immagino che la United Cup sia stata una grande esperienza: com’è stato giocare al fianco di Berrettini e Musetti?

 

CAMILLA ROSATELLO: “È stato fantastico, un’esperienza che mi ha aiutato e può aiutarmi molto nell’arco di questa stagione. Devo dire che siamo stati da subito una bella squadra, fuori dal campo si sono creati dei bei rapporti umani ed è quindi stato più facile giocare insieme. Io ho una classifica e loro ne hanno un’altra, quindi avrebbero potuto farmi pesare il fatto di essere meno forte, però questa è una sensazione che non ho mai avuto. Mi hanno sempre aiutato e trattato come una giocatrice alla loro pari, quindi è stato molto più semplice esprimermi. Credo che sia partito tutto dal nostro rapporto fuori dal campo: eravamo molto uniti e andavamo sempre fuori a cena insieme, come se fosse quasi una Coppa Davis o una Fed Cup. Così era più facile gestire momenti di pressione e difficoltà durante i match, conoscendoci meglio fuori è anche più facile sapere come aiutarci dentro“.

Che cosa si prova ad avere dall’altra parte della rete la n°1 del mondo? Che cosa pensavi prima di scendere in campo? Ci hai parlato?

CAMILLA ROSATELLO: “Ero onorata di poter giocare contro di lei, non tutti hanno questa possibilità. È stato bello ma molto difficile, giocare contro lei e Hurkacz non era una partita facile a prescindere. Swiatek rispondeva molto bene anche al servizio di Musetti, mi ha fatto capire che ci sono molti margini di miglioramento e mi ha mostrato il livello top del tennis femminile. È stato bellissimo affrontarla, l’ho presa come un’esperienza molto positiva. Non ci ho mai parlato, ma mi sembra molto educata: salutava sempre tutti, però non siamo mai andate oltre il semplice saluto”.

Consocevi meglio qualche altra giocatrice? Che rapporto avevi invece con con Lucia Bronzetti, Martina Trevisan e gli altri membri della squadra?

CAMILLA ROSATELLO: “Una giocatrice che conoscevo da tempo è Haddad Maia, giravamo spesso insieme qualche anno fa. Quando queste persone diventano più forti spesso diventano più riservate, invece ‘Bia’ non è cambiata per niente ed è rimasta con i piedi per terra. Con lei avevo un po’ più di rapporto e ho scambiato qualche parola in più, così come Bencic, che è sempre molto educata e carina. Conoscevo anche Maria Sakkari, ma dopo aver perso la prima partita contro Martina non era proprio il momento migliore per scambiare due chiacchiere.

Passando alle mie compagne, conoscevo molto bene Lucia: ci siamo allenate molto tempo insieme facendo anche diversi tornei, era quella che conoscevo di più. Avevo già avuto a che fare anche con Martina, ma era tanto che non la vedevo, così come con Matteo Berrettini. Chi non avevo mai visto invece era Lorenzo Musetti, forse al massimo una o due volte, ma non ci avevo mai parlato. Con Vavassori e Bortolotti, invece, avevamo fatto dei tornei in Spagna a novembre 2022, parlando anche di United Cup. Abbiamo creato davvero un bel gruppo, si lottava tutti per un unico obiettivo ma si viveva tutto in modo molto sereno, tranquillo e divertente.”

Quanto tempo prima dell’inizio della United Cup avete iniziato a sentirvi o vedervi?

CAMILLA ROSATELLO: Avevamo fatto un gruppo su WhatsApp tempo prima, già da metà dicembre avevamo iniziato ad organizzare gli arrivi e scherzavamo e ridevamo tanto sul gruppo. Non conoscevo Vincenzo Santopadre, ma si è rivelato una persona davvero fantastica: sa unire la parte più seria, quando sei in campo, con quella divertente che serve a farti rilassare e non avere troppa tensione. È stato un capitano fantastico, non c’è dubbio: ci ha aiutato tantissimo”.

Se dovessi scegliere una persona sola della squadra con cui uscire a cena, allenatori inclusi, chi sceglieresti?

CAMILLA ROSATELLO: Direi Musetti, perché con lui ho creato un bel legame nonostante fosse colui che conoscevo meno. Quindi sì, o lui o Lucia Bronzetti.

Prima abbiamo parlato di Iga Swiatek, com’è invece giocare contro un top10 come Hurkacz? Quanto è stato difficile rispondere al suo servizio?

CAMILLA ROSATELLO: Se avessi risposto qualche volta te lo saprei dire! Ho preso tantissimi ace in quelle due settimane, non ne ho mai presi così tanti in tutta la vita. Il campo era anche piuttosto veloce ed era già complicato rispondere ad una donna che serve bene, figuriamoci ad un uomo. Su questo aspetto Matteo e Muso mi hanno aiutato molto, mi dicevano di fare attenzione ad alcuni particolari come il lancio di palla o i movimenti. Poi comunque, alla fine, ero costretta a scegliere un angolo: coprire tutto era impensabile, soprattutto nel caso dei servizi ad uscire perché la palla si allargava molto. Chiedevo spesso aiuto a Berrettini e Musetti sugli angoli da coprire“.

Ti farebbe piacere giocare di nuovo la United Cup il prossimo anno? Vi aspettavate di arrivare in finale già dalla prima edizione?

CAMILLA ROSATELLO: Assolutamente sì, la rigiocherei con grande piacere! Non abbiamo mai parlato di obiettivi in realtà, ognuno durante i suoi match pensava a far bene e portare a casa il suo risultato. Non c’era secondo me l’idea di andare subito in finale, anche se ovviamente volevamo dare il massimo perché comunque stavamo vestendo la maglia della Nazionale. Per me avere indosso la maglia azzurra è sempre qualcosa di fantastico, ma non so se tutti si aspettavano che avremmo raggiunto la finale“.

Come vivevate il tempo fuori dal campo tra un match e l’altro e nei giorni in cui dovevate viaggiare? C’era qualcuno scaramantico in squadra per cui magari avevate sempre le stesse abitudini?

CAMILLA ROSATELLO: Di solito i giorni di riposo erano dedicati agli allenamenti. È stato bello, per me, aver avuto la possibilità di allenarmi anche con i ragazzi e non soltanto con le ragazze. Un giorno, ad esempio, si sono allenati insieme Matteo e Martina, un’altra volta è toccato a me con Lorenzo. Quanto a scaramanzie direi di no, andavamo spesso in un solo ristorante ma perché ci piaceva molto lì! Sui viaggi, secondo me potevano essere gestiti un po’ meglio. Quando siamo andati da Brisbane a Sydney avevamo soltanto un giorno di recupero e l’abbiamo speso per viaggiare: un giorno in più non sarebbe stato male”.

Per essere la prima edizione nel complesso è andata bene, ma di certo si potrebbero migliorare alcuni aspetti, come ad esempio quelle delle varie location e spostamenti. Tu che cosa proporresti?

CAMILLA ROSATELLO: “Secondo me dovrebbe essere aggiunta una quarta città per disputare le finali. Gli USA sono stati favoriti rimanendo sempre a Sydney. Anche se avrebbero vinto comunque, perché avevano una grande squadra dove alla fine il più ‘scarso’ era Tiafoe, penso siano stati ulteriormente agevolati dalle varie circostanze. Noi, per dire, siamo partiti alle 7 del mattino avendo finito la sera prima a mezzanotte. Tra fare le valigie e tutto il resto avremo dormito tutti 4 ore, non è stato proprio il massimo.

Però ci è ancora andata bene, perché la Grecia ad esempio era nelle nostre stesse condizioni, ma ha dovuto fare tre ore e mezza di volo unite alle tre ore di fuso. In più loro giocavano con 38/40 gradi outdoor fino al giorno prima, invece a Sydney era indoor. Avendo noi giocato di sera la Final4 abbiamo avuto un po’ più di tempo per recuperare. La Polonia invece è arrivata alle 17.30 e il mattino dopo era subito in campo. Swiatek, infatti, ha fatto davvero fatica proprio a livello fisico, anche perché le condizioni erano molto diverse. Il campo a Sydney era molto più lento rispetto a Brisbane“.

Parlando di Australian Open, purtroppo tutti i tuoi compagni (Berrettini, Musetti, Bronzetti e Trevisan, ndr) sono usciti al primo turno. Pensi sia solo una coincidenza o magari c’è stata qualche difficoltà di adattamento?

CAMILLA ROSATELLO: Le due settimane di United Cup sono state molto intense. Io, per dire, arrivata alla domenica ero distrutta e dovevo subito ripartire il giorno dopo. Non so risponderti per loro, ma sicuramente avranno avuto quasi una settimana di tempo per adattarsi. Penso che le loro uscite premature siano state soltanto una coincidenza.

Hai visto qualche loro partita dal vivo?

CAMILLA ROSATELLO: Non sono riuscita, sono dovuta ripartire subito e non ho avuto modo di vederli. Anche in TV era complicato assistere ai match per via del fuso orario. Ho visto un piccolo pezzo della partita di Sinner contro Tsitsitsipas, ma per il resto durante la notte dormivo!”

Tra United Cup, Coppa Davis e Fed Cup credi che possa arrivare qualche successo dell’Italia?

CAMILLA ROSATELLO: Secondo me sì, anche se ormai Davis e Fed Cup sono molto più ridotte all’osso. Non si premia la profondità della squadra, bastano uno o due top20: penso sia più una questione di punte. Credo che in questo momento ci siano più possibilità di vincere a livello maschile, ci sono più giocatori in alto. Tuttavia, sul lungo termine si potrà arrivare anche ad una vittoria in Fed Cup”.

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Australian Open

Liyanage, data analyst di Sabalenka: “Non parlo direttamente con Aryna, ma prima con il suo coach. Bisogna evolversi in base allo status del giocatore” [ESCLUSIVA]

Shane Liyanage ha svelato ai microfoni di Ubitennis alcuni segreti e curiosità sul mondo delle statistiche, che hanno portato alla grande crescita di Aryna Sabalenka e non solo

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Aryna Sabalenka - Australian Open 2023 (foto Twitter @AustralianOpen)

Aryna Sabalenka è certamente la giocatrice del momento. Ancora imbattutta in quasto 2023, la bielorussa ha vinto due titoli e undici match su altrettanti incontri disputati, conquistando ben 22 set su 23 (l’unico lasciato per strada è il primo parziale della finale dell’Australian Open). Per tornare al n°2 del ranking, Aryna si è affidata ad un servizio stratosferico, che tanti problemi le aveva creato in passato ma che, finalmente, è riuscita a far rendere al meglio.

Per arrivare ad essere così efficace, Sabalenka si è servita dell’aiuto di un esperto di biomeccanica, con il quale ha iniziato a lavorare dall’estate 2022. Da allora, il livello del suo gioco è ampiamente salito: oltre ai due successi in Australia, non vanno dimenticate le semifinali a Cincinnati e allo US Open e la finale alle WTA Finals. Contanto che, nei suoi primi 37 match disputati la scorsa stagione, la bielorussa aveva commesso oltre 300 doppi falli (media superiore agli otto a partita), il bilancio è decisamente positivo. Anche perché la media del 2023 si è quasi dimezzata: con 51 doppi errori negli 11 incontri finora disputati, ci si aggira a poco più di 4,6 doppi falli a match, comunque compensati da 81 ace (quasi 7,4 a partita).

Il nostro Federico Bertelli ha provato ad andare più in profondità intervistando Shane Liyanage, CEO e fondatore della società di statistiche che collabora con la n°2 del mondo. Non solo con lei a dire il vero, perché la Data Drive Sports Analytics (DDSA) segue anche Ons Jabeur, Emil Ruusuvouri e Taro Daniel. Nella sua lunga chiacchierata con Ubitennis, Liyanage ha fornito diversi interessanti spunti di riflessione, dal processo di raccolta dei dati fino al suo utilizzo vero e proprio, passando per il rapporto costruito con Sabalenka. Di seguito il video integrale dell’intervista.

 

Nei primi minuti si parla del gran lavoro svolto con Sabalenka e di quanto Liyanage sia fiero e felice per i risultati ottenuti (“Aryna ha lavorato davvero duro, sono molto contento per lei e per il suo team”). Viene analizzato inoltre anche lo sforzo in termini sia di raccolta dati che di produzione di servizi e report su misura per il singolo giocatore.

I dati vengono raccolti in molti modi diversi, analizzando video manuali e automatizzati, oltre agli Hawkeye data. Non esiste un modello univoco per mettere insieme le diverse statistiche, poiché ogni torneo ATP, WTA e i quattro Slam hanno un approccio diverso di condivisione dei dati, anche se tutti questi arrivano in tempo reale. Ad esempio, Tennis Australia ha ideato un’applicazione che consente ai giocatori e ai rispettivi team di ottenere l’accesso diretto a informazioni approfondite e dati grezzi forniti da occhio di falco, che triangola la posizione della palla e raccoglie dati relativi ad ogni singolo colpo di un match.

Un altro punto interessante riguarda la presentazione, l’analisi e lo studio dei vari dati, che devono poi essere trasformati in informazioni utili. Questa è probabilmente la la parte più impegnativa da un punto di vista intellettuale. Per questo motivo, nella squadra d’analisi di Liyanage è presente anche un allenatore di alto livello, che accompagna l’esperienza di Shane sia nel tennis che nell’analisi dei dati. La presenza di quest’ultima figura è fondamentale per costruire un ponte tra persone con competenze diverse.

Spostandoci invece più nello specifico, la relazione tra Sabalenka e Liyanage vede in realtà una terza persona tra i due, ossia il coach della bielorussa. Al contrario di quanto si potrebbe forse pensare, infatti, Shane non comunica direttamente con Aryna, ma è il suo allenatore a fornire le informazioni necessarie alla n°2 del mondo: L’allenatore capisce la sua giocatrice e le sue emozioni meglio di me. Lui può decidere quali informazioni sono importanti e quali meno, quali passare ad Aryna e quali no”.

Non si parla soltanto di numeri relativi alle prestazioni di Sabalenka, bensì anche a quelli delle sue avversarie: l’analisi di servizio, risposta e movimenti in campo (soltanto per citare alcuni aspetti) sono all’ordine del giorno. Per quanto riguarda Rybakina, ada esempio, Liyanage non ha voluto sbilanciarsi molto: “Non voglio dirvi troppo apertamente su quali aspetti abbiamo lavorato e quali abbiamo analizzato di più. Probabilmente dovremo affrontare Elena ancora molte volte in futuro, non voglio rivelare tutti i nostri segreti!”. L’aspetto più importante, comunque, è fare in modo che il giocatore si senta davvero consapevole delle proprie potenzialità, poiché soltanto in queste condizioni lo studio e l’analisi dei dati potranno essere efficaci al 100%.

Le relazioni tra i data experts e i team dei vari giocatori inevitabilmente variano, tanto in base al carattere del singolo tennista quanto al suo status. È normale e fisiologico, ad esempio, che tra un top10 e un junior ci siano molte differenze. Nel caso specifico di Sabalenka, la sua crescita nel corso degli ultimi tre anni è stata evidente. Questa è stata anche accompagnata da un cambiamento caratteriale, ragion per cui anche il suo allenatore ha dovuto cambiare approccio e prospettive nella comunicazione dei diversi dati.

“Negli ultimi tre anni con Aryna, così come negli ultimi quattro con Ons Jabeur, ci siamo dovuti evolvere notevolmente e in modo diverso per ogni giocatore– spiega Liyanage. “Quest’anno poi, all’Australian Open, arrivavano i dati live direttamente da occhio di falco. C’erano molti data analyst nei box dei vari tennisti: io cercavo di scovare alcuni aspetti interessanti da comunicare al coach, che poi riferiva direttamente al giocatori”.

Spostando il focus sui giocatori in rampa di lancio, con cui Shane ha alcuni rapporti, è ovviamente più complicato (se non quasi impossibile, tolti alcuni campi principali degli Slam junior) avere accesso ai dati di hawk-eye. “Di solito con i tennisti junior non si ha accesso alle statistiche fornite da occhio di falco, quindi la soluzione è prendere dati a mano, che comunque è un metodo da non sottovalutare perché anch’esso può essere molto preciso”.

Un aspetto importante da tenere in considerazione è ovviamente anche quello economico, per cui quando si lavora su un junior si fa una sorta di investimento: “È chiaro che da giovani non si hanno risorse sufficienti per potersi permettere i dati completi e specifici come invece accade con un tennista professionista. Da parte nostra si fa quindi un investimento, ma in coloro con cui scegliamo di lavorare vediamo molto potenziale e crediamo che potrà crescere molto”.

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