Fognini-Travaglia, tempo di derby (Benvenuti). Dietro la finale storica di Wimbledon un buco generazionale (Rossi). La olandese Bertens testa di serie n. 1 al Country (Tripi)

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Fognini-Travaglia, tempo di derby (Benvenuti). Dietro la finale storica di Wimbledon un buco generazionale (Rossi). La olandese Bertens testa di serie n. 1 al Country (Tripi)

La rassegna stampa di mercoledì 17 luglio 2019

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Fognini-Travaglia, tempo di derby (Daniele Benvenuti, Tuttosport)

Buona la prima per Stefano Travaglia e anche per l’eterno Paolo Lorenzi nel tardo pomeriggio ad Umago. Già salutato Marco Cecchinato, ma in attesa di rivedere all’opera la giovane wild card altoatesina Jannik Sinner che lunedì sera aveva eliminato il portoghese Pedro Sousa, profuma di azzurro la 2a giornata di match a tempo pieno della 30a edizione del torneo inserito nel circuito ATP World Tour 250 series. Travaglia ha superato piuttosto agevolmente il connazionale Thomas Fabbiano e ora diventa anche il primo avversario di Fabio Fognini, testa di serie numero uno e approdato direttamente al 2° turno, per l’ennesima sfida fratricida: 6-3 6-2 il risultato finale in favore di Travaglia. Addirittura massacrante la prestazione vincente alla quale è stato chiamato l’irriducibile Lorenzi che si è imposto sul tedesco Peter Torebko (promosso dalle qualificazioni) al termine di un confronto teso ed equilibrato. Il 7-5 a favore di Torebko, al termine del primo set, è un eloquente biglietto da visita per un match che Lorenzi riapre subito con un palpitante 6-4, per poi andare a festeggiare al termine di un terzo set che si risolve prevedibilmente al tie break. Sotto di 3-1, l’esperto italiano conquista d’impeto la bellezza di sei punti consecutivi e, approfittando anche di un leggero problema fisico dell’avversario, festeggia il passaggio del turno in attesa di affrontare il serbo Laslo Djere.

Dietro la finale storica di Wimbledon un buco generazionale (Massimo Rossi, Libero)

 

Se alle sei della sera stai giocando la finale dello slam più importante che c’è, davanti a 15.000 spettatori ostili che inneggiano senza sosta al tuo avversario, e ti trovi sotto 7/8-15/40 al quinto mentre sta servendo l’altro, ma vinci il game e poi anche il match, ti chiami Nole Djokovic. Ma potresti anche chiamarti Roger Federer o Rafa Nadal perché questi tre signori sono assolutamente intercambiabili, e inimitabili per tutti gli altri che si trovano dal quarto posto in giù nella classifica mondiale. Il tennis da molti anni è roba loro, in un modo quasi imbarazzante per gli avversari, giovani e meno giovani. Imbarazzante soprattutto perché questa storia non sembra per niente finita qui, a dispetto dell’età, solo anagrafica, dei tre fenomeni: 38 Roger, 33 Rafa e 32 Nole. Quale può essere il perché di questo inarrestabile potere che rende tre soli giocatori padroni di 54 slam, per non contare le decine di Master 1000 e tutti gli altri tornei ATP? I perché sono fondamentalmente due. Il primo va ricercato nel fatto che questi grandi campioni, a differenza dei loro giovani colleghi della cosiddetta next gen, non hanno mai smesso di studiare, pur essendo, a turno, il numero 1 del mondo. E si vede. Ognuno di loro, ogni anno che passa, mostra chiari miglioramenti anche in quel pochissimo che ciascuno di loro ha da migliorare: Rafa ha oggi un servizio straordinario che prima non aveva, Roger un rovescio non più solo in back ma un colpo con il quale è in grado di condurre il gioco come con il diritto, Nole oltre ad aver superato la crisi di identità che lo aveva portato a perdere addirittura con Cecchinato l’anno scorso, ha trovato una sicurezza nei due fondamentali che di fatto non lo fa sbagliare mai. Cosa, quest’ultima, in cui Nadal è il numero uno indiscusso e che penalizza forse di più Roger, unico dei tre a risentire (si fa per dire…) un po’ di tensione nei momenti topici, tanto da non risultare certo il re dei tie break, come anche la recente finale di Wimbledon ha dimostrato. Inoltre il predominio assoluto di questi tre grandi giocatori va cercato nella loro contestualità. L’essersi trovati a convivere più o meno nello stesso arco di tempo, li ha costretti a migliorarsi a vicenda in un lungo rincorrersi di sfide e di rivincite. Non so se potrà mai ripetersi un fenomeno così. Di certo questi fragili campioncini della nuova generazione scompaiono di fronte a questi tre mostri sacri, e penso che una delle ragioni stia anche nella loro pigrizia, fisica e mentale, che impedisce loro di impegnarsi e sacrificarsi per migliorare sempre, giorno dopo giorno. Pensano di essere a posto così e aspettano che questi si scansino. Temo che abbiano sbagliato i conti, intanto che invecchiano loro.

La olandese Bertens testa di serie n. 1 al Country (Valerio Tripi, La Repubblica – Palermo)

La numero 5 al mondo, l’olandese Kiki Bertens, guida il tabellone principale della trentesima edizione degli internazionali di tennis di Palermo che si disputeranno da sabato al 28 luglio sui campi in terra rossa del Country Time Club. Dopo sei anni di assenza il grande tennis torna a Palermo con nomi di tutto rispetto se si pensa che a chiudere il tabellone sarà l’ex numero 4 al mondo, l’australiana Samantha Stosur, vincitrice degli Us Open nel 2011. Al “Palermo Ladies Open” le tenniste da battere non saranno solo Bertens e Stosur, ma anche Julia Goerges, n. 25 al mondo, e la ceca Karolina Muchova che, dopo l’exploit a Wimbledon dove ha raggiunto i quarti dopo avere battuto negli ottavi la connazionale Karolina Pliskova, ha scalato 25 posizioni nel ranking, arrivando alla posizione n. 43. Per rimediare all’assenza dal tabellone principale delle tenniste italiane, penalizzate dalla posizione di classifica, oltre alla wild card assegnata dagli organizzatori a Sara Errani, la scelta è stata proprio quella di assegnare gli altri tre pass alle azzurre che occupano la posizione migliore in classifica Wta: Jasmine Paolini, Martina Trevisan e Jessica Pieri. «La classifica mondiale – spiega il direttore del torneo Oliviero Palma – penalizza le nostre tenniste. Per questo in pieno accordo con la Federazione Italiana Tennis si è deciso di offrire l’opportunità alle azzurre di partecipare al torneo del Country concedendo le altre tre wild card. Da tempo, invece, avevamo deciso di assegnarne una a Sara Errani, giocatrice alla quale siamo legati e che a Palermo ha ottenuto alcuni fra i suoi migliori risultati». Lunedì scatteranno le partite del tabellone principale che si disputeranno sui tre campi del Country con turni di gioco che inizieranno alle 16 e andranno avanti fino a sera. […]

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La grande occasione (Crivelli). Il super tie break salva Federer (Semeraro, Clerici). Serena a casa: Darei un pugno al muro (Viggiani, Crivelli). Fabio perfetto e Coco incanta (Azzolini)

La rassegna stampa del 25 gennaio

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La grande occasione. Dopo le maratone Fognini va veloce. Il sogno dei quarti passa da Sandgren (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Dopo il pane duro, caviale e champagne. […] E Pella, con le sue rotazioni mancine e il rovescio pungente che sulla diagonale poteva pizzicare il dritto, il colpo più instabile di Fabio, non era un rivale facile da ammansire con il pregresso di due maratone da oltre sette ore complessive. L’autostrada. Invece, dopo essere diventato il primo giocatore del nuovo corso degli Australian Open a vincere due partite di fila al tie break (introdotto l’anno scorso con la formula al 10), Fogna si sottrae con talento e lucidità alle insidie del gaucho di Bahia Blanca, numero 25 del mondo e particolarmente grato a Milano (ci ha vinto Avvenire, Bonfiglio e anche il Challenger dell’Harbour), rinato grazie al consigli di una psicologa e al matrimonio con la modella-influencer Stephanie. Ancora una volta, la via della gloria è tracciata dal servizio di Fabio, 64% di prime con il 77°% dei punti, forse l’arma meno attesa ma che in questa settimana gli sta dando la sicurezza per assumere il controllo anche mentale delle partite, soprattutto nei momenti caldi. […] Nelle due occasioni precedenti in cui ha raggiunto il quarto turno, Fognini in pratica è stato cancellato dal match prima da Djokovic (nel 2014) e poi da Berdych (nel 2018). Stavolta gli si para davanti un opportunità ghiotta per eguagliare il Roland Garros del 2011, l’unico Slam che fin qui gli ha regalato i quarti di finale (che poi non giocò per infortunio): l’autostrada che potrebbe condurlo a Federer (e se Roger è quello di ieri, ci sarebbe da divertirsi) ha come prossima fermata il cowboy del Tennessee Sandgren, numero 100 del mondo, già ai quarti due anni fa e qui giustiziere di Berrettini al secondo turno. A farsi indirizzare dall’ultimo precedente, sei mesi fa a Wimbledon, ci sarebbe da palpitare (Tennys, nomen omen, si impose in tre set nei sedicesimi), ma Fabio vuole ricominciare proprio da là: «Quella partita mi è rimasta in gola, anche per il passante incrociato irreale con cui vinse il secondo set. Sicuramente Sandgren vale più della sua posizione in classifica, ha ottenuto tre belle vittorie. Quindi se ci limitiamo al ranking parto favorito, ma credo sarà un match alla pari. Però è vero che se guardiamo ai due big che mi hanno battuto agli ottavi le altre due volte, questa possibilità è sicuramente più concreta. Ma al momento voglio solo godermi la vittoria». Nuovo amico. Maturata anche al ristorante giovedì sera, quando Fabio ha cenato piacevolmente con Alessandro Diamanti, l’ex calciatore, tra l’altro, di Livorno, Bologna e della Nazionale, da luglio ai Western United di Melbourne, poi invitato all’angolo anche nella partita contro Pella: «Mi ha scritto qualche tempo fa e abbiamo cominciato a scambiarci messaggi, qui siamo andati a cena e ci siamo scambiati tanti aneddoti, visto che a me piace il calcio e lui è un appassionato di tennis. Vorrei andarlo a vedere giocare, ma torno in campo in contemporanea». Il sogno di un quarto in Australia val bene una rinuncia.

Il super tie break salva Federer (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

 

Questione di centimetri. Anzi, no: di formati. […] Così, per lo scorno e la delusione di John Millman, il suo avversario al terzo turno degli Australian Open, Il Genio è ancora vivo nel torneo. Magari un po’ stanchino, viste le quattro ore e tre minuti che ha impiegato per raccogliere la sua vittoria numero 100 a Melbourne, uscendo dalle grinfie di Millman, il pedalatore del Queensland, che magari non ha proprio un braccio d’oro ma sembra fatto di ferro, non si ferma mai. E che soprattutto il Numero 1 Emerito nello Slam lo aveva sorpreso due anni fa a New York. E quindi con qualche ragione sperava, progettava, sognava di rifarlo. «Sull’8 a 4 per John nel tie-break, onestamente ho pensato che ero pronto a spiegare in conferenza stampa perché avevo perso, ha raccontato Roger zuppo di sudore, gli occhi ancora fissi sul baratro. «E devo dire grazie al super tie-break, altrimenti sarei fuori E’ stata dura. Però ho continuato a provarci. Per vincere partite del genere l’esperienza conta molto. Non mi sono fatto prendere dallo stress quando ho perso il primo set, e poi il quarto, nemmeno quando mi sono ritrovato sotto di un break nel quinto (Millman ha avuto anche la chance per il 3-1; ndr). Però sono stato fortunato. John avrebbe meritato di vincere. lo sono solo contento di aver colpito quel diritto sul match-point…». Una saetta in cross planata nel sette del campo alla destra di Millman, una delle poche che Federer è riuscito a piazzare in una giornata alla fine più epica che impeccabile, e che in calce sul suo referto porta 82 errori gratuiti (48 di diritto), contro 62 vincenti, compresi 16 ace. Non una statistica rassicurante. DOMANDE. Alla vigilia Federer aveva buttato li che gli servivano tre match per iniziare a giocare bene, ieri è entrato veramente in partita solo dopo il secondo set «John mi ha dominato per gran parte del match sulle diagonali, sia di diritto, sia di rovescio. Ho cercato delle soluzioni per tutta la partita, alzando la traiettoria dei colpi, usando lo slice di rovescio, ma non funzionava. E’ riuscito a tenermi indietro, solo all’ultimo sono riuscito a mettere i piedi in campo. E lì John ha scelto il lato sbagliato». La dura legge del tennis. […] Ha scontato un paio di giocate finalmente degne di Federer – specie una smorzata confezionata con infinita dolcezza da fondo campo dopo uno scambio stracciapolmoni – ha sentito la tensione. Errore imperdonabile, contro un avversario del genere. Ci si può chiedere, Millman sicuramente lo ha già fatto, se ha senso che uno sport che cambia in continuazione superfici, continenti e padroni, si complichi la vita adottando anche quattro formati differenti negli Slam per il quinto set (a Parigi non c’è tie-break, a Wimbledon si gioca a 7 punti ma sui 12 game pari, agli US Open a 6 game pari ma con la formula classica). Ed è legittimo domandarsi anche quanta strada può ancora fare a Melbourne questo Roger 38enne. Mai rassegnato, certo, ma non brillante come ai bei tempi Quelli in cui un avversario volenteroso, tonico, uno dei tennisti meglio preparati sul circuito come Millman (n.47, best ranking 33, zero titoli vinti in carriera: qualcosa vorrà pur dire) lo avrebbe congedato serenamente in tre set. Negli ottavi domani gli tocca un altro test simile contro il muscolo educato di Marton Fucsovics, 28 anni, n.67, che al secondo turno ha brutalizzato Sinner. Molto dipenderà da come Roger riuscirà a recuperare. Questione di ore, e di anni di differenza

Federer baciato dal super tie-break. Il tifo per lui va oltre le bandiere (Gianni Clerici, La Repubblica)

Negli Anni 60 sono stato molto vicino a Jimmy Van Alen, uno dei massimi contributori del Museo del Tennis di Newport, che mi ha ospitato più volte prima dei Campionati degli Stati Uniti, durante il suo torneino da amatori. Mi pare che Jimmy si sia risvegliato dalla sua tomba nel momento in cui Roger Federer si risvegliava durante un tie-break che l’inventore dello stesso non avrebbe approvato. […] Era il 1970. Il maggior clamore si verfficò durante la semifinale di Wimbledon 1991, vinta dal germanico Stich sullo svedese Edberg col triplice punteggio di 4-6 7-6 7-6 7-6. Oggi, vista la inefficienza della Federazione Internazionale, ci sono formule diverse al quinto set: a Wimbledon il tie-break sul 12 pari, ai 7 punti; allo Us Open sul 6 pari, ai 7 punti; al Roland Garros non è previsto; agli Australian Open il cosiddetto super tie-break a 10 punti, senza il quale Federer sarebbe stato battuto. Roger ha vinto 10-8 un match che avrebbe perduto 7-4. Giocava contro un tennista che conosceva, John Millman, mugnaio australiano che lo aveva battuto agli Us Open, n.47 del mondo dopo esser stato n.33, e il significato del match diventato a un tratto difficile per l’efficienza della battuta e del diritto avverso, si vedeva non solo dai palleggi, ma dai moti visivi di Mirka e di Ljubicic e di quanti facevano il tifo per l’uomo di Basilea e non per quello di Brisbane. Roger vale ormai, nella considerazione dei suoi sostenitori, che non riesco a definire tifosi ma adoratori, più della nazionalità sua o dell’avversario. […] Millman serviva non solo forte ma tagliato, uno slice che quasi mai permetteva a Federer di comandare lo scambio, e il suo diritto era capace di impedire allo svizzero di comandare il gioco. Non gli accadeva certo quel che in fondo tocca agli avversari di Federer, essere ammirati dalle scelte tecnico-tattiche dello svizzero. Così la partita scivolava verso il tie-break finale e vedeva, come ho detto, il punteggio quasi definitivo di 8 a 4 per l’australiano. Ma Federer poteva risorgere anche da simile circostanza, e avere un’altra storia da raccontare, più incredibile di quante gliene siano avvenute.

Serena a casa: Darei un pugno al muro (Mario Viggiani, Il Corriere dello Sport)

«Siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico». […] L’unica certezza è che la 28enne cinese, in età abbastanza saggia per una giocatrice di tennis, comunque ora n.29 del mondo, soltanto quattro mesi fa rimediò giusto un game e quindici punti in 44′ contro Serena Williams, nei quarti dello US Open. E invece ieri, nel terzo turno dell’Australian Open, l’ha spuntata lei per 6-4 6-7 7-5 dopo 2h41′, nonostante il “braccino” nel secondo set, quando ha fallito la palla del 5-2 e ha servito sul 5-4. Allo stupore della Wang («Sono felice, ho sempre creduto che un giorno sarei riuscita in un’impresa del genere»), s’è contrapposta la sincerità di Serena, che ha così fallito l’ennesimo assalto al 24° Slam da mettere in una bacheca che eguaglierebbe quella di Margaret Court: «Ho fatto troppi errori (56 in tutto contro i 20 della cinese – ndr), per una giocatrice professionista. Non posso giocare in questo modo. Perdere fa male esattamente come dieci anni fa, solo che a differenza di allora forse ora riesco a dissimulare meglio, sono migliorata come attrice. Riesco a far finta di nulla, quando vorrei tirare un pugno contro il muro». L’altra sorpresa di giornata nel torneo femminile è arrivata dalla teenager terribile “Coco” Gauff, erede designata di Serena. Anche qui si è trattato di una rivincita: Naomi Osaka la eliminò nel terzo turno dello US Open 2019 per 6-3 6-0 in 1h05′, stavolta è statala 15enne di Delray Beach a battere la giapponese, n.4 del mondo, per 6-3 6-4 in 1h05′. WOZNIACKI. Era una ragazzina, Caroline, quando debuttò nel circuito Wta: aveva appena 15 anni e 8 giorni. […] Il suo era un ritiro agonistico annunciato, colpa più che altro dell’artrite reumatoide che l’affligge da tempo: è avvenuto nel terzo turno contro la tunisina Ons Jabeur, che s’è detta dispiaciuta «per aver messo la parola fine alla carriera di una campionessa che è stata esempio per tante di noi. Non è stato facile giocare pensando che magari un mio vincente avrebbe chiuso la sua avventura». La Wozniacki s’è congedata in lacrime ma anche con grande serenità, affiancata e festeggiata dai genitori, dal fratello e dal marito David: «Avevo un sogno, vincere uno Slam, e l’ho trasformato in realtà. E lo stesso è avvenuto quando sono diventata numero 1 del mondo. E questo saluto lo ricorderò per sempre. Ora è tempo di diventare mamma». Invece la Jabeur affronterà proprio baby Gauff

La resa di Serena, il volo della Gauff. L’ex regina ha l’erede (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

La regina è caduta, evviva la regina. Nel gran ballo a corte del tennis femminile, il 24 gennaio 2020 degli Australian Open rischia di marchiare un’epoca, di riscrivere i libri di storia. […] La Serena Williams originale, lavorata ai fianchi da un avversaria che cinque mesi fa a New York aveva annichilito in 44 minuti, saluta il torneo già nella prima settimana come non le accadeva dal 2006, mentre il suo clone, Cori Gauff, la nuova Serena incarnata, a 16 anni non ancora compiuti elimina la campionessa uscente Osaka e senza emozioni apparenti si prende in carico, con grazia da fanciulla e faccia tosta da predestinata, il peso di un’investitura che nel passato ha schiacciato spalle ben più pesanti. […]Contro il muro. La vera Serena era atterrata a Melbourne con l’aureola ritrovata della favorita grazie al primo torneo vinto da mamma (ad Auckland), che pareva aver finalmente tolto il tappo alle pressioni della nuova vita. E poi, poteva essere la cinesina Qiang Wang, numero 29 del mondo (con un fresco passato al 12), colei che agli ultimi Us Open riuscì a conquistare appena 15 punti in una delle partite (6-1 6-0, era un quarto di finale) meno equilibrate di sempre, a interrompere il cammino della somma Williams? Quella lezione evidentemente è servita, se l’allieva di Peter McNamara stavolta resta piantata sulla riga di fondo cercando sempre l’anticipo pur contro le spingardate dell’americana, alla fine battuta sul ritmo e sulla corsa. Niente ottavi per Serenona, niente incrocio del cuore con la miglior amica Wozniacki, peraltro pure lei battuta (dalla Jabeur) e poi in lacrime nella cerimonia che ne celebra il ritiro (era all’ultimo torneo), e solo tanta rabbia: «Perdere fa male esattamente come dieci anni fa, solo che a differenza di allora forse ora riesco a dissimulare meglio, sono migliorata come attrice… Oggi riesco a far finta di nulla, quando in realtà vorrei tirare un pugno contro il muro». Il fantasma della Court e dei suoi 24 titoli negli Slam continua a tormentarla, ma a sentirla la sfida non finisce qui: «Credo fermamente di poter competere con tutte le altre e di poter conquistare un altro Major. Non gioco per divertirmi, perché perdere non mi diverte affatto». La rivincita. […] Negli ormai fatali Us Open di settembre, Cori prese una stesa dalla Osaka, un’altra che si ispira da sempre alla Williams, conquistando appena tre game. Che rivincita: «Alla mia età cinque mesi sono lunghissimi e ho imparato a essere molto più calma, preparata e questo mi ha aiutata a partire meglio». L’ostacolo Kenin negli ottavi, pur complesso, lascia presagire orizzonti di gloria fm da questo torneo: «Per ora inizio ogni partita solo con l’intenzione di divertirmi, giuro che è così. Non mi sto ponendo obiettivi ma neanche limiti. Posso almeno sperare, fino al lancio della monetina, fino al riscaldamento, di battere chiunque». Perfino una leggenda come Rod Laver si sta sciogliendo ai suoi piedi, tanto da averle spedito un tweet per chiederle di incontrarla: «Che bello, se succederà mi farò un selfie per Instagram». L’unico vezzo da ragazzina.

Fabio perfetto e Coco incanta (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Abilissimo nell’imbastire un match a suo modo “molto fogniniano” ben bilanciato nell’esplorazione di tutti gli angoli del campo, non privo di buonissime trame e di qualche ovvio brivido, Fabio Fognini aggiunge un merito al suo sesto ottavo di finale nello Slam, quello di porgere un indispensabile compendio alle indicazioni fornite da una delle giornate più strampalate che si siano mai viste nei major delle ultime stagioni. […] Curiosamente, il match di Fognini, vinto all’apparenza a mani basse contro l’argentino Guido Pella, testa di serie mancina numero 22, contiene le linee guida di questa sussultante sessione di metà torneo. Ha giocato una partita ben congeniata, lucida, evidentemente studiata in quella forma e apparecchiata con grande attenzione, esattamente quello che non hanno saputo fare Serena Williams, allo sbando contro la cinese Wang e nuovamente battuta nei turni iniziali di uno dei suoi tornei preferiti, e men che meno Naomi Osaka, qui vincitrice un anno fa e quest’anno consegnatasi senza colpo ferire al tennis sempre più evoluto, in qualche caso sin troppo smaliziato (non dimenticatevi l’età, compirà 16 anni a marzo) di Cori Gaul , da ieri definitivamente, per gli australiani, “la più forte che vi sia”: «Sembra un sogno, ma so di avere le carte in regola», dice la piccina, ormai adulta. Ha lavorato molto bene la palla, Fabio, contro un giocatore cui non conviene lasciare spazio, perché Pella sa giocare di rovescio come pochi ed è rapido nel mettere in pratica i suoi schemi. Identica manualità che ha messo in campo una giocatrice che meriterebbe più attenzione, la tunisina Ons labeur, che si è presa l’incarico di chiudere la carriera di una ex numero uno come Caroline Wozniacki, vittoriosa su questi campi appena due anni fa. […] Dritto allo scopo, Fognini. Molto ispirato. Proprio quelle illuminazioni improvvise, estrose, fulminanti, che sono di colpo sparite dal match di Stefano Tsitsipas, imbambolato dai servizi sempre ben piazzati di Milos Raonic, tornato finalmente a giocare “da sano” dopo un lunghissimo periodo di rimessaggio. Un addio imprevisto, quello del greco “maestro” alle ultime Atp Finals e l’anno scorso semifinalista in Australia, che veniva dato come una delle alternative più accreditate per una vittoria fuori dalla cerchia dei tre Favolosi. «Uno dei miei peggiori match, non ho scuse», la sua chiosa, più che onesta. «Una prestazione con la P maiuscola», dice invece Fabio del suo match. «Il resto, non cambia Continuo ad avere dolori alla caviglia e ai piedi. Sopporto, non ci penso. Ma poi, quando le cose vanno bene, la soddisfazione è grande». Prestazione di basso profilo tecnico (eppure coraggiosa e orgogliosa) quella di Federer, impantanatosi ancora una volta contro Millman, che lo mise fuori dagli Us Open due anni fa. Un tipo dal tennis schematico, che Roger ha scelto – chissà perché – come personale “bete noire: Match vinto da Roger fra molte dimenticanze e solo al super tie break del quinto set, con uno spericolato sorpasso dal 4-8 al 10-8 finale. Ottantadue errori da incubo, ma negli ultimi otto minuti della partita, solo vincenti. Fognini andrà ora alla ricerca del suo secondo quarto di finale Slam (il primo fu a Parigi, 9 anni fa), contro Sandgren, l’americano che considera il presidente Trump “troppo di sinistra”. «Ha battuto Berrettini che è un top ten, ha dato tre set a zero a Querrey, e a me fece lo sgambetto a Wimbledon. Un pessimo cliente».

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Riecco la Giorgi. Nuova battuta e gambe veloci per ripartire (Crivelli). Gulbis e Camila, che show! (Azzolini). Riecco Camila bum-bum (Semeraro). Gauff-Osaka, è il giorno della rivincita (Clerici)

La rassegna stampa di venerdì 24 gennaio 2020

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Riecco la Giorgi. Nuova battuta e gambe veloci per ripartire (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Sono vittorie così che attizzano il fuoco dei rimpianti su cosa potrebbe essere Camila Giorgi e invece non è ancora stata. Crolli e resurrezioni, prodezze e sconfitte sciagurate, questa è la fotografia di una carriera sempre ai confini tra l’apoteosi e la banalità. Eppure, a 28 anni, non è troppo tardi per immaginarla di nuovo a ridosso delle big, e magari con loro, soprattutto se riuscirà a mettere finalmente insieme una stagione libera da guai fisici, perché è indubbio che per tante ragioni a Camila sia sempre mancata la continuità del campo. Intanto, approda per la terza volta (la seconda consecutiva) al terzo turno degli Australian Open al culmine di una prestazione perentoria e autorevole contro la Kuznetsova, due vittorie Slam nell’altra decade, stella certamente cadente ma che comunque le sta davanti di 49 posti in classifica (53 a 102). Troppo più veloce la Giorgi, di gambe e di palla, per soffrire il gioco della russa. Più che altro, è il servizio con il movimento cambiato (più compatto e accorciato), a dare un surplus di qualità alla nuova Giorgi: appena due doppi falli in due partite e 10 punti su 10 con la prima nel secondo set contro Sveta. Gongola pure la Garbin, capitana di Fed Cup («Non l’ho mai vista giocare così bene»), mentre Camila finalmente può sorridere: «Mi sono sentita bene in tutti i punti del campo, sono stata solida. Quest’inverno ho lavorato tanto sul fondo, ma anche per migliorare e rendere più aggressivo il mio gioco, ho curato molti più dettagli». Il prossimo step è impegnativo, perché la Kerber ha già vinto a Melbourne (nel 2016) e soprattutto l’ha battuta in quattro occasioni su quattro: «La Kerber? Sono concentrata sul mio gioco, su quello che devo fare e su come migliorare. Ci ho sempre perso, ma ogni partita e diversa dall’altra».[…]

Gulbis e Camila, che show! (Daniele Azzolini, Tuttosport)

 

Le magliette le compra dall’amico negoziante. Anche le scarpe, di buona marca, firmate da una multinazionale statunitense dell’abbigliamento sportivo che per un po’ lo tenne con sé. Una volta un collega, per scherzo, gli chiese perché non si comprasse l’intera azienda, invece che un capo alla volta. Era una battuta, ma non lo fu la sua risposta. «Dovrei fare due conti…». Ernie le Falot, lo chiamavano a Parigi nell’anno della semifinale del 2014. Falot, falotico nella nostra lingua, è l’uomo stravagante, e lui lo è a pieno titolo. Ma ama dirlo con le giuste parole… «Non sono strano. Non esattamente. Ho appena una sopportabile inclinazione per le cose stupide». A trentun anni, tredici di circuito, una breve permanenza nella top ten (sempre il 2014), due vittorie su Federer in cinque incontri, e tre tentativi di risalita dalle profondità di una vita sportiva dedita allo spreco del suo talento cristallino, Ernests Gulbis, continua a essere più noto come il figlio del gasdotto. Quello più grande che vi sia, intendiamo: il “siberiano”. Ernie gira per i challenger con l’aereo personale. Uno dell’hangar di famiglia, dal quale già una ventina di anni fa, partiva due volte a settimana un jet in direzione di Monaco di Baviera, per prelevare coach Nikki Pilic e portarlo a casa Gulbis, dove il piccolo Ernie lo aspettava per la consueta lezione di tennis. Ora il coach è Gunther Bresnik. Lo era stato anche prima, poi si era accasato con Dominic Thiem. Finita la liaison è corso a riprenderselo. «E’ il tennista più ricco di talento che abbia mai allenato. Ora che gli è tornata voglia di giocare lo sostengo con piacere, credo meriti di tornare nei primi cento. Anzi, per il livello di tennis che sa esprimere credo possa valere già oggi un posto fra i primi venti o trenta». Parole pronunciate con convinzione.[…] Una nota tricolore l’ha aggiunta il nostro tennis, portando in terzo turno una Camila Giorgi che raramente avevamo visto giocare cosi bene. Il dato è incoraggiante, perché anche ora che la nostra furia bionda annaspa sui bassi fondali della classifica (al numero 102), tutto il circuito resta convinto che, se mai le dovessero capitare quindici giorni in grande spolvero, lei potrebbe ancora vincere contro chiunque. Ieri si è avventata su Svetlana Kuznetsova, un tempo numero due e vincitrice di due Slam. E chi è la Kuznetsova? «Non lo so, non la conosco, mai vista giocare… Ma lo sapete, io il tennis lo seguo poco, e nel caso solo quello maschile». Prossima avversaria, la Kerber. Ti ha sempre battuto, Camila, cosa pensi di fare? «Non so… Ma se gioco come oggi non le faccio toccare palla». Peccato non si siano incontrati Ernests e Camila. Sarebbero stati perfetti, l’uno per l’altra.

Riecco Camila bum-bum. Kuznetsova presa a pallate (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Se amate il rischio, puntate su Camila Giorgi. Fate il vostro gioco, lei farà il suo: tirare al massimo e infischiarsene di cosa succede dall’altra parte della rete. Stavolta è successo che Camila ha battuto 6-3 6-1 Svetlana Kuznetsova, ex n. 2 del mondo, vincitrice di due Slam (US Open 2004, Roland Garros 2009). Oggi è una resiliente 36enne, scesa al n. 53 del ranking, ma sempre scomoda da maneggiare. Ai bei tempi Sveta martellava come poche; Camila però nel ramo picchiatrici è un caso a parte. Quando il match come ieri diventa un tirassegno, con una media di massimo due o tre colpi a scambio, e i missili le rimangono in campo, vince lei. Matematico. Il 2019 per l’italiana è stato un anno storto, è fuori dalle prime 100, un serio infortunio al polso l’ha bloccata per tre mesi e di nuovo ha dovuto fermarsi in autunno. Ora però l’articolazione sembra a posto e anche il tagliando tecnico fatto al servizio durante l’inverno sembra riuscito: 76% di punti con la prima palla, addirittura il 100% nel secondo set contro la russa. In un’oretta insomma è finito tutto. A Melbourne al primo turno si è sbarazzata della qualificata Lottner; il posto negli ottavi se lo giocherà contro un’altra grande decaduta, la ex n. 1 del mondo Angelique Kerber, oggi n.18 e non al massimo della forma. […] Un filo di fiducia è quello che è mancato ad Andreas Seppi nel quinto set contro Stan Wawrinka. Sotto due set a uno, Andreas è stato bravissimo a rientrare in partita portando il match al quinto, e nel finale ha anche piazzato uno scatto apparentemente decisivo, con un break che l’ha portato a servire sul 4-3. Lì però ha tentennato, concedendo rimmediato controbreak. E Stan, indice puntato alla tempia a indicare il luogo dove spesso si decidono le partite, non ha avuto pietà. […]

Gauff-Osaka, è il giorno della rivincita (Gianni Clerici, La Repubblica)

Coco somiglia sempre più a Suzanne Lenglen, che non andò a Wimbledon alla vigilia della Prima guerra mondiale ma dovette limitarsi a vincerlo quando fu finita. Interrogata dal mio amico Chris del New York Times, Coco ha risposto di non conoscere la Lenglen, ma di aver giocato due volte con Venus, battendola anche a questi Australian Open, e le basta. Adesso sta pensando a Naomi Osaka che l’aveva battuta a New York e che incontrerà nella Rod Laver Arena, «e mi dicono che Laver ci sarà. Io penso di essere meno nervosa che a New York. Mi sto abituando: mi ha invitata un gruppo di gente famosa che all’inizio vedevo solo in tv: Serena e Naomi, Federer, Nadal, Djokovic. A New York Naomi era la n.l e mi ha tolto il servizio 5 volte. Nonostante piangessimo entrambe, io e la commentatrice della Espn, Mary Jo Fernandez, è stato un bel momento». Su Serena ha aggiunto: «Quando avrò un bambino mio vorrei che avesse la sportività di Serena, superiore alla grinta». Serena, Halep e Kerber sono state tutte aiutate da Wim Fissette, il tecnico ora con Azarenka. «Io ho mio papà Corey. Sento spesso anche Jean-Christophe Faurel, ma soprattutto attendo che le mie gambe si muscolino come quelle delle mie avversarie. Attendo anche di avere la forza di una donna che non ho ancora. Ma verrà tutto: un anno fa ero numero 684, allo Us Open sono scesa a 67. Devo giocare contro Naomi e non sapevo che, passandola, avrei Serena nei quarti. Ma è meglio che mi concentri su Naomi. Non devo guardare il tabellone troppo avanti nel tempo. Due anni fa lo vedevo sul computer». Adesso il computer è diventato realtà.

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Rassegna stampa

La nuova vittoria di Fognini al quinto set (Crivelli, Semeraro, Clerici). Dolce Wozniacki, è lungo l’addio (Azzolini). C’era una volta Sharapova (Sisti)

La rassegna stampa di giovedì 23 gennaio 2020

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Fognini, il maratoneta (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Chi di rimonta ferisce, di rimonta perisce. Trascinati da un messia piuttosto improbabile e con i baffetti alla Burt Reynolds, all’approssimarsi della mezzanotte australiana i 10.500 tifosi urlanti della Melbourne Arena si danno di gomito al pensiero della parabola evangelica: sta a vedere che quel satanasso di Fognini capace di risalire per otto volte in carriera da 0-2 sotto, stavolta subisce il contrappasso. Un pensiero, tra l’altro, che in quel quinto set infinito alberga a intermittenza pure nella testa di Fabio: «Sì, a un certo punto ho pensato davvero di perderla». Sarebbe stata un’atroce vendetta del destino dopo l’impresa spalmata su due giorni contro Opelka: perché Fognini, stavolta, prende subito il largo contro Jordan Thompson, numero 66 del mondo, e nel secondo set dà perfino spettacolo. Tanto da scomodare un paragone quasi irriverente: «In quel momenti sembravo Federer». Ma quando Fognini non sfrutta due palle break nel primo game del terzo set, il vento cambia: «Per forza, ho fatto il figo e l’ho pagata. Lui faceva numeri che vanno oltre la sua classifica perché io avevo dolori dappertutto: ai piedi, al tendine destro, alla caviglia sinistra. Poi credo di aver avuto anche un calo glicemico. Forse sto cominciando a diventare vecchio». […] Della seconda maratona in 72 ore, però, potrebbe accorgersi il fisico ammaccato, in vista di un incrocio delicato contro l’argentino Pella, che è un mancino fastidioso e ti fa correre molto: «Spero di recuperare bene – ammette Fognini — e non so nemmeno se mi allenerò prima del match, magari mi faccio un giro per Melbourne». […] Intanto, dopo gli squilli di tromba dell’ultima parte del 2019, il tennis italiano si ritrova a ringraziare una volta di più i soliti noti: con Fabio, l’altro ancora in corsa è l’eterno Seppi (gioca nella mattinata italiana con Wawrinka). Non è un passo indietro, bensì il normale assestamento nella crescita imperiosa di Berrettini e Sinner. Matteo per poco non recupera una partita complicatissima contro Sandgren, ma nel quinto un paio di scambi decisivi prendono la strada dell’America: «Questa partita mi servirà parecchio. La caviglia destra mi dà ancora un po’ fastidio, è una questione di struttura fisica e ci devo convivere. Quando mi sono fatto male agli addominali, ho capito che non avrei potuto giocare l’Atp Cup ed era in dubbio anche l’Australian Open, quindi sono già contento di averlo giocato». Quanto a Jannik, l’ungherese Fucsovics è ancora troppo solido ed esperto, anche nel maneggiare il vento: «Non stiamo qui a parlare del meteo, lui ha fatto meglio di me. Devo imparare a battere questi giocatori, i 40, 50, 60 del mondo. Piano piano ci arriverò».

Estasi e tormento, Fognini-show (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

 

Jake LaMotta e Sugar Ray Robinson, ma nella stessa persona. Sangue sulle nocche (per i cazzotti dati alla racchetta, non all’avversario) e polvere magica sulle corde. Il corpo che urla, l’anima che gode. E alla fine le vene grosse sul collo, le mani a coppa sulle orecchie. Il labiale a sferzare la torcida australe: «Come dite? Non vi sento…». Il Fogna, delirio ed estasi, è ancora nel torneo. Dopo i centimetri da pivot dello yankee Opelka, rimontato da due set sotto, ha rispedito a casa anche il local hero Jordan Thompson, che si era illuso di averlo messo al tappeto. Sinner e Berrettini, l’Italia che avanza, hanno fatto check out. Fognini il maratoneta resiste. «Il primo set l’ho vinto ma ho giocato malino – racconta – nel secondo sembravo Federer. Mi riusciva tutto, il guaio è che ho iniziato a pensare troppo. A inizio del terzo ho giocato un game stupido, e ho temuto che la partita mi sfuggisse. Thompson ha iniziato a fare dei numeri che vanno oltre la sua classifica perché io avevo dolori ovunque. Credo di aver avuto 75 matchpoint Poi per fortuna ho giocato un grande tie-break». […] «Ero preoccupato – ammette – perché avevo davvero male a piedi, al tendine destro, alla caviglia destra. Credo di aver avuto anche un calo di zuccheri. Mi sentivo spappolato. In testa mi è passato di tutto». La morale? «Il tennis è uno sport stronzo. E io forse sto diventando vecchio». […] Il sentiero che porta lontano, nello Slam che più di tutti assomiglia a una Via Crucis – ogni turno una sofferenza – passa per un terzo turno con Guido Pella. Caviglia e anagrafe permettendo. Il bilancio dei precedenti è 2-1 per il gaucho, ma l’ultimo se l’è preso in Davis il Fogna. «Altri cinque set? Okay, li gioco. Ma solo se mi dite che vinco…. Lui e un mancino che corre molto e gioca meglio con il rovescio, adesso però non voglio pensarci. Vediamo come mi sveglio e a che ora. Ho tanto di quel tennis nelle gambe che quasi quasi invece di venire qui mi faccio un giro in città». Magari lo fa davvero.

Berrettini poteva pensarci prima, e Fognini ringrazia i 75 match point (Gianni Clerici, La Repubblica)

Non avevo visto il primo turno di Berrettini, vinto facilmente tre set a zero contro lo sconosciuto australiano Andrew Harris, ma mi avevano detto che era in cattive condizioni fisiche. Non ho visto nemmeno il secondo, contro Tennys Sandgren, il n. 100 del mondo, ma ho letto le dichiarazioni di Matteo, che riferisco insieme al risultato della vicenda. «So che questa partita mi servirà parecchio per quelle future. Sono uno che chiede tanto a se stesso, ma alcune volte devo un attimo tranquillizzarmi La caviglia destra mi dà ancora un po’ di fastidio, lavoro tutti i giorni, ma è una questione di struttura fisica». Io mi permetterei quindi di accertare se qualcuno che non è in grado di giocare deve andare sino a Melbourne per accertarsene. Forse è così, ma non poteva finir meglio la partita contro l’americano Tennys Sandgren e poi continuare il torneo con miglior fortuna? Mentre lascio al lettore la risposta mi soffermo a rivedere la partita dell’altro italiano Fabio Fognini, che è riuscito a battere 7-6 (4), 6-1, 3-6, 4-6, 7-6(10-4) Jordan Thompson, dotato di un gran servizio in grado di trascinarlo spessissimo a rete «dopo 75 match point», dirà lui. In realtà sono stati 5, 2 nel 10° game e 2 nel 12, più quello decisivo nel supertiebreak finale. Prima di assistere alla vicenda di Fognini avevo visto ringhiare Serena Williams, ignorando i diritti della volenterosa avversaria, la serba Tamara Zidansek e appariva addirittura disumana nella ricerca del punto che coglieva, quasi al posto della racchetta avesse in pugno un’arma contundente. In tribuna la seguiva compiaciuto di quella violenza il coach Mouratoglou che vorrebbe anche lui, per interposta Serena eguagliare il numero di 24 Slam della vecchia australiana Margaret Court Smith, alla quale è intitolato uno dei tre campi coperti messi a protezione dal clima avvelenato dai recenti incendi australiani. In proposito Alexander Zverev si è segnalato promettendo il suo primo, eventuale premio in danaro, per le vittime, nel caso vincesse il torneo.

Dolce Wozniacki, è lungo l’addio (Daniele Azzolini, Tuttosport)

E’ l’ultimo torneo, ma c’è ancora tempo per insegnare qualcosa alle giovani apprendiste. Caroline Wozniacki i modi da professoressa li ha sempre avuti. Paziente, mai esagerata, una che si è costruita la carriera con argomenti solidi. Gambe da corsa, palleggi prolungati, visione chiara della partita. A ventinove anni non è troppo presto per passare la mano, né troppo tardi per avere rimpianti. Ma lei ha deciso. Basta tennis. Vuole fare la mamma e occuparsi d’altro. Caro è stata la numero uno, ha condotto il gruppo quando la sua amica più grande, Serena Williams, ha subito gli infortuni che ne hanno spezzettato la carriera. Lei, atleta a tutto tondo, era “la più forte a non aver mai vinto uno Slam”. Ma alla fine ha chiuso anche quella parentesi che era diventata sin troppo ingombrante… successo due anni fa, proprio a Melbourne. Si è presa lo Slam e ripresa il primo posto in classifica. Per questo ora è pronta a farsi da parte, si è sposata (l’anno scorso, in Toscana, con David Lee, stella del basket) ed è convinta che tutto quello che doveva essere fatto ha trovato alla fine una collocazione nella sua vita. L’unico problema spetta alle altre risolverlo. Chi riuscirà a batterla? Ieri ci ha provato Dayana Yastremska, 19 anni, numero 21 Wta, ucraina dal tennis pesante, muscoloso. «Mi stava soffocando», racconta Woz, «così mi sono detta che era giunto il momento di allungare gli scambi. Non pensavo di crearle così tanti problemi, ma la variazione degli schemi del match le ha tolto sicurezza». E alla fine, ha perso la giovane Yastremska. Avanti un’altra, dunque. Caro è ancora in piedi.

C’era una volta Sharapova. Piatti è l’ultima chance (Enrico Sisti, La Repubblica)

«Dolcissima Maria, non voltarti più», cantava la Premiata Forneria Marconi. Forse Maria Sharapova farebbe bene a seguire il loro lontano consiglio e magari ascoltare quella magnifica canzone. Maria è sotto attacco e non sa più difendersi. Urla come urlava prima: “Solo che adesso“, scrivono in Australia dove Maria ha salutato lo Slam al primo turno, accecata dalla rabbia giovane di Donna Vekic, “Maria urla come le avessero strappato un cerotto dalla pelle più tenera, urla come dopo una telefonata sgradevole, urla perché si rende conto di essere alle prese con una questione ormai più grande di lei, e non può (più) vincere“. I colpi escono ma sono carezze. Maria va capita. Non si torna grandi perché si decide di farlo. Non a 32 anni e non dopo un’operazione alla spalla dalla quale ti risvegli, si, ma pieno di dubbi. Maria non è più stata lei, non ha più servito come prima e vederla muoversi a fondo campo (che già non è mai stata una sua virtù peculiare) era diventato uno strazio: «Uno può anche fare le cose giuste – ha ammesso – ma se non credi in te stessa è tutto inutile». Vero. Quando lei perde, ormai, perde una qualsiasi. Forse è questo che più l’addolora. Se al primo turno di un Australian Open esce la futura n. 366 del mondo, chi volete che ci faccia caso? Nemmeno se è Maria, la ragazza che stravolse il tennis a 17 anni prendendosi Wimbledon come se non avesse fatto altro in vita sua. Il suo grunting l’urlo in campo, era diventato un marchio di fabbrica del nuovo tennis femminile, muscolare, occhi dolci e cuore cacciatore, lunghi capelli biondi e ferocia inaudita. Maria ha cercato di rigenerarsi. Le ha provate tutte. Forse anche qualcosa di troppo. Tanto è vero che l’hanno inchiodata per aver fatto uso di Meldonium, il farmaco sintetizzato in Lettonia negli anni 80, si dice, per aiutare le truppe russe in Afghanistan, e messo fuorilegge dalla Wada con provvedimento postumo. Ma in realtà nessuno sapeva a cosa servisse e forse non lo sapeva nemmeno Maria. A quel punto il sospirato ritorno diventava una scalata a mani nude. Da qualche mese Maria si è messa a disposizione di Riccardo Piatti. Doveva essere solo per un breve periodo. Poi la “belva” si è accorta di trovarsi bene a Bordighera. Piatti l’ha accolta e protetta: «Lasciatela lavorare in pace». Anche per lui, uno dei più talentuosi coach del mondo, era una sfida: «Ho allevato e allenato ragazzi ma non mi era mai capitato di confrontarmi con una campionessa così». Forse, dentro, non le va più. Forse ha voglia di un’altra vita. E stata una meraviglia, Maria. In campo la sua testa andava al doppio della velocità delle altre. Aveva una capacità di concentrazione fuori dalla norma. Aveva. Avrà ancora? Cedeva solo a Serena. Ora dice: «Non ho la palla di vetro. Non ho idea di come sarà il mio 2020». […]

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