Come Scanagatta ha fatto divertire il mondo. “E Djokovic è in debito con me”

Interviste

Come Scanagatta ha fatto divertire il mondo. “E Djokovic è in debito con me”

La traduzione integrale dell’intervista rilasciata dal direttore a BBC Serbia. Da Laver e Rosewall a Federer, Nadal e Djokovic, passando per Nastase, McEnroe e Lendl: una strada lunga 154 Slam. Che continua…

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

QUI L’INTERVISTA ORIGINALE DI SLOBODAN MARTIC

Avrete sicuramente visto questo video. Un giornalista italiano fa una domanda a Djokovic in inglese – naturalmente con un accento italiano, dopo la finale di Melbourne. “7 Australian Ooopens, 15 Slaaams” la cantilena dell’italiano all’inizio della domanda. Not too baaad” (“Non così male”) lo interrompe Novak, anche lui in una cantilena inglese-italiana. Djokovic si mette poi a ridere per una ventina di secondi abbondanti, come tutta la sala, per poi aggiungere un “Niente di particolaaare”. Mancava solo il classico saluto italiano con la mano.

È diventato subito virale” afferma al riguardo Ubaldo Scanagatta, l’autore della domanda cantilenante e famoso giornalista, nell’intervista realizzata per la BBC. “Siete diventato una star mondiale” gli dico. “Sì, me lo dicono tutti, ma preferirei comunque diventare una star per la qualità del mio giornalismo” mi risponde con un sorriso. Scanagatta è esattamente questo: molto, molto di più di quella conferenza per i media che lo ha reso famoso in tutto il mondo. In agosto compirà settant’anni e nella sua testa custodisce tutta la storia del tennis: questo Wimbledon è il 154esimo torneo del Grande Slam che segue dal vivo. “Sì, sono vecchio, ma ho un’ottima memoria… In tre minuti potrei elencare tutti i finalisti di Wimbledon dal 1968 e forse anche i risultati”. E con una simile leggenda del giornalismo e del tennis si può parlare di tante cose.

Ubaldo Scanagatta – Wimbledon 2019 (foto S. Martic)

LA SFIDA Sì, abbiamo un buon rapporto” dice Ubaldo con un sorriso, dopo che ho citato Djokovic. “Lui parla italiano e dato che ancora adesso in tanti appena mi vedono mi dicono ‘not too baaad’, scherziamo sempre sulla cosa. Credo comunque che tutti i giocatori mi rispettino veramente”. Ci dice che è sempre stato indipendente e che “non ho mai fatto sviolinate a nessuno. “Se penso che qualcuno sbagli, anche Djokovic, lo scrivo. Indipendenza e spirito libero, sono due cose molto importanti per un giornalista” aggiunge Scanagatta, dando inconsapevolmente una importante lezione di giornalismo al novellino con cui sta parlando. Parliamo negli ampi spazi riservati ai giornalisti stranieri del Media Center di Wimbledon, pieno di monitor e di gente che corre in giro tutta agitata.

Avevo visto Scanagatta dal vivo per la prima volta qualche giorno prima, nella conferenza stampa di Djokovic dopo la vittoria al primo turno, dove anche si era sentita la cantilena. “Dobbiamo proseguire, il tempo è scaduto” aveva detto in quell’occasione l’anziano signore che aveva il ruolo di moderatore, cercando di concludere la conferenza stampa. Ecco, solo ancora il nostro amico dall’Italia” aveva aggiunto Djokovic, indicando con un sorriso alla sua destra. La domanda di Ubaldo era sulla pressione che il ruolo di favorito esercita sui giocatori, considerato che i giovani – come Tsitsipas e Zverev – era usciti al primo turno. “Bisogna conviverci“ aveva risposto Novak. “Not tooo baaad” aveva aggiunto Ubaldo.

Sì, lui e Djokovic hanno un buon rapporto, ma c’è di mezzo anche una specie di debito. “In Australia, prima della semifinale, gli ho detto di portare la racchetta per giocare un po’ e lui rispose che l’avrebbe fatto. Poi però il giorno dopo faceva talmente caldo che non si è allenato, e così ho perso l’occasione di giocare con lui afferma Scanagatta. “È in debito con lei” osservo. “Sì è in debito, spero se ne ricordi. Diglielo. Digli che ‘devi a Ubaldo una partita di tennis’. Tre minuti, di più non ce la farei” risponde sorridente. “Ho giocato con Monica Seles, con McEnroe, con Borg, con Navratilova, con Laver… Mi piacerebbe giocare un pochino con Djokovic”.

 

BOLOGNA, OTRANTO, ROMA, GORIZIA Scanagatta dice di sé che è “praticamente nato in un tennis club” a Firenze, di cui suo padre era presidente. Per questo motivo iniziò a giocare a tennis già a quattro anni, arrivando sino alla rappresentativa juniores italiana e alla borsa di studio per proseguire gli studi negli USA. “Sono stato un discreto tennista e poi direttore del torneo di Firenze, cosa che mi ha aiutato più avanti nel giornalismo. Come direttore del torneo ho conosciuto Ilie Nastase con la sua futura moglie, e anche con Lendl avevo un buon rapporto, perché una volta era in ritardo ad un match e pregai il suo avversario di attenderlo. “Ma dai” gli dissi “tanto lo batterai comunque. Perse” ricorda Scanagatta, ridendo di cuore.

Ora, dice, è tutto diverso. “È passato tanto tempo… Quando ho iniziato ad occuparmi di tennis le palline erano bianche, questo fa capire quanto tempo è passato. Oggi se si vuole parlare con un determinato tennista bisognare fare una specifica richiesta ed avere uno specifico permesso, che non si riuscirà ad ottenere se non supplicando”.Se questo è così diverso, che dire del giornalismo. “Quando ho iniziato, in alcune redazioni non c’era neanche la carta, dovevi portartela da casa. Dovevamo dettare il testo agli stenografi e fare lo spelling di ogni singolo nome, perché generalmente non sapevano di tennis e non sapevano come si scrivesse Bjorn Borg.” E come si scriveva?  “Borg – Bologna, Otranto, Roma, Gorizia e questo non era un problema, immagina Gerulaitis – Gorizia, Empoli, Roma, Udine, Livorno, Ancora, Imola, Torino, Imola, Savona” aggiunge subito.

Ubaldo Scanagatta nella sala stampa di Wimbledon (foto S. Martic)

I “LIKE” Dalla dettatura degli articoli, alle macchine da scrivere e internet, fino al conteggio dei “like” e delle condivisioni sui social. Come sopravvivere? Bisogna adeguarsi ogni giorno risponde Scanagatta, impartendo un’altra lezione di giornalismo. “Dodici anni fa – abbastanza presto, considerando la mia età – capii che Internet sarebbe diventato importante e pensai che poteva essere una buona idea creare un sito web di tennis. Iniziammo come blog, con circa 300 visitatori al mese, e ora Ubitennis ha 100.000 visite al giorno. Che non è per niente male, considerando che stiamo parlando di tennis e non di calcio”.

Qualche attimo dopo il 69enne si mette a parlare di argomenti di cui i suoi coetanei non sanno assolutamente nulla – i social network. “Conservo ancora adesso gli accrediti stampa di Wimbledon del 1974 e del 1976, nei quali non c’era la foto” dice, estraendo lo smartphone dalla tasca. Perché lo fa? Per mostrarmi la fotografia di questi accrediti sul suo profilo Instagram, naturalmente. “Ho messo l’accredito di quest’anno e l’ho pubblicato, ma mi hanno detto che è vietato, perché qualcuno potrebbe scansionarlo e creare problemi di sicurezza. Ho dovuto togliere questa foto… Ecco quanto tutto è cambiato”.

Comunque, Scanagatta qualche problema ce l’ha con alcune delle cose del mondo d’oggi. “È dura” risponde semplicemente alla mia domanda su cosa pensa del giornalismo attuale. “Ad esempio, non dovremmo accettare l’idea che tutta la conferenza stampa per i media, subito dopo la conclusione, sia già disponibile su YouTube. Federer dice qualcosa, noi gli facciamo le domande e qualcuno che sta seduto a casa vede tutto prima che il giornalista abbia il tempo di trascrivere la dichiarazione, senza parlare dell’articolo da scrivere. Per quale motivo, allora, i media dovrebbero mandare qualcuno ai tornei ed investire denaro?”.

ASHE VS CONNORS Il nostro colloquio viene interrotto improvvisamente da una voce femminile: “Comunicazione importante <una tennista di cui non mi ricordo il nome> sta per raggiungere la sala interviste per la conferenza stampa con i media”. Scanagatta, naturalmente, si interrompe un momento per ascoltare e capire se si tratta di una informazione importante per lui. Non lo è e si gira di nuovo verso di me. Dato che ha trascorso dei decenni nel tennis, mi interessa sapere se ha dei tennisti preferiti.

Come giornalista, più di tutti mi piaceva Ivanisevic” risponde subito. “È molto spiritoso ed ha sempre rilasciato ottime interviste. Dopo di lui, nella mia classifica dei primi tre, ci sono Roddick e Safin”. Se si parla solo di tennis sceglie McEnroe. “Siamo amici, l’ho portato in giro per Firenze con lo scooter. Era incredibile, aveva una sensibilità, un talento… Se dovessi di nuovo pagare il biglietto per guardare giocare qualcuno, lo pagherei per McEnroe”. Ed il torneo preferito? “Come giornalista, mi piacciono Wimbledon e Roland Garros, perché i match finiscono in tempo e non devo scrivere fino alle cinque di mattina. Come spettatore… Wimbledon è particolare, l’atmosfera e l’erba fanno di questo torneo un qualcosa di diverso da tutti gli altri”.

Si passa poi a parlare dei match che ricorda in maniera particolare, e anche qui ci sono solo nomi leggendari. “Uh, McEnroe quando nel 1984 vinse 82 partite su 85, la sua finale con Lendl al Roland Garros e la finale di Davis dove venne sconfitto. E quando il nostro Panatta vinse il Roland Garros, dopo aver annullato un match point nel primo turno, la vittoria di Ashe qui nel 1975 contro Connors. Non posso dimenticare le WCT Finals tra Rosewall e Laver nel 1972 e nel 1973, e l’incredibile vittoria di Chang al Roland Garros 1989… Ce ne sono tante”.

Slobodan Martic, autore dell’intervista, con Ubaldo Scanagatta

LO SPORT MIGLIORE Per la fine dell’intervista ho lasciato una semplice domanda: cos’è il tennis? Credo sia il miglior sport del mondo” risponde Scanagatta “È il più complesso. Per prima cosa, sei da solo – anche se hai tutto il team attorno a te, tutti i problemi in campo li devi affrontare da solo. Secondo cosa, devi affrontare molte sconfitte, devi essere forte mentalmente e fisicamente, e devi avere anche un po’ di talento. Questa combinazione non si trova in nessun altro sport. In una squadra puoi nasconderti, ma vinci se Messi o Ronaldo giocano con te, ma anche Cruijff poteva perdere se non aveva dei bravi compagni di squadra. Qui è semplice – se sei bravo, vinci. Per questo il tennis è il migliore“.

Queste sono le parole dell’uomo che ha seguito 46 Wimbledon, 44 Roland Garros, 35 US Open e 29 Australian Open e chissà quanti altri tornei di livello inferiore e quante conferenze stampa. Perciò non è importante se in una di queste, come ci dice,  “Ho chiuso un pochino gli occhi. Colpa del jet-lag.

Questo Wimbledon è il mio primo torneo del Grande Slam e in assoluto il primo torneo di tennis in cui sono inviato, merita imparare qualche trucco del mestiere dai colleghi più esperti. Qualche consiglio? “Non preoccuparti, imparerai di giorno in giorno e sono sicuro che non ci saranno problemi… Io avevo 24 anni quando ho iniziato… Tu solo impara, questo è quanto” dice Scanagatta.

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Giustino: “Chi gioca solo i Challenger non vede un euro”

Impegnato al Challenger di Manerbio, il tennista napoletano rivela di aver accettato la proposta di candidatura per l’ATP Player Council e si fa carico della crociata per una più equa distribuzione dei premi: “Troppi soldi a pochi giocatori, gli altri muoiono di fame”

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Lorenzo Giustino - ATP Challenger Manerbio 2019 (foto Carlo Monterenzi)

La tribuna politica non è di quelle che garantiscono grande audience, ma il messaggio è partito. Lorenzo Giustino, napoletano classe 1991, insegue la top 100 passando dal Challenger di Manerbio. E proprio dal torneo lombardo avanza la sua candidatura per un ruolo di rilievo nella politica tennistica: “Mi hanno chiesto disponibilità a candidarmi nell’ATP Players Council e ho detto di sì, vediamo cosa succederà“. L’organo di rappresentanza dei giocatori sta vivendo un periodo movimentato, dopo il disimpegno del fronte d’opposizione maturato nella riunione pre-Wimbledon (di cui potete trovare qui un resoconto dettagliato) e concretizzatosi nelle dimissioni di Vallverdu, Haase, Jamie Murray e Stakhovsky.

Le questioni economiche tengono sempre banco, con diverse sfumature: proprio in questi giorni dal Canada è stato Vasek Pospisil – membro del Council – ad aprire un ragionamento ad ampio raggio sulla gestione del montepremi dei tornei più importanti e sullo status dei giocatori, a suo dire ormai assimilabile a quello di “dipendenti” dell’ATP e non più di liberi professionisti.

ORGOGLIO CADETTO Il fronte caro a Giustino è invece quello più popolare: la difesa dei tennisti da Challenger, sotto i punti di vista (che viaggiano in parallelo) delle opportunità di partecipazione al circuito maggiore e del trattamento economico. C’è in ballo – come sostenuto dall’azzurro e anche da tanti altri professionisti di medio livello – un problema di sostenibilità della carriera. “Non è tanto una questione di ranking – ha dichiarato in una nota diffusa dall’ufficio stampa del Trofeo Dimmidisì – puoi essere anche numero 120, ma se hai giocato gli Slam e nel circuito ATP sei a posto. Se giochi soltanto i Challenger invece non vedi un euro. Nel tennis si è creata un’idea secondo cui vali solo se sei top-100, altrimenti sei negato. Non mi piace: sono convinto che se i giocatori da Challenger avessero ogni settimana una wild card per i tornei ATP, vincerebbero tranquillamente le loro partite”.

DIVARIO (ANCHE) SOCIAL – La questione si ripercuote direttamente sulla distribuzione dei premi in denaro: “I tour manager ATP dicono che l’ATP è un’azienda che vuole aumentare il proprio valore, e sostengono che sia complicato dare più soldi ai Challenger se non producono. Il problema è che loro sono i primi a creare una barriera tra l’ATP Tour e il circuito cadetto. Dovrebbe esserci una comunicazione più omogenea – sostiene il numero 130 del mondo – non è possibile che la pagina Instagram dell’ATP abbia un milione e mezzo di follower, mentre quella dei Challenger appena 237. La mia idea è che il prodotto tennis non funziona bene: si danno troppi soldi a pochissimi giocatori, mentre gli altri muoiono di fame. Prendi gli Slam: messi insieme, fanno quasi lo stesso numero di spettatori della Champions League… non è possibile che i giocatori siano poveri“.

 

CONTI IN ROSSOL’ultimo appello chiama in causa anche le modalità di pubblicazione dei prize money sul sito ATP:Viene mostrata la cifra lorda – conclude Giustino – ma non corrisponde in nessun modo al vero: tra tasse e spese vive rischi di andare in passivo. Quando ero piccolo, mio padre ha investito 100.000 euro per me. A un certo punto sono finiti e mi ha detto: ‘Se vuoi giocare a tennis, devi andare a lavorare’. E così è stato”.

Si ringrazia l’Ufficio Stampa del Trofeo Dimmidisì

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Interviste

Cecchinato: “Chi non credeva in me ha fatto presto a fare le valigie. Per fortuna!” [AUDIO]

ESCLUSIVA – Dopo la sconfitta con Schwartzman, Marco appare comunque fiducioso. Contento del nuovo team, si toglie anche qualche sassolino dalla scarpa

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da Montreal, il nostro inviato

Cecchinato lotta ma perde di misura

Dalla tribuna, l’impressione è stata che ci sia mancato un nulla, hai anche fatto meglio in tutte le statistiche… una partita così va presa come un punto di risalita, per quanto uno ovviamente rosichi!
Sì, nelle ultime partite sono sempre stato sopra, con Delbonis, Chardy, ora con uno che ha appena vinto un ATP, un top-20… il livello c’è, di sicuro mi manca fiducia, e si vede nelle palle break, nei momenti in cui si deve chiudere. Oggi la partita fa rosicare tanto, però è solo un momento, secondo me appena scatta quel click che vinco una o due partite posso ritornare a essere tranquillo, ad avere il livello dell’anno scorso.

 

Di fianco si vede bene dove stanno i giocatori, e lui era sempre in difesa, la partita la facevi tu.
Sì, ero sopra di livello, comandavo lo scambio. Ora sono ritornato a lottare, sono presente, ho passato un periodo difficile. Anche cambiare allenatore è difficile, come vedi ci sono state tante sconfitte. Adesso sono fiero di avere questo team al mio fianco, veramente unito, con Uros Vico, col mio preparatore da sette anni, col mio manager che non è solo quello. Sono presenti, sono fiduciosi, positivi nel momento di difficoltà, a differenza di qualcun altro che ha fatto presto a fare le valige e andare via. Quindi sono contento di avere delle persone al mio fianco che credono in me, stiamo facendo un buon lavoro per tornare ad alti livelli.

Beh, Uros Vico faceva tipo la telecronaca durante la partita, ero seduto vicino a lui, ed era estremamente presente, si faceva sentire continuamente. Ti piace questo approccio?
Sì, mi trovo bene, è molto positivo, presente, carico, ha voglia di uscire da questo tunnel come tutto il mio team. Non è stato ad Amburgo, dove ho avuto tre match point, non è stato a Kitzbuhel, dove ho avuto tanti set point, non è stato qui a Montreal, ma l’importante è avere il livello, non ho disimparato a giocare a tennis, sono numero 60 del mondo, non 200, come ti dicevo mancano solo una o due partite, manca solo la vittoria per tornare ad alto livello.

Come gestisci la transizione dalla terra al cemento?
Beh, finito la terra a Kitzbuhel una settimana fa, e adesso ero già sopra di livello a Schwartzman su questi campi, ormai il cemento non è più l’incubo di due anni fa, mi è bastata una settimana di allenamenti e si sono visti i risultati. Ok non ho vinto la partita, ma ero in vantaggio contro un giocatore in fiducia, che ha vinto tantissime partite quest’anno, quindi anche sul cemento posso stare alla pari con questi giocatori. Manca solo la vittoria, non manca altro, sto bene mentalmente e fisicamente, ho di fianco persone che credono in me. E per fortuna, ci tengo a sottolinearlo, quelle che non credevano più in me sono andate via. Ci divertiremo ancora tanto.

Cosa significa il logo MC13 che hai sulla tuta?
È il mio logo, con le iniziali e il mio numero fortunato!

Un’ultima cosa, più sul quadro generale. La prima volta che abbiamo parlato, allo US Open 2016, ti eri qualificato grazie a una bellissima primavera di challenger. Hai perso con Mardy Fish, no?
Sì!

Ecco, per te era un gradino, ma ora è lontano. In questi due tre anni è successo di tutto. Come rivedi questo tuo percorso, chi è Cecchinato ora rispetto a quello che era emozionato di giocare il suo primo US Open?
Mi sono messo in gioco sul cemento, superficie che non conoscevo, ho fatto tanti tornei, dove ci sono state tante sconfitte, ma comunque ne sono uscito anche quella volta lì. E ora sul cemento ho tante vittorie, l’ho dimostrato l’anno scorso, a Pechino, a Shanghai, quindi Marco Cecchinato si mette sempre in gioco, ci sto mettendo la faccia, perché otto sconfitte negli ultimi otto tornei non è facile. Ritornerò a vincere, ne sono più che convinto rispetto a un mese fa, che era proprio un periodo negativo. Manca solo un po’ di fiducia, e sono convinto che ritornerò a divertirmi in questo circuito, con una classifica che conta.

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Interviste

Piatti frena gli entusiasmi: “Sinner deve migliorare tanto, la classifica non mi interessa”

Tante esperienze, tanto tennis. Nessun compromesso. Questo il mantra del tecnico comasco, impegnato a formare una delle già grandi speranze del tennis italiano

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Riccardo Piatti (foto Gabriele Lupo)

Gli allenatori più bravi sono quelli capaci di ridimensionare il peso di una sconfitta ma anche, al contempo, di frenare gli entusiasmi dopo una vittoria. Riccardo Piatti è certamente un bravo allenatore di tennis, forse il più bravo di tutti persino. E dunque, di certo, non si fa influenzare quando il 17enne Jannik Sinner, suo grande pupillo nonché una delle grandi speranze del tennis italiano per gli anni a venire, spedito nello sperduto Kentucky per farsi le ossa sul cemento americano, va a vincere il suo secondo Challenger in carriera.“Dopo la finale ho chiamato Jannik per fargli i complimenti. Ma gli ho anche detto che avrebbe dovuto vincere in due set (contro l’australiano Alex Bolt, testa di serie n.2 del seeding ndr). E che ha servito male in alcuni momenti”, ha detto Piatti in un’intervista a Il Corriere dello Sport. Che dire, sono i lati negativi, o forse positivi, del lavorare con un allenatore di questo calibro: non si scompone mai ed è sempre molto molto esigente.

Il percorso per Jannik è segnato. Migliorare e fare esperienza. Nulla, se non un evento clamoroso può sconvolgerlo. Figuriamoci una vittoria al Challenger di Lexington, che comunque lo fa salire al 135esimo posto della classifica mondiale. Ma di ranking il 60enne comasco non vuol sentire nemmeno parlare da lontano. “Io Jannik l’ho mandato negli USA proprio per evitare questi discorsi. A me classifica e risultati per ora non interessano. Anzi non me ne frega niente”, ha chiosato. “Ci penseremo quando avrà 22-23 anni, allora capiremo cosa davvero è in grado di fare. Adesso mi interessa che cresca, che arrivi a giocare al livello che ho in mente io. Deve nutrirsi di esperienze, non di punti”. 

Esperienze come prendere une aereo appunto e andare a giocare un piccolo torneo nel centro degli Stati Uniti, invece di accettare una wild card offertagli dagli organizzatori del più ricco torneo di Kitzbuhel, un evento quasi di casa per Jannik che è nato a pochi chilometri dall’Austria, a San Candido. Ma non in linea con il progetto di Piatti. “Voglio che conosca il circuito americano, che migliori sul cemento”. Insomma, la ragione ogni oltre possibile sentimentalismo. Scelte difficili da sopportare, soprattutto se sei ancora un adolescente. E Jannik ogni tanto ne risente. “La scorsa settimana mi ha chiamato perché era nervoso. Non è tutto rose e fiori nei Challenger. La finale l’ha giocata mentre nel campo a fianco si giocava quella femminile. Deve fare la gavetta, imparare il mestiere. Ero contento che fosse nervoso”, ha rivelato Piatti, con la soddisfazione del padre (tennistico) severo, quello che vuole fare allargare le gracili spalle del proprio ragazzo da ogni punto di vista. 

 

Il gioco di Sinner sembra già però molto solido. Anzi ciò che stupisce del suo tennis è proprio la completezza e la mancanza di punti deboli. Quindi quali sarebbero tutti questi miglioramenti dei quali parla il coach comasco? “Dritto, rovescio, servizio, volée tutto”, ha sottolineato Piatti. Insomma Jannik fa tutto piuttosto bene ma deve fare tutto meglio per competere ad un livello più alto. “Quando gioca con un avversario sotto il 120 del mondo, Jannick mette il 65% di prime e ne ricava il 75-80 per cento dei punti. Se gioca con un Sousa o con un Jarry, mette sempre la stessa percentuale di prima ma ci ricava il 60-65 per cento di punti. Nei Challenger vince con il servizio, ma ancora non ha il livello per giocare contro i migliori. Non sempre almeno”, ha spiegato. 

Jannik Sinner – Roma 2019 (foto Felice Calabrò)

Ma c’è anche spazio (mai troppo) per sottolineare i meriti del suo allievo in questa prima stagione piena sul circuito ATP, in cui ha già scalato oltre 350 posizioni. Come appunto la capacità di adattarsi ad ogni situazione rapidamente. “Tre, tornei sull’erba, due settimane di allenamento sul cemento, velocissimo, dell’Elba, poi è andato ad Umago, sulla terra e ha vinto il primo turno (contro il portoghese Sousa ndr) e ha giocato un’ottima partita contro Bedene. Jannick è una spugna. Ha una grande capacità di apprendere e risolvere i problemi in campo. Per questo bisogna mettergli dentro tanti contenuti”, ha detto. Ma anche la concentrazione e la disponibilità al sacrificio durante gli allenamenti. “Quando vedi che si allenano con intensità, che stanno sempre lì, lo sai che sono destinati ad arrivare. Devi solo dargli tempo”, ha proseguito. 

Insomma, il percorso di Sinner continua, senza scossoni. Con la consapevolezza di dover migliorare, e tanto, ma anche di farlo da delle basi straordinarie. A scandire le tappe è ancora Piatti, vero e proprio deus ex machina della situazione. “Il progetto è sempre quello. Adesso è in America con Andrea Volpini, il 14 lo raggiungerò io. Deve imparare a viaggiare con preparatore e fisioterapista, spendendo anche i soldi necessari. Per migliorare sempre. Dopo gli US Open giocherà ad Istanbul, poi San Pietroburgo, poi la tournée asiatica”. Con gli occhi puntati sulle partite di tennis e non sul ranking. “Deve confrontarsi, capire. Poi fra un paio d’anni riparliamo di classifica”. E chissà che quando ne riparleremo non sia per farlo in termini di un certo rilievo. Probabilmente è quello che ha già in mente Piatti. Anche se non vuole ammetterlo.

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