Come Scanagatta ha fatto divertire il mondo. “E Djokovic è in debito con me”

Interviste

Come Scanagatta ha fatto divertire il mondo. “E Djokovic è in debito con me”

La traduzione integrale dell’intervista rilasciata dal direttore a BBC Serbia. Da Laver e Rosewall a Federer, Nadal e Djokovic, passando per Nastase, McEnroe e Lendl: una strada lunga 154 Slam. Che continua…

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

QUI L’INTERVISTA ORIGINALE DI SLOBODAN MARTIC

Avrete sicuramente visto questo video. Un giornalista italiano fa una domanda a Djokovic in inglese – naturalmente con un accento italiano, dopo la finale di Melbourne. “7 Australian Ooopens, 15 Slaaams” la cantilena dell’italiano all’inizio della domanda. Not too baaad” (“Non così male”) lo interrompe Novak, anche lui in una cantilena inglese-italiana. Djokovic si mette poi a ridere per una ventina di secondi abbondanti, come tutta la sala, per poi aggiungere un “Niente di particolaaare”. Mancava solo il classico saluto italiano con la mano.

È diventato subito virale” afferma al riguardo Ubaldo Scanagatta, l’autore della domanda cantilenante e famoso giornalista, nell’intervista realizzata per la BBC. “Siete diventato una star mondiale” gli dico. “Sì, me lo dicono tutti, ma preferirei comunque diventare una star per la qualità del mio giornalismo” mi risponde con un sorriso. Scanagatta è esattamente questo: molto, molto di più di quella conferenza per i media che lo ha reso famoso in tutto il mondo. In agosto compirà settant’anni e nella sua testa custodisce tutta la storia del tennis: questo Wimbledon è il 154esimo torneo del Grande Slam che segue dal vivo. “Sì, sono vecchio, ma ho un’ottima memoria… In tre minuti potrei elencare tutti i finalisti di Wimbledon dal 1968 e forse anche i risultati”. E con una simile leggenda del giornalismo e del tennis si può parlare di tante cose.

Ubaldo Scanagatta – Wimbledon 2019 (foto S. Martic)

LA SFIDA Sì, abbiamo un buon rapporto” dice Ubaldo con un sorriso, dopo che ho citato Djokovic. “Lui parla italiano e dato che ancora adesso in tanti appena mi vedono mi dicono ‘not too baaad’, scherziamo sempre sulla cosa. Credo comunque che tutti i giocatori mi rispettino veramente”. Ci dice che è sempre stato indipendente e che “non ho mai fatto sviolinate a nessuno. “Se penso che qualcuno sbagli, anche Djokovic, lo scrivo. Indipendenza e spirito libero, sono due cose molto importanti per un giornalista” aggiunge Scanagatta, dando inconsapevolmente una importante lezione di giornalismo al novellino con cui sta parlando. Parliamo negli ampi spazi riservati ai giornalisti stranieri del Media Center di Wimbledon, pieno di monitor e di gente che corre in giro tutta agitata.

Avevo visto Scanagatta dal vivo per la prima volta qualche giorno prima, nella conferenza stampa di Djokovic dopo la vittoria al primo turno, dove anche si era sentita la cantilena. “Dobbiamo proseguire, il tempo è scaduto” aveva detto in quell’occasione l’anziano signore che aveva il ruolo di moderatore, cercando di concludere la conferenza stampa. Ecco, solo ancora il nostro amico dall’Italia” aveva aggiunto Djokovic, indicando con un sorriso alla sua destra. La domanda di Ubaldo era sulla pressione che il ruolo di favorito esercita sui giocatori, considerato che i giovani – come Tsitsipas e Zverev – era usciti al primo turno. “Bisogna conviverci“ aveva risposto Novak. “Not tooo baaad” aveva aggiunto Ubaldo.

Sì, lui e Djokovic hanno un buon rapporto, ma c’è di mezzo anche una specie di debito. “In Australia, prima della semifinale, gli ho detto di portare la racchetta per giocare un po’ e lui rispose che l’avrebbe fatto. Poi però il giorno dopo faceva talmente caldo che non si è allenato, e così ho perso l’occasione di giocare con lui afferma Scanagatta. “È in debito con lei” osservo. “Sì è in debito, spero se ne ricordi. Diglielo. Digli che ‘devi a Ubaldo una partita di tennis’. Tre minuti, di più non ce la farei” risponde sorridente. “Ho giocato con Monica Seles, con McEnroe, con Borg, con Navratilova, con Laver… Mi piacerebbe giocare un pochino con Djokovic”.

 

BOLOGNA, OTRANTO, ROMA, GORIZIA Scanagatta dice di sé che è “praticamente nato in un tennis club” a Firenze, di cui suo padre era presidente. Per questo motivo iniziò a giocare a tennis già a quattro anni, arrivando sino alla rappresentativa juniores italiana e alla borsa di studio per proseguire gli studi negli USA. “Sono stato un discreto tennista e poi direttore del torneo di Firenze, cosa che mi ha aiutato più avanti nel giornalismo. Come direttore del torneo ho conosciuto Ilie Nastase con la sua futura moglie, e anche con Lendl avevo un buon rapporto, perché una volta era in ritardo ad un match e pregai il suo avversario di attenderlo. “Ma dai” gli dissi “tanto lo batterai comunque. Perse” ricorda Scanagatta, ridendo di cuore.

Ora, dice, è tutto diverso. “È passato tanto tempo… Quando ho iniziato ad occuparmi di tennis le palline erano bianche, questo fa capire quanto tempo è passato. Oggi se si vuole parlare con un determinato tennista bisognare fare una specifica richiesta ed avere uno specifico permesso, che non si riuscirà ad ottenere se non supplicando”.Se questo è così diverso, che dire del giornalismo. “Quando ho iniziato, in alcune redazioni non c’era neanche la carta, dovevi portartela da casa. Dovevamo dettare il testo agli stenografi e fare lo spelling di ogni singolo nome, perché generalmente non sapevano di tennis e non sapevano come si scrivesse Bjorn Borg.” E come si scriveva?  “Borg – Bologna, Otranto, Roma, Gorizia e questo non era un problema, immagina Gerulaitis – Gorizia, Empoli, Roma, Udine, Livorno, Ancora, Imola, Torino, Imola, Savona” aggiunge subito.

Ubaldo Scanagatta nella sala stampa di Wimbledon (foto S. Martic)

I “LIKE” Dalla dettatura degli articoli, alle macchine da scrivere e internet, fino al conteggio dei “like” e delle condivisioni sui social. Come sopravvivere? Bisogna adeguarsi ogni giorno risponde Scanagatta, impartendo un’altra lezione di giornalismo. “Dodici anni fa – abbastanza presto, considerando la mia età – capii che Internet sarebbe diventato importante e pensai che poteva essere una buona idea creare un sito web di tennis. Iniziammo come blog, con circa 300 visitatori al mese, e ora Ubitennis ha 100.000 visite al giorno. Che non è per niente male, considerando che stiamo parlando di tennis e non di calcio”.

Qualche attimo dopo il 69enne si mette a parlare di argomenti di cui i suoi coetanei non sanno assolutamente nulla – i social network. “Conservo ancora adesso gli accrediti stampa di Wimbledon del 1974 e del 1976, nei quali non c’era la foto” dice, estraendo lo smartphone dalla tasca. Perché lo fa? Per mostrarmi la fotografia di questi accrediti sul suo profilo Instagram, naturalmente. “Ho messo l’accredito di quest’anno e l’ho pubblicato, ma mi hanno detto che è vietato, perché qualcuno potrebbe scansionarlo e creare problemi di sicurezza. Ho dovuto togliere questa foto… Ecco quanto tutto è cambiato”.

Comunque, Scanagatta qualche problema ce l’ha con alcune delle cose del mondo d’oggi. “È dura” risponde semplicemente alla mia domanda su cosa pensa del giornalismo attuale. “Ad esempio, non dovremmo accettare l’idea che tutta la conferenza stampa per i media, subito dopo la conclusione, sia già disponibile su YouTube. Federer dice qualcosa, noi gli facciamo le domande e qualcuno che sta seduto a casa vede tutto prima che il giornalista abbia il tempo di trascrivere la dichiarazione, senza parlare dell’articolo da scrivere. Per quale motivo, allora, i media dovrebbero mandare qualcuno ai tornei ed investire denaro?”.

ASHE VS CONNORS Il nostro colloquio viene interrotto improvvisamente da una voce femminile: “Comunicazione importante <una tennista di cui non mi ricordo il nome> sta per raggiungere la sala interviste per la conferenza stampa con i media”. Scanagatta, naturalmente, si interrompe un momento per ascoltare e capire se si tratta di una informazione importante per lui. Non lo è e si gira di nuovo verso di me. Dato che ha trascorso dei decenni nel tennis, mi interessa sapere se ha dei tennisti preferiti.

Come giornalista, più di tutti mi piaceva Ivanisevic” risponde subito. “È molto spiritoso ed ha sempre rilasciato ottime interviste. Dopo di lui, nella mia classifica dei primi tre, ci sono Roddick e Safin”. Se si parla solo di tennis sceglie McEnroe. “Siamo amici, l’ho portato in giro per Firenze con lo scooter. Era incredibile, aveva una sensibilità, un talento… Se dovessi di nuovo pagare il biglietto per guardare giocare qualcuno, lo pagherei per McEnroe”. Ed il torneo preferito? “Come giornalista, mi piacciono Wimbledon e Roland Garros, perché i match finiscono in tempo e non devo scrivere fino alle cinque di mattina. Come spettatore… Wimbledon è particolare, l’atmosfera e l’erba fanno di questo torneo un qualcosa di diverso da tutti gli altri”.

Si passa poi a parlare dei match che ricorda in maniera particolare, e anche qui ci sono solo nomi leggendari. “Uh, McEnroe quando nel 1984 vinse 82 partite su 85, la sua finale con Lendl al Roland Garros e la finale di Davis dove venne sconfitto. E quando il nostro Panatta vinse il Roland Garros, dopo aver annullato un match point nel primo turno, la vittoria di Ashe qui nel 1975 contro Connors. Non posso dimenticare le WCT Finals tra Rosewall e Laver nel 1972 e nel 1973, e l’incredibile vittoria di Chang al Roland Garros 1989… Ce ne sono tante”.

Slobodan Martic, autore dell’intervista, con Ubaldo Scanagatta

LO SPORT MIGLIORE Per la fine dell’intervista ho lasciato una semplice domanda: cos’è il tennis? Credo sia il miglior sport del mondo” risponde Scanagatta “È il più complesso. Per prima cosa, sei da solo – anche se hai tutto il team attorno a te, tutti i problemi in campo li devi affrontare da solo. Secondo cosa, devi affrontare molte sconfitte, devi essere forte mentalmente e fisicamente, e devi avere anche un po’ di talento. Questa combinazione non si trova in nessun altro sport. In una squadra puoi nasconderti, ma vinci se Messi o Ronaldo giocano con te, ma anche Cruijff poteva perdere se non aveva dei bravi compagni di squadra. Qui è semplice – se sei bravo, vinci. Per questo il tennis è il migliore“.

Queste sono le parole dell’uomo che ha seguito 46 Wimbledon, 44 Roland Garros, 35 US Open e 29 Australian Open e chissà quanti altri tornei di livello inferiore e quante conferenze stampa. Perciò non è importante se in una di queste, come ci dice,  “Ho chiuso un pochino gli occhi. Colpa del jet-lag.

Questo Wimbledon è il mio primo torneo del Grande Slam e in assoluto il primo torneo di tennis in cui sono inviato, merita imparare qualche trucco del mestiere dai colleghi più esperti. Qualche consiglio? “Non preoccuparti, imparerai di giorno in giorno e sono sicuro che non ci saranno problemi… Io avevo 24 anni quando ho iniziato… Tu solo impara, questo è quanto” dice Scanagatta.

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Federer: “Tsitsipas è stato più bravo di me in tanti piccoli dettagli”

Le parole di Roger Federer dopo la sconfitta con Stefanos Tsitsipas. “Credo di aver giocato una stagione solida, devo solo ascoltare i segnali che il mio corpo mi manda”

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Roger Federer alle Nitto ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Rogerti è sembrato che alla fine la differenza tra voi due l’abbiano fatta i breakpoint? Come sentivi la palla oggi rispetto al match contro Novak.
Forse. Senza dubbio ho avuto le mie chance. Non so perché sia finita così. Forse avere sbagliato due smash nello stesso game, cosa che non mi succedeva da una vita. Brutto errore. Non è qualche cosa che puoi allenare. Non c’ero perfettamente neppure con i piedi, non mi sono ancora perfettamente adattato ai pallonetti molto alti. Comunque, ho messo da parte gli errori e sono entrato bene nel match. Poi ho avuto dei buoni momenti e altri molto negativi. A questi livelli non puoi permetterteli. A parte quei due smash per il resto sentivo bene la palla oggi. Diritto e rovescio funzionavano bene. Poi nel secondo set mi ha fatto il break  a zero in un game in cui non ho messo dentro una prima. Infine ho avuto la possibilità di tornare al comando e l’ho gettata via di nuovo. È stato frustrante. Lui comunque ha giocato davvero bene. Anticipava bene I colpi e rispondeva bene ai miei servizi. Dobbiamo dare merito a lui se oggi non sono riuscito a esprimermi al meglio.

Vedi delle somiglianze tra il lungolinea di rovescio di Thiem e quello di Tsitsipas che oggi ti ha causato tanti problemi? 
Sì, un po’. Come tutti quelli che tirano il rovescio a una mano talvolta li effettuano. Li attendevo perché già a Basilea ne aveva tirati molti, ma non credo sia stato questo a fare la differenza oggi. La differenza era altrove. Ad ogni conto lui ha un grande rovescio che può colpire in molteplici maniere anche perché è un giocatore alto e potente e, quindi, penso possa adattarsi ad ogni superficie. Sarà molto importante per la sua carriera. Poi ha un gioco di gambe che lo porta sempre ad essere aggressivo. Ogni palla corta verrà attaccata e credo che sia molto bravo a farlo. È uno dei migliori in questo.

Stefanos ha dovuto annullarti parecchi break point. Come credi abbia fatto? Meglio di te forse?
Certo. Lo dicono i fatti. Credo sia una questione di forza mentale. Inoltre non ha commesso errori stupidi. Nessun doppio fallo. È molto tosto. Io mi sento molto frustrato perché non sono riuscito a fare meglio. Ho buttato via le mie chance. Ormai l’anno è concluso e di più non posso fare. Oggi ho provato di tutto. Ho provato a giocare dentro il campo e ad essere aggressivo ma era difficile perché lui colpisce con grande anticipo. Lui è stato più bravo di me in tutti quei piccoli dettagli.

Hai avuto una stagione positiva comunque con 4 titoli e una finale Slam. Cosa credi di dover fare l’anno prossimo per essere qui di nuovo il prossimo anno?
Devo giocare al livello a cui ho giocato quest’anno per avere le mie chance. Questa stagione credo di aver giocato in maniera solida. Devo avere cura del mio corpo e dei segnali che mi lancia; lavorare bene con il mio team e gestire tutto con il giusto equilibrio. Poi quando arriva il momento di giocare lo so che non è come 10 o 15 anni fa quando giocavo sempre bene un giorno dopo l’altro. Ora devo sforzarmi di più per riuscirci.Forse devo lavorare di più sulla capacità di anticipare mentalmente certi momenti della partita come quelli in cui oggi ho avuto delle opportunità o come a Wimbledon e Indian Wells. Queste cose possono cambiare l’esito di un’intera stagione, darti fiducia. Ma, alla fine, sono contento di come ho giocato nel 2019 e sono eccitato all’idea di affrontare una nuova stagione.

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Nadal: “Avrei potuto finire da n.1 almeno altre due stagioni”

LONDRA – Lo spagnolo festeggia la coppa del leader di classifica, ma rivela: “Quando conquisti uno Slam lo fai vincendo l’ultimo punto della partita e quella è una sensazione che non hai quando diventi numero 1”

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Rafael Nadal con il trofeo del numero 1- ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)
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da Londra, il nostro inviato

Vittoria fortunata contro Medvedev – ma la fortuna aiuta gli audaci, come è noto – e successo invece pienamente frutto dei suoi sforzi contro un mai domo Tsitsipas, che già qualificato gli ha dato battaglia per tre ore. Dopo la fiacca esibizione d’esordio contro Zverev, Rafael Nadal ha fatto tutto il possibile per guadagnarsi le semifinali e adesso rimane in attesa di un segnale positivo dalla sfida tra Medvedev e Zverev, nella quale il russo può regalargli la qualificazione e la sfida numero 41 a Federer. Intanto, lo spagnolo si aggrappa alla certezza – e che certezza! – di poter sollevare per la quinta volta in carriera il trofeo del numero uno di fine stagione.

 

Hai disputato tre match molto duri questa settimana. Come vanno i tuoi addominali?
Bene. Mi sento bene. È vero che ho giocato due partite al limite delle tre ore; se sto bene però questo è l’ideale per me perché la mia preparazione non era perfetta. Più gioco e più miglioro.

Il match di questa sera deciderà la tua qualificazione (se Zverev vincesse Nadal sarebbe fuori ndt). Lo vedrai con partecipazione oppure sarai rilassato?.
Non so se lo vedrò o meno. So solo che devo essere pronto a tutto. Ciò che dovevo fare l’ho fatto e bene. Sono felice della vittoria e ora devo attendere. Forse andrò a cena con la famiglia visto che giocano alle 20 e a quell’ora devo cenare se poi domani dovrò scendere in campo alle 14. Se poi non dovrò farlo pazienza.

Come Roger e Novak chiuderai l’anno al primo posto per la quinta volta in carriera. Negli ultimi 16 anni solo Murray nel 2016 ha interrotto il vostro dominio. È una cosa speciale per te oppure no? In che momento dell’anno hai pensato di potercela fare?
Non saprei. La prima posizione non era il mio obiettivo. Non la inseguo e non pianifico il calendario in funzione di ciò ma per durare il più a lungo possibile. Io e il mio team organizziamo la stagione per questo obiettivo, ovvero preservare il mio fisico al meglio. Dovunque abbia giocato quest’anno sono quasi sempre arrivato in fondo. Ho davvero giocato bene. Ecco perché adesso sono qui seduto con il trofeo ATP al mio fianco. Ma, considerata la forza dei miei avversari, tutto può succedere. Io cerco solo di mettermi nelle condizioni di potercela fare. Sono contento di avere raggiunto Roger e Novak in questa speciale classifica. Tuttavia penso che in almeno due stagioni abbia avuto la possibilità di chiudere al primo posto e l’ho mancata a causa degli infortuni. Per esempio nel 2012 stavo giocando alla grande e poi dopo il Roland Garros mi sono dovuto fermare otto mesi per il ginocchio. Così pure nel 2009 successe qualcosa di simile. Per questa ragione questo trofeo significa così tanto per me e rappresenta un grande traguardo.

Per te la prima posizione in classifica è importante tanto quanto la conquista di un torneo dello Slam?
Sono due cose diverse. Difficili da confrontare. Anche la prima posizione è una grande cosa. Però quando conquisti uno Slam lo fai vincendo l’ultimo punto della partita e quella è una sensazione che non hai quando diventi numero uno. Quella è la grande differenza. Comunque non è giusto fare confronti. Non voglio dire meglio una cosa o meglio l’altra. Questo trofeo per me era qualche cosa di inatteso e mi emoziona molto, soprattutto dopo tutto ciò che ho dovuto passare

Sia oggi sia nella finale degli Us Open hai fatto molto serve & volley. Lo hai mai fatto così spesso in passato?
È vero. Sto servendo molto meglio e quindi a rete ci vado più spesso, è normale. Ci vuole fiducia. Ci vuole rapidità. Ma se lo fai spesso diventi automaticamente più veloce perché riesci a vedere meglio le cose. In questo momento è qualcosa che mi riesce piuttosto bene.

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Interviste

L’intrigo di Dayana Yastremska

Intervista esclusiva alla 19enne ucraina, che chiuderà il 2019 al suo best ranking. Sullo sfondo le voci che la vogliono vicina a Sascha Bajin, in primo piano le sue potenzialità. Vincerà uno Slam?

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Dayana Yastremska (conferenza) - WTA Elite Trophy Zhuhai 2019

Intervista realizzata a Zhuhai, durante il WTA Elite Trophy

Non c’è soltanto Ash Barty – che le guarda tutte dall’alto – tra le giocatrici che avranno la fortuna di chiudere il 2019 comodamente sedute sul gradino del personale best ranking. Assieme a quelli di Martic (14), Riske (18), Vekic (19) e Muchova (21) figura anche il nome di Dayana Yastremska, 22esima nelle classifiche mondiali. La diciannovenne di Odessa, numero due ucraina dopo Elina Svitolina, ha ritoccato il suo miglior piazzamento in classifica grazie all’unica vittoria ottenuta al WTA Elite Trophy di Zhuhai, prima di incappare nella decisiva sconfitta contro Kiki Bertens che le è costata l’eliminazione dal torneo.

Tra i due match disputati a Zhuhai ci è stato concesso di intervistarla, e basandoci sulle sue risposte alle nostre domande abbiamo provato a rispondere alla nostra, la solita che ci rivolgiamo quando il campo d’analisi riguarda una ragazza che deve ancora compiere vent’anni e fa parlare di sé ad alti livelli: qual è il suo vero potenziale? Può vincere uno Slam, può diventare numero uno, e quanto sarà lunga la sua pagina Wikipedia tra quindici anni? La risposta non è così semplice e ci arriveremo per gradi, sebbene sia stata la stessa Dayana a rispondere ad una di queste domande (lei non sembra avere molti dubbi a riguardo).

 

L’abstract della stagione di Yastremska è composto dai due titoli vinti a Hua Hin e Strasburgo e dalla prima vittoria ai danni di una top 10 ottenuta agli ottavi di Wuhan, contro Karolina Pliskova. Dayana ha vinto quest’anno 36 partite, 14 delle quali in tornei di categoria International; oltre un terzo dei suoi successi, così come oltre un terzo della sua classifica è composto da punti conquistati nei tornei minori. La sensazione – forse persino lecita – che non valga del tutto la posizione che occupa attualmente, deriva dal fatto che sui grandi palcoscenici si è vista poco – se non in parte a Wimbledon, dove ha raggiunto gli ottavi di finale – e dal fatto che contro le top 50 abbia quest’anno perso più partite di quante ne abbia vinte (16 vs 15).

Eppure Dayana è la terza teenager del circuito in ordine di classifica dopo Andreescu e Vondrousova, e a tutte loro ha fatto da apripista; nel luglio 2018 è stata infatti la prima giocatrice nata nel 2000 – ambosessi – a entrare in top 100, prima che un’orda di avversarie agguerrite arrivasse a toglierle la scena e persino a mettersi in testa che a diciannove anni si possono vincere gli Slam. Questa situazione la scoraggia o la motiva ancora di più, le abbiamo chiesto? Sto bene con questo, direi che mi è indifferente. La nuova generazione deve venire fuori quindi è positivo che le ragazze abbiano raggiunto quei risultati, anche se sono migliori dei miei; io sono concentrata solo su me stessa“.

Parere squisitamente personale, e qui dovete fidarvi di chi le sedeva di fronte, la sua innata voglia di primeggiare ne esce persino rafforzata. Si tratta di mettere a posto qualcosa nel modo di giocare più che di rafforzare l’istinto alla competizione che sgorga cristallino come acqua di sorgente. “Sono una giocatrice d’attacco, potente, ma posso essere anche creativa e fare grandi colpi. In un certo senso ‘mi sto aspettando’, potrei dire che ancora non conosco i miei limiti sul campo“. 

Dayana Yastremska – WTA Elite Trophy 2019 Zhuhai

Un affare, lavorare negli intorni dei limiti, di cui solitamente deve occuparsi la guida tecnica. Non fosse che in questo momento la giocatrice ucraina ne è sprovvista, poiché da circa un mese ha concluso la sua collaborazione con l’allenatore belga Oliver Jeunehomme. Dopo aver avuto anche due coach italiani – Gianluca Marchiori dal 2013 al 2014 e Marco Girardini dal marzo 2017 allo febbraio 2018 – Yastremska si trova nella posizione di fare delle scelte per rinnovare il suo team, supportata da papà Oleksander e soprattutto da mamma Marina. Biondissima come Dayana, rispetto alla quale dimostra appena qualche anno in più, è parte integrante della routine pre-partita di sua figlia e l’accompagna ovunque; era con lei persino al Player Party che ha aperto l’Elite Trophy di Zhuhai, nel corso del quale abbiamo avuto quasi la sensazione si sentisse in obbligo di difenderla da conversazioni indesiderate. Non sarà una presenza un po’ troppo opprimente?

Io e mia madre abbiamo un bel rapporto dentro e fuori dal campo. A volte prova ad essere anche una buona allenatrice, ma è più brava come mental coach. Sa tante di cose di me, sa di cosa ho bisogno e mi piace stare con lei, il suo grande supporto e la sua ‘extra-protezione’“. Che Dayana le fosse molto legata lo avevamo facilmente intuito anche dal racconto dell’incidente di Melbourne, a seguito del quale mamma Marina rischiò addirittura di perdere un occhio.

L’argomento successivo è il rinnovamento del suo team, su cui naturalmente si incardinerà la prossima stagione. “C’è un po’ di intrigo sul mio allenatore! Ho lasciato Oliver, che era un grande allenatore ma il nostro contratto era terminato quindi bisognava andare avanti. Negli ultimi torneidove ho giocato prima di Mosca? (chiede al responsabile della WTA per conferma, ndr) Era in Cina, ma non ricordo dove… Tianjin, sì!ho lavorato con una nostra amica di famiglia che mi sta aiutando solo per i tornei asiatici, mentre a Mosca ero solo con i miei genitori“. Dayana non cita Jan Pochter, coach israeliano che l’ha accompagnata a Pechino, mentre l’amica di cui parla è Alexandra Karavaeva, ex tennista russa: “È stata con me a Tianjin per supportarmi e anche un paio di giorni qui. Fa l’allenatrice a Pechino e ho pensato che non ci sarebbe stato nulla di male nel lasciare che mi aiutasse con il coaching in campo. All’inizio volevo segnare mia madre come coach in campo, poi ho pensato che fosse meglio tenerla in… disparte“. A conferma di come il rapporto con sua mamma sia virtuoso, ma in un certo senso anche lei ne percepisca i potenziali pericoli.

La incalziamo un po’. Prima che dai media ucraini venisse fuori il nome di Philippe Dehaes – sebbene a settembre abbia iniziato a lavorare con Monica Puig – il nome di Yastremska era stato accostato a quello di Sascha Bajin, uno degli allenatori più caldi del momento, che dopo aver mollato Osaka a inizio 2019 ha chiuso anzitempo anche la sua collaborazione con Kiki Mladenovic. C’è qualcosa di vero, le chiediamo? “Intrigo, intrigo, intrigo! Sascha a me!” esordisce Dayana sorridendo. “Beh, vorrei costruire un grande team, ma per adesso non dirò nulla in proposito. So che si dicono tante cose su Twitter e sugli altri social, che potrebbe lavorare con Clijsters (che nel frattempo ha rimandato il rientro in campo, ndr) o con qualcun altro. Ma non mi interessa, ho un ottimo team“.

Qui si tratta di una cruda supposizione, ma l’idea è che Dayana sappia già qualcosa che – lecitamente – non vuole dirci. Intanto sul fronte Bajin sono arrivati appena un paio di timidissimi indizi social: nel corso di in un Q&A su Instagram l’allenatore ha finto di non conoscere Yastremska – rispondendo testualmente ‘Who’s that?’ a una domanda su di lei – e ha piazzato un like al recente post con il quale Dayana si è congedata dalla stagione appena conclusa annunciando imminenti novità relative al 2020. Quisquilie da social, niente di più, buone per il chiacchiericcio da off-season in attesa di qualche voce ufficiale.

Eppure tra due mesi sarà ancora tennis. Prima di salutare Dayana le facciamo il nome di Bianca Andreescu e le chiediamo, senza mezzi termini: “Pensi di essere in grado di farcela anche tu il prossimo anno?“. La ragazzetta non ci lascia completare la domanda ed erutta la sua risposta: “Il prossimo anno proverò a vincere un torneo dello Slam. Voglio provare a raggiungere quei risultati o persino migliori“. Piazza lì un sorrisone, squittisce un ‘good’ a diversi decibel – la nostra intervista era arrivata dopo una lunga conferenza stampa, e lei non vedeva l’ora di fuggire – e ci lascia lì con la nostra domanda iniziale. Insomma, quali sono le prospettive di Dayana Yastremska?

Il materiale c’è, perché per avere 19 anni questa ragazza tira davvero tanto forte con entrambi i fondamentali. Ha grande personalità che però non è ancora carisma, ma l’energia è meglio averla – per poterla incanalare – che trovarsene sprovvisti. Il fosforo che non le manca certamente fuori dal campo, dove si dimostra ragazza sveglia, recettiva e anche molto simpatica, forse le fa difetto sul campo. Non si può vincere uno Slam tirando piano, ma neanche tirando forte e basta (per quanto il Roland Garros vinto da Jelena Ostapenko metta in dubbio questo assioma). Per Dayana sarà quindi necessario imparare l’arte della modulazione dei colpi, quella che Naomi Osaka – un’altra ragazzina che all’età di Dayana sembrava poter tirare forte e basta – ha imparato anche grazie a Sascha Bajin. Non è detto che succederà, ma gli elementi per ipotizzarlo ci sono.

Dayana Yastremska – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)


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