WTA, diario di un decennio: il 2015 - Pagina 4 di 5

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WTA, diario di un decennio: il 2015

Sesta puntata dedicata agli anni ’10 in WTA: la caccia al Grande Slam di Serena Williams, l’impresa di Roberta Vinci, la vittoria con ritiro di Flavia Pennetta e altro ancora

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Roberta Vinci e Serena Williams - US Open 2015

Toronto 2015, Bencic batte Williams
Mese di agosto. Serena ha vinto  i primi tre Major del 2015. Significa che vede a un passo il Grande Slam. In vista di Flushing Meadows, il suo approccio alla stagione sul cemento comincia dal Canada.

A Toronto sconfigge Flavia Pennetta, Andrea Petkovic e Roberta Vinci (sì, proprio Vinci: per 6-4, 6-3), in una partita più equilibrata di quanto non dica il punteggio, visto che Serena ottiene i break decisivi solo nel finale di ogni set.

 

La seconda sconfitta stagionale, dopo quella contro Kvitova a Madrid, per Williams arriva in semifinale contro la diciottenne Belinda Bencic, che sta vivendo una settimana straordinaria, tanto che finirà per vincere il torneo sconfiggendo quattro Top 10 una dopo l’altra, impresa unica nella stagione.

Nel primo set Bencic fatica un po’ ad abituarsi alla pesantezza di palla di Serena, ma poi aggiusta le misure, diventa più incisiva e conquista il secondo set. La cosa da sottolineare di questa fase è che Belinda, mentre affronta la numero 1 del mondo, sta palesemente divertendosi: non riesce proprio a tenerlo nascosto. Segno che è veramente in una fase di carriera in cui ha nulla da perdere, e tutto quello che conquista in positivo è un regalo che la galvanizza.

Sull’onda dell’entusiasmo, nel terzo set si porta avanti 5-1. A questo punto Serena reagisce e avvia una rimonta che Bencic riesce a contenere anche grazie a una serie di inattese discese a rete, che le permettono di chiudere il match per 3-6, 7-5, 6-4. In conferenza stampa Serena dirà all’incirca: meglio perdere oggi che più avanti…

US Open 2015: la demolizione del Grandstand
L’ultimo Slam del 2015 è un torneo particolare. Il cattivo tempo incide sui programmi, e dimostra quanto sia necessaria la prevista copertura del campo centrale (Arthur Ashe Stadium), per mantenersi all’altezza di Australian Open e Wimbledon. Nel processo di ristrutturazione dell’Arthur Ashe è inevitabile la demolizione del vecchio Grandstand.

Si tratta di uno stadio da circa 6000 posti, letteralmente incastrato sotto le tribune del Centrale: un impianto architettonicamente sgraziato, ma capace di creare una atmosfera di intimità e vicinanza con i giocatori quasi unica. Su questo campo si sono giocate partite memorabili, e perfino dalla TV si percepiva l’elettricità speciale prodotta dal Grandstand. Anche il New York Times gli dedica un articolo dal titolo “Un grande teatro del tennis al crepuscolo” e lo accompagna con questa foto:

Anche se obiettivamente non c’erano alternative, la sua distruzione è un vero peccato, perché il calore del Grandstand era inimitabile. Senza andare troppo lontano nel tempo, su questo campo si era giocato, per esempio, nel 2010 il match tra Schiavone e Bondarenko con un famoso tweener di Francesca a infiammare gli spettatori:

O la battaglia di semifinale tra Stosur e Kerber del 2011, quando da numero 93 Kerber si era fatta conoscere al mondo (partita vinta da Samantha per 6-3, 2-6, 6-2)

Nel 2015 uno degli ultimi match di singolare ospitato dal Grandstand è un’altra partita speciale, il terzo turno fra Lisicki e Strycova, in cui Lisicki rimonta da 1-5 nel terzo set per chiudere per 6-4, 4-6, 7-5. Consiglio di seguire l’intervista a fine match, in cui Sabine sottolinea quanto la carica del pubblico può influire sui giocatori (min. 21’00”):

I match della prima settimana
Prima di entrare nel vivo del torneo con le partite decisive, segnalo due match della prima settimana. Il primo è una grande sorpresa, l’eliminazione della finalista 2014 Wozniacki per mano di Petra Cetkovska. Negli articoli precedenti ho ricordato partite di Tamira Paszek e Jamie Hampton. Cetkovska ha tratti in comune con loro: un talento mai del tutto espresso a causa dei troppi problemi fisici.

Cetkovska b. Wozniacki 6-4, 5-7, 7-6(1) US Open, 2T
Una di quelle partite il cui significato si può capire fino in fondo solo conoscendo almeno un po’ le difficoltà sperimentate dalle protagoniste. Nel 2014 Wozniacki aveva vissuto gli US Open come una specie di rivincita personale e professionale contro le traversie sentimentali: la voglia di far vedere quanto valeva l’aveva condotta addirittura in finale.

Un anno è passato e nel 2015 Caroline dà l’impressione di non avere più lo stesso fuoco: al secondo turno si trova di fronte la numero 149 del ranking. E perde. Ma la classifica non basta per valutare Petra Cetkovska. Dietro la vittoria di Petra (30 anni compiuti in febbraio) c’è la storia di una giocatrice dal fisico di cristallo; e con tanti anni di carriera passati a lottare con i guai fisici e gli sforzi dei recuperi. Tanto è vero che in questa occasione prende parte agli US Open grazie al ranking protetto.

Giocatrice non rapidissima ma con un grande “braccio” e un repertorio tecnico completissimo, diventa molto pericolosa quando la condizione la sorregge: nel 2014 era stata lei a interrompere l’imbattibilità di inizio anno di Li Na, vincitrice a Melbourne.

Dopo una partenza di assestamento (0-3) Cetkosvka irretisce con i suoi schemi Wozniacki: vince nove game su dieci e si porta avanti 6-4, 3-0, 30-0. A questo punto a fermarla non è l’avversaria, ma la paura: un attacco di braccino che la blocca nel momento di chiudere in due facili set.

Caroline di fronte alle titubanze di Petra recupera da giocatrice navigata: vince il secondo set 7-5 e nel terzo si procura un match point sul 5-4, e poi altri tre sul 6-5. Ogni volta Cetkovska li annulla con dei vincenti, ribellandosi all’idea di perdere un incontro per lunghi tratti dominato. Si arriva così al tiebreak, vinto in modo sorprendentemente facile (7-1) da una Cetkovska comprensibilmente emozionata a fine incontro.

Azarenka b. Kerber, 7-5, 2-6, 6-4 US Open, 3T
Senza Roberta Vinci a sconvolgere tutti i piani e le classifiche, probabilmente questo sarebbe stato il match dell’anno. Eccezionale per intensità e pathos, giocato benissimo da entrambe e concluso con statistiche che confermano la qualità straordinaria: Azarenka +18 (51/33) Kerber +15 (46/31). Ricordo che storicamente agli US Open i criteri per stabilire vincenti e gratuiti sono forse i più severi dei quattro Slam, per cui sono la norma partite in cui le contendenti si ritrovano con saldo finale negativo. Che tutte e due chiudano invece con un tale attivo è davvero rarissimo.

Il copione inizialmente è quello prevedibile, con Azarenka che spinge e Kerber che corre e rimanda tutto: vale a dire le due situazioni che esaltano al massimo le qualità e la combattività di entrambe. Angelique vince quasi tutti i game ai vantaggi e sale 5-2, arrivando anche al set point. Ma Vika alza ulteriormente il livello, aumenta il numero di soluzioni lungolinea togliendo così il tempo all’avversaria: riesce ad aggiudicarsi cinque game consecutivi, e il set è suo per 7-5.

Lo sforzo fisico e mentale profuso la obbliga quasi fisiologicamente a rifiatare, scendendo di un minimo di intensità nel secondo set; questo è sufficiente per spostare l’ago della bilancia dalla parte di Kerber, che pareggia i conti con un 6-2.

Il terzo set rappresenta uno dei migliori momenti di tennis del 2015: Azarenka torna ai livelli del primo set, e allora Kerber capisce che, per non farsi sopraffare, alle doti difensive deve aggiungere anche tutte le proprie risorse di attacco: il dritto lungolinea e il cross di rovescio.

Per alcuni game la partita assume una dimensione superiore; capita quando la trance agonistica si impossessa delle protagoniste in campo: tensione e paura di sbagliare spariscono, e lasciano spazio alla massima concentrazione, orientata esclusivamente all’esecuzione dei colpi. Ormai gli errori sono quasi banditi, e ai vincenti di una giocatrice replica l’altra con altrettanti vincenti. E’ una specie di braccio di ferro tennistico totale, quasi irreale per l’equilibrio e la qualità che lo caratterizza.

Ne esce vincitrice Azarenka, malgrado l’estrema opposizione di Kerber che sul 3-5 serve per stare nel match e ci riesce salvando diversi match point; si deve però arrendere nel game successivo, chiuso a zero da Vika per il definitivo 6-4.

a pagina 5: La seconda settimana degli US Open

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Roland Garros 2020: Halep contro tutte

I pochi match sulla terra battuta hanno dato una indicazione precisa: Simona Halep, testa di serie numero 1, si presenta a Parigi da chiara favorita

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Simona Halep - Roland Garros 2018 (foto Roberto Dell'Olivo)

Sta per cominciare uno Slam del tutto inedito. Nella speranza che la situazione sanitaria in Francia non crei ulteriori problemi (abbiamo già avuto notizia di giocatori positivi al virus costretti a rinunciare alle qualificazioni), ci saranno comunque da fronteggiare situazioni tecniche completamente nuove.

Nell’era Open mai il Roland Garros si era tenuto in autunno, e mai a due settimane di distanza da un Major disputato sul cemento. Come è noto, giocare sulla terra non è esattamente la stessa cosa che giocare sul duro, e per questo nelle stagioni normali l’avvicinamento allo Slam sul rosso si svolge attraverso diversi tornei di preparazione. Nel calendario WTA, di solito sono quattro i Premier precedenti (più alcuni tornei International di contorno). Si comincia con la terra verde di Charleston, poi ci si sposta in Europa per la sequenza Stoccarda (indoor), Madrid, Roma.

Questa volta invece il cambio di superficie sarà repentino: solo Roma come preparazione, con l’eventuale ultima possibilità di scendere in campo a Strasburgo in queste ore, ma concludendo l’impegno a ridosso del torneo più importante. Nemmeno quando c’erano solo due settimane fra Roland Garros e Wimbledon la transizione era così complicata, perché questa, volta oltre al cambio delle condizioni di gioco, per chi proviene dallo US Open ci sarà da assorbire anche quello di fuso orario. Ma il 2020 è un anno di emergenza e occorre arrangiarsi per quanto possibile.

 

Purtroppo non è il solo aspetto critico del torneo. Senza arrivare alla falcidia di New York (dove erano mancate sei delle prime otto giocatrici del ranking) anche a Parigi dovremo fare il conto con alcune assenze pesanti. Mancheranno due, o forse tre, stelle extraeuropee. Innanzitutto la attuale numero 1 in classifica e campionessa in carica del Roland Garros, la australiana Ashleigh Barty, che ormai ha deciso di tornare a competere solo nel 2021. Quindi il “campionato del mondo su terra battuta” si disputerà senza la detentrice del titolo.

Mancherà anche la numero 1 d’Asia, la giapponese Naomi Osaka. La fresca vincitrice dello US Open ha rinunciato per i postumi dell’incidente alla coscia sinistra, non del tutto guarita. Dopo i guai alla spalla avuti nel 2019, che si erano trascinati a lungo (limitandola al servizio e penalizzando il suo rendimento complessivo) evidentemente Osaka ha scelto un approccio diverso: scendere in campo solo quando i guai fisici sono del tutto sanati.

Altra assenza probabile quella della canadese Bianca Andreescu. La campionessa dello US Open 2019, per quanto mostrato in passato sul cemento, dovrebbe disporre di un tennis piuttosto adatto alla terra battuta. Purtroppo per il secondo anno consecutivo non potemo verificarlo a causa di problemi fisici. Un paio di settimane fa il suo allenatore Sylvain Bruneau aveva rilasciato una intervista sulle condizioni di Bianca:

Dunque, dopo i guai al ginocchio del 2019, Andreescu si è di nuovo infortunata in giugno, questa volta al piede. ll coach diceva “dita incrociate” a proposito della partecipazione allo Slam parigino. Ma secondo i media canadesi avrebbe preso la decisione di rinunciare. A meno di sorprese positive in extremis, dovremo ancora fare a meno del suo talento.

E così, al momento, sono solo le statunitensi Sofia Kenin e Serena Williams le prime teste di serie di provenienza non europea. A questo proposito: vediamo come stanno le prime sedici teste di serie (salvo imprevisti) a pochi giorni dall’inizio del torneo.

a pagina 2: Le teste di serie dalla 1 alla 8

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US Open 2020, scontro generazionale

Naomi Osaka e Jennifer Brady da una parte, Victoria Azarenka e Serena Williams dall’altra. A New York la gioventù ha prevalso sull’esperienza

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Naomi Osaka - Finale US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Una conferma e una smentita: il primo Slam giocato nell’epoca del Covid ci ha consegnato un risultato che può essere interpretato in modi diversi. La conferma: nel tennis femminile prosegue la regola che vede il successo negli Slam delle giocatrici giovani. È stata infatti la ventiduenne Naomi Osaka a conquistare il titolo; Osaka è nata il 16 ottobre 1997, e quindi non ha ancora compiuto 23 anni. Dallo US Open 2018 abbiamo sempre avuto vincitrici sotto i 24 anni, con l’unica eccezione di Halep a Wimbledon 2019.

La smentita: questa volta non abbiamo aggiunto un nome nuovo alla lista di vincitrici di Major, come era accaduto di recente (Kenin, Andreescu, Barty). Osaka, infatti è già al suo terzo titolo “pesante”, e ancora giovanissima sta costruendosi un palmarès degno di nota, capace di non sfigurare anche nei raffronti storici con le grandi giocatrici del passato di pari età.

Rimane da definire il valore assoluto del torneo, il contenuto tecnico di una competizione che non aveva al via sei delle prime otto giocatrici del ranking (Barty, Halep, Svitolina, Andreescu, Bertens, Bencic), e con in più l’anomalia della assenza di pubblico a sottolineare l’eccezionalità della situazione. Come ho già scritto in sede di presentazione, penso che solo i tempi della storia stabiliranno la definitiva percezione di questo torneo. Oggi noi possiamo però provare a definire la qualità delle partite giocate.

 

La caduta delle prime due teste di serie
Come detto, delle prime otto giocatrici del mondo, ne erano presenti solo due: Karolina Pliskova (tds 1, numero 3 del ranking WTA) e Sofia Kenin (tds 2, numero 4 del ranking WTA) campionessa in carica dell’Australian Open 2020.

A conti fatti nessuna delle due è risultata protagonista del torneo. Pliskova è stata eliminata al secondo turno da una “nobile decaduta” come Caroline Garcia; oggi fuori dalle teste di serie, ma ex numero 4 del ranking. Credo che per molti aspetti la situazione di Pliskova possa essere considerata esemplare di quanto accaduto a molte giocatrici in questo periodo.

Come si era già capito dalla sua prestazione nel Premier di NewYork/Cincinnati (quando era stata eliminata all’esordio da Kudermetova), Pliskova non era in forma. Credo che per le giocatrici non sia stato semplice gestire preparazione e allenamenti in un contesto del tutto inedito, con un calendario incerto e in continuo divenire. Sbagliare qualcosa nella tempistica era molto facile, e inevitabilmente qualcuna ne ha pagato le conseguenze.

Alla precaria condizione fisico-tecnica, probabilmente Karolina ha aggiunto nello Slam una ulteriore incertezza mentale, causata dalla brutta sconfitta nella settimana precedente. Di fatto il match perso contro Kudermetova aveva certificato la sua scarsa competitività, e sono convinto che la consapevolezza di essere giù di forma non l’abbia aiutata a giocare tranquilla contro Garcia. Chissà, forse se fosse scesa in campo con un atteggiamento più ottimista sarebbe riuscita a recuperare un match nel quale era partita male, ma che nel secondo set poteva ancora essere raddrizzato (6-1, 7-6). Sta di fatto che il tennis funziona con un meccanismo drastico e crudele: un solo passo falso e sei fuori dalla competizione, e questa Pliskova non era pronta per superare le trappole che il tabellone le aveva proposto.

Situazione un po’ diversa per Sofia Kenin, che si è spinta sino agli ottavi di finale. Kenin stava trovando la condizione match dopo match, migliorando progressivamente il rendimento. Lo aveva dimostrato al terzo turno quando aveva sconfitto una giocatrice in ascesa e dal gioco brillante come Ons Jabeur: dopo aver sofferto nel primo set, Sofia aveva finito per prevalere alla distanza grazie alla maggiore continuità mentale (7-6, 6-3).

Poi però nel match degli ottavi di finale, Kenin ha sperimentato sulla propria pelle cosa significa il cambiamento di status determinato dalla vittoria all’Australian Open. In pratica a New York ha dovuto affrontare la classica situazione di una fresca campionessa Slam: le avversarie ti considerano un “target”, un bersaglio grosso a cui mirare per affermarsi. E se sono di ranking inferiore, giocano contro di te avendo poco da perdere. La responsabilità e il rischio del fallimento ce l’hai tu, che hai vinto a Melbourne e sei chiamata a confermarti a quei livelli. Psicologicamente la peggiore situazione possibile.

Kenin ha trovato di fronte a sé una Elise Mertens in giornata di grazia. Soprattutto il primo set di Mertens è stato eccezionale: Elise ha sfiorato la perfezione, visto che ha commesso appena 4 errori non forzati (e nessuno nei primi sei game) a fronte di 12 vincenti, ottenuti tenendo costantemente in mano la situazione. Vincenti raccolti in ogni modo: 3 ace, 3 dritti, 4 rovesci, 2 volèe. Mai avevo visto una Mertens tanto ispirata, esprimersi così sicura e a braccio libero. In conferenza stampa ha detto: “Oggi ha funzionato tutto”. E davvero non ha esagerato.

Kenin, di fronte a un’avversaria in tale condizione, ha percepito il rischio della sconfitta come un peso sempre più grande, sino a diventare insostenibile. A dispetto del punteggio, (6-3, 6-3), in realtà i due set sono stati piuttosto differenti. Dopo avere provato ad arginare in modo razionale la situazione nel primo set, nel secondo Sofia è andata in crisi anche sul piano mentale. Normalmente è una giocatrice molto carica sul piano agonistico, che però riesce a mantenersi tatticamente sempre lucida. Non è stato così in questo match.

Nel secondo set una volta che si è trovata sotto di un break, Kenin ha cominciato a cercare il vincente su ogni palla: non era più il suo solito tennis, ma una specie di scommessa alla va o la spacca. In questo modo ha sì aumentato il numero di vincenti, ma anche quello degli errori non forzati. Con questo atteggiamento, di fatto Sofia si è consegnata alla avversaria, che ha raccolto tutto il possibile commettendo appena 3 gratuiti.

Alla fine il saldo tra vincenti ed errori non forzati ha restituito la differenza di rendimento in modo evidente: +13 Mertens (20/7), -3 Kenin (23/26). Insomma, un conto è vincere un grande torneo partendo a fari spenti, un altro confermarsi con tutte le responsabilità e le attenzioni riservate alle prime del ranking. Kenin sta affrontando il tipico percorso che tocca inevitabilmente a ogni nuova vincitrice Slam.

a pagina 2: Serena Williams

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Verso lo US Open più indecifrabile di sempre

Si torna finalmente a giocare uno Slam, ma senza reali certezze tecniche e con molte incognite. Saprà Serena Williams confermare il ruolo da favorita?

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Serena Williams e Bianca Andreescu - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Nella settimana che precede l’inizio di uno Slam questa rubrica è dedicata alla presentazione del grande evento in arrivo. Sarà così anche questa volta, anche se ci troviamo in una situazione anomala, del tutto diversa da un normale vigilia pre-Major.

I motivi sono ormai arcinoti: lo svolgimento del torneo all’interno della “bolla”, la mancanza di pubblico, i pochissimi match di preparazione disputati e l’assoluta incognita sulle condizioni di forma delle tenniste di vertice. Se possibile la sensazione di incertezza è ulteriormente aumentata in queste ore, dato che le prime due teste di serie sono state sconfitte all’esordio nel Premier di preparazione (normalmente svolto a Cincinnati ma quest’anno ospitato nell’impianto di Flushing Meadows). La testa di serie numero 1 Karolina Pliskova è stata infatti eliminata da Veronika Kudermetova per 7-5 6-4, mentre Sofia Kenin è stata estromessa da Alizè Cornet per 6-1, 7-6 (dopo aver rischiato di perdere ancora peggio, visto che ha salvato due match point sul 6-1, 5-2).

Insomma, al momento la situazione in vista dello Slam è questa: le condizioni di forma della giocatrici presenti sono ancora tutte da capire, mentre già sappiamo che ci saranno assenze di rilievo. Il campo di partecipazione delle Top 10 è infatti menomato, tanto che ci si chiede: in una situazione del genere quanto varrà il prossimo US Open? Andrà considerato come uno Slam “vero” oppure no? Per esempio Marion Bartoli lo ha già ridimensionato in partenza. Lo ha fatto ricorrendo a una iperbole (“Mancheranno 20 dei migliori 32 al mondo”), ma se invece che numeri generici avesse citato il dato reale, forse non avrebbe fatto meno impressione: infatti mancheranno sei delle prime otto giocatrici del mondo. Ecco l’elenco delle Top 10 assenti:

 

1 Ashleigh Barty
2 Simona Halep
5 Elina Svitolina
6 Bianca Andreescu
7 Kiki Bertens
8 Belinda Bencic

In pratica se non fosse per la presenza di Pliskova e Kenin (numero 3 e 4 del ranking), avremmo come prime teste di serie le giocatrici che di solito scendono in campo nel “masterino” di Zhuhai, che prevede come partecipanti proprio chi ha la classifica dal numero 9 in poi. In più sappiamo che mancheranno altre tenniste attualmente di classifica inferiore come Wang Qiang, Pavlyuchenkova, Strycova, Kuznetsova, Zheng, Goerges, Ferro, Zhu, Wang Yafan, Potapova, Bogdan, Stosur (che ha vinto lo US Open 2011, mentre Kuznetsova è la campionessa del 2004).

E quindi? Quanto il prestigio intrinseco dello Slam riuscirà a mascherare le assenze? Penso che la risposta dipenderà in parte dalla qualità di gioco offerta. Se molte partite saranno deludenti e si sentirà la mancanza di tante giocatrici di vertice, sarà un ulteriore colpo al torneo. Se invece avremo parecchi match di qualità (le tenniste presenti potrebbero comunque essere in grado di offrirli), sarà un punto a favore della credibilità.

Ma al di là di tutto, indipendentemente dalle singole e personali interpretazioni di ciascuno di noi (commentatori, giornalisti, appassionati), credo che la risposta definitiva ce la darà la storia. Mi spiego: se in futuro si consoliderà l’abitudine di ricordare i risultati di questo US Open citandoli sempre con un virtuale asterisco accanto, sottolineando che il torneo ha avuto un lotto di partecipanti falcidiato, inevitabilmente lo Slam risulterà sminuito.

Se invece prevarrà la tendenza e parlarne senza particolari connotazioni negative, a lungo andare finirà “digerito” all’incirca come uno Slam normale. Ma per scoprire come andranno le cose occorreranno anni, quelli necessari a valutare il tutto con una prospettiva storica. Mentre per il futuro prossimo immagino le diatribe tra tifosi quando si dicuterà della giocatrice che uscirà vincente dallo US Open 2020: “Eh sì, bella forza vincere uno Slam del genere”.

Magari sbaglio, ma forse un solo esito metterebbe subito in secondo piano la questione: se a vincere fosse Serena Williams. Innanzitutto perché in senso assoluto il curriculum di Serena rimarrebbe comunque inattaccabile. Mentre per quanto riguarda il traguardo storico che eguaglierebbe, cioè i 24 Major di Margaret Smith Court, nessuno potrebbe avere granché da obiettare, visto che Smith Court vanta nel proprio palmarès 11 Slam australiani, alcuni dei quali vinti di fronte a una concorrenza non irresistibile.

Guardate per esempio il tabellone degli Australian Championships 1961 (vedi QUI) con meno di 50 tenniste al via, tutte australiane a parte la britannica Cox. O quello del 1964, che per essere vinto richiese a Court appena quattro match. Sono dati come questi che permetterebbero a Williams di assommare il prossimo US Open ai suoi attuali 23 senza particolari discussioni o diminutio; perché, in sostanza, il record con cui si misura Serena non è esente da obiezioni tecniche anche più gravi.

Sicuramente ci sarà occasione di tornare sul tema a torneo concluso. Al momento la speranza è che non si debba rinunciare in extremis ad altre partecipanti, perché ci potrebbero essere altri forfait non causati da scelte prudenziali ma da più usuali infortuni sportivi. Ricordo che la campionessa in carica Bianca Andreescu molto probabilmente non sarebbe stata al via anche in un torneo “normale”, visto che non gioca dell’ottobre 2019, quando si è infortunata al ginocchio al Masters di Shenzhen; da allora è passata di forfait in forfait, senza più affrontare match ufficiali.

Oggi qualche dubbio c’è anche su Muguruza, che ha rinunciato al Premier in corso per problemi a una caviglia. Infine potrebbero esserci assenze che potrebbero dipendere da positività al virus di chi è all’interno della bolla predisposta dagli organizzatori.

a pagina 2: I dati delle prime teste di serie

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