Seles: "Che battaglie con Jennifer! Eravamo due ragazzine"

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Seles: “Che battaglie con Jennifer! Eravamo due ragazzine”

Monica ripercorre la straordinaria stagione sul rosso del 1990 quando a 16 anni irruppe sulla scena internazionale insieme a un’altra teenager di grande livello

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Quella che segue è la traduzione integrale di un articolo di Mike Dickson pubblicato sul Daily Mail in data 8 maggio

Monica Seles ha capito che tutto era cambiato quando Johnny Carson si è presentato alla festa in suo onore, per celebrare la vittoria all’Open di Francia di 30 anni fa. A 16 anni, era appena diventata la campionessa Slam più giovane della storia. Il mondo intero voleva conoscere il suo nome, incluso il leggendario intrattenitore. La location era il meraviglioso Hotel de Crillon a Parigi e, tra le persone che la circondavano, c’era il gotha della TV statunitense. “Il signor McCormack (fa riferimento a Mark, il fondatore dell’agenzia di management IMG) organizzò una meravigliosa festa in mio onore, quella notte. Johnny Carson era presente e mi fece particolarmente piacere, perché ho sempre amato i suoi spettacoli”, dice Seles. “Mi ricordo che mi disse: ‘Monica, la tua vita non sarà più la stessa’. Ed io pensai: ‘Wow. È un’affermazione piuttosto audace!’”.

In quei giorni, 30 anni fa, Monica Seles veniva da una sequenza di 36 vittorie consecutive, compresa la finale del Roland Garros contro Steffi Graf. Era un grosso peso che gravava sulle spalle di una ragazzina di 16 anni, che era cresciuta imparando a giocare a tennis col padre e con una rete raffazzonata alla bene e meglio in un parcheggio di Novi Sad, nell’allora Yugoslavia e attuale Serbia. La notte della vittoria, ricorda di essere uscita a prendere un po’ d’aria nella maestosa terrazza dell’Hotel de Crillon, affacciata su Place de la Concorde. Se un brivido d’ansia l’avesse scossa, assieme alla gioia per la vittoria, sarebbe stato assolutamente comprensibile, perché diventare una superstar nell’età dell’adolescenza è tutt’altro che garanzia di una vita comoda. Raramente questo accade.

In questa rara intervista, Seles ripercorre il vortice di emozioni di quel mese che la vide fare man bassa dell’intera stagione su terra battuta del 1990. Oggi, ha messo a frutto la saggezza e l’esperienza accumulate durante la sua vita straordinaria per fare da mentore a giovani atlete e donne. Ammira molto Coco Gauff e ne ha lodato la recente decisione di parlare pubblicamente dello stress e delle tensioni che hanno accompagnato la sua rapida salita alla ribalta. 46 anni, residente in Florida, Seles crede che l’atmosfera di oggi sia più salubre per un fenomeno adolescente dello sport, rispetto a quanto fosse nel periodo in cui lei e Jennifer Capriati – affrontata e sconfitta in semifinale a Parigi in quell’anno magico – faticavano a raccapezzarcisi.

Eravamo due ragazzine giovani sottoposte ad una pressione straordinaria, che cercavano in qualche modo di capirci qualcosa, e non avevamo molte persone con cui parlarne, dice a Sportsmail. Malgrado i perigli delle due giovani stelle, quello era un periodo magico per il tennis femminile. C’era lo splendore del tramonto di Martina Navratilova, la calma d’acciaio della brillante Steffi Graf e il fascino glamour della sua semi-rivale Gabriela Sabatini. Arantxa Sanchez era sfidante impavida e Jennifer Capriati già giocava ad un livello strabiliante per una quattordicenne. E poi arrivò Seles, con i suoi ghigni e grugniti. Su consiglio del padre Karolj, fumettista, Monica aveva sfruttato i campi in terra verde dell’Accademia di Nick Bollettieri, in Florida, per perfezionare l’arte di colpire la palla in anticipo, mentre ancora stava salendo, con incredibile potenza e precisione.

La sua striscia vincente era cominciata nel marzo di quell’anno a Miami e, improvvisamente, era parsa diventare assolutamente inarrestabile nella terra battuta europea. Oltretutto, senza nemmeno avere un coach ufficiale, essendosi separata da Bollettieri, e viaggiando essenzialmente soltanto con i suoi genitori. “Sconfissi Martina in finale a Roma e Steffi a Berlino, di fronte al suo pubblico”, ricorda lei. “Non avevo mai giocato così bene, tanto che, mentre andavo a Parigi, cominciai a temere di aver raggiunto il picco di forma troppo presto.

Ero davvero nervosa all’inizio, a causa di tutte le aspettative che c’erano su di me e la verità è che non giocai al meglio. Il tempo non fu magnifico e le palle erano pesanti. Mi feci strada con grande grinta in quelle due settimane”. Malgrado tutto, quando si concretizzò la semifinale contro Jennifer Capriati, l’eccitazione era alle stelle: le sfidanti avevano 30 anni in due, il tennis femminile pareva il nuovo rock ‘n’ roll e tutta la Parigi che contava voleva esserci. “Ricordo che non c’era nemmeno un posto libero in tutto lo stadio; mi guardavo attorno e vedevo tutte quelle persone importanti e celebrità dice. C’era un’immensa pressione e la sentivamo entrambe. La partita fu un massacro, ma c’era del ragionamento dietro. Sapevo bene quali combinazioni di colpi dovessi eseguire e quali, invece, mi avrebbero messo in difficoltà”.

“Il fatto è che io e Jennifer, ogni volta che ci affrontavamo, davamo tutto quello che avevamo in corpo. Anche se era un’esibizione, pareva sempre che dovesse trasformarsi in una maratona di tre set e tre ore”. La vittoria per 6-2 6-2 di Monica, molto più combattuta di quanto il punteggio lascerebbe intuire, le consentì di passare il turno e di affrontare l’imperiosa Graf. La svolta cruciale di quella finale interrotta dalla pioggia fu il tie-break del primo set, quando la tedesca sprecò un vantaggio di 6-2, commettendo anche un doppio fallo in uno dei tre set-point. Seles vinse 7-6 6-4, tra il tumulto generale. “La favorita era lei, io ero quella giovane” ricorda. Mi sembrava come se ogni punto fosse decisivo, un po’ come in quegli incontri tra Nadal e Djokovic che vediamo oggi.

“Mi sentii profondamente sollevata quando la partita terminò. Allora compresi che ne era valsa la pena. Anche se non avessi vinto più, ce l’avevo comunque fatta e nessuno mi avrebbe più chiesto ‘allora, quando esploderai definitivamente?’. È stato meraviglioso. Tutta quella pressione di quelle due settimane, svegliarsi la mattina con quel peso sullo stomaco… Dopo quella vittoria, dormii profondamente per un bel po’ di notti!”. Nella conferenza stampa post match – proprio quel genere di occasioni in cui Monica esibiva puntuale il suo allegro ghigno da cartone animato – ipotizzò pure di comprarsi una Lamborghini. “Avevo la bocca larga. Mi sarebbe piaciuta una Lamborghini, ma in realtà, non ho nemmeno mai avuto un’auto di lusso. Non era nella mia personalità. È un qualcosa che ho ereditato da mio padre ed una di quelle cose che mi piacciono di lui”.

Ciò che seguì fu un periodo di dominio per lei, durante il quale vinse altri due Roland Garros, tre Australian Open e due US Open. Soltanto la sconfitta contro Graf in finale a Wimbledon le impedì di completare il Grande Slam quell’anno. Tutto si interruppe in modo raccapricciante nei primi giorni di maggio 1993 quando, all’età di 19 anni, fu assalita ed accoltellata da uno squilibrato fanatico di Steffi Graf mentre giocava un torneo in Germania. I problemi del suo recupero furono esacerbati dal peggioramento della salute del suo amato padre, il geniale Karolj, il quale finì per soccombere al cancro cinque anni più tardi. Ma anche prima di quegli infausti eventi stava faticando, come riconosce oggi. “Non sapevo proprio cosa mi stesse succedendo. Uscivo in strada e tutti improvvisamente dicevano: ‘È lei, è lei!’. Avevo 16 anni e questo mi accadeva 24 ore al giorno”.

“A 17 anni, non avevo molti amici. Nel mondo del tennis, nessuno parla davvero con gli altri e, al di fuori del tennis, come potevo mantenere dei contatti? Non esisteva internet, c’era soltanto il telefono dell’hotel. Da un punto di vista sociale, ho davvero fatto fatica. Ero una ragazza in fase di crescita, il mio corpo cambiava continuamente ed avevo tutte le emozioni tipiche di una teenager: senso di ribellione, felicità, depressione. La maggior parte delle persone subisce in ogni caso delle pressioni a 15 o 16 anni”.

Con feroce forza di volontà e talento, Seles fu in grado di ritornare ad un livello talmente alto da vincere l’Australian Open nel 1996 e disputare la finale al Roland Garros due anni più tardi. In quel periodo, erano già esplosi disordini alimentari che sfociavano anche in abbuffate notturne, una conseguenza dei tumulti degli anni passati. “Mia madre e mio padre fecero del loro meglio, ma io so bene cosa significhi non avere nessuno con cui poter parlare. Mi dissi: ‘Se uscirò da questa situazione come una persona sana, ne parlerò’. Proprio memore di questo, Monica è stata molto felice che la sedicenne Gauff, salita agli onori delle cronache a Wimbledon la scorsa estate, abbia confessato al blog Behind the Raquet che anche lei ha avuto delle difficoltà a fare i conti con tutto questo, a volte.

“Sono stata davvero felice quando Coco ne ha parlato. Soprattutto alla sua età. È un argomento molto importante, è stato eccezionale quando lei ha confessato quelle cose, perché la pressione che questi ragazzi hanno sulle spalle è enorme. Io faccio da mentore a giovani tenniste, atlete e altre persone che non praticano sport. Parlo apertamente dei disturbi alimentari che ho avuto. Ma è un’ottima cosa che le persone sentano che anche una superstar di oggi ha di questi problemi. A me chiedono: ‘Hai provato qualcosa del genere anche tu, Monica?’, ma probabilmente io sono una specie di dinosauro, per loro. Per questo, quando è qualcuno della tua generazione che ne parla, è molto importante. In genere, si riteneva che parlando di questo genere di cose, un atleta potesse perdere un po’ della sua aura da competitor, ma penso che la percezione sia cambiata, oggi.

Questo contribuirà a costruire persone più sane, specialmente dopo il ritiro dallo sport. Non saranno più esseri mono dimensionali. “L’atmosfera è più sana oggi, non stai più così tanto da solo. I giocatori viaggiano con entourages più grandi. Con me, spesso viaggiavano soltanto mio padre ed un allenatore o un compagno di allenamento. Non bisogna soffrire in silenzio come ho fatto io, che ho vissuto un malessere interiore per moltissimo tempo. Malgrado tutte le sue sofferenze, Seles ammette di ricordare ancora molto volentieri i periodi felici, dicendo: Avrei voluto che scorressero più lentamente, ma è così che vanno le cose.

È rimasta molto impressionata da come si sia evoluto il gioco e tutti gli aspetti che lo circondano. Sposata col benestante uomo d’affari americano Tom Golisano, presenzia di tanto in tanto a qualche torneo, sebbene sporadicamente. L’ultima volta che è stata a Parigi è stato nel 2011. “Alle persone con cui lavoro, dico che la perseveranza, la determinazione e il lavoro non si battono. Mi interesso ancora molto di ciò che succede e delle nuove tendenze. Una grossa novità di oggi è che il tempo per cui le persone prestano attenzione ad una certa cosa è più breve. Anche il tennis avrà bisogno di adattarsi a questo. I social media complicano le cose per i giocatori giovani. Ma decisamente, essere giovani in quest’epoca è meglio!”.

Traduzione a cura di Filippo Ambrosi

 

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L’isolamento nel doppio, un doppio isolamento

Per i doppisti questo periodo di pausa dalle competizioni presenta ancora più difficoltà. Ma Melo scherza sulla distanza dal suo compagno Kubot: “A volte fa bene anche nei matrimoni!”

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Marcelo Melo e Lukasz Kobot

Dal punto di vista finanziario, i tennisti sono tra gli atleti che hanno subito di più l’impatto del Covid-19. Come è ben noto, gli introiti dei professionisti della racchetta, e soprattutto quelli che non possono contare su contratti di sponsorizzazione di peso, dipendono in maniera considerevole dai loro risultati sul campo. Se non si gioca, non si vince. E se non si vince non si guadagna.

Dal punto di vista prettamente sportivo, i tennisti non si possono lamentare. Tanti giocatori, anche in paesi molto colpiti dal virus, hanno avuto un’interruzione relativamente breve dell’attività. Alcuni professionisti, grazie alle decisioni dei politici locali o di scelte particolarmente azzeccate, sono riusciti addirittura a continuare regolarmente gli allenamenti. Ha aiutato tanto che il tennis sia uno sport senza contatto, in cui la distanza necessaria per evitare la propagazione del virus può essere rispettata. Certo prepararsi senza avere un obiettivo non è il massimo. Ma almeno si può tornare ad una sorta di normalità e chissà, magari sfruttare l’occasione per affinare meglio i propri colpi. 

Ci sono alcuni tennisti che hanno faticato molto di più per riuscire ad allenarsi regolarmente. E che in certi casi ancora non lo possono ancora fare. Si tratta dei doppisti. Innanzitutto, nel doppio è molto più difficile mantenere la distanza di sicurezza. Si pensi solo a quanto debbono stare vicini due doppisti per difendere al meglio la rete dai passanti avversari. Non a caso nei circoli italiani sono stati inizialmente aperti solo per partite di singolare mentre quelle di doppio, tanto amate dai soci più anziani, hanno dovuto attendere qualche giorno in più.

 

Inoltre, nel caso di tante coppie di vertice del tennis mondiale, c’è anche stato il fondamentale problema della distanza fisica. Come si può riuscire ad allenarsi al meglio quando il tuo compagno è a migliaia di chilometri di distanza? Certo se ne possono trovare altri, si può comunque lavorare sui colpi. Ma non su elementi chiave nel doppio come il sincronismo dei movimenti e le tattiche. Insomma, i doppisti, categoria da anni figlia di un Dio minore nei grandi circuiti, hanno vissuto un isolamento doppiamente difficile. Un quarantena con i problemi finanziari di uno sport individuale e quelli logistici degli sport di squadra. 

Dall’alto dei suoi oltre 7 milioni di dollari guadagnati in carriera, ci può scherzare su il brasiliano Marcelo Melo, star della specialità, che ormai da tre anni fa coppia fissa con il polacco Lukasz Kubot. “Il doppio è come un matrimonio, quindi ogni tanto fa bene avere un piccolo break”, dice tra il serio e il faceto Melo, attuale n.5 al mondo e due volte campione Slam, l’ultima volta proprio con Kubot, a Londra.

“Non so quando ci vedremo di nuovo. Naturalmente da quando ricominceranno i tornei e quando potremmo allenarci. Un periodo di lontananza può avere anche i suoi risvolti positivi per i doppisti”, ha sottolineato lo specialista carioca. I due provano a tenersi in contatto come possono in questo periodo passato a distanza. Una distanza umana oltreché tecnica. “Abbiamo una chat di gruppo con il nostro team, ci teniamo in contatto lì. Parliamo dei nostri allenamenti, dei programmi. Ci chiediamo come vanno le cose. Ma di questi tempi non ci sono così tante cose da dire”, ha proseguito Melo. 

Quantomeno il brasiliano in questi ultimi mesi si è potuto allenare e anche con un avversario di altissimo livello, il n.7 del mondo, di singolare, Alexander Zverev, in Florida. “Siamo stati molto fortunati ad essere lì”, ha raccontato. Nonostante i 13 anni di differenza, i due sono molto amici e passano tanto tempo insieme, come si può evincere dai rispettivi profili social. “È una bella persona con cui uscire e divertirsi. Ha una bella famiglia, un bel team. Vado molto d’accordo con loro”, ha spiegato il doppista sudamericano.

Ora però Melo è tornato a casa sua, in Brasile, uno dei pochi paesi in cui l’emergenza coronavirus è ancora in pieno svolgimento, dove spera di potersi presto allenarsi con un altro specialista. Ma non uno a caso. Proprio quel Bruno Soares con cui ha fatto per anni coppia alla fine degli anni dieci e con il quale inevitabilmente spesso gioca in Davis. A proposito di matrimoni, che questo coronavirus non faccia nascere un ritorno di fiamma? Staremo a vedere. La distanza a volte può fare male alle coppie, appunto.

UN ALTRO PROBLEMA… DOPPIO – Hanno meno di che scherzare i doppisti che si trovano più in basso in classifica e non hanno conti in banca con tanti zeri da parte. Per loro è difficile vedere qualcosa di positivo nell’interruzione del circuito. Oltre alle maggiori difficoltà negli allenamenti, questa categoria di tennisti è spesso meno tutelata dalle grandi istituzioni del tennis e federazioni nazionali. Pare infatti che l’ATP adotterà criteri diversi nella distribuzione dei sussidi ai giocatori tra singolaristi e doppisti. Mentre il cut-off per ottenere gli aiuti è fissato alla 500esima posizione per i singolaristi, per i doppisti è al 175. Inoltre, i doppisti dovrebbero prendere la metà della somma (circa 8mila dollari) destinata ai singolaristi. E chissà che non si apra l’annosa disputa sul fatto che siano tennisti di “serie b” o, come sostengono altri, “singolaristi che non ce l’hanno fatta”. 

In ogni caso, il COVID-19 sembra aver avuto un impatto differenziato anche sui tennisti oltreché sulle nostre società, tracciando una linea tra fortunati e meno fortunati. Tra chi è in alto nella classifica e chi è in basso nella classifica. E anche tra singolarità e doppisti, con questi ultimi leggermente più penalizzati. Il loro è stato un isolamento doppio, in ogni senso.

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I migliori a non aver mai vinto uno Slam, secondo ESPN

Il sito americano ha chiesto a un gruppo di esperti di stilare una lista dei più grandi incompiuti del tennis, iniziando dagli uomini. Ci sono Nalbandian e Ferrer

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Questo articolo è una traduzione; l’originale si può consultare qui


Il Roland Garros, che sarebbe dovuto iniziare questa settimana, è stato posticipato, mentre Wimbledon è stato cancellato del tutto e lo US Open potrebbe a sua volta saltare a causa della pandemia.

Questo ci ricorda che i tornei dello Slam sono delle rare e preziose opportunità per i giocatori, e nessuno lo sa meglio di quei perenni favoriti che però non sono mai riusciti a piazzare la zampata vincente. Gli sfortunati fanno parte di un club di cui rifiuterebbero volentieri la tessera, ma allo stesso tempo pochi di loro scambierebbero la propria carriera con quelle di campioni effimeri come Gaston Gaudio o Iva Majoli, entrambi campioni Slam, ed entrambi ricordati quasi esclusivamente da nerd di versioni tennistiche di Trivial Pursuit.

 

“Grazie” ai Big Three, l’era corrente ha funzionato come un eccellente servizio di reclutamento per il club dei migliori a non aver mai vinto uno Slam. Candidati in attività includono gente come Tsonga, Nishikori e Raonic, che sulla carta potrebbero ancora rifuggire l’etichetta di cui sopra. “Anno dopo anno, Federer, Nadal e Djokovic hanno battuto ‘i migliori a non aver mai vinto uno Slam’”, dice Chris McKendry di ESPN. “Tutti loro hanno semplicemente avuto la sfortuna di nascere nel periodo sbagliato”.

ESPN.com ha quindi radunato una schiera di esperti per stilare una lista dei candidati più validi per il club dei “quasi campioni”, sia per gli uomini che per le donne. Visto che alcuni hanno ancora grandi chance di vincere (per esempio Dominic Thiem, che ha solo 26 anni e ha già disputato tre finali), abbiamo considerato solo giocatori già ritirati per il nostro sondaggio.

Di seguito iniziamo con la lista degli otto uomini più votati, in ordine alfabetico:

Guillermo Coria (2000-09)

Best ranking: 3
Migliori piazzamenti Slam: finale al Roland Garros, 2004; un’altra semifinale a Parigi e due quarti allo US Open
Saldo nelle finali: 9-11, con vittorie ad Amburgo e Montecarlo

Soprannominato “El mago” in spagnolo, Coria in effetti possedeva abilità sovrannaturali sul mattone tritato. “In realtà era lui ad avere il nomignolo di ‘King of clay’ prima che arrivasse Nadal”, ha detto l’analyst di ESPN, Sam Gore. “Aveva una rapidità fulminante, ed è tuttora considerato uno dei migliori ribattitori di tutti i tempi”.

Coria, appena 1.75 per 69 chilogrammi, superò una squalifica per doping a inizio carriera, per poi arrivare in finale al Roland Garros nel 2004, perdendo contro Gaston Gaudio un match che nessuno spettatore potrà mai dimenticare: Guillermo servì due volte per il match e non sfruttò due match point – uno degli epiloghi più strazianti di sempre.

Molti si chiesero come Coria avesse potuto buttare via il titolo così, dato il pronostico apparentemente senza storia: da N.3 del seeding era strafavorito, e si trovava di fronte un anonimo connazionale con un ranking di N.44 ATP. La partita fu surreale, e Gaudio stesso disse: “Una finale Slam persa con due match point a favore non è semplice da digerire contro nessuno, figuratevi una persa contro di me”. [l’articolo non fa menzione dei fortissimi crampi che colpirono Coria quando era sopra due set a zero, certamente un fattore di quella debacle, ndr]

Pro: Coria è ancora oggi al primo posto in tre delle quattro statistiche più importanti legate alla risposta. Nessuno, nemmeno Novak Djokovic, ha una miglior percentuale di conversione delle palle break (45.71%). Inoltre, Coria è davanti anche per punti vinti contro la prima di servizio (36.05%) e per game vinti in risposta (35.26%). Fra il 2003 e il 2004, compilò una striscia di 31 vittorie consecutive sulla terra, raggiungendo la finale in sei dei sette Masters Series a cui partecipò sulla superficie fra Montecarlo 2003 e Roma 2005.

Contro: La sua carriera andò rotoli a partire dal tardo 2005, per motivi misteriosi. Improvvisi problemi psicologici al servizio gli fecero perdere partite su partite a causa dei doppi falli. In più, riuscì a vincere solo uno dei suoi nove titoli lontano dalla terra.

Verdetto: nell’era pre-Nadal, pareva certo che Coria avrebbe vinto più titoli a Parigi (come minimo), ed era per la verità molto solido anche sul cemento.

Nikolay Davydenko (1999-2014)

Best ranking: 3
Migliori piazzamenti Slam: quattro semifinali (due al Roland Garros e due allo US Open)
Saldo nelle finali: 21-7, fra cui una vittoria alle ATP Tour Finals e tre Masters Series.

Un altro giocatore di costituzione ectomorfica che colpiva al di sopra della propria categoria di peso, questo esile russo di 1.78 poteva contare su una velocità fuori dal comune per essere competitivo su tutte le superfici – e competitivo lo era per davvero. “Era fantastico sul cemento e sulla terra”, dice di lui Jimmy Arias, ex-giocatore e attualmente direttore della IMG Academy, “e sembrava che riuscisse sempre a raggiungere i quarti o le semi in tutti gli Slam”.

Nel 2009, a Londra, Davydenko sconfisse Nadal, Federer e Del Potro, conquistando il titolo più importante della sua carriera, le ATP Finals, dopo aver vinto dei Masters Series sia sul cemento che sul sintetico. Soprannominato “Iron Man”, Davydenko era uno dei giocatori più attivi (e continui) del tour – nel 2006 arrivò a disputare 99 incontri. In un arco di 12 Slam a partire dall’Australian Open del 2005, fece almeno i quarti in otto circostanze.

Pro: Davydenko giocava con i piedi dentro il campo, colpendo la pallina in fase ascendente per impartire al meglio quel colpo secco, quasi da hockey su ghiaccio, che caratterizzava i suoi colpi dal fondo. Verdasco una volta dichiarò che “Davydenko non ti dava mai il tempo di pensare; era un giocatore veloce e un gran lavoratore”. Il suo successo sul cemento e sulle superfici indoor, dove tendono a dominare grandi battitori e giocatori più imponenti [tutto da dimostrare, ndr], va ricercato nella sua capacità di togliere il tempo agli avversari.

Contro: Davydenko non aveva grandi armi per lasciare fermi gli avversari, e perciò era sempre soggetto a essere sballottato da colpitori più potenti (per esempio, era 1-5 contro Roddick). Era sempre costretto a spendere molte energie, e, pur lavorando duro per vincere tante partite, spesso arrivava esausto in fondo ai tornei per l’alta intensità che il suo tennis comportava. Ha dato il meglio fra il 2005 e il 2009.

Verdetto: Davydenko non ebbe mai quel tabellone fortunato che gli avrebbe potuto permettere di vincere uno Slam. In particolare, la sua kryptonite era Federer: sotto per 19-2 nei confronti diretti, a un certo punto venne eliminato cinque volte dallo svizzero, due ai quarti e tre in semifinale.

David Ferrer (2000-19)

David Ferrer – Madrid 2019 (foto via Twitter, @MutuaMadridOpen)

Best ranking: 3
Migliori piazzamenti Slam: finale al Roland Garros, 2013; almeno ai quarti altre 16 volte
Saldo nelle finali: 27-25, fra cui un titolo a Bercy.

Se si dovesse trovare un vincitore romantico per questo sondaggio, il prescelto sarebbe certamente Ferru. Come ha detto di lui Todd Martin, “Ferrer ha il primato per longevità e massimizzazione del suo potenziale. Nessuno nel nostro sport ha spremuto il proprio talento come David, o quanto meno nessuno da tanti anni a questa parte”.

Grande amico di Nadal (che l’ha battuto 26 volte in 32 confronti diretti), i suoi 27 titoli gli valgono il secondo posto per tornei vinti nell’epoca d’oro del tennis spagnolo, proprio dietro a Rafa. Ferrer ha anche avuto un ruolo fondamentale nella dinastia iberica in Davis, avendo fatto parte di quattro team campioni.

In aggiunta, Ferrer era di gran lunga uno dei giocatori più rispettati del circuito. Un avido lettore, una volta ha detto: “Voglio leggere libri che mi facciano crescere come persona, non solo come giocatore”. 

Pro: nonostante una statura di un metro e 75, Ferrer aveva una struttura fisica molto solida, e, seppur veloce, faceva della resistenza e della tigna le sue qualità principali. Aveva un colpo bimane rapido e preciso, unito a un dritto affidabilissimo – in particolare, la sua rapidità gli consentiva di sfruttare al massimo l’inside-out. “Era così costante”, ha detto di lui Brad Gilbert. “Deve stare per forza fra i migliori in questa graduatoria”.

Contro: più pistola ad acqua che kalashnikov, il servizio di Ferrer era vulnerabile, e sovente aggredito dagli avversari. Inoltre, aveva chiari problemi nel portare a casa tornei importanti, come si evince dal solo Master 1000 presente nel suo palmares. Katrina Adams, ex-campionessa di doppio ed ex-presidente della USTA, ha riassunto così: “Sapevi sempre cosa aspettarti da David, un combattente che non si dava mai per vinto, solo che non aveva gli strumenti necessari… la tenuta fisica e la grinta non erano sufficienti”.

Verdetto: con un pelo di autostima in più e una maggiore capacità di rischiare e di salire di livello nei punti importanti, Ferrer avrebbe probabilmente vinto uno Slam.

Todd Martin (1990-2006)

Todd Martin (foto © Andrew Eichenholz/ATP Tour)

Best ranking: 4
Migliori piazzamenti Slam: finale all’Australian Open, 1994; finale allo US Open, 1999; e altre quattro semifinali
Saldo nelle finali: 8-12, fra cui titoli a Sydney, a Barcellona e al Queen’s.

Inaspettatamente versatile per un big server di 1.98, il pacato e riflessivo nativo dell’Illinois ha un palmares relativamente scarno, ma ero uno che saliva di livello negli Slam e che è riuscito a vincere tornei su tutte le superfici.

Martin fu parte integrante della nazionale americana vincitrice in Davis nel 1995, e si guadagnò un posto nel folklore dello US Open con una notevole rimonta ai danni di Greg Rusedski nel quarto turno del 1999, in un match finito ben oltre la mezzanotte [qui potete ascoltare il suo ricordo, ndr]. Quell’anno raggiunse la finale, dove Agassi lo aspettava per frustrare ancora una volta le sue speranze, un esito familiare per un giocatore solido come la roccia ma offuscato da Sampras & Co. – negli Slam fu battuto quattro volte su cinque da Agassi e sei su sette da Sampras.

Pro: seppur non veloce, Martin possedeva una sorprendente mobilità per un uomo di quella stazza. Questo è uno dei motivi del suo buon rendimento sulla terra, dove aveva più tempo per caricare i suoi fondamentali potenti. Aveva un servizio fantastico, il suo asset principale.

Contro: Martin sprecò delle enormi opportunità negli Slam. Nella semifinale di Wimbledon del 1996 si fece sfuggire la vittoria quando era sopra per 5-1 contro il Carneade MaliVai Washington, che avrebbe poi vinto il set per 10-8. Quella fu solo la più eclatante delle occasioni in cui Martin tolse il piede dall’acceleratore invece di cogliere l’occasione.

Verdetto: quella sconfitta con Washington era un’occasione d’oro in un periodo in cui Wimbledon era dominato da Pete Sampras, battuto nei quarti di finale da Richard Krajicek, che avrebbe poi dominato la finale con Washington. Probabilmente il ricordo gli fa ancora male.

A pagina due, gli altri quattro campioni senza Slam scelti da ESPN

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La polemica risposta della FIT a Nicola Pietrangeli

La Federazione replica alle dure parole del due volte campione del Roland Garros con un articolo dal titolo ‘A bocca aperta leggendo Nick’

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Angelo Binaghi, Nicola Pietrangeli, Steve Haggerty - Italia-Francia, Coppa Davis 2018 (foto Roberto Dell'Olivo)

Era difficile, pressoché impossibile, che le dure parole di Nicola Pietrangeli contro la FIT, apparse sul Corriere della Sera, cadessero nel vuoto. La risposta della Federazione non si è fatta attendere ed è comparsa sul sito ufficiale, a firma del consigliere federale Giancarlo Baccini. “A bocca aperta leggendo Nick“, questo il titolo che accompagna il testo e che manifesta sin da subito la sorpresa per le dichiarazioni del due volte vincitore del Roland Garros.

La replica si focalizza sui due punti principali dell’accusa di Pietrangeli, ovvero la sospensione senza preavviso del contratto di collaborazione con la FIT (per il ruolo, invero piuttosto fumoso, di “ambasciatore”) e una generale mancanza di rispetto nei suoi confronti, culminata con il mancato invito ai Campionati Italiani Assoluti di Todi. Prima però antepone una doverosa premessa di carattere economico, per sottolineare il carattere di eccezionalità del periodo e dei provvedimenti federali.

Per la FIT, e in particolare per il suo Presidente Angelo Binaghi, quelli trascorsi da marzo ad oggi sono stati mesi infernali, nel corso dei quali è stato necessario occuparsi di mille problematiche diverse, a cominciare da quella più critica di tutte: come salvare la federazione che più di ogni altra vive delle risorse che riesce a generare in totale autonomia (l’87 per cento del totale) da un lockdown che, prevedibilmente, potrebbe finire almeno col dimezzarle, con mancati ricavi per circa 30 milioni di euro. E allo stesso tempo dare un minimo di supporto alle società sportive affiliate per evitare che debbano a loro volta chiudere i battenti (già stanziati 3 milioni).”

 

Per centrare questi due obiettivi prioritari (senza Circoli non c’è la FIT, senza la FIT non c’è il tennis, senza il tennis non c’è chi campa grazie al tennis), è stato a suo tempo chiesto a quanti operano nell’orbita della FIT di accettare di sacrificarsi almeno fino a che tutto il resto del movimento – circoli, giocatori, insegnanti, ecc – fosse a sua volta rimasto a stecchetto. Per cui costi degli organi federali azzerati; riduzione dello stipendio di chi avrebbe comunque dovuto continuare a lavorare; ferie e cassa integrazione per tutti gli altri dipendenti; sospensione dei contratti dei 300 collaboratori esterni del Gruppo FIT; chiusura o sospensione di numerose attività collaterali. Il tutto, ribadisco, anche nell’interesse strategico finale degli stessi sacrificandi“.

Baccini poi entra nel merito della diatriba con Pietrangeli, con frasi che sembrano tradire un sincero dispiacere, ribadendo che tutti i contratti di collaborazione (circa 300) sono stati sospesi, non solo il suo, quello di Barazzutti o di Palmieri. Sottolineando poi che la FIT è ricca” (parole di Pietrangeli), ma lo è in tempi normali e questi non sono tempi normali. Infine che la pesante affermazione di non aver ricevuto più “nemmeno uno straccio di telefonata” dopo il 10 marzo (giorno della sospensione del contratto), ha lasciato “a bocca aperta” chi di tanto in tanto lo aveva sentito negli ultimi tempi.

La parte più interessante della risposta è però quella conclusiva. Dopo aver confutato con argomentazioni più che ragionevoli le lamentele di Pietrangeli sul contratto sospeso, la FIT, nella persona di Baccini, passa a parlare del mancato invito per gli Assoluti di Todi (“Il 15 giugno a Todi ci saranno i Campionati italiani e non mi hanno neppure invitato”) e afferma:
E qui a bocca aperta ci sono rimasti anche tutti gli altri, perché di fare gli Assoluti a Todi lo dovevamo decidere proprio oggi. (E soltanto più tardi abbiamo in effetti deciso che, se il Governo autorizzerà le competizioni sportive, gli Assoluti ci saranno davvero. Il 22 giugno…). Come facevamo a invitare qualcuno (ammesso che Nick debba essere invitato, visto che ogni circolo italiano è casa sua) a un evento che era soltanto un’ipotesi?“.

Il ragionamento non fa una piega, ma non sembrava che attorno alla data di inizio dell’evento ci fosse tutto questo grado di incertezza, fermo restando che qualsiasi manifestazione sportiva in queste settimane deve ricevere l’approvazione governativa. Pietrangeli cita una data precisa (il 15 giugno), la stessa riportata da molti giornali, incluso Ubitennis, perché ufficializzata dal comunicato stampa di MEF Tennis Tour – il cui ufficio stampa gestisce la comunicazione del torneo.

Ad ogni modo, la lettera aperta di Baccini si conclude con una nota di apparente conciliazione nei confronti di Pietrangeli cui si rende tributo, pur senza risparmio di frecciatine (inclusa una nota vagamente complottista).

Insomma, anche se Nick lo conosciamo tutti (io da 50 anni, e vi giuro che fra tutti i grandi campioni di ogni sport che ho conosciuto e frequentato in vita mia, lui è uno di quelli a cui voglio più bene e stimo di più), ci siamo rimasti davvero male, perché lui, oggi, non è soltanto l’”Ambasciatore” al quale da vent’anni (rimuovendo l’ostracismo decretatogli dagli ex presidenti Galgani e Ricci Bitti) abbiamo affidato con orgoglio il compito di essere rappresentati in giro per il mondo e per il Paese, ma è l’icona vivente del tennis italiano. In quanto conclamatamente tale, davamo per scontato che il benessere del tennis italiano gli stesse a cuore più del suo.

Mistero… Che non sarebbe tale soltanto se Nick si fosse fatto strumentalizzare da qualcuno che il tennis italiano non lo ama quanto sarebbe tenuto a fare. L’esperienza mi ha insegnato che tutto è possibile, a questo mondo, e che non sempre le persone sono quel che sembrano. Però Nick è Nick, non è possibile che sia davvero successo qualcosa del genere“.

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