Djokovic: "Non sono un robot, non posso stare chiuso in una bolla per tutta la vita"

Interviste

Djokovic: “Non sono un robot, non posso stare chiuso in una bolla per tutta la vita”

Il numero uno a chi lo accusa di parlare di argomenti delicati senza essere esperto: “Non ho influenza sul modo in cui la gente recepisce quello che dico”

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Novak Djokovic - Australian Open 2020 (foto via Twitter @AustralianOpen)

Rientrato a Belgrado, dove si sta allenando per esordire nel fine settimana nella prima tappa dell’Adria Tour, il torneo di esibizione che si svolgerà nelle prossime settimane in giro per la penisola balcanica, Novak Djokovic è stato ospite del podcast “Wish & Go” del sito di informazione sportiva serbo Sportklub. L’intervento del n. 1 del mondo è durata quasi un’ora nel corso della quale Nole ha toccato tantissimi argomenti. Abbiamo tradotto alcuni degli estratti pubblicati dal sito serbo: in primo piano ci sono le repliche alle critiche ricevute dopo le controverse dichiarazioni social su diversi argomenti, dal tema dei vaccini ai concetti espressi nella diretta Instagram con Chervin Jafarieh.

Novak ha innanzitutto sottolineato che è consapevole di trovarsi “in una posizione e in un ruolo molto privilegiati. Come primo tennista al mondo e come persona che ha avuto molto successo in uno sport popolare a livello globale, se dico qualcosa le mie parole arrivano molto lontano. Come se avessi un megafono. Non molti atleti sono in questa posizione privilegiata”.

Interrogato sulle spiegazioni che si è dato alle critiche ricevute per aver espresso opinioni “non convenzionali” su alcuni temi, Djokovic ha risposto così: “È una cosa comune nella società. Ho avuto l’opportunità durante la mia carriera di confrontarmi con persone e argomenti di ogni genere, anche controversi. Le persone fanno sempre un richiamo alla responsabilità, al fatto che devi essere consapevole di quanto risuona ogni informazione che condividi, quanto lontano viene ascoltata e quante persone la potranno fare propria. Non dico che di non commettere errori sotto questo aspetto. Sicuramente capita che io dica alcune cose e poi in seguito rifletta sul modo in cui le ho dette. Sono un essere umano e non ho problemi a dire che mi sono sbagliato. Ma non posso essere un robot e stare rinchiuso in un guscio o in una bolla per tutta la vita. Non sono quel tipo di persona”.

 

“Non guardo gli altri dall’alto in basso”, continua il numero del mondo, “né critico chi invece preferisce stare in disparte e non parlare di argomenti sociali, ma sono una persona che vuole evidenziare certe cose perché ho una certa influenza nella società e voglio condividere qualcosa che attraverso la mia esperienza potrà essere utile a qualcuno, e ad altri no. Non ho un’influenza significativa sul modo in cui la gente lo recepisce e lo fa proprio. 

Secondo Djokovic, nella diffusione di un ‘pensiero unico’ su alcuni argomenti non viene rispettata la democrazia delle opinioni. “Alcuni gruppi di persone, l’élite, i governanti, chiamateli come volete, vogliono che certe cose siano in un certo modo, che nessuno dica qualcosa a riguardo e ascolti semplicemente cosa viene detto dai vertici. Semplicemente, non ritengo sia giusto e democratico. Se penso che qualcosa sia giusto e in linea con i comandamenti di Dio, con i principi di vita e i veri valori, allora lo sostengo assolutamente. Sostengo la lotta per i diritti delle persone in materia di uguaglianza, rispetto, fair play, correttezza nella vita… Questi sono i valori che sostengo e con i quali sono in armonia”.

Novak Djokovic – ATP Finals 2018 (foto Alberto Pezzali Ubitennis)

Djokovic è stato accusato di avere espresso opinioni su argomenti di cui non è esperto. Il n. 1 del mondo ha risposto anche su questo. “Non sono dell’idea che qualcuno sia qualificato a parlare di qualcosa solo se è un esperto. Penso che questa cosa sia evidente a tutti, basta vedere le dichiarazioni che ho fatto negli ultimi 15 anni. Faccio un esempio, su come lo applico a me stesso. Le persone vengono da me e mi raccontano cose sul tennis. Ho applicato diverse volte alcune cose che ho sentito da persone che hanno un grado di professionalità inferiore al mio nel tennis”. 

“Ascolto gli allenatori che allenano gli under 14 e 16 anni. Li seguo su Internet, attraverso i miei amici o direttamente, perché credo che se una persona ha una mentalità aperta può sempre apprendere qualcosa, “raccogliere” e chiedersi “Forse potrei applicare qualcosa di questo?“, invece di avere un atteggiamento del tipo ‘Dai, chi sei tu per parlami di tennis?’. Puoi avere un atteggiamento simile, perché conosco molti che lo hanno, non solo nel tennis ma nella vita in generale. Ma così ti precludi la possibilità di crescere e recepire segnali che Dio potrebbe averti inviato dall’alto, attraverso quella persona che è apparsa e che potrebbe non essere al tuo livello di competenza, ma ha condiviso alcune osservazioni con te. Visto da questo aspetto punto di vista, risulta interessante quando qualcuno parla di qualcosa, purché lo faccia con il dovuto rispetto per gli altri. Se manca questo, allora non va bene e non è corretto”. 

Djokovic ha anche sfatato una recente “leggenda metropolitana” che circola sul suo conto, relativa alla finale di Wimbledon dello scorso anno, ovvero che abbia giocato quella partita senza aver mangiato nulla prima.
“Non è vero che non ho mangiato. Questa è un’altra cosa molto interessante da chiarire. Avevo parlato di autofagia (fenomeno fisiologico che si verifica nel digiuno prolungato e che consiste nel consumo dei materiali di riserva da parte dell’organismo, ndr) e di digiuno. Quando le persone dicono ‘digiuno’ pensano che significhi non mangiare nulla, ma non è così. Mangi, ma entro un determinato lasso di tempo. Quando non mangi, assumi liquidi o determinati nutrienti che non appesantiscono il sistema digestivo e non portano via l’energia di cui hai bisogno per l’allenamento e l’attività fisica”. 

Djokovic ammette: “Di solito non mangio molto prima delle partite. Non prendo quattro uova con la pancetta al mattino e so che ci sono sportivi che lo fanno. La finale di Wimbledon era alle due del pomeriggio e prima delle partita sono rimasto essenzialmente sui liquidi e sui cibi leggeri. Ad esempio, verdure bollite senza condimenti, olio o altro; per avere forza ed energia, frutta e fiocchi d’avena. Certo, bevo molti liquidi, mi idrato con integratori vitaminici e bevande sportive che mi forniscono l’energia necessaria. Ma questo vale per me. Conosco molti atleti a cui piace mangiare e sentirsi sazi, ma il tennis è uno sport diverso rispetto a qualsiasi altro sport, dal punto di vista dei requisiti fisici e del relativo fabbisogno. Quella partita nella finale di Wimbledon è durata quattro ore e mezza, cinque ore. Durante le partite, mangio soprattutto datteri e talvolta una piccola banana. Bevo acqua e due bevande energetiche che ho con me. Credo molto nell’aspetto mentale e nella gestione delle emozioni. Quando hai paura, hai i crampi allo stomaco e non puoi mangiare nulla. È proprio vero. Eccitazione, paura, nervosismo, motivazione e tutto ciò che provi quando vai in finale di Wimbledon, ti fanno venire i crampi allo stomaco. Non pensi a mangiare. Ci sei dentro e sai che avrai energia perché tutto quello che hai fatto fino a quel momento ti permetterà di essere al massimo”.

Novak Djokovic – Dubai 2020 (via Twitter, @DDFTennis)

A Djokovic è stato anche chiesto quanto segua il tennis al di fuori del campo da gioco e se lo irritino alcune dichiarazioni dei commentatori sul suo conto. “Onestamente, negli ultimi anni ascolto veramente di rado i commentatori. Ne ho alcuni che mi piace ascoltare: “Viska” (il soprannome di Nebojsa Viskovic, uno dei due intervistatori del podcast, tra i principali commentatori del tennis in Serbia, ndr), Lleyton Hewitt, che commenta molto bene gli Australian Open, John McEnroe e Boris Becker. Ci sono anche quelli che mi piacciono un po’ di meno, che riescono a innervosirti, e allora abbasso il volume. Durante i tornei dello Slam guardo le partite principalmente di sera. Durante il giorno sono con i bambini e non riesco. In genere guardo le partite dei miei più grandi rivali, Federer e Nadal: quelle non le manco. Ci seguiamo a vicenda, è normale e logico. Seguo le repliche su YouTube. Mi piace saltare alcune parti e guardare solo ciò che mi interessa: i momenti chiave, quelli viene rotto l’equilibrio del punteggio, per vedere cos’ha fatto quel giocatore in quel momentoha raccontato il 33enne fuoriclasse di Belgrado.

Djokovic poi è tornato sul tema dei commentatori – anche perché la domanda faceva riferimento a un sondaggio destinato ai lettori del sito, in cui c’erano opinioni nettamente discordanti sul fatto che il citato “Viska” fosse troppo o troppo poco a favore del più forte tennista serbo – richiamando un aneddoto di pochi giorni fa. “Ero a fare un passeggiata con mia moglie e i nostri figli lungo la Sava (il fiume che attraversa Belgrado, ndr). Eravamo al parco giochi, c’erano delle altalene e altri giochi dove i bambini stavano giocando. Sono arrivati i genitori e allora si è formato subito un capannello di gente. Mi si è avvicinato un uomo e ha detto: “Sai che sono l’unico in Serbia che fa il tifo per Federer e contro di te?”. Gli ho risposto: “Non lo sapevo, pensavo ce ne fossero di più, ma se sei l’unico, sei un supereroe. Come posso fare per aiutarti a fare il tifo per me?”. Poi abbiamo scherzato un po’ e mi ha chiesto se ce l’avessi con lui per questo. Gli ho detto che era assolutamente una sua legittima scelta. Mi ha chiesto com’è Federer come persona e abbiamo continuato a scherzare. Quando se n’è andato, mi ha detto di essere contento di avermi aver parlato, ma che faceva il tifo per Federer perché non poteva resistere a quella volée…”.

“Ognuno preferisce il proprio giocatore o commentatore”, è la morale dell’aneddoto.“La voce, il modo in cui parli, per qualcuno è irritante, qualcuno invece la trova tranquillizzante. Personalmente non posso dire a qualcuno ‘Tifa per me’. Per logica, visto che veniamo dallo stesso paese, ci si aspetta che un serbo simpatizzi per i giocatori serbi, ma d’altro canto perché questo dovrebbe essere un obbligo? Non lo è. Mi piace quando i commentatori esprimono la loro personalità al commento, mi piace quando sono autentici e se ne assumono la responsabilità, ma lo fanno rimanendo equilibrati e con rispetto. E soprattutto, quando non viene meno il limite di decenza. Alcuni lo fanno”. Con un distinguo finale, tra il serio e il faceto: “Lo capisco quando c’è di mezzo la Coppa Davis, in quel caso tutto è permesso”.

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Interviste

Sinner: “Molta gente fisicamente è più forte di me, ci devo lavorare”

Il 19enne altoatesino riconosce i suoi limiti dopo la sconfitta agli Internazionali di Roma contro Dimitrov: “Più andavo avanti nella partita, più la condizione fisica andava giù”. Ma la cosa non lo preoccupa: “Non mi metto fretta”

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Jannik Sinner - Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)

Si è arrestata al terzo turno la corsa di Jannik Sinner agli Internazionali d’Italia. Un passo avanti rispetto allo scorso anno quando vinse un solo incontro e risultati del genere si possono ottenere solamente con l’allenamento costate. “In un anno si può crescere parecchio e io devo ancora farlo. Alla fine conta solo crescere, migliorare e fare del proprio meglio; mettere in campo quanto fai in allenamento. Fisicamente devo ancora crescere parecchio, il tennis ovviamente migliora se giochi giorno dopo giorno. Dopo un anno di lavoro è difficile non migliorare. Io lavoro bene ogni giorno perché lo voglio io, non lo faccio per un altro: voglio migliorarmi”.

Dopo questo preambolo rilasciato in perfetta lingua inglese, Jannik ha parlato di più in italiano, e inizialmente si è concentrato sulla partita persa in tre set contro Grigor Dimitrov. “Sapevo che questa era la partita più difficile perché sia io che lui avevamo già fatto due partite qui ed entrambi ci siamo sentiti bene in campo. Gli alti e bassi li devi accettare e devi trovare la soluzione giusta. Oggi è stata una sconfitta dura e io devo cercare di trarne il massimo, parlerò col team e poi vedremo cosa fare. Lui ha giocato bene, anche io ho giocato bene ma non ho giocato da Dio. Su questo non mi posso lamentare; giocare bene tutte le partite non è possibile. Anche con Tsitsipas entrambi non abbiamo giocato al massimo. Lì c’era anche vento e ti devi adattare a ogni condizione. Oggi ho provato a spingere di più verso la fine e sono risalito 5-4; poi quel game lì è andato un po’ così…”.

Il discorso del 19enne si è spostato poi sul fisico, attualmente il suo punto debole. Più andavo avanti nella partita e più la condizione fisica andava giù, quell’aspetto lo devo migliorare per andare alla pari col gioco. Per il momento devo accettare la cosa. Ho perso un paio di partite, questa e quella con Khachanov, che potevo vincere per questo motivo; vedremo cosa ne verrà fuori tra qualche anno. Molta gente fisicamente è più forte di me, così come certi giocatori devono accettare che magari hanno un problemino col dritto o col rovescio. Io ho un problemino col fisico, lo devo accettare e trovare delle soluzioni. La cosa positiva è che sul fisico ci posso lavorare. Io non mi metto fretta, gioco tranquillo. Ci potrò mettere uno, due, anche dieci anni, o forse fra due settimane mi sentirò già meglio”. Ovviamente il coach Riccardo Piatti farà il possibile affinché si propenda più verso questa seconda ipotesi.

 

Da queste parole, pronunciate con la classica pacatezza che lo contraddistingue anche in campo, emerge il ritratto di una persona sì delusa – come ha ammesso lui stesso dicendo che “non era la fine che volevo” – ma il cui spirito da gran lavoratore non viene minimamente intaccato. Anzi forse Sinner sarà ancora più spronato a fare bene e anche Matteo Berrettini, che lo ha incontrato a fine match, può confermare: Era amareggiato, ma già l’ho visto con l’occhio pronto per i prossimi appuntamenti“.

A parlare di lui in conferenza stampa post-partita è stato anche il suo avversario Dimitrov. Al bulgaro è stato chiesto come vede il futuro del giovane azzurro, con la puntualizzazione di non dare la solita risposta banale. Grigor non si è lasciato pregare e da ex enfat prodige ha ammesso schiettamente: “Io dico sempre che finché non diventi un campione non puoi dire di essere un campione. Questo è secondo me uno dei più grandi errori commessi quando io stavo emergendo, tutti mi dicevano: ‘Oh, diventerai un campione un giorno, sarai n.1’. Io non ho mai ascoltato questi discorsi e così sta facendo lui. Non dovrebbe ascoltare tutte quelle cose, bensì seguire la sua strada”.

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Focus

Il sollievo di Thiem: “Non ho mai smesso di crederci, ora giocherò più serenamente”

Il neo-campione dello US Open ha parlato del travaglio mentale della prima finale Slam giocata da favorito. “All’inizio ero molto contratto. Continuavo a chiedermi: ‘Avrò un’altra chance?'”

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Dominic Thiem - US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Lo stato d’animo di Dominic Thiem nella conferenza stampa seguita alla vittoria del suo primo Slam è di liberazione, più ancora che felice. Le oltre quattro ore passate in campo contro l’amico Alexander Zverev l’hanno messo alla prova in più modi, dalla tensione iniziale ai crampi finali, passando per il ruolo di favorito della vigilia di cui avrebbe volentieri fatto a meno. L’austriaco, infatti, non si vedeva come il sicuro vincitore: “Io non mi consideravo il favorito, so di cosa è capace Sascha; erano i media ad avermi messo in quella posizione. Il nostro match in Australia era stato equilibrato fino alla fine, quindi mi aspettavo lo stesso tipo di incontro. Oggi l’andamento è stato diverso, soprattutto all’inizio, ma non ho mai smesso di crederci. Ho vinto uno Slam ed è fantastico, non importa contro chi”.

Elementi come i pronostici e l’esperienza delle finali Major raggiunte negli ultimi due anni e mezzo sono stati a suo dire deleteri per la qualità della sua performance, soprattutto all’inizio: Non credo che le finali precedenti mi abbiano aiutato, anzi, forse il contrario, visto quanto ero contratto all’inizio. Il problema è che volevo tantissimo il titolo, ma allo stesso tempo il pensiero di andare a zero su quattro nelle finali mi ronzava in testa. Continuavo a chiedermi, ‘avrò un’altra chance?’ Questi pensieri non ti aiutano a giocare liberamente”.

LA TENSIONE E I CRAMPI

I primi due set, infatti, sono stati un incubo, tanto che era sorto spontaneamente il dubbio che i problemi fisici accusati durante la semifinale contro Daniil Medvedev non fossero stati risolti appieno. Thiem ha però smentito l’ipotesi:Ero al 100% fisicamente, ho avuto qualche problema al tendine d’Achille in semifinale ma è stato risolto alla grande, non avevo alcun tipo di dolore. Il problema erano i nervi. Non ero più abituato a sentirmi così, e non sapevo come liberarmene, ma in qualche modo ci sono riuscito durante il terzo set”. Anche i crampi finali non sono stati il frutto di errori di preparazione o di problemi pregressi: Erano anni che non avevo i crampi, ma erano dovuti al mio stato mentale, non fisico. Ero stato incredibilmente teso per tutto il giorno, oltre che per i primi due set. La mia convinzione è stata più forte del mio corpo, però. Non sono state quattro settimane facili, né per il corpo né per la mente, e parte del grande sollievo finale è anche dovuto a questo”.

 
Dominic Thiem – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

I DOLORI DEL GIOVANE SASCHA

Lo svantaggio iniziale era all’apparenza incolmabile, sia per come stava servendo l’avversario, sia per la condizione quasi senza precedenti in cui versava: nell’Era Open, infatti, solo quattro volte un giocatore aveva rimontato due set in una finale Slam, sempre e solo a Parigi (1974, 1984, 1999, 2004). Sarebbe quindi stato normale accettare l’ineluttabilità della sconfitta, ma non per lui: “Restare in partita e continuare è crederci è stato molto complicato, ma ci sono riuscito – voglio dire, era una finale Slam. Stavo giocando male, braccia e gambe pesanti, ma ho sempre sperato che sarei riuscito a liberarmi a un certo punto. Per fortuna, il contro-break nel terzo non è arrivato troppo tardi, e da lì ho iniziato a crederci sempre di più. Ovviamente crederci non era abbastanza, perché sono sicuro che anche Sascha fosse convinto al 100% di poter vincere, e infatti siamo arrivati al tie-break del quinto”.

Va anche detto che, senza una grossa mano dal tedesco, il comeback non sarebbe stato possibile, soprattutto alla fine, quando Zverev ha servito per il match e affrontato il tie-break quasi senza servizio, limitandosi a cercare di evitare il doppio fallo (alterni risultati) con palombelle anodine: “Per lui era la prima finale, e nessuno dei due aveva dovuto battere uno dei Big Three, e credo che questo pensiero fosse presente nella mente di entrambi. Arrivati al tie-break sapevamo che potesse vincere chiunque, e quindi credo che sia comprensibile che non siamo riusciti a giocare il nostro miglior tennis. Quando ha servito per il match io avevo qualche problema fisico, ma ho pensato che anche lui non fosse più troppo fresco, e quindi speravo di avere un’altra chance, perché lui non stava più servendo come all’inizio – ho affrontato quel game alla grande e sono tornato in partita”.

Il finale è stato talmente drammatico (il Direttore l’ha definito “un copione di Agatha Christie diretto da Alfred Hitchcock”) che i due hanno finito per infrangere il protocollo del distanziamento sociale, finendo abbracciati a dispetto delle raccomandazioni e delle emozioni agli antipodi, una dimenticanza tutto sommato comprensibile: “Siamo grandi amici, abbiamo sia un’amicizia a lungo termine che una rivalità a lungo termine. Questa settimana siamo risultati negativi al tampone 14 volte, una cosa del genere. Volevamo solo condividere il momento, e non penso che questo abbia messo in pericolo nessuno, perciò credo che non ci sia stato niente di male”.

Dominic Thiem e Alexander Zverev – US Open 2020 (via Twitter, @atptour)

CEMENTO MON AMOUR

Nel giorno in cui in patria, a Kitzbuhel si giocava la finale di un torneo di cui lui era il campione uscente, Thiem è diventato il primo austriaco a vincere uno Slam dal Roland Garros del 1995 vinto da Thomas Muster, ma ha sempre pensato di poterne vincere uno? “Ho iniziato a pensare che avrei potuto vincere uno Slam quando ho raggiunto la mia prima semifinale a Parigi [nel 2016, ndr] – da lì ho pensato che potesse essere un obiettivo realistico. Quando ho iniziato a giocare sognavo di farcela, ma era un obiettivo così distante! Poi mi sono avvicinato alla vetta, e mi sono detto, ‘wow, forse un giorno potrò vincere uno dei quattro titoli più importanti del tennis’. Ho lavorato tanto, si può dire che abbia dedicato tutta la mia vita a questo obiettivo, e non vale solo per me, questo è un traguardo anche per il mio team e per la mia famiglia – oggi è il giorno in cui posso restituire molto di quello che hanno fatto per me”.

Molti avevano vaticinato una sua vittoria in un Major, ma quasi tutti avevano sempre pensato che il luogo della consacrazione sarebbe stato Parigi, visto che Dominator nasce come specialista del rosso, e lui era della stessa idea: “Pensavo che le mie chance migliori sarebbero arrivate sulla terra, di gran lunga, ma dallo scorso autunno qualcosa è cambiato: ho vinto Pechino, ho vinto Vienna, ho giocato benissimo alle Finals [perse in finale con Tsitsipas, ndr]; da lì ho capito che il mio gioco si potesse adattare molto bene anche al cemento”. L’uomo che ha cambiato tutto è Nicolas Massù, che l’ha portato prima alla vittoria in un Masters 1000 (Indian Wells 2019) e poi a quella di Flushing Meadows: “Ovviamente Nico ha contribuito tanto a questi miglioramenti. Mi ha fatto cambiare idea su quanto molti dei miei colpi potessero funzionare sul duro. Infatti, credo di aver giocato il mio miglior Slam a Melbourne, prima di questo US Open. In ogni caso l’unica cosa che mi interessa ora è di averne vinto uno, non importa quale!

Una domanda, infine, sulle sue chance al Roland Garros, dove ha perso le ultime due finali contro Nadal – quali saranno gli strascichi, sia positivi che negativi, di New York? “Sarò al 100%, senza dubbio. La grande domanda è la condizione mentale con cui arriverò al torneo, perché non mi sono mai trovato in questa situazione. Ho raggiunto un grande obiettivo, non so come mi sentirò a riguardo nei prossimi giorni. Detto questo, la mia aspettativa è che da ora sarà più facile affrontare i grandi tornei, sarò più rilassato e giocherò liberamente, perché prima di questa vittoria avevo questo tarlo di dover vincere uno Slam”.

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Interviste

Naomi Osaka: “Non pensavo a vincere, volevo solo competere. Celebrerò la vittoria con me stessa”

La campionessa dello US Open in dubbio per il Roland Garros: “Avevo intenzione di giocarli quando sono arrivata qui, ora vedremo”

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Naomi Osaka - Premiazione US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Terzo titolo Slam, secondo allo US Open per Naomi Osaka. La numero 9 del mondo, dopo mesi intensi sia dentro che fuori dal campo, torna a sorridere per un risultato sportivo memorabile. Se due anni fa la sua vittoria a New York era divenuta celebre per le proteste di Serena Williams, questa volta a renderla insolita è stato il contesto. “Questa vittoria ha un sapore complessivamente diverso rispetto a quella del 2018 a causa delle circostanze; l’ultima volta non mi trovavo in una bolla e c’erano molti fan. Alla fine io mi concentro su quello che posso controllare in un campo da tennis. Questo è quanto ho fatto la scorsa volta e penso sia quello che ho fatto anche oggi.”

Trovarsi in una bolla inevitabilmente influisce anche sui festeggiamenti e in questo caso la tennista giapponese ha un piano molto semplice: Celebrerò questa vittoria elaborandola con me stessa. Nelle ultime due occasioni (che per lei erano anche le prime, ndr) non sono stata in grado di farlo, perché ero circondata dal mio team. Mi auguro che, più Slam vincerò e più sarò in grado di celebrare al meglio”. La metafora perfetta di questa sua volontà di ‘elaborare’ la vittoria è il momento in cui si è distesa sul cemento dell’Arthur Ashe, con pochissimi occhi a guardarla – quantomeno dal vivo – e ha semplicemente guardato il cielo respirando a pieni polmoni, come sollevata.

Naomi Osaka – Finale US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

La Naomi che si è presentata a New York quest’anno è sicuramente una persona più coscienziosa nei propri mezzi ma anche più consapevole della propria forza mediatica, un fattore sul quale ha riflettuto soprattutto negli ultimi mesi. “Per me la vita era sempre stata movimentata, orientata sul tennis soprattutto dopo la precedente vittoria allo US Open. La cosa ha accelerato tutto senza darmi tempo per rallentare. La quarantena mi ha dato l’opportunità di pensare molto in generale, su cosa voglio realizzare, sui motivi per cui voglio essere ricordata. Per quanto mi riguarda, mi sono presentata a questi due tornei con questa mentalità e questo mi ha aiutato molto”.

 

La principale conseguenza di questa crescita è la capacità di non lasciare spazio ai rimpianti; la lezione è stata messa in pratica anche in questa finale contro Victoria Azarenka. “Un buon esempio sono il primo e il secondo set della partita odierna. Penso che avrei potuto facilmente lasciarmi andare ma avevo davvero voglia di lottare, di competere. Non so descriverlo bene, non c’erano altri pensieri nella mia mente. Non pensavo davvero alla vittoria, volevo solo competere e in qualche modo mi ritrovo con quel trofeo in mano. Direi quindi che ho davvero cercato di maturare; non ero sicura del processo da intraprendere, ma direi che la lezione che ho imparato dalla vita mi ha fatto crescere come persona”.

Entrando più nello specifico della finale di questo Slam, la vincitrice l’ha descritta così: “Nel primo set ero così nervosa, non mi stavo muovendo con i piedi. Avevo la sensazione di non star giocando affatto… non che mi aspettassi di giocare al 100% ma sarebbe stato bello se fossi stata almeno al 70%. Era come se ci fosse troppa roba nella mia testa. Poi nel secondo set mi sono ritrovata presto in svantaggio e questo non ha aiutato. Mi sono solo detta di restare positiva e non perdere 6-1 6-0, darle almeno una tenue resistenza per conquistarsi quei soldi. Più o meno sono questi i pensieri che mi hanno accompagnata”. In realtà, dopo l’occasione del 3-0 fallita dalla bielorussa nel secondo set, la partita ha cambiato completamente volto.

Sul terzo set, parlando alla stampa giapponese, ha aggiunto: “Direi che un game davvero importante è stato quello del mio break nel terzo set. Sono contenta di averlo fatto all’inizio perché avevo la sensazione che se fossimo arrivate in fondo sarebbe stata molto tirata”. Per quanto riguarda il futuro imminente, Osaka si prenderà un po’ di tempo per riflettere e dunque – già certa la sua assenza agli Internazionali d’Italiaresta ancora in dubbio la sua presenza al Roland Garros. “Avevo intenzione di giocarli quando sono arrivata qui, ma ora vedremo cosa succede”.


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