Il parere della redazione: come sarà il tennis tra 20 anni e come dovrebbe essere

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Il parere della redazione: come sarà il tennis tra 20 anni e come dovrebbe essere

Cinque redattori, cinque opinioni e cinque previsioni sul tennis del futuro. Molto coaching, molto intrattenimento e qualche novità; ma gli Slam non si toccano!

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(piacerebbe a tutti ma no, Nadal tra 20 anni sarà in pensione. Ci siamo solo divertiti con una app!)

Argomento scomodo e divisivo, il futuro del tennis. Lo abbiamo affrontato in tante salse, l’ultima è un racconto del nostro Roberto Ferri, una commedia in due atti (primo e secondo) in cui abbiamo immaginato cosa potrebbe succedere al tennis dopo il ritiro dei quattro fenomeni – tra poco serio e molto faceto.

Dopo avervi fatto divertire un po’, torniamo a indossare l’abito buono e vi diciamo come la pensiamo noi sul futuro del tennis. Abbiamo chiesto a cinque dei nostri redattori un parere sul tennis tra 20 anni: come pensiamo che sarà (previsione) o come pensiamo che dovrebbe essere (opinione).


Il parere di Michelangelo Sottili

OPINIONE – Penso a un tennis simile a quello attuale perché preferisco non vedere snaturate le cose che mi  piacciono, ma nulla a che fare con gesti bianchi, racchette di legno o corde che non mordono. Magari una maggior varietà delle superfici, non tale però da avere solo scambi tipo Simon Mannarino o servizio-e-basta. E niente hawk-eye live: giudici di linea e “challenge” elettronico. I tempi morti, nemici di iperattività social e mancanza di attenzione, saranno accorciati  semplicemente applicando le regole, compreso il “senza indugio” della seconda battuta. L’MTO tattico (già vietato dal Codice) sarà eliminato allo stesso modo. Compito facilitato dallo scanner portatile con cui il fisioterapista smaschererà all’istante il truffaldino.  Fatto tesoro degli eventi giocati durante la pandemia, sarà ridotta la forbice tra montepremi dei primi turni e finalisti. Aumenterà il numero di quelli che vivono di tennis, anche grazie alla più equa ripartizione degli introiti dei tornei. 

 

Un solo abbonamento permetterà di seguire qualsiasi torneo in streaming. Al costo annuo di $ 99, sarà sottoscritto da (speriamo!) oltre due miliardi di persone. Incontri di cinque set negli Slam. Fallito il tentativo di portarli al meglio dei tre dopo il boicottaggio da parte del pubblico e le tristi memorie rievocate dalle conseguenti tribune vuote. Sciolto precocemente l’accordo venticinquennale con Kosmos, la Coppa Davis tornerà al formato pre-Piqué. 

Nel futuro, i tornei del circuito minore saranno ancora chiamati Futures, non Presents. I dati dei singoli incontri saranno accessibili a tutti. O’Shannessy scoprirà essere parimenti vincente la strategia di non seguirne le indicazioni, ma se lo terrà per sé. Il sito della WTA diventerà user-friendly, ma andrà continuamente in crash per l’eccessivo numero di visite. 

PREVISIONE – Immergiamoci per gradi nella previsione della realtà futura cominciando dall’eliminazione del let sul servizio. Non semplice coaching, ma analisi dei dati del match in tempo reale; l’allenatore spiegherà al suo pupillo cosa fare di ogni singolo colpo e scambio e lascerà il campo schernendo  l’avversario dalla classifica troppo bassa per permettersi l’accesso a quei dati. Due set su tre la prima settimana degli Slam, super tie-break ai 10 invece del terzo set nei tornei  ATP, GTC, WTA e VSR fino ai quarti compresi. Spoiler della parte in cui, lungi dall’essersi unificate, le sigle che governano il tennis aumenteranno. Vantaggi solo dopo la prima parità; se si torna a deuce, killer point.

Duello a rete tra Nadal e Djokovic (foto di C. GIULIANI)

Il parere di Valerio Vignoli

Come sarà il tennis nei prossimi 20 anni? Facciamo un esperimento mentale e immaginiamo di esserci posti la medesima domanda 20 anni fa. Anche allora probabilmente ci si chiedeva come questo sport, ancorato a formati e regole vetuste, potesse prosperare in un futuro digitale, in cui i computer si sostituiscono alle TV, e attirare l’attenzione del pubblico più giovane (in quel caso i Millennials invece della Generazione Z). Anche allora probabilmente la prima idea che era saltata in mente era una velocizzazione del gioco, per evitare interminabili match-maratone da quattro ore e passa, ostici per i palinsesti televisivi così come per qualunque essere umano non voglia/possa prendersi una intera giornata libera per oziare sul divano. 

Bene, ora tiriamo le somme di quello che è cambiato realmente. Le partite al meglio dei cinque set sono state eliminate dai tornei dei circuiti ma sono rimaste in tutti gli Slam. Al Roland Garros sul sei pari si va ancora avanti ad oltranza e Wimbledon ha rinunciato a questa pratica crudele per la pazienza di tennisti e pubblico solo nel 2019. Lo shot clock per evitare tempi morti e sepolti è stato messo in vigore solo da poche stagioni, tra mille polemiche dei giocatori peraltro. Il gioco in sé, invece di velocizzarsi, è rallentato, con la discesa a rete che è diventata un mezzo suicidio. Da notare come questo sviluppo sia stato parzialmente causato da una consapevole scelta delle istituzioni del tennis di rendere i campi rapidi meno rapidi e le palle leggermente più grandi. Addirittura, negli ultimi 15 anni non sono nemmeno cambiati i vincitori Slam: i cosiddetti Big 3 si sono infatti spartiti quasi tutto il bottino, uccidendo la competizione. Segno dell’unico vero enorme cambiamento di questo ventennio, ovvero la longevità dei giocatori stessi, generalmente più meticolosi nella cura del loro fisico. 

PREVISIONE E OPINIONE – Detto ciò, la strada verso il tennis del futuro è tracciata, tutta all’insegna della rapidità e dell’entertainment. In questa ottica devono essere visti gli esperimenti fatti alle Next Gen ATP Finals, in termini di modifiche del punteggio e del contorno al match. E, a mio modesto avviso, non è un futuro così a tinte fosche come lo vogliono dipingere i tradizionalisti. Considerando però come sono andati gli ultimi vent’anni, potrebbe non essere un futuro prossimo.

Allianz Cloud – Next Gen ATP Finals 2019 (foto Cristina Criswald)

Il parere di Giorgio Di Maio

OPINIONE – Mi piacerebbe sicuramente vedere più tennis giocato su erba, che favorirebbe anche la crescita di stili di gioco e giocatori diversi dallo standard. Magari aggiungendo un Master 1000 mandatory prima di Wimbledon, trasformando Halle o il Queen’s in un Master. Spero che venga limitato l’utilizzo del medical timeout alla pausa che precede i turni di battuta di chi ne usufruisce, per eliminare così la pratica del MTO tattico.

Sicuramente non toccherei il formato sia degli Slam che di tutti gli altri tornei. I critici del best-of-5 spesso utilizzano la foglia di fico del “tasso di attenzione dei più giovani” per giustificare la battaglia personale contro le partite lunghe, ma la realtà è diversa. Come spiega il bravissimo Matthew Willis, secondo un sondaggio di InfoSys, sono proprio i più giovani a preferire il formato dei 5 set, e gli stessi Slam sono in crescita di anno in anno a livello di audience televisiva e pubblico negli stadi. La diversità di formato tra i tornei “normali” e gli Slam è una delle cose che rende quest’ultimi speciali ed è uno dei tesori più preziosi del tennis.

PREVISIONE – Credo che ci saranno cambiamenti, ma saranno più legati al contesto di gioco che al gioco stesso. Tutto porta verso l’introduzione del coaching, quantomeno nei tornei non-Slam, che spero si accompagnerà a maggior introiti per i tennisti di medio-bassa classifica. Progressivamente scompariranno i giudici di linea, quantomeno nei tornei più grossi (e ricchi) non-Slam. Il FoxTenn rimpiazzerà HawkEye come tecnologia di challenge, oltre ad essere introdotto in pianta stabile sulla terra battuta già nel brevissimo termine. Non prenderanno piede le varie proposte ‘estreme’ di accorciamento dei match, come il killer point o il no-let, che causerebbe il manifestarsi di punti assurdi – magari in situazioni decisive. Il formato dei set resterà lo stesso sia negli Slam che fuori; l’unico cambiamento che credo possa avvenire è quello di uniformare l’esito del quinto set in tutti e quattro gli Slam.

John Isner e Kevin Anderson – Wimbledon 2018 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Il parere di Tommaso Villa

OPINIONE – Trovare qualcosa di concreto da cambiare in uno sport che ci piace tanto sarebbe come trovare dei difetti ad un romanzo di J.M. Coetzee, ma tant’è! Dovendo scegliere, non sono particolarmente affezionato all’omologazione delle superfici, e sarei curioso di vedere una stagione giocata sempre con la stessa tipologia di palla invece di avere quelle più rapide (Type 1) sulla terra e quelle più grandi e lente (Type 3) sull’erba.

PREVISIONE – Plastic-free come vuole Thiem! Oltre a questo, credo che il coaching e la sua relativa spettacolarizzazione verranno portate avanti, rendendo i giocatori delle sorte di gamer di Twitch (hello, Monfils), pur pensando che vada a ledere la capacità di alcuni di leggere meglio le partite e che nei match al meglio dei cinque potrebbe diluire un po’ troppo l’azione – il futuro potrebbe quindi essere una soluzione à la WTA senza coaching negli Slam. 

Per quanto riguarda il format, un cambiamento che mi aspetto è la trasformazione del due su tre in un tre su cinque al 4 con il tie-break sul 3-3, il sistema già in uso alle NextGen di Milano, perché ha il vantaggio di aumentare il numero degli stessi tie-break e più in generale quello dei punti decisivi, visto che il valore di una palla break a inizio set verrebbe ingigantito da parziali più brevi e che, banalmente, ci sarebbero più set point. Non credo che si vada verso baracconate stile UTS-Mouratoglou o verso altre soluzioni estreme, e.g. l’abolizione del tre su cinque negli Slam, che avrebbe la sola funzione di rendere pedestri le maggiori fonti d’interesse e di reddito del gioco, o quella del deuce, alfiere massimo della meritocrazia tennistica che vuole il vincitore capace di superare l’avversario di almeno due punti e non solo grazie (magari) a un nastro fortunoso – prima che mi si @ con Becker-Lendl all’MSG nell’89, il tedesco era comunque già avanti 6-5.

Il parere di Antonio Ortu

Nei primi giorni di un incerto 2021 è difficile pensare al futuro del tennis. Soprattutto perché per farlo è necessario cancellare totalmente le ingombranti figure dei ‘Tre Moschettieri’, un’operazione complessa al giorno d’oggi. Figure che pur consentendo all’intero movimento tennistico di raccogliere più appassionati, tendono a trattenere quella spinta verso la modernizzazione che in tanti si augurano. Perché è sempre meglio lasciare le cose così come stanno, se (bene o male) funzionano. Ma sarà necessario fare un passo avanti.

OPINIONE – Dal mio punto di vista, sarà importante evitare cambiamenti troppo bruschi nel format dei tornei e delle singole partite e rispettare la storia dei quattro Slam: al di fuori di essi, ben vengano i tornei come le Next Gen Finals se la rapidità del gioco crea davvero maggior coinvolgimento, ma niente tennis a tempo o carte speciali (come quelle viste all’Ultimate Tennis Showdown). Mi piacerebbe vedere la Laver Cup (o un evento con lo stesso format) estesa anche al circuito femminile, ma soprattutto avere una Coppa Davis e una Fed Cup, senza “ibridi” che assegnano punti targati solamente ATP.

PREVISIONE – Detto ciò, ritengo molto probabile (anche nel breve periodo) il passaggio degli Slam maschili al due su tre e la creazione di una categoria di tornei ‘Fast4’ di fianco ai 250, 500, 1000. Lo sviluppo tecnologico, del quale ancora non conosciamo i confini, permetterà ai tennisti e agli spettatori di avere dati statistici e grafici in tempo reale, ma soprattutto lo sviluppo dei materiali consentirà la creazione di racchette in grado di migliorare la potenza e le traiettorie.

Stop carta e appunti: i grafici arriveranno in tempo reale!


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Tsitsipas ha vinto a Montecarlo: un segnale importante per il resto della stagione sulla terra?

Il greco è stato bravo e (in parte) fortunato. La domanda ora è: Nadal, Djokovic e Thiem sapranno ristabilire gli equilibri?

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La stagione su terra del 2021 è ufficialmente entrata nel vivo questa al Rolex Monte-Carlo Masters, e sorprendentemente il più grande giocatore di sempre sul rosso non ha centrato la vittoria numero 12 al torneo monegasco. Rafael Nadal è infatti stato battuto nei quarti di finale da Andrey Rublev per 6-2 4-6 6-2. A dire il vero, lo spagnolo era lontano dal suo stato di forma migliore: giocando un tennis a tratti falloso e servendo cinque doppi falli nel set di apertura, si è trovato a combattere contro sé stesso e contro un avversario apparso potente, preciso e calmo nei momenti decisivi.

La sconfitta di Nadal ha decretato anzitempo la finale tra Rublev e Tsitsipas, che sono poi effettivamente riusciti a raggiungere la finale. Quest’ultimo è riuscito a sfruttare al meglio un tabellone favorevole, concedendo solo 28 game in cinque partite; apparso in un ottimo stato di forma, è riuscito a tenere sotto controllo le proprie emozioni, migliorando giorno dopo giorno nel corso della settimana. Oltre alla sua bravura, il greco è stato anche fortunato, perché ha evitato una semifinale che sembrava scritta contro Novak Djokovic, arrivato imbattuto in stagione a questo torneo. Djokovic non era il favorito a Montecarlo soltanto a causa della presenza di Nadal, ma tutti si sarebbero aspettati un percorso sicuramente migliore da parte del serbo.

Come Nadal, il serbo ha disputato a Montecarlo il suo primo torneo post-Australian Open e, sicuramente, non è stato favorito dalla lunga assenza dai campi. Dopo il bye al primo turno, Djokovic ha giocato un match solido al suo esordio contro il promettente Jannik Sinner. L’altoatesino arrivava dalla sua prima finale in un Masters 1000 a Miami, e perciò Djokovic non ha sottovalutato la sfida, vincendo nettamente per 6-4 6-2 con una prestazione di prim’ordine. La sua difesa è stata particolarmente impressionante: ha fatto capitolare Sinner più e più volte grazie allo splendido anticipo in risposta, all’ottimo controllo degli scambi e ad una grande prova di rovescio, giocando la partita come se si trattasse di una semifinale o una finale.

 

Eppure, Djokovic è apparso totalmente diverso appena 24 ore dopo, quando è sceso in campo per affrontare Dan Evans negli ottavi di finale. I due non si erano mai affrontati, come successo con Sinner il giorno precedente, ma, a differenza del match contro l’italiano, Djokovic è apparso spaesato, ed il suo gioco solido si è rivelato controproducente al cospetto di Evans. Il britannico ha messo in grande difficoltà Nole, falloso fin dai primi giochi dell’incontro. Prima che potesse rendersene conto, Djokovic ha subito due volte il break nei primi due turni di servizio, trovandosi da subito a rincorrere sullo 0-3 nel primo set. Il serbo è riuscito a recuperare fino al 4-4 per poi cedere nuovamente la battuta, perdendo il primo set 6-4. Nel secondo Djokovic si è portato subito sul 3-0 ma ancora una volta si è trovato a commettere tanti errori non forzati, facendosi rimontare sul 4-4. Ha avuto un set point nel decimo game, mancandolo però con l’ennesimo unforced di rovescio – Evans ha poi vinto l’incontro per 6-4 7-5. Il giocatore britannico ha poi sconfitto David Goffin nei quarti di finale, prima di venire strapazzato in semifinale da Tsitsipas con un netto 6-2 6-1.

Rublev ha invece avuto una strada molto più difficile verso la finale. Negli ottavi ha superato al fotofinish il sempreverde Bautista Agut, ponendo le basi per la battaglia contro Nadal. Il russo ha sfruttato i problemi al servizio di Nadal nel primo set, vincendolo facilmente e portandosi sul 3-1 e poi sul 4-2 nel secondo. Ha inoltre avuto palle break nel quinto e nel settimo game, non riuscendo tuttavia a convertirle grazie alla ben nota caparbietà del maiorchino, capace una volta di più di esaltarsi nel momento di maggior pressione. Vincendo quattro game consecutivi, Nadal ha portato il match al terzo, ma Rublev ha resistito in maniera encomiabile alle controffensive dell’undici volte campione ed è riuscito a vincere 6-2 4-6 6-2, breakkando Nadal tre volte nel set iniziale e altre tre volte nel terzo. Rublev ha poi sconfitto Casper Ruud in due set, accedendo così alla finale.

Sulla carta, la sfida per il titolo appariva come un match tiratissimo – i due giocatori si erano equamente divisi le vittorie nei sei precedenti confronti diretti. Rublev, tuttavia, arrivava da una settimana dura, mentre Tsitsipas era fresco, in fiducia, ed in totale controllo dei colpi da fondo grazie alla sua maggiore varietà; ha così meritatamente sconfitto un Rublev sottotono per 6-3 6-3.

Quindi, come interpretare ciò che è accaduto a Montecarlo? Cosa dobbiamo aspettarci dalla stagione su terra rossa ed in particolare dal Roland Garros?

Cominciamo con Tsitsipas. Non c’è dubbio che abbia vissuto una splendida settimana, suggellata da un trionfo atteso da tanto tempo. Nel 2018 aveva perso la finale contro Nadal al Masters 1000 in Canada, superando Djokovic per la prima volta lungo il suo cammino. Quella era solo la sua settima apparizione in un torneo Masters 1000, e aveva mostrato un tennis brillante per tutta la settimana. A Madrid, l’anno successivo, ha sconfitto Nadal sulla terra battuta in semifinale prima di perdere contro Djokovic. Alla fine di un memorabile 2019, Tsitsipas ha conquistato il titolo più importante della sua carriera alle ATP Finals di Londra, mentre l’anno scorso, quando la pandemia ha sconvolto il mondo, ha avuto l’opportunità di giocare solo tre eventi Masters 1000, e la sua migliore performance è stata la semifinale a Cincinnati/New York. Dobbiamo poi ricordare che è stato un pericolo costante anche negli Slam: ha raggiunto la sua prima semifinale all’Australian Open nel 2019, estromettendo Federer prima di perdere da Nadal; l’anno scorso al Roland Garros è apparso in grande forma, sconfiggendo Rublev e raggiungendo le semifinali prima di cedere a Djokovic in cinque tiratissimi set; questo febbraio, a Melbourne, Tsitsipas ha poi raggiunto la sua seconda semifinale australiana, inchinandosi soltanto a Daniil Medvedev.

Dal 2018, quindi, Tsitsipas ha dimostrato più e più volte di essere un giocatore costruito per i grandi palcoscenici e desideroso di mettersi in gioco contro i migliori al mondo. Questa vittoria a Montecarlo non è una garanzia che arriverà fino in fondo al Roland Garros 2021, ma quantomeno sembra indicare che potrà giocarsi le sue carte sulla terra contro chiunque. Non importa come si esibirà da qui all’inizio del Roland Garros alla fine di maggio, perché in virtù di questa straordinaria vittoria Tsitsipas si è posizionato di diritto come un contender a Parigi. Si presenterà in Francia con la convinzione che le sue possibilità siano buone come quelle di chiunque altro al di fuori di Nadal e, forse, di Djokovic.

Come devono essere valutati gli altri candidati principali in attesa che si svolgano i prossimi tornei sulla terra battuta? Non credo che Nadal sarà giù di morale dopo la sconfitta contro Rublev: sa che è stato uno di quei giorni in cui si è imbattuto in un avversario pressoché perfetto, peraltro in una serata in cui l’aria era fredda ed il vento pesante. Nadal può sopportare venti vorticosi meglio di chiunque altro nel tennis, ma l’aria più fredda lo ha ostacolato notevolmente e ha tolto vivacità al rimbalzo dal suo caratteristico dritto – non ha avuto modo di far giocare a Rublev un numero sufficiente di colpi sopra le spalle.

Questa settimana Nadal è la tds N.1 nel torneo di Barcellona, e mi aspetto che vinca per la dodicesima volta uno dei suoi tornei preferiti. Anche Rublev e Tsitsipas sono iscritti al torneo spagnolo, e potrebbero incontrarsi in semifinale. Il tabellone di Nadal mi fa pensare che non possa perdere a Barcellona prima della finale; inoltre, essendo appena uscito da una sconfitta a Monte Carlo, Rafa sarà terribilmente desideroso di vendicare la sua sconfitta contro Rublev a Montecarlo e di rispondere a Tsitsipas, che ha sorpreso lo spagnolo rimontandolo nei quarti dell’Australian Open. Prima di quest’anno, a Nadal era capitato solo contro Roger Federer in una splendida finale di Miami nel 2005 e contro un indemoniato Fabio Fognini sotto le luci dello US Open 2015.

Anche Djokovic è tornato in azione questa settimana all’ATP 250 di Belgrado. Esibirsi di fronte ai fan di casa dovrebbe ispirarlo, consentendogli di fare ammenda per Montecarlo e forse di ottenere il titolo numero 83 in carriera. A Belgrado saranno presenti, tra gli altri, anche il semifinalista dell’Australian Open Aslan Karatsev, l’americano Sebastian Korda ed il numero uno italiano Matteo Berrettini. Gli avversari saranno forti ed agguerriti, ma Djokovic ha sicuramente buone possibilità di conquistare il titolo ed accendere definitivamente la miccia della sua campagna su terra.

Inizialmente anche Dominic Thiem avrebbe dovuto giocare a Belgrado, ma si è chiamato fuori per un problema al ginocchio. L’austriaco aspetterà gli eventi Masters 1000 di Madrid e Roma per esibirsi sulla terra battuta dopo un inizio preoccupante di 2021. Dopo aver vinto il suo primo major allo US Open e nonostante la cocente sconfitta contro Medvedev nella finale delle ATP Finals, Thiem appariva il candidato numero uno a spodestare Djokovic e Nadal dal trono della classifica ATP. Ciononostante, il suo 2021 è iniziato in maniera incredibilmente opaca: dopo una sconfitta per 6-4 6-4 6-0 negli ottavi per mano di Grigor Dimitrov all’Australian Open quando apparentemente era alle prese con un infortunio, Thiem ha vinto solo una partita tra Doha e Dubai, e da allora non ha più giocato – il suo record stagionale è fermo a 5-4.

Così le sue prestazioni a Madrid e Roma, in attesa del Roland Garros, potrebbero essere fondamentali per determinare le sue ambizioni per il resto dell’anno. Dei suoi 17 titoli ATP in carriera, 10 sono arrivati sulla terra battuta; inoltre, l’austriaco è già arrivato due volte in finale all’Open di Francia. Ora, però, sembra che stia lottando immensamente contro le sue insicurezze, ed è chiaramente ad un bivio emotivo.

Ribadisco il mio pensiero: credo che Nadal sarà il vincitore a Barcellona e Djokovic a Belgrado. I protagonisti avranno quindi una settimana di ferie prima di trasferirsi a Madrid e Roma, dove ci aspettano splendidi tornei sulla terra rossa. Credo che Tsitsipas possa vincere uno dei due, così come Rublev. In quelle due settimane cruciali, penso che anche Sascha Zverev dimostrerà ancora una volta quanto sia forte sulla terra battuta: il tedesco ha vinto il suo primo titolo Masters 1000 a Roma quattro anni fa, e anche quest’anno sarà un serio contender sia a Madrid che a Roma. Thiem, inoltre, arriverà in fondo ad almeno uno di questi due tornei. Cosa dobbiamo pensare di Medvedev? Tutti e dieci i suoi titoli in carriera sono arrivati sui campi in cemento; inoltre, si è dovuto ritirare da Montecarlo perché è risultato positivo al coronavirus. Forse il numero due del mondo tornerà il mese prossimo per competere sulla terra battuta, ma difficilmente sarà in piena forma.

Nadal ha sempre avuto problemi con l’altitudine di Madrid; tra tutti gli eventi su terra, è sicuramente quello che ama di meno. Ha vinto Monte Carlo e Barcellona 11 volte ciascuno e Roma nove volte. Ha vinto 60 dei suoi 86 titoli in carriera sulla terra battuta (producendo un incredibile record di 447-41), inclusi 13 Roland Garros, ma ha vinto Madrid solo quattro volte sulla terra battuta (più un’altra sul cemento indoor). Quindi per il torneo spagnolo vedo qualcun altro come campione. Djokovic, Zverev e Thiem potrebbero essere i tre principali contendenti, ma anche Sinner sarà da tenere d’occhio. Roma? Sebbene Djokovic abbia conquistato il suo quinto titolo lo scorso anno, credo che Nadal si riprenderà lo scettro conquistando il suo decimo titolo.

Nel frattempo, Roger Federer ha annunciato i suoi prossimi impegni: giocherà l’ATP 250 di Ginevra la settimana dopo Roma, a cui farà seguito la sua diciannovesima presenza al Roland Garros. Il campione dell’Open di Francia 2009 certamente non vincerà un secondo titolo quest’anno, ma adora giocare lì. Può arrivare alla seconda settimana con un buon tabellone, e probabilmente perderà agli ottavi o ai quarti, o, nella migliore delle ipotesi, in semifinale. Non mi spingo oltre con le previsioni in attesa del Roland Garros – voglio vedere come se la caveranno i migliori giocatori a Madrid e Roma prima di fare pronostici seri per Parigi. Nel frattempo, non vedo l’ora di vedere tutte le evoluzioni tennistiche dei top player in questo mese, su una superficie che tira fuori il lato più artistico del tennis. Questo è il periodo dell’anno in cui tutto prende vita nel mondo del tennis.

Traduzione a cura di Marco Tidu


Steve Flink si occupa di tennis a tempo pieno dal 1974, quando ha iniziato a lavorare per World Tennis Magazine, dove è rimasto fino al 1991. Ha poi lavorato per Tennis Week Magazine dal 1992 al 2007, mentre negli ultimi 14 anni ha scritto per tennis.com e tennischannel.com. Flink ha scritto quattro libri sul tennis: “Dennis Ralston’s Tennis Workbook”, pubblicato nel 1987; “The Greatest Tennis Matches of the Twentieth Century”, nel 1999; “The Greatest Tennis Matches of All Time”, nel 2012; e “Pete Sampras: Greatness Revisited”. Quest’ultimo è uscito nel settembre del 2020 e può essere acquistato in lingua originale su Amazon.com. Flink è entrato a far parte della International Tennis Hall of Fame nel 2017.

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Tennisti e vaccino anti Covid-19: si allarga il contingente dei no-vax

Intervistati da Ben Rothenberg, si schierano contro la profilassi Rublev, Schwartzman, Svitolina e Sabalenka. Favorevole Osaka. ATP e WTA all’unisono: “Vaccini consigliati, ma nessun obbligo”

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In foto Simona Halep, la prima tennista a pubblicare una foto dopo essersi vaccinata

È la questione più dibattuta al mondo, destinata a soggiornare sulle prime pagine di ogni organo di stampa per molti mesi ancora, almeno fino a quando la campagna vaccinale arriverà agli agognati sgoccioli. Vaccini sì o vaccini no? I vantaggi dell’inoculazione saranno superiori alle conseguenze del rifiuto? Un dibattito logorante, anche se il filato dell’interrogazione sembra per lo più realizzato in lana caprina.

Al di là di alcune prese di posizione al limite del mostruoso, il grande dubbio che circonda l’utilizzo della ‘bomba H’ progettata per mettere definitivamente all’angolo il virus – contro cui purtroppo non esistono profili terapeutici di efficacia certa – non può non interessare il tennis, lo sport sballottato con più veemenza dai cupi soffi della pandemia. Organizzato in Tour e quindi per sua stessa costituzione incline a valicare confini tutte le settimane, costretto ogni volta a misurarsi con faldoni normativi diversi da Stato a Stato e a cambiare di continuo aeroporti, alberghi e palestre, il mondo della racchetta è sin dai primi giorni al centro del cataclisma, obbligato a cercare soluzioni scomode che, comprensibilmente, vista la delicatezza del problema, si scontrano con le multiformi sensibilità delle parti in causa.

La primigenia esternazione, genitrice dell’aspra dicotomia sul tema, fu quella di Novak Djokovic, contrario alla profilassi da tempi non sospetti: la presa di posizione del numero uno al mondo, cui venne all’istante affibbiato dagli avversari politici il maligno soprannome Novax, seguita dalla disinvolta gestione del discusso Adria Tour da lui patrocinato, aprirono la tesa tavola rotonda, ormai quasi un anno fa. Per carisma, ruolo e facondia eccellente nel creare proseliti, o anche senza nesso di causalità e semplicemente perché si tratta di uno scetticismo diffuso, tra i colleghi più giovani c’è chi la pensa allo stesso modo. Giusto nella giornata di martedì, il celebre corrispondente del New York Times Ben Rothenberg ha raccolto le dichiarazioni di cinque professionisti, due donne e tre uomini, invitati a riferire le loro intenzioni: si vaccineranno? Non lo faranno? E se sì, quando?

 
Qui trovate raccolti i pareri di Svitolina, Rublev, Sabalenka e Schwartzman

La tendenza generale delle risposte restituisce perlomeno una generale mancanza di visione d’insieme, un pizzico di qualunquismo egoista e una spolverata di bizzarre convinzioni. Elina Svitolina e Andrey Rublev, posizionati grossomodo sulla medesima falsariga, sottolineano come la vaccinazione non porterebbe loro alcun vantaggio, o addirittura alcun privilegio, per dirla con il russo. Il fatto che il famoso vaccino diminuirebbe la possibilità di trasferire il virus al prossimo evidentemente non stimola il loro interesse. “La nostra situazione non migliorerebbe granché – hanno fatto sapere i due più o meno in coro -, l’ATP, la WTA e i governi locali ci obbligherebbero comunque a stare nella bolla e a passare un periodo di quarantena dopo ogni trasferimento“. La convinzione del russo non sembra poggiare su basi solidissime: “Da quali presupposti deriva questo rifiuto? Non lo so, non saprei risponderti“.

La tennista da Odessa teme effetti collaterali e soprattutto i pochi test effettuati prima della distribuzione di massa; come Aryna Sabalenka, la quale, per la presumibile soddisfazione di Djokovic, condisce la dissertazione con un po’ di mistica scientifica. “Non credo nel vaccino – ha detto a Rothenberg la bielorussa -; se sarò obbligata a farlo per poter giocare i tornei allora non avrò scelta, ma di sicuro non permetterò che i miei famigliari lo facciano. Se dovessi essere costretta, sceglierei comunque quello più caro sul mercato, perché più sicuro, e con meno probabilità di inficiare il mio corredo genetico“. Questa è una inesattezza piuttosto grossa, qui è spiegato brevemente perché.

Anche Diego Schwartzman si schiera dalla parte del no. “Sono contrario, i vaccini non fanno parte né della cultura né tantomeno della tradizione della mia famiglia. Inoltre, al momento l’approvvigionamento è parecchio problematico in Argentina. Se l’ATP ci ha detto che potrebbe provvedere? Non proprio. Abbiamo sentito dire molte volte che il Comitato Olimpico potrebbe aiutarci in vista dei Giochi di Tokyo. Se ciò sarà possibile per noi atleti, e la somministrazione dovesse essere attuata nella perfetta osservanza di tutti i crismi legali e clinici, potrei prendere in considerazione la possibilità di farlo“. L’unica voce fuori dal coro, tra gli interrogati, è quella di Naomi Osaka. La numero due del mondo ha tagliato corto, limitandosi a rispondere “mi vaccinerò sicuramente, quando sarà il mio turno“.

Posto che le decisioni dei giocatori potrebbero drasticamente cambiare indirizzo una volta che i diversi Stati chiariranno le rispettive politiche in tema di ingressi e soggiorni (è praticamente certo che Australia e Cina consentiranno l’accesso al territorio nazionale solo ai vaccinati, con buone probabilità di essere imitate da altri Paesi), un numero tanto elevato di voci univoche contrarie alla pratica ha creato un discreto sconquasso nelle stanze dei bottoni, forzando due comunicati di tenore pressoché identico rilasciati a stretto giro di posta da ATP e WTA.

Basandosi sulle evidenze scientifiche emerse, ATP raccomanda a tutti la vaccinazione al COVID-19 – si legge nel bollettino dell’Associazione Tennisti -. Parallelamente, restiamo a disposizione per sostenere e supportare la distribuzione a tutti i livelli e in tutto il mondo, dando priorità a chi avrà maggiore necessità di protezione. Inoltre ci stiamo confrontando con infettivologi e virologi per valutare le migliori strategie di somministrazione quando le dosi saranno disponibili su larga scala, mentre collaboriamo con altre leghe sportive internazionali e consulenti esterni con l’obiettivo di individuare le modalità di gestione migliori nell’ambito dello sport. Qualsiasi aggiornamento ulteriore riguardo ai prossimi passi da compiere e alle opzioni di vaccinazione disponibili per i nostri atleti verrà comunicato con la massima tempestività“.

Una nota protocollare, non dissimile dalla gemella parimenti impiegatizia ma leggermente più decisa resa pubblica dalla controparte femminile. “La WTA crede nel vaccino e incoraggia chiunque a sottoporvisi. Ciò sarà decisivo per proteggere dal virus l’individuo vaccinato e colui che ancora non lo è, accelerando il processo di ritorno alla normalità tanto agognato. Insieme ai fidati consulenti della Mayo Clinic (l’organizzazione non-profit per la ricerca medica con sedi a Rochester, Jacksonville e Phoenix, NdR) saremo in grado di assistere gli atleti e consigliarli al meglio sui benefici che i diversi vaccini sul mercato garantiscono. Detto questo, la WTA non obbligherà nessuna giocatrice a vaccinarsi, in quanto decisione personale insindacabile che rispetteremo, qualunque essa sia“.

CONCLUSIONI

Osserveremo, con la dovuta preoccupazione visti i chiari di luna, quello che accadrà. Nel frattempo ci permettiamo di considerare igienica una riflessione: i giocatori sono anche dei piccoli capi-azienda, con la responsabilità di stipendiare un team più o meno nutrito di allenatori, fisioterapisti e preparatori con i quali, per dieci mesi l’anno, intrattengono rapporti pressoché simbiotici: è lecito sospettare che le giovani star possano condizionare la vita di chi lavora nella squadra con le loro scelte. Scelte che nella stragrande maggioranza dei casi non sembrano fondate su processi cognitivi conclusi con profitto.

Per comprendere compiutamente cosa siano gli mRNA, ma anche solo i processi di replicazione del genoma, fior di specializzati in biologia molecolare ci hanno rimesso qualche bocciatura nel percorso di studi. Le persone comuni, nel cui novero ci onoriamo di accasarci insieme ai tennisti e alla stragrande maggioranza dei bipedi che popolano questa landa desolata chiamata Terra, hanno solitamente bisogno di un aiuto qualificato per leggere le analisi del sangue quando arriva il referto, figuriamoci il resto.

Noi, provando a restare il più possibile adesi alle evidenze scientifiche, ci rifacciamo a una nota pubblicata in data 29 marzo dall’ECDC (European Centre for Disease Prevention and Control) che in sostanza riassume il seguente concetto: è stata provata l’efficacia dei vaccini nel ridurre le forme più severe di COVID-19, e sebbene i trial di studio non siano stati strutturati per misurare la riduzione del rischio di trasmissione del virus da parte di chi si vaccina, ma appunto per evitare che la gente contragga forme gravi della malattia, è comunque presumibile che la vaccinazione abbia un effetto preventivo anche sulla trasmissione del virus. A conferma di questa teoria esiste un solo studio, sviluppato in Scozia, in cui si segnala come la vaccinazione di un membro della famiglia riduca del 30% le possibilità di contagio dei conviventi, e solo attraverso ulteriori indagini (effettuate su campioni più ampi) si potranno avere conferme definitive in tal senso. Le autorità sanitarie affermano che, al momento, è ragionevole crederlo.

Chiudiamo parafrasando il mirabile articolo scritto proprio ieri da Simon Briggs sul Telegraph. Occorre comprendere come molti giocatori, prima dell’inizio della pandemia, abbiano vissuto in un’antesignana bolla: quella fatta di agenti, sponsor, coach e danti causa dei più disparati: c’è da sospettare che qualcuno, nel percorso di crescita filtrato da una lente lattiginosa deformante, abbia precocemente smarrito il contatto con la realtà.

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Opinioni

Che strano Miami Open: senza Big, seduto sulla Faglia di Sant’Andrea del tennis

Fa caldo, non ci sono tifosi, i tennisti rischiano il collasso in campo e qualcuno sbrocca. Sullo sfondo, la crisi politica e un tentativo di rivoluzione. Con Pospisil Robespierre

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Vasek Pospisil, prossimo a spaccare la racchetta

Un po’ ce lo aspettavamo, bisogna dirlo. I ventidue rinunciatari su settantanove aventi diritto a partecipare al Masters 1000 di Miami erano un discreto segnale, quasi una sirena d’allarme. Non si tratta di uno dei tornei più longevi del circuito – la prima edizione è datata 1987, dopo due anni tra Delray Beach e Boca West – ma il Miami Open è riuscito a costruirsi una sua identità nel circuito. Anche grazie all’unione immateriale con Indian Wells, assieme a cui forma il Sunshine Double che nel 2020 è saltato per intero e quest’anno deve reggersi su una gamba sola, quella a mollo sulle rive della East Coast. L’altra metà dell’identità del torneo di Miami è quella latina, che del resto pervade tutta la Florida (più di quanto accada in California): pensate che prima del torneo è previsto un Media Day tutto latino, riservato ai tennisti sudamericani, e che lo sponsor che dà il nome al torneo dal 2015 – Itaù – è una banca brasiliana che negli Stati Uniti ha appena due o tre uffici di rappresentanza. Si potrebbe quasi dire che è un torneo con radici sudamericane prestato alla Florida.

L’edizione 2021 sembra del tutto priva di questa identità, però. Il pubblico praticamente non c’è, o comunque quei pochi che siedono sugli spalti non sono sufficienti a restituire alcun ‘calore latino’; chiedere a Galan, colombiano, che ha rovesciato il pronostico contro de Minaur ma in cambio ha ricevuto solo qualche timido applauso. Il torneo non sembra ancora essersi adattato al cambio di sede del 2019, nonostante un profondo sforzo logistico nell’area dell’Hard Rock Stadium (infarcita di palme e campi ground) che adesso ospita la competizione; Key Biscayne (Crandon Park) era un incubo per gli spostamenti, ci assicura chi lo ha frequentato più volte, ma era uno splendido posto per giocare a tennis.

Gli spalti vuoti certamente peggiorano la resa televisiva degli incontri, ma si ha la costante sensazione che le partite si stiano giocando in un parcheggio, o comunque in un luogo di passaggio. Appare però necessario rimandare il giudizio alla prima edizione che si disputerà con il pubblico e – soprattutto – con i migliori ai nastri di partenza. Questo è il primo Masters 1000 privo di Fab 3 da Bercy 2004: per darvi un contesto, a quel torneo parteciparono appena quattro giocatori che oggi sono ancora in attività – Feliciano Lopez, Tsonga, Monfils e Robredo – e il vincitore fu Marat Safin, uno che sembra appartenere a tutt’altra epoca tennistica (e infatti è così).

A tutte queste difficoltà si aggiunge un caldo piuttosto umido che sta influenzando la qualità degli incontri. Le povere Ahn e Jabeur hanno addirittura vomitato in campo, a causa delle difficili condizioni atmosferiche, così come una raccattapalle durante il match tra Galan e de Minaur. Paire si è tolto e rimesso la maglietta (completamente nera: non una gran scelta, Benoît) praticamente a ogni cambio campo contro Musetti, un match che già non aveva particolare voglia di giocare. Zverev non ha opposto grossa resistenza alla rimonta di Ruusuvuori, piegandosi sulla racchetta ogni due per tre con il sudore a colargli dalla fronte. Jack Draper ha addirittura rischiato di svenire in campo (e infatti si è ritirato). Chi è sul posto conferma: le temperature non saranno altissime, ma è complicato stare al sole per molto tempo.

Vika Azarenka, che da poco si è trasferita a Miami, ha spiegato la strana sensazione di giocare un torneo che ha una storia trentennale eppure sembra del tutto nuovo. “Beh, sicuramente è il torneo per giocare il quale ho fatto meno strada, e questo aiuta. Se mi sento a casa? Mi ci sto abituando: ho la sensazione che la vecchia sede fosse più confortevole, così questo mi sembra più un torneo nuovo che il ‘solito’ Miami Open“. Anche i campi sono diversi, e un po’ tutti i giocatori li stanno trovando piuttosto lenti. Vika conferma: “Sono abbastanza d’accordo. La palla rimbalza molto, ma allo stesso tempo a volte viaggia più veloce. Dipende dal tipo di colpo: alcune palle, quelle con più spin, vanno piuttosto lente, mentre i colpi piatti viaggiano un po’ di più. Dipende dallo stile di gioco“. Più di qualche big server in effetti è saltato (Opelka, Querrey, Zverev, Kudla, Anderson) ma non è detto che ciò sia accaduto solo per la lentezza dei campi – del resto Raonic e Isner sono ancora in pista.

Un po’ di polemica, Q.B.

Insomma, manca il pubblico, mancano alcuni dei giocatori più forti, sinora sta mancando anche lo spettacolo. Eppure il Miami Open ha trovato il modo di far parlare di sé, anche grazie a un paio di elementi di polemica.

Il primo lo ha riportato a galla proprio Paire, che per amore dei 16.000 dollari di montepremi (altrimenti perché andare a Miami?) ha fatto poco più che presenza contro Musetti. C’è chi dice che dovrebbero impedirgli di partecipare ai tornei se ha poca voglia di giocare, qualcuno addirittura dice che bisognerebbe azzerare soldi e punti riservati a chi perde al primo turno (non c’è bisogno di spiegare perché è una proposta sciocca, basti dire che al primo turno perde anche chi s’impegna molto). Paire ha risposto così, sulle colonne de L’Équipe: “Mi vogliono squalificare? Dicono che non ho diritto di stare qui? Io faccio del mio meglio, e a volte il mio meglio non è granché. Ma non vedo perché dovrebbero squalificarmi. Dai, ci vediamo a Montecarlo; un grande torneo, non vedo l’ora di combattere“. Di sicuro non gli mancano sarcasmo e levità nell’affrontare la questione.

Il secondo elemento è decisamente più interessante, nonché più preoccupante per il futuro del tennis. La scen(eggi)ata di Pospisil durante la partita contro McDonald, che ha visto il canadese insultare pubblicamente Gaudenzi (reo a sua volta di averlo rimbrottato ‘per un’ora e mezza’ durante l’ultimo meeting tra i giocatori e l’establishment dell’ATP), è quasi certamente il sintomo di un malessere profondo, la crepa in superficie di una frattura che somiglia sempre di più alla Faglia di Sant’Andrea del tennis contemporaneo. Ma prima di illustrare la faglia, vorremmo esprimere la nostra solidarietà al povero Arnaud Gabas, giudice di sedia, che in questa storia proprio non c’entrava nulla e si è ritrovato a dover gestire le ire di Pospisil dopo aver già preso una pallata in un occhio da un altro tennista canadese, Shapovalov; se chiederà di non arbitrare più un nordamericano, capiremo.

Secondo indiscrezioni del sito Opencourt, Gaudenzi e compagnia avrebbero dato a Pospisil del maleducato e ignorante durante il meeting incriminato, costringendolo alle lacrime. Per chi non ha seguito queste beghe sin dal principio: perché proprio Pospisil? Il canadese e Djokovic, nel pieno della bolla newyorchese dello scorso agosto, si sono dimessi dal Player Council dell’ATP per fondare la PTPA, una nuova associazione atta a rappresentare con maggiore attenzione gli interessi dei giocatori. Dunque, pur essendo ormai fuori dagli organi consultivi dell’ATP – prima dell’elezione dei nuovi membri del Council del dicembre 2020, è stato impedita la candidatura a chi aveva già aderito alla PTPA – Pospisil rimane il Robespierre dei tennisti in questo tentativo di rivoluzione. Tanto più in assenza di Djokovic, che a Miami ha scelto di non giocare.

Il tennis ha sicuramente dei problemi, esacerbati dalla pandemia. È uno sport in cui gli Slam contano più di quanto dovrebbero, e sicuramente più degli organi in teoria incaricati di gestire il tennis professionistico (ATP e WTA); è uno sport in cui c’è una grossa sproporzione tra primi della classe e tennisti ai margini della top 100, più di quanta ce ne sia in qualsiasi altro sport individuale o di squadra; è uno sport che fa grosso affidamento sul ticketing e in questo momento di biglietti non se ne vendono; è uno sport che, come dice Gaudenzi, ottiene meno di quello che dovrebbe ottenere dai diritti televisivi se consideriamo quanti appassionati ci sono nel mondo. Il grafico pubblicato in questo ottimo articolo di Bloomberg (se masticate l’inglese, consigliamo vivamente la lettura; altrimenti aspettate la nostra traduzione, è in arrivo) riassume la situazione.

 YouGov Sports, SportsBusiness Annual Media Report 2018

Anche la contro-proposta di Pospisil e Djokovic ha dei problemi, però. Nello specifico, non sembra davvero una proposta ma piuttosto un tentativo di cambiare lo status quo senza un piano preciso. Dire di voler essere rappresentati meglio e di voler avere montepremi più alti non è sufficiente, quando ci si vuol sedere ‘al tavolo dei grandi’.

Lo ha spiegato benissimo il doppista Marcus Daniell, inizialmente affiliato alla PTPA e inserito anche nel gruppo WhatsApp della neo-associazione, in una puntata del podcast Baseline Exchanges. “Mi è sembrata un’organizzazione davvero amatoriale. Mi hanno inviato un documento da firmare, io l’ho mostrato a mia moglie e alla moglie del mio partner di doppio, entrambi avvocati, e si sono messi a ridere dicendo che nessuno firmerebbe un documento del genere. Non penso che la struttura che stanno cercando di mettere in piedi possa essere un miglioramento rispetto all’ATP. E non mi è piaciuto come hanno risposto alle mie domande, le hanno percepite come un attacco personale. Semplicemente non pensavo [il documento, ndr] fosse buono abbastanza per una organizzazione professionale“.

Sotto alcuni punti di vista, questo stallo tennistico alla messicana ricorda molto la situazione politica che ha favorito l’ascesa del Movimento 5 Stelle in Italia: la progressiva sfiducia nei confronti della classe dirigenziale e la voglia di cambiare le cose, così da riporre in soffitta la ‘vecchia politica’ (che ha le sue colpe, come certamente le ha l’ATP per alcune mancanze di gestione) e mettere al centro i cittadini (in questo caso i tennisti). Se non che il sostegno al partito italiano (nato nel 2009) si è fatto massiccio in breve tempo, mentre alla PTPA hanno aderito soltanto alcuni giocatori. Federer e Nadal, per dirne due che hanno un certo peso, si sono schierati subiti dalla parte opposta.

Oltre che dal numero 1 del mondo, dopo la sua sfuriata Pospisil ha ricevuto attestati di solidarietà anche da Isner, Johnson, Sandgren, Karlović, Harrison, Rajeev Ram e dai connazionali Raonic e Shapovalov (il quale ha detto ‘Non siamo sotto-rappresentati, ma potremmo comunque essere rappresentati meglio‘). Vedremo come andrà a finire. Di sicuro il Miami Open sta raccontando una storia che non può essere ignorata: il tennis professionistico non gode di ottima salute. E i tumulti continueranno.

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