Il parere delle redazione: chi farà il botto nel 2021? Non solo Sinner

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Il parere delle redazione: chi farà il botto nel 2021? Non solo Sinner

Abbiamo chiesto a cinque storiche firme di Ubitennis chi sarà protagonista nella stagione che sta per iniziare. Sono venuti fuori tanti nomi: in testa Sinner, Musetti e Alcaraz Garfia. Ma anche qualcuno meno chiacchierato…

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Jannik Sinner - Sofia 2020 (foto Ivan Mrankov)

Cosa si richiede a fine anno a un (presunto) addetto ai lavori in vista della nuova stagione? Di individuare i talenti che esploderanno nell’anno nuovo, of course! È una parola! Che stagione avremo? O meglio, avremo un’intera stagione? Dove si giocherà? Quando? In che condizioni? Insomma, tutti questi interrogativi per mettere le mani avanti e giustificare i vostri commenti e sorrisini quando tra dodici mesi verrà ripreso questo articolo. Ma, come ormai saprete, siamo temerari e amanti del rischio e, richiamati all’ordine, ci prenderemo le nostre responsabilità.

Vi diciamo dunque che c’è un talentuosissimo ragazzo che abbiamo avuto la fortuna di ammirare dal vivo più di una volta, sul quale ci sentiamo di scommettere qualche centesimo per la sua definitiva esplosione nel prossimo anno. In verità quest’anno ha giocato poco, causa qualche infortunio di troppo, ma con il suo rovescio ad una mano ed il tocco raffinato ha dimostrato di sapersi destreggiare anche sui tetti dei palazzi. Svizzero ma di madre sudafricana, è chiamato alla prova della verità: o dentro o fuori, questo deve essere il suo anno

Come che sia, per capirne qualcosa in più abbiamo chiesto a cinque storiche firme di Ubitennis di farci dei nomi. Ne è venuto fuori questo pezzo ‘a dieci mani’ che vi proponiamo di seguito.

 

Il parere di Ilvio Vidovich

Il primo nome in campo maschile è ovvio: Jannik Sinner. Come dice coach Piatti, nei prossimi 2-3 anni il 19enne talento di Sesto dovrà ancora soprattutto imparare – e quindi deve poter “sbagliare” per imparare – ed il 2021 potrà rivelarsi complicato contro avversari che ora lo conoscono, ma da uno con un simile potenziale è comunque lecito aspettarsi un ulteriore, importante, step di crescita. La top 25, per intenderci. Tricolore anche il secondo della lista: Lorenzo Musetti. Per il 18enne di Carrara la prossima sarà una stagione in cui fare tanta esperienza, dato che sarà la prima in cui si cimenterà con una certa regolarità a livello di circuito maggiore. Ma non è certo un’utopia pensare di ritrovarlo top 100 in pianta stabile a fine 2021.

Il terzo nominativo è la grande promessa iberica: Carlos Alcaraz Garfia. Il 17enne allievo di Ferrero, ATP Newcomer of the Year, ha ancora dei limiti al servizio, ma sulla sua superficie preferita, la terra rossa, dopo aver vinto tre Challenger nel 2020 potrebbe già far bene anche a livello ATP 250. Come fece nel 2019, con la semifinale a Estoril, il connazionale Alejandro Davidovich Fokina, ultimo della lista. Attenzione al classe 1999 di Malaga, last but non least: arrivato alle soglie della top 50 e competitivo su tutte le superfici, pare pronto a fare un altro salto di qualità, magari con la vittoria in un torneo ATP e annessa top 30.

In campo femminile la nomination vuol essere soprattutto un augurio per una tennista giovane, ma non giovanissima: Ana Konjuh. Ma se consideriamo che la neo 23enne (è nata il 27 dicembre 1997) croata è tornata a giocare a settembre, vincendo l’ITF di Zagabria, dopo un calvario di tre anni (e tre operazioni al gomito), la deroga appare più che giustificabile. L’augurio è quello di ritrovarla protagonista nel tennis che conta, lei che era salita al n. 20 WTA proprio prima dell’infortunio. Sarebbe una bella storia da raccontare per i  ”Dintorni di Djokovic” del prossimo Natale.

Ana Konjuh

Il parere di Ruggero Canevazzi

Prima di leggere il pronostico che segue, va sempre tenuto presente che il tennis è (diventato) uno sport per vecchi, dove i Nadal e i Becker diciassettenni sono oltre la via dell’estinzione e dove i Wawrinka e, in misura minore ma comunque significativa, i Caruso e i Fabbiano raggiungono i loro apici ben oltre i venticinque anni. Insomma, avete capito, chi scrive non ha nemmeno trovato una scusa più originale per mettere le mani avanti in caso di un roboante fiasco…     

Jannik Sinner: oltremodo scontato, ma più ne parliamo più lui vince. Perché fermarsi ora? Aver giocato alla pari con Nadal al Roland Garros per quasi due set non lascia spazio ad altri dubbi.

Lorenzo Musetti: avete capito, non siamo scaramantici. Secondo tennista e secondo italiano. Anche se i punti interrogativi rimangono e sono paradossalmente gli stessi che ci fanno sperare per il suo successo. Musetti ha un tennis completo e brillante. Troppo bello per essere vincente? No!

Denis Shapovalov: finalmente una grande prova di maturità per Denis, che agli US Open ha davvero disputato una grande Major. L’ingresso in Top Ten a fine Settembre suggerisce che il 2021 sarà davvero il suo anno

Miomir Kecmanovic: noi di Ubitennis, mai stanchi di autocelebrarci, lo avevamo scoperto da junior nei dintorni di Djokovic e poi “rilanciato” (?!) al Roland Garros junior 2017. Il passaggio al tennis dei grandi è stato molto peggio di una doccia gelata, eppure ci sentiamo di perseverare. Tra una sofferenza e l’altra, questo fortunato ragazzo del ‘99 ha toccato il n. 39 ATP e non si fermerà.

Hugo Gaston: diverso da Musetti ma anche lui particolarmente talentuoso, quindi se dobbiamo portare sfortuna a Lorenzo perché non farlo anche con lui, che è pure francese? Scherzi a parte, il suo Roland Garros parla chiaro.

Hugo Gaston – Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Anett Kontaveit: se già è difficile in campo maschile avventurarsi sulle sorprese 2021, figurarsi tra le fanciulle. Più che un pronostico, una – temeraria – speranza. Ve la ricordate l’estone nel 2017?


Il parere di Antonio Garofalo

La prossima dovrà essere la stagione della consacrazione di Felix Auger-Aliassime, altro nato l’8 agosto, ma una ventina di anni dopo quello di cui sopra, che è sì 21 del mondo (e già 17) ma ha una necessità impellente da sbrigare: togliersi dalla spalla quell’antipatica e fastidiosa scimmietta chiamata “finale”. Sei sconfitte su sei all’atto conclusivo non sono proprio una statistica da vincente e predestinato, termini forse abusati con il giovane canadese, ma restiamo convinti che una volta rotto il ghiaccio, le vittorie arriveranno come le ciliegie. Certo, resta il sospetto che dietro il tennis aggressivo di Felix si celi qualche insicurezza mentale di troppo, ma noi scommettiamo sul definitivo stappo della bottiglia del talento del Quebec.

Non si può poi non menzionare l’ascesa repentina dello spagnolo Carlos Alcaraz Garfia, diciassette anni appena e già tra i primi 140 del ranking, più giovane in assoluto trai primi 500 giocatori del mondo. Sorvolato il livello futures, Carlos si è accaparrato tre challenger nel finale di stagione, mostrando una “garra” e una solidità clamorose per un teenager. L’allievo di Juan Carlos Ferrero non ha certo un tennis champagne, né colpi che incantano lo spettatore, ma se ricordiamo che alla sua età né Djokovic né Nadal avevano vinto già tre challenger, immaginarlo nei primi 100 il prossimo anno è il minimo, così come è facile profetizzare qualche colpaccio sull’amata terra rossa.  Per vederlo competitivo altrove dovrà lavorare sul servizio, evidente punto dolente a momento. Ma diremmo che il tempo non gli manca…

Bando alle ciance, passando alle faccende tricolori. Jannik Sinner deve puntare deciso alla top-10. I nostri esperti di ranking e matematica sapranno spiegarvi quale imprese dovrà compiere il nostro per raggiungere il traguardo ma nulla sarà precluso al rosso altoatesino. Ci ha esaltato a Parigi, ha conquistato il primo trofeo e dopo due settimane a spazzolare il campo con Rafa Nadal (e poi Stanimal ed El Peque) chi potrà fermare la cavalcata di Jannik? Sinceramente, avesse avuto un altro carattere avremmo potuto temere che i fari puntati su di lui come il nuovo Messia dello sport italiano (abbiamo già sentito paragoni con Tomba, Valentino e Pellegrini per dire) potessero distrarlo. Ma Jannik è costruito per uccidere, sportivamente parlando, e il mirino è già puntato sul 2021.

Ma noi siamo degli inguaribili romantici e quindi non ci accontentiamo di quello che sarà il dominatore del futuro. No, noi vogliamo la sfida fratricida il Coppi-Bartali, il Rossi-Biaggi, il Di Centa-Belmondo: e allora il 2021 vedrà eccellere anche il tennis poetico di Lorenzo Musetti da contrapporre al killer instinct di Jannik. Lorenzo ha già disegnato percorsi di sogni negli scampoli di 2020 e se saprà rimanere concentrato e solido nel nuovo anno lo troveremo nei tornei più importanti a fronteggiarsi con i migliori. Lo diciamo sottovoce ma c’è qualcosa nel suo tennis leggiadro e dal timing perfetto che evoca quel signore di cui abbiamo parlato all’inizio del nostro sproloquio. Sì, siamo dei sognatori.

Elisabetta Cocciaretto – Palermo 2020 (via Twitter, @LadiesOpenPA)

E allora, per concludere l’opera invece di parlarvi del boom di Coco Gauff, del ritorno di Bianca Andreescu o della conferma della regina di parigi Swiatek, vi diciamo che nel 2021 ammireremo i grandi progressi di Elisabetta Cocciaretto. Dopo il primo tabellone Slam conquistato a Melbourne, la prima vittoria su una top-30 a Palermo e la prima finale WTA a Praga il prossimo, schiena permettendo, sarà l’anno dello sbarco in top100 e di una nuova fiammella azzurra di speranza nel circuito femminile.


Il parere di Ferruccio Roberti

Escluderei dalle previsioni Auger-Aliassime (da diciotto mesi attorno alla top 20) e Sinner (in una virtuale Race del 2020 sarebbe stato al 20° posto): non perché non creda che i due continueranno a migliorare, ma in quanto entrambi già realtà del circuito. Il pensiero va allora ai successivi migliori due – per risultati raggiunti – under 20 di questa stagione: il “nostro” Lorenzo Musetti (61° per punti conquistati da gennaio in poi, grazie agli ottavi a Roma, alla semi all’ATP 250 di Santa Margherita di Pula e alla vittoria del Challenger di Forlì) e Carlos Alcaraz, di quattordici mesi più giovane del toscano (è nato a maggio del 2003) e già 68° nella Race del 2020 (in virtù di tre titoli e una finale Challenger e della vittoria su Ramos al primo turno di Rio, con la quale ha infranto una serie di longevi record di precocità). Entrambi saranno ancora per poco fuori dalla top 100.

Carlos Alcaraz – Challenger Alicante 2020 (via Twitter, @ATPchallenger)

Una classifica che nei prossimi mesi raggiungerà anche Sebastian Korda, figlio del grande Petr (ex numero 2 ATP e vincitore degli Australian Open 1998): dopo la vittoria su Simon a Cincinnati e gli ottavi al Roland Garros, a novembre ha confermato i progressi vincendo un Challenger. Il circuito avrebbe bisogno di un tennista della tipologia di Hugo Gaston: il classe 2000 di Tolosa dopo aver fatto spellare le mani ai parigini (vittoria su Wawrinka, sconfitta al quinto contro Thiem) è tornato nel limbo ma il prossimo anno sarà per lui quello della verità: ci conto. Tra gli ancora giovanissimi ma “fuori categoria” è quasi generale per Shapovalov il pronostico che il 2021 lo vedrà stabilmente tra i primi 10 e allora nomino Ugo Humbert un tennista meno esplosivo, ma comunque talentuoso: non mi meraviglierei se concludesse la prossima stagione a ridosso della top ten.


Il parere di Stefano Tarantino

Andiamo subito al sodo e iniziamo dalle signorine.

DAYANA YASTREMSKA – La giovane tennista ucraina, 20 anni, è gia stata sulla soglia della TOP20 all’inizio di quest’anno ma poi si è persa per la strada. Ha già vinto 3 titoli (1 nel 2018, 2 nel 2019), ma le manca l’acuto che la porti alla ribalta, soprattutto negli Slam. Che sia il 2021 l’anno buono?

LEYLA FERNANDEZ – Campionessa juniores nel 2019 al Roland Garros, nel 2020 ha iniziato con frequenza a giocare nel circuito maggiore cogliendo subito la prima finale nel torneo di Acapulco, oltretutto partendo dalle qualificazioni. Giocatrice versatile (si difende bene sia sulla terra che sul veloce), ha nella combattività la sua arma in più. Il 2021 potrebbe rappresentare il suo trampolino di lancio verso posizioni di ranking di primo livello. Ha chiuso la stagione appena passata al suo best ranking, nr.88

MARTA KOSTYUK – Altra giovane ucraina, 18 anni. Al momento nr. 99 della classifica, nonostante la giovane età, già da un paio di anni sui palcoscenici principali. Agli ultimi Us Open ha raggiunto il 3° turno, sconfitta dalla Osaka. Ha ampi margini di miglioramento, potrebbe rappresentare la classica mina vagante nei tabelloni del prossimo anno

KAJA JUVAN – La 20enne slovena nel 2020 ha colto i primi risultati di prestigio ed ha fatto vedere cose molto interessanti. A Parigi ha battuto Angelique Kerber, ad Acapulco Venus Williams. Vero che si tratta di giocatrici lontane dal loro momento migliore, ma sicuramente la Juvan non ha mostrato alcun timore reverenziale. Il 2021 ci dirà probabilmente di che pasta è fatta.

Passiamo ora agli uomini.

UGO HUMBERT – Il francese emergente che si propone di colmare il vuoto lasciato dai vari Simon, Tsonga, Monfils e Gasquet. Due titoli nel 2020, naturale predisposizione ai campi veloci e anche all’erba. Nr.30 ad appena 20 anni, se gioca bene gli Slam (al momento solo un 4° turno a Wimbledon nel 2019) non gli sono preclusi ulteriori avanzamenti nel ranking. Da seguire

Ugo Humbert – Anversa 2020 (via Twitter, @EuroTennisOpen)

ALEJANDRO DAVIDOVICH FOKINA – La garra e la combattività sono quelle “nadaliane”, ottima propensione ai campi veloci, sulla terra al momento non ancora sugli standing iberici. Quest’anno ha navigato a media andatura, iniziandosi a mettere in luce a fine anno. Attualmente nr. 52, c’è da capire se può ambire ad avanzare in maniera decisa nel ranking.

CORENTIN MOUTET – Aveva iniziato il 2020 con il botto, finale a Doha partendo dalle qualificazioni. Poi non ha mantenuto le promesse iniziali. Mano molto educata, ha le carte in regola per venire fuori ed emergere dal gruppo. Vedremo se nel 2021 saprà fare il definitivo salto di qualità. Attualmente nr. 77 ATP

EMIL RUUSVUORI – Tennista finlandese di cui si dice un gran bene da tempo. Ha iniziato a mettersi in luce quest’anno, soprattutto sul veloce. 21 anni, nr. 86 del ranking, semifinalista a Nur-Sultan (la vecchia Astana) nella parte finale della stagione partendo dalle qualificazioni. Tenace e combattivo, non sarà un avversario tenero nei tabelloni del prossimo anno.

LORENZO MUSETTI – Diciamoci la verità, ci stiamo abituando troppo bene e dopo l’esplosione di Jannik Sinner (dal quale ci aspettiamo ancora grandi cose) non ci par vero di aver trovato subito un altro giovane tennista italiano che si inizia a far largo nel circuito. 18 anni, attualmente nr.128 Atp, campione juniores agli Australian Open 2019 e finalista agli Us Open juniores 2018. Terzo turno a Roma battendo tra gli altri Wawrinka e Nishikori, semifinalista in Sardegna nel 2020. Il 2021 sarà l’anno delle verifiche e delle conferme, se saprà stare calmo e non pretendere troppo da sé stesso i risultati non tarderanno ad arrivare.

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Alcaraz nella fossa dei leoni, ma non fu salvato come Daniele

Dopo l’episodio Tiafoe-Sinner con un arbitro troppo indulgente nei confronti dell’americano, un altro arbitro ha concesso di tutto ai francesi più sciovinisti di Paris-Bercy. Eppure la vittima sacrificale sotto la scure di Gaston era un ragazzino di 18 anni. Una vicenda senza fairplay. Che fa il Board dell’ATP se simili scene si ripetono?

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Hugo Gaston - Bercy 2021 (foto Roberto Dell'Olivo)

L’articolo che leggerete rispecchia le idee personali dell’autore che – per questa ragione – a differenza di quanto è solito fare userà la prima persona singolare.

Per una curiosa coincidenza, a margine della partita andata in scena a Parigi-Bercy tra il francese Hugo Gaston e lo spagnolo Carlos Alcaraz torno a parlare di etica sportiva e regolamento  dopo averlo fatto pochi giorni fa in occasione della semifinale tra Tiafoe e Sinner. Colgo anzi l’occasione per rivolgere le mie scuse a Tiafoe e al giudice arbitro dell’incontro, se non erro il signor Manuel Messina, per averne stigmatizzato il comportamento. Dopo avere visto all’opera Hugo Gaston e  il signor Richard Haigh, giudice di sedia dell’incontro, sento il dovere di farlo. 

Come ormai noto, Hugo Gaston ha battuto in due set Carlos Alcaraz, l’astro nascente del tennis mondiale, sospinto dal suo innegabile talento tennistico e dal tifo del pubblico. Per la cronaca dell’incontro e la descrizione del contesto ambientale in cui si è giocata – al confronto il match Barazzutti-Lendl di coppa Davis disputato nel ’79 al foro italico sembra esserci giocata in un convento tra canti gregoriani –  vi rimando a quanto hanno scritto i miei colleghi.

 

A proposito della partita mi limiterò quindi a condividere un’emozione molto intensa e spiacevole che ho provato nel momento in cui la folla colta da delirio patriottico sul punteggio di 6-5 in favore di Gaston ha cantato la Marsigliese e un diciottenne attonito e affranto ha affondato il volto dentro un asciugamano in attesa che il supplizio avesse termine, cosa puntualmente accaduta due minuti dopo.

Alzi la mano chi in quel frangente non ha sentito l’irresistibile impulso di indossare un’armatura, saltare in groppa a un destriero e correre in soccorso di Alcaraz. Io la terrò abbassata.

Non potendo però vestirmi da Lancillotto, seduto in poltrona con la memoria sono andato a un testo biblico: il libro di Daniele.

Il libro di Daniele è uno dei testi canonici che compongono l’Antico Testamento.

In esso si narrano le vicende relative alla vita del profeta Daniele durante il suo esilio in Babilonia.

Nel sesto capitolo del libro Daniele  viene gettato in una fossa popolata dai leoni per ordine del re Dario I che –seppure a malincuore- aveva ceduto alle insistenti richieste in tal senso dei detrattori di Daniele che lo accusavano di empietà.

Daniele trascorre la notte in mezzo ai leoni, ma la sua fede e le preghiere rivolte a Dio dal re per la sua salvezza lo risparmiano dalle fauci delle fiere e Dario I, dopo averlo fatto trarre in salvo, fa mettere i suoi calunniatori alla mercé delle belve che li divorano.

Mi sarebbe tanto piaciuto che mentre le parole della marsigliese rimbombavano nella struttura indoor del centrale, il giudice di sedia non si fosse limitato a richiamare invano il pubblico al silenzio, ma che , vestiti i panni di re Dario I,  fosse intervenuto per sottrarre lo spagnolo al martirio dando contemporaneamente in pasto a delle metaforiche belve i suoi tormentatori.

Non è mia intenzione addentrarmi in una disanima sociologica sulla psicologia delle masse in campo sportivo: non ne ho le competenze (ma a chi desidera saperne di più consiglio la lettura di “Psicologia delle folle” di Gustav Le Bon, che costituisce una pietra miliare sull’argomento).

Non è neanche quella di fare una classifica degli episodi di incultura sportiva che hanno avuto come protagonisti gli spettatori. Ve ne sono tanti e potremo tornarci sopra con un articolo ad hoc.

Dopo avere ribadito la mia assoluta contrarietà verso simili comportamenti, desidero invece rivolgere una domanda al board dell’ATP o a chi per esso, relativa ad un articolo del regolamento ufficiale, collocato nella sezione VIII dello stesso alla pagina 206 sub lettera G e intitolato: CONDOTTA ANTISPORTIVA. “I giocatori in ogni momento si comporteranno con sportività e il dovuto rispetto verso l’autorità dei giudici e i diritti degli avversari, del pubblico e di terzi. La condotta antisportiva è definita come qualunque comportamento di un giocatore che è evidentemente lesivo o va a discapito del successo di un torneo, dell’ATP e/o del tennis. In aggiunta, la condotta antisportiva, includerà, ma non sarà limitata a, fare, dare , pubblicare, autorizzare o incoraggiare qualunque dichiarazione pubblica  che abbia o possa avere un effetto dannoso generare qualsiasi dichiarazione pubblica che possa avere o sia destinata ad avere un effetto dannoso o lesivo per gli interessi del torneo e/o dei suoi organizzatori”.

La domanda è la seguente:

Caro Board dell’ATP, oltre al comportamento dei giocatori non ò opportuno integrare l’articolo citato con un addendum che estenda anche al  pubblico il dovere di astenersi da comportamenti gravemente lesivi degli interessi dei giocatori, dei giudici, del torneo e del tennis, pena la sospensione della partita in caso di inadempienza reiterata?

Oppure credete che quanto successo ieri costituisca un bella pagina per il tennis atta ad attrarre  le falangi più estreme del tifo calcistico e vada quindi al contrario incoraggiata? Infine, il comportamento di Hugo Gaston che per tutta la partita ha incitato il pubblico a insistere nella demolizione psicologica di Alcaraz è da ritenersi sportivo o antisportivo”.

In attesa di una cordiale risposta porgo i miei migliori saluti. 

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ATP Vienna: Tiafoe, il piccolo Nastase. Sinner ha ragione, e sul giudice di sedia…

Tiafoe dà l’impressione di usare la sua estroversione allo scopo di distrarre l’avversario. E ha violato ripetutamente la regola del tempo massimo tra un servizio e l’altro

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Frances Tiafoe (USA) - Vienna 2021 (© e-motion/Bildagentur Zolles KG/Christian Hofer).

Se Jannik Sinner nel secondo set della semifinale persa contro Francis Tiafoe non avesse fallito un paio di rovesci – il primo in risposta su una palla break sul 3-0 e il secondo sul punteggio di 5-3 15-0 – questo articolo non avrebbe mai visto la luce perché in quel caso siamo certi del fatto che Jannik avrebbe vinto.

Probabilmente non con il punteggio inspiegabilmente e trionfalmente annunciato su Facebook da Supertennis (una gaffe che fa impallidire quella pur epica del Direttore alla vigilia dell’ottavo di finale tra Berrettini e Federer a Wimbledon 2019), ma avrebbe vinto.

Purtroppo non è andata così e poichè questa sconfitta rischia di compromettere la qualificazione del nostro connazionale alle Finals di Torino, spinti da amor di patria ci concediamo la magra consolazione di toglierci dalla scarpa un sassolino entratovi intorno alla metà del secondo parziale, ovvero quando l’esito dell’incontro sembrava ormai irrimediabilmente segnato a favore del giocatore che in un’altra sede abbiamo scherzosamente definito l’apparente frutto dell’amore tra Sir Andy Murray e Pippi Calzelunghe.

 

Mentre Tiafoe in quei fatidici momenti tra un punto e l’altro ha iniziato a improvvisare gag con il pubblico, scherzare con il giudice di sedia, scambiare battute con Jannik al cambio di campo, la nostra memoria volava verso un lontano episodio accaduto 30 novembre 1975 al Master di Stoccolma.

Narrano le cronache che quel giorno Ilie Nastase – ispiratore dell’immortale “Istrione” cantata da Charles Aznavour e numero 1 della classifica ATP del 23 agosto 1973, l’equivalente tennistico del primo cent di Paperon de’ Paperoni –  provocò a tale punto quel campione di tennis e umanità che si chiamava Arthur Ashe da indurlo ad abbandonare l’incontro per protesta prima della sua conclusione.

Tra le tante “perle” pronunciate in quella occasione da Nastase ve ne è una che spicca per sublime impudenza: “Arbitro, Ashe viene continuamente a rete ed io con tutto questo buio non riesco più a vederlo”.

Nastase (che era bizzarro ma non cattivo) il giorno dopo ottenne il perdono del suo avversario portandogli personalmente in dono un enorme mazzo di fiori in compagnia – se non ricordiamo male – dello scriba Gianni Clerici.

Perché citiamo questo fatto remoto?

Perché mutatis mutandis – locuzione sul cui reale significato nutriamo seri dubbi sin dai tempi del liceo – durante l’incontro tra Sinner e Tiafoe per un istante ci è sembrato che lo spirito di “Nasty” aleggiasse sul campo a colori invertiti: Tiafoe impersonava Nastase e Sinner Ashe.

Sinner apparentemente non ha manifestato insofferenza per il comportamento di Tiafoe, ma nel corso delle partite egli ha sempre un linguaggio non verbale che desterebbe l’ammirazione di una guardia svizzera pontificia e quindi per capire il suo reale stato d’animo in quei momenti dobbiamo attenerci all’intervista post-partita nella quale con il consueto garbo ma con fermezza ha dichiarato che Tiafoe con il suo comportamento è andato oltre i limiti imposti dal regolamento e che il giudice di sedia a suo parere avrebbe dovuto sanzionarlo.

Noi la pensiamo come lui.

Tiafoe è un tennista naturalmente dotato di un carattere estroverso ed empatico; queste caratteristiche fanno di lui una persona molto diversa da Ilie Nastase (purtroppo per lui lo è anche come tennista, ma questo esula dal nostro discorso) e, unite a uno stile di gioco vario e divertente, lo rendono un beniamino del pubblico; ma in più occasioni, soprattutto quando la partita volge al brutto, ci sembra che egli strumentalizzi ad arte la sua estroversione allo scopo di distrarre l’avversario ben sapendo che in uno sport in cui il risultato finale spesso dipende da pochi punti distrarsi può risultare fatale.  Non è l’unico del circuito. In questa specialità Gael Monfils gli è maestro.

Ma, da solo o in compagnia, ciò non cambia il succo del nostro discorso, ovvero: un giocatore ha il diritto di provare in tutti i modi a vincere la partita purchè resti nell’ambito del regolamento; se ne esce, il giudice – che, ricordiamolo, è pagato (e pure bene) per fare rispettare le regole – deve ricondurvelo, ricorrendo se necessario a sanzioni.

Che regole ha violato sabato Tiafoe? Per esempio e ripetutamente quella del tempo massimo entro il quale un giocatore deve riprendere il gioco tra un punto e l’altro. Queste infrazioni hanno pesato sul risultato finale? Forse sì, forse no, ma ha poca importanza. Ciò che conta è che l’arbitro avrebbe dovuto fare rispettare il regolamento e non lo ha fatto, sic et simpliciter.

Da quando l’elettronica ha quasi ovunque sostituito i giudici di linea, fare rispettare il regolamento è l’unico compito importante demandato alla responsabilità di questi ultimi.

Se non lo assolvono correttamente tanto vale mettere sul seggiolone un manichino della Rinascente.

Fine dell’intemerata. Speriamo che questa sfortunata partita non debba davvero compromettere la corsa alle Finals di Sinner che al Master 1000 di Parigi Bercy è atteso al primo turno da un avversario difficile.

Pensate che titolo potremmo fare se lui e Berrettini giocassero entrambi a Torino: “Matteo e Jannik come gli Abbagnale”.

Guai a Tiafoe se ci fa perdere l’occasione.

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US Open, Medvedev tra i Grandi, ma Djokovic non ha ancora finito di vincere

Il russo può diventare una minaccia su tutte le superfici. Sebbene il numero uno al mondo non abbia espresso il suo miglior tennis per assicurarsi il Grande Slam, ha conquistato la folla come mai prima d’ora

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Daniil Medvedev - US Open 2021 (Darren Carroll/USTA)

Era da un paio d’anni ormai che gli intenditori del tennis aspettavano di veder comparire il nome di Daniil Medvedev fra i campioni Slam; il russo si trovava da tempo sull’orlo di questo traguardo. Tra l’estate e l’autunno 2019, infatti, aveva fatto passi da gigante nel ranking: in questo lasso di tempo era arrivato alla finale di tutti e sei i tornei a cui aveva partecipato, ma soprattutto era arrivato terribilmente vicino a diventare il vincitore dello US Open. Sfidando niente meno che Rafael Nadal, Medvedev, in svantaggio per due set a zero e sotto di un break nel terzo set, per poco non aveva vinto il match e rivendicato il titolo.

Medvedev aveva trascinato Nadal al quinto set in un match tortuoso, che, iniziato nel tardo pomeriggio, si era protratto fino a sera inoltrata. Era riuscito a rimontare dai due break di svantaggio nel quinto set e a salvare due match point prima che Nadal risalisse 30-40 dell’ultimo game di questo avvincente match, vincendolo 7-5 6-3 5-7 4-6 6-4. Medvedev aveva concluso il 2018 al numero 16 del ranking, ma l’impeto del 2019 l’aveva portato a raggiungere il quinto posto.

Il russo di 1,98 ha poi proseguito la sua ascesa con una stagione 2020 stellare. Ha tentato di nuovo la corsa allo US Open, raggiungendo le semifinali senza perdere nemmeno un set: è qui che è stato sconfitto da un ispirato Dominic Thiem. Per nulla turbato da questo piccolo incidente di percorso, verso la fine dell’anno ha conquistato due titoli consecutivi al Masters 1000 di Parigi e alle ATP Finals di Londra, dov’è imbattuto e ha sbaragliato le prime tre teste di serie del torneo – Novak Djokovic, Rafael Nadal e Dominic Thiem – in un’impresa senza precedenti. Nello spazio di questi due tornei e delle dieci vittorie consecutive ottenute, Medvedev ha battuto ben sette giocatori della Top 10. Quando Medvedev, all’inizio del 2021, ha raggiunto la finale del suo secondo Slam, l’ha fatto con 20 vittorie consecutive alle spalle. Diversi esperti si aspettavano che Medvedev sfondasse proprio sul palco di Melbourne, rivendicando il suo posto tra i campioni. Ma Djokovic ha negato questo prestigioso trofeo a Medvedev, giocando un match magistrale e vincendo il suo nono Australian Open con un trionfante punteggio di 7-5 6-2 6-2.

 

La sconfitta ha finito per rallentare non poco la corsa tennistica di Medvedev. Le modifiche apportate al suo gioco si possono però interpretare come dei passi nella direzione giusta. Arrivato al Roland Garros con un record personale di 0-4, Medvedev ha trovato un po’ di fiducia sulla terra rossa e raggiunto i quarti di finale, dove però, con un certo disappunto, è stato sonoramente sconfitto da Stefanos Tsitsipas. La sconfitta deve avergli bruciato parecchio, considerato che aveva battuto il greco in sei dei loro sette match incontri prima del Roland Garros. Medvedev si è incamminato poi verso Wimbledon, e ancora una volta è arrivato agli ottavi di uno Slam, facendosi però sfilare dalle mani un vantaggio di due set a uno con Hubert Hurkacz in un incontro giocato su due giorni.

Ciononostante, durante l’estate Medvedev si rimette in forma e vince il Masters 1000 in Canada. Arrivato allo US Open da testa di serie numero due, con una silenziosa sicurezza di sé e un cauto ottimismo, Medvedev è un uomo con una missione da compiere. Approfittando di un tabellone favorevole, non perde un set fino ai quarti di finale, ma fatica leggermente contro il qualificato olandese Botic Van de Zandschulp prima di chiudere la partita con un favorevole 7-5 nel quarto set. Poi disintegra la testa di serie numero 12, Felix Auger-Aliassime, in tre set. Questa vittoria contro l’atletico canadese traghetta Medvedev alla sua terza finale Major e la seconda a New York. Per gli osservatori più attenti, l’occasione è quella giusta per pareggiare i conti con un uomo sull’orlo di un’ineffabile, storica missione, che risponde al nome di Novak Djokovic.

Il numero uno al mondo si trova a fronteggiare il tipo di pressione che solo un collega della sua straordinaria caratura può comprendere. Conquistato a giugno il suo secondo French Open, Djokovic si era portato a metà strada del Grande Slam e aveva la mente concentrata sull’ambizioso obiettivo. Ha partecipato a Wimbledon non soltanto per aggiudicarsi la vittoria del più prestigioso torneo al mondo, ma anche per vincere il terzo Slam consecutivo. A New York cercava l’ultimo pezzo del puzzle. Nessun tennista del circuito maschile dopo Rod Laver, che ottenne il suo secondo Grande Slam nel 1969, era stato in grado di aggiudicarsi i primi tre Major della stagione e posizionarsi ad un solo Major dal Grande Slam.

Rod Laver

I media e i colleghi di Djokovic l’avevano sicuramente informato che solo cinque atleti nella storia del tennis avevano vinto tutti e quattro gli Slam dell’anno, aggiudicandosi il Grande Slam. Accadde per la prima volta nel 1938, quando il californiano Don Budge – proprietario, probabilmente, del miglior rovescio che il tennis abbia mai visto – realizzò questa impresa memorabile. Poi venne il turno di Maureen Connolly nel 1953; ebbe successo principalmente perché aveva i colpi migliori del mondo tennistico femminile e per il suo footwork esemplare. Il mancino Laver – un colpitore australiano impareggiabile – conquistò il suo primo Grande Slam nel 1962 da dilettante e il suo secondo da professionista sette anni più tardi. Venne poi il turno di Margaret Smith Court, che realizzò il sogno del Grand Slam nel 1970. Diciotto anni più tardi fu la volta di Steffi Graf: la tedesca dai piedi veloci e dal dritto esplosivo rimase imbattuta ai tornei dello Slam nel 1988.

Ed eccoci all’epilogo. Nessuno dai tempi di Graf aveva più ottenuto il Grande Slam, a riprova del fatto che sia un compito estremamente arduo sia per il tennis maschile che per quello femminile. Teniamo presente anche che diversi tra i tennisti più talentuosi non sono arrivati nemmeno vicini a compiere questa impresa.

Certo, Roger Federer in tre stagioni (2004, 2006 and 2007) ha vinto tre dei quattro Slam, ma senza avvicinarsi al Grande Slam, non riuscendo in quegli anni a fare l’ultimo passo al Roland Garros. L’anno in cui vinse l’Open di Francia (2009) aveva già perso la finale dell’Austrialian Open, sconfitto da Nadal. Rafa ha conquistato gli ultimi tre Slam a Parigi, Londra e New York nel 2010, ma solo dopo aver perso nei quarti all’Australian Open. Quando nel 2009 Nadal vinse l’Australian Open, perse per la prima volta al Roland Garros contro Robin Soderling, e così le sue chance di completare il Grande Slam svanirono. Lo stesso Djokovic è riuscito nell’impresa di conquistare quattro Slam di fila, da Wimbledon del 2015 al Roland Garros del 2016. Si trovava in effetti a metà dalla conquista del Grande Slam nel 2016, perdendo tuttavia al terzo turno di Wimbledon contro Sam Querrey, e così l’opportunità è scomparsa nel nulla.

C’è anche un piccolo gruppo di giocatori che ha vinto i primi tre Slam dell’anno, avvicinandosi al traguardo del Grande Slam. Il primo di questi, dall’Australia, fu Jack Crawford nel 1933. Vinse i primi tre Slam e poi raggiunse la finale degli US Championships a Forest Hills. Ad appena un set dall’aggiudicarsi il Grande Slam, perse contro il talentuoso britannico Fred Perry. Simile il caso di un altro australiano, Lew Hoad, che si trovava a un match dal Grand Slam nel 1956 quando il suo connazionale Ken Rosewall lo sconfisse nella finale di Forest Hills. Nel 1984, Martina Navratilova vinse il French Open, Wimbledon e lo US Open. All’epoca l’Australian Open era l’ultimo Slam della stagione, e Navratilova venne battuta a Kooyong da Helena Sukova nelle semifinali. Nel 2015, infine, Serena Williams perse clamorosamente contro Roberta Vinci nella semifinale di Flushing Meadows.

E così, arrivando allo US Open quest’anno, Djokovic si è trovato circondato da tutte queste informazioni storiche. Il trentaquattrenne mirava ad affermarsi come il giocatore più anziano a vincere il Grande Slam, e nelle sue prime due ardue settimane a New York si è districato bene nel suo lato del tabellone. La sua ansia è stata palpabile sin dall’inizio, ma ad ogni match è riuscito a superare le proprie difficoltà e alzare l’asticella del suo gioco quando necessario. Nel primo round, dopo una breve crisi nel secondo set, Djokovic chiude facilmente il match per 6-1 6-7(5) 6-2 6-1 contro il qualificato danese Holger Vitus Nodskov Rune, che termina la partita con i crampi. L’olandese Tallon Griekspoor affronta Djokovic nel secondo round, dove la prima testa di serie gli concede solo sette games nel corso dei tre set. Il finalista dello US Open 2014 Kei Nishikori strappa il primo set a Djokovic prima di farsi battere per la diciassettesima volta di fila per 6-7(4) 6-3 6-3 6-2. Nei sedicesimi di finale, la giovane wild card americana Jenson Brooksby si presenta con un’alta intensità di gioco che disturba leggermente Djokovic, ma nel secondo set il trentaquattrenne ritrova il proprio passo e non lo perde più, vincendo 1-6 6-3 6-2 6-2.

Giunto ai quarti di finale, Djokovic affronta la testa di serie numero sette del torneo Matteo Berrettini. L’italiano aveva perso contro Djokovic nei quarti del Roland Garros e ancora nella finale di Wimbledon. Djokovic ha quindi la meglio per la terza volta di fila contro questo tennista dall’ottimo servizio con il punteggio di 5-7 6-2 6-2 6-3. Il palco è dunque pronto per la sfida tra Djokovic e la testa di serie numero quattro Sascha Zverev, in grande forma. Il teutonico aveva vinto 16 match di fila prima del suo rendez-vous con Djokovic, conquistando la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Tokyo e poi vincendo il Masters 1000 a Cincinnati. A Tokyo, Zverev è riuscito a rimontare un set e un break di svantaggio dal 6-1 3-2 aggiudicandosi otto game di fila, e dieci degli ultimi undici, fino a vincere 1-6 6-3 6-1. Ma a New York Djokovic gioca il miglior match del suo torneo, pressando ferocemente fino a guadagnarsi una palpitante vittoria in cinque set per 4-6 6-2 6-4 4-6 6-2 in tre ore e 34 minuti di gioco. Nel quinto set, Djokovic colleziona 24 dei primi 30 punti, scappando sul 5-0. Anche se Zverev vince con onore i successivi due game, Djokovic chiude il match con aggiudicandosi un terzo break nel set durante l’ottavo e ultimo game.

Alexander Zverev e Novak Djokovic – US Open 2021 (Pete Staples/USTA)

In tanti ci aspettavamo che a New York Djokovic replicasse la vittoria della finale dell’Australian Open contro Medvedev, non perché si sottovalutassero le capacità di Medvedev o si supponesse che non avrebbe combattuto con tutte le sue forze, ma perché secondo gli esperti sarebbero state l’abilità di Djokovic nei grandi match e la sua esperienza a prevalere. Dopotutto, questa sarebbe stata la sua trentunesima finale Slam, un numero da record che condivide con Federer. In aggiunta, negli ultimi anni, Djokovic è cresciuto in maniera incredibile nella sua capacità di dare il meglio nelle grandi occasioni. Prima di arrivare allo US Open, aveva vinto 12 delle sue ultime 14 finali Slam. Il record di Djokovic verso metà 2014 era di 6-7 in questi incontri, ma aveva poi vinto 14 delle successive 17 finali giocate, attestandosi a 20-10 prima di domenica. Questa percentuale di successo l’ha reso il favorito per la vittoria del ventunesimo Slam e per la realizzazione dell’obiettivo più ambizioso della sua carriera – la conquista del Grande Slam.

Ma quel che emerge già all’inizio della sfida con il venticinquenne russo è che Djokovic è ben distante dal necessario stato fisico, mentale ed emotivo. Il primo segno rivelatore l’abbiamo visto nel game di apertura. Djokovic conduce 40-15, ma poi commette quattro errori consecutivi subendo subito un break. Medvedev, chiaramente rassicurato da questo inizio, tiene il servizio portandosi 2-0 con due ace. Djokovic poi sprofonda in un 15-40, commettendo il suo ottavo errore non forzato del match. Pur vincendo quattro punti di fila e chiudendo il terzo game con due ace, Djokovic non è entrato in gara con il livello adeguato all’occasione. A Medvedev bastano solo 47 secondi per aggiudicarsi il 3-1 grazie a due ace, un servizio e un dritto vincenti. Nei successivi tre game al servizio, Medvedev concede solo due punti. Djokovic non riesce minimamente a leggere il servizio del suo avversario e, quando ci riesce, reagisce troppo lentamente. Medvedev, sicuro di sé, porta a casa il set per 6-4.

Siamo agli inizi secondo set quando Djokovic si procura delle occasioni che, se sfruttate, gli permetterebbero di alterare il corso del match. Raggiunge il punteggio di 0-40 sul servizio di Medvedev, ma manovra malamente un recupero di dritto su una palla smorzata, lasciandosi superare dal passante lungolinea del russo. Medvedev trova un ace sul 30-40, poi Djokovic sbaglia uno slice in back, buttando la palla a rete e infuriandosi. Medvedev si prende l’1-1 con un ace a cui fa seguire un servizio vincente. Djokovic salva un break point sulla strada del 2-1 e poi ottiene altre due palle break nel quarto game, ma Medvedev produce una volée smorzata bassa che provoca l’errore nel passante di dritto del serbo e poi salva la seconda con un rovescio lungo linea all’incrocio delle righe a cui Djokovic non riesce a rispondere. Medvedev raggiunge il 2-2, breakkando Djokovic nel quinto game; il russo gli concede solo due punti nei suoi ultimi tre game di servizio, chiudendo il set con un 6-4.

Djokovic è chiaramente sconfortato. Non è semplicemente fuori forma, come spiegherà dopo; sta giocando male sotto tutti i punti di vista. Medvedev arriva al 4-0 nel terzo set e presto raggiunge il 5-1. Il pubblico dell’Arthur Ashe Stadium è pieno di tifosi di Djokovic che lo incoraggiano a gran voce, senza aver però molto per cui esultare durante il match. Medvedev si guadagna un match point sul 5-2 ma commette un doppio fallo, mandando in rete una seconda a 193 km/h mentre la folla applaude per il suo errore. Commette poi un altro doppio fallo, portando Djokovic a breakkarlo. Quando Djokovic riesce a tenere nel nono game, l’applauso del pubblico, per un uomo che raramente aveva ottenuto il suo sostegno, è sorprendente e visibilmente apprezzato dal numero uno al mondo.

Al cambio campo Djokovic si commuove, asciugandosi le lacrime con l’asciugamano. Medvedev va a servire una seconda volta per il match commettendo nuovamente un doppio fallo sul 40-15. All’insaputa di tutti il russo sta combattendo contro i crampi, cosa che nasconde molto bene al suo avversario e al pubblico. Per sua fortuna, sul 40-30 la sua prima di servizio è abbastanza buona da impedire a Djockovic di rispondere, e così Medvedev sventa una potenziale crisi e con un triplo 6-4 batte il rivale per la quarta volta delle nove in cui i due si sono confrontati in carriera.

Medvedev ha gestito la situazione straordinariamente bene, isolandosi dal rumore della folla con grande disciplina. Per Djokovic la situazione dev’essere stata triste e al contempo esasperante. Avere il pubblico così fortemente schierato dalla sua parte in uno Slam è un’esperienza che non aveva forse mai vissuto. Eppure, ha faticato molto per trovare anche solo un briciolo di quello che è il suo miglior tennis. È andato a rete 47 volte nei tre set e vinto 31 di quei punti. Ha giocato sorprendentemente bene il serve-and-volley, approfittando della posizione di Medvedev nel campo, ben dietro la linea di fondo nelle sue risposte.

Novak Djokovic – US Open 2021 (Garrett Ellwood/USTA)

Ma Djokovic non ha avuto né la pazienza né la tenuta fisica né l’indole di rimanere a fondo campo a palleggiare con Medvedev, come aveva invece sempre fatto in passato. Le sue gambe erano affaticate, la mente affollata. Alla fine, ha fatto il gioco di Medvedev: il russo è tra i giocatori più astuti di questo sport nel leggere la direzione che sta prendendo la partita e adattare la propria strategia di conseguenza. La scelta dei colpi di Medvedev, la variazione della velocità e del ritmo, sono state di prima categoria. Medvedev sapeva bene di non star giocando contro il miglior Djokovic, ma si trovava di fronte ad un pubblico che gli tifava contro e stava tentando di vincere il suo primo titolo Slam. È stato capace di gestire queste circostanze tutto fuorché semplici. Medvedev ha fatto tutto quel che gli è stato richiesto e molto di più. È stato estremamente professionale. A fine match, Djokovic è stato molto signorile e non si è lasciato andare all’autocommiserazione. Ha lodato Medvedev e non ha cercato scuse per la sua sesta sconfitta sulle nove finali dello US Open giocate contro cinque avversari diversi.

Non si ripresenterà un’occasione simile a Djokovic. È lodevolmente arrivato a soli tre set dal completare il Grande Slam, e questo non può certo essere visto come un fallimento. La sconfitta di New York renderà Djokovic ancora più motivato per il 2022 e per la corsa al ventunesimo slam a Melbourne, titolo che gli permetterebbe di staccare Federer e Nadal. A maggio compirà trentacinque anni, ma continua ad essere in forma per la sua età. Certo, è parso ben più vecchio di Medvedev, ma questo è da imputare alle circostanze specifiche di questo match. Ha ancora tante partite da vincere.

Per quanto riguarda Medvedev, questo trionfo lo porterà a molte alte vittorie importanti. Nei prossimi sette anni può sperare di ottenere almeno altri cinque o sei titoli Slam, se non di più. Dove arriverà dipende parecchio da quanto riuscirà a adattarsi. Medvedev ha ampiamente dimostrato di essere un giocatore prodigioso sui campi veloci, cosa che lo avvantaggerà a Melbourne e a New York, anno dopo anno. Ma riuscirà a migliorare sull’erba e sulla terra rossa? Certo, ha fatto bene nelle sue presenze ai quarti del Roland Garros, ma dovrà riuscire a dare più filo da torcere ai suoi avversari sulla terra rossa di Parigi o sui prati dell’All England Club. Se fosse riuscito a sconfiggere Hurkacz quest’anno a Londra, Medvedev avrebbe quasi sicuramente raggiunto la finale e giocato contro Djokovic. Se avesse superato Tsitsipas a Parigi, sarebbe potuto arrivare alla finale anche lì.

Il mio punto di vista è che Medvedev si farà spazio sulle altre superfici, diventando pericoloso ovunque nei prossimi anni. Lo US Open 2021 farà da trampolino di lancio per un atleta con un ampio spettro di obiettivi e una forte determinazione. Raggiungerà nuove vette nel 2022 e anche dopo.

Traduzione a cura di Giulia Bosatra

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