Il parere delle redazione: chi farà il botto nel 2021? Non solo Sinner

Opinioni

Il parere delle redazione: chi farà il botto nel 2021? Non solo Sinner

Abbiamo chiesto a cinque storiche firme di Ubitennis chi sarà protagonista nella stagione che sta per iniziare. Sono venuti fuori tanti nomi: in testa Sinner, Musetti e Alcaraz Garfia. Ma anche qualcuno meno chiacchierato…

Pubblicato

il

Jannik Sinner - Sofia 2020 (foto Ivan Mrankov)

Cosa si richiede a fine anno a un (presunto) addetto ai lavori in vista della nuova stagione? Di individuare i talenti che esploderanno nell’anno nuovo, of course! È una parola! Che stagione avremo? O meglio, avremo un’intera stagione? Dove si giocherà? Quando? In che condizioni? Insomma, tutti questi interrogativi per mettere le mani avanti e giustificare i vostri commenti e sorrisini quando tra dodici mesi verrà ripreso questo articolo. Ma, come ormai saprete, siamo temerari e amanti del rischio e, richiamati all’ordine, ci prenderemo le nostre responsabilità.

Vi diciamo dunque che c’è un talentuosissimo ragazzo che abbiamo avuto la fortuna di ammirare dal vivo più di una volta, sul quale ci sentiamo di scommettere qualche centesimo per la sua definitiva esplosione nel prossimo anno. In verità quest’anno ha giocato poco, causa qualche infortunio di troppo, ma con il suo rovescio ad una mano ed il tocco raffinato ha dimostrato di sapersi destreggiare anche sui tetti dei palazzi. Svizzero ma di madre sudafricana, è chiamato alla prova della verità: o dentro o fuori, questo deve essere il suo anno

Come che sia, per capirne qualcosa in più abbiamo chiesto a cinque storiche firme di Ubitennis di farci dei nomi. Ne è venuto fuori questo pezzo ‘a dieci mani’ che vi proponiamo di seguito.

 

Il parere di Ilvio Vidovich

Il primo nome in campo maschile è ovvio: Jannik Sinner. Come dice coach Piatti, nei prossimi 2-3 anni il 19enne talento di Sesto dovrà ancora soprattutto imparare – e quindi deve poter “sbagliare” per imparare – ed il 2021 potrà rivelarsi complicato contro avversari che ora lo conoscono, ma da uno con un simile potenziale è comunque lecito aspettarsi un ulteriore, importante, step di crescita. La top 25, per intenderci. Tricolore anche il secondo della lista: Lorenzo Musetti. Per il 18enne di Carrara la prossima sarà una stagione in cui fare tanta esperienza, dato che sarà la prima in cui si cimenterà con una certa regolarità a livello di circuito maggiore. Ma non è certo un’utopia pensare di ritrovarlo top 100 in pianta stabile a fine 2021.

Il terzo nominativo è la grande promessa iberica: Carlos Alcaraz Garfia. Il 17enne allievo di Ferrero, ATP Newcomer of the Year, ha ancora dei limiti al servizio, ma sulla sua superficie preferita, la terra rossa, dopo aver vinto tre Challenger nel 2020 potrebbe già far bene anche a livello ATP 250. Come fece nel 2019, con la semifinale a Estoril, il connazionale Alejandro Davidovich Fokina, ultimo della lista. Attenzione al classe 1999 di Malaga, last but non least: arrivato alle soglie della top 50 e competitivo su tutte le superfici, pare pronto a fare un altro salto di qualità, magari con la vittoria in un torneo ATP e annessa top 30.

In campo femminile la nomination vuol essere soprattutto un augurio per una tennista giovane, ma non giovanissima: Ana Konjuh. Ma se consideriamo che la neo 23enne (è nata il 27 dicembre 1997) croata è tornata a giocare a settembre, vincendo l’ITF di Zagabria, dopo un calvario di tre anni (e tre operazioni al gomito), la deroga appare più che giustificabile. L’augurio è quello di ritrovarla protagonista nel tennis che conta, lei che era salita al n. 20 WTA proprio prima dell’infortunio. Sarebbe una bella storia da raccontare per i  ”Dintorni di Djokovic” del prossimo Natale.

Ana Konjuh

Il parere di Ruggero Canevazzi

Prima di leggere il pronostico che segue, va sempre tenuto presente che il tennis è (diventato) uno sport per vecchi, dove i Nadal e i Becker diciassettenni sono oltre la via dell’estinzione e dove i Wawrinka e, in misura minore ma comunque significativa, i Caruso e i Fabbiano raggiungono i loro apici ben oltre i venticinque anni. Insomma, avete capito, chi scrive non ha nemmeno trovato una scusa più originale per mettere le mani avanti in caso di un roboante fiasco…     

Jannik Sinner: oltremodo scontato, ma più ne parliamo più lui vince. Perché fermarsi ora? Aver giocato alla pari con Nadal al Roland Garros per quasi due set non lascia spazio ad altri dubbi.

Lorenzo Musetti: avete capito, non siamo scaramantici. Secondo tennista e secondo italiano. Anche se i punti interrogativi rimangono e sono paradossalmente gli stessi che ci fanno sperare per il suo successo. Musetti ha un tennis completo e brillante. Troppo bello per essere vincente? No!

Denis Shapovalov: finalmente una grande prova di maturità per Denis, che agli US Open ha davvero disputato una grande Major. L’ingresso in Top Ten a fine Settembre suggerisce che il 2021 sarà davvero il suo anno

Miomir Kecmanovic: noi di Ubitennis, mai stanchi di autocelebrarci, lo avevamo scoperto da junior nei dintorni di Djokovic e poi “rilanciato” (?!) al Roland Garros junior 2017. Il passaggio al tennis dei grandi è stato molto peggio di una doccia gelata, eppure ci sentiamo di perseverare. Tra una sofferenza e l’altra, questo fortunato ragazzo del ‘99 ha toccato il n. 39 ATP e non si fermerà.

Hugo Gaston: diverso da Musetti ma anche lui particolarmente talentuoso, quindi se dobbiamo portare sfortuna a Lorenzo perché non farlo anche con lui, che è pure francese? Scherzi a parte, il suo Roland Garros parla chiaro.

Hugo Gaston – Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Anett Kontaveit: se già è difficile in campo maschile avventurarsi sulle sorprese 2021, figurarsi tra le fanciulle. Più che un pronostico, una – temeraria – speranza. Ve la ricordate l’estone nel 2017?


Il parere di Antonio Garofalo

La prossima dovrà essere la stagione della consacrazione di Felix Auger-Aliassime, altro nato l’8 agosto, ma una ventina di anni dopo quello di cui sopra, che è sì 21 del mondo (e già 17) ma ha una necessità impellente da sbrigare: togliersi dalla spalla quell’antipatica e fastidiosa scimmietta chiamata “finale”. Sei sconfitte su sei all’atto conclusivo non sono proprio una statistica da vincente e predestinato, termini forse abusati con il giovane canadese, ma restiamo convinti che una volta rotto il ghiaccio, le vittorie arriveranno come le ciliegie. Certo, resta il sospetto che dietro il tennis aggressivo di Felix si celi qualche insicurezza mentale di troppo, ma noi scommettiamo sul definitivo stappo della bottiglia del talento del Quebec.

Non si può poi non menzionare l’ascesa repentina dello spagnolo Carlos Alcaraz Garfia, diciassette anni appena e già tra i primi 140 del ranking, più giovane in assoluto trai primi 500 giocatori del mondo. Sorvolato il livello futures, Carlos si è accaparrato tre challenger nel finale di stagione, mostrando una “garra” e una solidità clamorose per un teenager. L’allievo di Juan Carlos Ferrero non ha certo un tennis champagne, né colpi che incantano lo spettatore, ma se ricordiamo che alla sua età né Djokovic né Nadal avevano vinto già tre challenger, immaginarlo nei primi 100 il prossimo anno è il minimo, così come è facile profetizzare qualche colpaccio sull’amata terra rossa.  Per vederlo competitivo altrove dovrà lavorare sul servizio, evidente punto dolente a momento. Ma diremmo che il tempo non gli manca…

Bando alle ciance, passando alle faccende tricolori. Jannik Sinner deve puntare deciso alla top-10. I nostri esperti di ranking e matematica sapranno spiegarvi quale imprese dovrà compiere il nostro per raggiungere il traguardo ma nulla sarà precluso al rosso altoatesino. Ci ha esaltato a Parigi, ha conquistato il primo trofeo e dopo due settimane a spazzolare il campo con Rafa Nadal (e poi Stanimal ed El Peque) chi potrà fermare la cavalcata di Jannik? Sinceramente, avesse avuto un altro carattere avremmo potuto temere che i fari puntati su di lui come il nuovo Messia dello sport italiano (abbiamo già sentito paragoni con Tomba, Valentino e Pellegrini per dire) potessero distrarlo. Ma Jannik è costruito per uccidere, sportivamente parlando, e il mirino è già puntato sul 2021.

Ma noi siamo degli inguaribili romantici e quindi non ci accontentiamo di quello che sarà il dominatore del futuro. No, noi vogliamo la sfida fratricida il Coppi-Bartali, il Rossi-Biaggi, il Di Centa-Belmondo: e allora il 2021 vedrà eccellere anche il tennis poetico di Lorenzo Musetti da contrapporre al killer instinct di Jannik. Lorenzo ha già disegnato percorsi di sogni negli scampoli di 2020 e se saprà rimanere concentrato e solido nel nuovo anno lo troveremo nei tornei più importanti a fronteggiarsi con i migliori. Lo diciamo sottovoce ma c’è qualcosa nel suo tennis leggiadro e dal timing perfetto che evoca quel signore di cui abbiamo parlato all’inizio del nostro sproloquio. Sì, siamo dei sognatori.

Elisabetta Cocciaretto – Palermo 2020 (via Twitter, @LadiesOpenPA)

E allora, per concludere l’opera invece di parlarvi del boom di Coco Gauff, del ritorno di Bianca Andreescu o della conferma della regina di parigi Swiatek, vi diciamo che nel 2021 ammireremo i grandi progressi di Elisabetta Cocciaretto. Dopo il primo tabellone Slam conquistato a Melbourne, la prima vittoria su una top-30 a Palermo e la prima finale WTA a Praga il prossimo, schiena permettendo, sarà l’anno dello sbarco in top100 e di una nuova fiammella azzurra di speranza nel circuito femminile.


Il parere di Ferruccio Roberti

Escluderei dalle previsioni Auger-Aliassime (da diciotto mesi attorno alla top 20) e Sinner (in una virtuale Race del 2020 sarebbe stato al 20° posto): non perché non creda che i due continueranno a migliorare, ma in quanto entrambi già realtà del circuito. Il pensiero va allora ai successivi migliori due – per risultati raggiunti – under 20 di questa stagione: il “nostro” Lorenzo Musetti (61° per punti conquistati da gennaio in poi, grazie agli ottavi a Roma, alla semi all’ATP 250 di Santa Margherita di Pula e alla vittoria del Challenger di Forlì) e Carlos Alcaraz, di quattordici mesi più giovane del toscano (è nato a maggio del 2003) e già 68° nella Race del 2020 (in virtù di tre titoli e una finale Challenger e della vittoria su Ramos al primo turno di Rio, con la quale ha infranto una serie di longevi record di precocità). Entrambi saranno ancora per poco fuori dalla top 100.

Carlos Alcaraz – Challenger Alicante 2020 (via Twitter, @ATPchallenger)

Una classifica che nei prossimi mesi raggiungerà anche Sebastian Korda, figlio del grande Petr (ex numero 2 ATP e vincitore degli Australian Open 1998): dopo la vittoria su Simon a Cincinnati e gli ottavi al Roland Garros, a novembre ha confermato i progressi vincendo un Challenger. Il circuito avrebbe bisogno di un tennista della tipologia di Hugo Gaston: il classe 2000 di Tolosa dopo aver fatto spellare le mani ai parigini (vittoria su Wawrinka, sconfitta al quinto contro Thiem) è tornato nel limbo ma il prossimo anno sarà per lui quello della verità: ci conto. Tra gli ancora giovanissimi ma “fuori categoria” è quasi generale per Shapovalov il pronostico che il 2021 lo vedrà stabilmente tra i primi 10 e allora nomino Ugo Humbert un tennista meno esplosivo, ma comunque talentuoso: non mi meraviglierei se concludesse la prossima stagione a ridosso della top ten.


Il parere di Stefano Tarantino

Andiamo subito al sodo e iniziamo dalle signorine.

DAYANA YASTREMSKA – La giovane tennista ucraina, 20 anni, è gia stata sulla soglia della TOP20 all’inizio di quest’anno ma poi si è persa per la strada. Ha già vinto 3 titoli (1 nel 2018, 2 nel 2019), ma le manca l’acuto che la porti alla ribalta, soprattutto negli Slam. Che sia il 2021 l’anno buono?

LEYLA FERNANDEZ – Campionessa juniores nel 2019 al Roland Garros, nel 2020 ha iniziato con frequenza a giocare nel circuito maggiore cogliendo subito la prima finale nel torneo di Acapulco, oltretutto partendo dalle qualificazioni. Giocatrice versatile (si difende bene sia sulla terra che sul veloce), ha nella combattività la sua arma in più. Il 2021 potrebbe rappresentare il suo trampolino di lancio verso posizioni di ranking di primo livello. Ha chiuso la stagione appena passata al suo best ranking, nr.88

MARTA KOSTYUK – Altra giovane ucraina, 18 anni. Al momento nr. 99 della classifica, nonostante la giovane età, già da un paio di anni sui palcoscenici principali. Agli ultimi Us Open ha raggiunto il 3° turno, sconfitta dalla Osaka. Ha ampi margini di miglioramento, potrebbe rappresentare la classica mina vagante nei tabelloni del prossimo anno

KAJA JUVAN – La 20enne slovena nel 2020 ha colto i primi risultati di prestigio ed ha fatto vedere cose molto interessanti. A Parigi ha battuto Angelique Kerber, ad Acapulco Venus Williams. Vero che si tratta di giocatrici lontane dal loro momento migliore, ma sicuramente la Juvan non ha mostrato alcun timore reverenziale. Il 2021 ci dirà probabilmente di che pasta è fatta.

Passiamo ora agli uomini.

UGO HUMBERT – Il francese emergente che si propone di colmare il vuoto lasciato dai vari Simon, Tsonga, Monfils e Gasquet. Due titoli nel 2020, naturale predisposizione ai campi veloci e anche all’erba. Nr.30 ad appena 20 anni, se gioca bene gli Slam (al momento solo un 4° turno a Wimbledon nel 2019) non gli sono preclusi ulteriori avanzamenti nel ranking. Da seguire

Ugo Humbert – Anversa 2020 (via Twitter, @EuroTennisOpen)

ALEJANDRO DAVIDOVICH FOKINA – La garra e la combattività sono quelle “nadaliane”, ottima propensione ai campi veloci, sulla terra al momento non ancora sugli standing iberici. Quest’anno ha navigato a media andatura, iniziandosi a mettere in luce a fine anno. Attualmente nr. 52, c’è da capire se può ambire ad avanzare in maniera decisa nel ranking.

CORENTIN MOUTET – Aveva iniziato il 2020 con il botto, finale a Doha partendo dalle qualificazioni. Poi non ha mantenuto le promesse iniziali. Mano molto educata, ha le carte in regola per venire fuori ed emergere dal gruppo. Vedremo se nel 2021 saprà fare il definitivo salto di qualità. Attualmente nr. 77 ATP

EMIL RUUSVUORI – Tennista finlandese di cui si dice un gran bene da tempo. Ha iniziato a mettersi in luce quest’anno, soprattutto sul veloce. 21 anni, nr. 86 del ranking, semifinalista a Nur-Sultan (la vecchia Astana) nella parte finale della stagione partendo dalle qualificazioni. Tenace e combattivo, non sarà un avversario tenero nei tabelloni del prossimo anno.

LORENZO MUSETTI – Diciamoci la verità, ci stiamo abituando troppo bene e dopo l’esplosione di Jannik Sinner (dal quale ci aspettiamo ancora grandi cose) non ci par vero di aver trovato subito un altro giovane tennista italiano che si inizia a far largo nel circuito. 18 anni, attualmente nr.128 Atp, campione juniores agli Australian Open 2019 e finalista agli Us Open juniores 2018. Terzo turno a Roma battendo tra gli altri Wawrinka e Nishikori, semifinalista in Sardegna nel 2020. Il 2021 sarà l’anno delle verifiche e delle conferme, se saprà stare calmo e non pretendere troppo da sé stesso i risultati non tarderanno ad arrivare.

Continua a leggere
Commenti

Opinioni

Tsitsipas ha vinto a Montecarlo: un segnale importante per il resto della stagione sulla terra?

Il greco è stato bravo e (in parte) fortunato. La domanda ora è: Nadal, Djokovic e Thiem sapranno ristabilire gli equilibri?

Pubblicato

il

La stagione su terra del 2021 è ufficialmente entrata nel vivo questa al Rolex Monte-Carlo Masters, e sorprendentemente il più grande giocatore di sempre sul rosso non ha centrato la vittoria numero 12 al torneo monegasco. Rafael Nadal è infatti stato battuto nei quarti di finale da Andrey Rublev per 6-2 4-6 6-2. A dire il vero, lo spagnolo era lontano dal suo stato di forma migliore: giocando un tennis a tratti falloso e servendo cinque doppi falli nel set di apertura, si è trovato a combattere contro sé stesso e contro un avversario apparso potente, preciso e calmo nei momenti decisivi.

La sconfitta di Nadal ha decretato anzitempo la finale tra Rublev e Tsitsipas, che sono poi effettivamente riusciti a raggiungere la finale. Quest’ultimo è riuscito a sfruttare al meglio un tabellone favorevole, concedendo solo 28 game in cinque partite; apparso in un ottimo stato di forma, è riuscito a tenere sotto controllo le proprie emozioni, migliorando giorno dopo giorno nel corso della settimana. Oltre alla sua bravura, il greco è stato anche fortunato, perché ha evitato una semifinale che sembrava scritta contro Novak Djokovic, arrivato imbattuto in stagione a questo torneo. Djokovic non era il favorito a Montecarlo soltanto a causa della presenza di Nadal, ma tutti si sarebbero aspettati un percorso sicuramente migliore da parte del serbo.

Come Nadal, il serbo ha disputato a Montecarlo il suo primo torneo post-Australian Open e, sicuramente, non è stato favorito dalla lunga assenza dai campi. Dopo il bye al primo turno, Djokovic ha giocato un match solido al suo esordio contro il promettente Jannik Sinner. L’altoatesino arrivava dalla sua prima finale in un Masters 1000 a Miami, e perciò Djokovic non ha sottovalutato la sfida, vincendo nettamente per 6-4 6-2 con una prestazione di prim’ordine. La sua difesa è stata particolarmente impressionante: ha fatto capitolare Sinner più e più volte grazie allo splendido anticipo in risposta, all’ottimo controllo degli scambi e ad una grande prova di rovescio, giocando la partita come se si trattasse di una semifinale o una finale.

 

Eppure, Djokovic è apparso totalmente diverso appena 24 ore dopo, quando è sceso in campo per affrontare Dan Evans negli ottavi di finale. I due non si erano mai affrontati, come successo con Sinner il giorno precedente, ma, a differenza del match contro l’italiano, Djokovic è apparso spaesato, ed il suo gioco solido si è rivelato controproducente al cospetto di Evans. Il britannico ha messo in grande difficoltà Nole, falloso fin dai primi giochi dell’incontro. Prima che potesse rendersene conto, Djokovic ha subito due volte il break nei primi due turni di servizio, trovandosi da subito a rincorrere sullo 0-3 nel primo set. Il serbo è riuscito a recuperare fino al 4-4 per poi cedere nuovamente la battuta, perdendo il primo set 6-4. Nel secondo Djokovic si è portato subito sul 3-0 ma ancora una volta si è trovato a commettere tanti errori non forzati, facendosi rimontare sul 4-4. Ha avuto un set point nel decimo game, mancandolo però con l’ennesimo unforced di rovescio – Evans ha poi vinto l’incontro per 6-4 7-5. Il giocatore britannico ha poi sconfitto David Goffin nei quarti di finale, prima di venire strapazzato in semifinale da Tsitsipas con un netto 6-2 6-1.

Rublev ha invece avuto una strada molto più difficile verso la finale. Negli ottavi ha superato al fotofinish il sempreverde Bautista Agut, ponendo le basi per la battaglia contro Nadal. Il russo ha sfruttato i problemi al servizio di Nadal nel primo set, vincendolo facilmente e portandosi sul 3-1 e poi sul 4-2 nel secondo. Ha inoltre avuto palle break nel quinto e nel settimo game, non riuscendo tuttavia a convertirle grazie alla ben nota caparbietà del maiorchino, capace una volta di più di esaltarsi nel momento di maggior pressione. Vincendo quattro game consecutivi, Nadal ha portato il match al terzo, ma Rublev ha resistito in maniera encomiabile alle controffensive dell’undici volte campione ed è riuscito a vincere 6-2 4-6 6-2, breakkando Nadal tre volte nel set iniziale e altre tre volte nel terzo. Rublev ha poi sconfitto Casper Ruud in due set, accedendo così alla finale.

Sulla carta, la sfida per il titolo appariva come un match tiratissimo – i due giocatori si erano equamente divisi le vittorie nei sei precedenti confronti diretti. Rublev, tuttavia, arrivava da una settimana dura, mentre Tsitsipas era fresco, in fiducia, ed in totale controllo dei colpi da fondo grazie alla sua maggiore varietà; ha così meritatamente sconfitto un Rublev sottotono per 6-3 6-3.

Quindi, come interpretare ciò che è accaduto a Montecarlo? Cosa dobbiamo aspettarci dalla stagione su terra rossa ed in particolare dal Roland Garros?

Cominciamo con Tsitsipas. Non c’è dubbio che abbia vissuto una splendida settimana, suggellata da un trionfo atteso da tanto tempo. Nel 2018 aveva perso la finale contro Nadal al Masters 1000 in Canada, superando Djokovic per la prima volta lungo il suo cammino. Quella era solo la sua settima apparizione in un torneo Masters 1000, e aveva mostrato un tennis brillante per tutta la settimana. A Madrid, l’anno successivo, ha sconfitto Nadal sulla terra battuta in semifinale prima di perdere contro Djokovic. Alla fine di un memorabile 2019, Tsitsipas ha conquistato il titolo più importante della sua carriera alle ATP Finals di Londra, mentre l’anno scorso, quando la pandemia ha sconvolto il mondo, ha avuto l’opportunità di giocare solo tre eventi Masters 1000, e la sua migliore performance è stata la semifinale a Cincinnati/New York. Dobbiamo poi ricordare che è stato un pericolo costante anche negli Slam: ha raggiunto la sua prima semifinale all’Australian Open nel 2019, estromettendo Federer prima di perdere da Nadal; l’anno scorso al Roland Garros è apparso in grande forma, sconfiggendo Rublev e raggiungendo le semifinali prima di cedere a Djokovic in cinque tiratissimi set; questo febbraio, a Melbourne, Tsitsipas ha poi raggiunto la sua seconda semifinale australiana, inchinandosi soltanto a Daniil Medvedev.

Dal 2018, quindi, Tsitsipas ha dimostrato più e più volte di essere un giocatore costruito per i grandi palcoscenici e desideroso di mettersi in gioco contro i migliori al mondo. Questa vittoria a Montecarlo non è una garanzia che arriverà fino in fondo al Roland Garros 2021, ma quantomeno sembra indicare che potrà giocarsi le sue carte sulla terra contro chiunque. Non importa come si esibirà da qui all’inizio del Roland Garros alla fine di maggio, perché in virtù di questa straordinaria vittoria Tsitsipas si è posizionato di diritto come un contender a Parigi. Si presenterà in Francia con la convinzione che le sue possibilità siano buone come quelle di chiunque altro al di fuori di Nadal e, forse, di Djokovic.

Come devono essere valutati gli altri candidati principali in attesa che si svolgano i prossimi tornei sulla terra battuta? Non credo che Nadal sarà giù di morale dopo la sconfitta contro Rublev: sa che è stato uno di quei giorni in cui si è imbattuto in un avversario pressoché perfetto, peraltro in una serata in cui l’aria era fredda ed il vento pesante. Nadal può sopportare venti vorticosi meglio di chiunque altro nel tennis, ma l’aria più fredda lo ha ostacolato notevolmente e ha tolto vivacità al rimbalzo dal suo caratteristico dritto – non ha avuto modo di far giocare a Rublev un numero sufficiente di colpi sopra le spalle.

Questa settimana Nadal è la tds N.1 nel torneo di Barcellona, e mi aspetto che vinca per la dodicesima volta uno dei suoi tornei preferiti. Anche Rublev e Tsitsipas sono iscritti al torneo spagnolo, e potrebbero incontrarsi in semifinale. Il tabellone di Nadal mi fa pensare che non possa perdere a Barcellona prima della finale; inoltre, essendo appena uscito da una sconfitta a Monte Carlo, Rafa sarà terribilmente desideroso di vendicare la sua sconfitta contro Rublev a Montecarlo e di rispondere a Tsitsipas, che ha sorpreso lo spagnolo rimontandolo nei quarti dell’Australian Open. Prima di quest’anno, a Nadal era capitato solo contro Roger Federer in una splendida finale di Miami nel 2005 e contro un indemoniato Fabio Fognini sotto le luci dello US Open 2015.

Anche Djokovic è tornato in azione questa settimana all’ATP 250 di Belgrado. Esibirsi di fronte ai fan di casa dovrebbe ispirarlo, consentendogli di fare ammenda per Montecarlo e forse di ottenere il titolo numero 83 in carriera. A Belgrado saranno presenti, tra gli altri, anche il semifinalista dell’Australian Open Aslan Karatsev, l’americano Sebastian Korda ed il numero uno italiano Matteo Berrettini. Gli avversari saranno forti ed agguerriti, ma Djokovic ha sicuramente buone possibilità di conquistare il titolo ed accendere definitivamente la miccia della sua campagna su terra.

Inizialmente anche Dominic Thiem avrebbe dovuto giocare a Belgrado, ma si è chiamato fuori per un problema al ginocchio. L’austriaco aspetterà gli eventi Masters 1000 di Madrid e Roma per esibirsi sulla terra battuta dopo un inizio preoccupante di 2021. Dopo aver vinto il suo primo major allo US Open e nonostante la cocente sconfitta contro Medvedev nella finale delle ATP Finals, Thiem appariva il candidato numero uno a spodestare Djokovic e Nadal dal trono della classifica ATP. Ciononostante, il suo 2021 è iniziato in maniera incredibilmente opaca: dopo una sconfitta per 6-4 6-4 6-0 negli ottavi per mano di Grigor Dimitrov all’Australian Open quando apparentemente era alle prese con un infortunio, Thiem ha vinto solo una partita tra Doha e Dubai, e da allora non ha più giocato – il suo record stagionale è fermo a 5-4.

Così le sue prestazioni a Madrid e Roma, in attesa del Roland Garros, potrebbero essere fondamentali per determinare le sue ambizioni per il resto dell’anno. Dei suoi 17 titoli ATP in carriera, 10 sono arrivati sulla terra battuta; inoltre, l’austriaco è già arrivato due volte in finale all’Open di Francia. Ora, però, sembra che stia lottando immensamente contro le sue insicurezze, ed è chiaramente ad un bivio emotivo.

Ribadisco il mio pensiero: credo che Nadal sarà il vincitore a Barcellona e Djokovic a Belgrado. I protagonisti avranno quindi una settimana di ferie prima di trasferirsi a Madrid e Roma, dove ci aspettano splendidi tornei sulla terra rossa. Credo che Tsitsipas possa vincere uno dei due, così come Rublev. In quelle due settimane cruciali, penso che anche Sascha Zverev dimostrerà ancora una volta quanto sia forte sulla terra battuta: il tedesco ha vinto il suo primo titolo Masters 1000 a Roma quattro anni fa, e anche quest’anno sarà un serio contender sia a Madrid che a Roma. Thiem, inoltre, arriverà in fondo ad almeno uno di questi due tornei. Cosa dobbiamo pensare di Medvedev? Tutti e dieci i suoi titoli in carriera sono arrivati sui campi in cemento; inoltre, si è dovuto ritirare da Montecarlo perché è risultato positivo al coronavirus. Forse il numero due del mondo tornerà il mese prossimo per competere sulla terra battuta, ma difficilmente sarà in piena forma.

Nadal ha sempre avuto problemi con l’altitudine di Madrid; tra tutti gli eventi su terra, è sicuramente quello che ama di meno. Ha vinto Monte Carlo e Barcellona 11 volte ciascuno e Roma nove volte. Ha vinto 60 dei suoi 86 titoli in carriera sulla terra battuta (producendo un incredibile record di 447-41), inclusi 13 Roland Garros, ma ha vinto Madrid solo quattro volte sulla terra battuta (più un’altra sul cemento indoor). Quindi per il torneo spagnolo vedo qualcun altro come campione. Djokovic, Zverev e Thiem potrebbero essere i tre principali contendenti, ma anche Sinner sarà da tenere d’occhio. Roma? Sebbene Djokovic abbia conquistato il suo quinto titolo lo scorso anno, credo che Nadal si riprenderà lo scettro conquistando il suo decimo titolo.

Nel frattempo, Roger Federer ha annunciato i suoi prossimi impegni: giocherà l’ATP 250 di Ginevra la settimana dopo Roma, a cui farà seguito la sua diciannovesima presenza al Roland Garros. Il campione dell’Open di Francia 2009 certamente non vincerà un secondo titolo quest’anno, ma adora giocare lì. Può arrivare alla seconda settimana con un buon tabellone, e probabilmente perderà agli ottavi o ai quarti, o, nella migliore delle ipotesi, in semifinale. Non mi spingo oltre con le previsioni in attesa del Roland Garros – voglio vedere come se la caveranno i migliori giocatori a Madrid e Roma prima di fare pronostici seri per Parigi. Nel frattempo, non vedo l’ora di vedere tutte le evoluzioni tennistiche dei top player in questo mese, su una superficie che tira fuori il lato più artistico del tennis. Questo è il periodo dell’anno in cui tutto prende vita nel mondo del tennis.

Traduzione a cura di Marco Tidu


Steve Flink si occupa di tennis a tempo pieno dal 1974, quando ha iniziato a lavorare per World Tennis Magazine, dove è rimasto fino al 1991. Ha poi lavorato per Tennis Week Magazine dal 1992 al 2007, mentre negli ultimi 14 anni ha scritto per tennis.com e tennischannel.com. Flink ha scritto quattro libri sul tennis: “Dennis Ralston’s Tennis Workbook”, pubblicato nel 1987; “The Greatest Tennis Matches of the Twentieth Century”, nel 1999; “The Greatest Tennis Matches of All Time”, nel 2012; e “Pete Sampras: Greatness Revisited”. Quest’ultimo è uscito nel settembre del 2020 e può essere acquistato in lingua originale su Amazon.com. Flink è entrato a far parte della International Tennis Hall of Fame nel 2017.

Continua a leggere

Opinioni

Tennisti e vaccino anti Covid-19: si allarga il contingente dei no-vax

Intervistati da Ben Rothenberg, si schierano contro la profilassi Rublev, Schwartzman, Svitolina e Sabalenka. Favorevole Osaka. ATP e WTA all’unisono: “Vaccini consigliati, ma nessun obbligo”

Pubblicato

il

In foto Simona Halep, la prima tennista a pubblicare una foto dopo essersi vaccinata

È la questione più dibattuta al mondo, destinata a soggiornare sulle prime pagine di ogni organo di stampa per molti mesi ancora, almeno fino a quando la campagna vaccinale arriverà agli agognati sgoccioli. Vaccini sì o vaccini no? I vantaggi dell’inoculazione saranno superiori alle conseguenze del rifiuto? Un dibattito logorante, anche se il filato dell’interrogazione sembra per lo più realizzato in lana caprina.

Al di là di alcune prese di posizione al limite del mostruoso, il grande dubbio che circonda l’utilizzo della ‘bomba H’ progettata per mettere definitivamente all’angolo il virus – contro cui purtroppo non esistono profili terapeutici di efficacia certa – non può non interessare il tennis, lo sport sballottato con più veemenza dai cupi soffi della pandemia. Organizzato in Tour e quindi per sua stessa costituzione incline a valicare confini tutte le settimane, costretto ogni volta a misurarsi con faldoni normativi diversi da Stato a Stato e a cambiare di continuo aeroporti, alberghi e palestre, il mondo della racchetta è sin dai primi giorni al centro del cataclisma, obbligato a cercare soluzioni scomode che, comprensibilmente, vista la delicatezza del problema, si scontrano con le multiformi sensibilità delle parti in causa.

La primigenia esternazione, genitrice dell’aspra dicotomia sul tema, fu quella di Novak Djokovic, contrario alla profilassi da tempi non sospetti: la presa di posizione del numero uno al mondo, cui venne all’istante affibbiato dagli avversari politici il maligno soprannome Novax, seguita dalla disinvolta gestione del discusso Adria Tour da lui patrocinato, aprirono la tesa tavola rotonda, ormai quasi un anno fa. Per carisma, ruolo e facondia eccellente nel creare proseliti, o anche senza nesso di causalità e semplicemente perché si tratta di uno scetticismo diffuso, tra i colleghi più giovani c’è chi la pensa allo stesso modo. Giusto nella giornata di martedì, il celebre corrispondente del New York Times Ben Rothenberg ha raccolto le dichiarazioni di cinque professionisti, due donne e tre uomini, invitati a riferire le loro intenzioni: si vaccineranno? Non lo faranno? E se sì, quando?

 
Qui trovate raccolti i pareri di Svitolina, Rublev, Sabalenka e Schwartzman

La tendenza generale delle risposte restituisce perlomeno una generale mancanza di visione d’insieme, un pizzico di qualunquismo egoista e una spolverata di bizzarre convinzioni. Elina Svitolina e Andrey Rublev, posizionati grossomodo sulla medesima falsariga, sottolineano come la vaccinazione non porterebbe loro alcun vantaggio, o addirittura alcun privilegio, per dirla con il russo. Il fatto che il famoso vaccino diminuirebbe la possibilità di trasferire il virus al prossimo evidentemente non stimola il loro interesse. “La nostra situazione non migliorerebbe granché – hanno fatto sapere i due più o meno in coro -, l’ATP, la WTA e i governi locali ci obbligherebbero comunque a stare nella bolla e a passare un periodo di quarantena dopo ogni trasferimento“. La convinzione del russo non sembra poggiare su basi solidissime: “Da quali presupposti deriva questo rifiuto? Non lo so, non saprei risponderti“.

La tennista da Odessa teme effetti collaterali e soprattutto i pochi test effettuati prima della distribuzione di massa; come Aryna Sabalenka, la quale, per la presumibile soddisfazione di Djokovic, condisce la dissertazione con un po’ di mistica scientifica. “Non credo nel vaccino – ha detto a Rothenberg la bielorussa -; se sarò obbligata a farlo per poter giocare i tornei allora non avrò scelta, ma di sicuro non permetterò che i miei famigliari lo facciano. Se dovessi essere costretta, sceglierei comunque quello più caro sul mercato, perché più sicuro, e con meno probabilità di inficiare il mio corredo genetico“. Questa è una inesattezza piuttosto grossa, qui è spiegato brevemente perché.

Anche Diego Schwartzman si schiera dalla parte del no. “Sono contrario, i vaccini non fanno parte né della cultura né tantomeno della tradizione della mia famiglia. Inoltre, al momento l’approvvigionamento è parecchio problematico in Argentina. Se l’ATP ci ha detto che potrebbe provvedere? Non proprio. Abbiamo sentito dire molte volte che il Comitato Olimpico potrebbe aiutarci in vista dei Giochi di Tokyo. Se ciò sarà possibile per noi atleti, e la somministrazione dovesse essere attuata nella perfetta osservanza di tutti i crismi legali e clinici, potrei prendere in considerazione la possibilità di farlo“. L’unica voce fuori dal coro, tra gli interrogati, è quella di Naomi Osaka. La numero due del mondo ha tagliato corto, limitandosi a rispondere “mi vaccinerò sicuramente, quando sarà il mio turno“.

Posto che le decisioni dei giocatori potrebbero drasticamente cambiare indirizzo una volta che i diversi Stati chiariranno le rispettive politiche in tema di ingressi e soggiorni (è praticamente certo che Australia e Cina consentiranno l’accesso al territorio nazionale solo ai vaccinati, con buone probabilità di essere imitate da altri Paesi), un numero tanto elevato di voci univoche contrarie alla pratica ha creato un discreto sconquasso nelle stanze dei bottoni, forzando due comunicati di tenore pressoché identico rilasciati a stretto giro di posta da ATP e WTA.

Basandosi sulle evidenze scientifiche emerse, ATP raccomanda a tutti la vaccinazione al COVID-19 – si legge nel bollettino dell’Associazione Tennisti -. Parallelamente, restiamo a disposizione per sostenere e supportare la distribuzione a tutti i livelli e in tutto il mondo, dando priorità a chi avrà maggiore necessità di protezione. Inoltre ci stiamo confrontando con infettivologi e virologi per valutare le migliori strategie di somministrazione quando le dosi saranno disponibili su larga scala, mentre collaboriamo con altre leghe sportive internazionali e consulenti esterni con l’obiettivo di individuare le modalità di gestione migliori nell’ambito dello sport. Qualsiasi aggiornamento ulteriore riguardo ai prossimi passi da compiere e alle opzioni di vaccinazione disponibili per i nostri atleti verrà comunicato con la massima tempestività“.

Una nota protocollare, non dissimile dalla gemella parimenti impiegatizia ma leggermente più decisa resa pubblica dalla controparte femminile. “La WTA crede nel vaccino e incoraggia chiunque a sottoporvisi. Ciò sarà decisivo per proteggere dal virus l’individuo vaccinato e colui che ancora non lo è, accelerando il processo di ritorno alla normalità tanto agognato. Insieme ai fidati consulenti della Mayo Clinic (l’organizzazione non-profit per la ricerca medica con sedi a Rochester, Jacksonville e Phoenix, NdR) saremo in grado di assistere gli atleti e consigliarli al meglio sui benefici che i diversi vaccini sul mercato garantiscono. Detto questo, la WTA non obbligherà nessuna giocatrice a vaccinarsi, in quanto decisione personale insindacabile che rispetteremo, qualunque essa sia“.

CONCLUSIONI

Osserveremo, con la dovuta preoccupazione visti i chiari di luna, quello che accadrà. Nel frattempo ci permettiamo di considerare igienica una riflessione: i giocatori sono anche dei piccoli capi-azienda, con la responsabilità di stipendiare un team più o meno nutrito di allenatori, fisioterapisti e preparatori con i quali, per dieci mesi l’anno, intrattengono rapporti pressoché simbiotici: è lecito sospettare che le giovani star possano condizionare la vita di chi lavora nella squadra con le loro scelte. Scelte che nella stragrande maggioranza dei casi non sembrano fondate su processi cognitivi conclusi con profitto.

Per comprendere compiutamente cosa siano gli mRNA, ma anche solo i processi di replicazione del genoma, fior di specializzati in biologia molecolare ci hanno rimesso qualche bocciatura nel percorso di studi. Le persone comuni, nel cui novero ci onoriamo di accasarci insieme ai tennisti e alla stragrande maggioranza dei bipedi che popolano questa landa desolata chiamata Terra, hanno solitamente bisogno di un aiuto qualificato per leggere le analisi del sangue quando arriva il referto, figuriamoci il resto.

Noi, provando a restare il più possibile adesi alle evidenze scientifiche, ci rifacciamo a una nota pubblicata in data 29 marzo dall’ECDC (European Centre for Disease Prevention and Control) che in sostanza riassume il seguente concetto: è stata provata l’efficacia dei vaccini nel ridurre le forme più severe di COVID-19, e sebbene i trial di studio non siano stati strutturati per misurare la riduzione del rischio di trasmissione del virus da parte di chi si vaccina, ma appunto per evitare che la gente contragga forme gravi della malattia, è comunque presumibile che la vaccinazione abbia un effetto preventivo anche sulla trasmissione del virus. A conferma di questa teoria esiste un solo studio, sviluppato in Scozia, in cui si segnala come la vaccinazione di un membro della famiglia riduca del 30% le possibilità di contagio dei conviventi, e solo attraverso ulteriori indagini (effettuate su campioni più ampi) si potranno avere conferme definitive in tal senso. Le autorità sanitarie affermano che, al momento, è ragionevole crederlo.

Chiudiamo parafrasando il mirabile articolo scritto proprio ieri da Simon Briggs sul Telegraph. Occorre comprendere come molti giocatori, prima dell’inizio della pandemia, abbiano vissuto in un’antesignana bolla: quella fatta di agenti, sponsor, coach e danti causa dei più disparati: c’è da sospettare che qualcuno, nel percorso di crescita filtrato da una lente lattiginosa deformante, abbia precocemente smarrito il contatto con la realtà.

Continua a leggere

Opinioni

Che strano Miami Open: senza Big, seduto sulla Faglia di Sant’Andrea del tennis

Fa caldo, non ci sono tifosi, i tennisti rischiano il collasso in campo e qualcuno sbrocca. Sullo sfondo, la crisi politica e un tentativo di rivoluzione. Con Pospisil Robespierre

Pubblicato

il

Vasek Pospisil, prossimo a spaccare la racchetta

Un po’ ce lo aspettavamo, bisogna dirlo. I ventidue rinunciatari su settantanove aventi diritto a partecipare al Masters 1000 di Miami erano un discreto segnale, quasi una sirena d’allarme. Non si tratta di uno dei tornei più longevi del circuito – la prima edizione è datata 1987, dopo due anni tra Delray Beach e Boca West – ma il Miami Open è riuscito a costruirsi una sua identità nel circuito. Anche grazie all’unione immateriale con Indian Wells, assieme a cui forma il Sunshine Double che nel 2020 è saltato per intero e quest’anno deve reggersi su una gamba sola, quella a mollo sulle rive della East Coast. L’altra metà dell’identità del torneo di Miami è quella latina, che del resto pervade tutta la Florida (più di quanto accada in California): pensate che prima del torneo è previsto un Media Day tutto latino, riservato ai tennisti sudamericani, e che lo sponsor che dà il nome al torneo dal 2015 – Itaù – è una banca brasiliana che negli Stati Uniti ha appena due o tre uffici di rappresentanza. Si potrebbe quasi dire che è un torneo con radici sudamericane prestato alla Florida.

L’edizione 2021 sembra del tutto priva di questa identità, però. Il pubblico praticamente non c’è, o comunque quei pochi che siedono sugli spalti non sono sufficienti a restituire alcun ‘calore latino’; chiedere a Galan, colombiano, che ha rovesciato il pronostico contro de Minaur ma in cambio ha ricevuto solo qualche timido applauso. Il torneo non sembra ancora essersi adattato al cambio di sede del 2019, nonostante un profondo sforzo logistico nell’area dell’Hard Rock Stadium (infarcita di palme e campi ground) che adesso ospita la competizione; Key Biscayne (Crandon Park) era un incubo per gli spostamenti, ci assicura chi lo ha frequentato più volte, ma era uno splendido posto per giocare a tennis.

Gli spalti vuoti certamente peggiorano la resa televisiva degli incontri, ma si ha la costante sensazione che le partite si stiano giocando in un parcheggio, o comunque in un luogo di passaggio. Appare però necessario rimandare il giudizio alla prima edizione che si disputerà con il pubblico e – soprattutto – con i migliori ai nastri di partenza. Questo è il primo Masters 1000 privo di Fab 3 da Bercy 2004: per darvi un contesto, a quel torneo parteciparono appena quattro giocatori che oggi sono ancora in attività – Feliciano Lopez, Tsonga, Monfils e Robredo – e il vincitore fu Marat Safin, uno che sembra appartenere a tutt’altra epoca tennistica (e infatti è così).

A tutte queste difficoltà si aggiunge un caldo piuttosto umido che sta influenzando la qualità degli incontri. Le povere Ahn e Jabeur hanno addirittura vomitato in campo, a causa delle difficili condizioni atmosferiche, così come una raccattapalle durante il match tra Galan e de Minaur. Paire si è tolto e rimesso la maglietta (completamente nera: non una gran scelta, Benoît) praticamente a ogni cambio campo contro Musetti, un match che già non aveva particolare voglia di giocare. Zverev non ha opposto grossa resistenza alla rimonta di Ruusuvuori, piegandosi sulla racchetta ogni due per tre con il sudore a colargli dalla fronte. Jack Draper ha addirittura rischiato di svenire in campo (e infatti si è ritirato). Chi è sul posto conferma: le temperature non saranno altissime, ma è complicato stare al sole per molto tempo.

Vika Azarenka, che da poco si è trasferita a Miami, ha spiegato la strana sensazione di giocare un torneo che ha una storia trentennale eppure sembra del tutto nuovo. “Beh, sicuramente è il torneo per giocare il quale ho fatto meno strada, e questo aiuta. Se mi sento a casa? Mi ci sto abituando: ho la sensazione che la vecchia sede fosse più confortevole, così questo mi sembra più un torneo nuovo che il ‘solito’ Miami Open“. Anche i campi sono diversi, e un po’ tutti i giocatori li stanno trovando piuttosto lenti. Vika conferma: “Sono abbastanza d’accordo. La palla rimbalza molto, ma allo stesso tempo a volte viaggia più veloce. Dipende dal tipo di colpo: alcune palle, quelle con più spin, vanno piuttosto lente, mentre i colpi piatti viaggiano un po’ di più. Dipende dallo stile di gioco“. Più di qualche big server in effetti è saltato (Opelka, Querrey, Zverev, Kudla, Anderson) ma non è detto che ciò sia accaduto solo per la lentezza dei campi – del resto Raonic e Isner sono ancora in pista.

Un po’ di polemica, Q.B.

Insomma, manca il pubblico, mancano alcuni dei giocatori più forti, sinora sta mancando anche lo spettacolo. Eppure il Miami Open ha trovato il modo di far parlare di sé, anche grazie a un paio di elementi di polemica.

Il primo lo ha riportato a galla proprio Paire, che per amore dei 16.000 dollari di montepremi (altrimenti perché andare a Miami?) ha fatto poco più che presenza contro Musetti. C’è chi dice che dovrebbero impedirgli di partecipare ai tornei se ha poca voglia di giocare, qualcuno addirittura dice che bisognerebbe azzerare soldi e punti riservati a chi perde al primo turno (non c’è bisogno di spiegare perché è una proposta sciocca, basti dire che al primo turno perde anche chi s’impegna molto). Paire ha risposto così, sulle colonne de L’Équipe: “Mi vogliono squalificare? Dicono che non ho diritto di stare qui? Io faccio del mio meglio, e a volte il mio meglio non è granché. Ma non vedo perché dovrebbero squalificarmi. Dai, ci vediamo a Montecarlo; un grande torneo, non vedo l’ora di combattere“. Di sicuro non gli mancano sarcasmo e levità nell’affrontare la questione.

Il secondo elemento è decisamente più interessante, nonché più preoccupante per il futuro del tennis. La scen(eggi)ata di Pospisil durante la partita contro McDonald, che ha visto il canadese insultare pubblicamente Gaudenzi (reo a sua volta di averlo rimbrottato ‘per un’ora e mezza’ durante l’ultimo meeting tra i giocatori e l’establishment dell’ATP), è quasi certamente il sintomo di un malessere profondo, la crepa in superficie di una frattura che somiglia sempre di più alla Faglia di Sant’Andrea del tennis contemporaneo. Ma prima di illustrare la faglia, vorremmo esprimere la nostra solidarietà al povero Arnaud Gabas, giudice di sedia, che in questa storia proprio non c’entrava nulla e si è ritrovato a dover gestire le ire di Pospisil dopo aver già preso una pallata in un occhio da un altro tennista canadese, Shapovalov; se chiederà di non arbitrare più un nordamericano, capiremo.

Secondo indiscrezioni del sito Opencourt, Gaudenzi e compagnia avrebbero dato a Pospisil del maleducato e ignorante durante il meeting incriminato, costringendolo alle lacrime. Per chi non ha seguito queste beghe sin dal principio: perché proprio Pospisil? Il canadese e Djokovic, nel pieno della bolla newyorchese dello scorso agosto, si sono dimessi dal Player Council dell’ATP per fondare la PTPA, una nuova associazione atta a rappresentare con maggiore attenzione gli interessi dei giocatori. Dunque, pur essendo ormai fuori dagli organi consultivi dell’ATP – prima dell’elezione dei nuovi membri del Council del dicembre 2020, è stato impedita la candidatura a chi aveva già aderito alla PTPA – Pospisil rimane il Robespierre dei tennisti in questo tentativo di rivoluzione. Tanto più in assenza di Djokovic, che a Miami ha scelto di non giocare.

Il tennis ha sicuramente dei problemi, esacerbati dalla pandemia. È uno sport in cui gli Slam contano più di quanto dovrebbero, e sicuramente più degli organi in teoria incaricati di gestire il tennis professionistico (ATP e WTA); è uno sport in cui c’è una grossa sproporzione tra primi della classe e tennisti ai margini della top 100, più di quanta ce ne sia in qualsiasi altro sport individuale o di squadra; è uno sport che fa grosso affidamento sul ticketing e in questo momento di biglietti non se ne vendono; è uno sport che, come dice Gaudenzi, ottiene meno di quello che dovrebbe ottenere dai diritti televisivi se consideriamo quanti appassionati ci sono nel mondo. Il grafico pubblicato in questo ottimo articolo di Bloomberg (se masticate l’inglese, consigliamo vivamente la lettura; altrimenti aspettate la nostra traduzione, è in arrivo) riassume la situazione.

 YouGov Sports, SportsBusiness Annual Media Report 2018

Anche la contro-proposta di Pospisil e Djokovic ha dei problemi, però. Nello specifico, non sembra davvero una proposta ma piuttosto un tentativo di cambiare lo status quo senza un piano preciso. Dire di voler essere rappresentati meglio e di voler avere montepremi più alti non è sufficiente, quando ci si vuol sedere ‘al tavolo dei grandi’.

Lo ha spiegato benissimo il doppista Marcus Daniell, inizialmente affiliato alla PTPA e inserito anche nel gruppo WhatsApp della neo-associazione, in una puntata del podcast Baseline Exchanges. “Mi è sembrata un’organizzazione davvero amatoriale. Mi hanno inviato un documento da firmare, io l’ho mostrato a mia moglie e alla moglie del mio partner di doppio, entrambi avvocati, e si sono messi a ridere dicendo che nessuno firmerebbe un documento del genere. Non penso che la struttura che stanno cercando di mettere in piedi possa essere un miglioramento rispetto all’ATP. E non mi è piaciuto come hanno risposto alle mie domande, le hanno percepite come un attacco personale. Semplicemente non pensavo [il documento, ndr] fosse buono abbastanza per una organizzazione professionale“.

Sotto alcuni punti di vista, questo stallo tennistico alla messicana ricorda molto la situazione politica che ha favorito l’ascesa del Movimento 5 Stelle in Italia: la progressiva sfiducia nei confronti della classe dirigenziale e la voglia di cambiare le cose, così da riporre in soffitta la ‘vecchia politica’ (che ha le sue colpe, come certamente le ha l’ATP per alcune mancanze di gestione) e mettere al centro i cittadini (in questo caso i tennisti). Se non che il sostegno al partito italiano (nato nel 2009) si è fatto massiccio in breve tempo, mentre alla PTPA hanno aderito soltanto alcuni giocatori. Federer e Nadal, per dirne due che hanno un certo peso, si sono schierati subiti dalla parte opposta.

Oltre che dal numero 1 del mondo, dopo la sua sfuriata Pospisil ha ricevuto attestati di solidarietà anche da Isner, Johnson, Sandgren, Karlović, Harrison, Rajeev Ram e dai connazionali Raonic e Shapovalov (il quale ha detto ‘Non siamo sotto-rappresentati, ma potremmo comunque essere rappresentati meglio‘). Vedremo come andrà a finire. Di sicuro il Miami Open sta raccontando una storia che non può essere ignorata: il tennis professionistico non gode di ottima salute. E i tumulti continueranno.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement