Tennis e dati: cronaca di una partita con il 'charting'. Djokovic-Federer a Bercy 2018

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Tennis e dati: cronaca di una partita con il ‘charting’. Djokovic-Federer a Bercy 2018

Nell’ultimo articolo abbiamo fatto un’analisi basata sui numeri di dominio pubblico; oggi facciamo un passo in più usando quelli raccolti da Ubitennis. Si parla ancora di Federer e Djokovic edella bellissima semifinale indoor di Parigi

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Roger Federer e Novak Djokovic - ATP Parigi-Bercy 2018 (foto via Twitter, @RolexPMasters)

Siamo arrivati alla fine della serie pensata dalla redazione per parlare dell’evoluzione delle statistiche nel tennis, sia in termini di strumentazione per la loro raccolta che di sfruttamento. Divulgazione a parte, però, qual è l’utilizzo che il giornalismo di settore può fare dei cambiamenti che continueranno a susseguirsi nel mondo del tennis? Oggi vogliamo proporre un esempio di come l’analisi delle partite potrebbe cambiare su questo stesso sito. 

Disclaimer: un lavoro di questo tipo è naturalmente pensato per i match più importanti del circuito, quelli che fanno parlare di sé per giorni (e più) sia prima che soprattutto dopo il loro svolgimento; l’idea è quella di continuare a fornire la consueta informazione post-partita, a cui seguirebbero nei giorni successivi, per chi fosse interessato, degli approfondimenti sulle cause profonde del risultato da ritrovarsi nel cosiddetto match charting – in poche parole, si passerebbe dalla descrizione all’interpretazione informata delle partite attraverso la raccolta dati punto per punto. 

Nell’ultimo articolo si è parlato di Federer-Djokovic, semifinale di Bercy 2018, facendo riferimento solo alle statistiche reperibili sul sito dell’ATP. Oggi proveremo a raccontare lo stesso match utilizzando la lente di un database molto più ampio costruito da Federico Bertelli, che già aveva iniziato ad affrontare l’argomento parlando della sfida fra Sinner e Zverev a Colonia, come si intuirà dallo stile delle grafiche. La scelta del match di Parigi si può ricondurre a tre motivi: in primis, fu una partita straordinaria; secondo, è un incontro di cartello; terzo, e più importante, sappiamo che per questi due giocatori in particolare (ma non solo) è importante avere a disposizione analisi sempre più raffinate, e questo significa che dobbiamo supporre che la narrativa di un loro match risenta di queste informazioni, giustificando perciò un lavoro di questo tipo. 

 

FLASHBACK

Facciamo dunque finta che la partita si sia giocata due o tre giorni fa. La prima vittoria 1000 del povero Khachanov è stata rapidamente riposta in un cassetto in virtù di quanto si è visto il giorno prima in una semifinale memorabile – specificamente, la psiche collettiva degli appassionati è ancora ferma qui.

Detto questo, però, ci si potrebbe chiedere: qual è stata la chiave per Nole in un match in cui non ha mai tolto la battuta all’avversario (0/12 lo score nelle palle break, una delle quali è il riflesso Jedi di cui sopra) in tre ore e due minuti di gioco? Per rispondere ci concentreremo su tre dati: la lunghezza degli scambi, i colpi chiave (o “key shots”), vale a dire quelli con cui un giocatore prende il sopravvento nello scambio, e la direzione del servizio.  

DURATA DEGLI SCAMBI

Il mantra ripetuto da qualche anno da Craig O’Shannessy è che circa il 70 percento dei punti nel tennis maschile si chiudano entro i quattro colpi, e che di conseguenza i match si decidano in questa tipologia, a maggior ragione su una superficie indoor, dove la maggior pulizia del colpo consente di mettere più pepe ai colpi, favorendo quindi una maggior assertività ad inizio scambio. Ebbene, il match scelto non risponde a questi assunti (quasi degli assiomi ormai), come si evince dalla prima grafica del nostro charting:

(clicca per ingrandire)

Non solo la partita è stata vinta dal giocatore che ha portato a casa meno punti rapidi (seppur di poco), ma la percentuale di scambi giocati sopra i 4 colpi è stata decisamente più elevata del “canonico” 30 percento, assestandosi al 41,6. Di seguito si può vedere il grafico delle tipologie di scambi, suddivisi in base alla percentuale di punti vinti (il cerchio più esterno rappresenta gli scambi sopra i nove colpi, poi quelli fra i cinque e i nove, e infine quelli sotto i cinque):   

Djokovic ha dunque prevalso principalmente grazie agli scambi lunghi, e poco importa che la maggior parte siano avvenuti nei suoi turni di servizio (Tennis Abstract mostra che oltre un terzo dei punti sulla battuta di Djokovic hanno superato i sette colpi, per Federer meno di un quinto, e oltre due terzi degli scambi sopra i nove colpi sono stati sul servizio di Nole), perché come vedremo la sua resa alla battuta è stata pressoché perfetta, e la sua abilità nel manovrare il punto senza esporsi a rischi eccessivi non si scopre certo oggi (o nel novembre del 2018, in questo caso). 

Il fatto che il serbo abbia vinto più scambi lunghi non sorprende, e anzi indica una superiorità nella gestione della partita che verrà ribadita nelle altre due sezioni, nonché una maggiore abilità nel creare un habitat più consono alle proprie abitudini: sempre il blog di Jeff Sackmann mostra che la lunghezza media degli scambi di Nole in carriera (o almeno nei match considerati, che sono 370 nel suo caso, un sample robusto) è di 4,8 colpi al servizio e 4,9 in risposta contro i 3,6 e 4,1 di Federer.  

KEY SHOTS 

L’analisi dei colpi chiave, in generale, ci mostra la dipendenza dello svizzero dal servizio già mostrata dal precedente articolo; questo colpo, infatti, copre 45 dei 100 key shots eseguiti nel corso del match, con una percentuale di successo superiore al 90 percento (41 su 45):

Djokovic ha invece distribuito maggiormente la propria assertività, visto che la battuta è stata il fattore decisivo per lui in 26 occasioni (25 volte ha fatto il punto), quindi circa il 30 percento, mentre la sua risposta ha fatto da key shot in 16 occasioni contro le sole 3 dell’avversario:

Soprattutto, però, vediamo la prevalenza di Nole sulla diagonale di sinistra: Djokovic ha infatti vinto il 100 percento dei punti quando il suo rovescio è stato il colpo chiave dello scambio (in altre parole, Federer non è mai riuscito a ribaltare l’inerzia dello scambio quando Nole è entrato con il colpo bimane), ed è anche riuscito in tre occasioni su otto a vincere il punto quando Roger ha spinto con il rovescio lungolinea. In realtà anche Federer ha vinto il 100 percento dei punti quando il colpo decisivo è stato il suo rovescio in cross; il problema è che è riuscito a farlo in una sola occasione, mentre il vincitore del match ha prevalso grazie a quella diagonale in ben 13 circostanze. 

Lo slice, invece, è l’epitome del numero da interpretare: è vero che Federer ha vinto tutti i punti in cui lo slice è stato il colpo decisivo (7 su 7), ma è anche vero che si tratta di un colpo la cui natura è, potremmo dire, ‘guastatrice’ se non addirittura interlocutoria, perché raramente dà il punto diretto e generalmente funziona solo se usato con giudizio, almeno contro avversari della caratura di Djokovic. Inoltre, è un colpo che in molti casi si traduce in uno stato di passività nello scambio: Roger ha infatti colpito più della metà dei suoi rovesci con il back (80 su 155, secondo Tennis Abstract), e questo ridimensiona parecchio la percentuale di volitività del colpo, e di conseguenza la sua validità come tattica. 

Dal canto suo, infatti, Nole non ha mai usato il rovescio tagliato come colpo decisivo, essenzialmente perché non ne ha mai avuto bisogno (ne ha giocati solo 10 su 97 rovesci), e questo ci dà la dimensione della sua abilità di dettare il gioco con il colpo, soprattutto quando consideriamo che entrambi hanno giocato più rovesci che dritti nel corso dell’incontro – addirittura il 62,2 percento dei colpi da fondo di Federer sono stati rovesci, una chiara indicazione del fatto che, se da un lato lo slice poteva essere un’arma tattica, dall’altro il pallino del gioco è quasi sempre stato nelle mani del serbo. 

DIREZIONE DEL SERVIZIO

Nonostante la lunghezza degli scambi, si sta pur sempre parlando di un match indoor su una superficie rapida, dettato per tutta la sua durata dal servizio, visto il solo break operato in oltre tre ore. Ma che scelte hanno fatto i due in termini di direzione del colpo? Partiamo da Federer. Di seguito vediamo i dati relativi al servizio da destra

Queste, invece, le percentuali da sinistra:

Possiamo notare come con la prima lo svizzero abbia scelto di non sfidare la velocità di esecuzione dell’avversario, evitando di servire al corpo, ma se da destra la preferenza è stata per il servizio esterno atto ad aprirsi il campo (la velocità media complessiva della prima di Federer è stata di 189 chilometri orari, non elevatissima), da sinistra si è seguita con maggior successo la logica dell’imprevedibilità, con una distribuzione pressoché equa fra servizio esterno e centrale, con percentuali di successo simili (76 e 72 percento, entrambe più alte rispetto alla prima da destra). Sono invece più diluite, come logico, le percentuali di direzione della seconda, anche se in entrambi i casi la preferenza è stata per il kick verso il rovescio di Nole.

Passiamo invece a Djokovic. Questi i dati da destra:

E questi quelli da sinistra:

Anche in questo caso si delineano delle scelte ben precise, scelte che confermano la strategia di Nole già evidenziata nella sezione sui key shots: in tutte e quattro le categorie prevale infatti la ricerca del rovescio di Federer – da un punto di vista tecnico, la risposta è il fondamentale in cui il rovescio a una mano va più facilmente in ambasce, costringendo il ribattitore a bloccare il colpo passivamente (il concetto verrà approfondito a breve). Per la medesima logica si può notare anche un utilizzo marcato del servizio al corpo da destra, soprattutto sulla seconda, mentre da sinistra Nole ha quasi sempre cercato di obbligare Federer a gestire il rimbalzo alto del kick – anche nel suo caso, la prima da sinistra ha funzionato meglio, con un rendimento dell’84% con la botta esterna e del 75 con quella al centro.    

Un’ultima nota, infine, sulla seconda di servizio, l’unico dato in cui si nota una forte discrasia fra i due (Djokovic ha infatti vinto il 76 percento dei punti con il colpo, un dato clamoroso, contro il 54 di Federer), e che spiega come mai lo svizzero abbia giocato ben 26 punti in più al servizio e concesso più chance, peraltro non influenzate dalle percentuali al servizio (nel senso che le palle break avute da Djokovic non sono arrivate grazie a un calo della percentuale di prime in campo). In questo caso si può riscontrare la maggiore efficienza della risposta del serbo: l’approccio dei due, infatti, è stato pressoché identico, visto che hanno giocato il 44,4 percento ciascuno di risposte classificabili come “controlled aggression” o “extreme aggression”; la differenza è che Djokovic ha vinto il 55 percento dei punti in cui ha giocato questo tipo di risposte, Federer solo il 31,25 – il serbo ha inoltre giocato solo una risposta “passiva” sulla seconda di Federer contro le sette dello svizzero.

Di seguito possiamo vedere il rendimento di Djokovic sulla seconda:

CONCLUSIONE

L’analisi ci mostra che nonostante l’equilibrio Djokovic è riuscito a portare la partita sui propri binari, rischiando poco o niente sul proprio servizio e allungando i game di Federer, senza però riuscire a sfondare e prevalendo solo nei due tie-break.

La cosa curiosa è che a una prima occhiata questo match e quello di Wimbledon del luglio successivo potrebbero apparire simili, match equilibrati in cui Nole ha potuto contare su una maggiore freddezza nei momenti decisivi. Un’occhiata più approfondita, però, ci mostra invece che il modo in cui si è arrivati a esiti comparabili è piuttosto differente, perché se a Bercy Federer è stato bravo a rimanere in partita fino all’ultimo, e il game di spareggio è sempre sembrato l’unico modo per cercare (invano) di scalfire l’avversario, a SW19 è stato invece il serbo a dover quasi “sperare” di arrivare al 6-6, non avendo visto l’ombra di una palla break fino alla fine del quarto. In sintesi: a Bercy, Federer non ha lasciato il campo con molti rimpianti, diversamente da Londra.   

Per questo i numeri ci aiutano a superare i limiti del ‘distant reading‘ delle statistiche più sommarie (come direbbe Franco Moretti) o dell’eye test, quella prima impressione che a volte si rivela corretta, ma che in tante altre circostanze rischia di fermarsi al luogo comune, soprattutto quando si utilizzano truismi come “il giocatore x è più solido mentalmente” o “ha giocato bene i punti che contano”; espressioni quasi metafisiche di questo tipo hanno un loro valore, perché nessuno può entrare davvero nella testa di un giocatore impegnato ad eseguire ad una velocità e sotto una pressione disumane, ma alla lunga anche questi diventeranno elementi quantificabili – come ci ha raccontato Edoardo Salvati, anche gli aspetti apparentemente meno meccanici di un incontro potrebbero essere misurabili. 

Certo, va sempre tenuto a mente che i numeri non sono Paolo Fox, non ci dicono che qualcosa succederà sicuramente, non c’è determinismo causale. Quello che fanno è indicarci una tendenza. Una tendenza è una probabilità che in certe condizioni un dato evento possa verificarsi; sembra quindi ragionevole pensare che la consapevolezza di queste meccaniche sia un grande aiuto per comprendere meglio il gioco, e se, come detto all’inizio, per i giocatori questo è un supporto ormai indispensabile, non dovrebbe essere motivo d’interesse anche gli appassionati? 

In conclusione, questa è dunque la maniera in cui vorremmo approfondire i match più importanti dei due circuiti in futuro. Speriamo che la serie di articoli sia stata interessante e che abbia dato quantomeno un mini-spaccato della direzione del gioco e della sua narrativa negli anni a venire. 

Charting e grafiche a cura di Federico Bertelli

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Strage di big a Rotterdam: subito fuori Medvedev e Zverev

Brutte figure all’esordio per la prima e terza testa di serie del torneo. Il russo si fa eliminare in due set da Lajovic, mentre Sascha lascia il passo a Bublik

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La testa di serie numero uno, Daniil Medvedev, e la numero tre, Alexander Zverev, sono stati precocemente eliminati dall’ATP 500 di Rotterdam al termine di due prestazioni piuttosto scialbe. Entrambi hanno perso in due set i rispettivi match contro Dusan Lajovic e Alexander Bublik in maniera abbastanza simile, lasciandosi sfuggire in extremis un primo set equilibrato e arrendendosi di fatto nel secondo.

Medvedev, dopo uno scambio di break nella pancia del set, è arrivato a giocarsela al tiebreak nel quale però Lajovic è subito scappato sul 6-2, rendendo davvero difficile ogni tentativo di rimonta del russo. Il serbo ha condotto la propria partita con la solita perizia e abnegazione, approfittando alla grande della giornata no del proprio avversario. Medvedev dall’altro lato pescava qua e là colpi spettacolari (su tutti un rovescio no look in avanzamento davvero pregevole), ma era nel complesso inconsistente. Un chirurgico break nel nono gioco ha poi segnato la sua sconfitta, la seconda consecutiva (sempre contro un giocatore serbo curiosamente) dopo la batosta nella finale dell’Australian Open contro Novak Djokovic. Lajovic affronterà dunque Borna Coric negli ottavi di finale.

Zverev invece ha sprecato un break di vantaggio in ciascun set: nel primo, dopo essere andato avanti 2-0, si è fatto riprendere sul 4-4 e poi addirittura beffare nel dodicesimo gioco dopo essere arrivato a due punti dal tiebreak. Nel secondo set, Sascha si è invece issato sul 3-1, ma da quel momento in poi non ha più vinto neanche un game finendo per cedere il parziale, e con esso la partita, con il punteggio di 6-3. Pur senza commettere doppi falli, il tedesco ha nuovamente litigato con la seconda che spesso non superava i 130 km/h e atterrava innocua dalle parti di Bublik, sorprendentemente cinico nel gestire le difficoltà del più blasonato avversario. Il kazako sarà il prossimo avversario di Tommy Paul, che ha superato in due set Lorenzo Sonego.

Il peggio, o meglio, i segnali meno confortanti, è però arrivato nel post partita. Se Medvedev ha addirittura evitato di comparire in conferenza stampa, Zverev invece ha detto cose che lasciano un po’ cadere le braccia e che certificano ancora una volta il grande scarto che purtroppo ancora sussiste tra i Next Gen e la vecchia guardia in termini di mentalità. Il tedesco ha detto di non curarsi molto della sconfitta perché Rotterdam è un torneo nel quale non si trova bene, tirando in ballo soprattutto le palline utilizzate (‘dovrebbero testarle di più‘, il messaggio lanciato nella breve conferenza stampa). Non il massimo della comunicazione, soprattutto visto che stiamo parlando di un top 10 ormai stabile, nonché potenziale pretendente al numero uno in futuro – anzi teoricamente già adesso.

Il tabellone completo di Rotterdam

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ATP Rotterdam, Sonego è già ai saluti: Paul si esalta contro l’azzurro

Due ore di battaglia, ma lo statunitense gioca su un livello molto alto. “Fa solo numeri”, ammette Lorenzo, non sostenuto dalle prime di servizio nel tie break. Paul sfiderà Bublik, che ha eliminato a sorpresa Zverev

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Dopo l’uscita ai quarti di Montpellier per mano di Goffin (poi vincitore del torneo), Lorenzo Sonego saluta troppo presto Rotterdam. Non sarà stata la miglior partita della carriera quella interpretata contro Tommy Paul, ma va detto che i meriti dello statunitense superano le incertezze che può aver avuto il numero quattro d’Italia. Per arrivare al 6-4 7-6 finale devono trascorrere due ore di battaglia, che regalano al ventitreenne del New Jersey un secondo turno più aperto del previsto. Per quanto Bublik sia in un momento di grazia, meglio incontrare lui che Sascha Zverev superato a sorpresa proprio dal kazako sul campo centrale. Considerazione che fa aumentare il dispiacere per la sconfitta, anche perché Sonego aveva incontrato e sconfitto Bublik al Roland Garros.

PASSAGGIO A VUOTO – I primi due game durano un quarto d’ora, entrambi i giocatori hanno difficoltà con le prime di servizio. Al punto da smarrirlo, generando un break e contro-break. Dopo non aver sfruttato (sul 2-2) tre occasioni per strappare il servizio, nel settimo game Sonego inciampa in un decisivo passaggio a vuoto. Gioco consegnato nelle mani del suo avversario a zero, con tre errori evitabili tra dritto e rovescio. Servizio perso senza opposizione, si torna a rincorrere. Questa volta però la reazione immediata non c’è, con Paul che riesce a piazzare il primo allungo (5-3) utile a condurre in porto il set.

BATTAGLIA – L’avvio del secondo parziale sembra l’alba della partita. Nuovamente break e controbreak, ma questa volta Lorenzo è psicologicamente bravo a rimanere centrato. Dopo aver perso il primo game, andava interrotta l’inerzia negativa. Per tornare a lottare spalla a spalla, pur senza grandi sicurezze nei fondamentali in cui di solito eccelle: il servizio e la palla corta, che Paul sembra leggere facilmente con lo spostamento in avanti. Lo statunitense, oggi 56 ATP, si dimostra a suo agio quando può entrare nel campo. Fa solo numeri, borbotta Lorenzo, prima di perdere il game del 3-3. Due game più avanti, sul 4-4, Sonego va sotto 0-30 e rivede lo spettro del momento che ha spaccato il primo set.

 

Stavolta Paul però ci mette del suo, alza la percentuale di errori e si fa sfuggire ai vantaggi un punto delicatissimo. Lo statunitense si trova a dover servire per rimanere nel set, ben due volte, fino al tie-break. L’intensità sale, entrambi si prendono rischi. Sul 5-5 si materializza il primo match point, grazie a un rovescio imprendibile che va a pizzicare la riga. Sonego non molla, nonostante non sia sostenuto dalle prime. Sul 6-6 si guadagna il suo set point, esaltandosi con generosità in difesa. Non arriva però al traguardo, visto che ancora una volta Paul ha il merito di giocare meglio i punti chiave. Se la partita si fosse allungata, forse, sarebbe stato complicato mantenere un livello così alto.

Il tabellone completo di Rotterdam

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Focus

Chi è Ulises Badio, il fisioterapista dietro al recupero di Novak Djokovic

Il fisioterapista argentino ha avuto un ruolo fondamentale durante l’Australian Open, aiutando il serbo a vincere il suo diciottesimo Slam nonostante un problema fisico

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Qui l’articolo originale (scritto prima della finale dell’Australian Open)

Mentre tutti gli occhi sono fissi sulla corsa di Novak Djokovic verso il nono titolo all’Australian Open, è un uomo dietro le quinte a far sì che Nole possa scendere in campo. Il suo nome è Ulises Badio e questa è la sua storia.

Uli ha a cuore la mia carriera e me personalmente, e si prende cura del mio benessere fisico. È un vero professionista e una persona estremamente dedita. Da sei o sette giorni lavora 24 ore su 24 e lo ringrazio di tutto cuore per questo”. Questa è una dichiarazione di Novak Djokovic sul suo fisioterapista Ulises Badio, le cui “mani magiche”, come ha dichiarato Djokovic, hanno aiutato enormemente il numero uno del mondo nel suo cammino a Melbourne.

 

Chi è Ulises Badio? L’argentino si è laureato in kinesiologia e fisioterapia ed esercita sia terapia manuale che chiropratica, oltre che agopuntura e medicina cinese, cose che ben si allineano con l’approccio olistico e la visione del mondo di Djokovic. Il serbo parla regolarmente di questo approccio alla cura, che consiste nel prendere in considerazione l’intera persona, piuttosto che curare un organo, una malattia o i sintomi della stessa.

Oltre a quattro anni come fisioterapista sull’ATP Tour, la vasta esperienza di Badio include anche un periodo passato con la squadra di calcio del Valencia, sei volte campione di Spagna, e un periodo passato a lavorare per diverse cliniche e un centro di medicina sportiva in Arizona.

Secondo chi lo conosce, Ulises è un eterno studente, sempre in cerca di modi per migliorare le proprie capacità e perfezionare il suo approccio. Dopo tutto, non è un compito facile entrare a far parte della squadra di uno degli atleti di élite di questo sport. Badio si è guadagnato il posto non solo con le proprie capacità, ma anche con la sua tenacia durante un periodo di crisi: ha infatti iniziato a lavorare con Djokovic nel maggio del 2017, un mese e mezzo prima che il serbo si ritirasse durante la partita dei quarti di finale di Wimbledon contro Tomas Berdych, cosa che gli ha fatto perdere il resto della stagione a causa di problemi al gomito. Fu allora che il bonario Badio si fece avanti guadagnandosi il posto. Il rapporto fra Novak e Ulises si è consolidato durante quelle difficoltà, e l’argentino è diventato un membro fidato della cerchia ristretta di Djokovic.

La competenza di Uli è davvero vasta, conosce a fondo la materia. E, cosa altrettanto importante, è rimasto con Novak durante il periodo di crisi nel 2017; il suo aiuto è stato enorme per lui nell’affrontare il problema al gomito; è così che Uli si è guadagnato il suo posto“, ha detto lo scorso anno Marian Vajda, l’allenatore di Djokovic, a Sport Klub a Melbourne.

Il ruolo di Badio nella squadra è molto importante anche in circostanze normali. Essendo Djokovic uno dei giocatori più in forma del tour, nulla di questo aspetto viene lasciato al caso, al punto che Uli una volta ha dichiarato che la struttura fisica di Djokovic consente loro di praticare stretching ben quattro volte al giorno. Quest’anno a Melbourne, però, Badio ha avuto pane per i propri denti: dopo che Djokovic si è infortunato nella partita di terzo turno contro Taylor Fritz, praticamente tutto il suo tempo è deputato al solo recupero.

Il tempo dedicato al recupero dall’infortunio è il 100 percento della mia giornata negli ultimi cinque giorni“, ha detto Djokovic dopo aver battuto Aslan Karatsev in semifinale. Non era solo un modo di dire: Badio ha lavorato ogni ora sul corpo di Novak e il lavoro è così immenso che aveva bisogno dell’aiuto dei suoi colleghi, i fisioterapisti dell’ATP.

Prima di tutto, Uli è una persona meravigliosa e lo puoi vedere ogni giorno dalle piccole cose che fa. Il modo in cui tratta le altre persone è significativo, scambia sempre due parole con le guardie qui a Melbourne, l’altro giorno ha portato cioccolatini e regali ai suoi colleghi che lavorano con l’ATP”, racconta Djokovic. È davvero raro trovare Ulises senza un sorriso ampio e amichevole stampato sul viso. Apprezza l’opportunità che gli viene data dalla propria posizione, e anche facendo solo poche chiacchiere con lui si può dire quanto il 42enne Uli sia innamorato del suo lavoro. “Uli si è adattato perfettamente, Novak gli vuole bene, noi gli vogliamo bene“, ha riassunto Vajda.

Infine, dato che a Djokovic piace avere tutte le sfaccettature attorno a sé coperte, Badio è un po’ diverso da Miljan Amanovic, un altro fisioterapista di Novak, attualmente non presente a Melbourne. “Miljan è il mio padrino e anche un fisioterapista molto devoto. Una cosa che mi piace di Uli e Miljan è che si completano a vicenda con le loro capacità. Sebbene abbiano approcci diversi in una certa misura, il risultato è che mi fanno sempre sentire bene e pronto“, osserva Djokovic. Non c’è stato molto tempo libero a Melbourne quest’anno, ma nei rari momenti di svago le passioni di Uli includono la musica e lo yoga, che anche Djokovic pratica. Allo stesso modo di Novak, Badio ama la filosofia orientale e spesso cita Buddha: “Quello che pensi, diventi. Quello che senti, attiri. Quello che immagini, lo crei“.

Traduzione a cura di Michele Brusadelli

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