Wimbledon: l'Italtennis soffre e si interroga per il k.o. di Sinner. Ma ci vuole pazienza

Editoriali del Direttore

Wimbledon: l’Italtennis soffre e si interroga per il k.o. di Sinner. Ma ci vuole pazienza

Il diverso atteggiamento di Sinner e Musetti. Fucsovics bestia nera per Jannik. Se Tsitsipas, 22 anni, perde 3 volte al primo turno… Oggi dai Sonego e Musetti, domani Berrettini

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Jannik Sinner - ATP Melbourne 1, Great Ocean Road 2021 (via Twitter, @atptour)

E se proprio che il mio Wimbledon più triste diventasse il più bello? È il primo che – salvo si sblocchi qualcosa nei prossimi giorni – vivrò a casa, davanti alla tv, dopo 46 Championships consecutivi vissuti nel leggendario tempio del tennis, all’All England Club, prima di quello universalmente “saltato” nel 2020 per la pandemia (e per i 141 milioni di soldini con i quali i prudenti dirigenti di Wimbledon si erano assicurati). Per 144 anni, da Worple Road a Church Road, quello è un Paradiso in erba. Un immenso Paradiso, visto che i 18 campi stanno per diventare 38. Ci sono tanti nomi di luoghi mitici, evocativi per lo sport, da Olimpia in poi, ma forse come Wimbledon e i suoi gesti bianchi non ce n’è nessuno.

Ma soltanto poco prima dello scorso weekend il premier Boris Johnson ha negato agli italiani diretti in Inghilterra l’accesso green – non l’ho mai odiato tanto! Dovrebbe ringraziare gli italiani che ci vanno con la variante Delta… – e non me la sono sentita di starmene rinchiuso in un appartamento a Southfields per cinque giorni con l’obbligo della quarantena. Lontana dalla sacra cattedrale. Mi mancherà il “Quiet please!”, perfino il “Please no flash photography!”, per non cadere nella banalissima nostalgia delle famose, e carissime, fragole con la panna. Quelle che ogni anno te ne danno una in meno ma costano sempre un po’ di più: 15, 13, 12, due anni fa 11.

Però, con la grande tristezza e la profonda nostalgia che oggi mi ha fatto rimpiangere perfino la pioggia che ha ritardato l’avvio di tutte le gare e aveva fatto temere addirittura un black-out totale, con il dispiacere di aver già constatato come ancora Jannik Sinner abbia purtroppo tanta strada da fare per imparare a giocare sull’erba e, ancor più, a variare maggiormente un tennis troppo monocorde, resto fortemente ottimista sulle chances di Matteo Berrettini – in particolare – e anche di Lorenzo Sonego, in seconda battuta. Grazie a loro due potrebbe essere il più bello. Se Matteo arriva in semifinale qualcosa mi invento… per andare a vederlo! E voi toccate ferro.

Sono anche decisamente curioso di vedere all’opera Lorenzo Musetti contro un test difficile come il polacco Hurkacz che, dopo il successo di Miami, ha però più spesso perso che vinto: sei sconfitte a fronte di una sola vittoria (sul nostro Fabbiano).

 

All’indomani del sorteggio avevo scritto che avrei preferito che Berrettini, n.7 del seeding e quindi teorico candidato a un posto nei quarti, si trovasse dalla parte di Tsitsipas e anche di Medvedev, piuttosto che nel quarto di Zverev. Ciò anche se il tedesco a Wimbledon in cinque partecipazioni ha raggiunto una sola volta gli ottavi (2017), ha perso al secondo turno nel 2015, due volte al terzo (2016 e 2018) e addirittura al primo nel 2019, l’ultima edizione giocata: perse in 4 set dal ceco Vesely (un tipo che se azzecca la giornata di vena con il servizio può battere tanti).

Però, come ho già avuto modo di dire nel corso della nostra videochiaccherata con Steve Flink, secondo me Zverev ha qualità tennistiche di primissimo livello. Prima o poi, soprattutto se si convincerà a diventare più aggressivo, a giocare un po’ più avanti (anche se nel gioco a rete non sembra parente di suo fratello) come gli vidi fare magistralmente nel corso delle finali ATP che vinse nel 2018, secondo me uscirà dal limbo del quinto settimo posto in cui si ritrova negli ultimi 2/3 anni. Come me la pensa Marc Rosset, che di Zverev è grandissimo estimatore.

Vero, peraltro, che dalle parti di Zverev e quindi anche indirettamente di Berrettini in prospettiva, c’è quella mina vagante di Nick Kyrgios che sull’erba può far paura a chiunque anche se ha fatto meglio dal 2014 al 2016 (quarti di finale a 19 anni e poi due anni di fila in ottavi) che dopo. Nel 2017 l’australiano dal tennis geniale ma incostante ha perso al primo turno, nel 2018 al terzo, nel 2019 al secondo. E Kyrgios al primo turno oggi ha Humbert, un osso duro per lui che non gioca dall’Australian Open quando batté proprio Humbert 6-4 al quinto, prima di arrendersi a Thiem al quinto dopo una gran partita che lo aveva visto avanti per due set a zero. Perché abbiamo sistemato Kyrgios-Humbert sul campo n.12 non me lo spiego: di certo non si sono ricordati della loro battaglia di Melbourne.

Intanto però è uscito di scena subito al primo turno, e subendo una pesantissima batosta, tre set a zero da Frances Tiafoe, Stefanos Tsitsipas, già tre volte eliminato al primo turno a Wimbledon in quattro partecipazioni. Una, la ricorderete, ebbe per protagonista il nostro Fabbiano. Ecco perché, tornando ab ovo, mi dispiace che Matteo Berrettini non sia capitato nel settore di Tsitsipas. Il greco finalista al Roland Garros sulla terra rossa è perfettamente a suo agio. Ma ha movimenti troppo ampi per il tennis su erba. I suoi topponi liftati, di dritto come di rovescio, alzano spesso la palla al punto giusto per chi la debba colpire. Gliela sistemano proprio all’altezza dei fianchi. Il bombardiere Tiafoe c’è andato a nozze.

Chissà che in quel “buco” non ci si infili – più che Khachanov – un Evans (se non perde dal vecchio Feliciano Lopez), un de Minaur, il primo erbivoro nato e il secondo uno dei migliori ribattitori del circuito quando – come ha fatto con Sonego a Eastbourne – prende fiducia. Sempre che de Minaur, fresco best ranking e top15, non inciampi su… Korda, davvero brutto pesce per un primo turno.

Comunque mal comune mezzo gaudio, si suol dire. E se Tsitsipas a 22 anni non si è ancora adattato all’erba, si può aver pazienza con Sinner che di anni ne ha 20. Sbaglio? Aspettate, per favore, a gettargli la croce addosso, a prendervela con Piatti di cui qualcuno già discute la leadership tecnica per via di un tennis troppo prevedibile, poco vario del suo pupillo. Se tutti, anche i top-players, hanno intravisto fino a ieri grandi qualità in Jannik non possono essersi tutti sbagliati. Dispiace, semmai, che Jannik sembri quasi un po’ depresso sul campo, un po’ sfiduciato. Ha detto che “forse nessuno fra i tennisti lavora tanto quanto me, sono convinto che il lavoro paghi e pagherà”. C’è solo da sperare che al di là della quantità il lavoro sia anche in qualità.

Ha cambiato il modo di servire, la posizione dei piedi, per acquisire maggior equilibrio, forse maggiore potenza, però forse lo ha fatto un po’ troppo a ridosso dei Championships per poterne avere subito gli effetti desiderati. Questa scelta è stata coraggiosa, ma forse un po’ imprudente per il timing. Ma, ripeto, i fan di Sinner abbiano pazienza. Se è fra i primi 25 del mondo a 20 anni, la pazienza è d’obbligo. Che poi entusiasmi di più il tennis di Musetti è un’altra cosa. Ma non è detto affatto che Musetti diventi più forte, alla lunga, di Sinner. E poi non è che Fucsovics sia un pellegrino. Tutt’altro. L’ungherese ex n.1 del mondo junior lo aveva già dimostrato proprio contro Sinner in Australia nel gennaio 2020.

Chissà che, in fondo, Sinner non paghi un tantino il non aver giocato Wimbledon da junior. Piatti era contrario all’attività junior. Voleva bruciare le tappe. Musetti invece l’attività junior l’ha fatta e a Wimbledon tre anni fa passò tre turni se non sbaglio. Una piccola esperienza in più. Semmai mi par giusto notare ancora una volta una differenza notevole fra l’atteggiamento di Sinner e quello di Musetti, certo conseguente al diverso carattere dei due (già più volte sottolineato): Sinner, che dice “odia perdere” sembra più angosciato dall’esigenza di voler e dover fare risultato, guarda fisso il suo angolo ad ogni errore come a voler ricevere comunque approvazione e sostegno (e forse proprio il suo angolo, come ebbi modo di notare particolarmente in Australia nel gennaio 2020 nel match con Fucsovics, è particolarmente, eccessivamente teso, gli mette forse troppa pressione), mentre Musetti prende tutto – saggiamente – molto più alla leggera.

Scende in campo contro Djokovic e chiunque e dice: “Vado in campo e sarà divertente fare questa esperienza!”. Una risposta intelligente, matura, consapevole, un atteggiamento che procurandogli meno stress gli fa tentare con maggiore leggerezza colpi diversi nei momenti più imprevedibili. Certo lui ha un tennis diverso… però quel tennis se lo è costruito grazie ad un approccio che anche Tartarini ha contribuito a creare con un comportamento più rilassato, del tipo “dai siamo qui, è meraviglioso, godiamoci questi momenti, queste esperienze, viviamole serenamente, allegramente. Lavoriamoci su, certamente, il talento non basta, ma con la dovuta leggerezza per non fare diventare un dramma una partita che si è messa male”. Questo virgolettato però è una mia interpretazione di come immagino parli Simone che credo di conoscere abbastanza bene. Così come conosco Piatti.

I tanti incontri rinviati da lunedì a martedì hanno fatto slittare a mercoledì il match di Berrettini con Pella e quello di Camila Giorgi con Teichmanm, la simpatica ragazza svizzera che vinse il torneo di Palermo due anni fa. A Camila ritiratasi nel torneo di Eastbourne non dispiacerà poter godere di un giorno in più per recuperare dalla contrattura che l’ha stoppata nel primo torneo in cui era riuscita a battere due top-ten di fila, Pliskova e Sabalenka.

Di Berrettini-Pella avremo quindi modo di parlare, così come degli altri italiani in campo mercoledì. Ma seguirò ovviamente Sonego alle prese con Pedro Sousa: non dovrebbe essere un’impresa proibitiva per il ragazzo torinese reduce dalla finale di Eastbourne, dopo che in prima giornata su cinque incontri “azzurri” abbiamo collezionato tre sconfitte, quella già accennata di Sinner con Fucsovics che ha meritato di vincere per via di un tennis indiscutibilmente più vario (anche se a Jannik non sono mancate le opportunità nei set persi), quella di Cecchinato con Broady, di Travaglia (in crisi da tempo) con il modesto Martinez (n.107). Fognini, avanti 7-6 6-2 con Ramos-Vinolas dovrebbe chiudere in bellezza oggi.

Del primo giorno di Wimbledon va sottolineata la sconfitta di Petra Kvitova, bicampionessa a Wimbledon ma sempre più alle prese con “bassi” anziché “alti”. Brava la sua “giustiziera” Stephens, una delle mille americane in tabellone. Non mi aspettavo che Opelka beccasse tre set a zero da Koepfer, il tedesco che a Parigi – perdendo una maratona d’oltre 3 ore – ha convinto Roger Federer a ritirarsi al cospetto di Berrettini. Oggi vedremo se Federer ha fatto bene a non giocare quel match, per giocarne poi due soli a Halle, vittoria con Ivaska, sconfitta con Aliassime.

Contro Mannarino Roger ha sempre vinto, 6-0 i precedenti. Ci ha perso un solo set in 16 set ma non in quei due match giocati a Wimbledon nei quali ha concesso una volta 7 game e un’altra 9. Insomma, se Roger perde vuol dire che in campo è sceso il fratello più anziano. E nessuno, nemmeno lui, può sapere per certo se lui è ancora il vero Roger. Dopo due o tre eventuali vittorie (Mannarino, Gasquet, forse Norrie…) allora ne sapremo di più.

Sono molto contento che sia tornato al successo Sir Andy Murray, campione di razza, vero Braveheart scozzese con la sua anca di metallo. Una volta che Basilashvili ha vinto il terzo set rimontando da 0-5 e salvando due matchpoint, ho temuto il peggio. Un Murray non distrutto sarà favorito anche contro chi vincerà fra Otte e Rinderkneck che – match sospeso – aspirano ad essere i secondi a giocarsi un tiebreak finale a Wimbledon sul 12 pari come accadde a Djokovic e Federer (i tifosi dello svizzero mi scusino se gli ricordo quella ferita…). Stanno 9 pari al quinto, dopo 3 ore e 39 minuti, ormai manca poco al traguardo.

Un po’ più, ma mica tanto, manca al traguardo di Novak Djokovic, quello dei 20 Slam, sei partite ancora (di 5 sembrano proprio facili) per eguagliare i 20 di Roger e Rafa. E parlare di Grande Slam, di Golden Grande Slam, di GOAT.

Buon tennis… in tv, a tutti. Ma che male mi fa non esser lì, a vedere da due passi quei lawns verde smeraldo che ogni giorno ingialliscono sotto le suole, anch’esse rigorosamente bianche – ricordate quando a Federer gli fecero cambiare quelle rosse? – perché a Wimbledon dove non ci sono striscioni pubblicitari sui prati neppure in questo mondo inflazionato dalla pubblicità, si vorrebbe sempre sognare che il tempo si fosse fermato al 1877. E chi non sogna è perduto. Magari smarrito… a Firenze.

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Osaka ultima tedofora alle Olimpiadi di Tokyo, con qualche dubbio che si insinua prepotente

TOKYO – Non posso credere che due mesi fa non fosse stato già deciso che lo avrebbe fatto. E allora, anche ammessa la sua innocenza sulla discussa presa di posizione pre-Roland Garros, non sarà stata IMG a preparare quella strategia? Vorrei chiederle…

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Naomi Osaka accende il braciere olimpico - Tokyo 2020 (via Twitter, @usopen)

Non ho la presunzione di aver già individuato, neppur generalizzando, le caratteristiche di un popolo, il giapponese, con cui sono entrato in contatto per la prima volta soltanto da mercoledì sera, quando dopo aver riempito una decina di moduli, cinque in aereo e cinque all’aeroporto, mi ci sono volute quattro ore per uscire dall’ultimo controllo.

Ho pensato a quanto noi italiani ci lamentiamo dell’eccesso di burocrazia che affligge il nostro Paese, ma dopo questa esperienza non credo che – per quanto mi riguarda – mi lamenterò più.

Ho sempre sentito dire, e mi pare di averne avuto continua riprova in queste 48 ore, che la flessibilità non rientri nelle attitudini più precipue del popolo giapponese. Così come quasi maniacale mi è parsa la propensione – in parte apprezzabile quando non diventi eccessiva – a organizzare tutto nei minimi particolari… dai quali però poi non si deflette, caschi il mondo.

 

Arrivo al nocciolo: che due mesi fa, il 24 maggio, gli organizzatori giapponesi non sapessero e non avessero almeno preavvertito Naomi Osaka del fatto che sarebbe stata la più probabile – o anche soltanto una possibile –ultima tedofora per accendere il braciere olimpico e dare il via ai Giochi di Tokyo, scusatemi ma io proprio non ci credo.

Secondo me – che non ho il dono dell’onniscienza – lei era stata preavvertita. E con lei, direttamente o indirettamente, anche la sua società di management, l’IMG, che non è in mano a degli sprovveduti. Tutt’altro. Le Olimpiadi per Tokyo, più di 50 anni dopo quelle ospitate nel ‘64 , erano un’occasione importante, importantissima, dieci anni dopo quel terribile terremoto che l’aveva flagellata. Il Giappone ama lo sport, ha avuto grandi campioni fra i lottatori, i motociclisti, qualche giocatore di baseball, ma al momento nessun atleta gode della popolarità internazionale di Naomi, la tennista più pagata del mondo e le cui dichiarazioni – dall’epoca di Black Lives Matter – sono diventate celebri anche al di fuori del microcosmo tennis.

Ora a me sta umanamente simpatica Naomi. Mi è sempre sembrata anche un tipo genuino, sebbene IMG abbia certamente offuscato un po’ tanta naturalezza creando e facendole indossare quelle mascherine dedicate a vittime del razzismo che Naomi ha mostrato turno dopo turno all’ultimo US Open, certamente frutto di un’operazione di marketing tutt’altro che casuale. Se oggi, avendo pur vinto infinitamente di meno, Naomi guadagna quanto e più di Serena Williams, questo significa che dietro a lei c’è un team che le pensa e le sfrutta tutte. Quest’ultimo colpo di ieri sera non ha prezzo. Farà impennare ancora più le sue azioni.

Ebbene tutto ciò – e scusate se vi apparirò maligno (e ripeterò qui la solita frase Andreottiana che a pensare male si fa peccato ma… a volte ci si azzecca) – mi fa riflettere sulla presa di posizione di Naomi alla vigilia di Parigi. Quando cioè ha detto che non avrebbe più voluto sentirsi obbligata, ed eventualmente multata, a rispondere presente alle rituali conferenze stampa post match.

Con ciò chiedendo una chiara eccezione e un privilegio, capace di suscitare una discriminazione nei confronti di tutti gli altri campioni, uomini e donne, che invece si sottopongono a quelle… forche caudine che poi – a dire il vero – non sono nemmeno tali e per solito si esauriscono in 15 minuti dei quali le domande ne occupano sì e no tre o quattro.

Dapprima Naomi aveva motivato la sua richiesta attribuendola in parte a giornalisti poco preparati che le chiedevano cose cui aveva già risposto tante altre volte, poi li aveva anche accusati di scarsa sensibilità riferendo a quando alcuni colleghi avevano messo un po’ troppo il dito sulla piaga nei confronti di tenniste appena sconfitte. E forse si riferiva anche a se stessa per quelle volte in cui qualcuno l’aveva messa un po’ alla strette chiedendole conto dei suoi risultati piuttosto deludenti conseguiti sulla terra rossa e sull’erba.

In un secondo momento poi Naomi ha tirato fuori l’inedita storia di una sua depressione ricorrente e risalente a un paio d’anni fa. E su questo secondo argomento, mai prima manifestato e soprattutto non palesato a Guy Forget direttore del torneo del Roland Garros e al presidente della federtennis francese Gilles Moretton, le opinioni si erano divise. Chi le credeva e chi no. Chi citava, a mio avviso sbagliando nei modi, ai suoi enormi guadagni dando per scontato che i ricchi… non piangano (anche se è forse vero che i poveri avrebbero qualche motivo serio in più per farlo), chi aveva sposato la tesi che il management di Naomi avesse architettato tutto (un boomerang mediatico?) e quasi senza preavvertirla delle possibili conseguenze, per fare un altro colpo sensazionale (quasi quanto, a suo tempo, le sue foto in bikini sul famoso numero speciale di Sports Illustrated).

Io non mi permetto davvero di dubitare sulla malattia depressiva di Naomi, ci mancherebbe. Quella ante-Parigi è stata comunque un’uscita infelice, perché nella migliore delle ipotesi ha avuto come conseguenza quella di farle saltare sia Parigi sia Wimbledon (tornei cui obiettivamente sarebbe diventato difficile, se non imbarazzante, partecipare a seguito di quanto aveva dichiarato e delle polemiche che ne erano seguite).

Ora è vero che Naomi su quelle due superfici non era considerata una delle primissime favorite, ma è anche vero che in campo femminile può capitare che a Parigi vadano in semifinale quattro giocatrici che mai avevano fatto tanta strada e che in finale Kreijcikova si trovi a vincere la finale su Pavlyuchenkova. Insomma, chi può dire che Naomi non avrebbe potuto fare altrettanta strada?

Dopo aver visto stanotte Naomi accendere la fiamma olimpica mi sono chiesto se il suo team non avesse spinto sull’acceleratore di una mossa magari sentita ma forse non così determinata, pensando di ampliare la risonanza di ciò che ruota attorno a Naomi. Tanti sponsor, tanti soldi.

E qui in Giappone, sarà forse perchè Djokovic viene considerato superfavorito nel torneo maschile e sarà certo perché Naomi è giapponese, e ora più giapponese che mai (ricorderete che quando per legge ha dovuto scegliere un solo passaporto, quello giapponese, c’erano state grandi incertezze per lei cresciuta negli Stati Uniti e poco a suo agio con il giapponese al punto da preferire rispondere in inglese), fatto sta che ancora prima della cerimonia olimpica, le copertine sui magazine e i servizi sulle varie TV, erano molto di più su lei che su Novak.

Ripeto, per non dare adito a dubbi. Forse lei ha sempre detto il vero, ma i suoi agenti hanno cercato di cavalcare l’onda e a giudicare dai risultati di notorietà, dopo che forse all’inizio sembravano aver fatto una topica, forse oggi possono pensare di averla azzeccata. Naomi è magari criticata da qualcuno che non le crede, ma in termini di popolarità è diventata ancora più famosa.

Per quanto mi riguarda, proverò a chiederle questo – anche se dubito che avrò una risposta diretta (più facile che mi dica “Voglio concentrarmi su questa Olimpiade…”): “Ma ti senti meglio, se non guarita, dopo i problemi che ci hai denunciato due mesi fa? Perché, sai, qui la pressione mentale su te mi sembra molto più forte di quanto avrebbe potuto essere a Parigi…”. Figuriamoci se non trova modo di svicolare. IMG l’avrà certo istruita.

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Editoriali del Direttore

Berrettini non è arrivato alla finale di Wimbledon per caso. Si ripeterà in altri Slam, su erba e cemento

LONDRA – Matteo Berrettini ha dato l’impressione di poter fare ancora meglio e di più. Ma Djokovic è il miglior tennista del mondo: 20 Slam che potrebbero diventare 25 o più. Matteo sarà protagonista di altre finali

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Matteo Berrettini - Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Capisco che possa apparire banale, ma secondo me Matteo Berrettini va soprattutto ringraziato. Oggettivamente raggiungere una finale di Wimbledon è una grossa impresa. E averla compiuta dopo aver vinto anche il torneo del Queen’s ne incrementa il valore. Undici partite vinte sull’erba di fila prima di una sconfitta finale assai dignitosa al termine di una partita durata 3 ore e 24 minuti – non un’oretta e mezzo – con un fenomeno come Djokovic che negli ultimi 10 anni ha vinto 6 Wimbledon. Non per caso.

Come detto in altre occasioni, nessuno può battere chi non gli si presenta di fronte. Berrettini ha battuto tutti quelli che ha incontrato, undici avversari fra Queen’s e Wimbledon, salvo il n.1 del mondo. Qui a Wimbledon come a Parigi, E quando aveva perso la semifinale dello US Open l’aveva persa con Rafa Nadal che poi vinse il torneo.

Poteva battere anche Djokovic? Nessuno è sempre imbattibile, ma Djokovic vince più di tutti e se è vero che Matteo ha manifestato qualche rimpianto riguardo alla propria prestazione, e forse ha ragione (e diremo poi il perché), anche Djokovic non ha forse giocato al meglio delle sue possibilità, era stranamente nervoso all’inizio (due doppi falli nel primo game, subito palla break) e ha perso il l’unico set, il primo, nel quale era stato avanti 5-2. Nessuno può sapere se Djokovic non avrebbe alzato la propria asticella se Berrettini avesse giocato ancora meglio di quel che ha fatto. Ma a Djokovic è accaduto spesso di elevare il proprio livello se l’avversario faceva crescere il suo.

 

La finale non è stata sempre bellissima, ma nel complesso è stata godibile. Si poteva temere alla vigilia che Berrettini pagasse lo scotto dell’esordio in una finale a Wimbledon e oggi si può dire che così non è stato anche se non abbiamo visto il miglior Berrettini e lui non si è piaciuto. Però come si fa a sapere se non sia stato proprio Djokovic a condizionarlo, al di là del discorso legato alla sua inesperienza, all’inevitabile emozione. Wimbledon, il Centre Court, la gente che grida Matteo, Matteo sul campo più leggendario fra tutti.

Sai che l’avversario è il miglior ribattitore del mondo, che un servizio qualsiasi può non bastare, viene fatto di strafare, di esagerare. E così la percentuale di primi servizi, di solito superiore al 70%, contro Djokovic scende al 59%. E tutti allora a dire: Berrettini oggi, a dispetto dei 16 ace, ha servito male. O non come al solito. I dati nudi e crudi dicono questo, ma non tengono conto di tanti altri fattori, primo fra tutti…chi hai davanti! La prima di servizio è mancata, certo, ma probabilmente per i motivi che ho appena accennato. E se non entra la prima è più facile per il più grande ribattitore che dovendo rispondere alla seconda si giochino più scambi.

E chi è favorito se si giocano più scambi? Djokovic perché si muove meglio, è più rapido, recupera tutto e di più perché ha gambe e agilità assolutamente uniche. E soprattutto ha un rovescio (in particolare lungolinea) che Berrettini si sogna, anche se il suo slice è enormemente migliorato. Ma non al punto, ad esempio, di fare una decina di punti con i passanti, quando l’astuto stratega serbo si ricorda che la miglior difesa è l’attacco e decide di venire a rete più spesso del solito. A prendersi un discreto bottino di punti. Ovviamente lo fa sul rovescio di Matteo. Che di passanti vincenti di rovescio ne ha giocati meno delle dita di una mano.

Matteo non poteva che cercare di tenere il pallino del gioco in mano. Quindi rischiando. Se rischi tanto, e fai 55 vincenti, fai anche tanti errori: 44. E allora coloro che hanno osservato come la percentuale di prime palle di Matteo fosse inferiore al solito (per i motivi di cui sopra però…), sosterranno anche che Matteo ha sbagliato troppi dritti. Ma chi lo sostiene non sembra tenere conto del fatto che dall’altra parte della rete c’è un certo Djokovic che più scambia, più palleggia e più punti ti farà. Chiaro che tirando a tutta randa per accorciare gli scambi sbagli di più e sembrano errori gratuiti. Ma non lo sono.

Quanto dico non è un alibi per tutto. Il secondo break subito nel secondo set, per esempio, è frutto di una mancanza di concentrazione ancora perfettibile. Avevo lodato Matteo l’altro giorno per il break imposto a Hurkacz nel primo game del quarto set, quando avrebbe potuto risentire psicologicamente della perdita del terzo. Stavolta è stato meno solido mentalmente. Avevo lodato la gran mano mostrata da Matteo contro Ivashka, questa volta contro una situazione e un avversario che gli mettevano più pressione, i tocchi sono stati più rozzi e imprecisi. Palle corte meno assassine, recuperi su dropshot meno vincenti.

Ha commesso, come già una volta contro Hurkacz, l’errore di chiedere il Falco dopo una prima di servizio perdendo ritmo e concentrazione e commettendo il quasi inevitabile doppio fallo che ha contribuito in partenza al break subito sull’1 pari del terzo set. In quel game peraltro Djokovic ha però giocato sul 30 pari un rovescio passante in cross straordinario su un missile di Matteo, che avrebbe poi cacciato in rete un rovescio slice. E nel game successivo Matteo ha avuto due palle break non impossibile da trasformare, soprattutto la prima quando un passante di dritto avrebbe potuto garantirgli il contro-break per il 2 pari, anziché il 3-1. Sul mio bloc notes ho trovato questo appunto: la folla che ha cominciato a far echeggiare le grida “Matteo, Matteo!” ha fatto allungare i tempi fra un punto e l’altro, ha consentito a Djokovic di concentrarsi maggiormente, di caricarsi, e ne sono venuti fuori due bei punti per il serbo.

Ecco, io credo che già alla seconda finale di Slam – cui credo Matteo approderà in tempi non lontani (la penso come Wilander, anche se un lettore superstizioso vorrebbe attribuirci poteri capaci di scacciare queste ipotesi futuribili) – queste ingenuità non si ripeteranno più. Questi episodi hanno spinto qualcuno a credere che il Djokovic di ieri non fosse il miglior Djokovic, ma quando c’era bisogno Novak era subito migliore.

Insomma onore ai meriti di Matteo che ha fatto conquistare al tennis spazi inusuali sui media, perfino in tempi di febbre collettiva per l’EuroCalcio e i ragazzi di Mancini campioni d’Europa. Matteo, terzo nella Race verso le finali di Torino, ha fatto un grandissimo spot per quell’evento che ci attende a metà novembre nel capoluogo piemontese. E a Tokyo penso che potrà farne un altro, soprattutto se alle assenze di Federer e Nadal si dovesse aggiungere anche quella di Novak che ieri ha definito la sua partecipazione ai Giochi molto incerta, “al 50%”.

Novak è combattuto, per la recrudescenza della pandemia in Oriente, per il Golden Slam (come Steffi Graf nel 1988 a Seul) che sfumerebbe pur essendo certamente alla sua portata. Ma è indubbio che questo possa essere l’anno buono per il Grande Slam, se Novak eviterà di colpire un altro giudice di linea con una pallata.  Eh, già Novak ha raggiunto i rivali di sempre, Roger e Rafa, a quota 20 Major – un cammino accelerato intrapreso non tanto fa, 3 anni e mezzo direi – e se non avesse avuto la sfortuna di centrare la giudice di linea allo US open sarebbe probabilmente già a quota 21.

Mi stupirebbe, visti i chiari di luna, se Novak non vincesse 25 Slam, tanti insomma da dissipare ogni dubbio su chi sia stato il tennista più forte di questa epoca. Che poi non sia il più bello da vedere… quello è tutto un altro paio di maniche. Ci hanno viziati Federer per un verso, Nadal dall’altro. Due marziani che, come ha ricordato Novak, sono stati uno stimolo perenne a migliorarsi. Novak potrebbe fare altrettanto nei confronti di Matteo che certamente misurandosi in occasioni e con avversari del genere, non potrà che migliorarsi.

Ma intanto, ribadisco quanto detto all’inizio, gli appassionati di tennis gli devono tutti un grande, grandissimo grazie. Augurandogli di restare fra i primi 3/5 della race fino a Torino. E oltre.

Il tabellone maschile di Wimbledon con tutti i risultati aggiornati


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Wimbledon: la finale e le caratteristiche di Berrettini e Djokovic al microscopio. Le pagelle dei colpi

LONDRA – Quali sono gli “argomenti” a favore di Djokovic e quali quelli a favore di Berrettini. Si va in campo alle 15

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Novak Djokovic a Wimbledon 2021 (Credit: @ATPTour on Twitter)

È l’immediata vigilia della prima finale di Wimbledon mai giocata da un tennista italiano. A dispetto della partita giocata da Matteo Berrettini contro Hurkacz, nessuno break subito, appena due palle break concesse e salvate con un servizio vincente e un ace, 8 punti persi in 14 dei 18 turni di servizio, il pronostico è tutto a favore di Novak Djokovic che gioca la sua trentesima finale di Slam contro il romano che si trova ad affrontare la sua primissima.

Nel mio prediletto ristorante Thai del Wimbledon Village incrocio Brad Gilbert, ex n.4 del mondo e “bestia nera” di Boris Becker, opinionista di Tennis Channel nonché autore del libro Winning Ugly (“Vinci giocando sporco”) che ha venduto un milione di copie “perché è stato tradotto in una quindicina di lingue”, spiega lui. Quando gli chiedo cosa pensa della finale Djokovic-Berrettini, ride ed esclama: “Good Luck!” (Buona fortuna!). Insomma, alle chance del nostro proprio non mostra di credere. Poi concede: “Speriamo sia una buona partita, tutto dipende da come servirà Berrettini, magari quattro set?”. Come mai così severo? “Djokovic è Djokovic”.

Così parlò Zarathustra. E allora io mi chiedo a che cosa ci possiamo attaccare, oltre che al servizio devastante di “Berretto” che anche nel migliore dei casi dovrà comunque vedersela con il miglior ribattitore del mondo. “Finora Matteo non ha incontrato grandi ribattitori” dice Gilbert quando gli sciorino i dati al servizio di cui sopra, le percentuali impressionanti di punti vinti quando gli entra la prima, quasi sempre vicinissime al 90%. Contro Hurkacz, l’86%.

 

Prima di addentrarsi nel giochino delle pagelle, colpo su colpo, premettiamo cosa gioca a favore di Djokovic. E poi a favore di Berrettini. Per il serbo: l’esperienza. Per “Berretto”: il poter giocare tranquillo, non ha nulla da perdere. A favore di Djokovic: la consapevolezza di essere il più forte tennista del mondo. Di Berrettini: la fiducia derivante dall’imbattibilità negli ultimi 11 incontri sull’erba.

A sfavore di Djokovic: aver goduto del tabellone più fortunato di sempre negli Slam, non aver fronteggiato né alcun top-ten, né alcun test sufficientemente severo. A sfavore di Berrettini: aver già perso due partite con Djokovic, una nettissima alle finali ATP 2019 (3 game in tutto), l’altra a Parigi poche settimane fa, in quattro set. Bilancio set: 5-1 per Djokovic. A sfavore di Djokovic: la tensione derivante dal grande obiettivo dei 20 Slam e di un possibile Grande Slam, soprattutto se il match cominciasse in salita, magari un set perso a innervosire il serbo che finora ha compiuto solo passeggiate e non è più tanto abituato a soffrire.

A sfavore di Berrettini: la conoscenza della forza di Djokovic se l’avvio fosse invece favorevole al serbo che è tennista quasi impossibile da rimontare. Un primo set concluso al tie-break, e magari preceduto da opportunità importanti per l’uno o per l’altro finalista, potrebbe avere strascichi piuttosto pesanti nel prosieguo della partita anche se entrambi hanno carattere e qualità per reagire. Ma Djokovic potrebbe innervosirsi, Berrettini potrebbe demoralizzarsi. E non il contrario.

A favore di Djokovicsottolinea il telecronista serbo Nebojsa Viskovic che ha raccontato fra i 500 e i 600 match di Nole – “c’è che mai come questa volta è arrivato fresco alla finale. Nessun problema, nessuno stress”. A favore di Berrettini: il clima di generale entusiasmo che circonda il suo clan, la sensazione che tutto gira talmente bene che… niente potrà girare male. A sfavore di Djokovic: il difficile rapporto che ha con il pubblico inglese, e non solo se gioca contro Federer. A favore di Berrettini: un pubblico che, a prescindere dalla simpatia o dalla antipatia che nutre per Djokovic, tende a tifare per l’Underdog, lo sfavorito nella speranza di assistere a una bella lotta e non a una mattanza (che pure non si può escludere) per poter sfruttare al meglio il biglietto in proprio possesso.  A favore di Berrettini: un campo, il Centre Court, piuttosto veloce se non piove e non subentra il tetto. Anche così si spiegano 22 ace.

Matteo Berrettini – ATP Queen’s 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

PAGELLE

La Superfice: erba

  • Djokovic 9
  • Berrettini 9

Forse, sebbene Djokovic abbia vinto cinque volte questo torneo, l’erba è la superfice sulla quale Berrettini ha le maggior possibilità di disputare un match equilibrato, grazie al servizio e a quel rovescio slice che sulla terra rossa camminerebbe di meno e rimbalzerebbe più alto. Come spiega nell’intervista pubblicata ieri Mats Wilander.

E veniamo alle pagelle dei singoli colpi e/o attitudini.

Servizio

  • Berrettini 10
  • Djokovic 8

Non vedo nessuno servire meglio di Berretto, soprattutto come varietà di angoli. Come potenza ci sono i vari giganti, Isner, Opelka, Karlovic che possono rivaleggiare con Berrettini, ma come continuità di rendimento e tenuta mentale, giorno dopo giorno, Berrettini è di un’altra categoria rispetto a quei giocatori che sparano missili. Anche a Djokovic non è facile strappare il servizio, ma sia la prima sia la seconda non sono al livello di quelle di Matteo.

Risposta

  • Djokovic 10
  • Berrettini 6

Nole è il miglior ribattitore del mondo, Berrettini uno dei meno forti in risposta, anche se recentemente – come ha osservato anche Mats Wilander – di rovescio ha preso a rispondere “coperto” piuttosto bene. Ma mai risposte immediatamente vincenti. Semmai preparatorie al colpo successivo, quasi sempre un diritto devastante.

Voléè

  • Berrettini 8
  • Djokovic 7

Matteo è otto centimetri più alto di Novak, ha una maggior apertura… alare. Passarlo a rete è più difficile che passare Djokovic, anche perché Novak non si assesta sempre nella migliore posizione.

Smash

  • Berrettini 9
  • Djokovic 5

Novak soffre terribilmente i pallonetti che scendono giù a candela. Non gli piace star lì ad aspettare che la palla gli venga giù mentre magari la gente sugli spalti mormora. Vorrebbe non avere il tempo di pensare che si tratta di un colpo… senza ritorno. In generale, il numero uno del mondo soffre tutti i colpi giocati sopra la testa.

Dritto

  • Berrettini 10
  • Djokovic 7

Quello di Matteo è il più terrificante del circuito, ora che non gioca del Potro, che è in pensione Mano de Pedra Gonzales. Per Djokovic non è un colpo naturale come il rovescio.

Rovescio

Novak Djokovic (SRB) playing against Kevin Anderson (RSA) in the second round of the Gentlemen’s Singles on Centre Court at The Championships 2021. Held at The All England Lawn Tennis Club, Wimbledon. Day 3 Wednesday 30/06/2021. Credit: AELTC/Ian Walton
  • Djokovic 10
  • Berrettini 5

Il serbo lo mette dove vuole, costantemente. Forse un pochino meno incisivo di quello di Zverev, è però più continuo. Quello di Berrettini, ancorché in progresso – soprattutto nello sliceè il punto più debole dell’azzurro. Chi è capace di attaccarlo sul rovescio, in modo sufficientemente frequente, difficilmente verrà passato.

Palla corta

  • Berrettini 8
  • Djokovic 7

È diventata un’arma letale e fondamentale per entrambi. Ed entrambi la giocano con coraggio anche quando il punteggio è delicato. Nel corso del torneo ne hanno entrambi giocato alcune importanti.

Tocco di palla

  • Berrettini 9
  • Djokovic 8

Faccio fatica a individuare un tennista che abbia miglior tocco di palla, al rimbalzo come in volée, di Matteo Berrettini. Un titolo a un mio editoriale in cui associavo la delicatezza del tocco di Berrettini a quella di John McEnroe (quasi eh…), ha fatto scalpore su chi non aveva poi letto l’articolo. Nole ha un buon controllo ma meno tocco.

Cambi di direzione e agilità

  • Djokovic 10
  • Berrettini 6

Nessuno al mondo è più agile dell’uomo di caucciù serbo. I suoi recuperi sono fenomenali. Contro Djokovic non basterà un solo missile di dritto, oppure due, per fare il punto. Se Sonego è stato ribattezzato “Polpo”, Djokovic sarebbe “Piovra regina”. Per fargli punto scaricando tutti i suoi dritti bisogna tirarne una sequela. Matteo con il suo metro e 96 è certo agile per la sua altezza, ma in questo settore il divario fra DjokerNole e lui è pesante.

Aggressività 

  • Berrettini 8
  • Djokovic 7

L’unica possibilità che ha Matteo per sottrarsi agli scambi che a lungo andare finirebbero sul suo rovescio e li vincerebbe quasi tutti Novak, è fare un gioco d’attacco e mantenere costantemente l’iniziativa, tenere sempre lui il pallino del gioco.

Resistenza

  • Djokovic 9
  • Berrettini 7

Credo che nonostante i quasi 10 anni in più, Novak ancora oggi abbia più “fisico” di Matteo. In un match che andasse per le lunghe crederei più in Djokovic che in Berrettini.

Il tabellone maschile di Wimbledon con tutti i risultati aggiornati

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