Berrettini settebello (Cocchi). Sinner suona la carica degli azzurri (Mastroluca). Vienna tricolore. Sinner è carico (Bertellino). Billie Jean King: "Donne, alzate la testa. La partita non è finita" (Audisio)

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Berrettini settebello (Cocchi). Sinner suona la carica degli azzurri (Mastroluca). Vienna tricolore. Sinner è carico (Bertellino). Billie Jean King: “Donne, alzate la testa. La partita non è finita” (Audisio)

La rassegna stampa di mercoledì 27 ottobre 2021

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Berrettini settebello (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Nell’anno di grazia 2021, quello che forse sempre e per sempre sarà ricordato come il più munifico in quanto a risultati sportivi, un giovane romano di 25 anni di nome Matteo Berrettini si qualificava per la seconda volta alle Atp Finals da numero 7 del mondo. Mai nessun tennista italiano prima di lui ci era riuscito, confermando lo stato di grazia suo e del tennis azzurro. Un risultato frutto della consapevolezza maturata dopo due anni dall’esplosione del 2019, quando da top 60 era riuscito in una scalata splendida quanto poco pronosticabile. Stavolta ogni cosa e diversa, a partire dalla sicurezza nei propri mezzi. Berrettini non si sente più “imbucato” tra i fenomeni, ma pienamente inserito nel club dei migliori: «Ora sono un uomo e un giocatore diverso rispetto a quello di due anni fa. Ho imparato molte cose, anche dalle sconfitte e dalle delusioni, e con loro sono cresciuto». Lui è un tipo a cui piace volare basso, ma alle Atp Finals di Torino stavolta non ci andrà a fare la comparsa, quanto per provare a vincerle. Non solo. A Torino ci sarà anche la Coppa Davis. Un gruppo azzurro mai così solido che per la prima volta vedrà anche Jannik Sinner, fresco di numero 11 al mondo e ancora in corsa per il Masters: «Gli ho fatto i complimenti – ha detto Matteo dopo la partita vinta con Popyrin a Vienna (oggi secondo turno contro Basilasvili)-. È un giocatore impressionante, gioca come un veterano e brucia le tappe con una velocità pazzesca. Quando mi sono allenato con lui la prima volta ho capito che non era un giocatore come tutti gli altri». Berretto all’età di Sinner era ancora lontano dal fare risultati sul circuito, frenato anche da una serie di guai fisici che ne hanno rallentato la corsa. Gli infortuni, nel bene e nel male, sono stati anche importanti per la maturazione di Matteo, da subito abituato a fare i conti con lunghi stop e riprese: «Mi hanno insegnato ad avere pazienza. Che alcune cose della vita vanno semplicemente accettate e non possono essere cambiate, mi hanno insegnato che non ci vuole fretta». […] Alle Finals ci andrà con velleità totalmente diverse da quelle con cui si presentò a Londra nel 2019: «Per lui era tutto nuovo – afferma il coach Santopadre – , in un certo senso si può dire che avesse bruciato le tappe. Anche fisicamente ci arrivò logorato». Nel team, da circa un anno, c’è anche Ivan Ljubicic. Il croato è il suo manager, ma con un passato glorioso sul campo e un presente da tecnico di Roger Federer, e impossibile non approfittare anche della sua esperienza: «Ivan è molto rispettoso – spiega Santopadre -, non interferisce con i nostri programmi, ma quando gliela chiediamo è sempre disponibile a darci la sua opinione o qualche consiglio. Ci dice sempre di avere pazienza, che Matteo crescerà ancora. Finalmente Matteo ha potuto dimostrare a tutti che merita pienamente la sua posizione in top 10. Negli Slam ha perso solo da Djokovic, uno che è arrivato a una sola partita dall’eguagliare Laver. Ora la seconda qualificazione alle Finals. Insomma, non per tirarsela ma Matteo sta riscrivendo la storia del nostro tennis».

Sinner suona la carica degli azzurri (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Vienna ti aspetta, canta Billie Joel. E insegna a non volere troppo prima del tempo. Lo sa già Jannik Sinner, che apre oggi il programma del Centrale (ore 14) in una giornata molto azzurra con cinque italiani in campo. Il neo numero 11 del mondo inizia il suo percorso contro Reilly Opelka, consapevole che raggiungere la semifinale gli può consentire di superare Hubert Hurkacz nella Race to Turin. E aumentare così le sue chance di diventare il secondo italiano alle Nitto ATP Finals dopo Matteo Berrerrini. Il romano, già matematicamente qualificato e primo azzurro a disputarle due volte nella storia del gioco, chiuderà invece il programma del campo principale nel match di secondo turno contro il finalista di Indian Wells Nikoloz Basilashvili. Per chi vince, in palio un quarto di finale contro l’ex numero 1 del mondo Andy Murray o il miglior teenager in classifica, lo spagnolo Carlos Alcaraz. Il primo a scendere in campo è Lorenzo Sonego che a Vienna dodici mesi fa ha raggiunto la finale da lucky loser. Il torinese ha vissuto qui una settimana da favola, in cui ha dominato anche un Novak Djokovic in versione, va detto, molto sbiadita. Stavolta un lucky loser lo troverà dall’altra parte della rete: è il tedesco Dominik Koepfer. Il primo confronto Musetti-Monfils (sul Centrale dopo Sinner) promette di regalare spettacolo in abbondanza. Chi vince, sfiderà negli ottavi Fognini o Schwartzman.

Vienna tricolore. Sinner è carico (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Colori azzurri in primo piano oggi nell’ATP 500 di Vienna, che assegna punti pesanti in chiave Atp Finals di Torino. Alle 14 aprirà il programma sul centrale la sfida tra Jannik Sinner e Reilly Opelka, americano dal servizio devastante. I due non si sono mai incontrati ma Sinner è in grande forma: «In Belgio ho risposto molto bene – ha sottolineato il 20enne azzurro – e contro Opelka dovrò fare altrettanto cercando di disinnescare la sua arma in più. Contemporaneamente sarà importante continuare a servire con le variazioni e le percentuali raggiunte ad Anversa». A seguire sarà Lorenzo Musetti (wild card) a cercare la vittoria eclatante contro l’esperto francese Gael Monfiils. Anche in questo caso nessun precedente tra i due giocatori. La sequenza sul centrale proporrà poi il testa a testa quasi generazionale tra Andy Murray e il 18enne iberico Carlos Alcaraz. In chiusura di programma Matteo Berrettini andrà a caccia dei quarti di finale confrontandosi con il georgiano Nikoloz Basilashvlli, finalista a Indian Wells. Sul “centralino” attorno alle 13.30 farà il proprio esordio in torneo Lorenzo Sonego, chiamato a difendere la finale dello scorso anno quando in una rassegna per lui incredibile sconfisse nei quarti e nettamente anche il n. 1 del mondo Novak Djokovic. Sonego, dopo il forfeit di Garin per un problema alla spalla, troverà il tedesco Koepfer, 27enne n.62 Atp. Infine spazio, sullo stesso campo, a Fabio Fognini e Diego Schwartzman, con l’argentino fresco di finale persa ad Anversa contro Sinner.

Billie Jean King: “Donne, alzate la testa. La partita non è finita” (Emanuela Audisio, La Repubblica)

Ha giocato, magnificamente, ma soprattutto ha cambiato il gioco. Delle donne e del mondo. Con una racchetta ha capovolto leggi, mentalità, gerarchie. E ha vinto la partita. Dentro e fuori dal campo. Per capirci: 39 Slam (fra singolare, doppio e misto), compresi i 20 a Wimbledon. Ora lo racconta in un’autobiografia, Tutto in gioco (La Nave di Teseo), e a voce. Billie Jean King, americana, il 22 novembre compirà 78 anni. Lei inizia con una citazione del giudice Ruth Bader Ginsburg. «Sì, era una donna che stimavo molto. La frase è: combatti per quello a cui tieni, ma fallo in un modo che spinga gli altri a unirsi a te. Ribellarsi è giusto, ma è meglio farlo in squadra. Io ho sempre amato giocare con e per le altre. Quando nel ’70 con otto altre tenniste, il gruppo delle Original 9, abbiamo iniziato il circuito femminile, per un dollaro di paga, siamo state coraggiose. C’era il rischio di fallire, di essere cancellate, di perdere tutto. Andavamo contro un sistema, voluto e mantenuto dagli uomini. Senza aperture. Dove una moglie per avere un libretto degli assegni doveva avere la garanzia del marito. Vincerai perché sei brutta, mi disse Frank Brennan, che pure era amico mio e credeva in me. Togliti, non puoi fare la foto del torneo con gli altri perché hai i pantaloncini e non la gonna, mi rimprovero il direttore del circolo tennis di Los Angeles. Nessuna di loro ha la barba, scrisse di noi Jim Murray, che era un premio Pulitzer. Jack Kramer ebbe la faccia tosta di sostenere che quando giocavano le donne, gli spettatori andavano in bagno. Karen Hantze Susman veniva sminuita con la citazione “la casalinga ventenne che vince Wimbledon”. Questi erano i commenti dell’epoca. L’associazione dei tennisti professionisti, da Ashe a Stolle, non ci voleva, eppure erano miei compagni. Ma non c’era niente da fare: gli uomini ci sbarravano la strada. Potevano, gli era permesso».

Dal dollaro al premio di 3 milioni a Naomi Osaka agli Open Usa 2020.

Lo stesso che ha preso Dominic Thiem tra gli uomini. Il merito è di noi pioniere. Oggi le nuove generazioni non sanno niente della storia prima di loro. Delle fatiche e delle conquiste. Non si interessano. Si lamentano perché vogliono più soldi, ma sono ignoranti. Nessuno che le istruisca. Anzi i manager e chi si occupa di loro vogliono che restino così: cara, pensa al gioco, non preoccuparti di altro. Eh no, io voglio sapere cosa c’è sotto e dietro all’organizzazione del gioco. Voglio poter contare, parlare con chi decide, conoscere le logiche commerciali. Avrei voluto studiare legge, anche se a tennis mi sono laureata piuttosto bene. Io dal 2018 faccio parte del gruppo dei proprietari dei Los Angeles Dodgers. Non ho mai avuto paura di affrontare gli uomini sul loro terreno. A queste ragazze dico: imparate a fare trattative, sappiate che la parola compromesso a volte può essere meno peggio di quello che sembra, alzate la testa, interessatevi a quello che capita attorno a voi: dall’emergenza climatica alle ingiustizie alle discriminazioni. Non è mai troppo vero che quelle cose non c’entrano con il gioco.

Lei scrive anche dell’Italia.

Vi adoro, nonostante tutto. Nel 1970 agli Internazionali di tennis in Italia il vincitore prendeva 7.500 dollari, la donna 600. La disparità era 12 a 1. Vinsi e protestai, la risposta fu: se non vi piace, non tornate. La mia ultima volta fu a Perugia nell’82. Non sono mai stata così incoraggiata dal pubblico, come da voi. Dai, dai, mi urlavano. Ecco il chiasso, i cuscini che volavano in campo, gli schiamazzi, tutti che mi volevano toccare. Io non sono per il silenzio, mi piace sentire gli umori, il calore. Non vengo dai club aristocratici, ma dai parchi pubblici. Mio padre era pompiere, mia madre casalinga. Lavoravo per mantenermi, anche se già avevo vinto Wimbledon. Noi siamo performer, il nostro spettacolo è per il pubblico. Sono onesta, lo ammetto, mi piace il tifo dei fans, pure sguaiato. E guardate com’è in alto ora il tennis italiano, Fognini, Berrettini, Sinner. Avete una generazione piena di futuro. A New York nel 2015 ho parlato con il vostro premier Matteo Renzi dopo la fmale Pennetta-Vinci. Mi disse: non ha idea di quello che significa per noi e per lo sport che due ragazze del sud siano arrivate fino a qui a giocarsi il mondo. Ho ammirato anche il volto dolente e umile di Francesca Schiavone quando si è presa gli Open di Francia. Senza dimenticare Lea Pericoli.

La battaglia sull’equità salariale oggi?

Resta importante. I soldi danno scelta, opportunità, indipendenza. Qualità e organizzazione. Althea Gibson, la prima afroamericana a vincere un titolo del Grande Slam diceva: i trofei non si possono mangiare. Quando avevo 10 anni mia madre mi mostrò il bilancio familiare e mi fece capire che tutto ha un costo. Novak Djokovic è a capo della Professional Tennis Players Association dove si parla solo di esigenze maschili e poco delle donne. Ci risiamo, verrebbe da dire. Tante impiegate dichiararono che il mio successo su Bobby Riggs nella “Battaglia dei Sessi” nel ’73 le aveva incoraggiate a chiedere un aumento. Anche Obama mi ha confessato di aver visto quell’incontro e di averlo citato alle figlie. I soldi non sono una vergogna, né una debolezza, ma spesso un valore. Quindi sì, equal pay for equal work.

L’eredità più importante che lascia: è sul campo o fuori?

Fuori. È sociale. E quello che ho fatto fuori ha ostacolato la mia carriera. Ne parlavamo con Muhammad Ali, un amico. Avrei vinto di più se mi fossi limitata a giocare, ma forse non avrei migliorato un po’ il mondo. Ho lottato per far approvare “Title IX”, in modo che anche le donne potessero avere accesso alle borse di studio sportive. Nel 1973 nelle università 50 mila uomini ne avevano diritto, ma solo 50 ragazze. […]

Il momento più difficile?

Quando nell’estate del ’78, ricattata dalla mia ex, ho dovuto ammettere pubblicamente che amavo le donne. Persi subiti mezzo milione di dollari, gli sponsor mi lasciarono, anche quelli dell’abbigliamento sportivo, l’amministratore di un’azienda in una lettera mi chiamò puttana. È stata dura, ma la parte più difficile è stata fronteggiare la mia famiglia. Ce l’ho fatta con l’aiuto della mia psicanalista che mi ha fatto notare che dovevo smettere di far contenti gli altri. A 50 anni cercavo ancora di non contrariare i miei genitori, desideravo essere la brava ragazza, ma quella cosa mi stava rendendo la vita insopportabile. A 51 ho dovuto fronteggiare l’idea che il mio problema di peso, viaggiavo sui cento chili, era dovuto a disturbi alimentari che mi portavo dietro da ragazza e quindi mi sono ricoverata in una clinica. Ai giovani dico: chiedete aiuto, parlate dei problemi, non vergognatevi. Giocherete meglio quando vi sarete liberati.

Djokovic forse non andrà in Australia se sarà obbligatorio vaccinarsi.

Io ho fatto anche la terza dose. Pazienza, si farà il torneo senza Djokovic. Bisogna capire che la libertà non è libera. Impone responsabilità e consapevolezza. In questo caso verso la salute pubblica. Quando sei un personaggio famoso hai un dovere in più. Può non piacerti, ma è così. Freedom is not free.

Com’è stato raccontarsi?

Ci ho messo quattro anni. Ho dovuto tagliare, 800 pagine erano troppe. Sia chiaro, la mia vita continua, non intendo fermarmi. Sono stata fortunata, se nel ’54 in quinta elementare la mia amica Susan Williams non mi avesse chiesto: ti va di giocare a tennis?, non sarei qui. Alle donne dico: non piangete, organizzatevi. Bisogna ascoltare, coltivare alleati, e poi sferrare il colpo. La partita è ancora lunga, ma io la giocherò sempre.

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Davis, sfida agli USA (Crivelli, Bertolucci, Mastroluca, Piccardi)

La rassegna stampa di venerdì 26 novembre 2021

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Contro Isner e Opelka è una sfida ai giganti (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Là, oltre le montagne. L’avventura dell’Italia verso il desiderio Davis realizzato solo nel 1976 passa attraverso l’impervia scalata delle vette americane: i 2.08 di Isner, numero 24 del mondo e quindi il meglio piazzato in classifica degli yankee, e i 2.11 di Opelka, il più alto del circuito insieme a Karlovic. Sinner e Sonego avranno bisogno degli scudi, perché di fronte si troveranno i migliori battitori del circuito secondo il rating Atp: per dire, Isner in stagione ha tenuto il 92,16% di game sul suo servizio (primo), Reilly l’88,33% (terzo). È vero che a Vienna, il mese scorso, Jannik seppe disinnescare Opelka e dunque possiede senz’altro le contromisure per affrontare i razzi a stelle e strisce, però la superficie del Pala Alpitour è assai rapida. Soprattutto, quando giochi contro bombardieri di quel genere, difficilmente puoi trovare il ritmo negli scambi e hai grande pressione sui tuoi turni di battuta, perché ogni palla break potrebbe costarti il set. Un discreto battesimo del fuoco per i due debuttanti azzurri, mentre gli statunitensi sono comodi nel loro passo profilo: «Non siamo assolutamente tra i favoriti – ammette candidamente Opelka – siamo cambiati, abbiamo vinto molti titoli in Davis, ma questo non ha nulla a che vedere con la squadra di adesso». John Isner ha risposto alla convocazione in Davis dopo tre anni: in mezzo, per lui, ci sono stati tre figli e un approccio totalmente diverso al tennis. Raccontato così: «La mia famiglia adesso è la priorità, ormai la mia programmazione quotidiana dipende dalle esigenze dei bambini, ovviamente quest’anno ho giocato poco ma sono abbastanza soddisfatto della mia stagione». Dietro la scelta di tornare c’è sicuramente il capitano, Mardy Fish, che i suoi giocatori adorano per la personalità e la finezza nelle relazioni umane. L’ex numero 7 del mondo, capace di qualificarsi alle Finals nel 2011, l’anno dopo piombò nel baratro degli attacchi di panico e dell’ansia, fino a ritirarsi nel 2015 per problemi di cuore legati allo stress: «Vivevo la ricerca del successo come un disagio». Fu il primo a denunciare la pressione legata alle aspettative e il mondo lo venne a sapere agli Us Open del 2012, quando si ritirò negli ottavi prima di giocare contro Federer: quell’episodio, e poi il suo percorso di vita fino alla completa redenzione psicologica, sono diventati un documentario («Untold») su Netflix.

La nuova Davis non ci favorisce. Ma rimaniamo tra i più forti (Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello Sport)

 

Non chiamatela Coppa Davis. II nome è rimasto, ma la nuova formula introdotta nel 2019 ha completamente snaturato la manifestazione originaria. Certamente, la vecchia Davis portava addosso tutti i segni del tempo e aveva bisogno di una riforma, ma in questo modo si è cancellato tutto ciò che la rendeva affascinante: il tifo del pubblico di casa, le partite tre su cinque che potevano cambiare inerzia da un momento all’altro, le sfide incrociate tra i numeri uno e i numeri due. Paradossalmente, l’Italia attuale avrebbe beneficiato maggiormente dell’antico format anziché del nuovo: due top ten (Berrettini e Sinner) e altri tre giocatori di alto livello (Sonego, Fognini e Musetti) avrebbero consentito rotazioni profondissime nei quattro singolari e nel doppio, ma in ogni caso anche nella Coppa in versione rivoluzionata siamo nel poker delle squadre più forti e sono convinto che nel giro di tre anni conquisteremo il trofeo o comunque ci metteremo nella condizione di riuscirci. Per quanto riguarda le sfide che ci attendono quest’anno, è evidente che quella odierna contro gli Stati Uniti rappresenti già uno spartiacque decisivo. L’assenza di Berrettini è pesante, intanto perché stiamo parlando di un top player e poi perché attorno al nostro numero uno il c.t. avrebbe potuto compiere scelte più ponderate negli altri match, ma anche gli Stati Uniti senza Fritz perdono potenziale. Certo, sul veloce indoor il servizio di Isner e Opelka può fare paura, il pronostico è ravvicinato ma secondo me per talento e qualità l’Italia si fa preferire.

L’Italia sogna con Super Sinner (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Scende in campo in maglia azzurra, Fabio Fognini. Si allena così, lancia un messaggio chiaro. Il nostro Davisiman è pronto a vestire ancora i panni del condottiero e guidare l’unica Nazionale con tre debuttanti in Coppa Davis fra le diciotto presenti alle Finals e distribuite tra Torino, Innsbruck e Madrid. Volandri gli ha parlato costantemente durante la sessione di ieri mattina. Negli ultimi giorni il capitano è particolarmente attento, prodigo di indicazioni e consigli per il più esperto dei singolaristi a disposizione. Non è escluso che possa decidere anche in singolare e non solo in doppio, anche perché Bolelli negli ultimi due giorni si è allenato poco, dopo essere stato involontariamente colpito al fianco da un compagno di squadra in una delle prime sessioni al Pala Alpitour. Il pubblico però aspetta Jannik Sinner. Il capitano ha fatto lavorare l’altoatesino soprattutto sul back di rovescio, sotto gli occhi degli appassionati che poi si sono accalcati per un autografo o un selfle. Sinner ha affascinato lo stesso Fognini, colpito dalla sua maturità. Un aspetto che ha attirato anche l’attenzione di Boris Becker: «Mi piacciono il suo tennis e la sua mentalità – ha rivelato al canale tv Eurosport nella versione tedesca – Il suo è un tennis mollo maturo, poi rimane molto calmo nelle fasi decisive delle partite. Forse quest’anno ha giocato troppo e si è stancato. Ma ha un grande talento e un enorme potenziale. Non sarei sorpreso se salisse ancora in classifica». […]

Sinner e i suoi fratelli alla scoperta della Davis sotto mentite spoglie (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

Chiamiamola pure, per convenzione, Coppa Davis. E proviamo a vincerla, da oggi a Torino, trascinati dalla gioventù straripante di Jannik Sinner rinvigorito dall’ossigeno purissimo delle Atp Finals e iniettati del fattore-casa di Lorenzo Sonego. Però è un’altra cosa. E’ un torneo per nazioni venduto dalla Federtennis internazionale al gruppo Kosmos di Gerard Piqué: nel 2019 ne fecero un Mundialito in sede unica (Madrid), viziato da una programmazione delirante e conquistato come da copione dalla Spagna, che quest’anno aveva rimpiazzato l’icona Rafa Nadal con il rampante Carlos Alcaraz, che però ieri è risultato positivo al Covid. Nel 2020 la pandemia spazzò via il torneo. Ci riprovano con sei gironi da tre squadre, spalmati in tre località diverse (Madrid, Innsbruck a porte chiuse e Torino), chi è fortunato potrà sfruttare il tifo locale, dalle semifinali in poi tutti in Spagna, a sbranarsi due set su tre per questa Coppa del Mondo che piace più ai giovani che ai maturi, perché non sanno (i giovani) cosa si sono persi con la morte della vecchia Davis. Che chiedeva un restyling necessario, di certo non l’eutanasia. Il business però non soffre di nostalgia, lo sport non aspetta i romantici, l’indiscrezione della manifestazione già venduta per i prossimi cinque anni ad Abu Dhabi, negli Emirati, come se fosse un gran premio di F1 o di moto, non fa una grinza. Oggi dalle 16 tocca a noi, la giovane Italia del neo capitano Filippo Volandri: tre ragazzi, Sinner, Sonego e Musetti, e due senatori, Fognini e Bolelli. Il debutto degli azzurri non sarà morbido. Dall’altra parte della rete ci aspettano gli Stati Uniti di Mardy Fish, il capitano che in un bel documentario di Netflix («Untold») ha alzato il velo su depressione e salute mentale nel tennis di alto livello, sulla scia di Naomi Osaka a Parigi e Simone Biles ai Giochi di Tokyo. E proprio contro gli Usa l’Italia si gioca il passaggio ai quarti di finale da prima del girone, con la possibilità di giocare lunedì, sempre a Torino. […]

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Sinner e l’Italia pronti (Bertellino). Simone l’intruso (Pierelli). Volandri: «Sarà un’Italia ambiziosa» (Grilli)

La rassegna stampa di mercoledì 24 novembre 2021

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Sinner e l’Italia pronti (Roberto Bertellino, Tuttosport)

L’Italia di capitan Filippo Volandri, alla prima esperienza in tale veste dopo la lunga storia targata Corrado Barazzutti, ha proseguito ieri gli allenamenti in vista del primo incontro della fase a gironi del Gruppo E di Coppa Davis, che la vedrà opposta agli Stati Uniti venerdì dalle 16 al Pala Alpitour di Torino. Non una passeggiata perché la squadra capitanata dall’ex professionista Mardy Fish, nonostante la defezione di Taylor Fritz, presenta degli ottimi singolaristi e un doppio affiatato composto da Rajeev Ram e Jack Sock. Salvo cambiamenti dell’ultimo minuto il primo singolarista azzurro sarà Jannik Sinner, al suo esordio in Davis, e il secondo Lorenzo Sonego, giocatore di casa. Sinner dovrebbe affrontane Reilly Opelka. Per Sonego dovrebbe esserci la sfida con Frances Tiafoe, sostituto di Fritz, sempre che il capitano USA non propenda per far giocare da numero 1 l’esperto John Isner. Il doppio azzurro è una garanzia e dovrebbe veder schierati Simone Bolelli e Fabio Fognini, capaci di vincere nel 2015 il titolo Slam agli Australian Open. Match dunque da affrontare con tanta attenzione e che potrebbe essere decisivo nel Gruppo E. Sabato Italia nuovamente in campo, e sempre dalle 16, contro la Colombia che hain Daniel Galan il miglior singolarista, giocatore dotato di un tennis completo che parte dal servizio e non disdegna le discese a rete, soprattutto sul veloce. Temibile anche il doppio della Colombia, composto da Cabal e Farah, abbinamento partito tanti anni fa dal circuito dei futures e salito alla posizione di coppia numero 1 del mondo. L’obiettivo è vincere il girone e arrivare nei quarti, programmati, sempre a Torino lunedì contro la vincente del Gruppo D che è composto da Australia, Croazia e Ungheria.

Simone l’intruso (Matteo Pierelli, La Gazzetta dello Sport)

 

L’Italia dei giovani, l’Italia dei Sinner e del Musetti che hanno messo le basi per illuminare d’azzurro il tennis per almeno un decennio, non dimentica chi ha “tirato la carretta” prima dell’avvento di una generazione d’oro, che è sbocciata all’improvviso. Così, dopo il forfait di Matteo Berrettini, ecco che il capitano Filippo Volandri ha dovuto richiamare Simone Bolelli, 36 anni, uno che ha esordito in coppa Davis nel lontano 2007, nella dolorosa sconfitta in Israele. E la cosa curiosa è che a Torino sarà una pedina molto importante perché, con questa formula, il doppio pesa parecchio nell’economia di una partita. E se – come sembra – Bolelli giocherà con Fabio Fognini, altro “ragazzino” di 34 anni, l’Italia potrà contare su due giocatori esperti che assieme hanno vinto tanto, con la perla di uno Slam storico, l’Australian Open 2015. Tra l’altro, la coppia Bolelli-Fognini è quella del famoso match finito alle 4.03 del mattino (la partita più “nottambula” della pluricentenaria storia della Davis) nel 2019 a Madrid, proprio contro gli Stati Uniti (Querrey-Sock) che ritroveremo venerdì. Simone Bolelli, la cul carriera è stata falcidiata dagli infortuni, ha ormai abbandonato il singolare per puntare sul doppio in cui è il miglior italiano in classifica (è numero 25) nonché uno dei più forti specialisti in circolazione: assieme all’argentino Maximo Gonzalez, a luglio, ha raggiunto la semifinale a Wimbledon e ha sfiorato la qualificazione alle Finals di doppio: lui e Gonzalez erano a Torino come riserve. E lì Bolelli è rimasto, dopo il forfait di Berrettini: «Da una parte sono contento perché potrò difendere i colori dell’Italia – ha detto nei giorni scorsi Simone -, dall’altra mi dispiace per Matteo perché si era meritato di partecipare lui. Cercheremo di non farlo rimpiangere». […]

Volandri: «Sarà un’Italia ambiziosa» (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

Da Torino a Torino. Il Master cede il testimone alla Coppa Davis, che scatta domani in tre città. Torna in campo l’Italia che non gioca dal marzo del 2020, quando a Cagliari gli azzurri superarono 4-0 la Corea del Sud garantendosi la partecipazione alle finali di Madrid, poi cancellate a causa della pandemia. Tornano in campo gli azzurri e in panchina c’è un nuovo capitano, Filippo Volandri, al posto di Corrado Barazzutti. E così, undici anni dopo la sua ultima apparizione da giocatore tocca al debuttante Volandri provare a spingere il nostro squadrone almeno fino alle semifinali di Madrid. Prime tappe, venerdi contro gli Stati Uniti, poi sabato la Colombia.

Dal 2010 al 2021, è ancora Davis. Volandri, si emozionerà?

L’emozione in un grande avvenimento c’è sempre, anche Roger a Wimbledon sente che l’atmosfera è diversa. Mi emozionavo da giocatore e succederà anche venerdì, però avendo avuto mesi per metabolizzare la situazione ho cominciato da tempo a studiare come gestire l’appuntamento. Certo, quando partirà l’inno, non so cosa succederà…

Non abbiamo purtroppo Berrettini, e ricordando il suo primo set con Zverev, poi vincitore del Master, è un’assenza pesantissima. II nostro numero 1 è Sinner, altro debuttante in Coppa Davis.

Jannik ha fatto enormi progressi quest’anno, a Torino mi è piaciuto molto come ha saputo reagire alla chiamata in campo, il clima che è riuscito subito a creare con il pubblico. Ha dimostrato grande maturità, ci aspettiamo molto da lui in una situazione come la Davis in casa, dove la pressione e il tifo possono esaltare ma anche deprimere se le cose non vanno bene.

Arriviamo a queste sfide con grandi ambizioni, ha già un’idea della squadra che schiererà contro gli Usa?

Sì, ce l’ho, ma certe sensazioni possono cambiare. Mi piace ripetere che i miei giocatori sono tutti titolari, grazie a una qualità molto alta. Avremo il tutto esaurito, un ambiente ideale, vogliamo e possiamo fare grandi cose. Per ora nulla è ancora deciso. Voglio rivedere i giocatori al lavoro e poi deciderò.

Sonego in campo davanti ai suoi tifosi può essere una spinta in più, ricordando anche le vittorie agli Internazionali, l’empatia che stabilì con il pubblico.

Lorenzo garantisce sempre un ottimo rendimento, poi con il pubblico sa esaltarsi ed esaltare. Sicuramente è uno dei nostri punti di riferimento. Il Pala Alpitour sarà una bolgia, però nello staff abbiamo anche psicologi che ci stanno aiutando a confrontarci al meglio con queste emozioni.

Non c’è Fritz, il numero uno degli Usa, però su questi campi veloci Isner e Opelka sono più che temibili.

La forma di Isner è un’incognita. È diventato papà da qualche settimana, ha rinunciato a qualche torneo. Opelka è sempre pericoloso, l’ho visto perdere contro Sinner a Vienna, in quella occasione Jannik ha risposto davvero alla grande. Fritz? Negli ultimi due mesi aveva battuto tutti i nostri, Sonego, Berrettini, Sinner. […]

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L’Italia di Sinner: “Grande gruppo. E io alle Finals sono cresciuto” (Crivelli). Sinner, una spinta in più. Matteo: “Vincete per me” (Mastroluca). Diego Nargiso: “Sinner, che carisma è perfetto per la Davis. Il girone? Molto duro” (Semeraro)

La rassegna stampa di martedì 23 novembre 2021

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L’Italia di Sinner: “Grande gruppo. E io alle Finals sono cresciuto” (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

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Venerdì e sabato, infatti, sempre al Pala Alpitour, gli azzurri del c.t. Volandri affronteranno Stati Uniti e Colombia nel Girone E delle finali a 18 squadre della Coppa, per assicurarsi un posto nei quarti che in caso di successo nel gruppo ci terrebbe in città. Alfiere L’unica conquista dell’Insalatiera, è storia, risale al1976 e sarà tra l’altro celebrata domenica durante il Torino Film Festival con la proiezione della docuserie «La Squadra» di Domenico Procatri e una serata di memorie con i quattro moschettieri di allora (Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli) e capitan Pietrangeli. A 45 anni di distanza, il sogno di tornare in vetta al mondo era più vivido che mai, con due top ten contemporaneamente (Berrettini e Sinner) per la prima volta nella storia del ranking e altri tre elementi (Sonego, Fognini e Musetti) di raffinata e talentuosa sartoria tennistica. L’infortunio di Matteo al Masters cambia un po’ le prospettive (al suo posto Bolelli, per rendere granitico il doppio), anche perché si gioca sulla stessa superficie, assai rapida, della Finals, ma l’Italia resta decisamente sopra la media nei pronostici, chiedendo l’illuminazione al nuovo leader Sinner, alla prima convocazione in assoluto ma profeta designato verso la terra promessa: «Sicuramente Matteo ci mancherà – ha detto in questi giorni – e le sfide che ci attendono saranno dure, ma non ci sono tanti Paesi che hanno un gruppo unito come ii nostro, una squadra incredibile, in cui ognuno vuole dare il meglio di sé. E poi giochiamo in casa, tireremo fuori più di quello che abbiamo, intanto ci teniamo sudi morale e questa sarà la nostra arma migliore. Ovviamente c’è la pressione, ma mi aspetto una bellissima atrnosfera. D’altronde la pressione c’è in ogni partita, ma l’ho avuta anche durante l’anno e credo di averla gestita bene: quando queste cose succedono da giovani, aiutano nella crescita».

 

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Spigliato e sorridente, Sinner ha raccolto con orgoglio la bandiera di alfiere azzurro in Davis: «Le due partite giocate alle Atp Finals sono state una grande esperienza che mi ha spinto a crescere ancora. Lo ammetto, quando ho sostituito Matteo avevo pensieri negativi, con l’attesa e la tensione che avevo accumulato pensavo che avrei giocato male. E invece sono stati match splendidi, che anche tatticamente mi hanno lasciato qualcosa. E sicuramente avere il pubblico dalla tua parte ti dà molta energia: prometto che tutta la squadra saprà sfruttare la spinta del tifo». Intanto tra i convocati degli Stati Uniti, dopo la rinuncia di Fritz, rispunta Tiafoe, il “cattivo” di Vienna che girò a suo favore la partita di semifinale gigioneggiando con la folla fin oltre i limiti

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Sinner, una spinta in più. Matteo: ‘Vincete per me” (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

L’Italia si prepara per il debutto in Coppa Davis a Torino. Gli azzurri si sono allenati sui campi del Cral Reale Mutua in attesa dell’esordio contro gli Stati Uniti in programma al Pala Alpitour. Sabato 27, poi la sfida contro la Colombia. Se l’Italia dovesse vincere il girone, giocherà il quarto a Torino lunedì 29. Altrimenti, se sarà fra le due migliori seconde, per i quarti si trasferirà a Madrid. PALCO. In serata, poi, la squadra è salita sul palco del Teatro dei Ragazzi, non lontano dal Pala Alpitour; per il gala dei SuperTennis Awards, i premi Oscar del tennis italiano. Ci sono Jannik Sinner, Lorenzo Sonego, un elegantissimo Lorenzo Musetti in vestito nero e papillon, Simone Bolelli e Fabio Fognini

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VERSO LA DAVIS. Al posto di Taylor Fritz, infatti, giocherà Frances Tiafoe che l’ha battuto nella rocambolesca semifinale dell’ATP 500 di Vienna condusa fra le polemiche per suo atteggiamento fin troppo esuberante con il pubblico austriaco. Il formato infatti prevede che in singolare si affrontino i numeri 1 e i numeri 2 fra loro. Sinner, dopo il forfait di Berrettini, è il primo singolarista azzurro. Tiafoe, invece, è il terzo statunitense dopo John Isner (24) e Reilly Opelka (26). Dunque, Tiafoe potrebbe più facilmente sfidare Lorenzo Sonego, il padrone di casa che dovrebbe scaldare l’amosfera giocando di fronte alla famiglia e agli amici. Completano invece la rosa USA Jack Sock e Rajeev Ram, che dovrebbero essere chiamati in causa per il doppio. Nel girone anche la Colombia che schiera Daniel Galan e Nicolas Mejia in singolare e in doppio la coppia ex numero 1 del mondo composta da Juan Sebastián Cabal e Robert Farah. I due grandi amici sono già stati protagonisti a Torino delle Nino ATP Finals. GRANDE ASSENTE. Il grande assente è il numero 1 azzurro Berrettini, premiato per l’impresa dell’anno, la storica prima finale italiana a Wimbledon. «Mi sarebbe piaciuto essere lì, ma devo prendermi cura di questo corpo. Speriamo di chiudere in bellezza con la Davis, ci vediamo il prossimo anno ha detto il romano, ancora provato e deluso dopo l’infortunio che l’ha costretto al forfait alle Finals e in Davis, in un video-messaggio.

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Diego Nargiso: “Sinner, che carisma è perfetto per la Davis. Il girone? Molto duro” (Stefano Semeraro, la Stampa)

Diego Nargiso, ex davisman azzurro, oggi è una voce di SuperTennis, e ormai un rodatissimo intervistatore in campo. Diego, chi è il più bravo con le parole degli otto maestri? «Be’, Djokovic è fantastico, con lui devi prepararti sempre 2 o 3 domande in più perché te le brucia con la sua simpatia e i suoi siparietti. Medvedev è come gioca: con risposte mai scontate può lasciarti fermo». Zverev e Tsitsipas? «Sascha è molto educato, ma secco, poco fluido nelle interviste, Tsitsipas il più “americano” di tutti, sa che la gente vuole anche lo `show’ e risponde fuori dai denti, aiutato da una presenza incredibile»

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Rublev e gli altri? «Andrey è un finto cattivo, si nasconde dietro un aspetto freddo ma è molto simpatico. Ruud un bravissimo ragazzo, umile ma già campione, ‘Hubi’ è cortese ma un po’ scolastico».

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Parliamo di Davis: Sinner è un top 10, saprà diventare anche uomo di Coppa? «Sì. Tutte le sue prime volte le ha giocate sempre al massimo, dai Future ai Challenger, alle prime esperienze Atp, al debutto a Roma. È una qualità che hanno i campioni. Anche a Torino abbiamo visto come è riuscito a trascinare il pubblico. Lui va in campo senza pensare a chi ha davanti, anch’io ero un po’ così. Per me sarà un davisman perfetto, e il suo futuro è da n.1 del mondo». Con lui ci sarà un altro esordiente, Lorenzo Sonego. «Lore è un altro che si accende con il pubblico. Giocare nella sua Torino sarà un’emozione in più. Ma il nuovo formato ti stressa meno, non ci sono i match al quinto set: può essere un aiuto». Siamo nel girone con Usa e Colombia: la spunteremo? «È dura. Con Berrettini avrei detto sicuramente di sì, così possiamo farcela ma occhio a Tiafoe, che ha dei precedenti con Jannik, a Opelka e Isner che sulveloce fanno valere il loro servizio, al doppio forte di Sock e Ram». Lei era un grande doppista, chi schiererebbe? «Punterei sull’esperienza e la classe di Fognini e Bolelli».

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