Terra battuta al femminile: chi gioca meglio sul rosso?

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Terra battuta al femminile: chi gioca meglio sul rosso?

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Con il torneo di Stoccarda iniziano gli appuntamenti importanti sulla terra rossa: qualche dato per individuare le migliori sulla superficie

Vincono soltanto  Sharapova e Williams.
Arriva la stagione della terra rossa e con le cinque parole di apertura dell’articolo si potrebbe sintetizzare il tema. Negli ultimi tre anni  i grandi tornei sulla terra battuta, infatti, sono stati letteralmente monopolizzati dalle prime due del ranking, come non è accaduto per nessuna delle altre superfici.
Eppure undici anni fa, quando Serena e Maria si affrontarono sull’erba della finale di Wimbledon 2004, non so quanti avrebbero potuto immaginarlo. Forse più ancora che per la longevità, colpisce l’evoluzione tecnica che entrambe hanno compiuto per arrivare a questo dominio. Da aprile a giugno sono quattro i tornei importanti che si disputano sulla terra battuta: Stoccarda, Madrid, Roma, Roland Garros. Ebbene, dal 2012 in poi, Maria e Serena li hanno vinti tutti (7 Sharapova, 5 Williams).
Ecco la tabella relativa agli ultimi anni:

Principali tornei sulla terra
Curiosamente solo due volte si sono affrontate direttamente in finale (Madrid e Roland Garros 2013); ma hanno comunque sistematicamente respinto tutti gli assalti delle altre pretendenti arrivate all’atto conclusivo.

 

Per Serena la svolta decisiva è da individuare nel 2012. Il 29 maggio perde al primo turno del Roland Garros da Virginie Razzano, e credo sia stato quello choc a farle capire che se voleva davvero primeggiare anche sulla terra avrebbe dovuto impegnarsi in modo più profondo e specifico. In quegli stessi giorni inizia la collaborazione con Patrick Mouratoglou; e un coach francese non poteva certo trascurare il torneo di riferimento nazionale: Serena studia una preparazione mirata che le consentirà di rivincere il Roland Garros a distanza addirittura di undici anni (2002 – 2013) e poi di costruire un record sulla terra di 56 vittorie e 3 sole sconfitte. Una percentuale vicina al 95%, paradossalmente superiore a quella su qualsiasi altra superficie.
Dal 2012 in poi (oltre a quella con Razzano) le altre due sconfitte arrivano nel 2014, e una è anche un po’ anomala, visto che si riferisce a una fase di stagione differente, sull’Har-Tru di Charleston (la terra grigio-verde americana).
Riassumendo le due partite perse: a Charleston da Jana Cepelova (4-6, 4-6) appunto, e al Roland Garros da Muguruza (un sorprendente e perentorio 2-6, 2-6). La Williams vincente sulla terra è diventata più paziente, tatticamente più accorta, fisicamente più preparate e disposta al palleggio prolungato, più stabile sugli appoggi al momento di colpire. E aggiungerei anche con un po’ più di topspin nei colpi.

Per quanto riguarda invece i progressi di Sharapova, bisogna dire che l’evoluzione “terraiola” di Maria è risultata tanto sorprendente quanto inequivocabile: dall’agosto 2011 (Cincinnati) all’ottobre 2014 (Pechino) ha vinto 7 tornei sulla terra (e due erano Slam) e uno solo sul cemento (Indian Wells) Per chi avesse voglia di leggere un tentativo di analisi approfondita sulla questione rimando a questo articolo dell’anno scorso.

In estrema sintesi alcune delle ragioni che sembrano più plausibili potrebbero essere queste:
– la terra è la superficie fisicamente e soprattutto mentalmente più probante. Maria nel tempo è diventata particolarmente solida sul piano fisico e soprattutto una lottatrice quasi imbattibile a livello mentale.
– Alla ricerca del Career Slam (Parigi era l’ultimo Slam che mancava dei quattro) Sharapova potrebbe avere cercato il picco di forma nel periodo primaverile; e poi, dopo i primi successi, potrebbe aver deciso di mantenere un calendario simile anche nelle stagioni seguenti.
– Sulla terra il rimbalzo alto e più lento favorisce una giocatrice come lei: alta e non agilissima, ma con la potenza necessaria per ottenere i vincenti che altre ragazze meno forti faticano a produrre sul rosso.
– Altre giocatrici, che sono temibili concorrenti sul cemento o sull’erba, sulla terra calano di rendimento in modo sensibile, e così il campo di avversarie pericolose si riduce.

Prendo spunto da quest’ultimo aspetto per introdurre una serie di dati che riguardano le attuali prime 32 giocatrici del ranking. Chi gioca meglio sul rosso e chi invece fatica ad adattarsi?
In questa tabella ho preparato i valori riferiti alla intera carriera delle tenniste in base alle diverse superfici:

Superfici carriera
Poi ho provato a rendere i dati più attinenti alla situazione attuale. Per farlo ho preso in considerazione solo i risultati dal 2012 in poi (tre stagioni intere, più l’inizio di quella in corso), sempre divisi per superfici:

Superfici dal 2012

Prevedibilmente scendono i valori di alcune giocatrici verso fine carriera e ne salgono altri. A questo punto per evidenziare meglio il tema che ci interessa ho abbandonato l’ordine del ranking e costruito una classifica sulla base dal rendimento sulla terra battuta. Eccola:

Rendimento Terra dal 2012
Questa è esattamente la gerarchia delle migliori giocatrici su terra negli ultimi anni? Sì e no, perché è influenzata anche dalla diversa programmazione delle protagoniste. Alcune puntano alla stagione su terra in modo particolare, disputando tornei di fascia più bassa che, avendo una concorrenza meno qualificata, potrebbero consentire di migliorare il rendimento specifico sulla superficie.

Se scorro la classifica verso il fondo, mi colpisce il valore di Caroline Wozniacki. É stata finalista a Stoccarda e Roma nel 2011, ma nelle ultime tre stagioni sulla terra ha raccolto pochissimo. Un valore davvero molto basso (40%); ma forse più che un problema tecnico potrebbe essere stata una coincidenza di differenti periodi di scarsa forma.

Con questi stessi dati ho provato a stabilire un aspetto più specifico. Vale a dire: chi sono le “terraiole”? Per cercare di scoprire chi rende in modo particolare sulla terra ho individuato chi ha uno scarto particolarmente alto tra la percentuale di vittorie sul rosso rispetto alla migliore percentuale sulle altre superfici. (Ho accorpato i dati di cemento e carpet, visto che questi ultimi sono molto limitati):

Specialiste
In arancione sono le giocatrici con una differenza superiore al 10% di rendimento tra la terra e la migliore delle altre superfici. In giallo chi si attesta tra il 4 e il 10%. Valori inferiori al 4% li ho considerati non sufficientemente rilevanti per far pensare che si tratti di una sicura predilezione di superficie. Probabilmente non dovrei dirlo, ma confesso che alcuni risultati mi hanno sorpreso. Forse dipende dalla mia valutazione di partenza di alcune singole giocatrici (sbagliata?); o forse è il metodo ad essere troppo rozzo.

Spiccano i numeri di Sara Errani, con uno scarto clamoroso; e fin qui ci siamo.
Nel dato di Petkovic influisce anche l’ottimo rendimento a Charleston: terra americana un po’ differente, visto che è più veloce di quella rossa.
Il valore di Sharapova mi convince abbastanza: in questi ultimi anni i tornei vinti sul rosso sono stati senza dubbio preponderanti.
Non mi aspettavo invece differenze così alte per Bouchard e Jankovic. Eugenie è comunque una giocatrice ancora in formazione per cui sospendo il giudizio. Non pensavo invece che Jelena, recente finalista a Indian Wells, avesse una tale scarto di rendimento tra duro e terra. Purtroppo non so quanto si potrà verificare il dato nelle prossime settimane, visto che il problema fisico che l’ha costretta al forfait a Stoccarda potrebbe impedirle di esprimersi al meglio.
Del tutto attese le presenze di Suarez Navarro e Stosur, mentre non attendevo numeri simili per Safarova: semifinalista a Wimbledon e molto forte anche sull’indoor veloce; eppure i numeri la descrivono più efficace sulla terra. Cornet, Lepchenko e Kuznetsova sono nomi abbastanza prevedibili.
Halep infine ha il dato che aspettavo: un valore che privilegia leggermente il rosso, ma non smentisce certo la sua forza sul cemento.

Queste tabelle possono essere di aiuto per orientarsi in vista dei prossimi tornei? Me lo auguro, se non altro minimamente. Fra tutte, quella che dovrebbe sintetizzare meglio i valori complessivi è la penultima, ma direi che le superfici del tennis contemporaneo sono diventate più simili tra loro, e quindi a volte più che l’attitudine alla superficie può diventare fondamentale il momento di condizione della singola giocatrice. E vedremo se ci sarà qualcuna capace di interrompere il dominio di Williams e Sharapova.

P.S. I dati di partenza delle singole giocatrici sono ricavati da: tennisabstract.com
(Potrebbero mancare nel conteggio complessivo alcuni match di Fed Cup).

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Kudermetova a Charleston: una vittoria molto esclusiva

Veronika Kudermetova ha vinto a Charleston il suo primo torneo WTA sulla terra verde, la superficie meno praticata nel circuito professionistico contemporaneo

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Per la prima volta dopo undici anni nel Tour femminile si disputano due tornei sulla terra verde. Sui campi di Charleston Veronika Kudermetova ha vinto il primo appuntamento, l’ormai classico “Charleston Open” impegno di livello WTA 500. Ma in più, rispetto al solito, in questi giorni è in corso un secondo torneo sugli stessi campi, anche se di livello inferiore (WTA 250). Non accadeva dal 2010 che due eventi del circuito professionistico femminile si disputassero sulla terra verde.

Allora come oggi si era in aprile, e nel 2010 per due settimane consecutive si giocò su questa superficie particolare: dal 5 aprile a Ponte Vedra Beach, Florida, un torneo paragonabile agli attuali WTA 250 (allora definiti International); e dal 12 aprile a Charleston, South Carolina, il torneo che continua ancora oggi, paragonabile all’attuale WTA 500. A vincere furono Caroline Wozniacki in Florida e Samantha Stosur in South Carolina.

 

La terra verde è una superficie tipica del tennis statunitense, ma nel tempo a livello professionistico è stata progressivamente abbandonata dai tornei del circuito maggiore, sino a ridursi alla presenza limitatissima, quasi di pura testimonianza, di oggi. Quest’anno però, la pandemia ha causato la cancellazione della Fed Cup (rinominata Billie Jean King Cup), liberando uno “slot” che ha permesso di raddoppiare l’appuntamento a Charleston.

Cosa è, e come si gioca sulla terra verde? In inglese è classificata come “clay”, cioè “argilla” ma in realtà non è composta da argilla (terracotta tritata) come i campi europei, quanto piuttosto da pietra tritata. È definita anche Har-Tru, denominazione data dal suo inventore, il costruttore Henry Alexander Robinson (HAR) che alle iniziali del proprio nome aggiunse TRU, abbreviazione di “true green”. Il primo campo realizzato con questo materiale risale al 1931 e inizialmente come materia prima veniva utilizzata una pietra cavata in Pennsylvania. Ma se oggi ci si rivolge alla impresa “Har-Tru”, ancora esistente, si otterrà un campo realizzato con una pietra che proviene dalla Virginia, la cui definizione geologica è “Pre-Cambrian metabasalt”.

Primo campo del 1931: quindi sono passati 90 anni esatti dalla sua introduzione. Nel corso del tempo la terra verde ha avuto un successo crescente negli Stati Uniti, sino a diventare la superficie di tre US Open negli anni ‘70 (1975-1977); ma poi è iniziato il declino, quanto meno nei tornei del circuito professionistico, ed è stata soppiantata dal cemento, che oggi monopolizza gli eventi nordamericani.

Come superficie la terra verde è considerata più veloce rispetto alla media dei campi europei in terra rossa, ma produce condizioni tecniche affini, soprattutto perché su entrambe si scivola facilmente, e sappiamo che la scivolata determina specifiche conseguenze nello sviluppo del gioco. Ne avevo parlato due settimane fa nell’articolo dedicato a Naomi Osaka e le superfici: “La scivolata è la vera arma in più di chi interpreta al meglio la terra, perché se prima si scivola e poi si colpisce si è subito pronti a invertire la direzione di corsa, avendo già assorbito l’inerzia dello spostamento. Un vantaggio che nelle fasi difensive permette di rimanere nello scambio recuperando attacchi in successione, che su altre superfici risulterebbero indifendibili”.

Anche per questo normalmente siamo abituati ad associare la terra rossa agli scambi lunghi, in cui spesso (ma non sempre) prevale la qualità difensiva su quella offensiva. Le cose sono un po’ differenti per la terra verde: dato che è mediamente più rapida, si dovrebbe ottenere un maggiore equilibrio tra tennisti di impronta difensiva e tennisti di impronta offensiva.

Insomma, si tratta di una superficie ricca di interesse, con peculiarità degne di nota. Purtroppo però, l’esiguità dei tornei disputati non consente di individuare una tipologia di giocatrice specifica, in grado di primeggiare. Come detto, dal 2012 si gioca esclusivamente a Charleston: un solo torneo a stagione, con nemmeno tutte le più forti presenti: un riferimento troppo limitato per consentire analisi approfondite. Però qualcosa si può dire, a partire dalla edizione appena conclusa.

a pagina 2: La delusione delle tenniste con il ranking più alto

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Da Konjuh a Barty, otto protagoniste di Miami

I differenti problemi di Venus Williams e Bianca Andreescu, le soddisfazioni parziali di Elina Svitolina e Maria Sakkari e altro ancora nel secondo WTA 1000 della stagione 2021

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Bianca Andreescu e Ashleigh Barty - Miami 2021

Malgrado la finale sotto tono, compromessa dalle condizioni fisiche precarie di Bianca Andreescu, e vinta da Ashleigh Barty per ritiro, il WTA 1000 di Miami ha offerto diverse partite di alto livello e parecchi spunti interessanti. Ho scelto otto giocatrici che mi sembrano adatte per parlare del torneo da punti di vista differenti.

Venus Williams
Venus Williams ha perso al primo turno, sconfitta 6-2, 7-6 da Zarina Diyas, attuale numero 89 della classifica WTA. A 41 anni da compiere fra due mesi (il 17 giugno), Venus è reduce da un periodo di risultati poco incoraggianti e oggi è scesa alla posizione 90 del ranking.

Nel 2020 aveva disputato 9 partite, perdendone 8. L’unica vittoria era arrivata contro Victoria Azarenka a Lexington, ma va ricordato che Vika era al primo match dopo il lockdown, e dall’agosto 2019 era scesa in campo una sola volta (nel marzo 2020), dopo avere anche pensato al ritiro; quindi era comprensibilmente arrugginita.

 

Rispetto al bilancio di 1/8 del 2020, nel 2021 per Williams le cose sono andate un po’ meglio: 2 vittorie e 3 sconfitte. Al momento è riuscita a superare Arantxa Rus (attuale numero 74 WTA) e Kirsten Flipkens (numero 90). Il successo contro Flipkens le era valso il secondo turno all’Australian Open, dove poi aveva incrociato Sara Errani. Nel primo set contro Sara, Venus aveva avuto un problema al ginocchio ma aveva deciso comunque di non ritirarsi, finendo per perdere 6-1 6-0, giocando praticamente da ferma.

È sempre molto difficile, e anche presuntuoso, giudicare queste situazioni da fuori. Naturalmente il primo pensiero che viene, è associare il calo di rendimento all’età. Perché se è vero che i progressi della medicina e dei sistemi di preparazione atletica hanno allungato la carriera di molti sportivi, a un certo punto la carta di identità reclama comunque i propri diritti. Nel caso di Venus va aggiunto il problema determinato dalla sindrome di Sjögren, che le era stata diagnosticata dieci anni fa e che le aveva procurato un calo di rendimento per alcune stagioni, prima che riuscisse a trovare le contromisure adeguate (farmacologiche e dietetiche).

Chissà cosa pensa Venus del proprio futuro sportivo, soprattutto in una stagione nella quale ogni programmazione è messa a rischio dalle incertezze causate dalla pandemia. Per una grandissima campionessa, capace di raggiungere ancora nel 2017 due finali Slam (Australian Open e Wimbledon) e una semifinale (US Open), non deve essere facile decidere di smettere, quando farlo e come farlo. Mettiamo che abbia in mente di ritirarsi a Wimbledon, lo Slam che ha vinto ben cinque volte in carriera. Nel 2020 non si è svolto per pandemia, e la sicurezza assoluta che si giochi nel 2021 non possiamo averla. E se si disputasse senza pubblico, che saluto sarebbe di fronte a uno stadio vuoto? D’altra parte, varrebbe la pena continuare a giocare ed allenarsi, affrontando oltretutto le diverse quarantene, se i risultati continuano a latitare?

Per come la vedo io, i grandi atleti degli sport individuali hanno però una fortuna: rispetto a chi pratica sport di squadra, non hanno compagni da penalizzare in caso di calo di rendimento. Nel tennis gli alti e bassi si vivono interamente sulla propria pelle, e questo dà ai giocatori il diritto di decidere in piena autonomia come, e quando, dire basta.

Ana Konjuh
Ho quasi timore a dirlo, ma sembra davvero che Ana Konjuh sia di nuovo nella condizione di poter giocare a tennis ad alti livelli. Dopo quattro operazioni al gomito, distribuite nell’arco di cinque anni (dal 2014 al 2019, trovate QUI le date precise), e praticamente tre stagioni intere perse per problemi fisici, Konjuh è tornata a far parlare di sé per i risultati sul campo.

È ancora sulla strada del pieno recupero atletico, con il peso forma da ritrovare, ma il talento tecnico è già emerso evidentissimo. Numero 338 del ranking, presente a Miami da wild card, ha sconfitto all’esordio la numero 70 Siniakova. Vittoria non impossibile, considerando che Siniakova non è in un buon momento. Ma poi ha superato in due set Madison Keys (che sul cemento americano è comunque una avversaria tosta), numero 19 del ranking, e quindi in tre set Iga Swiatek, numero 16 WTA sottostimata per i meccanismi di salvaguardia della classifica introdotti la scorsa stagione.

Purtroppo del match contro Keys ho visto solo gli highlights, ma ho seguito la prestazione contro Swiatek: 6-4, 2-6, 6-2 con un saldo finale di +22 (40 vincenti/18 errori non forzati). Una partita eccezionale, ai livelli delle due disputate contro Radwanska nel 2016: una vinta allo US Open (6-4 6-4), una persa a Wimbledon, anche a causa di un infortunio alla caviglia nei game finali (6-2 4-6 9-7).

Delle cinque giocatrici nate nel 1997 e capaci tutte di entrare in Top 50 WTA ad appena 18 anni (Bencic, Ostapenko, Kasatkina, Osaka, Konjuh), Ana era la più giovane (è nata il 27 dicembre) e la più precoce: numero 1 del mondo da Junior ad appena 15 anni, e con due titoli Slam vinti. Di Konjuh stupiva la straordinaria facilità nel coordinarsi: elastica nei movimenti, sempre in controllo del corpo, era capace di colpire in controbalzo o slice con la stessa facilità con cui eseguiva i suoi due ottimi colpi base, dritto e rovescio in topspin.

Rispetto a quella giocatrice, a me sembra che oggi abbia modificato il movimento del dritto, forse per salvaguardare il gomito. Ma non sono sicuro che questo sia un limite, anzi potrebbe risolversi in un progresso. A questo proposito racconto un piccolo retroscena, relativo a Wimbledon 2017. Ero sul posto come inviato insieme a Luca Baldissera. Siccome non mi convinceva del tutto lo swing di Konjuh dalla parte del dritto (particolarmente ampio, forse un po’ troppo), e volevo un parere di Luca, lo avevo strappato ai suoi impegni e trascinato per qualche game sul Court 12. Era il match ideale nello stadio ideale: contro una avversaria forte come Dominika Cibulkova (quarti di finale a Wimbledon nel 2016 e 2018) e con i posti stampa a bordo campo, dunque perfetti per vedere da vicino i singoli gesti atletici. Quel giorno Konjuh avrebbe finito per vincere (7-6, 3-6, 6-4), dimostrando che, al di là dei miei dubbi, il suo dritto era comunque efficace.

Oggi Ana non gioca più il dritto con quel movimento: tende a colpire la palla più vicina al corpo, con il gomito meno disteso. La mia impressione è che ci abbia guadagnato in termini di stabilità e omogeneità nello swing. A Miami 2021 la sua avventura si è conclusa contro Anastasija Sevastova, più che per la forza dell’avversaria (non proprio nel suo momento migliore) per i problemi alla schiena emersi durante il match, che l’hanno menomata al servizio (6-1, 7-5). Probabilmente un guaio determinato dalla desuetudine nell’affrontare più match di alto livello nell’arco di pochi giorni.

Dopo questo sorprendente torneo in Florida, Konjuh è risalita di 98 posizioni in classifica: numero 240. Al di là del ranking, però, non si può che ripetere la cosa più ovvia: ciò che conta davvero è che si mantenga in salute, e i frutti del suo talento arriveranno di sicuro.

a pagina 2: Sara Sorribes Tormo e Maria Sakkari

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Naomi Osaka e le superfici

Ad appena 23 anni Osaka vanta già quattro titoli Slam, vinti però solo sul cemento. Riuscirà a conquistare successi importanti anche su erba e terra?

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Naomi Osaka - Madrid 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Con il successo all’Australian Open 2021 Naomi Osaka non ha solo vinto il quarto titolo Slam della carriera ma, per quanto riguarda i Major raccolti, si è staccata da tutte le tenniste in attività, ad eccezione delle sorelle Williams e Kim Clijsters (se consideriamo Kim ancora attiva). Non solo. Nel tennis degli anni Duemila, facendo riferimento a tutti gli Slam assegnati, solo quattro tenniste hanno vinto più Major di Naomi: Serena e Venus, Henin e Sharapova. A quattro titoli la affianca Clijsters.

Ricordo che Osaka ha solo 23 anni (è nata nell’ottobre 1997), e quindi non è affatto escluso che possa aumentare il numero di successi. Se ragioniamo in termini di età in rapporto al quarto titolo, ancora una volta, solo le sorelle Williams l’hanno chiaramente sopravanzata, mentre Henin le è davanti di pochissimo, e Sharapova dietro. Infatti, se non ho sbagliato i conti, questa è l’età nella quale sono arrivate al quarto Slam le protagoniste citate: Serena quarto titolo a 20 anni e 11 mesi, Venus a 21 anni e 4 mesi, Henin a 23 anni esatti. Poi c’è Osaka (23 anni e 5 mesi). Sharapova ha raggiunto il quarto Slam a 25 anni e 1 mese, mentre Clijsters a 27 anni e 8 mesi.

Insomma, Osaka si sta costruendo una carriera eccezionale, anche se con alcuni limiti da considerare. Il primo è che a dispetto dei quattro grandi trofei già conquistati, negli altri tornei del circuito WTA è arrivata ad “appena” tre titoli: Indian Wells 2018, Pechino 2019 (entrambi Premier Mandatory), Tokio 2019 (torneo Premier). Anche per questo sino a oggi ha comandato la classifica mondiale per poche settimane, 25 in totale. In sostanza Osaka si è dimostrata più capace di notevoli picchi di gioco, ma limitati nel tempo, che di continuità nell’arco di tutta la stagione. Con una frase fatta si potrebbe dire: più qualità che quantità.

 

Ma il dato tecnicamente più interessante, a mio avviso, riguarda la distribuzione delle superfici sulle quali ha vinto: esclusivamente sul cemento. E anche prendendo in considerazione i tornei nei quali è arrivata in finale senza vincere (Tokio 2016, Tokio 2018, NewYork/Cincinnati 2020) il responso è sempre lo stesso: cemento.

Abbiamo ancora dubbi? Verifichiamo allora un dato più ampio, quello della percentuale di vittorie sul circuito maggiore (tornei WTA, Slam, Fed Cup). Osaka ha vinto 173 partite e ne ha perse 88, così distribuite:

69,4% sul cemento (136 vinte / 60 perse)
59,5% sulla terra (rossa e verde) (25/17)
52,2% sull’erba (12/11)

In sostanza, da qualsiasi punto la si osservi, la situazione appare chiara e univoca: il rendimento di Naomi cambia, e di parecchio, in rapporto alle superfici. Come mai?

Visto che questa tendenza è emersa ormai da anni, la spiegazione che mi ero dato già da alcune stagioni è legata alla sua formazione da ragazzina. Osaka infatti non ha compiuto la classica trafila da junior di successo, che viaggia per il mondo con un calendario che, almeno per gli Slam, ricalca quello delle professioniste. No, Naomi è cresciuta senza disputare tornei junior, affrontando direttamente gli ITF; quelli americani soprattutto. Questo significa che rispetto alla concorrenza non si è costruita un sufficiente bagaglio di esperienza sull’erba e sulla terra rossa.

Qualche settimana fa ha confermato lei stessa questa tesi, nella conferenza stampa tenuta al termine della vittoria all’Australian Open. Le viene chiesto: “Hai vinto quattro Slam solo sul cemento. Quale sarà il primo al di fuori, terra o erba?” Inizialmente Naomi risponde con una battuta: ”Spero sulla terra, perché arriva prima” (il Roland Garros 2021 precede Wimbledon in calendario). Poi però tratta più estesamente della propria formazione:

E qui ci dice che nel 2019 aveva cominciato a sentirsi meglio sulla terra, mentre ritiene di avere pochissima esperienza sull’erba. I numeri lo confermano, anche se da giovanissima ha giocato un paio di ITF sull’erba in Giappone (non ho verificato nel dettaglio, ma non escludo si trattasse di erba sintetica); mentre nel 2015 era arrivata in finale nell’ITF 50K di Surbiton (hinterland londinese), perdendo contro Diatchenko, in un tabellone che vedeva al via, fra le altre, Hsieh, Kontaveit, Cetkovska, Minella, Paszek, Buzarnescu.

In ogni caso stiamo parlando di pochi match, che avvalorano le parole di Naomi. Stabilito questo, è inevitabile chiedersi se Osaka sarà capace di superare le difficoltà su terra ed erba per trasformarsi in una giocatrice più completa. Magari così completa da essere in grado di vincere gli Slam europei. Prima di affrontare il tema, penso sia utile considerare qualche precedente di giocatrici con situazioni simili, e valutare come sono andate le cose.

a pagine 2: I precedenti nel tennis recente

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